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Il balletto di Tremonti e Draghi

Giulio Tremonti e Mario Draghi, i bibì e bibò della finanza italiana. Nella vulgata sono rappresentati come irriducibili avversari, sostenitori di due vie opposte per risolvere la crisi economica: il primo fautore di una sorta di neo-keynesismo, più Stato e più controllo pubblico su banche e industrie; il secondo guardiano dell’ortodossia monetarista, con le banche centrali a tenere la politica subalterna ai loro piani partoriti nelle segrete stanze. Poi, di punto in bianco, in nome del santino falso e bugiardo dell’«interesse nazionale», il ministro dell’economia Giulio si fa sponsor del  governatore di Bankitalia Mario come candidato presidenza della Banca Centrale Europea. E allora andiamo alla lavagna e rinfreschiamoci la memoria sulle biografie di questi due nemici per caso, ma amici e complici per dovere di casta. 

Draghi, allievo del professor Caffè, nel 1976 ottiene il dottorato presso il Mit di Boston con Franco Modigliani. Una brillante carriera accademica consacrata nel 1984, ancora giovanissimo per gli standard gerontocratici dell’ambiente, con la nomina a direttore esecutivo della Banca Mondiale. Nel 1991 diventa direttore generale del ministero del Tesoro. Nel giugno del '92 è uno dei partecipanti alla famosa riunione sul panfilo Britannia al largo di Civitavecchia, quando il gotha di Wall Street e della City londinese s'incontrò con i vertici dell'industria e delle banche di Stato italiane per ordire la fine dei campioni nazionali, dati in pasto al mercato internazionale. Presente anche l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi, in quell’occasione ignorata dagli annali ufficiali furono decisi i termini della svendita di mezzo Paese, altrimenti nota come privatizzazione di Iri, Enel, Eni, Ina, Telecom, Credito Italiano, delle industrie siderurgiche e agro-alimentari statali ecc. Complice il filantropo Soros che speculò sulla lira facendoci uscire dallo Sme, la stampa alimentò una campagna martellante per incutere il timore nel popolo italiano di “non entrare in Europa". Condizione essenziale per entrarvi era infatti diminuire l'enorme debito pubblico italiano, e per fare questo il metodo veniva dato per obbligato: vendere massicciamente tutto il comparto industriale di Stato. Draghi fu l’architetto dei grandi saldi: nel 1993 viene messo a capo del Comitato Privatizzazioni. Le dismissioni fecero diminuire il debito pubblico di una quota irrisoria, dal 125% al 110% del Pil. Nel 2000 Ciampi, divenuto Presidente della Repubblica, lo nomina Cavaliere di Gran Croce. E nel 2002, sempre per meriti sul campo, la Goldman Sachs lo accoglie fra le sue file come vicepresidente per l'Europa. Oggi, l’uomo di fiducia della banca che più ha lucrato sulla crisi mondiale ce lo ritroviamo a presiedere l’istituto di via Nazionale. Domani, potrebbe manovrare l’intera politica monetaria europea. 

Il signore che ci ritroviamo a sovrintendere il ministero dell’Economia, dal canto suo, è un ragazzo cresciuto all'ombra del ministro socialista Reviglio, un ragioniere di Sondrio che dalle colonne del Manifesto ai fondi sul Corriere della Sera passò nelle liste di Segni nel '93-'94 per poi salire sul carro del vincitore a trentadue denti (Berlusconi, disprezzato fino a un giorno prima). E’ stato il teorico e pratico della "finanza creativa", il maestro di condoni e scudi fiscali. Adesso si fa passare come il Robin Hood (tax) che si scaglia contro banchieri e petrolieri. E’ uno dei papabili a succedere a sua maestà Silvio. Crede di farci fessi con la storiella del "mercatismo", presunto figlio degenere del liberismo. Predica il motto fascista "Dio, Patria, Famiglia". Tre valori, giusti o sbagliati non è il caso di approfondire qui, rasi al suolo proprio dal capitalismo e dai suoi sottoprodotti e sottomarche. Invoca il ritorno a Keynes e all'intervento dello Stato nell'economia, spacciando dosi di debito pubblico tramite i bond che portano il suo nome, quando fino a ieri era assertore della supremazia del privato sul pubblico (vi ricordate la svendita di immobili statali, le famose "cartolarizzazioni"?). Pur di stare a galla, in trent'anni di carriera politica e pubblicistica ha sposato ogni ideologia e il suo contrario: da socialista è diventato liberale, poi si è trasfigurato in liberista berlusconiano, ha poi abbracciato il colbertismo immaginario per finire neo-statalista a tutto tondo, con tunica di crociato e erre moscia da insopportabile saccente. Perché Tremonti sa. Sa tutto. Sa del signoraggio, sa dell'immonda ingiustizia che va sotto il nome di dittatura finanziaria. Come fiscalista era presente anche lui sul Britannia. E ora, questo voltagabbana impunito cambia di nuovo idea e appoggia il compare-rivale Draghi. Lui, nei suoi libri, parla di paura, parla di speranza, parla di profitto ancorato alla giustizia sociale. Parla per ingannare. Parla per tacere tutte le cose che sa. E che non vuole cambiare. Pena la fine del vero potere, quello che accomuna lui, Draghi e l’intera oligarchia politico-affaristica: il potere del denaro unico dio.  

Alessio Mannino


Prima Pagina 19 febbraio 2010

Il gatto bulgaro