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Il gatto bulgaro

Il gatto bulgaro, o l’editto felino, come preferite: l’uscita di Bigazzi su come si cucina il gatto in vece del coniglio che ne ha causato la sospensione in Rai. Certo l’editto miao non lo rende come Biagi o Santoro, ma deve comunque portare a una riflessione più seria e profonda delle prese in giro sui social network o del tapiro sempre più iprocrito-buonista di Striscia. 

Non vogliamo entrare in polemica con le contraddittorie ipersensibilità animaliste, quelle per le quali il bovino può essere cucinato mentre il cavallo no. È che il cavallo è bello vero? Asini e muli, invero, kaputt. Chi meriterebbe rispetto massimo, invece, è proprio il mulo che ha combattuto come una “penna nera” su troppi fronti. Neppure vogliamo entrare nel merito della discriminazione sulle pellicce: va bene il divieto per le pellicce di gatto, ma il visone lo si può indossare, o no? Anche qui meglio sarebbe non discriminare, magari estendendo la tutela anche al visone. 

Quello che disturba maggiormente però è il razzismo implicito nell’indignazione per certe pratiche alimentari. I fattori socio culturali che hanno portato al divieto di consumo di carne di cane e gatto da noi sono anche giustificabili, specie per il cane cui siamo profondamente debitori, mentre è invece inaccettabile la pretesa che altri popoli, con altre antiche e nobili culture debbano adeguarsi alla nostra volontà. In Cina e parti della Thailandia, ad esempio, il consumo di cane è tradizionale, ma noi civilmente evoluti pretenderemmo smettessero. Un certo disgusto è anche naturale, siamo d’accordo, ma è ingiustificabile l’ingerenza, il considerare come barbare e da sradicare le loro usanze. È arroganza culturale il ritenere che debba essere normale per tutti carezzare un cagnolino e mangiare un coniglio. Per un Thai è normale il contrario: è il coniglio ad essere animale domestico, mentre mangiare cane, anche se “fuori moda”, non scandalizza nessuno. Noi ipersensibili - ipocritamente ipersensibili - occidentali, dobbiamo sempre imporre la nostra visione delle cose, magari accompagnandola con il proliferare di gruppi piagnisteo su Facebook.  Ma lasciamoli banchettare in pace, loro non pretendono che noi si smetta di mangiare coniglio, anche perché se riuscissimo come potremmo poi opporci alle “sensibilità”, per giunta religiose, di chi vorrebbe toglierci il piacere di birra e salsicce o ostriche e champagne? 

In tal caso non comprenderemmo neppure la loro indignazione, anzi ci indigneremmo noi per l’indebita ingerenza nei nostri costumi alimentari. Avremmo pienamente ragione, stavolta, ma allora deve esserci bilateralità nel rapporto: non siamo noi che abbiamo una cultura superiore mentre loro sono dei barbari. Anche se, di solito, quelli che strillano più forte per micetti e cagnolini, sono proprio quelli che poi si dichiarano per la comprensione ed accettazione delle culture altrui quando invece si dimostrano bellamente razzisti. Ma non fra coniglio e gatto, bensì fra uomo e uomo. È gente che spesso è contro la pena di morte, ma che naturalmente sparerebbe ai cacciatori, vero? 

Ferdinando Menconi

 

Il balletto di Tremonti e Draghi

Secondo i quotidiani del 19/02/2010