Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 02/02/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “ ‘Vorrei vedere Israele nella Ue’ ”. In un box: “Ciancimino jr: papà investì su Milano 2”. Il caso Bologna: “Pd freddo e Prodi propende per il no” e “Guazzaloca: pronto a sostenerlo per salvare la città”. Editoriale di Sergio Rizzo: “I regali elettorali delle regioni”. Di spalla: “Genocidio: l’orrore sempre in agguato”. Al centro foto-notizia: “Di Pietro-Contrada, il giallo delle foto”. In taglio centrale: “Il federalismo d’impresa nasce al ristorante” e “Più entrate: i conti pubblici migliorano”. In taglio basso: “Ronaldinho, tre notti di festa prima del derby” e “Il giudice accusa: il Sismi di Pollari sapeva della Cia e di Abu Omar”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Arriva la legge anti-pentiti”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzo: “L’impunità assoluta”. Di spalla commento di Eugenio Scalfari: “La Chiesa il potere e il Grande Inquisitore”. “Via libera del governo alle nozze tra Telecom e la spagnola Telefonica”, con il retroscena di Claudio Tito: “Ecco i ‘paletti’ messi dal Cavaliere” e l’analisi di Massimo Giannini: “I falsi cadornisti di Palazzo Chigi”. A centro pagina foto-notizia: “Berlusconi: sogno Israele nella Ue”. In taglio basso: “Scuola, i bambini del Sud in serie B”.  

LA STAMPA – In apertura: “ ‘L’Italia sanzioni l’Iran’ ”. Editoriale diVittorio Emanuele Parsi: “Il fardello dell’amicizia con Teheran”. In un box: “Obama: superdebito per 10 anni Fondi solo per la guerra e il lavoro”. In taglio alto: “Beppino Englaro ‘Rifarei tutto’ ”. Di spalla: “Tasse e tagli per salvare la Grecia”. Al centro foto-notizia: “In mille per il ragazzo accoltellato” e “Ciancimino accusa: ‘Soldi di Cosa Nostra in Milano 2’ ”. A fondo pagina: “Corna di Stato”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Prodi respinge Bersani”, con l’editoriale di Vittorio Feltri. Di spalla: “La mafia vota contro la legge salva-governo”. Al centro foto-notizia “E le corna diventano un affare di Stato” e il commento di Nicola Porro: “Altro che Termini: aiutate le micro imprese”. In un box: “Vendola & soci, il Sud piagnone che rifiuta l’economia del futuro”. A fondo pagina: “Arriva il gel che uccide l’inquinamento”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “La carica degli incerti”. In taglio alto: “Il sogno di Berlusconi: Israele nell’Unione europea” e “Si scioglie il patto Agricole-Generali”. Editoriale di Wolfgang Munchau: “Perché Weber non è l’uomo giusto per la Bce”. Al centro foto-notizia: “Grammy Awards. Beyoncé superstar”. Di spalla: “E Paulson pregò Dio: ‘Salva noi e il dollaro’ ”. In taglio basso: “Tremonti: ‘Basilea 3 no’ ” e “Aperte 140 vertenze. Il governo cerca investitori anti-crisi”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi: Israele entri in Europa” e in un box: “ ‘Abu Omar, il Sismi sapeva del sequestro’ ”. Editoriale di Ennio Di Nolfo: “La carta dell’Italia sul tavolo del dialogo”. Al centro foto-notizia: “Da Padre Pio all’Expo, così cento volte all’anno il Paese dichiara l’emergenza”, “I conti pubblici migliorano a gennaio” e “Influenza stagionale ‘cancellata’ dal virus A”. In taglio basso: “Ciancimino: la mafia investì su Milano 2. L’avvocato Ghedini: falso, pronti a querelare” e “Se l’adulterio diventa affare di Stato”.  

IL TEMPO - In apertura: “Neanche Prodi aiuta Bersani”. Editoriale Carlo Pelanda: “Compromessi tra finanza e politica”. Al centro foto-notizia: “Berlusconi vuole Israele nella Ue” e “ ‘Le banche non fanno il loro mestiere’ ”. In due box i commenti: “Ecco Emma. Snobba il Pd che l’ha voluta” e “Ciancimino. Ultima farsa su Milano2”. A fondo pagina: “Baciami ancora, poi si vedrà”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “ ‘Coi soldi della mafia’ ”. A fondo pagina: “Bologna, Prodi resta fuori. Nervi tesi nel Pd”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Capitalismo frizzante” e “Balle, bollicine e Generali”. In apertura a destra: “Cinesi contro Obama. Ma vince la saggezza della ‘coesistenza armoniosa’ ”. Al centro: “Boffo, Feltri e il convitato di pietra” e “Il valorista Casini e gli abortisti”. (red)

2. La discesa in campo di Prodi non scalda i democratici

Roma - “Le indiscrezioni: Romano Prodi in realtà - riporta Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - non si opporrebbe a una sua candidatura a sindaco di Bologna. Ancora le indiscrezioni: lui vorrebbe, ma la moglie Flavia è contraria. Voci, tam tam e quant’altro in questi giorni fanno la spola tra il capoluogo dell’Emilia Romagna e largo del Nazareno, sede nazionale del Pd. Poi c’è la realtà, solo quella, di questo Partito Democratico che cerca una pace che per ora non trova. E la realtà è che Pier Luigi Bersani in questi giorni ha sentito l’ex presidente del Consiglio al telefono, ma non gli ha mai offerto nessuna candidatura. Non ha fatto nemmeno un accenno o una mossa. ‘Lui ha deciso di fare altro nella vita, anche se le pressioni che ha ricevuto per candidarsi sono molte, per questa ragione non gli ho mai detto niente su questo’ ha confessato il leader del Pd a più di un dirigente del partito. Eppure sembrava che Prodi fosse interessato, e ora pare quasi che ci sia rimasto un po’ male perché non gli è arrivata nessuna pubblica profferta. ‘Ma no - minimizza Bersani - è ovvio che lui è interessato perché Bologna è la sua città e perché si è sentito coinvolto umanamente dal caso di Delbono, che era un suo amico’. Punto e basta. Del resto, persino la presidente del partito Rosy Bindi appare più che tiepida di fronte all’ipotesi di una candidatura Prodi: ‘Voglio tanto bene al Pd e troppo a Romano per potermi esprimere’. Comunque il segretario ha proposto per Bologna una strada che non è quella in discesa che si sarebbe dovuta offrire a Prodi: ‘Non escludo la via delle primarie, perché ci vuole una consultazione ampia’. E allora? Allora nessuna tensione tra il leader del Pd e l’ex premier, si affretta a precisare l’ex portavoce di Prodi Sandra Zampa. Senz’altro sarà così. Ma non può sfuggire - prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - il fatto che Bersani non abbia escluso, intervistato da Giovanni Minoli, di fare il candidato premier del centrosinistra nel prossimo futuro. Forse il segretario del Pd che aspira a questo traguardo non vuole nessuna tutela e la nomination di Prodi tale potrebbe sembrare. Come ammette Pier Luigi Castagnetti: ‘Con Prodi il Pd e l’Ulivo possono ripartire’. Ma Bersani è stanco di giocare da gregario, anche se - è ovvio - non ha intenzione alcuna di rompere con Prodi. Non ci sono in ballo solo questioni personali, però, che riguardano una leadership eventuale e futura. C’è anche un disegno politico che il segretario del Partito democratico sta perseguendo e che potrebbe infrangersi a Bologna. Ancora Castagnetti, che parla pane al pane vino al vino: ‘E’ chiaro che il disegno di Romano non c’entra niente con l’allargamento della coalizione del centrosinistra all’Udc, anzi è contrario a quel progetto’. Peccato che sia Bersani che Massimo D’Alema stiano lavorando a quell’obiettivo. E peccato che Pier Ferdinando Casini - ossia il politico che viene descritto come il nuovo Prodi - non abbia intenzione di stringere un’intesa con l’ex presidente della Commissione europea. ‘E’ chiaro - confida il leader centrista ad alcuni parlamentari amici - che se a Bologna si presentasse Prodi, l’Udc dovrebbe portare un altro candidato. Con Romano, che pure stimo, non posso allearmi, nè tanto meno posso sostenere una sua candidatura’. Già, altrimenti l’autonomia dell’Udc, quell’autonomia che Casini ha cercato di ritagliarsi in tutti imodi in questa fase di preparazione delle elezioni regionali, verrebbe meno. Andrebbe a finire in un’annessione dei centristi da parte del Pd: un’operazione politica che l’ex presidente della Camera non può permettersi. C’è da dire, però, che Prodi, pur sapendo che questo Pd non lo vuole di nuovo in campo, è comunque molto prudente sulla sua candidatura. Il perché è presto detto. Lo dice Castagnetti: ‘Vi immaginate che cosa succederebbe se Romano dicesse adesso, esplicitamente, che scende in campo per fare il sindaco di Bologna? Il governo rinvierebbe le elezioni in quella città e Prodi, candidato, rimarrebbe lì a farsi prima rosolare e poi infilzare’. Dunque, mentre Bersani tenta di porre un argine alla falla bolognese, perché non vuole scontentare Prodi ma neanche assecondarne i progetti, altrove, in Italia, il Pd fatica a chiudere il cerchio. Come dimostra la vicenda campana. Il candidato - unico, per sua stessa ammissione - Enzo De Luca, sindaco di Salerno va avanti per la sua strada. Il segretario ha deciso di assecondarlo. E il Pd tutto, o quasi, lo segue, eccezion fatta per Antonio Bassolino e i suoi seguaci. Ma all’orizzonte - conclude Meli sul CORRIERE DELLA SERA - potrebbe profilarsi una nuova difficoltà. La compagine che va da Italia dei Valori al movimento del governatore pugliese Nichi Vendola, passando per Rifondazione, sta cercando di coinvolgere Saviano nell’offensiva contro De Luca. E’ da ieri che fervono le trattative con lo scrittore. Certo una sua discesa in campo scompaginerebbe i giochi del sindaco di Salerno, ma anche quelli di Bersani che sperava di aver chiuso almeno quella partita”. (red)

3. Guazzaloca: pronto a sostenere Prodi

Roma - “Abbiamo raggiunto il punto più basso degli ultimi 60 anni. Un modello politico è andato in frantumi, Cofferati e Delbono hanno solo contribuito a seppellirlo. Meglio non ripartire con schemi vecchi e logori. Sarebbe come dare la medicina omeopatica a un malato terminale”, ma “a crisi straordinaria, misure straordinarie. Serve un governo di unità cittadina, che unisca le nostre forze migliori. E Romano Prodi ha una storia personale e politica che ritengo adeguata”. Lo dichiara al CORRIERE DELLA SERA Giorgio Guazzaloca, il primo e unico sindaco di centrodestra nella storia di Bologna, che spiega: “Prodi è l’uomo giusto per Bologna, in questo delicato momento storico dove Bologna rischia di essere declassata a città di serie B. A una condizione Fare il contrario di quanto fece nel 2006 da presidente del Consiglio: muoversi libero, senza condizionamenti di schieramento politico. Rispondere solo ai cittadini e ai suoi collaboratori più stretti”. Guazzaloca confessa di non averne parlato con Pier Ferdinando Casini, “ma credo che la proposta sia ragionevole, e spero che la possa prendere in considerazione. Quando parlo di rottura degli schemi - aggiunge - non mi riferisco solo al Partito democratico, ma anche al Pdl. Le questioni interne vanno messe da parte. C’è una emergenza, e una soluzione di questo genere può essere utile. Solo con un sindaco di tutti - conclude - è possibile è possibile rimettere in moto meccanismi virtuosi. E intorno a una persona autorevole e credibile, come può essere Prodi, si può tentare di rilanciare la città”.  

“‘Si sa che la gente dà buoni consigli / sentendosi come Gesù nel tempio / si sa che la gente dà buoni consigli / se non può più dare il cattivo esempio...’. L’amico ha scomodato perfino De Andrè e la sua indimenticabile ‘Bocca di rosa’ - scrive ancora il CORRIERE DELLA SERA - per supplicare Romano Prodi ‘a sottrarsi a questo tormentone, a dire una parola definitiva’. Il messaggino ha illuminato il cellulare ormai stremato del Professore al termine di una giornata nevrotica, segnata da contraddizioni e voci incontrollate. Accetta? Non accetta? Ma il Pd lo vuole davvero o è l’ennesimo trappolone? In realtà, Prodi non ha ancora deciso, anche se propende per il no. È da una settimana che si arrovella. Lui e Flavia. Moglie, complice, consigliera. Ha sempre funzionato così, ogni qualvolta si è profilato un bivio nella carriera prodiana: a lei, l’analisi; a lui, la sintesi. Stavolta però è dura. Perché Prodi è tentato dal mestiere di sindaco: ‘Un ruolo operativo - racconta chi ha assistito alle tormentate riflessioni domestiche - di quelli che incidono nei tessuti della città: dove si decide e si fa, come piace a lui...’. E il caloroso assedio che gli ha riservato mezza città, neanche fosse San Romano, unito alla consapevolezza delle oggettive difficoltà in cui naviga il Pd, ‘lo hanno inorgoglito, ma anche responsabilizzato’. Ma ci sono anche le ragioni del no. Robuste. E le cui radici affondano in un passato che sembra l’altro ieri. ‘Ferite che sanguinano ancora...’. La traumatica caduta del suo governo, vissuta come un tradimento, anche a livello personale. Le campagne messe in piedi, e regolarmente finite in nulla, contro la sua persona e la sua famiglia: Telekom Serbia, Mitrokhin, spionaggio tributario. ‘Il suo timore - raccontano - è che tutti questi odi, questi veleni, ricadano su Bologna, nel caso accettasse di fare il sindaco...’. Flavia - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - non la pensa così. ‘È stanca di vivere in vetrina...’ raccontano. Pensa che due passaggi a Palazzo Chigi e cinque anni a Bruxelles possano bastare. Per lei, la cui salute ha spesso tenuto in apprensione i familiari. Ma anche per i suoi figli, Giorgio e Antonio, ‘ai quali la sovraesposizione del padre non ha certo giovato sotto il profilo professionale...’ confida un intimo. Gli amici si tengono a distanza. Si sa che Alessandro Ovi, ingegnere vicinissimo a Romano, suo ex consulente ai tempi del governo, è personalmente scettico all’idea di un Prodi sindaco. ‘Ha impostato la sua vita su altri binari, ormai, altri progetti...’. Le lezioni americane. Gli incontri in Cina. L’Africa. L’Onu. La Fondazione. ‘Ma sarà comunque lui a decidere...’. E poi gli altri. Arturo Parisi, grande amico di Romano, anche se a volte sulla politica si danno sulla voce. Sandra Zampa, parlamentare e portavoce: ‘Qualsiasi decisione prenda, l’importante è che ne sia convinto’. L’ex ministro Giulio Santagata: ‘Conosco troppo bene Romano per permettermi di dargli consigli...’. E forse, visto il polverone, il tempo dei consigli è davvero scaduto”. (red)

4. Il ping pong tra Prodi e i vertici del “suo” Pd

Roma - “Il caso Delbono - osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - si è trasformato nel caso Prodi. Un problema non di scandali privati, ma di freddezza politica fra il Pd ed il suo fondatore. La scelta del nuovo candidato a sindaco di Bologna sta facendo affiorare tensioni represse: una miscela di complimenti formali all’ex premier e di insofferenza verso il suo attendismo. Al punto che non si capisce se Pier Luigi Bersani sogni di veder tornare il Professore come primo cittadino del capoluogo emiliano, o di liberarsi della sua ipoteca ingombrante. Romano Prodi ieri aveva lasciato un margine di ambiguità, sostenendo di non avere ricevuto ‘nessuna richiesta ufficiale’. E si era compiaciuto di ‘un pressing così totale che non si sa cosa dire’: parole anodine, lette come una critica larvata al vertice del partito. ‘Non bisogna mai illudersi’ ha chiosato Prodi, come se volesse additare una filiera interna, ostile alla sua candidatura. D’altronde, quando il suo pupillo Flavio Delbono ha gettato la spugna, l’ex premier dell’Unione è stato duro verso il Pd. E Bersani ieri ha replicato a Prodi che ‘in questi casi non c’è bisogno di inviti ufficiali. La sua sarebbe una candidatura graditissima’. Ma ‘rispetteremo le sue decisioni’. Parole riconoscenti, e insieme d’ufficio. Accompagnate dalla smentita di un incontro a Bologna con l’ex premier; e da una nota piccata nella quale il Professore ha fatto definire ‘in malafede e strumentale’ qualunque lettura del suo rifiuto come conseguenza di qualche tensione fra lui e Bersani. Frasi nervose, nel tentativo di stroncare le voci di un contrasto nella capitale storica e ‘città vetrina’ del centrosinistra. La sensazione è che Prodi non voglia rimangiarsi il ‘distacco dalla politica nazionale’ per puntellare un’esperienza ritenuta al tramonto: meglio aspettare che arrivi fino in fondo. D’altronde - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - quando giorni fa ha detto di non capire bene chi comandi nel Pd, l’ex presidente del Consiglio ha di fatto delegittimato Bersani. Presentarsi come primo cittadino di un centrosinistra forte ma disorientato dallo scandalo Delbono, apparirebbe contraddittorio. Forse, col ‘no definitivo e coerente’ di ieri Prodi ufficializza il sospetto che i vertici nazionali non vogliano un suo ritorno: soprattutto nei panni di ‘salvatore della patria’. A Bologna la sinistra è convinta di vincere comunque. L’idea che il fondatore possa intestarsi il successo, sullo sfondo di un voto regionale incerto per il centrosinistra, incontra resistenze. È questo coacervo di manovre e malumori a scandire una vigilia che rimanda all’analisi mai compiuta del disastro del 2008. Un pezzo di centrosinistra lo attribuisce alle macerie lasciate dalle liti dell’Unione. Un altro, dà la colpa all’’autosufficienza’ del Pd teorizzata dall’allora segretario Walter Veltroni, accusato di avere affossato il governo Prodi. Il risultato è che Bersani sembra destinato a barcamenarsi per tamponare una spaccatura irrisolta: diplomatizzata il più possibile a Bologna; meno controllata, e alla fine traumatica prima in Puglia, adesso in Campania, dove la rissa sui candidati è aggravata dall’ombra della sconfitta. Il caso Prodi è solo la conferma e la metafora della difficoltà a trovare l’unità intorno ad un candidato del Pd: neppure lui è disposto a sacrificarsi per una forza minata da conflitti tali da apparire il vero marchio della sua identità”, conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

5. Se Prodi respinge Bersani

Roma - “La politica italiana tanto per cambiare attraversa un brutto momento. E questa non è una notizia, ma la fotografia - scrive Vittorio Feltri su IL GIORNALE - di una rancida realtà sotto gli occhi di tutti. Se torniamo sulla questione è solo perché ieri è successa una cosa talmente grossa da lasciare basiti. Prodi ha praticamente mandato al diavolo il Partito democratico del quale a suo tempo fu ispiratore e in qualche maniera fondatore. E ciò che fa più sensazione è il modo in cui il Professore ha voltato le spalle alla propria creatura, disconoscendone la paternità. Si sa. Tra un paio di mesi si voterà perle regionali e i partiti sono già mobilitati per vincere o per non perdere vistosamente. In particolare il Pd è impegnato, dopo la gestione transitoria di Dario Franceschini, nel tentativo di ricostruirsi e magari di costituire un’alternativa all’asse Pdl Lega. Ebbene, quando il nuovo pilota, Bersani, sperava di essere pronto al decollo, nel Lazio è successo quanto tutti ricordano: il governatore Marrazzo è stato travolto dallo scandalo trans e pruriginosi contorni. E ciò ha costretto il segretario a spegnere i motori. Attenzione. Stava per riaccenderli, ed ecco un’altra bufera infuriare nei cieli dove sorgeva il sol dell’avvenire; mi riferisco al tornado Vendola che si impone nelle primarie e sconfessa le scelte dalemiane. Non è finita. Ultime intemperie, a Bologna, capitale morale del comunismo e dell’ex comunismo nostrani. Accade un fatto che con la morale non c’entra un corno: il sindaco si dimette per un pasticcetto (ancora da verificare) economico-sentimentale. A questo punto Bersani, sconsolato - prosegue Feltri su IL GIORNALE - avverte la necessità impellente di rimontare proponendo per la poltrona di primo cittadino un uomo di spessore, il nome di maggior prestigio nell’area di sinistra: Romano Prodi, colui che in due circostanze ha battuto Silvio Berlusconi. L’idea piace e viene promossa all’unanimità dall’intera dirigenza Pd. Occorre soltanto concretizzarla. Per cominciare, si tratta di avvicinare l’interessato e di stabilire con lui un piano per trasformare la candidatura in un evento mediatico-propagandistico di sicuro effetto politico. Dell’operazione si incarica direttamente Bersani in segno di rispetto e considerazione per l’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione europea. Quando il segretario sta per recarsi a Bologna allo scopo di incontrare l’illustre Professore, questi gli rifila una storica doccia fredda: non ci sta, non se ne discute nemmeno. Salta l’appuntamento nel capoluogo emiliano. Manovra fallita. D’altronde, che torto si può dare a Prodi? Il quale, due volte a Palazzo Chigi a capo di una coalizione di governo eterogenea, composta da una miriade di partiti portatori di valori e ideali diversi e spesso contrapposti, è sempre stato obbligato ad interrompere prematuramente il mandato, lui che in fondo è stato l’unico in grado di contrastare con efficacia il dominio elettorale del Cavaliere. Non c’è ragione al mondo per cui, dopo gli sgambetti subiti dai suoi stessi alleati, egli adesso si sacrifichi in un ruolo secondario, per quanto importante, cioè quello di sindaco, giusto per rilanciare le azioni di chi lo ha tradito o non è stato mai capace di sostenerlo. Il rifiuto del Professore è giustificato: alla sua età, col suo passato, Prodi non poteva accettare di tornare ad essere Mortadella, sia pure in miniatura. Comprendiamo - conclude Feltri su IL GIORNALE - l’amarezza di Bersani che deve rinviare ancora il decollo. Ma decollerà?” (red)

6. Campania e Umbria, caos candidati nel Pd

Roma - “Campania e Umbria - scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - fanno tremare il Pd. Da Napoli Antonio Bassolino lancia un siluro contro il neo-candidato alla presidenza della Campania, Vincenzo De Luca. E da Perugia il veltroniano Mauro Agostini si ritira dalle primarie umbre e fa deflagrare lo scontro tra le varie anime del Pd. Un tutti contro tutti che rischia di ridisegnare i rapporti di forza interni, aprire interrogativi sul dopo-Regionali e spezzare l’asse, già traballante, tra Veltroni e Franceschini. A Napoli dunque, a margine dell’incontro con il presidente della Rai Garimberti, un cronista avvicina Bassolino e gli chiede un giudizio sulla candidatura di De Luca. E il presidente della Regione: ‘È sconcertante e politicamente incomprensibile che non si sia ricercato con la determinazione necessaria un accordo su nomi esterni a singoli partiti, ma capaci di unire la coalizione’. Bassolino ne fa uno per tutti, quello del rettore della Federico II, Guido Trombetti: ‘È del tutto evidente il vantaggio politico di un nome esterno e nuovo rispetto ad ognuna delle possibili candidature provenienti sia dal Pd sia da altre forze politiche’. Salvo colpi di scena De Luca resta in corsa, ma l’affondo di Bassolino segnala il malessere che, dalle regioni, contagia i vertici nazionali. E in Umbria il clima è ancora più esplosivo. Il senatore Mauro Agostini, ex tesoriere di Veltroni nonché candidato unico (fino a due giorni fa) delle primarie di domenica prossima, si ritira dalla gara a tre contro Gianpiero Bocci e Catiuscia Marini. Attacca a tutto campo, Agostini. Denuncia un ‘confuso e opaco dispiegarsi di apparati e filiere che stanno infeudando il percorso delle primarie’. Accuse pesanti - prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - rivolte non solo e non tanto contro la candidatura della bersaniana Marini, quanto contro la sua componente: l’Area democratica guidata in condominio da Franceschini e Veltroni. Per Agostini la discesa in campo di Bocci - deputato ex popolare spinto da Fioroni, Marini, Fassino e Franceschini - che in principio lo aveva sostenuto e appoggiato, è stata ‘una coltellata alla schiena’. Agostini parla di ‘doppiezza e slealtà’, grida al ‘trasformismo’ e al ‘tradimento’, dice che non farà campagna per nessuno e fonderà un’associazione per una nuova politica. ‘Il gesto di Mauro va capito e rispettato perché è a difesa dell’idea limpida delle primarie’, lo appoggia Walter Verini, che di Veltroni è stato il braccio destro. L’ex segretario è furibondo. Nell’ultimo vertice di Area democratica Veltroni aveva posto l’ultimatum ‘primarie o salta tutto’ e ora hanno ripreso a girare le voci secondo cui il suo attivismo potrebbe presto sfociare in clamorose iniziative. Parlando con i suoi Veltroni non ha fatto mistero di avere idee ‘molto diverse’ sul ruolo presente e futuro dell’opposizione interna. La rottura è nell’aria e domani, quando Franceschini riunirà i parlamentari di minoranza, si capirà quanto serie siano le conseguenze della vicenda. Nel mirino dei veltroniani c’è anche la fassiniana Marina Sereni. ‘Capisco l’amarezza, la delusione e anche l’arrabbiatura di Agostini - si giustifica la vicepresidente del Pd - ma nessuna slealtà, né manovre occulte. La maggioranza di Ad ha ritenuto la candidatura di Bocci in grado di andare oltre i confini del congresso’. Le carte nel Pd si stanno ‘rimescolando’, ammette la Sereni e spera che ‘non ci siano riflessi importanti nella vicenda nazionale’. E Beppe Fioroni - conclude Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - difende la scelta ‘democratica’ di Bocci: ‘Ad in Umbria ha 103 delegati e più di 90 hanno votato per lui...’”.  

“Vincenzo De Luca rifarebbe tutto, ‘dalla A alla Z’. Il candidato del Pd in Campania - scrive ancora Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - non accetta lezioni di moralità e si dice ‘orgoglioso’ della vicenda giudiziaria che lo vede coinvolto. ‘Sono inquisito per aver difeso il posto di 200 lavoratori’ ha detto il sindaco di Salerno a L’Unità, che ha dedicato al caso due pagine di stampo ipergarantista. Ma il Pd è spaccato. La maggioranza lo difende, però in tanti si interrogano. Ammesso che di truffa e concussione si sia trattato, esiste il reato a fin di bene? ‘Nessun guadagno né vantaggi personali’ titola il quotidiano diretto da Concita De Gregorio, ma non sarebbe stato meglio - per il dopo-Bassolino - schierare un nome estraneo a ogni inchiesta? ‘Credo sia un candidato forte’, concede il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, ma nel merito della vicenda non vuole entrare. Jean Leonard Touadi, deputato molto vicino a Dario Franceschini, ha fama di garantista eppure afferma che ‘il Pd avrebbe dovuto selezionare un candidato con una reputazione specchiata e a prova di ogni sospetto’. Premesso che De Luca è stato ‘un buon amministratore’ e che fino a prova contraria vale la presunzione di innocenza, Touadi ne fa una questione di opportunità politica: ‘Il fatto che Idv e Sinistra Ecologia e Libertà siano su posizioni ostili è un problema’. Anche per Giovanna Melandri la questione è politica, prima che giudiziaria. ‘Mi preoccupa che in Campania non si formi attorno al sindaco di Salerno un’alleanza sufficientemente ampia - chiede un passo indietro l’ex ministra - Forse è tardi per trovare una candidatura in grado di battere il Pdl, ma non possiamo lasciare scoperto il fianco’. Il pressing della minoranza - prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - sta crescendo di intensità, ma rimettere in discussione la scelta non sarà facile. ‘De Luca si espose a un rischio per difendere posti di lavoro - lo difende Andrea Orlando, responsabile Giustizia- Cosa ben diversa dall’arricchimento personale o da forme clientelari’. C’è dunque reato e reato, onorevole Orlando? ‘Il reato è tutto da dimostrare. Speriamo che il tentativo di difendere i lavoratori si riveli conforme alla legge’. Lo sperano in tanti dentro il Pd, appena scottato dalle dimissioni, a Bologna, del sindaco Flavio Delbono. ‘Sarebbe bene che il partito tenesse una linea univoca - invoca rigore Sandro Gozi, ex prodiano ora vicino a Ignazio Marino - La Campania è diversa dall’Emilia, ma statuto e codice etico devono valere per tutti, da Bolzano alla Sicilia’. Come dire che non si può indurre Delbono alle dimissioni perché indagato e, intanto, candidare De Luca. ‘Se un amministratore commette un reato va condannato, anche se a fin di bene’, premette il prodiano Mario Barbi: ‘Proprio perché le inchieste non sono arrivate a giudizio e la questione è delicata e incerta, sarebbe stato bene indire le primarie e coinvolgere nel dibattito anche chi ha dubbi o è contrario’. Ignazio Marino dubbi non ne ha. Sostiene De Luca, però chiede a Bersani di ‘azzerare il tesseramento in Campania, per poi ripartire distinguendo i buoni dai cattivi’. Per il senatore Luigi Lusi il sindaco di Salerno è nella lista dei buoni: ‘Comprendo che un amministratore eletto direttamente dal popolo prediliga una giusta attenzione ai lavoratori in difficoltà, anche a costo di violare la legge e subirne personalmente il danno’”. (red)

7. Bonino: “Il problema a sinistra non sono certo io”

Roma - L’intervista di Emma Bonino a LA STAMPA: ‘Oggi è stata dura, domani sarà peggio, ma non sono stremata, siamo solo all’inizio’. Anche se questa non è certo la sua prima campagna elettorale e nella sua vita politica ne ha passate tante, Emma Bonino sa che questa è la ‘sua’ partita cruciale, quindi non lesina energie e salta da un impegno all’altro cercando di tenere assieme una coalizione un po’ rissosa. Per dirne una, ieri mattina all’inaugurazione del suo comitato elettorale, in una sala a Trastevere gremita di gente, con la Melandri, Zingaretti e Bobo Craxi accorsi ad omaggiarla, il coordinatore del Pd, Riccardo Milana si è azzuffato con il segretario regionale dell’Idv, Stefano Pedica, che a suo dire non aveva diritto di salire sul palco a fianco della candidata. Il suo slogan, ‘Ti puoi fidare’ è un modo per sventare il rischio di disaffezione al voto del popolo di centrosinistra? ‘Non solo del popolo di sinistra, ma anche di quello di destra. Penso di avere una storia, parole d’ordine e un modo di intendere la partitocrazia, proprie anche di gente perbene che ha votato a destra’. Ieri la Polverini ha provato a scavalcarla a sinistra, con un sì alle coppie di fatto che ha creato qualche scompiglio nella sua coalizione. Si spingerebbe oltre? ‘Per me la linea conduttrice è la definizione della famiglia del decreto del Presidente della Repubblica dell’89, Cossiga. L’articolo 4 dice che agli effetti anagrafici per la famiglia si intende un insieme di persone, ripeto persone, non un uomo e una donna, legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela, o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune. E una famiglia anagrafica può anche essere costituita da una sola persona. Ma fare una legge sui pacs non è competenza regionale, quindi è facile dire sono a favore’. La sua candidatura, sta facendo pagare qualche prezzo ai Democratici, da ultimo il caso Binetti. E’ un contributo alla chiarezza del Pd? ‘Sicuramente è un contributo di unità. Non credo che è la mia candidatura a mettere in crisi il Pd, la questione ha altre motivazioni. E noto che da quando sono scesa in campo la Binetti è la persona più intervistata del Paese’. Ma perché ha dirottato la candidatura di Tinto Brass in Lombardia? ‘Innanzitutto sono molto riconoscente a Tinto Brass perché ci ha sostenuto. Non sono poi una proibizionista, anche se a me non piace il suo modello di donna, ma il mio obiettivo è moltiplicare le figure al femminile nella cultura italiana. Non sono contro le veline, per intenderci, combatto perché l’unico modello rappresentato alle giovani non sia la velina. E’ chiaro poi che quando uno è sostenuto da una coalizione sta anche attento alle sensibilità altrui, è un dato di rispetto e non di ipocrisia’. Come pensa di vincere nel Lazio scontando defezioni di un certo voto cattolico? ‘Ma io credo anche di avere attrazioni nette di voto cattolico, pure di altro schieramento. Tanto è vero che, non essendo questo un Paese musulmano, abbiamo vinto in tempi più difficili grandi battaglie di libertà grazie ai credenti’. Per la sua candidatura in Lombardia qualcuno l’ha accusata di voler rincorrere la somma dei voti finali più che una vittoria per poi governare una regione. ‘Qualcuno si deve mettere in testa che io sono un esponente nazionale dei Radicali e della lista Bonino-Pannella. Non voglio fare l’esempio di Berlusconi, ma se ne possono fare molti, in cui alcune candidature erano un segno di attenzione e di rafforzamento politico. Dopodiché il mio impegno è totale sul Lazio’. Come affronterete con il Pd il capitolo spinoso dei finanziamenti per la sua campagna elettorale? ‘Di questo non abbiamo ancora parlato’. Può indicare i punti qualificanti per risolvere i nodi della sanità? ‘La situazione è talmente patologica che non vorrei che si finisse con la sanità che gestisce la Regione e non viceversa. La prima cosa da fare è una grande operazione verità e continuare l'operazione di risanamento e razionalizzazione per promuovere efficienza. Certo bisogna rescindere nel più breve tempo possibile, con regole precise e procedure non aggirabili, i rapporti incestuosi tra mondo politico e gestioni sanitarie e finanziarie in materia di nomine, di appalti e di vanificazione sistematica dei controlli. Legalità e trasparenza sono i pre-requisiti di ogni piano di risanamento’. Un’ultima domanda: le ha fatto male quella foto pubblicata da Libero che la ritrae mentre pratica un aborto clandestino negli Anni 70? ‘No e la rivendico. Basta ricordare cosa sono stati quegli anni e quante donne ho aiutato. Quel metodo è diventato oggi quello usato negli ospedali che ha sostituito il raschiamento. Anzi rivendico il mio carcere, quello di Adele Faccio e quello di Gianfranco Spadaccia’”. (red)

8. Il valorista Casini e gli abortisti

Roma - “‘Non esiste alcuna possibilità che l’Udc possa stare in una coalizione guidata dalla Lega. Ma non c’è neppure nessuna ipotesi che l’Udc si possa aggiungere alla coalizione che attualmente governa la regione… quella della giunta Bresso è una coalizione che abbiamo contestato, avversato e che su punti fondamentali, primi fra tutti quelli dei valori e delle questioni etiche, ha portato avanti idee diverse dalle nostre’: parola di Pier Ferdinando Casini, che così (cronaca torinese della Repubblica, 10/10/09) - scrive IL FOGLIO - sottolineava distanze ora evidentemente colmate, al punto da consentire il cartello che vede, in Piemonte, l’Udc apparentata al Pd e ai radicali di Silvio Viale, piazzista militante della pillola abortiva Ru486. Ma che ne pensano i cattolici? Se la curia torinese sceglie un arcigno riserbo, il sociologo torinese Massimo Introvigne, vicepresidente nazionale di Alleanza cattolica, dice al Foglio di considerare l’alleanza Udc-Bresso-Viale ‘particolarmente scandalosa. Non si tratta – come nel caso dell’appoggio Udc a Renzo Tondo in Friuli, un laico di centrodestra che sosteneva Beppino Englaro – di scegliere una persona con la quale i cattolici possono essere in dissenso su singoli temi. Quella della Bresso, come lei stessa rivendica sul suo sito, è una vita consacrata alla causa laicista. E’ lei che racconta di aver cominciato la propria carriera politica con Franca Rame nel Cisa di Emma Bonino. Che si tratti di Ru486, di fine vita, di scuola, di identità religiosa, di matrimonio omosessuale, le posizioni della Bresso sono anticattoliche: il laicismo è l’asse portante della sua azione. Ha pienamente ragione la Bonino, quando dice che non c’è differenza tra sostenere lei e sostenere la Bresso. Vita, famiglia, libertà di educazione: sono questi e non altri i principi non negoziabili per un cattolico. Come la Bresso possa essere sostenuta da un partito cattolico, davvero non lo capisco. In Piemonte l’Udc sta facendo un errore molto grave’. Un altro sociologo di area cattolica - prosegue IL FOGLIO - studioso della chiesa e firma della Stampa, Franco Garelli, non si scandalizza. Pensa invece che ‘il bipolarismo esponga per sua natura a scelte che possono essere controverse. La Bresso non ha mai negato i suoi orientamenti e se ne è uscita con dichiarazioni non troppo amichevoli nei confronti della chiesa cattolica. Ma è anche vero che, in tutti questi anni in cui ha governato la regione, ha tranquillamente fatto parte del tavolo con le istituzioni – progettato e attivato dall’arcivescovo di Torino – che ogni sei mesi, per un pomeriggio intero, ragionava sui temi emergenti. La Bresso ha sempre avuto una parte attiva e collaborativa in questo tavolo. E poi, se guardiamo dall’altra parte, ci sono anche i leghisti che accusano i vescovi di inventarsi nuovi comandamenti sull’immigrazione. Penso che la scelta di Casini – aggiunge Garelli – non sia stata fatta sulla base di quello che pensa la Bresso, ma sulla base di accordi politici e di programma. L’Udc avrà fatto i propri conti. Magari il programma sulla sanità soddisferà entrambi, la Bresso avrà promesso di fare certe scelte e di coinvolgere certi esponenti della formazione guidata da Casini: spero, da cittadino, che le cose siano andate davvero così’. Lo scrittore e giornalista Lorenzo Mondo, ex vicedirettore della Stampa, vede infine nelle nozze Casini-Bresso ‘uno dei tanti girotondi a cui si presta l’Udc nell’attesa e nella speranza che Berlusconi passi la mano. Quell’apparentamento piemontese è senza dubbio un’espressione di incoerenza (anche se qualcuno potrebbe osservare che ha almeno il vantaggio di mettere nell’angolo la sinistra più radicale: ma non è un’obiezione che riesca a dissolvere tutti i dubbi). La cosa, insomma, sa di pateracchio. E non è l’unico di questa tornata politica. Personalmente, mi trovo nella condizione di inclinare verso il vituperato atteggiamento di Prezzolini, il quale sosteneva di ritrovarsi nel raggruppamento degli àpoti: quelli che non la bevono’”. (red)

9. I regali elettorali delle regioni

Roma - “Se è vero che tre coincidenze fanno una prova - scrive Sergio Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - come diceva il grande principe del foro Carnelutti, che cosa succede quando le coincidenze sono decine? La Regione Lazio fa un concorso per assumere 141 impiegati e 25 dirigenti, si presentano in 94 mila e dei 116 già dichiarati vincitori ben 37 sono casualmente collaboratori dei politici: una decina riferibili al centrodestra e i restanti al centrosinistra. In Campania con una mano si tagliano le consulenze e con l’altra si confermano per tre anni 46 dirigenti in scadenza. La Liguria, ha raccontato il Sole 24 ore, bandisce un contratto per regolarizzare i precari regionali. Nelle Marche si approva un piano per stabilizzare i dipendenti a termine, senza escludere gli staff di assessori e consiglieri. Ma si potrebbe continuare, con i generosi stanziamenti anticrisi (1,2 miliardi) della Lombardia, il taglio dell’addizionale Irpef deciso dal Veneto... È in vista delle elezioni che molti amministratori locali danno il meglio di sé. Le sanatorie, per esempio, sono un classico. E non soltanto quando interessano i precari. Semplicemente memorabile quella approvata dalla Regione Campania nel 2000, che riguardava la bellezza di 25.368 alloggi pubblici occupati abusivamente. Era un venerdì. Il venerdì precedente la domenica delle elezioni regionali. Ma come si può pretendere che la classe dirigente regionale non cada in tentazione prima del voto, se l’esempio del livello istituzionale superiore è quel che è? Basta vedere cosa accade tutte le volte che si comincia a sentire odore di scioglimento delle Camere. Da scuola - prosegue Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - è il caso dell’abolizione del canone Rai per gli ultrasettantacinquenni non abbienti, previsto nella Finanziaria 2008 con uno stanziamento simbolico di 500 mila euro. Un mese dopo quella decisione improvvisamente si materializzavano le elezioni. Altrettanto improvvisamente, nel decreto milleproroghe, quei 500 mila euro diventavano 26 milioni, mentre spariva l’ostacolo rappresentato dall’obbligo di un successivo decreto per mettere in moto concretamente lo sgravio. L’obiettivo evidente era quello di rendere immediata l’esenzione, moltiplicare il numero dei beneficiari e incassare più voti. Ma non è andata esattamente così. Dei voti, neanche l’ombra. E due anni dopo, nell’indifferenza generale, i poveri anziani pagano sempre il canone nonostante siano esentati per legge: la Rai dice di aspettare ancora un decreto che nessuno sa di dover fare. Tutto questo a dimostrazione del fatto che talvolta scelte del genere possono essere perfino controproducenti. Anche se per chi le ha fatte non cambia niente. Il conto tocca all’amministrazione che verrà dopo. Se si vincono le elezioni, bene: altrimenti, poco male. I sei milioni e mezzo di spesa in più che l’attuale Consiglio regionale del Lazio lascia in eredità al prossimo (l’aumento è dell’8,1 per cento, dieci volte l’inflazione del 2009), in qualche modo salteranno fuori. Come anche i denari necessari alle iniziative clientelari di altre Regioni. I cui promotori - conclude Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - devono soltanto sperare che un bel giorno i contribuenti elettori non si accorgano che a rimetterci, in fondo, sono sempre soltanto loro. Ecco perché, se ancora c’è tempo, tutti quanti dovrebbero darsi una bella regolata”. (red)

10. Vendola & soci, basta col Sud piagnone

Roma - “Quando si parla di immigrazione - scrive Paolo Del Debbio su IL GIORNALE - la sinistra, quella alla Vendola, ci ricorda sempre che è un fatto ineluttabile, che la storia va in quella direzione e che affermare il contrario è da trogloditi. Quando si parla di energia nucleare, invece, troglodita è chi, come noi, sostiene che costruire centrali nucleari non è più neanche una scelta così eclatante, è portarsi al livello di altri paesi dove il nucleare c’è. Dove non provoca i disastri che a sinistra paventano e che, soprattutto, hanno delle bollette molto meno care delle nostre. Domenica, in televisione, in poche parole ha detto che se il governo vuole aprire anche un solo cantiere di centrali nucleari in Puglia deve far andare lì l’esercito, se no non se ne parla neanche. Come tono, per un pacifista, non c’è male. Interessante è poi la motivazione. Il presidente uscente della puglia e ricandidato del centrosinistra (nonostante D’Alema) alla rielezione ha detto di essere a conoscenza di documenti dell’Enea nei quali si afferma che le nuove centrali nucleari si potrebbero fare solo in Puglia perché è zona a basso pericolo sismico e per la configurazione del territorio. La Puglia, ha concluso, va in un’altra direzione quindi fuori dai piedi con queste idee perché il governatore dello stato pugliese (evidentemente già autonomo dall’Italia, Bossi e le secessione gli fanno un baffo) queste cose non le vuole. Non sappiamo in che direzione vada la Puglia di Vendola. Sarebbe interessante sentire i pugliesi se questo corso della Puglia abbia influito sulle loro bollette facendoli spendere meno o no. Se questo nuovo corso sono idee del prolifico Nichi o se siano una realtà già operante, dove e come. Nel frattempo che Vendola va in un’altra direzione ci sono dei dati interessanti e che, forse a Vendola sono sfuggiti. Nel 2009, in Italia, la produzione di elettricità da fonti rinnovabili è stata incrementata del 13 per cento. Si è passati da 58,16 THw (teravattore, un multiplo dei wattore utilizzato per indicare quantità ingenti di energia elettrica prodotta) a 66 TWh nel 2009. Per rendere possibile tutto ciò il governo ha dovuto spendere molto denaro pubblico per incentivare queste fonti che, come il nucleare, non generano emissioni nocive nell’aria. Queste fonti sono, per intenderci, l’energia solare con il fotovoltaico, l’eolico che produce energia sfruttando il vento, gli impianti alimentati da biomasse, cioè da materiali di origine organica animale o vegetale, o quelli idroelettrici. Nel 2009 - prosegue Del Debbio su IL GIORNALE - l’utilizzo di queste forme di energia ha coperto il 20 per cento del consumo di energia elettrica del nostro Paese. Nel 2008 eravamo al 16,8 per cento. Tutto questo costa perché è un settore che va aiutato, incentivato. Altrimenti, da solo, non va avanti. Di questi tempi trovare soldi pubblici è difficile ma è evidente che passi in avanti se ne stanno compiendo. C’è poi un’altra questione non da poco. Vendola è molto sensibile alle ragioni dell’ambiente e anche a questioni culturali. Bene, ad oggi, le macchine che producono queste energie alternative sono veri e propri colpi negli occhi. Non so cosa ispiri a lui la vista di questi aggeggi collocati sul territorio. A noi vedere le pale dell’energia eolica non ricorda le guglie di una cattedrale gotica né i pannelli solari un qualche mosaico bizantino. Non è facile collocare queste apparecchiature senza danneggiare il nostro ambiente naturale. Ma anche questo non conta, conta solo quando c’è da costruire un’autostrada, un ponte o anche solo un cavalcavia. Ebbene, anche l’Italia stato indipendente come la Puglia di Vendola, si muove in questa direzione verde. Ma non basta. Non fa risparmiare. Non assicura l’indipendenza energetica dell’Italia dai paesi dai quali dipende ancora troppo. C’è un’alternativa al nucleare? A nostra conoscenza no. Forse Vendola, però, in Puglia si è inventato qualcosa di alternativo. Ne informi in fretta il mondo che freme per conoscerlo”, conclude Del Debbio su IL GIORNALE. (red)

11. Legittimo impedimento, due perplessità del Colle

Roma - “Ultime ore di battaglia parlamentare - scrive Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - sul legittimo impedimento, ultimi contatti tra Quirinale e palazzo Chigi per evitare forzature e tensioni al vertice dello Stato. Mentre si attende per domani - o, al massimo, entro giovedì - il voto di Montecitorio, il ministro Guardasigilli, Angelino Alfano, sta intensificando il confronto con la presidenza della Repubblica sulle misure messe in cantiere dal governo e ancora emendabili. Obiettivo: sgombrare concretamente alcuni dubbi espressi dagli uffici tecnico-giuridici del Colle sulla legge della quale è relatore Enrico Costa, del Pdl. Le perplessità, a quanto pare, si concentrano su due aspetti: 1) la limitazione della discrezionalità del giudice nell’applicare il legittimo impedimento e i meccanismi dell’autocertificazione; 2) il termine di sei mesi continuativi e rinnovabili dell’impossibilità di recarsi in tribunale da parte del beneficiario (il premier in primo luogo, come pure i ministri) del provvedimento in relazione alle funzioni svolte, termine che si vorrebbe fosse ridotto a tre mesi. Ma non si limita al legittimo impedimento, la moral suasion esercitata da Giorgio Napolitano in questi giorni. Anche il cosiddetto ‘processo breve’ è oggetto di analisi severa perché, se la legge non fosse corretta alla Camera rispetto al testo approvato il 20 gennaio dal Senato, non risulterebbe ratificabile. E che siano emersi seri profili di incostituzionalità - quelli segnalati all’esecutivo dal Quirinale, appunto - lo ha dimostrato lo stesso Enrico Costa, ieri. Quando ha ammesso che la misura cui tanto tiene Berlusconi, proprio per il suo ‘impianto complesso’, ‘ha bisogno di tempi non brevi di riflessioni, di analisi, di audizioni’, e che insomma la Commissione giustizia ‘si prenderà tutto il tempo necessario’. Si annunciano dunque - prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - intense settimane di lavoro tra i consiglieri del governo e del Colle, oltre a un aspro confronto parlamentare. Uno scenario scontato, per il presidente, dopo le polemiche politiche e le plateali proteste dei giudici echeggiate in ogni distretto alle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario. Il solito clima di conflitto permanente, sul quale il capo dello Stato non si è mai fatto troppe illusioni. Anche se stavolta, dal fronte delle toghe si è levata qualche voce ‘diversa’ e da lui apprezzata. Per esempio quella del procuratore della Repubblica di Venezia, Vittorio Borraccetti, uno dei ‘padri nobili’ di Magistratura democratica. Il quale, purché ‘la politica cambi approccio’, adesso concede: ‘Vista la situazione, forse è meglio reintrodurre l’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari, sia pure con una disciplina più rigorosa rispetto al passato’. O, altra voce importante, quella di Nello Rossi, procuratore aggiunto di Roma, ex consigliere del Csm e figura molto ascoltata dentro Md. Che ha incitato i colleghi ad avere ‘coraggio’ e ad accettare la ratio della proposta avanzata da un ‘interlocutore ostile’ come Berlusconi a proposito dell’inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado. Giorgio Napolitano ha letto queste (e altre) argomentate dichiarazioni dei giorni scorsi come segnali di apertura da un fronte finora assolutamente compatto e chiuso a ogni possibilità di dialogo con il mondo della politica. Partendo di qui - sembra il suo ragionamento - potrebbe allargarsi il confronto e si riuscirebbe finalmente ad avviare, in materia di giustizia, quegli interventi ‘organici e di ampio respiro, ispirati all’interesse generale’ da lui sollecitati a più riprese negli ultimi tempi”, conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

12. La mafia vota contro la legge salva-governo

Roma - “Tra due giorni - scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - il Parlamento affronta la discussione e il voto sul legittimo impedimento, un mini salvacondotto per i membri del governo di fronte all’uso politico della giustizia da parte di una certa magistratura. In pratica premier e ministri potranno marcare visita in tribunale senza dover esibire il certificato medico o la giustificazione dei genitori. Epoca cosa, nulla a che fare con l’immunità. Ma è pur sempre una boccata di ossigeno per una politica che fatica a ritrovare, tra una chiamata in causa e l’altra, la propria autonomia rispetto ad altri poteri dello Stato. Dopo polemiche e tensioni, si è riusciti a trovare un accordo all’interno della maggioranza, e tra questa e parte dell’opposizione, per varare il provvedimento. Ed ecco che, puntuale, arriva il tentativo di far saltare tutto. Il mandante resta ovviamente ignoto, l’esecutore ha nome e cognome: Massimiliano Ciancimino, figlio di Vito Calogero da Corleone, il sindaco di Palermo degli anni’70 e’80, arrestato e condannato per mafia. Prima di morire restituì al Comune 7 dei 150 milioni che erano spariti durante il suo lungo regno. Questo del malloppo svanito, frutto del sacco edilizio di Palermo, è l’unico segreto del padre sul quale Massimiliano non sa dare spiegazioni. Chissà come mai. Sul resto, Ciancimino jr, parla a ruota libera. Michele Santoro lo invita spesso ad Annozero per lanciare allusioni e annunciare presunte verità. Ovviamente - prosegue Sallusti su IL GIORNALE - non c’è mai un riscontro, naturalmente i destinatari di tanta attenzione sono Berlusconi e Forza Italia. Insomma, siamo di fronte a uno Spatuzza più istruito e probabilmente molto, molto più ricco, oltre che a piede libero. Bene, ieri Ciancimino junior si è improvvisamente ricordato un piccolo dettaglio. E cioè che suo padre Vito e altri boss erano finanziatori dell’imprenditore Silvio Berlusconi nella società che costruì Milano Due, la prima città satellite del capoluogo lombardo. Non mi sembra una cosa da poco, di quelle che ti vengono in mente così, casualmente, e guarda caso a 48 ore da una importante votazione sulla giustizia. Naturalmente non c’è una prova, un indizio. Ricordi in libertà, già smentiti da documenti presentati in precedenti inchieste. Ma nella mente di qualcuno sono parole utili a riavvelenare un clima che stava virando dalla tempesta al poco nuvoloso. Occhio a non cadere nella trappola”, conclude Sallusti su IL GIORNALE. (red)

13. L’impunità assoluta

Roma - “Senza alcun dibattito pubblico - scrive Giuseppe D’Avanzo su LA REPUBBLICA - le immunità per le oligarchie politiche e le burocrazie dello Stato, che si rendono obbedienti, appaiono il canone che ispira le mosse del governo e la produzione legislativa della maggioranza. Si fa largo l’idea di ‘un primato della politica’ che vuole rendere indiscutibile, per chi ha il potere, una protezione assoluta nei confronti del controllo di legalità. Ovunque si guardi, si può afferrare la tendenza della politica a costruire schermi, muri, privilegi, autoesenzioni. In una sola giornata, si possono cogliere due segni della pericolosa asimmetria che incuba, nascosta, nel Palazzo. Un disegno di legge, in discussione al Senato (relatore Piero Longo, avvocato di Berlusconi), prescrive ai giudici come valutare le fonti di prova offerte dai ‘disertori’ delle mafie. Se il progetto diventasse legge, le dichiarazioni rese dal coimputato (e da imputati di procedimento connesso) avrebbero valore probatorio ‘solo in presenza di specifici riscontri esterni’. Anche se il dibattimento riuscisse a raccogliere ‘riscontri meramente parziali’, quelle dichiarazioni sarebbero ‘inutilizzabili’. Sono norme che possono disarticolare annientandole, dal punto di vista giudiziario, le dichiarazioni di quei testimoni dei processi di mafia che impropriamente diciamo ‘pentiti’. Quanti saranno i processi che ‘moriranno’ per infarto legislativo? E che ne sarà della lotta alle mafie, glorificata appena qualche giorno fa dall’intero governo a Reggio Calabria? Non è una novità che i ricordi, le accuse dei ‘collaboratori di giustizia’ debbano avere verifiche ‘interne’ ed ‘esterne’, conferme ‘intrinseche e estrinseche’, come si dice nel gergo dei legulei. Si sa che non sono sufficienti le dichiarazioni incrociate. Lo ha stabilito, e da tempo, la Corte suprema di Cassazione, chiarendo però che se due ‘disertori’ concordano con una ricostruzione dei fatti, il lavoro del giudice deve accertare ‘in modo scrupoloso e meditato, l’autonomia di ogni singola collaborazione. In caso di positiva verifica di attendibilità, dalla convergenza delle dichiarazioni devono trarsi tutte implicazioni del caso. Si deve in particolare dedurre l’efficacia di riscontro reciproco delle dichiarazioni convergenti e il consolidamento del quadro di accusa’. (Corte Suprema di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 542/2008, sul cosiddetto caso Contrada). Ora, è fin troppo facile farsi venire cattivi pensieri, in tempi di leggi ad personam. E’ fin troppo semplice intuire che la norma contro i testimoni di mafia nasca, d’improvviso e segreta, quando all’orizzonte del processo contro Marcello Dell’Utri appare Gaspare Spatuzza, che non esita a chiamare in causa anche il presidente del Consiglio. Con la nuova legge, anche se Filippo e Giuseppe Graviano avessero confermato in aula il racconto del loro compare, l’intera ricostruzione sarebbe stata inutilizzabile. Qui però - osserva D’Avanzo su LA REPUBBLICA - preme rilevare altro, la volontà del legislatore di creare argini così ferrei da impedire e restringere i ‘naturali’ margini di autonomia interpretativa del giudice. Si vieta ogni interpretazione della legge. Si afferma l’idea di un giudice che si conformi rigidamente alla volontà del legislatore anche a costo di accantonare principi costituzionali, ragionevolezza, buon senso, convincimento logico. Affiora una concezione ‘assolutistica’ del ‘primato della politica’ sulla giurisdizione. La tendenza è ancora più evidente nelle conclusioni del caso Abu Omar. L’uomo, Osama Nasr Moustafà (Abu Omar è il nome religioso), è l’imam nella moschea di viale Jenner a Milano. Ha 39 anni, è egiziano, in Italia è protetto dal diritto di asilo. La Cia lo accusa di essere un ‘terrorista’ di Al Qaeda. E’ una cinica astuzia, abituale nella stagione della ‘guerra al terrore’. L’accusa è un modo per dare pressione al povero disgraziato, metterlo con le spalle al muro schiacciato da un’alternativa del diavolo: o collabora con l’intelligence americana e italiana e si fa spia tra i suoi o Cia e Sismi (l’intelligence italiana diretta da Niccolò Pollari) lo incappucciano, lo sequestrano, lo spediscono nella sala di tortura di un carcere nordafricano dove la sua ostinazione a conservarsi ‘integro’ verrà messa alla prova. E’ quel che accade all’egiziano. Chi rapisce Abu Omar il 17 febbraio 2002? Un processo a Milano accerta che sono stati agenti della Cia. Che ruolo hanno avuto le barbe finte di casa nostra? Il giudice Oscar Magi ha le idee molto chiare. Scrive, nelle motivazioni, che Niccolò Pollari, il suo staff, i suoi agenti erano a conoscenza dell’azione degli ‘americani’, si sono voltati dall’altra parte e, quando è scoppiata la grana, hanno ostacolo e inquinato le indagini della magistratura. Pollari e i suoi si salvano da una condanna protetti da un segreto di Stato, opposto dai governi Prodi e Berlusconi con un ‘paradosso logico e giuridico’: sul sequestro di Abu Omar non c’è segreto, ma il segreto impedisce di accertare le responsabilità di chi ci ha messo le mani. Il giudice di Milano osserva che l’iniziativa del governo estende ‘l’area del segreto in modo assolutamente abnorme’ trasformando il segreto di Stato ‘in un’eccezione assoluta e incontrollabile allo stato di diritto’. Un’interpretazione ‘pericolosa’ che, anche in presenza di reati gravissimi (il sequestro di persona lo è), offre alle barbe finte ‘un’immunità di tipo assoluto non consentita da nessuna legge di questa Repubblica’ e affidata all’arbitrio dell’autorità. Qui è l’arbitrarietà dell’opposizione del segreto di Stato a mostrarci come la giurisdizione sia umiliata da una politica che impone la sua sovranità e con il suo ‘primato’ offre un’impunità di dubbia legittimità costituzionale a burocrati sottomessi e docili. Il lavoro dei servizi di informazione - prosegue D’Avanzo su LA REPUBBLICA - deve salvaguardare l’indipendenza e l’integrità dello Stato, tutelare lo Stato democratico e le istituzioni che lo sorreggono. Il segreto è lo strumento che consente all’intelligence di difendere gli ‘interessi supremi’. Che sono ‘l’integrità della Repubblica; la difesa delle Istituzioni; l’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati; la preparazione e la difesa militare dello Stato’. Nessuno di questi interessi può essere minacciato dall’accertamento di che cosa è accaduto - e con la responsabilità di chi - quella mattina del 17 febbraio del 2003, a meno di non pensare che diventi legale un sequestro di persona e legittima la violazione della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Il governo ritiene, dunque, che sia nelle sue prerogative anche la tutela di un interesse non ‘supremo’ ma politico disegnando quindi, ancora una volta, una scena che attribuisce una signoria della politica sulla legge. Se ne scorge l’esito. La regola non è più la pubblicità e il segreto, l’eccezione. Al contrario, il segreto diviene (può divenire da oggi) pratica d’uso quotidiano di un presidente del Consiglio che decide, alla luce di un interesse tutto politico, che cosa si può conoscere e che cosa deve restare pubblicamente nascosto. Il legislatore che, rivendicando un ‘primato’, si cucina per sé e per la sua oligarchia una protezione dalla legalità e un governo che rifiuta di governare in pubblico pretendendo per sé un potere sovrano e segreto non separano soltanto la legittimità dalla legalità, ma anche la democrazia dalla Costituzione. Sembra questo il più autentico focus della stagione che ci attende”, conclude D’Avanzo su LA REPUBBLICA. (red)

14. Pollari, sul nuovo incarico lo stop del Viminale

Roma - “Commissario di governo oppure consulente per la sicurezza del presidente del Consiglio. Era su queste due opzioni - scrive Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - che si stava giocando il futuro dell’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari. Sono le motivazioni della sentenza di Milano a rimettere tutto in discussione in una partita che sembrava ormai chiusa. E danno fiato a chi - già la scorsa settimana - aveva mostrato perplessità sull’assegnazione di un incarico. Anche perché rimane aperta a Perugia la vicenda dell’archivio di Via Nazionale, con i dossier confezionati dal suo collaboratore Pio Pompa: nelle prossime settimane il giudice deve decidere se rinviare a giudizio entrambi, come ha chiesto il pubblico ministero. Giovedì prossimo il governo riunirà il comitato interministeriale per dare il via libera alla designazione del generale Adriano Santini - attuale consigliere militare del premier Silvio Berlusconi - alla guida dell’Aise, il servizio segreto militare. Subito dopo l’Esecutivo avrebbe potuto esaminare un eventuale incarico per Pollari, dando seguito alle consultazioni già avvenute mercoledì scorso, alla vigilia della trasferta a Reggio Calabria dei ministri per la riunione che ha poi approvato il piano antimafia. In quelle ore il sottosegretario Gianni Letta aveva affrontato con alcuni esponenti di maggioranza e opposizione l’ipotesi di inserire Pollari tra le persone incaricate di gestire la lotta alla ’ndrangheta. In particolare quello di commissario per la gestione dei beni confiscati. Era stato il ministro dell’Interno Roberto Maroni - che con il collega della Giustizia Alfano firma il disegno di legge sulla criminalità organizzata - a sottolineare come questa strada non fosse praticabile, anche perché questa materia sarà gestita esclusivamente dalla nuova Agenzia nazionale (che avrà sede simbolicamente proprio a Reggio) e responsabile diventerà Alberto Di Pace, nominato commissario appena due mesi fa. Perplessità - prosegue Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - sono state manifestate anche da alcuni esponenti dell’opposizione e così si era deciso di esplorare altre alternative che fossero comunque in grado di soddisfare le richieste del generale. Già nel novembre scorso, subito dopo la sentenza che dichiarava di ‘non doversi procedere’ nei suoi confronti per l’opposizione del segreto di Stato, Pollari aveva dichiarato di essersi ‘sacrificato per lo Stato’. ‘Se avessi potuto esibire i documenti - è la tesi sempre sostenuta - sarei stato riconosciuto innocente e invece non mi sono potuto difendere per tutelare la sicurezza del Paese’. Una posizione espressa in maniera chiara per rivendicare l’assegnazione di un ruolo ufficiale, dopo la sostituzione decisa alla fine del 2006 dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, quando le indagini della Procura di Milano svelarono i retroscena del sequestro di Abu Omar e l’esistenza dell’archivio segreto. ‘Non voglio diventare il capro espiatorio di questa vicenda’, avvertì prima di essere nominato consigliere di Stato e messo a disposizione del premier. Non è accaduto nulla per tre anni, ma la scorsa settimana la partita si è improvvisamente riaperta e anche le più alte cariche istituzionali sono state informate sulla possibilità che si procedesse a una nomina. Tanto che - archiviata la possibilità di designarlo come commissario per i beni mafiosi - si era pensato a un’alternativa che potesse riguardare l’attività delle capitanerie di porto. La sentenza di ieri sembra allontanare nuovamente l’eventualità che il governo decida di assegnargli un incarico, anche se la questione non pare del tutto archiviata. Al momento - conclude Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - l’unica nomina all’ordine del giorno rimane quella di Santini, anche se non si esclude che possano arrivare altre sorprese”. (red)

15. Di Pietro, Contrada e la cena del 1992

Roma - “Alcune foto che era stato ordinato di distruggere - riporta Felice Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - inquietano Antonio Di Pietro. Sono quattro foto scattate il 15 dicembre del 1992 con il futuro leader di Italia dei Valori seduto a tavola, durante una cena conviviale in una caserma dei carabinieri, fra alcuni ufficiali arruolati nei servizi segreti, uno 007 eccellente come Bruno Contrada e un altro James Bond vicino alla Cia, arrivato da Washington per una targa ricordo della famosa ‘Kroll Secret Service’ all’ospite d’onore, appunto Di Pietro. Solo una cena. Niente di male, come ha già fatto sapere lo stesso Contrada attraverso il suo avvocato. Solo una occasionale e innocua chiacchierata prenatalizia fra amici e colleghi, fra investigatori e soltanto un magistrato. Una cena immortalata da una macchina fotografica senza pretese che salta fuori giusto per un ricordo, appena qualche scatto, 12 per l’esattezza, come si accerterà nove giorni dopo, quando tutti si preoccupano e a tutti fanno giurare di bruciare ogni copia. Tante le telefonate incrociate quel maledetto giorno, il 24 dicembre del 1992. Il giorno dell’arresto di Bruno Contrada, allora numero 3 del Sisde, funzionario sotto mira dei colleghi di Paolo Borsellino sin dalla strage di via D’Amelio, cinque mesi prima. E scatta una gara a farle sparire. Ognuno assicura che lo farà. Forse per evitare di ritrovarsi un giorno davanti al funzionario mascariato dalle rivelazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, scagliatosi in ottobre contro ‘u dutturi e contro Domenico Signorino, pm con Giuseppe Ayala al primo maxi processo. Un giudice antimafia nelle mani dei Riccobono, secondo i primi scoop. Seguiti dal suicidio di Signorino, il 3 dicembre. Un drammatico evento del quale non si può non parlare alla cena organizzata con i vertici dei Servizi nella caserma del comando Legione di via In Selci dal capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Tommaso Vitagliano, allora colonnello, oggi generale di brigata. Ma le storiacce di mafia non sono l’unico argomento di conversazione - prosegue Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - perché quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. E’ il provvedimento firmato con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio. Se la storia non fosse rimasta top secret per 17 anni forse qualche domanda, anche fra gli stessi sostenitori di Di Pietro, sarebbe stata posta prima. Avvertì Di Pietro di quelle curiose coincidenze i suoi colleghi? Se lo chiede anche chi adesso tira fuori le foto considerate tessere di un mosaico chiamato ‘Il ‘colpo’ allo Stato’, per dirla col titolo di un libro quasi ultimato da un ex amico sganciatosi da Di Pietro, l’avvocato Mario Di Domenico, cultore di statuti medievali e, guarda un po’, cooptato dieci anni fa dal magistrato per redigere proprio lo Statuto di Italia dei Valori. Un’amicizia clamorosamente interrotta. Come quella di Di Pietro con Elio Veltri, oggi in sintonia con Di Domenico. Al di là dei rancori che spaccano il micro mondo dell’Italia dei Valori, adesso le foto che il Corriere pubblica oggi e quelle che si troveranno nel libro edito da Koinè stimolano qualche riflessione. Al di là di impropri retro pensieri sul versante ‘americano’, Di Pietro non avrebbe informato di quella cena con Bruno Contrada né i suoi colleghi del pool di Milano né i magistrati di Palermo che il 24 dicembre disposero l’arresto. Anzi, quel giorno scatta la caccia alle foto per distruggerle. Vivono tutti un forte imbarazzo e si affanna soprattutto Francesco D’Agostino, il maggiore dei carabinieri che accompagna Di Pietro alla cena, e che in una istantanea compare di fronte a Contrada, a sua volta seduto vicino a Di Pietro. Provando a soffocare le prime voci sulle foto da una manina salvate, adesso l’ex magistrato ricorda di avere incontrato lì per caso Contrada. E forse - continua Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - lo stesso dirà D’Agostino, l’ufficiale soprannominato ‘El tigre’, amico e frequentatore del banchiere italo-svizzero Pier Francesco Pacini Battaglia che uscì indenne dagli interrogatori avvenuti prima delle scenografiche dimissioni di Di Pietro. Con soddisfazione del maggiore, in seguito al centro di un discusso prestito di 700 milioni elargito dallo stesso Pacini Battaglia. Quel 15 dicembre del 1992 D’Agostino è un fidatissimo collaboratore per Di Pietro. E con lui va alla cena romana lasciando tornare a Milano da solo Gherardo Colombo, dopo la notte dell’avviso e dopo avere trascorso insieme la mattina a Roma, al Csm, per un convegno. Di Pietro è così l’unico magistrato presente al vertice enogastronomico con gli alti gradi dei Servizi e con l’’americano’ Rocco Mario Modiati, a tutti presentato come il responsabile della cosiddetta ‘Cia di Wall Street’, la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da Cia e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso. Manca la foto con la consegna della targa premio. E forse serve a poco interrogarsi sull’impatto che tutte avrebbero potuto avere nel pieno e nella piena di Mani pulite. Anche nelle scelte degli stessi colleghi di Di Pietro e di Borrelli che ‘avrebbe potuto cambiare mano nella guida delle inchieste’, come teorizza Di Domenico. Oggi Contrada è il primo a minimizzare il peso dell’incontro, parlando attraverso il suo avvocato Giuseppe Lipera, tappato com’è ai domiciliari per motivi di salute: ‘Un incontro casuale e cordiale. ‘Siamo quasi colleghi perché anch’io sono stato per il passato funzionario di polizia’, mi disse Di Pietro quando capì chi ero...’. Molti considerano inattendibile Contrada per definizione. Altri sono certi di un errore giudiziario a suo carico. Ma il punto non è questo. Bisognerebbe semmai capire - osserva Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - perché di quell’incontro non si sia fatto mai cenno successivamente e perché l’evidente imbarazzo portò tutti a cercare di far sparire le foto, anche se lo stesso Contrada dice di possederne una copia e altri le hanno conservate. Di Pietro, davanti a sospetti o insinuazioni, passa al contrattacco, inserendo qualche errore fra i suoi ricordi: ‘Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia’. Una citazione errata quella di Mori, estraneo alla cena derubricata da Di Pietro al rango di ‘bufala o trappola’: ‘Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto’. Ma non basta per convincere Bobo Craxi, da tempo interessato a scavare sull’ipotesi dell’aggancio americano: ‘Una teoria che sarebbe verosimile perché dopo l’89 c’erano interessi internazionali a cambiare il quadro europeo’. Le foto documentano solo una cena. Ma è anche vero che il ruolo di Contrada era già discusso e che non sfuggiva a Di Pietro il quadro insidioso dei misteri legati alla strage di via D’Amelio. Dopo 17 anni è stato lui l’8 ottobre scorso a rivelare durante una puntata di ‘Annozero’, presente Massimo Ciancimino, di essere stato informato alcuni giorni prima della strage di una relazione dei Ros su un attentato preparato contro lo stesso magistrato e contro Paolo Borsellino. Con una differenza. Che a Borsellino la nota fu inviata per posta e mai recapitata. Mentre a lui fu consegnato un passaporto con nome di copertura, Mario Canale, per rifugiarsi all’estero. Come fece andando in vacanza con la moglie in Costa Rica, ma lasciando i figli a casa. Per chi indaga da vent’anni sui pasticci italiani è scontato cercare di mettere a fuoco la controffensiva di potentati allarmati dall’eventualità di un incrocio fra le inchieste di Palermo e Milano sui grandi affari. Proprio quel che rischiava di accadere dal febbraio ’92 in poi, con Falcone e Borsellino vivi e con il pool di Milano al lavoro. Da qui l’importanza di quella minaccia della mafia su Di Pietro e Borsellino insieme. Eppure, anche la storia della fuga del ‘Signor Canale’ è venuta fuori solo a 17 anni di distanza. Sull’asse Milano-Palermo si incrocia una cronologia parallela da vertigine. E ogni volta salta fuori anche il nome di Contrada che alcuni considerano un mostro, a cominciare da un fan di Di Pietro come Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio: ‘Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso considero io. Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada ‘Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire’‘. Posizione oggi ufficialmente condivisa da Di Pietro, stando a quel ‘finalmente condannato’ che lanciò nel suo blog il 19 luglio di due anni fa. Parole che stridono per i suoi ex amici più che con la cena con i silenzi successivi. D’altronde per il pool di Palermo, diffidente nei confronti del capo, Piero Giammanco, e in attesa di Giancarlo Caselli, arrivato il 15 gennaio ’93, è una estate infuocata quella del ‘92. Un vortice. Il 12 settembre, vengono estradati dal Venezuela i fratelli Cuntrera, il 17 viene ucciso a Palermo Ignazio Salvo, il 15 ottobre a Catania il giudice Felice Lima fa arrestare 22 persone fra imprenditori, politici, progettisti coinvolti dal geometra Giuseppe Li Pera e il 4 novembre tuona il pentito Giuseppe Marchese su Contrada accusandolo di aver avvisato Totò Riina prima di una perquisizione nella villa-covo di Borgo Molara, rivelazione preceduta dagli strali di Gaspare Mutolo contro il dirigente del Sisde e il giudice Signorino. In quei giorni Di Pietro non lavora solo su Craxi, ma anche sulle storie siciliane. Segue l’asse appalti-mafia come farà nei mesi successivi andando a trovare con l’allora capitano Giuseppe De Donno a Rebibbia ‘don’ Vito Ciancimino. Un incontro che sarà poi dimenticato. Fatti senza seguito. Fino ad arrivare - conclude Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - alla deposizione dello stesso Di Pietro, il 21 aprile 1999, davanti ai giudici del ‘Borsellino ter’ ai quali ricorderà di avere collaborato con Paolo Borsellino fino alla morte di Falcone e di ‘avere interrotto il rapporto con la Sicilia’ (argomento mafia-appalti) dopo la bomba di via D’Amelio ‘perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati’. Gli stessi ignari di foto e incontri eccellenti”. (red)

16. Altro che Termini, aiutate le micro imprese

Roma - “Parafrasando quella battuta di Moretti (sì, certo non è il regista più azzeccato) - osserva Nicola Porro su IL GIORNALE - ci si aspetta che questo governo prima o poi dica qualcosa di destra. Ci si aspetta che un imprenditore (ex?) come Berlusconi si comporti da uomo di mercato. Insomma che soddisfi la domanda che viene dalla sua base elettorale più profonda. Più volte abbiamo parlato della necessità di ridurre le imposte: l’equazione meno imposte più lavoro più ricchezza, anche se non originale, ha in Italia il copyright del Cavaliere. Ma per un momento turiamoci pure il naso. Facciamo come disse Montanelli a uno scandalizzato Galli della Loggia che gli diceva che la scheda bianca sarebbe piuttosto stata la soluzione migliore. Diciamo insomma, con Montanelli, che possiamo sopportare anche soluzioni un po’ meno che ottimali, possiamo digerire qualche piccolo tradimento, possiamo attendere tempi migliori. O se volete, proprio perché liberali, siamo refrattari ideologicamente all’idea del Bene assoluto e sappiamo che un semplice passetto avanti è quanto di massimo si possa pretendere dalla politica. Allora turiamoci il naso sulle tasse. Ma continuando così rischiamo di soffocare. Qualcuno dalle parti del governo ci deve spiegare per quale dannato motivo l’azienda Rossi di Como può andare a gambe all’aria senza che nessuno dei suoi dipendenti sia assistito, il ragioniere Bianchi di Latina può aspettare due anni interi per il pagamento della sua fattura nei confronti della pubblica amministrazione, il commerciante di Biella deve pagare un professionista per difendersi da un accertamento campato in aria e, mentre tutto ciò avviene moltiplicato per mille, la Sicilia di Termini Imerese diventa terra franca, dove lo Stato diventa improvvisamente miliardario. Qualcuno- prosegue Porro su IL GIORNALE - ci deve spiegare come sia possibile che per salvare la fabbrica Fiat di Termini Imerese e i suoi 1.500 dipendenti il governo sia disponibile a mettere sul piatto della bilancia insieme alla Regione Sicilia 760 milioni di euro. Avete letto bene: qualche milioncino in meno di 800. Tanto guanto servirebbe a tagliare l’Irap per tutte le microimprese, elevando la franchigia. Toc toc: qualcuno ce lo spieghi. Con quale criterio si pensa di commettere in eterno gli errori del passato? Va bene, rinunciamo per il momento ai tagli fiscali, perché non si sa dove andare a reperire le risorse per mantenere il deficit stabile. Ma una buona idea sarebbe quella di scrivere nella pietra che quattrini pubblici per sostenere le fabbriche dei sogni non ce ne sono più. Il governo ha un grande alibi: la crisi economica. Che rende ovviamente più difficile e impopolare, la posizione di mercato e cioè quella che vede espulsi dalla competizione i più inefficienti. Si parla di meritocrazia, ma la bomba della disoccupazione alle porte, la rende un’etichetta senza contenuto. Il problema - conclude Porro su IL GIORNALE - è che il conservatorismo spendaccione, così come il conservatorismo fiscale, facciano leva su un fattore diversa e più politico. Quello cioè di avere un’opposizione che sembra geneticamente incapace di mettere in mora questo esecutivo e che dunque lo sollevi dal dire (ogni tanto, mica sempre) qualcosa di destra”. (red)

17. Telecom-Telefonica arriva via libera del governo

Roma - “‘Ci dicono che la fusione tra Telecom e Telefonica non è più evitabile’. Fino a poche settimane avevano resistito. Avevano anteposto il principio dell’’italianità’ a quello delle compatibilità aziendali. Ma alla fine - scrive Claudio Tito su LA REPUBBLICA - gli uomini del governo e di Palazzo Chigi hanno deciso di scendere a patti. Accettando il progetto di ‘matrimonio’ tra il colosso telefonico spagnolo e quello italiano. Controllo agli spagnoli ma gestione italiana per la rete Dando il via libera all’Offerta pubblica di Scambio che la società di Madrid è intenzionata a formulare in tempi piuttosto brevi. Nel ‘contratto di convivenza’, però, i rappresentanti del premier esigeranno una ‘farcitura’ di condizioni e paletti. Tutti concentrati su unico aspetto: la gestione e lo sviluppo della rete. L’infrastruttura strategica che rappresenta il valore principale dell’azienda guidata da Franco Bernabè. Nei prossimi giorni, allora, (i contatti inizieranno forse già oggi ma i colloqui si dovrebbero svolgere al ritorno di Scajola da Israele), l’esecutivo convocherà i vertici di Telecom Italia. Il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, insieme al sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, e al viceministro, Paolo Romani, chiamerà l’ad Bernabè e il presidente Gabriele Galateri, per spiegare la posizione del governo. Un incontro, solo formalmente di cortesia - i ministeri non hanno ormai alcuna competenza diretta nella governance di Corso d’Italia - ma che costituisce un passo pesante: nessun imprenditore straniero può investire in un settore così delicato e ‘sensibile’ senza il via libera di Palazzo Chigi. E in questo faccia a faccia gli uomini del presidente del consiglio annunceranno a Bernabè la disponibilità ad accettare la ‘fusione’. Un orientamento fino ad ora negato. Il Cavaliere non ha mai nascosto la sua contrarietà a perdere il controllo sulla telefonia nostrana e soprattutto sulla rete che amministra tutte le comunicazioni sull’intero territorio. Nell’ultimo anno sono state valutate una serie di opzioni per allontanare lo spettro iberico: dallo scorporo della rete all’ingresso di un socio italiano in grado di sostituire il partner spagnolo. Alternative che si sono rivelate impraticabili. Nelle settimane scorse - spiega Tito su LA REPUBBLICA - era stato esaminato addirittura uno scambio azionario tra Telefonica e Mediaset: scartato per una questione di opportunità ‘politica’ ma anche per la difficoltà a reperire i finanziamenti sufficienti per il conguaglio in grado di compensare un concambio paritario. ‘Adesso - ripetono allora a Palazzo Chigi - ci dicono che la fusione tra Telecom e Telefonica non è più evitabile’. Gli uomini di Berlusconi stanno dunque predisponendo un pacchetto di richieste per ‘vincolare’ la fusione e blindare il futuro della rete che necessita fondi poderosi per ammodernarla e farla approdare alla ‘Infrastruttura di Nuova Generazione’. In sostanza l’esecutivo italiano vuole che l’operazione venga accompagnata da ‘garanzie’ sulla governance della nuova società e sulla ‘gestione’ della rete. In particolare vorrebbero la previsione di una circostanziata serie di ‘patti parasociali’ in grado di fornire le ‘garanzie’ richieste. I soci italiani (Generali, Mediobanca, Intesa) dovranno quindi essere coinvolti ai massimi livelli nell’amministrazione apicale del ‘colosso’ e nelle scelte strategiche, a partire dal Consiglio di amministrazione. A Palazzo Chigi gradirebbero addirittura la costituzione di una società ad hoc per la gestione della rete (controllata integralmente da Telefonica) affidata a management italiano. In più suggeriranno una clausola di ‘lock up’ per evitare che i partner italiani rinuncino in tempi troppo brevi al loro pacchetto azionario. Sta di fatto che Palazzo Chigi è pronto ad accendere con Bernabè il ‘disco verde’. Un segnale, del resto, che a Madrid è già in parte arrivato. A dicembre scorso Piersilvio Berlusconi e Fedele Confalonieri incontrarono il primo ministro spagnolo Zapatero per discutere dell’affare Prisa. E in quell’occasione - forse non a caso -, contestualmente all’ingresso di Mediaset nel mercato televisivo di Madrid, il capo del governo iberico sfiorò il tema Telefonica assicurando il suo impegno sulla difesa della ‘italianità’ della rete Telecom. Da quel momento - prosegue Tito su LA REPUBBLICA - l’esecutivo di Roma ha sospeso le risorse da impegnare per la ristrutturazione della rete e il presidente della compagnia telefonica spagnola, Cesar Alierta, ha iniziato a predisporre una Offerta pubblica di scambio per la totalità della ex Sip. Sul tappeto intende poi stendere - se Palazzo Chigi darà l’avallo finale - un percorso di questo tipo: costituire una Holding (Telecom Europa) che controllerà le due società. Criteria (finanziaria controllata dal gigante bancario Caja Ahorros), secondo azionista di Telefonica con il 5,1 per cento - il primo è il Banco Bilbao con il 5,3 per cento - si fonderà con Telco per costituire il ‘nocciolino’ di controllo di Telecom Europa. Certo, le preoccupazioni nel governo italiano persistono. Sulle linee telefoniche ‘corrono’ dati sensibili: difesa, sicurezza, intercettazioni, protezione civile. E in futuro sugli stessi ‘binari’ correrà la televisione, settore tanto caro al Cavaliere. Per di più lo scambio azionario proposto da Alierta non potrà certo essere vantaggioso per i soci nostrani. Basti pensare che la compagnia italiana conta su una capitalizzazione di 14,5 miliardi e quella spagnola di 83 miliardi. Senza dimenticare che i ‘patti parasociali’ hanno una durata triennale. Tant’è che a Palazzo Chigi c’è anche chi non esclude che questo possa essere il momento per concentrare gli sforzi per la costruzione di una nuova rete ‘pubblica’ a fibra ottica”, conclude Tito su LA REPUBBLICA. (red)

18. I falsi cadornisti di Palazzo Chigi

Roma - “Una politica industriale cervellotica e schizofrenica. Non c’è altro modo - scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - per giudicare le non-scelte del governo sugli asset strategici del Paese. Due anni fa, in piena campagna per le elezioni politiche, Berlusconi costruì una sua dissennata linea del Piave per difendere Alitalia dall’assalto dei francesi. Oggi, alla confusa vigilia delle elezioni regionali, il premier sbaracca la sua disastrata linea Maginot per regalare Telecom agli spagnoli. Non sarà certo ‘Repubblica’ a gridare allo scandalo perché un altro pezzo importante del nostro Sistema-Paese finisce in mani straniere. Certo non si può gioire per questo. Ma già due anni fa considerammo strumentale e anti-storica la difesa sciovinista dell’’italianità’ della compagnia di bandiera, e sbagliata perché più incerta e costosa la nascita della ‘Fenice’, la famosa cordata tricolore di Colaninno&soci. Se l’opzione autarchica era di per sé discutibile allora nel trasporto aereo, lo è altrettanto oggi nelle telecomunicazioni. Ma nell’affare Telecom-Telefonica, come giustamente anticipava Paolo Gentiloni su ‘Affari & Finanza’ di ieri, ci sono buchi neri clamorosi. Il primo buco nero è politico. Se il centrodestra considera l’italianità delle aziende un valore in sé, allora deve farlo valere sempre e non a corrente alternata. Ma ci rendiamo conto che è impossibile esigere coerenza da chi ha costruito la sua intera biografia personale sulle bugie. Tuttavia qui una domanda è d’obbligo: che ruolo avrà Mediaset? C’è qualche nuovo interesse in conflitto, tra la decisione sul destino di un ‘bene pubblico’ come le tlc e la posizione del presidente del Consiglio-proprietario di un impero radiotelevisivo privato? Non sarebbe la prima volta. Ma sarebbe gravissimo se per qualche ragione segreta o per qualche via traversa anche ‘l’azienda di famiglia’ partecipasse alla festa di matrimonio, magari anche solo attraverso partite di scambio lucrate in terra spagnola. Il secondo buco nero è finanziario. Come si celebreranno le nozze non è affatto chiaro. Telecom è controlata da Telco, la holding che possiede il 22,5 per cento del capitale, suddiviso in quote paritetiche tra Telefonica e i soci italiani (Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo). Il resto è polverizzato tra migliaia di piccoli azionisti. Qui - prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - le domande sono tante. Come avverrà la fusione? Con un’Offerta pubblica di acquisto e scambio? A quali prezzi e con quali valori di concambio? E come saranno tutelate le minoranze? Sarà importante capirlo, per avere la certezza di chi ha vinto la partita (sicuramente Carlos Alierta) e chi potrebbe perderla più di altri (i risparmiatori in Borsa). Il terzo buco nero è economico. Nelle condizioni attuali Telecom non può reggere. Ha debiti per 35.185 milioni di euro, deve ridurre il suo perimetro operativo (vedi vicenda Argentina), è costretta a dimezzare gli investimenti. Quando fu privatizzata valeva il triplo di Telefonica: oggi è il contrario. Ma Telecom ha in pancia una risorsa straordinaria: la rete, sulla quale non transitano più solo i telefoni, ma Internet, la banda stretta, quella larga e in prospettiva anche quella ultra-larga. Cioè tutto ciò che serve a modernizzare e a connettere un Paese. La rete è un monopolio naturale, e come sostiene Franco Bernabè non può essere scorporata dall’azienda, senza decretarne l’’eutanasia’ industriale. Qui la domande sono due. Che ne sarà della rete? Chi la controllerà e con quali risorse? Secondo le indiscrezioni, il governo punta a ottenere dagli spagnoli garanzie attraverso clausole e patti para-sociali. Sarebbe bene conoscerli. Già quando nacque Telco agli spagnoli furono imposte ben 28 condizioni. Se ne potranno aggiungere altre 28, o magari 128. Ma alla fine quello che importa sapere non è solo chi sarà il vero ‘padrone’ della rete, ma come potrà farla fruttare, potenziandola e portandola ovunque c’è bisogno. Speriamo che Berlusconi, Scajola e Romani colmino presto questi buchi neri. Quello che difficilmente riusciranno a dimostrare è che il Paese sta facendo l’affare del secolo. È vero, da questa fusione può nascere il più grande player delle telecomunicazioni globali. Ma l’Italia, ancora una volta, arriva all’altare sconfitta. Per l’insipienza dei politici, molto più che dei manager, è costretta ad arrendersi a un ‘matrimonio riparatore’. La stessa cosa, temiamo - conclude Giannini su LA REPUBBLICA - succederà molto presto all’Alitalia con Air France. Ma è questo che piace, evidentemente, ai falsi ‘cadornisti’ di Palazzo Chigi”. (red)

19. Rutelli: il mio no a Consorte

Roma - “Caro Direttore - scrive Francesco Rutelli al CORRIERE DELLA SERA - non ho mai replicato alle molte interviste nelle quali l’ex-amministratore di Unipol, Giovanni Consorte, mi ha chiamato in causa per la mia battaglia sulle ‘scalate’ bancarie del 2005. Sono stato da lui nuovamente indicato (Corriere, 30 gennaio) come capofila della campagna contro l’acquisto della Bnl da parte di Unipol, ed è il caso di schiarire un po’ la memoria su alcuni punti-chiave. Salterò, per necessaria brevità, i riferimenti all’altra scalata (Antonveneta), alle vicende dell’ex-Governatore Fazio, dei ‘furbetti’, dei tentativi di attacco al Corriere e, a maggior ragione, il grande tema dei rapporti tra immobiliaristi d’assalto, speculazioni a breve e impresa. Non conosco Consorte; non ho motivi di avversione per lui, che presenta oggi come allora le sue idee in modo rispettabilmente diretto ed esplicito. Sono idee che non condivido affatto. Egli ha detto al Corriere: ‘Potere economico e politico non sono mai disgiunti (...). Con l’operazione Unipol-Bnl saremmo diventati un braccio finanziario a sostegno del governo, e mancava poco alle elezioni del 2006’. Con la medesima chiarezza, la strategia di Consorte, di creare una grande ‘banca di sinistra’, fu esplicitata nei consigli di amministrazione del mondo della cooperazione ‘rossa’ come l’ambiziosa volontà di ridisegnare il capitalismo italiano, con l’affermazione di un soggetto in grado di incidere proprio nei rapporti tra finanza, economia e politica. Credo che gli autorevoli esponenti della sinistra che rilasciarono interviste a difesa di quella scalata non ripeterebbero oggi gli stessi giudizi di allora: su alcuni dei protagonisti delle scalate e sul loro - diciamo così - standing imprenditoriale; e anche sulla validità della strategia di Unipol, che voleva essere cooperatore-assicuratore-banchiere. Nelle sue reiterate recriminazioni - continua Rutelli sul CORRIERE DELLA SERA - Consorte dà un’interpretazione ancor più politica contro Rutelli e gli altri (tra di essi, rimuove il nome di Bruno Tabacci, che allora era nell’Udc, e cui voglio invece dare merito di avere espresso, anche in quel caso, posizioni limpide e coerenti): l’obiettivo sarebbe stato di impedire il rafforzamento politico-economico-finanziario dei Ds, in vista della nascita del Pd. Un argomento che merita una risposta molto netta. Sì: io mi sono battuto per l’autonomia tra partiti e strutture economiche organizzate. Come leader della Margherita, ho contrastato il ‘collateralismo’, eredità di un’epoca tramontata (come ‘cinghia di trasmissione’, che fosse da e verso la Cgil o la Cisl o la Uil; le cooperative rosse o quelle bianche; le imprese). Ho posto tre condizioni per lo scioglimento della Margherita nel Pd: oltre alla non confluenza nel socialismo europeo (condizione tradita) e al pluralismo culturale (condizione annegata in un eclettico caos), anche la condizione dell’autonomia tra politica e soggetti economici. Tra i conflitti d’interesse del nostro tempo, non sento il bisogno di ravvivare quello tra partiti e affari. Il fallimento della scalata di Unipol ha risolto solo una parte di questo problema, poiché altri, rilevanti, sono rimasti in piedi. Se lo riterrà, caro Direttore, potremo tornarci su: Consorte è infatti solo uno dei portatori di una cultura, a mio avviso deleteria, che considera doveroso che la sinistra disponga, anche nel XXI secolo, di robusti mezzi diretti e indiretti di gestione economica”, conclude Rutelli sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

20. Balle, bollicine e Generali

Roma - “Se telefonate a Tarak Ben Ammar nel suo ufficio parigino - scrive Gianni Gambarotta in prima pagina su IL FOGLIO - la segretaria vi mette in attesa facendovi ascoltare qualche secondo di ‘Amami, Alfredo’. Non deve sorprendere: il finanziere tunisino naturalizzato francese è soprattutto un produttore cinematografico; è stato lui a portare sullo schermo la ‘Traviata’ di Franco Zeffirelli. E’ ovvio che sia affezionato a un suo successo. E poi è legato all’Italia, paese nel quale ha diversi interessi. Per anni ha affiancato Silvio Berlusconi in moltissimi suoi affari; in più siede nel consiglio di amministrazione di Mediobanca, il cosiddetto tempio della finanza nazionale, della quale il presidente del Consiglio stesso è azionista (la figlia, Marina, è anche lei consigliera) attraverso Fininvest. E’ un osservatore informato, ma anche distaccato, delle vicende nostrane: l’interlocutore giusto per commentare quello che alcuni osservatori definiscono l’attacco che ieri mattina la Repubblica, quotidiano di proprietà del gruppo di Carlo De Benedetti, ha sferrato contro il presidente dell’istituto milanese di piazzetta Cuccia, Cesare Geronzi. Un articolo in prima pagina firmato dal vicedirettore, Massimo Giannini, diceva sostanzialmente che i giochi sono fatti per la presidenza delle Generali, la più ambita delle società italiane il cui azionista di maggioranza relativa è Mediobanca: l’attuale presidente, Antoine Bernheim, un signore francese di 83 anni, lascerà la carica e al suo posto andrà proprio Geronzi, che a sua volta sarà sostituito da Marco Tronchetti Provera in Piazzetta Cuccia. L’operazione, concordata segretamente fra i poteri forti (ma davvero esistono ancora? e sono sempre così forti?) avrebbe avuto l’approvazione, se non addirittura la regìa, di Berlusconi. Così, secondo Repubblica, si creerebbe ‘un blocco di potere politico-economico-finanziario che si cementa nel triangolo Roma-Milano-Trieste’. Blocco - prosegue Gambarotta su IL FOGLIO - creato per tenere in pugno il paese. E’ vero quanto scrive Repubblica? ‘Per me è un déjà vu – risponde Ben Ammar al Foglio – Sono da anni in Italia e ormai sono abituato alle dietrologie della vostra stampa, che si ripetono regolarmente. Soprattutto Repubblica è affezionata a questo genere. Non ci sono state riunioni fra gli azionisti, il tema della presidenza non è stato posto, se ne parlerà più in là nel tempo. Siamo solo a febbraio, l’assemblea delle Generali sarà ad aprile. Non ha senso questo totonomine che, oltretutto, destabilizza le aziende. Ma questo al quotidiano non interessa: ha trovato un’occasione, uno spunto, per attaccare Berlusconi e Geronzi e lo ha fatto. E’ il suo mestiere. D’altra parte in Italia non esiste, come in Francia, una legge che punisce la pubblicazione di notizie infondate. E quindi tutti scrivono quello che credono’. Il finanziere franco-tunisino assicura di non essersi preoccupato per l’articolo del quotidiano, ritenendolo una non notizia. ‘Forse non ci sono più scandali in giro, non ci sono altri pretesti per attaccare il premier e allora bisogna inventare qualcosa’, commenta. Ma perché proprio adesso? Tanto per fare un po’ di dietrologia, qualcuno sostiene questa ipotesi: il gruppo di De Benedetti, in realtà, si prepara a tirare la volata a un altro pretendente al Leone di Trieste, vale a dire Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa. ‘Io a questo proprio non credo – replica il finanziere – Bazoli non c’entra assolutamente nulla. Certo che però De Benedetti ha in mente qualcosa’. Per spiegare che cosa Ben Ammar parte da lontano - conclude Gambarotta su IL FOGLIO - dicendo che spesso nella finanza italiana si sostiene una teoria, la si lancia via media solo per vedere che reazioni provoca. L’Ing. è un po’ fuori dai giochi che contano, e quindi anche fuori dalla partita Generali. ‘Non conosco Carlo De Benedetti – conclude Ben Ammar – Non l’ho mai incontrato, ma per quello che so di lui non penso voglia provocare polemiche inutili. Certo però vuole essere considerato anche lui fra coloro che contano’”. (red)

21. Tremonti alle banche: “Le regole le fanno i governi”

Roma - “Il rischio? Che i banchieri finiti fuorigioco riscrivano le regole del loro campionato al posto dei governi. E che sulla politica, la quale agisce da sempre attraverso i trattati, alla fine prevalga la tecnica, rendendo le nuove norme a rischio di inefficacia nel fronteggiare crisi future. Un primo esempio lo dà Basilea III: le nuove norme rischiano di bloccare ancor più ossigeno alle imprese. Giulio Tremonti, ministro dell’Economia - scrive LA STAMPA - come spesso fa di lunedì, si presenta a un convegno milanese (ieri era a ‘Obama e l’Europa: vicini o lontani?’, organizzato da Aspenia e Ispi) e rilancia le sue parole d’ordine sulle questioni di metodo (che rischiano di sfuggire di mano) per affrontare il dopocrisi. Il ministro riguarda ai giorni di Davos, terminati domenica. Non sembra entusiasta. ‘L’impressione - dice Tremonti - è che i banchieri, al lavoro o in vacanza (il riferimento è alla loro presenza nella località turistica svizzera, ndr), locali o centrali, facciano qualcosa che non è il loro mestiere e simmetricamente che i governi non facciano qualcosa che invece è il loro dovere’. Insomma chi dovrebbe riscrivere le regole nicchia, chi invece dovrebbe stare a guardare, diventa protagonista anche della fase post crisi. Invece per il ministro dovrebbe essere la politica a riprendere il mano il pallino. E la politica agisce attraverso i trattati. ‘Certo - dice - è difficile mettere intorno a un tavolo su alcuni codici giuridici, economici e mercantili il G20. Però quella è la via giusta’. Non per nulla ricorda che è stata proprio l’Italia a dare impulso alla scrittura di una sorta di ‘super-trattato’. Che, ammette, ‘può sembrare un esercizio velleitario, ingenuo. Ma è un contributo che si può dare in senso positivo’. L’asse Tremonti lo trova a Parigi. Perché, ragiona oggi, ‘l’unico intervento politico di grande rilievo’ giunto da quella ‘montagna incantata’ che è Davos è stato quello ‘del presidente della repubblica francese’. Quel Nicolas Sarkozy - prosegue LA STAMPA - che ha insistito sulla sua stessa direzione di marcia, ovvero che la discussione sulle banche debba avvenire all’interno del G20. Finora invece alla politica si è preferita la tecnica, seppur passando come negli Usa da un approccio ‘soft’ della prima impostazione a quello ‘hard’, più duro, imposto da Obama nel recente discorso sullo stato dell’Unione. Gli Usa per loro stessa ammissione, dice Tremonti, hanno voluto evitare un trattato per evitare di impantanarsi nei Parlamenti nazionali. Quindi oggi ‘sarebbe difficile dire ‘rifacciamo Bretton Woods’, ma è inutile e dannoso pensare che la prossima crisi si eviti con la tecnica’. Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, è in sala. Dice che riscrivendo le regole ‘è importante non cadere nel populismo e nella demagogia. Il rischio, altrimenti, è che le nuove iniziative abbiano un impatto più negativo dei problemi che si vuole risolvere’. Chiama in causa una maggiore coesione europea, che Tremonti difende (‘dopo la crisi è più unita’) e per cui sogna addirittura ‘una squadra di calcio comune’. Piuttosto - conclude LA STAMPA - il ministro guarda alle prossime norme chiamate a presidiare il rapporto tra banche e imprese: ‘Basilea III - avverte - è la via diretta per condurre, dove viene applicata, il credit crunch’, la restrizione del credito. Che, osserva, ‘è uno dei fattori di crisi dell’economia’”. (red)

22. Miracolo liberista

Roma - “Il tempo, come il mercato, è galantuomo. E l’uno e l’altro, il tempo e il mercato - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - sembrano premiare oggi quei paesi dell’est europeo che, avendo prima sofferto la dittatura comunista, hanno poi abbracciato con entusiasmo le istituzioni della società libera. Ci avevano stupito per l’incredibile dinamismo della loro crescita. Ma poi, giunta la crisi, si era detto: la festa è finita. Ebbene, ora che si può far di conto, sappiamo che non era vero. Il miracolo economico è sopravvissuto alla recessione, se si guardano in particolare le piazze finanziarie. Dalla fine di giugno a oggi, l’Europa centrorientale ha visto la capitalizzazione di Borsa lievitare del 39 per cento, contro il 24 per cento delle economie emergenti e il 17 per cento del mondo sviluppato. L’aspetto più rilevante è che fino alla scorsa estate i principali listini marciavano uniti, segno dell’ondata di sfiducia che le aveva investite: è da settembre che si è osservata una divaricazione. Questo vale - prosegue IL FOGLIO - sia per i paesi più forti, come la Polonia, sia per quelli più fragili, come l’Ungheria, che hanno potuto contare sull’aiuto del Fondo monetario. Il segreto del successo è semplice: hanno mantenuto le riforme mercatiste degli anni Novanta e non hanno pregiudicato la solidità dei conti pubblici. Il punto di partenza era favorevole: il livello medio del debito pubblico era del 40 per cento del pil, la metà dell’Europa occidentale e poco più di un terzo dell’Italia. Ma, come ha scritto sul Wsj il ministro polacco delle Finanze, Jacek Rostowski, “le nostre politiche si basano su un profondo credo nell’economia di libero mercato. Pur potendocelo permettere, abbiamo deciso di non avere un programma di stimolo”. Anzi: “Abbiamo tagliato la spesa in misura pari all’1 per cento del pil” e l’imposta sul reddito. Il rigore delle finanze pubbliche – soprattutto, ma non solo, a Varsavia – e il conservatorismo fiscale hanno convinto gli investitori che quelle erano le piazze giuste su cui scommettere, superata la paura. Nonostante la crisi, quindi - conclude IL FOGLIO - i paesi fedeli a Milton Friedman hanno ancora un biglietto da visita migliore di quelli che si sono convertiti a John Maynard Keynes”. (red)

23. L’Europa arranca anche perché meno innovativa

Roma - “Su una riva dell’Atlantico - scrive Stefano Cingolani su IL FOGLIO - c’è l’economia americana che nell’ultimo trimestre 2009 è cresciuta a un tasso annuo del 5,7 per cento. Sull’altra l’economia europea che arranca attorno a quota uno. La recessione negli Stati Uniti è costata una perdita del prodotto lordo pari a 2,4 punti, in Europa il doppio. A Detroit la distruzione creatrice ha spinto a razionalizzare l’industria dell’auto, sia pur con i soldi dei contribuenti. A Parigi, a Berlino, a Roma, con i denari pubblici si cerca invano di tenere in piedi impianti improduttivi. Di qua c’è Termini Imerese. Di là Steve Jobs che ha già rivoluzionato tre industrie (computer, musica, telefonia) e s’appresta a cambiare anche l’editoria. Non a caso l’Economist ha messo in copertina l’iPad. E’ la notizia di gran lunga più importante nell’economia mondiale, perché Apple sta diventando il paradigma del nuovo capitalismo, uscito dalla crisi più smilzo, ma non meno vivace. Il Wall Street Journal scrive che questa è una ripresa trascinata dalle scorte: le aziende hanno svuotato i magazzini, ora dovranno riempirli. La spinta viene da qui e non più soltanto dalla spesa statale. La Banca centrale ha stampato moneta e il governo ne ha distribuita a più non posso. Ma ciò è avvenuto soprattutto nel 2008 e nella prima parte del 2009. Adesso la manna pubblica si sta riducendo. Il Leviatano, risorto dalle proprie ceneri, con la mano destra ha offerto biglietti verdi. Ora con la mano sinistra vuol riprenderseli per colmare i giganteschi buchi nei conti. Il disavanzo federale è arrivato a 1.560 miliardi di dollari, pari al 10,6 per cento del pil. La Casa Bianca ha annunciato ieri che dovrà scendere a 1.270 miliardi l’anno prossimo. Se ciò avverrà con un aumento dell’imposizione fiscale, addio crescita. Resta comunque il fardello del debito, che passerà dal 63,3 per cento nel 2010 al 77,2 per cento del 2020. Chi ha la pazienza di andare a leggersi le tabelle del Bureau of economic analysis sul pil Usa, trova interessanti sorprese. Salari e stipendi - osserva Cingolani su IL FOGLIO - hanno tenuto prima e dopo la crisi (7.862 miliardi di dollari nel 2007 e 7.836 l’anno scorso), il reddito disponibile nello stesso periodo è aumentato se lo si calcola con i dollari del 2005 (quindi senza l’inflazione): da 9.860 miliardi a 10.035. Ciò perché hanno retto i servizi, che in termini reali mostrano un aumento dello 0,6 per cento. Il vero crollo si è manifestato nell’industria manifatturiera, in particolare nella produzione di beni durevoli. Gli statistici americani mettono a confronto la produzione di auto e la vendita di computer. Ebbene, la prima è caduta del 24,2 per cento, il secondo indicatore è rimasto stabile. Il collasso di due delle Big Three (Gm e Chrysler) ha sottratto mezzo punto al pil americano. ‘Affinché la ripresa sia sostenuta – scrive l’editoriale del Wsj – l’economia dovrà cominciare a investire di nuovo e più velocemente del 2,9 per cento dell’ultimo trimestre. Per questo c’è bisogno di ravvivare gli animal spirits’. In che modo? ‘Cancellando tutta la parte non spesa del pacchetto di stimolo’. Ridurre le imposte non è realistico. Rincararle sarebbe un disastro. Perché, conclude il commento, ‘Washington è ora il principale ostacolo a una durevole espansione americana’. Il debito pubblico è un fardello che soffoca l’economia e spiazza gli investimenti produttivi. Ciò vale in particolare per l’Europa la quale, legata al suolo da una miriade di lacci e lacciuoli, non riesce mai a far da locomotiva alla crescita mondiale. E la disoccupazione? Non è vero che la ripresa, di qua e di là dall’Atlantico, si accompagna a un tasso del dieci e passa per cento? In realtà, non lo sappiamo. La recessione ha portato i disoccupati oltre quota dieci. Niente a che vedere con il 1929 tante volte evocato. E’ probabile che la ristrutturazione industriale allontani il pieno impiego, anche perché non si intravedono nuovi driver tecnologici come fu negli anni 80 l’elettronica. Ma ‘la creazione di veri posti di lavoro non verrà dalla spesa del governo o da un credito guidato politicamente, bensì dagli investimenti e dalla nascita di nuove imprese’, insiste il Wsj. E’ il messaggio che dalle cifre americane arriva fino a noi”, conclude Cingolani su IL FOGLIO. (red)

24. Così Schumpeter ha battuto Keynes

Roma - “Lo spirito di Joseph Alois Schumpeter - scrive Francesco Forte su IL FOGLIO - è tornato ad aleggiare sugli Stati Uniti, dopo che quello di John Maynard Keynes ha smesso di incantare Barack Obama e i suoi esperti. In America il deficit è alle stelle e la disoccupazione è rimasta alta; quindi la manovra keynesiana ha fallito il bersaglio ed è costata molto. Pareva che non ci fosse più nulla da fare. La spesa in disavanzo creava nuovi utili bancari e poi sembrava sparire nel nulla, come acqua inghiottita da un terreno arido. Contemporaneamente il consumo non cresceva in proporzione. Neppure il tasso di interesse a zero in termini reali, praticato dalla Federal Reserve, pareva servisse a rimettere in moto l’economia. Questo però era previsto anche dalla teoria keynesiana (con o senza ‘neo’ davanti). Se non c’è domanda, creata dal deficit di bilancio, dice la macroeconomia keynesiana, non conviene investire, neanche se il tasso di interesse è zero. Il cavallo, se non vede il monte dei consumi, non beve al lago del credito. Ma mentre gli esperti di Obama si guardavano fra di loro con aria desolata, ecco il fatto imprevisto. Un aumento del pil nel quarto trimestre che su base annua equivale a una crescita da capogiro. Essa sembra dipendere dalla ricostituzione dei magazzini di beni intermedi, nonostante la fiacchezza dei consumi. Si è mossa l’offerta senza che si muovesse per prima la domanda. Lo spirito innovativo schumpeteriano - prosegue Forte su IL FOGLIO - sembra sia tornato nelle imprese americane, con un effetto che sembra simile a quello di un risveglio dopo un periodo di sonno, che non ha altra spiegazione se non che il corpo non è fatto per dormire. Nella teoria schumpeteriana ci sono due componenti, quella dell’innovazione e quella della distruzione creativa. Questa implica quella perché la creazione che segue alla distruzione implica l’innovazione, rispetto a ciò che è stato distrutto. Ma non è detto che sia vero l’opposto, ossia che la distruzione costituisca lo choc necessario per la ricostruzione. In effetti Washington ha salvato grandi banche, assicurazioni e imprese. In questo modo non c’è stata la distruzione degli ‘unfitted’. Ma lo spirito schumpeteriano per fortuna si libera anche se non ci sono macerie. Il sacrificio per la resurrezione è una nozione religiosa o etica, non economica. Ad esempio le imprese che producevano beni di alta qualità ora potrebbero – vista la diminuzione del reddito disponibile per gli individui – pensare sia venuto il momento di produrre beni che sono meno brillanti ma più duraturi ed economici. Non so quali siano le innovazioni, lo sa il mercato. E qui perciò - conclude Forte su IL FOGLIO - mi fermo”. (red)

25. L’italiano più amato a Gerusalemme

Roma - “La scintillante accoglienza che Israele ha riservato a Berlusconi - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - ricorda a tutti che il Cav. è stato il primo presidente del Consiglio ad avere stabilito, sin dal suo primo incarico di governo, rapporti inusuali di amicizia con lo stato ebraico, una cosa inaudita, mai vista prima. Da quel momento l’Italia è stato il paese europeo che ha maggiormente capito le ragioni di quella piccola, grande democrazia. Fino al punto che ieri Berlusconi ha avanzato l’idea di un suo ingresso nella Ue. E le ragioni d’Israele non le ha capite soltanto per le politiche di sicurezza, ma anche per il fatto di costituire un pegno della ‘civiltà giudaicocristiana’. Intanto resta alto il livello dell’interscambio commerciale fra Italia e Iran, elemento di preoccupazione che sarà al centro degli incontri fra Berlusconi e Netanyahu. Se il cuore è per Israele, il portafoglio di Roma è irrobustito da una sempre più crescente partnership fra Roma e Teheran. Israele solleverà il problema dell’expertise italiano fornito ai pasdaran. Sette miliardi di euro all’anno è il giro di affari fra l’Italia e la Repubblica islamica. Una cifra - prosegue IL FOGLIO - quattro volte superiore a quella del 2001, l’anno in cui il Cav. tornò al governo e che fa dell’Italia il leader europeo sul fronte dell’import- export con Teheran. Certo, resta comunque il fatto che nel mezzo di un’Europa che ha nutrito l’antisemitismo e ha delegittimato la ‘guerra al terrore’, in cui Israele ha combattuto la propria battaglia contro l’Intifada dei kamikaze, Berlusconi ha saputo imporre un governo filoisraeliano. Venerdì il primo giornale dello stato ebraico, Yedioth Ahronoth, elencava i meriti di Berlusconi, come il sostegno a Israele della presidenza di turno italiana dell’Ue sfociato nell’inserimento di Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, e l’appoggio ricevuto da Roma in sede Onu (dal ritiro italiano dalla controversa conferenza sul razzismo di ‘Durban II’ al voto contrario dell’Italia sul rapporto Goldstone). Se c’è una bandiera ideologica che distingue Berlusconi è la solidarietà profusa nei confronti di questo piccolo stato-guarnigione che da sessant’anni respira fra la vita e la morte. Per questo Israele vede Berlusconi come un ‘Haitalkim’, un italiano con il cuore a Gerusalemme. Il portafoglio italiano ha le proprie esigenze, ma è destinato a seguire il cuore del premier”, conclude IL FOGLIO. (red)

26. Ma lo Stato ebraico è ancora lontano dall’Europa

Roma - “Tutto è cominciato proprio con Israele. E’ successo il 13 giugno 1980, quando i nove capi di Stato e governo dell’allora Comunità economica europea - spiega Marco Zatterin su LA STAMPA - firmarono la Dichiarazione di Venezia, in buona sostanza il primo atto di ciò che in casa Ue oggi si chiama Pesc, politica estera e della sicurezza comune. Fu un passaggio storico e premonitore, perché a Gerusalemme il testo fu giudicato difficile da digerire, in particolare per la sottolineatura del diritto di tutti, palestinesi inclusi, di avere una Patria. Era l’inizio di una stagione di rapporti bilaterali mai semplice e segnata da alti e bassi. Alti, quando gli israeliani sono stati associati all’Unione nel 2000 con una serie di intese di libero scambio. Bassi, quando nel gennaio scorso un ulteriore ampliamento delle relazioni è stato congelato per colpa dell’attacco a Gaza. Berlusconi rilancia il dibattito sull’adesione di Israele, argomento sfiorato in molte occasioni dagli esponenti dei governi succedutisi negli ultimi anni a Gerusalemme, nel momento in cui gli sforzi per la normalizzazione delle relazioni in Medio Oriente sono uno dei dossier principali europei. L’adesione ‘non è in agenda, anche perché da parte israeliana non è mai giunta una richiesta di entrare a fare parte della famiglia europea’, dice Lutz Gullner, portavoce dell’Alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton. ‘E’ una questione che va considerata anche se i tempi non potranno essere che lunghi’, commenta una fonte della Commissione Ue. E’ il massimo che si può ottenere dai tecnici, in questa fase, oltre alla compilazione di una sorta di ‘Who’s Who’ degli amici e dei nemici di Israele. Tedeschi e austriaci pronti a spalancare la porta per ragioni storiche. Cechi favorevoli, come gli olandesi. Francesi, belgi e spagnoli indecisi. Perplessi gli scandinavi. Qui si ricordano - prosegue Zatterin su LA STAMPA - le controverse parole del ministro degli Esteri svedese Bildt, senza esitazioni nel mettere il premier Netanyahu e il gruppo estremista palestinese Hamas sullo stesso livello. Gli inglesi sono in mezzo al guado, divisi fra la fedeltà all’alleato americano e i doveri di amicizia con i popoli arabi, sopratutto quelli che investono massicciamente nella City. Potrebbe essere un intoppo, considerato che a tenere il bandolo della matassa è Catherine Ashton, e l’esponente laburista vuol essere cauta. Una missione in Israele è annunciata a breve, senza che però sia stato annunciato se si recherà a Gaza. La questione è controversa. Nelle scorse settimane gli israeliani hanno impedito l’accesso alla Striscia a due ministri europei. Lady Pesc ha condannato il comportamento e niente più, provocando un fastidio sul fronte diplomatico dei belgi respinti. Più decisi gli spagnoli, guida di turno dell’Ue. Il capo della delegazione Ue in Israele, Pedro Serrano, ha detto che la risoluzione del conflitto fra arabi e israeliani rimane ‘un obiettivo centrale e strategico per l’Unione’. A suo avviso, ‘una ripresa dei negoziati fra le parti, ormai assente da un anno, è della massima importanza’. L’obiettivo, ha concluso, deve essere negoziato sulla base del principio ‘due popoli, due Stati’. Ne va dei legami commerciali, visto che l’Ue è il principale partner di Israele. L’accordo euromediterraneo stabilisce condizioni di libero scambio, funziona, produce reddito e qualche ulteriore litigio. Ad esempio sui prodotti dei territori occupati venduti con l’etichetta ‘made in Israel’. I tecnici della Commissione sono costretti a controllare l’ottimo Cabernet Sauvignon prodotto sulle alture del Golan che Gerusalemme vende spesso come nazionale. Le regole - conclude Zatterin su LA STAMPA - non permettono che il vino, o altri generi confezionati nei territori, siano considerati israeliani. ‘Succede spesso - racconta una esperto di diplomazia commerciale -. E non è solo una questione di etichetta’”. (red)

27. Il fardello dell’amicizia con Teheran

Roma - “Dall’Italia vorremmo soprattutto due cose: sanzioni contro Teheran, e aiuto per far inserire le Guardie della rivoluzione iraniana nella lista europea delle organizzazioni terroristiche”. E’ quanto dichiara in un’intervista a LA STAMPA il vice premier israeliano Silvan Shalom. “Quando lo raggiungiamo al telefono - scrive LA STAMPA - sta tornando in macchina dalle celebrazioni per l’arrivo di Silvio Berlusconi e della delegazione italiana: ‘Sono grandi amici, i migliori vicini di Israele’. Ma la sua lunga esperienza come ministro degli Esteri nel governo di Ariel Sharon, prima di tornare al potere adesso come vice di Netanyahu, non gli fa dimenticare la prima emergenza internazionale che minaccia il suo Paese: ‘L’Iran, di questo dobbiamo parlare con gli italiani’. Già due anni fa, incontrandolo a Gerusalemme, Shalom ci aveva avvertito che la finestra d’opportunità per impedire a Teheran la costruzione della bomba atomica si stava rapidamente chiudendo. In più, aveva ammesso di essere molto scettico sulla possibilità di realizzare la visione di due popoli e due Stati in Terrasanta, perché le stesse divisioni tra i palestinesi di Hamas e quelli di Fatah facevano mancare a Israele un interlocutore affidabile per negoziare la pace. Ora Shalom si ritrova davanti agli stessi problemi, solo un po’ peggiorati”.  

“La geografia non fa sconti - scrive Vittorio Emanuele Parsi su LA STAMPA - e il Levante è davvero sulla soglia di casa dell’Italia. Quando il vicepremier israeliano definisce gli italiani ‘i migliori vicini di Israele’ ci ricorda implicitamente che la nostra politica verso il Medio Oriente, diversamente da quella dell’Olanda o della Gran Bretagna, non può prescindere da questo dato. Una politica di vicinato non costringe a fare certe scelte a scapito di altre, ma impone un’attenta ponderazione di ogni singolo atto e di ogni singola dichiarazione. Questo è vero sempre. Lo è a maggior ragione per un’area come il Medio Oriente e per quel che riguarda il diritto di israeliani e palestinesi a vivere in pace e sicurezza. Per molti decenni la politica mediorientale dell’Italia è stata orientata dal concetto di equidistanza: ha cercato di mantenere gli ottimi rapporti (d’affari e non) con il mondo arabo senza venir meno ai sentimenti di solidarietà verso Israele e il popolo ebraico. A chi obiettava che questa linea di comportamento finiva con l’essere troppo spesso concretamente sbilanciata a favore del mondo arabo e islamico, compresi quei governi più intransigenti nel rifiutare lo stesso diritto all’esistenza di Israele, veniva spesso risposto che era la geografia. Che era la necessità di buon vicinato, a dettare una prudenza così simile all’ignavia. Con l’avvento di Berlusconi, le cose sono decisamente cambiate, e l’11 settembre e il sostegno politico alla guerra contro Saddam Hussein hanno contribuito a collocare progressivamente l’Italia tra gli amici di Israele. Del mutamento dei rapporti tra i due Paesi, non c’è forse indicatore più esplicito della richiesta, avanzata alcune settimane fa dal governo israeliano, di prolungare il periodo di comando italiano della missione Unifil 2. Si tratta - prosegue Parsi su LA STAMPA - del riconoscimento che l’azione di Unifil 2, di cui l’Italia fu prima promotrice con il governo Prodi, è ritenuta da Israele un utile contributo per la propria sicurezza. Non stupisce quindi né che lo stato delle relazioni dei due Paesi sia così eccellente, né che gli israeliani riconoscano a Berlusconi di aver contribuito a imprimere una svolta alla politica mediorientale dell’Italia, che ha finito con l’impegnare anche i governi di centrosinistra. Quando Berlusconi parla di ‘Israele nell’Unione Europea’, rispolverando una vecchia idea del partito radicale, va oltre l’espressione del sentimento di amicizia per lo Stato ebraico, ed esplicita l’idea di una vera e propria alleanza, così forte e convinta da poter dar vita a una comune unità politica, basata sulla condivisione dei valori e delle istituzioni democratiche, oltre che sul richiamo alle ‘radici giudaico-cristiane della nostra civiltà’. Al di là della scarsa praticabilità di una simile opzione, occorre chiedersi se sarebbe nell’interesse israeliano una simile prospettiva, che faciliterebbe le accuse di ‘estraneità e artificialità’ rivolte alla presenza di Israele nella regione dai suoi più acerrimi nemici. Tra questi ultimi, una posizione privilegiata spetta all’Iran, uno dei nostri migliori partner commerciali, con il cui governo l’Italia ha mantenuto sempre buoni rapporti. Fin quando l’Iraq di Saddam ne conteneva le mire egemoniche, e fin quando l’Italia perseguiva la politica dell’equidistanza, l’ingombro delle ottime relazioni italo-iraniane era tutto sommato tollerabile. Ma oggi, l’Iran ha un’influenza infinitamente maggiore sul Levante, e rappresenta una minaccia crescente per la sicurezza di Israele, oltre che per l’ordine regionale, il fardello di questa amicizia si fa sempre più pesante, e diventa addirittura insostenibile, se le parole di amicizia di Roma verso Tel Aviv vogliono essere prese sul serio. Non è un caso che il vicepremier israeliano chieda oggi agli italiani quello che si chiede agli amici. Ci invita alla coerenza - conclude Parsi su LA STAMPA - e, piuttosto che filosofeggiare una futura casa comune, ci chiede un aiuto ora nel difendere la propria casa: cioè ci chiede di far seguire, alle parole, i fatti”. (red)

28. Cinesi vs. Obama, vince “coesistenza armoniosa”

Roma - “Ieri in Cina - riporta IL FOGLIO - i giornali si sono scatenati contro la decisione americana di vendere armamenti per sei miliardi di dollari a Taiwan. Era dai tempi del bombardamento per errore dell’ambasciata cinese a Belgrado, nel 1999, che non si sentivano toni così furiosi. China Daily, il quotidiano di partito stampato in inglese, scrive che ‘vent’anni dopo la fine della Guerra fredda l’America sogna ancora di usare l’isola come una portaerei inaffondabile per contenere la crescita della Cina. Ma nessun paese degno di rispetto può stare seduto mentre la sua sicurezza nazionale è messa in pericolo e i suoi interessi sono danneggiati. Se qualcuno ti sputa addosso, devi reagire’. Un altro giornale di partito, il Quotidiano del Popolo, descrive la reazione del governo come ‘la più dura degli ultimi trent’anni’. Ma la tensione potrebbe rientrare abbastanza presto. Pechino ha soltanto sospeso – e non interrotto – le relazioni militari con l’America. In passato questo tipo di sospensione è durato poco, da tre a sei mesi, e anche questa volta gli osservatori si aspettano un intervallo breve. Ieri la Casa Bianca ha detto che ‘né l’America né la Cina possono permettersi di allontanarsi l’una dall’altra’. La vendita a Taiwan non include i caccia F-16 tanto attesi, altrimenti i cinesi sarebbero sul serio impazziti – e gli americani lo sapevano bene. Tre giorni fa il Business Council sino- americano – che rappresenta 220 aziende americane che fanno affari in Cina – s’è sentito annunciare da Washington che molte restrizioni imposte dal governo sulla vendita di tecnologia a Pechino stanno per cadere. Un’altra mossa che addolcisce l’antagonismo. Ora - prosegue IL FOGLIO - bisogna vedere se la tensione durerà abbastanza per colpire la visita del presidente cinese, Hu Jintao, già annunciata per quest’anno, o il summit sulla Sicurezza nucleare previsto negli Stati Uniti a primavera. Anche le visite reciproche del segretario alla Difesa americano, Robert Gates, in Cina e del capo di stato maggiore cinese, il generale Chen Bingde, in America sono a rischio. Che cosa passa nella testa dei generali cinesi? Loro, come un tempo il Cremlino, sono un enigma avvolto nel mistero. Ma, pare, per adesso sono ancora tutti obbligati a osservare un principio generale di temperanza e di collaborazione nei confronti della superpotenza americana e a trattenersi da ogni tentazione di rivalità. A novembre il settimanale Liaowong – anche questo di partito – ha anticipato con un lungo articolo la visione strategica del presidente e segretario generale Hu Jintao. Hu presiede anche il massimo organo militare cinese, il Comitato centrale militare. L’autore dell’articolo sul pensiero presidenziale è anch’egli un teorico di partito di massimo livello, Zhang Xiaotong, e si suppone che i generali cinesi abbiano meditato per bene e a lungo sulle sue conclusioni. La nuova risoluzione strategica di Hu Jintao si chiamerà ‘Punti di vista sui tempi’ e sarà incorporata nella Costituzione del partito nel 2012. Segue una prima risoluzione del 2004, che nella sua versione iniziale era titolata ‘L’ascesa della Cina’, salvo poi – dopo un’ondata di commenti preoccupati nel resto del mondo e soprattutto in Asia – essere rititolata in fretta ‘L’ascesa pacifica della Cina’. In ‘Punti di vista’ il presidente spiega la sua dottrina della ‘Coesistenza armoniosa’: la convivenza con Washington va governata senza scossoni, la Cina non è pronta al confronto e nemmeno lo vuole, anche se ovviamente non deve cedere un millimetro di potere e di influenza nel mondo e anzi, dove può, deve volgere la situazione a suo vantaggio. Il caso più clamoroso è quello delle sanzioni sull’Iran: l’annuncio di Pechino contro l’inasprimento delle sanzioni a carico del regime iraniano rompe lo schema internazionale – e anche unanime: persino la Russia è d’accordo – di pressioni per fermare il progetto di armamento atomico di Teheran. Possedere una leva di ricatto contro Washington e tenere l’Amministrazione Obama in attesa – è il ‘punto di vista’ in Cina – è meglio che intervenire sul problema Iran. Su altre questioni la cooperazione potrebbe essere sorprendente. Il governo di Pechino - conclude IL FOGLIO - non ha ancora risposto no a una richiesta americana fatta a dicembre: il Pentagono vorrebbe aprire una base in Cina al confine con l’Afghanistan, sulla Via della Seta, per far transitare in sicurezza i rifornimenti minacciati dai terroristi sulle altre rotte. ‘Sulla questione manteniamo il dialogo’, dice il portavoce del ministro degli Esteri cinese”. (red)

Prima Pagina 02 febbraio 2010

La Difesa sul mercato (truccato)