Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 16/02/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Appalti, indagato Verdini”. Editoriale di Angelo Panebianco: “Come si difende un quartiere”. Di spalla: “La crisi dei leader e i partiti federali”. Al centro foto-notizia: “La strage dei pendolari sconvolge il Belgio”, “ ‘I casi di tangenti triplicati in un anno’ ” e “La solitudine del dentista globalizzato”. In taglio basso: “A Sanremo le canzoni sono solo una scusa” e “Se il capriccio di Anna sveglia il made in Italy”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Corruzione, indagato Verdini” e “Nelle telefonate Leone, Lotito e il cognato di Rutelli”. Editoriale di Eugenio Scalfari: “Ma adesso Bertolaso deve lasciare” e commento di Giorgio Bocca: “Se questo è il Paese del ‘rubo dunque sono’ ”. Di spalla foto-notizia: “Libia contro l’Europa chiuse le frontiere” e “L’Italia e il colonnello”. A centro pagina: “Export mai così male da 40 anni”. In taglio basso: “Troppi errori dottor House l’università boccia i medici in tv”.  

LA STAMPA – In apertura: “G8, indagato il coordinatore Pdl” e il retroscena: “Berlusconi: non voglio perdere voti per loro”. In taglio alto: “Gheddafi respinge alle frontiere i cittadini europei” e il commento di Boris Biancheri: “L’Italia deve scendere in campo”. Editoriale di Mattia Feltri: “Il dilemma tra velocità e regole”. Di spalla: “Quando la Germania ci voleva copiare”. Al centro foto-notizia: “Belgio, strage tra i pendolari” e “In crisi il made in Italy l’export crolla del 20%”. A fondo pagina: “Supertelegattone”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Tutti i nomi dell’inchiesta Bertolaso”, con l’editoriale di Alessandro Sallusti. Di spalla: “Ma la Svizzera non era neutrale?” e “Il piano Sacconi contro i ghetti”. Al centro foto-notizia: “Spiati e criminalizzati” e “Tangenti, ecco i verbali di Pennisi: ‘Fu l’imprenditore a offrirmi soldi’ ”. A fondo pagina: “E adesso la Rai rende omaggio alla droga”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Bruxelles chiede di più, Atene resiste”. In taglio alto: “Stralciata la norma sulla Protezione civile spa. Anche Verdini indagato per corruzione” e “Milano ‘melting pot’ dall’osteria al kebab”. Editoriali di Roberto Perotti: “Grecia: ma fallire è tragedia?” e di Marco Fortis: “Italia: peggio i conti o il Paese”. Di spalla: “Colao: uso Facebook ma solo per i veri amici”. Al centro: “Nuove regole del fisco per far scattare ipoteche e sequestri”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Stop alla protezione civile privata” e in un box: “La rete di Balducci: il giudice amico, l’architetto e i rapporti con Rutelli”. Editoriale di Paolo Pombeni: “Immigrati, chi taglio il nodo di Gordio”. Al centro foto-notizia: “I pm: ‘Forse Simonetta era incinta, per questo è stata uccisa’ ”, “Libia chiusa agli europei” e “Limiti alla banche, no dell’Europa a Obama”. In taglio basso: “Sanremo parte nel segno di Morgan” e “Rai, via l’uomo del gatto in umido”.  

IL TEMPO - In apertura: “Ecco le foto di Bertolaso pedinato”. Editoriale di Mario Sechi: “Giochi sporchi e Mani pulite”. Al centro foto-notizia: “Qui c’era il campo rom più grande d’Europa” e “La Polverini: voglio adottare un bimbo”. In un box: “De Benedetti e la strategia su Acea”. In basso: “Roma meglio di Londra”.  

LIBERO – In apertura: “Una doppietta contro Silvio”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Mele marce a Milano e nostalgia del Pool”. A destra la “rivolta di Milano”: “Extracomunitari e no global cacciano gli italiani da Via Padova”. Al centro foto-notizia: “Anche la signora Rutelli chiedeva favori alla cricca” e i commenti di Elio Veltri e Filippo Facci. A fondo pagina: “Clerici a peso d’oro. Sanremo l’ha già vinto lei” e Vivo per la mia cagnetta. Solo Bibi conta più di me”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Tutti gli uomini del presidente”. A fondo pagina: “Stop della Libia agli europei. Frattini s’inchina”.  

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Perché dietro l’eurocrisi di Atene non c’è un piano degli speculatori”. In apertura a destra: “Non soltanto il Pd. Ecco chi plaude alla fine della ‘Bertolaso Spa’ ”. In taglio alto: “I bestioni d’acciaio dei marine a Marja, la capitale delle bombe e dell’eroina afghana”. Al centro: “I Protocolli dei Savi di Zap”. (red)

2. Verdini indagato a Firenze. Due ore e mezza dai pm

Roma - “C’è un altro nome eccellente - riporta il CORRIERE DELLA SERA - tra gli indagati dell’inchiesta sugli appalti del G8. È quello di Denis Verdini, toscano, deputato e coordinatore nazionale del Pdl. Verdini ieri sera è stato ascoltato per due ore e mezzo dai pm Giulio Monferini e Giuseppina Mione. Poi, dopo aver lasciato frettolosamente la procura poco suo nome appariva in episodi marginali nell’inchiesta della procura di Firenze. E dopo aver saputo dai giornali che il suo telefono era stato intercettato indirettamente, per una serie di colloqui con gli indagati, tra i quali ‘il carissimo amico’, Riccardo Fusi (presidente del gruppo Baldassini-Tognozzi-Pontello tra le prime aziende italiane di costruzioni, ndr). ‘In questo modo - scrive Verdini - ho appreso di essere stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di corruzione. La vicenda che mi veniva contestata riguardava solo ed esclusivamente la segnalazione per la nomina di Fabio De Santis a Provveditore delle opere pubbliche per Toscana, Umbria e Marche. Ho quindi chiesto e ottenuto la disponibilità del procuratore della Repubblica di Firenze ad essere ascoltato quanto prima’. Verdini specifica poi - aggiunge il CORRIERE DELLA SERA - che l’incontro con i pmè stato sereno e costruttivo. ‘Ho fornito loro serenamente e con la massima trasparenza - sottolinea il parlamentare - le informazioni richieste, illustrando le motivazioni del mio intervento come unicamente riconducibili al tentativo di risolvere il problema del danno erariale conseguente all’appalto per la realizzazione della scuola Marescialli e carabinieri a Firenze. Ho quindi dimostrato la mia più totale estraneità all’accusa’. Il nome di Verdini compare in alcune intercettazioni dell’inchiesta sugli appalti per i grandi eventi. In particolare, secondo un rapporto dei Ros pubblicato ieri dal Corriere della Sera, il coordinatore del Pdl avrebbe avuto numerosi contatti con l’imprenditore Riccardo Fusi, di cui lo stesso Verdini ha dichiarato di essere grande amico da anni. In una delle decine di telefonate avute con Fusi, Verdini si sarebbe vantato con l’imprenditore fiorentino di aver contribuito a far nominare provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, uno dei quattro personaggi finiti in carcere. Nel documento si parla anche di una sollecitazione di Fusi nei confronti di Verdini per chiedere un incontro con il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, sulla controversa vicenda del progetto per la costruzione della Scuola Marescialli nell’area di Castello a Firenze. Tra gli indagati - conclude il CORRIERE DELLA SERA - comparirebbe anche Leonardo Benvenuti che, negli atti allegati all’ordinanza di custodia cautelare, viene definito un ‘collaboratore di Verdini’”. (red)

3. La galassia di Denis, uomo-chiave Pdl

Roma - “Ricco, è ricco. Qualche anno fa - scrive Sergio Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - Denis Verdini ha fatto irruzione con 846 mila euro nella top ten dei deputati più facoltosi guidata da Silvio Berlusconi, dietro a Nicolò Ghedini, Giulio Tremonti, Gaetano Pecorella... I fedelissimi, insomma. Come abbia fatto a entrare nella guardia pretoriana del Cavaliere è presto detto. Ce lo ha portato il suo compaesano Sandro Bondi. Com’è andata ha spiegato lo stesso Verdini: un giorno del 2002 si sono ritrovati vicini di banco per una vicenda assolutamente fortuita. Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini l’aveva espulso dall’aula incolpandolo di aver votato anche per il suo collega di partito Sabatino Aracu. E quando è rientrato è finito al primo banco. Con il risultato che adesso Fivizzano, paese di 9.174 abitanti in Provincia di Massa Carrara, può vantarsi di aver dato i natali a ben due dei tre coordinatori del Popolo della libertà. Entrare però è un conto, restarci un altro. E se Verdini non soltanto ci è rimasto, ma è diventato sempre più ingombrante, un motivo ci sarà. I soprannomi si sprecano. Alberto Statera ha raccontato su Repubblica che lo chiamavano anche ‘il berluschino toscano ‘ . Ma a quanto pare è più conosciuto come ‘il gioioso tagliatore di teste’. Avendo l’ingrato compito di scremare candidature e poltrone, dentro il partito di Berlusconi non si è fatto molti amici, prima e dopo le elezioni. Almeno però, come ha detto lui stesso un giorno, è riuscito a mettere il cento dentro il dieci. Come ha fatto? Semplice: usando l’edizione aggiornata e corretta del vecchio manuale attribuito al democristiano Massimiliano Cencelli, che per almeno trent’anni aveva regolato la lottizzazione, dai posti di governo agli strapuntini di sottogoverno. Ribattezzato, per questo, nientemeno che ‘manuale Verdini’. E pazienza se per quel manuale qualcuno che aspirava a un ministero s’è dovuto accontentare di un semplice posto da sottosegretario. Aggiungete - prosegue Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - che è stato l’inventore dei gazebo e ha dato un contributo fondamentale a far passare le liste bloccate, il meccanismo elettorale in base al quale deputati e senatori non sono eletti ma nominati, e capirete perché oggi Verdini per il Cavaliere sia imprescindibile. C’è da dire che non veniva dal nulla. È l’editore dell’inserto toscano del Giornale della famiglia Berlusconi. Alla fine degli anni Novanta è diventato anche azionista al 15 per cento del Foglio di Giuliano Ferrara, una quota inferiore soltanto a quella del 38 per cento posseduta dalla moglie del premier Veronica Lario, al secolo Miriam Bartolini. Da vent’anni, poi, è ai vertici del Credito cooperativo fiorentino di Campi Bisenzio. E a molti sarebbe passata la voglia, dopo quello che gli è capitato. Un’accusa di molestie a una cliente, dalla quale l’onorevole Verdini (nel 2001 era già deputato) è stato prontamente scagionato: i testimoni confermarono che si trovava in chiesa, a un funerale. Soprattutto, però, dalla sua ci sono i meriti politici acquisiti sul campo. Perché quelli nessuno glieli può togliere. Certo, non si può dire che sia uno stakanovista di Montecitorio. Dall’inizio della legislatura ha marinato addirittura il 57 per cento delle votazioni. Senza provare eccessivi rimorsi. ‘Non brillo per presenze’, ha ammesso. Ma sul territorio è un vero mastino. A Siena, per esempio, ha scavato gallerie più abilmente di una talpa nel tentativo di far franare il potere diessino. Quando il precedente sindaco ex Pci Pierluigi Piccini si è ripresentato nel 2006 contro il suo vecchio partito, con una lista civica che prendeva il nome del circolo culturale la Mongolfiera insieme all’ex capo del Sisde Vittorio Stelo, è corsa la voce che dietro di lui ci fosse proprio Verdini. ‘Piccini, con Tremonti e soprattutto con Berlusconi, ha un obiettivo chiaro: scalare la città e il Monte dei Paschi’, insinuava il segretario della Quercia Franco Ceccuzzi, futuro deputato. Piccini smentiva ma la voce correva. E più smentiva, più correva. Anche perché qualcun altro la lasciava correre. Voci velenose, come quelle che lo indicavano come un personaggio legato ad ambienti della massoneria, anche queste smentite dal diretto interessato con l’annuncio di querele. Fra veleni e sospetti, il potere diessino alla fine ha retto. Ma nella rossissima Siena - conclude Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - qualcosa il plenipotenziario azzurro ha portato comunque a casa. Un posticino nella fondazione del Monte dei Paschi, ossia la scatola che controlla la grande banca senese, per Enrico Bosi, ex giornalista della Nazione ed ex consigliere regionale di Forza Italia. Se non ci fosse il manuale Verdini...” (red)

4. Il premier: spiegate che non è nuova Tangentopoli

Roma - “Il quadro della situazione, brutalmente - scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - lo descrive un passaggio del ‘Mattinale’ di ieri, il bollettino riservato di commento alla rassegna stampa preparato per il premier a palazzo Chigi: è in atto un’offensiva di ‘magistratura e centrosinistra’, soprattutto sul caso Lombardia e gli arresti eccellenti degli ultimi mesi, per ‘dare l’impressione che c’è un sistema che funziona solo a suon di bustarelle’. E le conseguenze di quello che sta succedendo, dallo scandalo Bertolaso al caso Verdini, dalle tangenti di Pennisi agli appalti sospetti, sono gravi: ‘Si rischia - segnalano i collaboratori del premier - che la situazione degeneri pesantemente, al punto da condizionare la campagna elettorale e il risultato del Pdl’. È dunque questa la vera emergenza che Silvio Berlusconi si trova ad affrontare: il rischio che sia alle porte una ‘nuova Tangentopoli’, o che comunque si faccia strada ormai questa convinzione tra gli italiani. Il rischio che il malumore per una classe politica che, come dimostrano i sondaggi, viene percepita sempre più lontana, privilegiata, smodata negli atteggiamenti pubblici e privati, finisca per penalizzare governo e maggioranza. Il rischio infine che, si è sfogato il premier in una delle sue tante telefonate di ieri, ‘casi di corruzione spicciola, di piccole volpi colte a rubare nel pollaio’ facciano perdere consensi anche ‘a me che non ho mai rubato una lira’. Furioso, preoccupato, amareggiato, è di questa nuova ‘questione morale’ che il premier da Arcore ha parlato ieri a lungo e a fondo con i suoi più fedeli collaboratori. Perché, ameno di un mese e mezzo dalle Regionali, il terremoto provocato dalle inchieste incrociate o distinte che toccano i massimi gangli del potere del partito e del governo - dalla giunta milanese al vertice della Protezione civile, al coordinamento del partito nella persona di Denis Verdini - non può non preoccupare seriamente il premier. Che pure continua a pensare ad un attacco preordinato, ad una ‘giustizia ad orologeria’, che difende ancora Bertolaso sul quale non gli sembra siano usciti fatti penalmente rilevanti, ma che sa benissimo come l’aria sia sempre più pesante, e sa altrettanto bene come tanti nel Pdl ormai si chiedano ‘fino a quando Bertolaso potrà resistere senza dimettersi’. Come reagire? ‘Bisogna far capire che si tratta di singoli casi di corruzione, di singole persone che sbagliano, non di un sistema generalizzato come quello di Tangentopoli’, è stato il refrain del Cavaliere, peraltro su questo punto in linea con Gianfranco Fini. Una linea - spiega Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - che verrà adottata da tutti e da lui stesso, che ieri ha voluto partecipare a una cena per la raccolta di fondi per il partito lombardo a villa Gernetto (e qui secondo alcuni partecipanti avrebbe difeso Guido Bertolaso: ‘È un galantuomo’), e che oggi presenterà le candidate presidenti delle Regioni. Ma nessuno sa se basterà a fermare la marea montante che - temono nel Pdl - potrebbe ‘non fermarsi qui’. Si sussurra infatti di un allargamento dell’inchiesta di Firenze a vette inimmaginabili, si teme un coinvolgimento di altri personaggi di spicco nell’inchiesta milanese, il che potrebbe addirittura mettere in dubbio - dicono gli amici più stretti del Cavaliere - la vittoria nella blindatissima Lombardia. Per questo tutti chiedono a Berlusconi di prendere in mano la situazione: mettendo in riga i vertici del partito milanese, non limitandosi ad attaccare la magistratura che perseguita il centrodestra perché stavolta ci sono le intercettazioni che parlano da sole, ci sono le foto che provano. E soprattutto, bisogna subito dare corpo all’operazione ‘liste pulite’, come ha promesso la Moratti e come è ormai necessario fare in tutte le Regioni. Perché il problema non sono più le veline che sbucano in questa o quella lista, ma gli eventuali scheletri nell’armadio di chi magari, anche inquisito, vorrebbe ricandidarsi o che è a rischio di coinvolgimento in attuali o nuove inchieste. Insomma - conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - vietato far finta di niente: e non a caso è da Bondi e La Russa, gli altri due coordinatori del Pdl, che ieri sono arrivate parole inequivocabili sulla necessità di avere una classe politica ‘competente e onesta’”. (red)

5. Il Cavaliere teme una tangentopoli-bis

Roma - “Berlusconi scopre la ‘nuova Tangentopoli’. Teme un bis del ‘94. Che si ripeta quel clima -scrive Ugo Magri su LA STAMPA - tra arresti per ruberie vere o presunte, da cui la gente tragga l’idea di una corruzione politica dilagante. Proprio sotto elezioni regionali. Col risultato che a pagare il conto sarebbe lui, il Cavaliere: per una volta risparmiato dalle inchieste, ma tradito dai suoi uomini, tirato a fondo dal suo stesso partito... Può darsi che il premier ne parli stamane, quando calerà da Arcore nella Capitale per dare il là alla campagna delle candidate donna, in primis la Polverini. Ci ragiona sopra da venerdì, molto l’ha impressionato la lettura del ‘Mattinale’ (foglio a circolazione interna e riservata del Pdl, redatto dagli strateghi più attenti). Vi si punta l’indice contro le toghe scatenate ‘a sostegno dell’opposizione’, ma soprattutto vi si annunciano cataclismi, cupi presagi, compreso ‘il rischio che la situazione degeneri pericolosamente, al punto da condizionare la campagna elettorale e il risultato del Pdl’. Ieri mattina, mentre di questo ragionava insieme coi fedelissimi, e dell’inchiesta fiorentina che trascina nel fango il coordinatore nazionale Verdini, e delle voci incontrollate di nuovi coinvolgimenti parecchio in alto, e del dramma di Bertolaso tuttora sull’orlo delle dimissioni, e del panico che circola nei Sacri Palazzi vaticani (leggi: Giubileo 2000), nel mezzo di tutto ciò Berlusconi è stato raggiunto dalla telefonata di un vecchio amico. Ne ha profittato per sfogarsi contro quanti orchestrano la nuova campagna di scandali, ce l’ha con i ‘seminatori di discordia’, con i mandarini del vecchio e nuovo giornalismo... ‘Il mio consenso resiste, sono ancora al 67 per cento di gradimento’, e quasi gli sembra un miracolo. Perché senza bisogno di consultare i sondaggi di Euromedia Research - prosegue Magri su LA STAMPA - il premier capisce che qualcosa sta succedendo, da rabdomante coglie gli slittamenti d’umore sotterranei, un ‘mood’ collettivo tendente al peggio. Ma soprattutto Berlusconi si rende conto che stavolta non sono solo complotti, teoremi delle ‘toghe rosse’: qui ci sono amministratori presi con le mani nel sacco, prove inconfutabili, su Pennisi addirittura fotografiche. Per quanta fede possa nutrire nell’onestà dei suoi discepoli, il Cavaliere non è nato ieri: il presidente della Provincia di Vercelli agli arresti domiciliari (concussione), l’ex assessore al Turismo in Lombardia nel carcere di Voghera, un partito del Nord che, se si dà retta a chi lo frequenta, Berlusconi raderebbe al suolo tanto è incavolato. Vede Bossi spalancare le fauci come un alligatore (‘Noi della Lega stiamo sempre attenti a non fare pirlaggini...’), sente Fini ergersi a paladino dei buoni costumi (‘Chi ruba non lo fa per il partito ma perché è un ladro, un volgare lestofante’) e smarcarsi al punto da proporre il rifugio nel sistema elettorale uninominale che segnò il tracollo della Prima Repubblica. Tra gli intimi del premier vince la tesi che debba battere un colpo, magari più d’uno. ‘Serve un segnale forte e chiaro’, supplica Letizia Moratti. Per rassicurare la Lombardia, il Piemonte, l’Italia intera. Le ‘liste pulite’ a Milano non sono ancora abbastanza, per battere lo sconcerto Berlusconi deve metterci personalmente la faccia. Contrattaccare dando garanzie. E la prova del nove - conclude Magri su LA STAMPA - saranno le candidature: qui non si discute più di ‘veline’ e soubrette, si parla di ras locali potenti che dalle patrie galere premono per essere ricandidati, o rivogliono il posto nonostante disavventure gravi. Al telefono col vecchio amico, il Cavaliere pare abbia detto: ‘Non ho mai rubato una lira, non voglio perdere voti per colpa di questi signori’. Impugnerà la frusta contro i mercanti nel tempio?”. (red)

6. Tutti i nomi dell’inchiesta Bertolaso

Roma - “Imprenditori, politici e ministri - scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - tutti insieme dentro il calderone delle intercettazioni telefoniche del caso Protezione Civile. Nomi eccellenti (li trovate nelle pagine interne), che la magistratura getta in pasto all’opinione pubblica senza che ci sia sempre un filtro investigativo. Il solo fatto di telefonare diventa così un’ipotesi di reato, indipendente dal contenuto della conversazione. Tizio chiama Caio, chiede un incontro, commenta un fatto, si parla di altre persone, si ipotizzano scenari. E si badi bene, Caio non solo non è Totò Riina ma al momento della telefonata non è neppure indagato o in odore di esserlo, come nel caso in questione. Anzi, l’interlocutore è una persona che ha importanti ruoli pubblici e che quindi è normale che si relazioni col mondo esterno. Lavoro e amicizie si mischiano e ora i tanti Tizio che nei mesi scorsi sono entrati in contatto con Fabio De Santis e gli altri collaboratori di Bertolaso sono messi alla gogna, chiamati a spiegare, a giustificare frasi e mezze frasi che, almeno all’apparenza, non hanno nulla a che fare con l’inchiesta. Qui non stiamo difendendo persone, imprenditori o politici che siano, che intercettazioni e riscontri oggettivi fanno pensare essere mascalzoni. Quello che ci lascia perplessi è il modo con cui i faldoni giudiziari vengono costruiti. La povera Francesca, massaggiatrice vera e onorata, viene buttata nell’arena del pettegolezzo insieme alla giovane Monica, presunta escort vera che una sera avrebbe fatto compagnia a Bertolaso in un contesto ancora tutto da chiarire. Era così difficile, da parte dei magistrati, verificare i fatti prima di consegnare il malloppo a giornali e tv? E quante Francesche sono disseminate nelle centinaia di pagine di intercettazioni? Le domande non sono retoriche o faziose. Qui ci sono di mezzo la credibilità, residua, della magistratura - prosegue Sallusti su IL GIORNALE - e la dignità dei tanti finiti casualmente e inconsapevolmente nella rete. Ma non solo. Che imprenditori provino a fare affari non è reato in sé. Così come non è illegittimo che dei politici sostengano una cordata rispetto a un’altra. E destra e sinistra in questo senso si equivalgono. Vogliamo negare che in Toscana o in Emilia Romagna gli affari ‘rossi’ abbiano da parte degli amministratori un occhio di riguardo rispetto ad altri non allineati con i desiderata del Pd? La questione è se ciò avviene nel rispetto delle regole e delle leggi. Una frase intercettata al telefono può essere un indizio ma non certo una sentenza di colpevolezza. Troppe volte abbiamo letto nelle carte delle inchieste parole sconvenienti o ambigue che poi i riscontri hanno dimostrato non aver avuto alcun seguito concreto. Gli spioni del telefono hanno ribaltato la logica del diritto. L’onere della prova non è più dell’accusa. E il malcapitato che deve dimostrare la sua innocenza rispetto a un pensiero che al cellulare diventa parola. Credo che per ognuno di noi sarebbe dura giustificare in modo convincente tutto ciò che ogni giorno diciamo pensando di non essere ascoltati da terzi. E anche se ci riuscissimo, il sospetto, comunque, sarebbe l’ultimo a morire”, conclude Sallusti su IL GIORNALE. (red)

7. Una doppietta contro Silvio

Roma - “Silvio Berlusconi - scrive Fausto Carioti su LIBERO - avrà pure qualche eccesso di paranoia nel vedere ovunque trame editorial-politico-giudiziarie ai suoi danni. Però bisogna ammettere che i suoi avversari certe fissazioni fanno di tutto per avvalorargliele. Ieri, ad esempio, la giornata del Cavaliere è iniziata con la prima pagina del Corriere della Sera, dove ha letto che ‘nelle carte dell’inchiesta sugli appalti appaiono anche i nomi di Matteoli, Verdini, Pepe e Viceconte’ (perla cronaca: Altero Matteoli è ministro delle Infrastrutture, Denis Verdini è uno dei coordinatori del PdL, Mario Pepe e Guido Viceconte sono due parlamentari dello stesso partito). E si è conclusa con la notizia che Verdini è indagato per concorso in corruzione. Quelli che sperano di assistere a una nuova Tangentopoli si fregano le mani dinanzi al possibile remake. Berlusconi e i suoi, invece, trovano conferme alla loro sindrome da accerchiamento. Chi le vuole vedere, le prove della trama le trova dappertutto. Prima è toccato a Guido Bertolaso. Cioè all’‘uomo dei miracoli’ del governo. Con il taglio delle tasse che non arriva e con le grandi riforme che latitano, l’esecutivo poteva dire almeno di aver risolto la grana dei rifiuti in Campania e l’emergenza abitativa causata dal terremoto in Abruzzo. Adesso sull’artefice di queste operazioni pesa l’accusa di essersi fatto corrompere tramite favori sessuali. In attesa di capire quanto è solida questa accusa - prosegue Carioti su LIBERO - Bertolaso, e con lui lo stesso Berlusconi, hanno dovuto incassare due colpi: la mancata nomina di Bertolaso a ministro - che sembrava cosa fatta - e la rinuncia alla norma che trasforma la Protezione civile in società per azioni. L’articolo che la istituiva è stato stralciato, e probabilmente non se ne parlerà mai più. Dopo il colpo al governo, ieri è arrivato quello al cuore del Popolo della Libertà. Verdini, per il PdL, è quello che Fedele Confalonieri rappresenta per Mediaset: l’uomo d’ordine, la garanzia non che tutto vada come vuole Berlusconi (perché Verdini, come Confalonieri, molto spesso decide di testa sua), ma almeno che tutto funzioni. La coltellata che fa più male, quella alla famiglia, al Cavaliere era arrivata tre settimane fa dalla procura di Milano, con l’apertura delle indagini nei confronti del figlio Pier Silvio, coinvolto nell’inchiesta MediatradeRti per la compravendita di diritti cinematografici. Così, dopo mesi se non anni, persino un incredulo Partito democratico, che aveva chiesto proprio lo stralcio della norma che trasforma la Protezione Civile in Spa, trova un motivo per festeggiare. Riuscissero a costringere Bertolaso alle dimissioni, per Pier Luigi Bersani e compagni sarebbe il tripudio. Anche se il merito, tanto per cambiare, non è dell’iniziativa politica del Pd, che era e resta inesistente, ma di un’inchiesta della magistratura. Una conferma sinistra alle parole rilasciate ieri da Francesco Saverio Borrelli a Repubblica: ‘La magistratura è sostanzialmente costretta dalle mancanze della politica a svolgere un ruolo di supplenza funzionale’. Frase che, agli occhi dei berlusconiani, ieri sera appariva molto chiara: vuol dire, né più né meno, che dove non arriva l’opposizione arrivano i magistrati”, conclude Carioti su LIBERO. (red)

8. “Il Quirinale non ha competenze sulle emergenze”

Roma - “Non sai se sia più sconcertato o irritato - osserva Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - il giudizio del Quirinale sulla lunga autodifesa di Guido Bertolaso pubblicata ieri da Repubblica. A stupire, i brani in cui il sottosegretario nella bufera affermava che, a proposito dei poteri straordinari attribuiti nel tempo alla Protezione civile, ‘nessuna norma è passata col parere contrario del capo dello Stato’. Aggiungendo, a mo’ di rafforzativo, che ‘i presidenti della Repubblica non hanno mai opposto il rifiuto od obiezioni alle leggi che consentono l’adozione delle ordinanze relative ai Grandi eventi’ e che ‘non hanno mai espresso preoccupazioni di sorta’ sulle attribuzioni (finanziarie e giuridiche) che via via si sono sommate alla sua carica. Un resoconto attraverso il quale Bertolaso si faceva scudo del capo dello Stato per ripararsi dalle critiche di quanti gli contestano di aver eluso, nella sua rincorsa verso assegnazioni e strumenti operativi sempre più vasti e penetranti e senza vincoli, persino i controlli di costituzionalità. Ma una versione che - secondo il Colle - finisce per alterare e mistificare quelli che sono stati negli ultimi quindici anni i rapporti tra presidenza della Repubblica e Palazzo Chigi, in rapporto alla Protezione civile. Così, si fa anzitutto osservare che ‘non rientra in alcun modo tra le competenze del presidente della Repubblica esprimersi su atti relativi a dichiarazioni di stato di emergenza o di attribuzione di grande evento’. Perché questi atti, per loro stessa natura, ‘vengono adottati con decreto del presidente del Consiglio, previa delibera del Consiglio dei ministri, e non sono pertanto sottoposti al preventivo esame del capo dello Stato’. E allo stesso modo ‘ rientra nell’esclusiva competenza’ del premier ‘l’adozione delle ordinanze di protezione civile’. Insomma: in questa materia l’unico ‘passaggio’ che abbia realmente coinvolto il Quirinale con un intervento specifico di conversione in legge è avvenuto nel 2003, durante il mandato di Ciampi. Da allora (e anche prima, dividendo alla pari la responsabilità sui governi di centrodestra e centrosinistra, e guarda caso il G8 alla Maddalena lo decise Romano Prodi), sul sistema che fa capo a Bertolaso si è proceduto sempre con un progressivo ricorso a quella che si potrebbe definire una ‘politica dell’emergenza’. Cioè - prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - strumenti legislativi straordinari, come sono stati via via sempre più straordinari ed estesi i poteri conferiti al sottosegretario (e candidato ministro) Bertolaso. Una maniera di legiferare che Napolitano ha censurato più volte. L’ultima il 21 dicembre 2009, davanti alle Alte cariche dello Stato riunite al Quirinale. Quando lanciò l’allarme sul ‘rischio del prodursi di effetti negativi sul livello qualitativo dell’attività legislativa e sull’equilibrio del sistema delle fonti che derivano - oltre che dal frequente e ampio ricorso alla decretazione d’urgenza nonché dalla notevole estensione in sede di conversione del contenuto di tali provvedimenti - anche dal crescente uso e dalla dilatazione delle ordinanze d’urgenza’. Un grimaldello che, ci si passi l’ermetismo del lessico giuridico-istituzionale, è appunto quello con cui si ha a che fare nel caso della Protezione civile. Alla quale è stato assegnato davvero di tutto: dalla gestione di terremoti, alluvioni e disastri ferroviari, a eventi sportivi che nulla dovrebbero avere di eccezionale, come la Vuitton Cup. Negli ultimi giorni, poi, il progetto di trasformare la creatura di Bertolaso in una Spa è stato oggetto di analisi, da parte del presidente, che voleva contribuire a svelenire il teso clima politico. Napolitano ha scritto una lettera riservata a Berlusconi su diversi aspetti dubbi del provvedimento e pure sul contestato articolo 16, da ieri stralciato dal governo forse anche grazie a quest’azione di moral suasion esercitata dal Colle. Dove sono rimasti piuttosto colpiti, nello scorso fine settimana, dalle minimizzazioni anticipate da Gianni Letta e culminate nel passo indietro di ieri. Sapevano bene, infatti, - conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA - che Guido Bertolaso ne aveva fatto una questione di principio, con Palazzo Chigi. Minacciando di dimettersi se la metamorfosi della Protezione civile in Spa non fosse stata approvata”. (red)

9. Ma adesso Bertolaso deve lasciare

Roma - “Commentando ieri la lettera - scrive Eugenio Scalfari su LA REPUBBLICA - con la quale Guido Bertolaso rispondeva alle mie dieci domande ricostruendo a suo modo la verità dei fatti e la loro sostanza politica, ho volutamente tralasciato di approfondire la questione dell’atteggiamento del Quirinale di fronte all’ampliamento dei compiti della Protezione civile, alle normative che l’hanno resa possibile e alla loro costituzionalità. È una questione delicatissima poiché chiama in causa il Capo dello Stato, cioè la più alta istituzione della Repubblica. Bertolaso non si è fatto carico di questa delicatezza ed ha tentato di coprire l’operato suo e del governo sostenendo che il Quirinale ha sempre appoggiato il suo fare e non ha opposto alcun limite al sistema delle ordinanze e alla creazione della Protezione civile Spa, che ne rappresenta il coronamento e l’esternalizzazione. L’ho tralasciato perché su quell’aspetto della vicenda non si può andare a tentoni e per approssimazioni successive. Perciò ho raccolto i miei appunti in proposito, ho interpellato fonti qualificate ed ho riscontrato date, documenti e testimonianze dirette. Come sospettavo già a prima vista, la ricostruzione di Bertolaso è arbitraria e non corrisponde alla realtà. Ed ecco perché. 1. La legge del 1992, che di fatto è quella istitutiva della Protezione civile come servizio permanente della Pubblica amministrazione, limitava quel servizio alle catastrofi naturali. 2. Fu innovata con decreto del 2001, convertito in legge. C’era già in quella legge un primo allargamento di competenze della Protezione civile a grandi eventi sganciati dalle catastrofi naturali, purché ricorressero caratteristiche che rendessero necessaria un’amministrazione straordinaria per ragioni di necessità ed urgenza chiaramente indicate nella motivazione. Il Presidente della Repubblica dell’epoca varò la legge insistendo sull’importanza delle motivazioni come requisito essenziale. 3. A partire da quel momento il Quirinale non ha più avuto l’occasione di ‘intercettare’ la normativa delle ordinanze e dei decreti della presidenza del Consiglio poiché si trattava di una produzione di carattere amministrativo. Una produzione, come abbiamo già sottolineato ieri, che è cresciuta su se stessa ad un ritmo velocissimo passando da una o al massimo due ordinanze nel periodo del governo Prodi ad una media di 80-100 nel periodo berlusconiano. 4. Il presidente Napolitano ha assistito con crescente preoccupazione all’estendersi del sistema delle ordinanze emesse dalla Protezione civile e l’ha detto in diverse occasioni. L’ha detto direttamente allo stesso Bertolaso in occasione d’una sua visita a L’Aquila subito dopo il terremoto. Si compiacque con lui per l’efficienza con cui la Protezione civile aveva fronteggiato l’emergenza post-terremoto ma elevò dubbi sul lavoro che quella stessa struttura avrebbe dovuto mandare avanti per completare le infrastrutture della Maddalena ed altre incombenze nel frattempo maturate. 5. Intanto gli impegni del sistema Bertolaso si moltiplicavano e l’albero della Protezione civile stava diventando una foresta. Leggiamo insieme quanto il Capo dello Stato ha detto nella cerimonia degli auguri di fine anno svoltasi lo scorso dicembre al Quirinale nella Sala dei corazzieri dinanzi alle Alte Magistrature dello Stato: ‘Il continuo succedersi di decreti legge - 47 dall’inizio di questa Legislatura - e il loro divenire sempre più sovraccarichi ed eterogenei nel corso dell’iter parlamentare di conversione, hanno continuato a produrre forti distorsioni negli equilibri istituzionali. Tutto ciò finisce per gravare negativamente sul livello qualitativo dell’attività legislativa. Non a caso gli studiosi si domandano se abbia finito per attuarsi, anche attraverso il crescente uso e la dilatazione di ordinanze d’urgenza, un vero e proprio sistema parallelo di produzione normativa’. L’allarme del Presidente della Repubblica - prosegue Scalfari su LA REPUBBLICA - è netto ed esplicito e l’assemblea dinanzi alla quale è stato formulato lo rende ancora più solenne e preoccupante. 6. Si arriva così all’ultimo decreto legge, quello attualmente in discussione dinanzi alle Camere, nel quale viene promossa la creazione della Protezione civile Spa. Dalle mie informazioni molto attendibili risulta che Napolitano non ravvisava i requisiti di necessità ed urgenza, almeno per la parte dedicata alla Spa, e propendeva piuttosto verso la presentazione di un disegno di legge. Si trovò tuttavia di fronte (così dicono le mie fonti) ad una resistenza infrangibile opposta da Gianni Letta che avrebbe prospettato al Capo dello Stato l’ipotesi che Bertolaso potesse dimettersi dai suoi incarichi se il decreto non fosse stato autorizzato. Ipotesi che avrebbe creato un vuoto operativo di notevole gravità. 7. È accaduto tuttavia che nel corso dell’iter parlamentare al Senato il decreto venisse ‘stravolto’ rispetto alla sua originaria stesura autorizzata dal Quirinale. Una decina di nuovi articoli e sessanta commi furono aggiunti sulla base di altrettanti emendamenti proposti dalla maggioranza parlamentare, allargando ancora di più il ventaglio delle competenze, la produzione di ordinanze, una sorta di scavalcamento nei confronti degli organi di controllo e di giurisdizione. Fonti non ufficiali ma attendibili segnalano che il Quirinale segue con estrema attenzione l’iter del decreto. Si dice (anche se si tratta d’una voce) che il Capo dello Stato avrebbe fatto pervenire al presidente del Consiglio il suo allarme per questa situazione. È noto che il Quirinale tace quando il Parlamento è all’opera, riservandosi di giudicare la costituzionalità della legge quando l’iter parlamentare sarà concluso. Questo è lo stato dei fatti, almeno prima che arrivasse la notizia dello stralcio. Il sottosegretario Gianni Letta ci aveva informato l’altro ieri che la Protezione civile rimane un Dipartimento della Pubblica amministrazione e che la Spa sarebbe stato soltanto un organo tecnico. Questo lo sapevamo. È infatti della Spa che si sta discutendo poiché la sua istituzione svuoterebbe di fatto il Dipartimento di gran parte delle sue funzioni. La precisazione di Letta aveva dunque l’aria di voler frapporre una cortina fumogena che può annebbiare soltanto i gonzi e può servire ai vari Minzolini dell’informazione per celebrare la saggezza del governo nel momento in cui il governo si trova stretto da grandi difficoltà di fronte allo scandalo degli appalti e al verminaio che è stato scoperchiato. Quanto al sottosegretario Bertolaso - sulla cui buona fede fino a ieri avevo sperato ma che a questo punto è diventata un’ipotesi di terzo grado - egli ha perso pochi giorni fa la carica di commissario ai rifiuti di Napoli. È proprio sulla base di quella carica che aveva ottenuto di diventare membro del governo anche se essa era in palese contraddizione con l’incarico esecutivo di commissario. Non avendo più la carica esecutiva, è venuta ora meno anche la ragione del suo sottosegretariato. Perciò - conclude Scalfari su LA REPUBBLICA - le sue dimissioni non sono più un suo atto discrezionale ma un obbligo che sta diventando sempre più tardivo ogni giorno che passa”. (red)

10. Il sottosegretario adesso appare più solo

Roma - “Politicamente - osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - l’inchiesta della magistratura sugli appalti della Protezione civile ha già avuto un risultato: far saltare la trasformazione in società per azioni della struttura presieduta dal sottosegretario Guido Bertolaso. La dichiarazione simmetrica del ministro Umberto Bossi e del braccio destro di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, Gianni Letta, lascia pochi dubbi. Il progetto così com’era stato concepito non può andare avanti. Letta ammette che anche lui si arrabbierebbe se gli dicessero che la Protezione civile diventa una società privata. ‘Ma non è così’: rimane un dipartimento di Palazzo Chigi. È la pietra tombale su un provvedimento che trovava resistenze anche nella maggioranza: ostacoli che l’iniziativa della magistratura ha fatto emergere; e che spiegano la solidarietà non unanime del centrodestra nei confronti di Bertolaso. Le parole del capo della Lega nord sono illuminanti. Permettono di verificare l’estensione del fronte che si è opposto a Protezione civile Spa, contribuendo ad affondarlo. Bossi cita in positivo il ministro dell’Economia. ‘Giulio Tremonti’, spiega, ‘aveva avvisato di non andare in quella direzione. E aveva ragione: in quel modo non hai controlli e nascono i pasticci’. L’opposizione - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - vede in quanto accade una marcia indietro che considera una sua vittoria. Il centrodestra replica che la decisione è stata presa in modo autonomo. Probabilmente, c’è una parte di verità in entrambe le versioni. Ma per paradosso, la risposta del Pdl conferma i contrasti nel governo. Ad annunciare lo stralcio dell’articolo che riorganizza la Protezione civile è stato Gianfranco Fini. Ma le polemiche non si attenuano. In gioco non ci sono tanto le dimissioni di Bertolaso, chieste dall’Idv e ormai suggerite anche dal Pd. L’attacco dell’opposizione riguarda un metodo che, a suo avviso, il governo mostra di volere applicare anche in altri settori. Troppa discrezionalità, pochi controlli, e dunque rischi di assegnare appalti secondo procedure non trasparenti. La questione tocca il cuore di quel ‘governo dei fatti’ sul quale il premier ha costruito i consensi. Tende a rimettere in discussione un meccanismo col quale sono stati bruciati i tempi ma anche soldi. E insinua il dubbio che non si è trattato solo dell’esigenza di far presto, ma di un alibi per coprire l’affarismo. Oggi, a difendere la legge in Parlamento forse sarà Bertolaso. Ma il secco comunicato col quale il Quirinale nega qualunque ‘placet’ alle misure di emergenza adottate dai governi, come aveva adombrato il sottosegretario, lo fa apparire più solo”, conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

11. Corsie di sorpasso “bipartisan”

Roma - “La motivazione non farebbe una piega - scrive Antonio Macaluso sul CORRIERE DELLA SERA - se non fosse che in tanti anni di premiate e crescenti iniziative, nessuno ha mai pensato di spianare, per via ordinaria, la strada a questa istituzione. Dal 1994 in poi, nell’alternarsi di governi di centrodestra e centrosinistra, tutti hanno concordato sul fatto che la Protezione civile meritasse di camminare in corsia di sorpasso. Ma nessuno ha lavorato perché ciò avvenisse senza ricorrere alla consuete scorciatoie. Piuttosto, si è plasmato uno strumento al di sopra di quasi tutto e quasi tutti. Le questioni, dunque, sono almeno due e si intrecciano. La prima è l’uso del decreto legge per intervenire sulla Protezione civile. La seconda è l’uso del decreto legge per occuparsi di una struttura che è stata usata per aggirare gli stessi decreti legge. Mentre infatti l’attenzione di tutti si è sempre più focalizzata sull’uso spavaldo dei decreti legge da parte dei vari governi, la creatura di Guido Bertolaso è diventata negli anni il grimaldello per scardinare velocemente (e spesso silenziosamente) vincoli di natura economica e giuridica. Talvolta a ragione, altre meno, altre per niente. Ancora il 21 dicembre scorso, in occasione del discorso alle Alte magistrature, il capo dello Stato era tornato sui rischi di un uso eccessivo della decretazione d’urgenza. Una decretazione che, nel caso della Protezione civile Spa, si è arricchita, strada facendo, di una decina di articoli con relative decine di commi. Il provvedimento del 30 dicembre - prosegue Macaluso sul CORRIERE DELLA SERA - non è certo lo stesso in discussione alla Camera, che ora peraltro verrà ancora rivisto, stralciando la questione Spa. Una buona notizia. E non solo per il presidente della Repubblica. Il quale ieri ha invece fatto trapelare tutta la propria irritazione per alcune dichiarazioni di Bertolaso. Mai, infatti, Napolitano si è espresso. Per il semplice motivo, si è fatto osservare dal Colle, che ‘tali atti’ vengono adottati con decreto del presidente del Consiglio o con ordinanze di protezione civile sempre adottate da Palazzo Chigi. E qui si arriva alla seconda questione, quella dell’immenso potere della Protezione civile. Altro che Alta velocità, la politica ha creato a tavolino qualcosa che non ha bisogno né di strade, né di binari perché vola nella sua formidabile leggerezza procedurale: l’ordinanza. Che vale per le catastrofi ma - chissà perché - anche per i Grandi eventi e per tante altre cose. Perché 200 mila euro della Protezione civile sono stati usati per il restauro del David di Donatello? E perché sono state ritenute emergenze la visita del Papa ad Assisi, i Giochi del Mediterraneo, iMondiali di nuoto, quelli di ciclismo su strada e la Louis Vuitton Cup a Trapani, pre regata della più famosa Coppa America? Non si sa. Ma almeno - conclude Macaluso sul CORRIERE DELLA SERA - in quest’ultimo caso, come si legge nel libro La Deriva di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, Trapani è stata dotata di un depuratore, visto che ‘al primo sopralluogo si era scoperto che la fogna cittadina scaricava i liquami nel bel mezzo del campo di regata’”. (red)

12. Ecco chi plaude alla fine della “Bertolaso Spa”

Roma - “Non ci sarà alcuna Protezione civile Spa. Ieri pomeriggio - riporta IL FOGLIO a pagina 1 - il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha preannunciato che dal decreto su cui la Camera domani dovrà pronunciarsi per convertirlo in legge verrà ‘stralciato’ proprio l’articolo 16 che prevedeva la completa riorganizzazione della Protezione in società per azioni. A nemmeno una settimana dall’inizio dell’inchiesta giudiziaria sugli appalti del G8 della Maddalena, l’opposizione rivendica un successo politico che in realtà condivide con un nascente fronte interno alla maggioranza schierato contro la cosiddetta’Bertolaso Spa’ congegnata con il sostegno del premier e del suo braccio destro Gianni Letta. Non pochi esponenti del governo (Claudio Scajola, Giulio Tremonti, Stefania Prestigiacomo, Roberto Calderoli) negli ultimi giorni avevano espresso la propria insofferenza contro la nuova Protezione. Ieri si è aggiunto Umberto Bossi (‘La protezione non deve diventare una Spa né deve sparire’) e poi nel pomeriggio il presidente della Camera Gianfranco Fini si è intestato l’ufficialità dell’operazione. A meno di sorprese, la maggioranza presenterà a Montecitorio un maxiemendamento su cui verrà posta la fiducia e chiederà ancora a Bertolaso di rimanere alla guida della Protezione. ‘Questa storia – spiega il deputato finiano Fabio Granata – dimostra che nel governo esiste un gruppo consapevole di quanto sia rischioso portare avanti idee che non siano frutto di una discussione libera. E’ una lezione che il presidente del Consiglio deve trarre’. Fonti governative - prosegue IL FOGLIO - notano che non è un caso se sulla questione Bertolaso i malumori presenti nella maggioranza siano arrivati dalle parti di Fini e Tremonti, e in molti sostengono che dietro il pressing finiano e tremontiano ci siano due specifici obiettivi: riequilibrare i rapporti di forza nel governo ed evitare che a coordinare i dossier che contano in futuro ci sia soltanto il grande sostenitore di Bertolaso, Gianni Letta. ‘I problemi di equilibrio nella maggioranza – dice il vicepresidente dei deputati del Pdl Osvaldo Napoli – esistono eccome: il decreto andava cambiato e il fatto che Fini sia riuscito a intestarsi la rimozione dell’articolo è un importante fatto politico che peserà’. Intanto l’inchiesta giudiziaria si fa reticolare (ieri è stato ascoltato in procura il coordinatore del Pdl Denis Verdini), e da più parti si almanacca sull’eventualità che il capo della Protezione non riesca a reggere l’urto. ‘Certo è che – raccontano da Palazzo Chigi – quel suo eterno ruolo di salvatore della patria lo ha isolato all’interno dell’esecutivo’. L’insofferenza nei confronti del ‘super ministro’ ha origini lontane ed è dovuta anche al fatto che nella maggioranza in molti sono convinti che Bertolaso abbia giocato per molto tempo una sua personale partita politica. Segnali di frattura con gran parte del governo si sono visti in due occasioni: durante la gestione dell’emergenza terremoto dell’Aquila (quando i ministri che scelsero di raccogliere autonomamente fondi da inviare nelle zone colpite dal sisma si ritrovarono sulle scrivanie una circolare firmata da Bertolaso che bloccava le operazioni di soccorso non ‘preventivamente coordinate’ con la Protezione) e quando a poche ore dall’approvazione in Senato della conversione in legge del decreto sulla Protezione Bertolaso cercò di interferire su tempi e modi del voto ma si ritrovò di fronte qualcuno del Pdl che gli suggerì di ‘non comportarsi come se si trovasse in una tendopoli’. Il Cav. sa che il sottosegretario non è amato dai suoi ministri e il messaggio che sta tentando di far passare in queste ore è più o meno questo: ‘Non dimenticate che siamo in campagna elettorale e Bertolaso sarà pure antipatico ma resta un antipatico di grande successo’. Ma per quanto ancora? All’entourage berlusconiano - conclude IL FOGLIO - non sfugge il fatto che Fini, in queste ore, abbia marcato una distanza netta da Bertolaso e dai suoi protettori, accompagnado a questo scarto una frase sibillina sulla vera o presunta questione morale e sulle analogie con Tangentopoli: ‘Chi ruba è un ladro e basta’”. (red)

13. La rete degli amici dall’Enac alla Rai

Roma - “Aveva tentacoli ovunque la ‘combriccola’. Dalla Rai - riporta Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - all’autorità di vigilanza sugli appalti, passando per i ministeri, funzionari e imprenditori potevano contare su una rete di persone alle quali chiedere favori e appoggi. Molto attivo nel sostenere le aziende napoletane che vogliono prendere i lavori si rivela l’onorevole Luigi Cesaro, attuale presidente della Provincia di Napoli. Ma per far valere le proprie ragioni costruttori e professionisti non esitano a rivolgersi a Paolo Berlusconi, il fratello del presidente del Consiglio. Quando si tratta di difendere i propri interessi, i funzionari non mostrano remore. Il 30 luglio 2008 Fabio De Santis, delegato alla gestione Grandi Eventi, ‘sollecita il collega Raniero Fabrizi di attivarsi per bloccare una norma, in fase di approvazione, che restringe la possibilità per i pubblici dipendenti di avere emolumenti per collaudi e arbitrati su opere pubbliche. Gli spiega di aver già interessato l’architetto Giovanni Facchini affinché riporti le loro lagnanze a Paolo Berlusconi e aggiunge che ha intenzione di attivare anche due parlamentari con cui è in rapporti, il senatore Guido Viceconte e l’onorevole Mario Pepe’. Facchini è uno dei professionisti che lavorano a La Maddalena in vista del G8. Il primo agosto ‘l’architetto Marco Casamonti riporta al collega Stefano Boeri i contenuti di un colloquio con il funzionario Mauro Della Giovampaola. E riferisce: ‘Mi ha detto guarda Marco tu sei venuto qui portato dall’impresa... noi abbiamo questo albergo fatto da questi Facchini che sono dei cani... però non li possiamo mandare via perché son quelli di Berlusconi. Uno lavora per Berlusconi, uno per il Vaticano. L’unico problema è che se noi diamo retta a questi noi qui non finiamo e siccome poi il culo ce lo rimette Bertolaso e Balducci abbiamo chiesto a Giafi di intervenire... quindi voi fate i progetti ma state sotto tono’. Il 3 settembre è Paolo Berlusconi a contattare Angelo Balducci. Paolo Berlusconi: ‘Paolo Berlusconi, ciao...’. Balducci: ‘Ehi! ciao Paolo, come stai?’. Paolo Berlusconi: ‘Ti sento occupato, vuoi che ti richiamo più tardi?’. Balducci: ‘No, ma che scherzi? ci mancherebbe... Paolo Berlusconi: ‘Senti, io sono a Roma... domani riusciamo a vederci cinque minuti?’. Balducci: ‘Guarda... io domani mattina vado a Napoli e c’è il presidente... però torno nel pomeriggio... anzi, tra l’altro torno insieme a lui... tu ti fermi anche domani, oppure...’. Paolo Berlusconi: ‘Io parto la sera ho l’aereo alle otto...’. Balducci: ‘Ah, guarda Paolo, facciamo così... io, se non ti dispiace, domani quando so esattamente l'ora del rientro, quindi... io lo saprò intorno a mezzogiorno... ti chiamo... e poi ti raggiungo da qualche parte...’. Paolo Berlusconi: ‘Ok? grazie!’. La lettura delle intercettazioni conferma l’aiuto di Denis Verdini al suo amico Riccardo Fusi. Il 16 settembre 2009 lo chiama ‘e gli passa al telefono Vito Riggio, l’attuale presidente dell’Enac’. Riggio: ‘Vediamoci... io dunque... se per caso siete a tiro magari nel pomeriggio che la mattina c’ho un po’ di casino’. Fusi: ‘Va bene, a che ora?’. Riggio: ‘Diciamo dopo le 5... ci possiamo vedere anche in centro, 5 e mezza al Caffè Farnese’. Fusi: ‘D’accordo’. Annotano gli investigatori: ‘Dopo circa 20 minuti l’onorevole Verdini richiama Fusi per dirgli che con Riggio ha parlato molto chiaro, facendo riferimento alle sue sollecitazioni per far ottenere al Fusi qualche appalto’. Fusi: ‘C’è possibilità?’. Verdini: ‘Non di quelle lì perché... insomma... quelle due cose sono state fatte... però c’è tante altre... non quelle cose...’. Fusi: ‘Va bene...’. Verdini: ‘Però mi ha detto che si mette a disposizione... ti spiega... per grandi progetti per il futuro... per cui...’. Fusi: ‘Domani alle 17.30...’. Verdini: ‘Perfetto, ciao’. Il 12 maggio 2009 lo stesso Fusi è a Roma. Parla al telefono con diversi interlocutori e si capisce che si sta occupando della costituzione di un consorzio di imprese a L’Aquila. Annotano gli investigatori: ‘Alle 17.17 chiama una sua amica, Eva Viti e, attivando una cella di via del Corso, le riferisce di essere a Palazzo Chigi in attesa di essere ricevuto dal sottosegretario Gianni Letta: ‘Ora sono a Roma... perché sono qui a Palazzo Chigi... sono da Letta qui... capito?... e quindi... sono in sala d’attesa... e niente... non so che ora farò qui quando esco’. Alle 18.49 lo chiama il geometra Liborio Fracassi ‘per riportargli la viva soddisfazione degli amici aquilani facendo evidentemente riferimento all’esito dell’incontro a Palazzo Chigi che si è appena concluso: ‘Ho sentito gli altri amici, sono tutti contenti, soddisfatti’. A metà settembre 2008 l’imprenditore Diego Anemone contatta Giancarlo Leone, alto funzionario della Rai, il quale ‘è in amicizia anche con Angelo Balducci’. I tre devono vedersi a una cena e ‘l’argomento che Balducci intende affrontare con Leone riguarda l’inserimento del figlio Lorenzo nel cast della produzione Rai di cui ha già parlato Anemone. Infatti quest’ultimo lascia intendere che è al corrente che il regista ha effettuato dei provini sta per effettuare le sue scelte’. Ci sono diversi incontri, anche perché Anemone si sta occupando della ristrutturazione della casa di Leone. E a novembre si ha la conferma che il giovane è stato preso, ma Anemone chiama Leone ‘e gli rappresenta il pericolo che Lorenzo Balducci, per il fatto che si è tagliato troppo i capelli, venga escluso dal cast della produzione della fiction Rai ove peraltro è stato inserito a seguito dell’appoggio fornito dallo stesso Leone’. Anemone: ‘Quel ragazzo lì no... c’ha avuto un problemino che c’ha una situazione in corso e s’è rasato... e domani c’è un ulteriore ... diciamo incontro’. Leone: ‘... no, no ma la decisione è presa’. Anemone: ‘Eh ... non c’ha più capelli e non fa niente più... lui era disperato s’è messo a piangere’. Dopo pochi minuti Giancarlo Leone riferisce a Anemone che ‘seppur con qualche difficoltà, è riuscito a far rientrare il problema... allora effettivamente la situazione è pesante... per fortuna ho un rapporto personale di grande stima reciproca Pare che sia successo questo .. che lui ha raccontato ... due filmetti per la Falchi... per la produzione della Falchi... cose che loro erano al corrente ... e gli hanno detto... mi raccomando non alterare la tua condizione perché noi cominciamo a metà novembre ... dice che si è presentato con capelli corti a taglio militare’”. (red)

14. Nelle telefonate Leone, Lotito e cognato di Rutelli

Roma - “‘Tra un po’ devo vedere il cognato di Rutelli’. ‘Lui mi aveva detto che dopo questa buriana ci saremmo visti per quel programma che lui conosce bene’ L’album di famiglia della ‘cricca della Ferratella’ (20 faldoni di atti istruttori, 20 mila pagine di intercettazioni telefoniche) è una Corte dei favori a inviti. Che spesso - riporta Carlo Bonini su LA REPUBBLICA - svela storie penalmente irrilevanti, ma illuminanti nel documentare la forza di attrazione di un sistema di relazioni. Per apprezzare la vertigine, sarebbe sufficiente annotare quanto scrivono i carabinieri del Ros nell’informativa del 15 ottobre 2009, quando scoprono che ‘due cognati importanti’ girano intorno alla figura, non proprio specchiata, dell’imprenditore Diego Anemone: Francesco Piermarini, cognato di Bertolaso e ingegnere nei cantieri del G8 della Maddalena. E Paolo Palombelli, cognato del senatore Francesco Rutelli. Perché? Angelo Balducci e Diego Anemone dei due parlano con un linguaggio carbonaro. B: ‘Tra un po’ devo vedere il cognato Paolo’. A: ‘Lui mi aveva detto che passata questa buriana ci saremmo visti per quel programma che lui conosce bene. Nel frattempo lui ci ha già un discorso in corso’. B: ‘Senti, no, il cognato...’. A. ‘Di F R’. B: ‘E poi c’è quell’altro cognato’. A: ‘Oddio, quanti ce ne sono di cognati?’ B: ‘Guido... il cognato di... Noi lo stiamo utilizzando lì. Lui invece lo vorrebbe spedire laggiù’. ‘Utilizzato lì’; ‘Spedito laggiù’. ‘Programma’. ‘Discorso in corso’. L’allusione è regola dell’esprimersi. Tranne quando c’è da chiedere o da promettere. L’8 maggio del 2008, Carlo Malinconico, allora segretario generale uscente della Presidenza del Consiglio, chiede a Balducci una parola buona che gli garantisca la sopravvivenza politica nella nuova stagione di centro-destra che va a cominciare. Per prudenza, lascia che a chiamare sia un funzionario di Palazzo Chigi, Calogero Mauceri, restando in ascolto accanto alla cornetta. M: ‘Sono qui un attimo con Carlo che aveva piacere di salutarti, ma ci chiedevamo se... Diciamo un po’ da Oltretevere (il Vaticano, ndr) ci fosse un piccolo segnale... Insomma, forse... Non vorrei che poi si pensi.... A parte che andiamo a messa la domenica e ci facciamo pure la comunione (ride). Però non vorrei che qualcuno dicesse che siamo dei comunisti e che mangiamo i bambini...’. B: ‘Come no’. M: ‘Aspetta che ti passo Carlo’. Malinconico: ‘Angelo carissimo, innanzitutto era solo per abbracciarti. Nei prossimi giorni mi auguro abbiamo occasione anche magari brevemente di fare il punto della situazione. Pensaci un attimo, perché siccome ci sono buoni propositi... Tutto sommato una spintarella...’. Balducci promette di occuparsi del Segretario generale che esce, ma cura con attenzione quello che entra. Manlio Strano. L’uomo diventa cruciale quando la Procura di Roma sequestra gli impianti del ‘Salaria sport Village’ di Anemone (il centro massaggi di Bertolaso). È il 25 giugno del 2009 e ‘la cricca’ aspetta l’ordinanza libera-tutti del Consiglio dei ministri, la cosiddetta salva-piscine e condona-abusi. Balducci chiede e ottiene da Strano un appuntamento e insiste sui tempi della firma. Così: B: ‘Se ovviamente è una cosa che puoi dirmi, pensi che domani la cosa del nuoto potrebbe andare alla firma del Consiglio?’. S: ‘Sai le ordinanze non passano in Consiglio. Vengono portate qui e firmate. Ma non in Consiglio’. B: ‘Ah ho capito, perché dovrebbe... Siccome sapevo che era pronta’. S: ‘Sicuramente allora domani mattina gliela fanno firmare a Berlusconi. Vigilerò al riguardo. Va bene?’. Il giorno successivo, per Balducci (in conto Anemone, visto che il ‘Salaria sporting’ è suo), si scomoda il capo dell’ufficio legislativo della Protezione civile, l’avvocato Giacomo Aiello. Con un sintetico sms: ‘Opc firmata. Giacomo’. La ‘cricca’ esulta e nel comunicarlo ai suoi amici in Comune, svela che anche nell’Aula Giulio Cesare c’era il partito del condono. Il consigliere Antonello Aurigemma parla con Anemone. ‘Il provvedimento l’hanno modificato proprio per non far intervenire il Comune. Ne ha preso atto il sindaco, perché l’ordinanza fatta la settimana scorsa non andava bene. Perché lui non voleva prendere nessun provvedimento in merito. E così l’hanno modificata’. Nella gelatina del Sistema galleggiano - lo sappiamo dall’ordinanza - i consiglieri della Corte dei Conti Antonello Colosimo e Mario Sancetta. Ma anche - si legge ora negli allegati - l’avvocato generale Giancarlo Mandò, cui Balducci chiede lumi su una ‘pratica di interesse’ e il presidente del Tar Lazio, Pasquale De Lise. Per venire a capo della rogna del ricorso di Italia Nostra, che chiede di sospendere l’ordinanza salva-piscine e appalti per il Mondiali di nuoto 2009, Balducci pensa bene infatti di coinvolgere come avvocato Patrizio Leozappa, il genero di De Lise. ‘Ti chiederei di essere in supporto’, gli dice. Dagli atti non si capisce se Leozappa abbia mai ricevuto un incarico formale. È un fatto che, il 27 agosto 2009, Italia Nostra perda il suo ricorso. Ed è un fatto che De Lise ai primi di settembre chieda un incontro con Balducci. ‘Ti devo mostrare una carta’, gli dice. Non c’è problema che non possa essere risolto. Porta che non possa essere aperta. Balducci, che ha una moglie produttrice cinematografica e un figlio attore, coltiva un rapporto di amicizia con Gaetano Blandini, direttore cinema del ministero dei Beni culturali. Quando un’inchiesta dell’Espresso comincia a frugare sul lato debole di Balducci (i rapporti societari della moglie con la consorte di Anemone e i film in cui ha lavorato il figlio), Blandini, con un sms, lo rassicura: ‘Male non fare. Paura non avere. Trattasi di spazzatura estiva’. Già, Balducci non ha di che preoccuparsi. Lorenzo, il figlio, non rimarrà disoccupato. Ha lavorato in ‘Distretto di polizia’ e fa parte della scuderia Falchi. Con Anna, passata al ruolo di produttrice, ha realizzato due film, il mediocre ‘Ce n’è per tutti’ e ‘Due vite per caso’. Entrambi hanno ottenuto finanziamenti pubblici, da parte del ministero dei Beni culturali. Anemone, la sera del 5 novembre 2008 chiama Giancarlo Leone, vicedirettore della Rai, presidente di Rai Fiction. Lo chiama ‘quel piccolino’. Anna Falchi lo vuole cacciare dalla nuova fiction della televisione pubblica (‘dove è entrato grazie all’intervento dello stesso Leone’, scrivono i carabinieri) perché il ragazzo si è rasato i capelli a zero. Leone risolve il problema. E Anemone, naturalmente, risolve a Leone i problemi della ristrutturazione di casa. Naturalmente, accade anche che al povero Vincenzo Mollica del Tg1 venga chiesta una bella intervista a Lorenzo Balducci. Nella ‘cricca’, del resto, c’è un posto al sole per tutti. Persino per un tipo come Simone Rossetti. Quello che apparecchia il set per l’incontro di Monica e Bertolaso al Salaria Sport Village. Che risolve il problema di qualche ‘stellina di qualità’ con cui rendere dolci le notti veneziane al Gritti e individua nel ‘Fenix’, un 3 stelle in viale Gorizia, lo scannatoio per gli appassionati della ‘Ferratella’. Il 26 settembre Rossetti avverte Anemone di un incontro ‘importante’: ‘Sto andando a Formello perché mi vuole incontrare il presidente Lotito (Lazio calcio ndr.)’. ‘A te?’. ‘Poi ti spiego. Comunque porta soldi a noi’. ‘Attento perché quello è un figlio di una mignotta’”. (red)

15. Appalti, spunta la “cricca di Veltroni”

Roma - “‘Sta uscendo di tutto da Firenze - scrive Gian Marco Chiocci su IL GIORNALE - ma le intercettazioni su esponenti del centrosinistra, quelle no, fino a ieri non riuscivano a vedere la luce. A fatica le abbiamo scovate e dopo la ‘cricca’ della Protezione civile, abbiamo scovato una ‘cricca di Veltroni’. L’espressione utilizzata dal gip per l’affaire Bertolaso (‘cricca’ appunto) per descrivere le presunte malefatte dei protagonisti di quel ‘sistema gelatinoso’ che tutto avrebbe corrotto e inquinato, si rifà a una serie di intercettazioni sbobinate proprio all’inizio della mastodontica inchiesta che, almeno ai suoi esordi, sembrava dovesse portare al cuore del centrosinistra toscano e nazionale. Di ‘cricca’ si parla ripetutamente nell’informativa del Ros del 13 gennaio 2008 che prende di mira la gara d’appalto per la realizzazione dell’Auditorium di Firenze che ad ottobre del 2007 viene inserito nel pacchetto delle opere da realizzarsi in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. ‘Facendo così avviare – premette il Ros – la procedura d’appalto attraverso cui si sceglierà in un sol colpo il progettista che firmerà l’intervento e l’azienda costruttrice che dovrà realizzarlo’. Dalle intercettazioni sulle utenze di alcuni indagati, in contatto con architetti, imprenditori, progettisti, componenti della commissione d’appalto, politici tipo Gianni Biagi, già assessore all’urbanistica, emerge uno spaccato di giochi di potere e colpi bassi interno al Pd. La sera del 21 dicembre, ad esempio, Vincenzo Di Nardo (personaggio cardine dell’inchiesta Bertolaso) e Stefano Tossani della coop Unica ‘si scambiano battute circa le partecipanti alla gara. In particolare – continua l’informativa – Di Nardo riporta delle considerazioni asseritamente apprese da Fabrizio Bartaloni riferite a un presunto scontro fra Consorte Giovanni, a cui è riferita la coop Cesi, e Campaini della Unincoop di Firenze: ‘Ciao Stefano, scusami, ti volevo dire… eh ho visto Fabrizio, com’è là? Cioè… lui dice… attacca per forza l’Etruria (il Consorzio Etruria, ndr) perché la Cesi è la cooperativa di Consorte (…). Bisogna attaccare perché è una resa dei conti fra Consorte e Campaini’. Di Nardo si dà un gran da fare con la sua Bpt. Cerca appoggi a Firenze, e soprattutto a Roma attraverso un altro protagonista dell’inchiesta-madre, Piscicelli. Sollecita interventi ma vuole restare nell’ombra. È preoccupato per l’appalto. Alla vigilia di Natale viene rassicurato sul progetto e sulla posizione che terrà il Comune di Firenze, tanto che chiama l’assessore Gianni Biagi per raccomandargli allusivamente il suo progetto. ‘Buon Natale, ciao caro, e che Gesù Bambino ti illumini… ‘. Di lì a poco Biagi finirà intercettato mentre parla al telefono di Talocchini (componente della commissione d’appalto) insieme all’ingegnere Angelo Balducci, in quel momento ancora sconosciuto all’opinione pubblica. Quando si è ormai prossimi all’apertura delle offerte economiche, Di Nardo ottiene rassicurazioni dall’assessore Biagi: ‘Il progetto è buono, è fra i migliori tre’. Non è il migliore. Di Nardo perde Firenze e perde pure Venezia. È un attimo. Sbotta al cellulare: ‘Questo è un appalto banditesco… a Venezia è stato uguale, lo stesso film. Punto e basta… c’è un sottobosco romano che è fatto di gente che bazzica i ministeri (…). Qualcosa non torna! Perché quando uno si dà 55 a uno e 28 a noi, non torna nulla (…). Questa è scuola romana, ’sti romani vanno forte… Quello che decideva il bando è Balducci, che è l’ex provveditore alle opere pubbliche di Roma, l’uomo di Rutelli al ministero’. Pure l’architetto Casamonti, autore del progetto arrivato secondo, parlando con Di Nardo ‘esterna anch’egli il sospetto che a monte – annota il Ros – negli ambienti romani, fossero maturati accordi per orientare l’aggiudicazione’. Testuale dalla voce di Di Nardo: ‘Io so com’è andata, sono stati tutti pilotati’. Casamonti rilancia: ‘Eh certo! È Veltroni, quell’architetto è di Veltroni, Desideri, l’impresa è di Veltroni e il sindaco Domenici ha preso gli ordini da Veltroni, è una vergogna, ma che ci vuoi fare?’. (…) Di Nardo: ‘L’errore è stato pensare alla città di Firenze, non a Roma e ai corrotti’. (…) S’intromette Casamonti: ‘… E questi della commissione erano imbarazzati, non sapevano come fare. Veltroni ha chiamato Domenici, Domenici Biagi e Biagi (…) e poi hanno avuto il massimo dei voti su tutto! Ma dài!’. Di Nardo è un fiume in piena, lancia accuse pesanti – ovviamente tutte da verificare – che il Ros trascrive parola dopo parola: ‘Senti Marco (Casamonti, ndr). Primo, sono dei banditi. Secondo, sono più bravi. Perché vedi, io ho scelto Arata Isozaki (fra i più celebrati architetti mondiali, ndr) e loro hanno scelto l’architetto di Veltroni, e questa è un’altra cosa. Che cazzo vuol dire Isozaki? Nulla in questo mondo qui… ‘. Non si dà pace, Di Nardo. Con chiunque parli ripete sempre il medesimo ritornello aggiungendo, ogni volta, particolari agghiaccianti. I carabinieri lo intercettano anche mentre si confida segretamente con un’amica: ‘Sai… abbiamo consumato questa grande opportunità di fare un teatro comunale a Firenze… ma l’ha gestita tutta la cricca di Veltroni… la banda di romani (…). Sono preoccupato per l’era Veltroni. Hanno preso Firenze, Venezia, il palazzo del cinema…’”. (red)

16. Come si difende un quartiere

Roma - “Lo scontro interetnico di via Padova a Milano - osserva Angelo Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - ha portato nuove sofferenze a due categorie di persone, del tutto incolpevoli: i vecchi abitanti della zona e gli immigrati che vorrebbero lavorare in pace. Gli italiani di via Padova, esasperati, e impossibilitati ad andarsene (anche, probabilmente, in molti casi, a causa del deprezzamento subito dai loro alloggi), denunciano le condizioni di degrado e la mancanza di sicurezza. Ma anche gli immigrati che lavorano hanno la loro pesante dose di disagi. Non sono, presumibilmente, leghisti quegli immigrati che a Gianni Santucci (sul Corriere di ieri) dicevano: ‘A distruggere le vetrine c’erano troppe facce che vedo in giro a non far niente tutto il giorno’ oppure ‘Devono prenderli e mandarli a casa’. Ci sono in gioco due questioni, difficili da gestire. La prima riguarda la clandestinità, la sua frequente connessione con attività criminali, nonché il ruolo di primo piano che i clandestini svolgono sempre nelle rivolte urbane. La seconda riguarda la formazione di ghetti multietnici all’ interno delle città. Come ha scritto Isabella Bossi Fedrigotti, sempre sul Corriere di ieri, ciò che è successo in via Padova può accadere in altri quartieri di Milano e in tante altre città. Combattere l’immigrazione clandestina è difficilissimo. Ma lo è ancora di più se tanti operatori, religiosi e settori di opinione pubblica mostrano un’indulgenza che sfiora la complicità verso il fenomeno. Come è fin qui accaduto. Che senso ha, in nome di una sciatta e del tutto ideologica ‘difesa degli ultimi’, disinteressarsi delle gravissime conseguenze che la clandestinità porta con sé e che sono destinate a pesare sia sugli italiani che sugli immigrati regolari? Le probabilità di scontri etnici, quanto meno- prosegue Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - diminuiscono se la clandestinità viene arginata e i facinorosi allontanati. E migliora, per tutti, la vivibilità dei quartieri. La seconda questione riguarda la formazione di ghetti multietnici. E’ un problema ancora più difficile da risolvere di quello della clandestinità. A causa del fatto che i ghetti si formano quasi sempre in modo spontaneo, seguendo dinamiche che sono proprie del mercato (degli alloggi). Il ministro degli Interni Roberto Maroni, nella sua intervista al Corriere di ieri, ha detto cose responsabili e condivisibili. Ma ha forse sopravvalutato la possibilità di impedire per il futuro eccessi di concentrazioni etniche nelle aree urbane. I ghetti si formano perché l’afflusso di immigrati spinge le persone che temono un deprezzamento eccessivo della loro proprietà a vendere. E quando il deprezzamento è compiuto, il quartiere si riempie di immigrati poveri. E’ difficile bloccare questi processi. In un bel film che circola in questi giorni nelle sale, An education, due allegri mascalzoni sbarcano il lunario prendendo in affitto appartamenti in quartieri di soli bianchi e poi subaffittandoli a famiglie di colore. Le vecchine del quartiere si spaventano, svendono di corsa case e mobilio. E i due mascalzoni arraffano tutto l’arraffabile. Forse, consistenti sostegni economici alle persone che, a causa del flusso immigratorio, vedono deprezzate proprietà ed esercizi commerciali, servirebbero di più che non tentativi di pianificazione nella distribuzione urbana dei vari gruppi etnici. Alleviando il danno, ciò forse - conclude Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - contribuirebbe anche a ridurre il rancore verso gli immigrati”. (red)

17. Via Padova e le buone idee di Maroni

Roma - “‘Abbassare la febbre e non scatenare una guerra civile’. Dopo la notte di violenza tra extracomunitari in via Padova a Milano - scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - mentre una parte del centrodestra e i nove decimi della sinistra battibeccano a vuoto sul fallimento delle politiche di immigrazione, sulle maniere forti da introdurre e addirittura sull’andare ‘a prenderli casa per casa’, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha rilasciato al Corriere della sera un’intervista sensata. Ha espresso una visione non banale del problema dell’integrazione, ha chiarito che ‘non siamo davanti a un campo nomadi abusivo, non serve un’azione di forza’ con ‘i blitz e le camionette’, smorzando anche i toni di certi suoi colleghi di partito. Ma soprattutto ha affermato che è necessario ‘cambiare passo nelle politiche di accoglienza e integrazione’, accantonando sia le fallimentari non politiche del laissez-faire, sia le paure isteriche. Ha chiarito che i clandestini vanno espulsi e che le crisi attuali sono frutto di ‘un modello sociale che non ha voluto gestire un insediamento etnico’. Con realismo, ha proposto di evitare in futuro ‘le concentrazioni etniche in un solo quartiere’. Ha parlato di ‘politiche di ricomposizione’ e suggerito idee su come ‘definire le condizioni per cui un extracomunitario regolare possa integrarsi davvero’. Infatti, ‘oltre al permesso di soggiorno, al lavoro, alla casa ci sono altre condizioni che oggi mancano perché un’integrazione possa dirsi riuscita’. ‘C’è la necessità di un cambio di passo per un modello sociale che non funziona’. Roberto Maroni è un esponente della Lega, non un tecnocrate ma un politico con un’identità netta. Ed è un ministro della Repubblica. Ha trasmesso l’impressione - prosegue IL FOGLIO - che esiste un governo responsabile e con delle buone idee. Il che non è mai poca cosa. Viceversa, non si può non interrogarsi su cosa non abbia funzionato finora a Milano. Via Padova non è la banlieue. Potrebbe essere anche peggio, per la situazione non più sostenibile della sicurezza. Ma non è banlieue: è un’arteria importante che arriva al centro, a pochi isolati dalle vie commerciali più ricche d’Europa. Possibile che sia da anni abbandonata a se stessa? Ieri, proprio lì, il Pdl ha organizzato una fiaccolata per dar voce ai cittadini ‘che si sentono ostaggi degli immigrati’, chiedendo legalità e protezione. Pur evitando demagogie e furbizie bersaniane o lerneriane – dopotutto nella regione di Rosarno governa la sinistra – andrebbe però ricordato al centrodestra che sono i suoi esponenti a governare ininterrottamente Milano da tre giunte e mezzo (il primo sindaco post mani pulite era leghista). Ma i ‘ghisa’, in via Padova, dove sono? Chiunque vi si infili, dalla centralissima piazzale Loreto, avverte immediatamente di essere entrato in una zona off-limits. Piuttosto che fiaccolate, servirebbe una riflessione su che cosa abbia davvero fatto un quasi ventennio di centrodestra per la messa in sicurezza di Milano e per evitare che ‘una zona della città diventi estranea a chi ci vive’, come ha detto con una buona immagine Maroni. Le parole del ministro dell’Interno mostrano un profilo differente. Spesso si è sospettata la Lega di parlare un doppio linguaggio. Maroni dà mostra, e ne ha dato finora prova con la gestione dell’immigrazione clandestina, dei centri d’accoglienza, dei contenziosi con l’Ue, di saper combinare una visione identitaria non sbracata con un responsabile pragmatismo. Cosa che, ad esempio per la nuova consulta sull’islam da lui promossa, anche alcuni esponenti del centrosinistra cominciano a riconoscergli. Magari storcendo il naso, ma ammettendo che certe leggerezze dei governi di sinistra del passato erano errori. Un passo avanti - conclude IL FOGLIO - di cui la destra di governo a Milano dovrebbe prendere atto”. (red)

18. L’agenda di Fini: uninominale e partiti leggeri

Roma - “Gianfranco Fini - riporta il CORRIERE DELLA SERA - sceglie un incontro con gli studenti della Luiss, l’università di Confindustria, per dichiarare la sua preferenza per una legge elettorale fondata sul collegio uninominale. Un ragionamento, il suo, che si collega all’evoluzione del sistema politico non più fondato su partiti pesanti e bisognosi per questo di fondi per pagare burocrazia e nomenclatura, ma ‘partiti leggeri non molto dissimili da un comitato elettorale, con strutture ridotte all’osso e dove ci si impegna per passione e non per interesse’. Un ragionamento, quello sul sistema elettorale, che però non convince il ministro per l’attuazione del programma, Gianfranco Rotondi: ‘Mi spiace contraddire il presidente Fini, ma i collegi uninominali sono l’inizio della corruzione della democrazia italiana, fosse per me tornerei alle preferenze’. L’analisi del presidente della Camera - al quale oggi il quotidiano il Riformista consegnerà il premio come ‘miglior politico dell’anno 2009’ - muove dal presupposto che l’attuale sistema - il ministro leghista Roberto Calderoli lo definì all’indomani della sua approvazione una ‘porcata’ - non gli piace. ‘Non difendo la legge che c’è - argomenta -. Oggi pochi signori si chiudono in una stanza e decidono gli eletti: non è certo il trionfo della partecipazione’. Ed ecco il passaggio con il quale auspica un ripensamento: ‘Se dipendesse solo da me io tornerei al periodo, breve, in cui non c’erano circoscrizioni grandi come Regioni, ma collegi di 80-100mila elettori. In quei collegi il cittadino sceglieva sia per famiglia politica sia perla personalità del candidato’. Nostalgia del collegio uninominale? ‘Non lo so - replica Fini - ma potrebbe essere una soluzione’. Certo - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - l’idea di un ritorno alla preferenza non lo convince affatto. ‘Per anni - ricorda ci sono stati in Parlamento signori, portatori di un sacco di preferenze, che, diciamo con un eufemismo, dovevano tutelare interessi equivoci al punto che non si capiva da chi fossero stati eletti, dato che non erano certi emuli di De Gasperi, Berlinguer o Nenni’. E anche la questione delle incompatibilità, tema sul quale il Corriere ha più volte richiamato i politici, va affrontata, dice Fini, con serietà perché ‘sta superando il livello di decenza: fare il sindaco, il consigliere, il presidente della Provincia e insieme essere parlamentare significa abusare della fiducia dei cittadini. Già è difficile fare una cosa per bene figuriamoci due, tre, quattro... Gli italiani non hanno l’anello al naso. Ognuno cominci da se stesso perché altrimenti ne va della credibilità della politica’. Questa opinione di Fini suscita reazioni contrastanti nella maggioranza. Sandro Bondi, ministro e triumviro del Pdl, gli dà ragione: ‘Oggi sono più numerosi che in passato coloro che vivono di politica. I partiti devono ridiventare scuole di educazione politica e morale per la formazione di una nuova classe dirigente competente e onesta. Ecco perché occorre fare rispettare le incompatibilità e ricondurre le indennità a livelli accettabili e coerenti con le responsabilità svolte’. Diverso, anzi opposto, l’avviso di Roberto Castelli, viceministro per le Infrastrutture e candidato sindaco al Comune di Lecco. ‘Fini - obietta - ha una concezione artigianale dell’amministrazione. Se ci sono voglia di lavorare e capacità i doppi incarichi sono possibili’. In ogni caso per Fini occorre evitare di mettere in lista persone condannate: ‘Non può esserci una legge che contenga un tale obbligo, è solo una questione di opportunità che deve guidare chi gli elenchi li redige’”. (red)

19. Di Pietro candida il pm che indagò Fitto

Roma - “Il sostituto procuratore di Bari Lorenzo Nicastro, 54 anni, sarà il capolista dell’Italia dei Valori in Puglia. Ha lasciato nei giorni scorsi l’incarico - scrive Gianna Fregonara sul CORRIERE DELLA SERA - ottenendo l’aspettativa dal Csm ed è stato presentato ieri da Di Pietro e De Magistris: negli anni scorsi è stato titolare con due colleghi delle inchieste in cui è coinvolto il ministro per i rapporti con le regioni e uomo forte del Pdl, il pugliese Raffaele Fitto. Ce ne è abbastanza per una polemica infuocata, nella quale interviene anche l’Anm attraverso il presidente Luca Palamara: ‘Il diritto all’elettorato passivo non può essere negato ai magistrati. Tuttavia non sono opportune candidature nei luoghi in cui il magistrato ha esercitato la giurisdizione o è stato titolare di delicate indagini’. ‘Qualcuno dirà troppi magistrati - aveva infatti messo le mani avanti Antonio Di Pietro -. Meglio qualche magistrato in più e qualche delinquente in meno nelle istituzioni: c’è un momento in cui, quando il Paese va rotoli, ci deve essere una squadra che si assuma la responsabilità di riparare i guasti e di riprendere in mano le redini della buona amministrazione’. Si arrabbia, e molto, il ministro dei rapporti con le Regioni Raffaele Fitto, fino al 2005 presidente della Regione: ‘Il pm Lorenzo Nicastro ha indagato su di me per nove anni e sostenuto le accuse nei miei confronti fino a qualche attimo fa. Ora si candida con l’Italia dei valori. Questo rende evidente una barbara commistione tra politica e giustizia. È abnorme e scandaloso che il sospetto di un uso direttamente politico dell’azione giudiziaria divenga oggi assoluta certezza. È mostruoso oltre che vergognoso’. Gli risponde De Magistris: ‘Le dichiarazioni del ministro Fitto sembrano tratte da un romanzo di fantascienza, dove la realtà è fantasiosamente stravolta. Sarebbe mostruoso candidare un magistrato come Lorenzo Nicastro che ha cercato di far luce sui rapporti fra politica e affari’. Ma sulla candidatura del magistrato in Puglia - prosegue Fregonara sul CORRIERE DELLA SERA - i dubbi li ha anche l’altra candidata presidente, Adriana Pol Bortone: non sulla figura del magistrato ma sulla necessità di una ‘moratoria’ tra le dimissioni e la candidatura. ‘Dovrebbero dimettersi almeno un anno prima’, suggerisce. Mentre il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri è molto più duro nel protestare: ‘Di fronte all’intreccio tra toghe e partiti, le massime istituzioni non hanno nulla da dire? Le magistrature per prime devono condannare un evento che reca danno alla reputazione delle istituzioni. Lo schema ‘prima ti indago, poi mi candido contro di te’ porta la giustizia nella tomba’. L’annuncio della candidatura del pm barese scopre anche un altro fronte, interno al centrosinistra, e cioè il giudizio sulla giunta Vendola, di cui furono indagati alcuni assessori. ‘Vendola è stato raggirato’, ha spiegato Di Pietro che sostiene il presidente uscente: ‘In Puglia una legislatura di centrosinistra è stata resa opaca da comportamenti poco corretti e poco trasparenti ma non è una buona ragione per affidare il governo a chi toglie ai poveri e da ai furbi, dove regna sovrano l’affarismo, il familismo, il nepotismo’. Immediata la reazione del Pdl pugliese che si domanda: ‘Di Pietro oggi ha detto che Vendola è un incapace e che aveva in giunta dei delinquenti?’”. (red)

20. Export mai così male da 40 anni

Roma - “La crisi - scrive Luca Iezzi su LA REPUBBLICA - non ha risparmiato le imprese esportatrici. Il 2009 sarà ricordato come l’anno nero del made in Italy: -20,7 per cento, il dato peggiore dal 1970. La bilancia commerciale si salva in parte grazie ad un calo delle importazioni del 22 per cento, il dato più basso mai rilevato. Il deficit degli scambi con l’estero si è così ridotto passando da 11,5 miliardi del 2008 a 4,1 miliardi di euro. Guardando alle aree geografiche, particolarmente accentuato è il ribasso dei flussi commerciali verso i Paesi dell’Unione Europea: -22,5 per cento, il risultato peggiore dal 1993, cioè da quando sono disponibili i dati. La caduta ha scosso anche il saldo commerciale del Vecchio Continente, che dà positivo, +9.942 milioni del 2008 è diventato negativo, -1.791 milioni di euro. Le diminuzioni più rilevanti hanno riguardato l’export verso Spagna (-31 per cento), Regno Unito (-22,6 per cento) e Grecia (-21,4 per cento). Ma anche Austria (-20,8 per cento), Belgio (-18,1 per cento) e Francia (-18,0 per cento). La crescita è altrove, il confronto import-export con i paesi extra Ue è positivo, ma di soli 136 milioni di euro, a dimostrazione che i prodotti italiani risentono delle posizioni meno solide che hanno conquistato in Asia e in America Latina. Per questo le imprese italiane stanno beneficiando solo in minima parte del rimbalzo in corso del commercio internazionale trainato dalla Cina di cui godono già paesi europei come la Germania. Nel dettaglio a pesare di più sul tonfo dell’export sono i cali che hanno interessato i prodotti petroliferi raffinati i metalli di base e prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti); mezzi di trasporto, soprattutto autoveicoli; abbigliamento, pelli, accessori e prodotti tessili. La debacle - prosegue Iezzi su LA REPUBBLICA - è generalizzata: si salvano solo articoli farmaceutici, chimico-medicali e botanici. La speranza, espressa anche dal viceministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso, è quella che il 2009 si possa già consegnare alla storia come l’anno peggiore della crisi ‘L’export dovrebbe aver toccato il fondo - ha dichiarato Urso - abbiamo la convinzione che il 2010 sarà l’anno della svolta’. Qualche speranza arriva dall’andamento degli ultimi due mesi dell’anno: a novembre e dicembre le esportazioni hanno registrato un dato destagionalizzato positivo rispetto al mese precedente: rispettivamente +2,4 per cento e +4,4 per cento. E sempre nell’ultimo mese dell’anno scorso, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, i flussi commerciali verso i Pesi dell’Ue sono tornati ad avere il segno più davanti dopo 14 mesi, da settembre del 2008, di risultati negativi. Non sono altrettanto ottimisti i sindacati che prendono di mira la mancanza di politiche del governo. Per il segretario della Cgil Guglielmo Epifani: ‘I dati sono la vera spiegazione del perché l’Italia, che non ha avuto problemi con il proprio sistema bancario e finanziario, paga molto la crisi. Questo implicherebbe il bisogno di avere una politica industriale che riguarda le imprese manifatturiere e una parte dei servizi. Lasciare andare le cose così, con una crisi come questa, non funziona questa volta’. ‘Le imprese italiane vanno sostenute adesso più che mai con una forte politica di investimenti da parte di governo e Regioni, sia per quanto riguarda la ricerca che per quanto attiene l’innovazione tecnologica’ è il commento della Cisl, per la Uil ‘servono aiuti, investimenti, risparmi fiscali nei confronti del settore produttivo, dei lavoratori e dei pensionati’”. (red)

21. Dal commercio estero molto fumo ma poco arrosto

Roma - “Saranno 55 fino al termine di marzo - scrive IL FOGLIO - gli appuntamenti da brivido per i paesi che fanno parte del cosiddetto Club Med. Dalla Spagna al Portogallo, passando ovviamente dalla Grecia – ma del Club fa pure parte l’Italia – nei prossimi 45 giorni si concentreranno per lo più dati di consuntivo 2009 di vari indici: dai consumi alla produzione industriale fino alla bilancia commerciale. E poiché le variazioni percentuali non potranno non essere negative, vista la crisi finanziaria e poi economica, il rischio è che il sentiment dei mercati sia ancor più influenzato da numeri pessimi. Un effetto da tempo paventato ad esempio dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che di recente si sta concentrando sui rilievi alla concezione statistica, ritenuta obsoleta, del prodotto interno lordo. Ma ieri non è stato il giorno del pil. I dati Istat sulla bilancia commerciale non lasciano spazio a dubbi interpretativi: l’anno scorso le esportazioni italiane sono crollate del 20,7 per cento, e le importazioni del 22 per cento, rispetto al 2008. L’Istituto nazionale di statistica ha anche osservato che si tratta delle peggiori cifre sui flussi commerciali dal 1970, ovvero da quando esistono le serie storiche. ‘Ma non soltanto i giornali italiani dovrebbero titolare in questo modo, considerato che l’arretramento degli scambi è mondiale e che analoghe performance caratterizzano le principali economie’, dice al Foglio Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison. Gli effetti della recessione sulla bilancia commerciale hanno comunque prodotto pure un deficit più sottile (da 11,5 miliardi di euro a 4,1 miliardi di euro) e il meno 20 per cento dell’export è in linea con altri stati, come Germania (meno 19,4 per cento) e Francia (meno 22,2 per cento), nota il viceministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso. Ma non tutti gli osservatori - prosegue IL FOGLIO - condividono i timori sugli effetti psicologici dirompenti per mercati e operatori: ‘Le aspettative attuali di fatto incorporano già i dati di consuntivo 2009 – dice al Foglio Fedele De Novellis, macroeconomista del Ref (Ricerche per l’economia e la finanza) – piuttosto le attenzioni si concentrano sui dati degli ultimi mesi dell’anno. E nel complesso gli spiragli di ripresa impliciti negli indici qualitativi in Europa non sono confermati al momento dagli indici quantitativi’. Sulle ultime percentuali della bilancia commerciale le opinioni divergono. Da ambienti governativi si nota che nell’ultimo trimestre del 2009 c’è stato un segno positivo verso i mercati extraeuropei e a dicembre 2009 si è registrato un incremento delle esportazioni anche verso i paesi dell’Unione: più 1,4 per cento, dopo 14 mesi di variazioni tendenziali negative. Una tendenza non ancora del tutto sufficiente per poter parlare a tutti gli effetti di solida ripresa: ‘Con una ripartenza meno marcata del previsto ne risentirà anche la capacità delle finanze pubbliche di conservare l’attuale situazione’, aggiunge De Novellis. La picchiata secca del commercio estero, nota l’economista Giuseppe Pennisi, è un segnale preoccupante per i principali paesi europei, che proprio sulle esportazioni hanno basato la loro crescita. Se per Pennisi occorre comunque trovare un volano interno, come i consumi attraverso una riduzione fiscale sugli oneri sociali, o come investimenti di lungo periodo, non solo pubblici ma privati, per Fortis la chiave di volta è nelle mani dell’Europa: ‘I paesi europei lancino un grande e credibile programma di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali’. Un programma che sia per Fortis sia per Alberto Quadrio Curzio - conclude IL FOGLIO - potrebbe essere finanziato con un progetto di indebitamento che valorizzi come collaterale le riserve auree di cui i maggiori paesi europei dispongono”. (red)

22. Grecia e Spagna sospettano complotti

Roma - “Spagna, Portogallo e Grecia - scrive IL FOGLIO a pagina 1 - hanno trovato un capro espiatorio comune per la crisi del debito: hedge fund, trader e banchieri stanno manovrando per guadagnare miliardi di euro alle spalle delle loro fragili finanze. La colpa della crisi non è dei trucchi contabili, delle previsioni sbagliate, dei deficit a doppia cifra o dei debiti insostenibili: i cattivi sono i soliti ‘speculatori’, aiutati dalla perfida stampa anglosassone, che da giorni amplifica i timori dei mercati, dei risparmiatori e delle classi dirigenti sulla possibilità di un loro fallimento. Ieri il País ha rivelato che i servizi segreti spagnoli stanno indagando sul ruolo della stampa britannica e americana negli ‘attacchi speculativi’, dopo che José Luis Rodríguez Zapatero ha accennato a un complotto concertato. Nei giorni scorsi, il premier portoghese, José Sócrates, ha detto che i mercati devono ‘smettere di speculare’ contro il suo paese, perché ‘non è la Grecia’. Il primo ministro greco, George Papandreou, se l’è presa con l’Unione europea che, nel vertice informale di giovedì, non ha lanciato una guerra contro il ‘sentimento e la psicologia dei mercati’. I movimenti attorno ai credit default swap – le assicurazioni contro il fallimento di un paese, usate per misurare il rischio di insolvenza di un debito sovrano – hanno alimentato le teorie del complotto. I costi per assicurarsi contro il default di Spagna, Portogallo e Grecia sono aumentati nell’ultimo mese. ‘Certo, ci sono speculatori: that’s life’, ha detto al Guardian il direttore di una banca di investimenti, ma ‘i credit default swap sono buoni indicatori’ dello stato del debito. Per la maggior parte degli analisti come per la Germania, il trio è vittima di se stesso. La teoria del complotto - prosegue IL FOGLIO - è una ‘caccia alle streghe di memoria maccartiana’, spiega una nota della banca svizzera Ubs: ‘La Spagna semmai è vittima dell’ingresso in un’unione monetaria inappropriata e di uno schema Ponzi sul mercato immobiliare’. Nonostante la richiesta esplicita della Commissione e della Banca centrale europea, all’Eurogruppo di ieri, Atene ha rifiutato di adottare misure di risanamento supplementari. ‘Stiamo facendo abbastanza’, ha detto il ministro delle Finanze, George Papaconstantinou. ‘Se le annunciassimo, fermerei gli attacchi speculativi contro la Grecia? Non rischierei invece di mandare un ulteriore messaggio di sfiducia?’. Ieri l’euro ha risposto sfiduciando ancora la Grecia ed è tornato sotto la soglia di 1,36 sul dollaro. Ma all’Ecofin di oggi è improbabile una soluzione nella battaglia del do ut des europeo: senza altri tagli immediati di bilancio – riduzione degli stipendi pubblici, aumento dell’Iva e più tasse su prodotti di lusso e energia – la Germania non darà il via libera al piano di salvataggio di cui la Grecia potrebbe avere presto bisogno”, conclude IL FOGLIO. 

 “Nella frenesia di trovare un capro espiatorio per la crisi profonda e persistente che sta interessando l’economia spagnola più di tutti i vicini europei (rimane l’unica fra le grandi economie europee ancora in recessione ufficiale) - scrive ancora IL FOGLIO - il governo di Madrid crede di avere scoperto una trama dei media anglofoni. O, per utilizzare quel termine coniato dai francesi e volutamente un po’ razzista, dei media ‘anglosassoni’. Secondo il solitamente ben informato quotidiano di Madrid El País, il Centro Nacional de Inteligencia (Cni) – i servizi segreti che rispondono agli ordini del premier José Luis Rodríguez Zapatero – sta indagando sulle presunte responsabilità di alcune testate ‘anglosassoni’ che avrebbero innescato il panico e la confusione nella Borsa di Madrid. Sempre secondo El País, il Cni ha individuato nelle sedi del Pearson Group almeno due testate in lingua inglese che si sarebbero scatenate nel presunto piano di deliberata e concertata distruzione dell’economia spagnola: il Financial Times e l’Economist. E’ evidente che nel momento più delicato della sua esperienza amministrativa (il numero di disoccupati in Spagna ha raggiunto i quattro milioni, i potentissimi sindacati hanno già annunciato che non accetteranno mai seri piani di austerità per fare fronte alla crisi), Zapatero deve dribblare la responsabilità di quanto sta succedendo. Il premier - prosegue IL FOGLIO - ha fatto sapere di avere letto con allarme una serie di editoriali critici della sua politica economica pubblicati sulla stampa inglese, in cui risaltano inevitabilmente le due testate del gruppo Pearson, normalmente apprezzatissime nelle capitali continentali per la serietà, ma si è finora astenuto dal fare le dichiarazioni più complottarde. Ci ha pensato invece José Blanco, il ministro per le Opere pubbliche, e viceleader del partito socialista al potere, a elaborare ulteriormente il forte sospetto che attualmente guida il pensiero – e forse anche l’azione – del governo Zapatero: ‘Nulla di quanto sta accadendo, compresi i contenuti apocalittici di tutti quegli editoriali su certa stampa straniera (cioè: quella anglofona), è mera coincidenza. Sta accadendo perché serve gli interessi inconfessabili di certi individui’. Ammiccando a certe politiche economiche neoliberiste care al mondo anglofono (o anglosassone?) il socialista Blanco ha ulteriormente ribattuto sulle sue accuse: ‘E ora che la nostra economia sta finalmente uscendo dalla crisi, loro (gli anglosassoni, ndr) non vogliono che i mercati siano regolati, così che possano tornare alle loro vecchie pratiche, facendo torbide manovre a nostre spese’”. (red)

23. Visti sospesi, la Libia ricatta l’Europa

Roma - “‘Questione di reciprocità’ sostengono i libici. O di ritorsione. Come lo si voglia chiamare - scrive il CORRIERE DELLA SERA - è un fatto - inusuale e diplomaticamente grave - che ieri la Grande Jamahiriya abbia bloccato l’ingresso a tutti o quasi i cittadini dei 25 Paesi dell’area Schengen. Nessun visto concesso a chi lo richiede, invalidità de facto per quelli già emessi. All’aeroporto di Tripoli, in un caos totale, già domenica sera molti europei, turisti e uomini d’affari, sono stati fermati. Tra loro 40 italiani: per alcuni la situazione si è sbloccata, sei sono stati rimpatriati. ‘Stiamo dando assistenza e cercando di risolvere tutti i casi singolarmente’ ha dichiarato il console generale Francesca Tardioli dallo scalo nella capitale. Stessa situazione per i cittadini di altri Paesi tra cui Malta, Portogallo e Austria. Nessun problema per i britannici, non aderenti al patto di Schengen che consente di entrare in uno Stato membro ( quasi tutta l’Ue più Islanda, Norvegia e Svizzera) e spostarsi poi negli altri senza visti ulteriori. Motivo della plateale iniziativa - certo imposta come tutto nel Paese da Muammar Gheddafi, anche se non ufficializzata - la guerra diplomatica in corso con la Svizzera dal luglio 2008 per una brutta storia di violenze commesse a Ginevra dal figlio playboy del Colonnello, Hannibal, e dalla moglie contro due domestici. Fermata per due giorni, la coppia eccellente era stata rilasciata, la denuncia ritirata (previo risarcimento), ma subito la Libia aveva arrestato due imprenditori svizzeri, tuttora ‘prigionieri’ nella loro ambasciata a Tripoli nonostante uno sia stato scagionato (l’altro condannato a quattro mesi). Nel frattempo - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - la Libia ha richiamato diplomatici da Berna, sospeso i visti agli svizzeri, ritirato fondi dalle banche elvetiche, ridotto i voli e le forniture di greggio. Il referendum antiminareti ha poi ulteriormente aggravato i rapporti. Tanto che sabato scorso il quotidiano del figlio-delfino di Gheddafi, Saif Al Islam, aveva rivelato che Berna aveva stilato una ‘lista nera’ di 188 libici da bandire dalla federazione. ‘Tra loro - scriveva Oea (antico nome di Tripoli) - la famiglia del Leader, i membri del governo e i capi dell’intelligence’. Nessuna conferma, né smentita, da Berna. Ma le ‘sanzioni’ libiche erano nell’aria da tempo. ‘La Libia restringerà i criteri per la concessione ai Paesi Schengen dei visti d’entrata - scrivevano il 20 gennaio i media locali - dato che molti libici si vedono rifiutare visti Schengen su pressione di Berna’. ‘ La Svizzera prende in ostaggio tutti i Paesi Schengen - ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini - deve risolvere i suoi problemi ma non a spese di tutti’. E ancora: la ‘lista nera’ che comprende ‘addirittura il leader Gheddafi e il mio collega ministro degli Esteri’ è misura inedita e applicata di solito a criminali, la Libia comunque ‘ripensi’ alla sua decisione. L'Italia sta verificando assieme ai partner europei la ‘correttezza’ della decisione elvetica e comunque solleverà la questione lunedì prossimo a Bruxelles, alla riunione dei ministri degli Esteri dei Ventisette, dove Frattini si aspetta una ‘decisione collegiale’ da parte dell'Europa. Una possibile soluzione potrebbe essere quella di ‘emettere un visto che vale per tutto il territorio Schengen salvo che per la Svizzera’ ha suggerito il ministro. La Farnesina ha sconsigliato agli italiani di mettersi in viaggio per la Libia, anche se poi Frattini ha precisato che gli italiani in partenza ‘devono attendere qualche giorno’ che si risolva la situazione, mentre i connazionali ‘che sono bloccati a Tripoli torneranno in Italia senza problemi’. Diversa - conclude il CORRIERE DELLA SERA - la reazione della Commissione europea e di altre capitali Ue. ‘Deploriamo la decisione unilaterale e sproporzionata della Libia’ ha detto la commissaria agli Affari interni Cecilia Malmström annunciando ‘entro la settimana’ una riunione dei Paesi Schengen ‘per studiare appropriate reazioni’”. (red)

24. Havel e Walesa radunano dissidenti di tutto il mondo

Roma - “Nel giorno in cui gli Stati Uniti denunciano la trasformazione dell’Iran in una ‘dittatura militare’ e al Consiglio dell’Onu per i diritti umani Teheran fa domanda per ottenere un seggio, Václav Havel e Lech Walesa - riporta IL FOGLIO - presentano un grande rilancio della causa dei diritti umani. Tra un mese si svolgerà proprio a Ginevra, sede del Consiglio dell’Onu per i diritti umani, l’incontro-protesta dei dissidenti di tutto il mondo. I due attivisti simbolo della lotta per la democrazia nell’Europa del socialismo reale raduneranno tanti dissidenti per una giornata internazionale della libertà. Un evento simile c’era stato tre anni fa a Praga, quando George W. Bush aveva riunito una platea di militanti democratici di tutto il mondo. Allora fu la Conferenza internazionale ‘Democracy & Security’ organizzata dall’ex refusnik sovietico Natan Sharansky. A Ginevra sarà il ‘Geneva Summit for Human Rights, Tolerance and Democracy’. A Praga c’erano personaggi del calibro di Mamoun Homsi, ex parlamentare siriano arrestato per aver chiesto al governo di rispettare i diritti umani, l’egiziano Saad Eddin Ibrahim e l’iracheno Kanan Makiya. In Svizzera gli occhi saranno puntati sui volti nuovi della repressione internazionale e della lotta per i diritti umani. Come la paladina degli Uiguri Rebiya Kadeer, la militante democratica venezuelana Tamara Suju e l’ex schiavo sudanese Simon Deng, scappato negli Stati Uniti dove ha fatto luce sulla situazione dei cristiani e degli animisti vittime della schiavitù e dell’islamizzazione forzata in Sudan. Ci sarà Massouda Jalal, la pediatra afghana che ha corso per il posto di presidente contro Hamid Karzai e che sui giornali veniva indicata come ‘la donna’. Ci saranno - prosegue IL FOGLIO - l’eroe di piazza Tienammen, Yang Jianli, i ribelli iraniani, le donne tibetane costrette ad abortire dalla Cina, Freedom House, i sopravvissuti ruandesi e quelli del Darfur. Protagonista sarà anche Donghyuk Shin, nato nei Gulag nordcoreani, la madre impiccata e un fratello fucilato, l’unico dei rifugiati nordcoreani a Seoul riuscito a fuggire da un campo di concentramento comunista. Shin farà il paio con Néstor Rodriguez Lobaina, un cubano che è stato oltre cinque anni in prigione per ‘disordini pubblici’, l’ex detenuto politico birmano Bo Kyi e la suora tibetana Phuntsok Nyidron, che ha scontato quindici anni per aver composto inni alla libertà. I dissidenti iraniani, per adesso anonimi, sono già pronti a denunciare la possibilità che un seggio del Consiglio dell’Onu per i diritti umani finisca nelle mani degli ayatollah”, conclude IL FOGLIO. (red)

Prima Pagina 16 febbraio 2010

Nucleare avanti a colpi di governo