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Una proposta concreta per i bamboccioni

Il sindaco del comune di Montebelluna, Laura Puppato (Pd), di concerto con la presidente dell’Ater di Treviso, la leghista Liviana Scattolin, sono autrici di una bella iniziativa: un bando che favorisce nelle graduatorie delle case popolari parte di quei 13 mila giovani che vivono nei sette comuni dell’area e che, per mancanza di un reddito fisso sufficiente, non hanno ancora potuto abbandonare la casa di mamma e papà. Per il momento si tratta di sei palazzine i cui affitti andranno da un minimo di 225 a un massimo di 280 euro. Una goccia nel mare della disperazione sociale, si capisce. Ma che è giusto rilevare come eccezione positiva, perché in questo macilenta società di vecchi, i giovani vengono sistematicamente dimenticati, invece di essere incoraggiati a giocarsi le proprie carte nella vita. Ma il problema non è solo di quattrini, di sopravvivenza. C’è di mezzo la mentalità, troppo protettiva da parte della famiglia. 

Già, la famiglia: molto spesso, una gabbia. C’è una bella usanza nel rituale della laurea universitaria: dopo aver conquistato il fatidico alloro, il fresco dottore viene accompagnato fuori e fatto passare in un tunnel preparato da due file di amici e parenti. Lui, chino e ancora eccitato, deve correrci dentro prendendosi una raffica di calci nel sedere e di pacche sulla schiena. Un modo simbolico per incitarlo a buttarsi nella vita vera, quella fuori dalle aule e dalle sale studio: datti una mossa, bamboccio! Ecco, nella cultura italiana, della famiglia-chioccia che per un verso è un tesoro inestimabile di affetti e sicurezze (preziose, ad esempio, in questo drammatico periodo di crisi economica), serve proprio questo: la scoperta delle virtù benefiche della pedata nel culo. Sono prima di tutto i genitori - i padri assenti perché privi di nerbo e di valori forti, e le madri asfissianti e ingozzatrici – sono loro i primi colpevoli del “bamboccismo” divenuto regola. Essendo il prodotto di una generazione, quella del benessere, cresciuta a pasti abbondanti e televisione dilagante, i cinquantenni e sessantenni di oggi hanno educato i propri figli all’attaccamento nevrotico alla comodità e al tutto e subito. Cioè non li hanno educati. Altrimenti li avrebbero tirati su a forza di rinunce, di sacrifici, di paletti, persino di qualche sganassone ma anche, certamente, a ciò che più di ogni altra cosa porta ad essere uomini e donne compiuti: ai sentimenti. Niente di tutto questo, a livello di massa. Li hanno invece coccolati, vezzeggiati, viziati. E resi così degli imbranati supponenti e paurosi. A completare l’opera, infine, ci si è messa l’economia suicida di cui tutti siamo schiavi, che condanna a morte certa ogni slancio vitale attraverso quel crimine che è la precarietà lavorativa. La sola speranza, a questo punto, può venire da chi proviene da paesi non ancora appestati dal nostro castrante “benessere”: gli immigrati. Ha scritto lo psicanalista e scrittore Claudio Risè: «lasciare il giardino dell’Eden dove stendi una mano e cogli il frutto (la ragazza nel letto, il calzino lavato dalla mamma, il buffetto del papà che rimedia al capufficio villano), è il passaggio necessario perché il bamboccio diventi uomo. Ciò avviene, anche, imparando il valore della fatica, della solitudine, del «farcela» (…). È anche questo che sentiva, istintivamente, l’albanese o il macedone buttandosi nel canale d’Otranto pur di arrivare sulle nostre coste; le laureate dell’est che si propongono come badanti o cameriere; ed anche gli africani… che vengono a fare lavori che i nostri ragazzi più o meno imbambocciati non farebbero mai. Questi «disperati» (così chiamati da noi), sono molto più vitali, più forti, e quindi spesso anche più intelligenti, di quanto siano i nostri coccolatissimi figli. Tanto è vero che molti di loro, quelli che sono qui già da più di un decennio, hanno messo su le loro aziende, le loro famiglie per niente imbambocciate, e hanno una vita più di slancio, più ricca, più sicura, di quella (spesso in bilico tra agiatezza e sfinimento) delle nostre» (Il Giornale, 23 gennaio 2010). Perciò, prima di piangere sul lavoro perduto, o che non c’è, o che non ti dà di che vivere dignitosamente, si pensi alle tare culturali e psicologiche ereditate da genitori altrettanto infantili e impotenti. E poi ci si può incazzare di brutto contro lorsignori politici, industriali e banchieri che santificano la flessibilità, impongono contratti inumani e strozzano sul nascere ogni progetto di vita. Ma tanto, bambocci come sono, gli adolescenti di 30-40 anni non sono neppure capaci di ribellarsi.  

Alessio Mannino


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