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Per non abusare del (termine) razzismo

Il termine “razzista” è uno dei più inflazionati ed usati a sproposito nel contesto sociopolitico attuale, superando anche le modalità di uso improprio del termine “antisemita”. Non entriamo nei significati meramente scientifici di specie e razza, sarebbero puri sofismi: la discriminazione bianca verso i neri, e viceversa, è da intendersi correttamente come razzismo.

Accettato ciò, però, come si fa a dire che la discriminazione verso le donne sia razzismo? Ovvero, come si può considerare una persona di altro sesso, ma di identica etnia, come appartenente ad altra razza? La parola corretta invece, in questo caso di discriminazione, è sessismo. 

Termine, peraltro, che potrebbe essere impiegato benissimo anche per le discriminazioni basate sul diverso orientamento sessuale: se un individuo viene discriminato in quanto gay o etero - anche questo è possibile e non si creda che non avvenga, e non per motivi etnici - ebbene non è razzismo.

Anche se si parla di religione, poi, il termine razzismo è difficilmente giustificabile, visto che le religioni abramitiche sono praticate su basi multietniche. A titolo di esempio: né un pakistano né un iraniano sono arabi, anzi sono molto più vicini “razzialmente” a un europeo. Al limite potrebbe essere razzista la discriminazione verso religioni che vengono definite etniche, ma con molte riserve: spesso la discriminazione è praticata da gente della medesima etnia ma convertita a una nuova religione. Il caso di Ipazia di Alessandria, sulla quale è stato girato recentemente un film che trova grosse difficoltà ad essere distribuito in Italia, è di questo tipo, rientra nella tipologia ma, anche se è condito in salsa sessista, non è razzismo.

L’impiego più improprio è nel caso in cui razzismo viene usato per indicare discriminazioni fondate sul censo. Perché poi usare il termine razzismo, quando ne abbiamo uno di nobile e antica tradizione, che si adatta perfettamente al caso? Classismo. Ma questo potrebbe risvegliare antichi fantasmi di giustizia sociale assolutamente inopportuni per il sistema.

Sarebbe il caso di perdere la comoda abitudine di adagiarsi a sproposito su facili marchi di infamia, anche se hanno l’innegabile vantaggio di paralizzare il confronto e favorire l’affermazione del proprio pregiudizio.  

Ferdinando Menconi


A.A.A.: non dimenticare Bnl-Unipol

Prima Pagina 01 febbraio 2010