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Secondo i quotidiani del 19/02/2010

1 Le prime pagine 

Roma - IL CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Berlusconi: vogliono farmi fuori”. Editoriale di Massimo Franco: “Il sottobosco”. Al centro, in un box: “Il diario di Verdini “Sistema di potere, non una cricca””” e “Dopo la dazione e i furbetti arrivò la gelatina”. Di spalla: “Troppe clientele poco merito”, “Se vince il senso d’impunità” e “Trasparenza? No, solo sospetti”. Al centro, con foto notizia: “Obama al Dalai Lama: siamo con voi” e “Parlamentare positivo al test antidroga “Aveva preso cocaina””. Fotonotizia: “Hina e il movente “non religioso””. In basso: “Io, ragazza madre che lo Stato non vuole” e , con foto notizia: “Capo dell’antifrode con la mazzetta nascosta nel giaccone”.  

REPUBBLICA - In apertura: “Berlusconi “scopre” la corruzione”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzo: “La triarchia dell’emergenza”. Al centro, con foto notizia: “Sconfessato in Campania Cosentino si dimette. Il premier: resta”, fotonotizia centrale: “Il Dalai Lama da Obama, appello alla Cina”, “Dai mariuloli ai birbantelli”, “Test antidroga caccia al deputato che è risultato positivo” e “Costo del denaro la Fed alza il tasso di sconto allo 0,75%”. Di spalla: “Chiedetevi perché mangiamo gli animali”. In basso: “Alice nel paese dei Dvd” e “Attacco globale degli hacker colpite 196 nazioni”.  

LA STAMPA – In apertura: “Giro di vite sulla corruzione”. Editoriale di Gian Enrico Rusconi: “La classe dirigente è scomparsa”. Di spalla: “L’algoritmo non salverà il mondo” e l’inchiesta di Paola Mastrocola: “L’italiano una lingua in coma”. Al centro: “Benedetto XVI: rubare e mentire non è umano”, “Se l’uomo si fa lupo” e, con foto notizia: “Il Dalai Lama alla Casa Bianca: grazie Barack”. In taglio centrale: “Il Cavaliere formato Di Pietro”. In basso, il buongiorno di Massimo Gramellini: “L’onorevole sniffa”.  

IL GIORNALE – In apertura: “Onorevole drogato. E fesso”. Editoriale di Vittorio Feltri: “E’ ora di metter mano a pensioni e sanità”. Al centro con fotonotizia: “Dopo Bertolaso, nel mirino c’è Letta” e, in due riquadri: “Il Cavaliere vuole liste pulite e pene più dure per i corrotti” e “Cosentino lascia gli incarichi. Berlusconi: no alle dimissioni”. Di spalla: “Termosifone rotto devastatori liberi”, “Evadare le tasse? Non è sempre reato” e “Ora si chiama Italia la speranza di Israele”. In basso: “La legge non s’infili sotto il reggiseno”.

 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Berlusconi: ai corrotti pene più alte”. Editoriale di Stefano Folli: “Il discredito e l’onestà della politica”. Di spalla: “Se il Sud aiuta il Sud, la “pioggia” non serve più”. Al centro: “Maxi-domanda per il bond Enel che sale a 3 miliardi” e in un riquadro con foto notizia: “Protezione civile: dopo lo stop di Fini decreto senza fiducia”. In basso: “I mercenari del web rubano i segreti a 2.500 aziende”.  

IL MESSAGGERO - In apertura: “Appalti G8, Letta: sono turbato”. Editoriale di Carlo Jean: “Quella via obbligata del nucleare”. Al centro, con foto notizia: “Bioetica e scuola, colloquio tra il premier e Bertone” , “L’Aquila, nel mirino dei giudici i lavori del dopo-terremoto”, “Roma, fidanzati investiti e uccisi: la condanna resta dimezzata”, “Roma, follie nel finale: prende due gol e perde” e, con foto notizia: “La Clerici: io, star della porta accanto”. In basso: “Parlamentare positivo alla cocaina”, “In coda alla clinica della morte” e il diario d’inverno do Maurizio Costanzo.  

L’UNITA’ - Apertura a tutta pagina: “Mariuoli & birbanti”. In taglio basso: “Il Dalai Lama da Obama, ma senza ufficialità” e “Parlamentare positivo alla cocaina. In 700 non fanno il test”.  

IL TEMPO - In apertura: “Ci mancava la cocaina in Parlamento”. Editoriale di Mario Sechi: “Pure la neve sul bagnato …”. Di spalla: “La giustizia preventiva non serve al Paese anche sa fa bene al premier”. Al centro, con fotonotizia: “Altolà di Silvio e Gianni ai corrotti”, “La cricca tira in ballo una suora” e “La fuga dei cattolici vero capolavoro del Pd”. In basso: “Roma beffata ad Atene”.  

AVVENIRE - In apertura: “Un argine alla corruzione”. Editoriale di Davide Rondoni: “La forza della generosità lo sfregio del tornaconto”. Al centro, con fotonotizia: “Nascite in crisi nel 2009. Torna a calare il tasso di fecondità”, in due riquadri con foto notizia: “Così la solidarietà “supera” la frana” e “Il Nord si unisce contro lo smog” e, in due riquadri, le interviste a Magatti: “Contro il cinismo di oggi serve una spirale positiva” e a Tabacci : “Un’autorità terza giudichi politici e magistrati”. In basso, con foto notizia: “Obama offre aiuto al Tibet”.  

ITALIA OGGI - In apertura: “Primo fisco federalista”. Al centro, con foto notizia: “Santoro sta trattando la buonuscita dalla Rai” e, in un riquadro sulla crisi greca: “Per Giavazzi Berlusconi è stato cruciale in Europa”. In basso: “Quanta pensione? Lo dice l’Inps” e, in un riquadro: “Il Cav furioso con la Carfagna che stravede per Fini”.  

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “Birbantelli”. Editoriale di Furio Colombo: “Pericolo premier”. Di spalla: “Si vergogni, è incensurato” di Marco Travaglio. Al centro: “Economia illegale cresce la melma”, “Minzolini fa subito da spalla. Attacco a giornalisti e giudici” e, con foto notizia, l’intervista di Marco Lillo: “Lunardi vuota il sacco”. In basso: “I genitori di Milano contro la Moratti per fermare lo smog”. (red)

2. Berlusconi: fuori dai partiti chi commette reati 

Roma - “‘Non credo d siano dubbi sul fatto che chi sbaglia e commette dei reati non possa pretendere di restare in nessun movimento politico’. Ha bisogno di dirlo e lo dice. Sarebbe un’ovvietà, ma non lo è per lui, per la querelle storica con i magistrati, per la sua personale storia giudiziaria. E perché mai come in questo momento il presidente del Consiglio teme una nuova ondata di antipolitica fra gli italiani. Lo spunto – riferisce il CORRIERE DELLA SERA - è ovviamente l’inchiesta dei magistrati fiorentini sulla gestione dei grandi eventi. Ma il messaggio tiene comunque conto dell’esperienza personale del Cavaliere, del dna garantista. Non può essere netto più di tanto. Fuori dai partiti quando? Con una condanna semplice o passata in giudicato? ‘Dipende da caso a caso: noi abbiamo deciso che le persone che sono sottoposte a indagini o processi in via di principio non debbano venire ricomprese nelle liste elettorali, ma anche che se ci sono dei dubbi sulla loro colpevolezza sarà l’ufficio di presidenza a decidere caso per caso’. Il capo del governo ne parla di mattina nel suo studio, con alcune agenzie di stampa. Aggiunge che l’Italia ‘non è di fronte ad una nuova Tangentopoli’, anche ‘perché tutti i partiti hanno il finanziamento pubblico’. Quelli emersi sarebbero dunque ‘fatti personali che rientrano nelle statistiche, che dimostrano come su 100 persone possono esserci i, 2, 3,4 o 5 individui che possono essere dei birbantelli o dei birbanti che approfittano della loro posizione per interesse personale’. Un ragionamento che per il capo del governo vale per tutti, ‘per le imprese, per i sindacati, per la magistratura e per i movimenti politici’. Saranno anche solo dei ‘birbantelli’ ma l’eco che l’indagine ha suscitato merita dei provvedimenti.  

Già oggi in Consiglio dei ministri potrebbe arrivare il testo concordato ieri con il ministro Angiolino Alfano, con il presidente della Camera Gianfranco Fini durante un pranzo all’hotel de Russie, con l’onorevole e avvocato Niccolò Ghedini. Mentre è prevista un’accelerazione per il provvedimento che intende limitare l’uso delle intercettazioni. Quello che giace in Parlamento ‘non mi convince del tutto, lo vorrei ancora più severo, però l’attuale testo in Senato è meglio della situazione attuale che è di barbarie pura, quindi penso si debba proseguire con quel testo’. Berlusconi ribadisce anche piena fiducia nel suo sottosegretario Gianni Letta, finito anche lui nelle intercettazioni ordinate dai magistrati. E’ vittima di ‘barbarie: sembra quasi che sia un peccato darsi da fare. Se c’è qualcuno di veramente straordinario sul piano dell’operosità, qualcuno che opera per il bene comune è proprio il dottor Letta. Quindi non credo debba assolutamente tenere conto di queste voci che sono soltanto delle dimostrazioni di inciviltà. Piena fiducia dunque, Letta non si tocca. n posto adatto per una persona che ha dato tanto all’Italia è la presidenza della Repubblica’. Proprio con Letta ieri il capo del governo ha trascorso gran parte della giornata, n sottosegretario era presente all’incontro con i vertici del Vaticano, all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, in occasione dell’anniversario dei Patti Lateranensi. Era presente all’incontro con i vertici del Pdl e con Gianfranco Fini, all’hotel de Russie, all’ora di pranzo. E ancora di prima mattina, sempre accanto al Cavaliere, all’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola allievi ufficiali dei carabinieri. 

Due sere fa, a Palazzo Grazioli, il premier ha ricevuto un gruppo di senatori del Pdl. Ha scherzato sul soprannome che gli è stato affibbiato, ‘papi’, emerso dalle inchieste dello scorso anno sulle veline e sulle feste private in Sardegna: ‘Mi hanno fatto lo sconto, ormai io sono più nonno che papi’. Ha rimarcato il suo nuovo stato di single: ‘Ora sono un buon partito e sono molto corteggiato. Ma ho poco tempo per le donne, cerco di dedicarmi ai miei figli e ai miei nipoti’. Ribadito il concetto che a suo dire spiega tutto delle inchieste degli ultimi mesi: ‘Vogliono farmi fuori, ci hanno tentato in tutti i modi, anche fisicamente...’. Conclusione della serata: ‘Sono stato così bene con voi che quando sarò anziano mi farò fare senatore a vita’. Ieri sera ancora una cena: questa volta con Umberto Bossi in un ristorante del centro per il compleanno di Anna Maria Quattrini, sorella dell’attrice Paola Quattrini”. (red)

3. Pronto il Piano del governo contro i 'tangentari' 

Roma - “Pronto in meno di 24 ore. Al lavoro Alfano, Ghedini, la Bongiorno. Pranzo collettivo a Montecitorio. Pomeriggio di studio sui codici tra i banchi della Camera e gli uffici del ministero della Giustizia. Risultato: il disegno di legge che Berlusconi ha ordinato al Guardasigilli mercoledì sera oggi entrerà in consiglio dei ministri e sarà approvato. Un coup de théatre - scrive Liana Milella a pagina 2 di REPUBBLICA - per limitare i danni e per contrapporre, in piena campagna elettorale, al dilagare dell´inchiesta fiorentina con le paginate di verbali sulla corruzione, l´immagine del pugno duro del governo e la netta presa di distanza rispetto ai’singoli ladri’. Il testo ieri sera era pronto, alle 20 sottoposto al premier a palazzo Grazioli in un briefing con Alfano e Ghedini e subito dopo licenziato. Un articolato snello, racchiuso in due capitoli: il primo, che modifica l´attuale testo unico sugli enti locali, sulla non candidabilità di persone alle elezioni amministrative che abbiano subito condanne definitive per tutti i reati contro la pubblica amministrazione, dalla malversazione, al peculato, alla corruzione e concussione. Il secondo capitolo: un aumento assai articolato delle pene per questi stessi reati, con interventi consistenti, fino al raddoppio nel massimo e nel minimo, per quelli puniti attualmente con pochi anni, come la malversazione, e con ritocchi invece più lievi, soprattutto nel minimo, per quelli che già ora sono sanzionati in maniera severa, come il peculato (da tre a dieci anni), la concussione (da quattro a dodici), le forme più gravi di corruzione, come quella in atti giudiziari (da tre a otto anni). 

Tre punti fermi: inchieste in corso, prescrizione, corrotti e corruttori. Che ovviamente servono soprattutto per non danneggiare Berlusconi, a sua volta imputato per corruzione nei processi milanesi. Gli aumenti di pena non si applicano ai procedimenti in corso, in quanto si tratta di norme sostanziali più sfavorevoli rispetto a quelle pregresse. Per il premier dunque non cambia nulla. La prescrizione resta bloccata perché i termini, comunque, non vengono toccati e restano invariati. Gli aumenti di pena riguardano, allo stesso modo, sia i pubblici ufficiali infedeli che gli altri imputati. Di questo si è discusso molto nelle riunioni tra Camera e ministero, ma alla fine è prevalsa la linea di punire i colpevoli tutti allo stesso modo. L´intervento sulla corruzione, comunque, non entra in conflitto con il famoso tetto dei 10 anni che è stato un leit motiv di leggi discusse come le intercettazioni, il processo breve, la vecchia blocca processi. Testi su cui i finiani hanno fatto molte battaglie per evitare che reati gravi rientrassero invece in una categoria di trattamento privilegiato, come nel caso dei reati intercettabili, dei tempi più brevi del processi, del dibattimenti da bloccare per un anno. Nel bilancino degli aumenti il limite dei 10 anni per le varie forme di corruzione non viene superato. Le corruzioni stesse vengono tutte ritoccate, compresa quella in atti giudiziari e quella susseguente, che è stata contestata a Mills e che giusto il prossimo 25 febbraio sarà al vaglio della Cassazione”. (red)

4. L’allarme del premier sul voto 

Roma - “L´allarme è serio, scrive Francesco Bei a pagina 3 di REPUBBLICA. In una saletta riservata dell´hotel De Russie, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ne discutono per quasi due ore con i tre coordinatori del partito, i capigruppo e Gianni Letta. ‘Questa campagna dei giornali sul malaffare - osserva preoccupato il premier - sta lasciando il segno sulla gente’. Una preoccupazione suffragata dagli ultimi sondaggi: indicano un disagio crescente tra i moderati, che al Sud potrebbe portare a una disastrosa astensione mentre al Nord la situazione sarebbe solo apparentemente migliore. Nel senso che i candidati governatori della maggioranza non sarebbero in difficoltà, ma solo perché il malessere dell´elettorato di centrodestra starebbe portando a un significativo travaso di consensi dal Pdl alla Lega. Da qui l´idea, maturata due giorni fa dal premier, di dare una decisa sterzata per invertire la rotta. ‘Dobbiamo contrattaccare subito - ha spiegato ieri - altrimenti quest´ondata di antipolitica ci travolgerà’. Berlusconi è ancora convinto di poter ribaltare il corso degli eventi e punta tutto sui due colpi ad effetto lanciati ieri: il disegno di legge anti-corruzione e l´operazione "liste pulite", che dovrebbe portare all´esclusione di tutti coloro che sono stati colpiti da un provvedimento della magistratura. Il rischio del testacoda è evidente, visto che la «linea dipietrista» provoca sconcerto tra gli stessi parlamentari del Pdl (bastava ascoltare i capannelli ieri a Montecitorio), ma al momento è vista come un male necessario. L´iniziativa del premier è stata accolta senza riserve da Gianfranco Fini, tanto che a stendere i dettagli del provvedimento sono stati Niccolò Ghedini e Giulia Bongiorno. Un´intesa politica, quella tra i due leader, nient´affatto scontata visto com´era iniziato il vertice. Già, perché il presidente della Camera è arrivato al De Russie furioso, agitando sotto il naso del premier un ritaglio del Giornale in cui si tirava in ballo Massimo Fini, il fratello, ‘sorpreso a incontrarsi con uno dei protagonisti dell´affaire Bertolaso’. Fini non ci gira intorno e prende Berlusconi in contropiede: ‘Questa è la goccia che fa traboccare il vaso! Il tuo è l´unico giornale che scrive di mio fratello, è l´ennesimo attacco di Feltri. Ma gli affetti, la famiglia, non c´entrano niente con la politica. Basta, devi parlare tu’. Fini si fa promettere una secca presa di distanza (che in effetti arriverà in serata), ma la polemica ha un coda. Quando infatti Berlusconi si troverà, due ore più tardi, al ricevimento per l´anniversario dei Patti Lateranensi, è ancora la grana di Feltri a tenere banco. Sotto la grande tela di Caravaggio (la cena di Emmaus), nel salotto dell´ambasciata d´Italia presso la Santa Seede, Berlusconi si sfoga proprio davanti ai cardinali Bertone e Bagnasco, ancora scottati dal caso Boffo: ‘Con Feltri non ce la faccio più. Oggi mi ha creato l´ennesimo problema. A mio fratello gli dirò di vendere il Giornale’. 

Sincero o meno che sia lo sfogo su Feltri, al premier in questo momento non servono altri problemi. Non si può permettere di aprire un fronte polemico con Fini (lo dimostra anche l´arrendevolezza sul caso Campania, dove ha sacrificato il suo Nicola Cosentino alle ragioni dell´accordo con l´Udc, un´intesa sponsorizzata da Fini e Bocchino). Anche nel Pdl i problemi non mancano. E il principale si chiama Denis Verdini. Raccontano che, due giorni fa, Berlusconi abbia passato una serata intera insieme a Ghedini a spulciarsi le intercettazioni che riguardano il coordinatore del Pdl. E l´impressione che ne ha tratto non è stata delle migliori. Il premier non vi ha trovato prove di ‘reati’, ma è rimasto negativamente colpito dal tono delle conversazioni, da ‘certe espressioni che si potevano evitare’. Una freddezza, quella nei confronti di Verdini, che risalta a confronto del calore con il quale il premier si è speso per Letta e Bertolaso. Tanto che si ricomincia a parlare di una sostituzione al vertice del Pdl, ma rinviata a dopo il voto. Cambiamenti sarebbero in vista anche nel governo. Berlusconi - alla ricerca di un volto unico da spendere nelle trasmissioni tv - martedì ha chiesto riservatamente a Mara Carfagna di accettare il ruolo di portavoce del governo. Sabato scorso a Napoli, a margine di una conferenza stampa all´hotel Vesuvio, Ignazio La Russa lo ha detto anche a Stefano Caldoro: ‘Sarà Mara la portavoce’”. (red)

5 Letta nel mirino, ma il Cav e il Colle lo blindano 

Roma - “Convinto che la strategia sia ormai definitivamente cambiata, Silvio Berlusconi decide di blindare in tutto e per tutto Gianni Letta, scrive Adalberto Signore a pagina 4 del IL GIORNALE. Perché, è il succo del ragionamento del Cavaliere, visto che hanno capito che bombardare il quartier generale è inutile ora hanno deciso di accerchiare il fortino. Traduzione: siccome non riescono a colpire il premier, prima se la prendono con Bertolaso (l’uomo immagine del governo del fare) e poi con «il dottor Letta» (l’uomo che ha in mano le chiavi di Palazzo Chigi). Così, a stretto giro, Berlusconi scende in campo ben due volte: prima in privato, nella cena di mercoledì sera con i senatori, quando dice senza mezzi termini che «Gianni merita il Colle»; poi in pubblico, quando in mattinata stigmatizza «l’inciviltà e la barbarie» in atto contro il sottosegretario alla presidenza. Un modo per prendere di petto i rumors che si rincorrono ormai da una settimana su un possibile coinvolgimento di Letta nell’inchiesta della Procura di Firenze. Un tam tam partito proprio in ambienti giudiziari ma rilanciato anche nei Palazzi della politica e non solo dall’opposizione. Perché alle voci si aggiunge anche quello che due giorni fa lo stesso Letta ha ipotizzato essere «fuoco amico». E che ci siano esponenti della maggioranza che non vedono di buon grado l’uomo che ha di fatto in mano i gangli vitali del governo e di quasi tutti i ministeri, le relazioni con il Vaticano, con il Quirinale e con il mondo delle banche non è certo una novità. Con Giulio Tremonti, per esempio, qualche attrito c’è stato, dovuto soprattutto al fatto che quello di Palazzo Chigi è l’unico centro di spesa che può in qualche misura competere con il Tesoro. Di qui, anche alcune incomprensioni sull’istituzione della Protezione Spa che avrebbe ancora di più potenziato e reso autonoma la presidenza del Consiglio. Non è un caso che molti ministri - da Alfano a Gelmini, passando per Fitto e Carfagna - si affidino all’intercessione di Letta quando devono chiedere soldi a Tremonti. E pure con Gianfranco Fini il rapporto è sì buono e di rispetto reciproco ma piuttosto formale. D’altra parte, fanno notare perfino i finiani, quello di Letta è l’unico profilo che potrebbe stoppare le aspirazioni quirinalizie del presidente della Camera. 

Anche per questo la difesa di Berlusconi è granitica. A parole e nei fatti, visto che per ben tre volte i due si presentano in incontri pubblici uno accanto all’altro. Un modo per dire che la vicinanza è anche fisica e che il binomio Berlusconi-Letta resta imprescindibile. Perché, spiega in privato il Cavaliere, «se salta Gianni allora salta tutto». Un messaggio chiaro e che trova conferma anche in quanto filtra dal Quirinale, che non nasconde «preoccupazione» per le voci su Letta visto che il sottosegretario ha sempre rappresentato un «canale di comunicazione prezioso», soprattutto nei momenti di maggior tensione. E che il Colle sia deciso a schierarsi a fianco del grand commis di Palazzo Chigi, qualcuno lo desume anche dal fatto che gli uffici legislativi della presidenza della Repubblica non hanno battuto ciglio sul discusso comma 5 dell’articolo 3 del decreto sulla Protezione civile (quello del cosiddetto «scudo Bertolaso») che è arrivato in Parlamento con il nulla osta del Quirinale. Una difesa, quella di Letta, a 360 gradi. Tanto che anche lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio prende carta e penna e risponde a una lettera della presidente della Provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane. Per manifestare il suo «turbamento» e la sua «preoccupazione» per le «tante cose sentite e viste in questi giorni». «Penso anch’io con orrore a chi crede che le calamità possano essere un pretesto per fare buoni affari. Il terremoto, le vittime, la desolazione che ne consegue - scrive Letta - meritano ben altri sentimenti e ben altra pietà. Altro che affari! Ma, se qualcuno ha pensato il contrario, tutti faremo in modo che si ricreda». E alle richieste di trasparenza della Pezzopane, il sottosegretario replica di aver «fatto eseguire dai miei uffici una ricognizione della situazione» che ha assicurato in passato e assicurerà in futuro «la totale trasparenza dell’azione pubblica, la determinazione rigorosa nell’uso di procedure perfettamente legali, la facilitazione dei controlli e della collaborazione tra diversi organi pubblici”. (red)

6. Corruzione e favoreggiamento, nuove accuse a Toro 

Roma - “Non soltanto ‘rivelazione di segreto d´ufficio’ ma anche corruzione semplice e favoreggiamento. Si aggrava la posizione del procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro al quale la procura di Perugia ha deciso di contestare due nuovi reati, scrive Francesco Viviano a pagina 6 di REPUBBLICA. A seguito dell´indagine aperta dalla procura di Firenze su di lui, in quanto coordinatore delle inchieste sul G8 e sui Grandi Eventi, Toro si era già dimesso dalla magistratura. Intanto ieri si è dimesso dalla carica di presidente della Btp, azienda accusata di aver ottenuto appalti attraverso la rete di favori costruita intorno alla Protezione civile, Riccardo Fusi, amico del coordinatore della Pdl Denis Verdini. Entrambi sono indagati. Le nuove ipotesi di reato nei confronti di Achille Toro scaturiscono in parte dalle deposizioni rese a Perugia dai sostituti di Toro interrogati tre giorni fa. I due pm romani, Sergio Colaiocco e Assunta Cocomello, hanno spiegato come Achille Toro si mostrasse molto «interessato» a sapere a che punto erano le inchieste. Negli atti inviati da Firenze alla Procura di Perugia anche una nutrita attività d´intelligence dalla quale emergono i rapporti tra Toro e il figlio Camillo (anch´egli indagato) con alcuni dei funzionari e degli imprenditori finiti nell´inchiesta sugli appalti della Protezione civile. In una conversazione intercettata tra l´imprenditore arrestato Diego Anemone e un suo ‘spicciafaccende’, Manuele Messina, emerge che l´avvocato Edgardo Azzopardi, era in strettissimi rapporti sia con Achille Toro che con il figlio Camillo. Proprio Azzopardi era incaricato di ‘carpire’ le notizie relative alle inchieste dal magistrato e dal figlio. E tutto questo avveniva mentre le indagini di Firenze avevano già radiografato quasi tutta la situazione creatasi intorno ai Grandi Appalti. Proprio tra gennaio e febbraio, scrivono i magistrati, l´attività degli indagati ‘volta a capire se vi sono indagini in corso nei loro confronti’, si fa ‘più capillare e frenetica’. «Il pomeriggio del 18 settembre 2009, Manuele Messina racconta a Diego Anemone di un incontro che ha avuto con l´avvocato Azzopardi: ‘Senti sono appena andato da Azzopardi.. ha chiamato il figlio (Camillo Toro, ndr) e gli ha detto che si vuole incontrare con il padre (Achille Toro, ndr)... il figlio l´ha poi richiamato per dire che il padre c´ha un po´ di febbretta ed allora magari intanto vede il figlio e poi domani il padre’. C´è un´altra conversazione tra Camillo Toro ed Azzopardi che conferma gli stretti rapporti dell´imprenditore con la famiglia Toro. È la telefonata del 16 ottobre del 2009. Azzopardi: ‘Bello..’. Camillo: ‘ciao caro’. I due concordano di incontrarsi ‘casomai mai vengo a prendermi un caffè alla Balduina’ - Camillo: ‘Sì, ci dobbiamo vedere’. Azzopardi: ‘Magari digli a papà se domani mattina lui c´ha 5 minuti’. Camillo: ‘No lascialo perdere tanto ce la vediamo noi.. non ti preoccupare... perché devi parlare pure con lui?’. Azzopardi: ‘E sì, io devo parlare con lui’. Segue poi c´è una telefonata diretta, tra Azzopardi ed il procuratore aggiunto Achille Toro. È il pomeriggio del 17 dicembre, si danno del tu, ed è proprio, Achille Toro che chiama Azzopardi ‘per ringraziarlo di un regalo natalizio’. E Azzopardi gli chiede quando può venire a fare gli auguri: Senti ma ti riesco a vedere per farti gli auguri di persona?’. Achille Toro: ‘Quando vuoi puoi venire a casa non c´è problema’. E ancora, questa volta Azzopardi parla con Camillo Toro. Azzopardi: ‘Assumi informazioni.. in genere’. Camillo Toro: ‘Dove qua?’ e Azzopardi gli dice dall´altra parte, cioè in Procura, dal padre. E Camillo lo rassicura: ‘Sì va bene, va bene’. Poi le cose precipitano. Gli indagati si preoccupano molto quando il 28 gennaio del 2010 Repubblica pubblica l´inchiesta sul G8 dal titolo ‘dal G8 all´abbandono il flop della Maddalena ci è costato 300 milioni’. ‘Orbene da questo momento - scrivono i magistrati nella loro ordinanza - i contatti tra gli indagati al fine di capire quel che sta succedendo si fanno sempre più frenetici e fitti; si conferma che le fonti di Azzopardi sono Achille e Camillo Toro (quest´ultimo tra l´altro deve un favore all´avvocato Azzopardi)’. E quel giorno stesso Camillo Toro chiama Azzopardi per un urgente incontro. Si vedono a casa di Camillo Toro e subito dopo Azzopardi spegne il telefonino comunicando prima ad Emanuele Messina, il collegamento con Anemone, che ‘ci sono problemi giudiziari in arrivo’. Messina chiede ad Azzopardi com´è andata e l´avvocato gli risponde: ‘Piove, piove pesantemente. Speriamo che non piove dentro casa’. Dopo questa conversazione, scrivono gli investigatori, Azzopardi fa capire a Messina che ‘è opportuno continuare a mantenersi in contanto soltanto con Skype, sistema di comunicazione notoriamente non intercettabile’. L´inchiesta è tutt´altro che conclusa e da varie Procure, da Firenze e da Perugia, arrivano rumori di altre manette”. (red)

7. Gli architetti e le accuse alla 'rete di sinistra' 

Roma - “’L’architetto Marco Casamonti di Veltroni non parla, ma deve essere chiaro che il mio assistito, in relazione a quanto detto al telefono sull’ex sindaco di Roma, è persona informata dei fatti e parte lesa’. L’avvocato Mario Taddeucci Sassolini ha imposto uno stretto silenzio stampa al professionista indagato per il G8 che è in attesa di essere interrogato dai magistrati di Perugia, scrive M. Antonietta Calabrò a pagina 6 del CORRIERE DELLA SERA Tra le intercettazioni raccolte su mandato della Procura del capoluogo toscano ce se sono alcune (Casamonti-Di Nardo; Casamonti-Carducci; Casamonti-Desideri; Levi; contenute nei faldoni 9, 10 e 11 del rapporto Ros) che riguardano due appalti per l’Auditorium e per l’ex panificio, a Firenze, e uno per il Palazzo del cinema di Venezia. Secondo gli esclusi— che se ne lamentano tra loro al telefono — queste gare sarebbero state «pilotate» grazie all’influenza dell’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, e dell’ex vicepremier Francesco Rutelli. Un consulente, Alberto Levi, si sfoga con un dirigente del comune di Firenze: «Comunque è una roba da pazzi (...) ma era tutta pilotata (...) a quelli che dovevano vincere perché in qualche modo... son tutti i progettisti di Veltroni e Rutelli... son passati... a Venezia ha vinto la Sacaim con un progettista romano, va bene ? ...è un veltroniano puro... va bene? loro hanno vinto con... perché li hanno blindati». Casamonti da parte sua ne parla con il vicepresidente di Confindustria Toscana, Vincenzo Di Nardo, che commenta: «Oh Marco questo ti insegna anche un'altra cosa... o tu diventi amico di Rutelli o di Veltroni o tu puoi tornare a casa... Lì doveva vincere la Sacaim a Venezia, e ha vinto la Sacaim... Non c'è storia. Comunque c'è una grande polemica... perché questa è roba da banditi...». È invece Casamonti, a spiegare dove passa l'influenza di Veltroni sui grandi appalti: ‘per lo studio Abdr (iniziali di Arlotti Laura, Beccu Michele, Desideri Paolo, Raimondo Filippo) e per il loro strutturista, Silvio Albanesi, che è l'ingegnere che sta in tutte... tutte le commissioni ministeriali’. 

Che ne sanno del presunto ‘sistema Veltroni’ gli altri architetti che compaiono nelle intercettazioni? Dario Carfagni (vicino all’imprenditore Anemone), Orazio Carpenzano e Vanni Bellincioni (nel ’92 arrestato con Riccardo Fusi e Ettore Verdini, fratello di Denis, per un’inchiesta sul piano casa, che si è risolta con un’assoluzione generale) dichiarano all’unisono: ‘Non ne so niente, non so se purtroppo o per fortuna’. E l’architetto Desideri, che nella Capitale ha vinto anche la gara per la nuova stazione Tiburtina, come la prende? «Sono reazioni gastroenteriche di uno che ha visto sfumare un lavoro», risponde. «Per me Casamonti può dire quello che gli pare: anche che sono un puttaniere. La magistratura accetterà tutto, intanto di lui si sta già occupando». È stizzito, Desideri, e aggiunge: «Sta scritto negli atti della Commissione aggiudicatrice perché non ha vinto lui: nel suo progetto c’era troppa cubatura e un impatto ambientale eccessivo. Del resto hanno perso architetti come Arata Isozaki, Rafael Moneo, Adolfo Natalini e Massimo Valle e nessuno ha fatto ricorso».  

‘L’architetto Marco Casamonti di Veltroni non parla, ma deve essere chiaro che il mio assistito, in relazione a quanto detto al telefono sull’ex sindaco di Roma, è persona informata dei fatti e parte lesa’. L’avvocato Mario Taddeucci Sassolini ha imposto uno stretto silenzio stampa al professionista indagato per il G8 che è in attesa di essere interrogato dai magistrati di Perugia. Tra le intercettazioni raccolte su mandato della Procura del capoluogo toscano ce se sono alcune (Casamonti-Di Nardo; Casamonti-Carducci; Casamonti-Desideri; Levi; contenute nei faldoni 9, 10 e 11 del rapporto Ros) che riguardano due appalti per l’Auditorium e per l’ex panificio, a Firenze, e uno per il Palazzo del cinema di Venezia. Secondo gli esclusi— che se ne lamentano tra loro al telefono — queste gare sarebbero state «pilotate» grazie all’influenza dell’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, e dell’ex vicepremier Francesco Rutelli. Un consulente, Alberto Levi, si sfoga con un dirigente del comune di Firenze: ‘Comunque è una roba da pazzi (...) ma era tutta pilotata (...) a quelli che dovevano vincere perché in qualche modo... son tutti i progettisti di Veltroni e Rutelli... son passati... a Venezia ha vinto la Sacaim con un progettista romano, va bene ? ...è un veltroniano puro... va bene? loro hanno vinto con... perché li hanno blindati’. Casamonti da parte sua ne parla con il vicepresidente di Confindustria Toscana, Vincenzo Di Nardo, che commenta: «Oh Marco questo ti insegna anche un'altra cosa... o tu diventi amico di Rutelli o di Veltroni o tu puoi tornare a casa... Lì doveva vincere la Sacaim a Venezia, e ha vinto la Sacaim... Non c'è storia. Comunque c'è una grande polemica... perché questa è roba da banditi...’. È invece Casamonti, a spiegare dove passa l'influenza di Veltroni sui grandi appalti: ‘per lo studio Abdr (iniziali di Arlotti Laura, Beccu Michele, Desideri Paolo, Raimondo Filippo) e per il loro strutturista, Silvio Albanesi, che è l'ingegnere che sta in tutte... tutte le commissioni ministeriali’. 

Che ne sanno del presunto «sistema Veltroni» gli altri architetti che compaiono nelle intercettazioni? Dario Carfagni (vicino all’imprenditore Anemone), Orazio Carpenzano e Vanni Bellincioni (nel ’92 arrestato con Riccardo Fusi e Ettore Verdini, fratello di Denis, per un’inchiesta sul piano casa, che si è risolta con un’assoluzione generale) dichiarano all’unisono: «Non ne so niente, non so se purtroppo o per fortuna». Dica la verità, Desideri, lei amico di Veltroni oppure no? «Sono amico dell’ex sindaco di Roma come lo sono dell’ex sindaco di Lecce, Adriana Poli Bortone, con la quale mi do del tu. Anzi scriva anche che sono anche amico del sindaco di Abu Dhabi dove sto lavorando». Poi l’architetto «di Veltroni» sferra il colpo: 'Quando hanno aggiudicato quella gara io stavo in Mali. La prima telefonata di congratulazioni me l’ha fatta Casamonti. Al telefono si lamenta tanto ma è stato lui a essere addirittura arrestato per turbativa d’asta, per 90 mila euro, a Terranuova Bracciolini in provincia d’Arezzo, otto mesi dopo quell’intercettazione'". (red)

8. Cosentino si dimette per protesta, il premier: resta 

Roma - “Due giorni di duri scontri con il premier, mercoledì a porte chiuse a Palazzo Grazioli e ieri di fronte ad alcuni parlamentari a Montecitorio. Per due volte Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa, si dimette dal governo e da coordinatore campano del Pdl, scrive Ottavio Lucarelli a pagina 5 di REPUBBLICA. Berlusconi la prima volta lo frena, ma ieri non riesce a bloccarlo: ‘Nicola, ora basta. Non tomo indietro, il nostro candidato alla Provincia di Caserta è Domenico Zinzi dell'Udc come ho concordato con Lorenzo Cesa’. E come concordato poco prima a colazione'anche con Gianfranco Fini. Cosentino, davanti a testimoni, si infuria: «Bene presidente, a questo punto posso solo dimettermi». Doppie dimissioni, questa volte pubbliche, che il premier respinge in serata dopo una raffica di interventi dei dirigenti campani. Salvato dalla Camera che bocciò la richiesta di arresto della Procura di Napoli, Cosentino contesta apertamente l'accordo con l'Udc stretto in un patto Berlusconi-Cesa che assegna la gui- deputato Domenico Zinzi in cambio del sostegno dello scudocrociato al candidato presidente in Regione Stefano Caldoro. Dopo aver tenuto duro durante la fase più calda della bufera giudiziaria, Cosentino è spiazzato dall'accordo tra Pdl e Udc che. di fatto gli sfila il controllo in Campania a partire dalla sua Caserta: «Mi sono dimesso perché voglio liberare il campo da ogni strumentalizzazione in vista della campagna elettorale». Doppie dimissioni in seguito a una serie di sconfitte interne arrivate per Cosentino dopo il voto della Camera che respinse l'arresto nell'indagine sulle ramificazioni del clan dei Casalesi. Prima il ritiro della sua candidatura a presidente di Regione a vantaggio del deputato del Nuovo Psi Caldoro, poi la designazione del rivale Zinzi al posto del senatore Pdl Pasquale Giuliano che era stato designato da Cosentino. Due scontri con il premier, poi le doppie dimissioni. Commentate con frasi gelide dal ministro Mara Carfagna, capolista a Napoli, durante una manifestazione elettorale nel quartiere collinare del Vomere: «Senza Cosentino il Pdl non crolla in Campania. Lui deve capire che la Regione è un interesse superiore rispetto al suo territorio di appartenenza». L'ufficio politico del Pdl chiede di ritirare tutto. Il candidato in Regione Stefano Caldoro lancia un appello: «Abbiamo bisogno di lui». Italo Bocchino, vice presidente dei deputati Pdl, dichiara che «le dimissioni vanno respinte dai vertici del partito». E in serata interviene Berlusconi: «Pur apprezzando le nobili motivazioni che hanno indotto Cosentino a compiere un gesto volto a farsì che durante la campagna elettorale non vi possano essere strumentali ra- campagna elettorale non vi possano essere strumentali ra- gioni di polemica da parte dell'opposizione, nel rinnovargli la mia stima non posso che invitarlo a continuare nel suo lavoro nell'interesse del partito e del Paese, respingendo le sue dimissioni». Cosentino tace mentre a Caserta la base Pdl punta a una lista civica alternativa a Zinzi per eliminare al primo turno il candidato Udc e puntare al ballottaggio con il centrosinistra. Tutta una "sceneggiata" secondo Dario Franceschini, capogruppo Pd alla Camera: ‘È ora di smetterla. Basta con queste rappresentazioni teatrali fatte solo a fini mediatici’. D'accordo il segretario Pierluigi Bersani: ‘Noi avevamo chiesto diversi mesi fa le dimissioni di Cosentino. Allora ce le hanno respinte, ora ci spieghino il perché di queste dimissioni. Il governo venga in aula a spiegare quali novità ci sono’. «La scelta di Cosentino ú denuncia Luigi De Magistris, eurodeputato napoletano dell'Italia dei valori ú arriva in colpevole ritardo dopo aver offeso il senso di legalità e giustizia dei cittadini della Campania e del Paese». Mentre Lorenzo Cesa pensa solo al patto con Berlusconi: ‘Dobbiamo occuparci dei problemi della gente, andremo in Campania per far vincere Caldoro’. E Cosentino? ‘Problemi suoi’”. (red)

9. Regionali, Bruti Liberati: Credibilità a rischio 

Roma - Sul via libero sofferto del Csm alla candidatura del pm Nicastro alle prossime regionali, Dino Martirano intervista a pagina 21 del CORRIERE DELLA SERA, Edmondo Bruti Liberati “E’ un problema serio di credibilità di tutta magistratura e la cosa è ancora più grave quando la candidatura del magistrato porta con sé un’inchiesta o un settore di inchiesta: è questo il meccanismo, come purtroppo è già avvenuto in passato, che risulta molto appetibile’. Fatta l’analisi di un fenomeno che mette in forte difficoltà moltissimi magistrati, il procuratore aggiunto di Milano Edmondo Bruti Liberati che guida l’anima riformista di Magistratura democratica lancia un invito ai colleghi tentati dalla politica: ‘Consiglierei loro di astenersi’. Al Csm, il togato Pino Berruti ha votato insieme a tre laici contro il nulla osta per il pm Nicastro; Betta Cesqui e Cosimo Ferri si sono astenuti e lo stesso hanno fatto i membri di diritto del consiglio, mentre Mancino ha manifestato tutti i suoi dubbi ma poi non ha partecipato al voto sostenendo che la lacuna è del legislatore. Cosa succede a Palazzo dei Marescialli, è mancato il coraggio? ‘Condivido la posizione del vicepresidente. La normativa presenta una lacuna e i consiglieri che hanno votato contro e si sono astenuti hanno voluto con questo loro gesto esprimere in modo forte un disagio’. Tuttavia, alla fine è stato concesso il nulla osta elettorale al pm che a Bari ha condotto inchieste delicate sulla pubblica amministrazione. ‘Concordo pienamente con il comunicato dell’Anm che ha criticato questa scelta ma sono sorpreso dello stupore di alcuni perché questa non è una novità nella linea dell’Anm. Ma è una posizione che abbiamo assunto da anni: io, da presidente dell’associazione, mi espressi nettamente in due situazioni analoghe, rilevando che anche in assenza di una legislazione era del tutto inopportuna la candidatura a sindaco di due colleghi». Parliamo del procuratore Emiliano, candidato vincente a Bari, e del pm Casson candidato sindaco senza successo a Venezia? ‘ Anche su quelle candidature ho espresso a suo tempo una critica ferma’. Lei, che fa il procuratore aggiunto a Milano, ce la metterebbe la faccia per una candidatura nella sua città? ‘A una domanda di questo genere non so rispondere perché nessuno mi ha mai proposto una candidatura. Ma, ripeto, è un problema di immagine, di credibilità di cui dobbiamo tenere conto. Io voglio sottolineare che si parla sempre di corporativismo dei dei magistrati mentre è la stessa Anm che, ormai sette anni, fa ha suggerito al Parlamento di introdurre una incompatibilità più rigorosa per i magistrati’. 

Perché il Parlamento non ha mai preso in considerazione le vostre proposte? ‘Il problema è che il Parlamento non ha mai discusso le diverse proposte di legge che sono state depositate su questo tema: io ho rintracciato quelle di Santo Versace del Pdl e di Carolina Lussana della Lega. E credo ce ne è una anche del Pd. E’ tutto fermo anche se l’arco di forze politiche rappresentato è piuttosto ampio. Ecco, sarebbe il caso chiedersi perché la politica non si muove”. (red)

10. Dl emergenze, sì senza ricorso alla fiducia 

Roma - "Il decreto sulla Protezione civile va, ma continua a perdere pezzi, scrive LA STAMPA a pagina 6. E’ caduto definitivamente il Lodo che avrebbe fatto da scudo giudiziario a Guido Bertolaso e ai suoi uomini in campo civilistico e amministrativo relativamente all’emergenza rifiuti in Campania. Era già stato dimezzato un paio di giorni fa, lasciando intatti i profili penali. Ieri mattina il governo ha deciso che è meglio non farne proprio niente: una misura di trasparenza che s’incasella a perfezione nella Operazione Pulizia che Berlusconi stesso ha deciso e lanciato nelle ultime ore. E s’è giunti al paradossale risultato che la Camera ha votato a stragrande maggioranza un emendamento di Dario Franceschini che cassava il tutto. Allo stesso tempo il governo ha deciso di non porre la fiducia: meglio procedere con le procedure ordinarie ed è comunque garantito il voto finale per oggi alla Camera. Esulta perciò il centrosinistra. Dice Pier Luigi Bersani: 'E’ una vittoria dell’opposizione. Ed è la prima volta che succede'. E Pier Ferdinando Casini: 'Stiamo rimettendo sul binario giusto un provvedimento che presentava aspetti abnormi'. Sfrondato dai suoi capitoli più spigolosi, quelli dove l’opposizione ha fatto letteralmente le barricate - e cioé senza la nascita di una società per azioni e senza scudo anti-giudici - il decreto si avvia finalmente alla conversione in legge. L’opposizione stessa ha deciso di non insistere oltre, ritirando molti suoi emendamenti. E perciò Fabrizio Cicchitto, il capogruppo Pdl, può dirsi soddisfatto: 'Il governo e la maggioranza - spiega - sono interessati alla piena efficienza della Protezione civile e alla rapida approvazione del provvedimento in questione. Essendo venuto meno l’atteggiamento ostruzionistico dell’opposizione, raggiunto l’obiettivo, è stata ritirata la fiducia'. In verità, la maggioranza s’è accorta che anche con il voto di fiducia i tempi non si sarebbero così celeri come sperava, anzi. Come dice il presidente dei deputati della Lega Nord, Roberto Cota: 'E’ stata ponderata la scelta di non mettere la fiducia perchè si è appurato che questo risultava il percorso più breve'. C’entra anche il rigore di Gianfranco Fini che s’è rifatto ai tempi di Nilde Iotti e ha annunciato che avrebbe garantito un’ampia discussione all’opposizione. E’ nato così, quindi, un onorevole compromesso che permette a tutti di gridare vittoria. 

Nel corso del dibattito è caduta anche una leggina ad personam infilata nel decreto sulla Protezione civile di straforo al Senato: avrebbe consentito la promozione a dirigenti del ministero dei Beni culturali dei dipendenti titolari di «incarichi di funzione dirigenziale» che avessero maturato cinque anni di anzianità nell’incarico. La leggina aveva suscitato grandi curiosità in Parlamento perché saltava agli occhi la stranezza. E alla fine il sottosegretario Guido Bertolaso, che non ne sapeva nulla neppure lui, informatosi, ha spiegato: «La promozione riguardava un solo funzionario».Il sottosegretario ha presenziato in giacca e cravatta per tutto il tempo ai lavori parlamentari. Un solo velocissimo sfogo: «Checchè scriva qualche giornale, di bugie non ne ho mai dette». Si riferiva agli impegni presi per Pisa, Lucca, La Spezia e Modena, centri alluvionati prima di Natale". (red)

11. Test antidroga a parlamentari: l’onorevole Sniffa 

Roma - “Il sottosegretario Giovanardi – scrive Massimo Gramellini sulla STAMPA - ha reso noto il sottoesito della sua sottoiniziativa: degli oltre duecento parlamentari che si sono sottoposti all’esame del capello, soltanto uno è risultato positivo alla cocaina. Una percentuale piuttosto bassa, che qualora venisse riscontrata anche fra i settecento che hanno evitato la prova, confermerebbe la distanza fra la casta politica e il Paese reale. L’aspetto più buffo e desolante di una vicenda nata nel nome della Dea Trasparenza è che l’identità dell’unico reprobo non verrà resa nota. Resta da capire perché il cocainomane abbia accettato di fare il test. Al riguardo esistono tre piste, pardon, tre scuole di pensiero. 

La prima è quella del complotto: l’onorevole Sniffa è puro come un giglio ma, un attimo prima dell’esame, due magistrati comunisti e un agente dei servizi segreti cecoslovacchi in pensione gli hanno passato una bustina dicendogli che era di zucchero. La seconda teoria ritiene che il reprobo si sia sottoposto al test dopo essersi drogato, nel qual caso ci si domanda con un certo terrore se sia peggio avere un onorevole cocainomane o un onorevole scemo. La terza presuppone invece che Sniffa sia uomo di intelligenza diabolica. Grazie alla sua positività conclamata, e alla sua identità segreta, adesso in Parlamento ci sono duecento potenziali cocainomani che vengono guardati con sospetto da tutti. Sembra un giallo di Agatha Christie o, più banalmente, una puntata del Grande Fratello: chissà quando cominceranno le nomination”. (red)

12. Ricucci prova a chiudere l'era dei 'furbetti' 

Roma - “La corsa è stata a ostacoli. Qualche tassello – non secondario – deve andare ancora a posto. Ma l´ex-impero di Stefano Ricucci muove un altro piccolo passo verso la chiusura del concordato preventivo, scrive Ettore Livini a pagina 35 di REPUBBLICA . Pronto a ripartire (se tutto andrà bene) da una dote "bonsai" di 341mila euro. Il giudice delegato al fallimento del "furbetto del quartierino" ha dato l´ok per rimettere in bonis – togliendola dalla procedura di liquidazione – la Magiste holding. L´operazione è andata in porto nelle scorse settimane, assieme al conferimento in questa società di quel che resta del tesoretto del mancato scalatore di Rcs: le partecipazioni in Magiste Re e Magiste Real estate property (Mrep), che tra ville all´Argentario, palazzi storici a Milano e Roma, ipoteche e debiti per 358 milioni valgono rispettivamente – come stima una perizia del professor Enrico Laghi, ordinario di economia aziendale alla Sapienza – 155 e 186mila euro. Questa girandola di transazioni apre la strada allo sprint finale per la chiusura delle procedure concorsuali sul gruppo: in queste settimane si starebbe cercando di arrivare a un accordo con Eurohypo, il maggior creditore con un´esposizione di 202 milioni, per poi procedere a cercare nuova finanza, sospendere le aste giudiziarie sui gioielli del gruppo (visto il momento no del mercato immobiliare), risolvere i contenziosi fiscali e far ripartire quasi da zero la nuova Magiste-bis. La fotografia scattata da Laghi alle macerie di Ricucciland è un piacevole Amarcord dell´era gloriosa delle scalate dei furbetti. Non ci sono più, come si sa, le partecipazioni del 20% in Rcs, i titoli Capitalia, le plusvalenze Antonveneta, ricordi dell´epoca d´oro in cui alla porta di Magiste c´era la coda di banche – Giampiero Fiorani in testa – pronte a prestare al finanziere romano centinaia di milioni. ‘A loro – è il mantra di Ricucci – ho già restituito 1,6 miliardi’.Il patrimonio rimasto in casa Mrep (e ipotecato da Eurohypo) comprende alcuni cimeli di quell´epopea finanziaria: c´è il palazzo di Via Borromei 5 a Milano, acquistato da Meliorbanca per 84 milioni, fatto girare come una trottola con passaggi infragruppo fino a creare una plusvalenza farlocca di altri 40 milioni. Oggi ne vale 86. Ma alle due aste giudiziarie già avviate, l´ultima con prezzo base di 66 milioni, non s´è presentato nessuno. C´è l´immobile di via Lima 53 a Roma, il cui valore lievitò in poche settimane da 12 a 60 milioni nei conti di Ricucci prima della contestatissima cessione alla Confcommercio di Sergio Billè. Una palazzina da cui oggi Laghi stima di poter recuperare al massimo 24 milioni. Ci sono pure Villa Feltrinelli all´Argentario (29 milioni) teatro delle romantiche nozze con Anna Falchi e il garage di Zagarolo (5mila euro il valore di perizia) dove il furbetto nascose in un intercapedine 131 scatoloni con il suo archivio segreto. Si tratta – lo ammette Laghi nella sua perizia – di valori approssimativi, stime che rischiano di rivelarsi troppo alte a fronte di un mercato del mattone non proprio brillante. Ricucci però spera ancora di poter uscire lo stesso dalle procedure concorsuali senza troppe ammaccature. Le pendenze con Popolare Vicenza (90 milioni di debiti) e Bpi sono state chiuse con due transazioni. Sulle contestazioni con l´agenzia delle entrate che chiedeva 33 milioni di arretrati e i debiti con Italease si stanno studiando soluzioni. Ricucci stesso ha staccato nel 2009 un assegno da 1,6 milioni per ricapitalizzare la Magiste Property. I bei tempi delle scalate a Piazza Affari, delle gite in barca in Costa Smeralda e dei blitz sul Corriere della Sera sono un ricordo del passato. Ma se tutti i tasselli andranno a posto, l´impero Ricucci potrà ripartire. Con in tasca 341mila euro”. (red)

13. Tav, Virano: Sono rimasti solo i duri del 'no' 

Roma - “Erano quasi cinque anni che il fronte della protesta contro la Tav non si infiammava come sta accadendo in queste ore, scrive il CORRIERE DELLA SERA a pagina 27 che intervista Mario Virano. Ma non è successo tutto in una notte, anzi. Scritte ingiuriose sui muri, minacce, persino proiettili inviati nelle ultime settimane a casa di imprenditori dichiaratisi favorevoli al supertreno della Val di Susa andavano preannunciando un inasprirsi del confronto proprio mentre i tecnici proseguivano la loro campagna di sondaggi geologici lungo il futuro tracciato della Torino-Lione. Ma nel concreto, che cosa ha determinato questo rapido rialzo della temperatura? Mario Virano presidente dell’Osservatorio tecnico sull’Alta velocità, un’idea precisa se l’è fatta: «In questi anni la situazione in val di Susa è radicalmente mutata: se nel 2005 i no Tav potevano contare su un consenso misurabile in decine di migliaia di persone, oggi quel numero si è ridotto a qualche centinaio. E si tratta degli irriducibili, dei più arrabbiati’. Significa che se da un lato sta scemando la consistenza numerica della protesta, dall’altro si stanno incattivendo i metodi di lotta? ‘Mi sembra stia accadendo esattamente questo. L’altra sera un gruppo di contestatori, composti in larga parte da esponenti del movimento antagonista e dei centri sociali di Torino, non da valsusini, ha deliberatamente cercato lo scontro, prima bersagliando gli operai addetti ai sondaggi con insulti e non solo con quelli e più tardi assalendo le forze di polizia. Sono segnali gravi e se ad essi si aggiungono quelli emersi di recente, direi che si è abbondantemente passato il segno’. Oggi è prevista una nuova fiaccolata dei no Tav: sicuro che sarà un appuntamento per pochi? ‘Posso dire questo: abbiamo già eseguito 20 sondaggi geognostici e le operazioni si stanno svolgendo in un clima assolutamente ragionevole da parte dell’opinione pubblica. Dico di più: ieri sono tornato dalla Francia con un gruppo di tecnici e amministratori locali, con i quali abbiamo approfondito proprio alcuni temi legati all’opera. Con me c’erano i sindaci di comuni nevralgici per il tracciato, come Susa, Orbassano, Chiomonte; sono amministratori che cinque anni fa erano in prima fila contro il cantiere della Tav, con loro si è instaurato un dialogo costruttivo e verranno rispettati dei passaggi come la valutazione di impatto ambientale a garanzia anche delle comunità locali. Insomma, a chi protesta ormai non interessano i sondaggi geologici, operazione che avviene in tutto il mondo per qualunque opera pubblica, vogliono solo colpire un simbolo. Ma con le loro azioni stanno semplicemente mettendo a nudo la distanza che ormai li separa dal comune sentire’. Le trivellazioni in val di Susa non sono finite: temete che la protesta possa ulteriormente degenerare dopo gli scontri degli ultimi giorni? ‘Quanto è accaduto mi sembra già abbastanza increscioso. Non è possibile tollerare intimidazioni ai danni di persone che lavorano, siano operai o imprenditori. Il progetto della Torino-Lione prevede tappe ben precise; nel breve periodo, se sarà necessario, si farà ricorso alle ragioni della forza; ma nel medio e lungo periodo a prevalere contiamo che sarà la forza della ragione’”. (red)

14. Auto 'eco', Tajani: Ci sono i fondi Bei

Roma - “La stagione degli incentivi pubblici all’auto è conclusa», dice subito Antonio Tajani in un colloquio con LA STAMPA: è servita ‘a impedire una crisi devastante che avrebbe potuto avere un altissimo costo sociale’, ma è finita ‘perché non si può falsare il mercato con gli aiuti di stato’. Ora, spiega il commissario europeo all’Industria, bisogna entrare in una seconda fase, e passare dal sostegno nazionale a pioggia a quello europeo legato agli obiettivi. La sua idea è che occorra una politica per lo sviluppo delle quattro ruote coordinata a livello Ue e focalizzata sull’innovazione. «Bisogna lavorare per andare avanti», insiste l’italiano di Bruxelles, e se avremo una strategia comune, sarà possibile finanziare anche i singoli progetti. In fondo, sebbene mirati, sempre soldi sono. Stamane alle dieci a palazzo Berlaymont si tiene una riunione insolita. Tajani ha invitato i ventisette ministri dell’industria europei per parlare del futuro dell’auto, «il più europeo fra i settori europei in cui il 70% dei componenti sono realizzati all’interno dell’Ue». Non era mai successo. Lo ha fatto perché le case motoristiche hanno pagato duramente la crisi, subendo a cavallo fra il 2008 e il 2009 un crollo delle immatricolazioni. I dati comunitari di gennaio, fa notare il commissario, segnalano una ripresa annua del 13%, però non devono ingannare poiché il mese di riferimento fu una vera catastrofe. Tajani è ottimista per il futuro dell’industria, eppure non vuole essere preso alla sprovvista dalla turbolenze di fine recessione. I numeri gli dicono che il progressivo ritiro degli incentivi nazionali potrebbe provocare una seconda caduta degli ordini di nuovi veicoli nell’ordine del 10%. ‘Ecco che si richiede una visione comune di medio e lungo periodo per creare un solido percorso per la ripresa’. E’ necessario per consolidarsi, dice il commissario, e anche per costruire un fronte comune con cui affrontare i mercati dove la crescita sarà più netta, India, Brasile, Cina. ‘Non possiamo pensare di difendere il mercato col nazionalismo - assicura -. Bisogna al contrario fare squadra, aprirsi ed essere competitivi’. Gli strumenti ci sono. Tajani mette in testa alla lista la cooperazione con la Bei, la banca per gli investimenti, destinata per scardinare i vincoli di accesso al credito per le imprese. L’idea è di creare delle linee di finanziamento rivolte a chi decide investire in tecnologie pulite, un gioco della carota che promette capitale a chi corre sulla retta via. E’ chiaro, precisa il commissario italiano, che tutto ciò deve avvenire nell’ambito di un concerto. Si fissano i contorni, si presentano i piani d’impresa, si ottengono i soldi. La parola d’ordine è «innovazione», concetto che fa arrossire gli europei. In questa parte del mondo la spesa per realizzare l’economia del futuro è in media al 2% del pil, contro il 2,6 degli Stati Uniti e il 3,4 del Giappone. Brutta storia. ‘Google investe da sola per la ricerca e lo sviluppo quanto l’Europa ha stanziato per il VII programma quadro’, ammette Tajani. Servono soldi e idee, e guai a pensare che l’auto sia solo l'Olimpo delle grandi marche, Fiat, Opel, Peugeot e così via. ‘C’è la componentistica, migliaia di piccole imprese che non possono essere dimenticate; sono risorse e posti importanti». Stamane si parlerà parecchio della questione occupazionale, dei posti perduti e di come recuperarli. Tajani concede che ci saranno altre ristrutturazioni e per questo auspica un ricorso puntuale ai fondi sociali e regionali europei. Anche qui, insiste, c’è bisogno di coordinamento perché la gestione del Welfare è una prerogativa nazionale. ‘E’ fondamentale accompagnare il cambiamento provocato dalla crisi e scongiurare il contraccolpo sociale: nell’industria dell’auto sono in gioco 12 milioni di posti». Cambiare si deve, insomma, scommettendo sull’avvenire dell’auto pulita e del trasporto decarbonizzato. ‘La Spagna crede molto sull’auto elettrica’ - afferma Tajani, che ieri sera è volato in missione lampo a Madrid per coordinarsi con la presidenza di turno -, ma si tratta di un processo che richiederà tempo. Di pari passo, il commissario proporrà ai ministri di combattere insieme ‘la competitività dell’industria e il miglioramento dell’accesso ai mercati mondiali, anche attraverso una standardizzazione che è cruciale’. L’obiettivo è riuscire a esportare e produrre in loco. A rischio di delocalizzare? ‘Se saremo capaci di darci una buona politica con un matrimonio d’interessi fra industria e ambiente non ci saranno problemi’”. (red)

15. Intesa-Agricole: Bazoli rimette ordine tra i soci 

Roma - “La partita tra Intesa e Agricole si chiude con un accordo che potrebbe accontentare tutti, scrive Marcello Zacchè a pagina 20 de IL GIORNALE. La procedura Antitrust, aperta sia perché i francesi non sono ancora scesi al 2% nel capitale di Intesa (hanno il 5,8%), sia perché hanno legato un patto con Generali sull’11% del capitale, rischiava di essere salata per la banca presieduta da Giovanni Bazoli. Un multa (di almeno 500 milioni) sarebbe stata in capo a Intesa. Inoltre, la banca era di fatto paralizzata nelle sue decisioni strategiche, non potendo avere certezze né sull’azionariato, né sulle mosse da fare nei settori di business sensibili ad aspetti concorrenziali, quali per esempio la bancassurance. Da ieri il gran lavoro svolto da Bazoli, che da sempre tiene contatti stretti con Parigi, ha dato i suoi risultati. Ora Intesa può guardare avanti senza avere più le mani legate. E lo stesso Bazoli, in vista del riassetto dei vertici, potrà meglio valutare eventuali movimenti tra i grandi soci, dove è ancora presente Zaleski con il 2,5%, dove le Generali hanno il 5% ma non sono più partner industriale e dove lo stesso Agricole - ora si sa con certezza - dovrà scendere entro il 2011 al 2%. Mentre fin da subito dovrà calare dal 5,8 al 5%, cedendo lo 0,8%, entro quest’anno. 

Questo è uno dei contenuti chiave dell’accordo di ieri, insieme con l’impegno a cedere ai francesi 150-200 filiali. Un obbligo che in casa Intesa forse non farà gran piacere. Ma che in fin dei conti è un po’ il minore dei mali, soprattutto in considerazione del peso, piccolo, che tale numero pesa sul totale delle filiali del gruppo: siamo nell’ordine del 2-3%. Già si parla, secondo indiscrezioni, di due piccole banche che potrebbero interessare l’Agricole: la Banca dell’Adriatico e la Cassa di Risparmio di La Spezia. In ogni caso la rete sportelli di Crédit Agricole in Italia salirà così a 900 sportelli. Gli accordi, già esaminati ieri dal collegio Antitrust, prevedono che diritti di voto relativi all’intera partecipazione Agricole dovranno nel frattempo essere trasferiti a un «monitoring trustee» gradito all’Autorità per la presentazione delle candidature per le nomine al consiglio di sorveglianza in vista dell’assemblea di fine aprile 2010. Il trustee «definirà una lista di candidati con il nulla osta dell’Autorità, i candidati dovranno avere i requisiti di indipendenza rispetto al Crédit Agricole ed essere di gradimento dell’Autorità». Il trustee non dovrà esercitare i diritti di voto su materie sensibili dal punto di vista antitrust e dovrà garantire il controllo dei flussi informativi verso l’Agricole. L’Antitrust ha quindi preso atto di questi nuovi impegni volti a grarantire la necessaria indipendenza tra Crédit Agricole e Intesa Sanpaolo. Il procedimento di inottemperanza rimarrà però aperto per consentire all’Antitrust di monitorare che gli impegni presi siano effettivamente rispettati. Il nuovo termine di conclusione è stato fissato al 15 luglio 2011. E in un passaggio dei documenti allegati alla delibera Antitrust non coperti da omissis si legge che tutti gli impegni previsti «sono assunti da Crédit Agricole anche per conto dei soggetti collegati». 

Intesa Sanpaolo, nell’ambito del procedimento, rimane comunque l’interlocutore di riferimento dell’Authority. Starà infatti alla Ca’ de Sass sottoporre «tempestivamente» all’Antitrust «ogni documentazione relativa al compimento dei singoli atti e attività» previsti dall’accordo. A sua volta l’Agricole si impegna a fornire «in tempi ragionevoli» a Intesa le informazioni e i documenti relativi al compimento dei vari passaggi previsti”. (red)

16. Il Dalai Lama alla Casa Bianca e l'irritazione cinese 

Roma - “Barack Obama esprime ‘forte sostegno’ per il Dalai Lama ma l’incontro alla Casa Bianca avviene con modalità tese a contenere l’irritazione cinese, annota Maurizio Molinari a pagina 9 de LA STAMPA. Sul piano della forma il presidente americano ha concesso molto poco al leader tibetano: il colloquio non è avvenuto nello Studio Ovale ma nella Map Room della East Wing, non sono state ammesse le telecamere ed è stata diffusa una sola foto ufficiale con un cerimoniale ridotto al minimo necessario rispetto a quanto avvenne nel 2007 quando George W. Bush presenziò alla solenne cerimonia della consegna al Dalai Lama della medaglia del Congresso. Il leader tibetano incassa però un colloquio durato un’ora e un comunicato scritto del portavoce presidenziale, Robert Gibbs, nel quale si afferma che Obama gli ha garantito il ‘forte sostegno per la tutela dell’identità religiosa, cultura e linguistica del Tibet’ nonché per ‘la protezione dei diritti umani in Tibet». Inoltre Obama esprime plauso per ‘l’impegno del Dalai Lama alla non violenza e al perseguimento del dialogo con il governo cinese’, incoraggiando le parti ad ‘avere contatti diretti per risolvere le differenze’ come avvenuto ‘con la recente ripresa dei colloqui’. ‘Sono molto contento per l’incontro avuto’ ha commentato il Dalai Lama incontrando la stampa appena uscito dalla Casa Bianca, esprimendo ‘apprezzamento’ per come Obama ‘ha parlato della promozione dei valori umani, dell’armonia religiosa, di un maggiore ruolo di leadership per le donne nel mondo e della preoccupazione per il popolo tibetano’. ‘Obama mi ha espresso un forte sostegno» ha aggiunto il leader che vive esiliato in India, per sottolineare la convergenza sul piano dei valori. 

In realtà anche il testo del comunicato diffuso da Gibbs sull’incontro ‘con Sua Altezza il XIV Dalai Lama’ è frutto di un bilanciato compromesso fra la necessità di sostenere i diritti tibetani e di ridurre al minimo l’attrito con Pechino, non a caso si fa riferimento ai ‘tibetani della Repubblica Popolare cinese’ per attestare il rispetto nei confronti della sovranità cinese e, nell’ultima frase, si sottolinea l’’importanza di relazioni positive e di cooperazione fra gli Stati Uniti e la Cina’. 

Nel soppesato approccio al leader tibetano rientra anche la scelta di farlo incontrare con il Segretario di Stato, Hillary Clinton, che però lo ha salutato come ‘leader culturale e religioso’ facendo attenzione a non fare riferimento alla violenta repressione dei monaci da parte dell’esercito cinese nella primavera 2008. Per Michael Green, che fu il più importante consigliere sull’Asia di George W. Bush, ‘la Casa Bianca ha dimostrato attenzione per la grande importanza che i cinesi assegnano ai dettagli del protocollo in simili occasioni’ trasmettendo a Pechino un messaggio «sicuramente non di sfida politica’. Al tempo stesso il fatto che l’incontro sia avvenuto - dopo averlo rinviato in occasione del viaggio autunnale a Pechino - consente a Lodi Gyari, inviato del Dalai Lama negli Stati Uniti, di dire che ‘Obama ha dimostrato un’attenzione personale per la nostra causa’. Il ministero degli Esteri cinese ha fatto sapere di essere ‘estremamente insoddisfatto’. ‘Obama - ha detto un portavoce - ha violato la promessa di non sostenere la causa dell’indipendendenza tibetana’. Ma per Charles Freeman, analista del Centro di studi strategici e internazionali, ciò che più conta è se il presidente cinese ‘confermerà, rimanderà o annullerà’ la prevista visita a Washington in aprile, in occasione del summit contro la proliferazione che è in cima all’agenda internazionale della Casa Bianca”. (red)

Il gatto bulgaro

Prima Pagina 18 febbraio 2010