Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 23/02/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Palazzo Chigi: nessun incontro”. Intervista a Beppe Pisanu: “Oggi è molto peggio di Tangentopoli”. A sinistra: “Strage di civili afghani per un altro errore Nato”. Editoriale di Franco Venturini: “La svolta di americani e inglesi”. Sotto la vignetta: “La Svizzera cede a Gheddafi e consegna l’uomo d’affari”. Di spalla: “Processo aperto agli studi di settore”. Al centro foto-notizia: “Mourinho bloccato (dalle manette)” e “Scontri tra indù e cristiani per un’immagine offensiva che definisce Gesù ‘idolo’ ”. In un box: “Il golpe sventato e l’arroganza del potere turco”. In taglio basso: “Il rapinatore spara, ucciso benzinaio”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Appalti, Fini contro Berlusconi ‘I pm non devono vergognarsi’ ”. Editoriale di Massimo Giannini: “Il partito mai nato”. I commenti di Giuseppe D’Avanzo: “Il giorno dell’ipocrisia nel porto delle nebbie” e Curzio Maltese: “Capitan Terremoto”. Il retroscena: “Così la Capitale frenò le indagini”. Di spalla due foto-notizie: “Turchia, golpe sventato arresti tra i militari” e “Sanità, il piano Obama per 31 milioni di americani”. A centro pagina: “Falsi invalidi, il boom delle truffe ci ruba un miliardo ogni anno”. In taglio basso: “Quando la Classe Operaia sale sul palcoscenico” e “Stangata su Mourinho tre domeniche in manette”.  

LA STAMPA – In apertura: “ ‘Associazione a delinquere’ Appalti, l’accusa si aggrava”. In taglio alto: “ ‘I militari pronti al colpo di Stato’ Arresti in Turchia” e il commento di Enzo Bettiza: “Il dilemma di Ankara sognando l’Europa”. Editoriale di Gian Enrico Rusconi: “Germania in salsa italiana”. Di spalla: “Per dirsi addio un anno è abbastanza”. In un box: “Gros: rischio argentino per la Grecia”. Al centro foto-notizia: “Il giorno nero dell’Inter” e “Nuovo piano sanità. Obama si gioca tutto”. A fondo pagina: “Decide il Popolo”.  

IL GIORNALE - In apertura: “I verbali degli interrogatori”. Editoriale di Alessandro Sallusti: “Gli ipocriti delle liste pulite”. Al centro foto-notizia “Busi, la barricadiera che studia da Gruber”, “D’Alema spegne lo schermo e manda a casa 14 persone” e “Più soldi a chi va a lavorare: ecco la ricetta antifannulloni”. A fondo pagina: “Mourinho in manette. Per tre giornate”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Il fisco migliora gli incassi”. In taglio alto: “Blocco Lufthansa sospeso si ferma British Airways” e “Addio 1ma e 2a classe 4 livelli di servizio”. Editoriale di Moisés Naìm: “700 milioni la più grande migrazione del secolo”. Di spalla: “Una rete di eurobond per i conti di Atene”. Al centro foto-notizia: “Turchia. Arrestati 40 militari” e “Torna a crescere la domanda di credito da parte delle imprese”. A fondo pagina: “La Campania addomestica l’autovelox: non può fare multe”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Appalti G8, gelo tra Procure” e in un box: “Balducci, spunta l’accusa di associazione a delinquere”. Editoriale di Paolo Pombeni: “Nessuno pensi che sia un peccato veniale”. Al centro foto-notizia: “Reclutava ragazzine per la discoteca, tredicenne salvato dalla madre: ‘Per quel lavoro era fuori di testa’ ” e “Turchia, sventato un golpe”. In un box: “Mourinho, tre giornate per le ‘manette’ ” In taglio basso: “Sanità, l’ultima carta di Obama” e “Lazio, nel Pd scoppia il caso Bonino”.  

IL TEMPO - In apertura: “Il Pd fa digiunare Bonino”. In un box: “La resa dei conti di Gianfranco dopo le regionali”. Editoriale di Mario Sechi: “La bilancia e il tritacarne”. A centro pagina: “La violenza su una senzatetto. Illegalità nei palazzi occupati” e la foto-notizia “Vogliono affossare la Lazio per umiliare tutta la città”. In un box: “La ripresa del Paese con riforme ed opere”. In taglio basso: “Il ruolo di Silvio su Libia e Turchia” e “La moda è a Roma”.  

LIBERO – In apertura: “Santoro scarica Travaglio”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Chi vuol tappare la bocca ai giornalisti” e il commento di Filippo Facci: “Marco Pendaglio”. Al centro vignetta: “Il Festival scippato al principe”. Di spalla il commento di Giampaolo Pansa: “Contro Berlusconi tre correnti e una Lega”, “La Turchia sogna l’Europa ma è ancora ferma ai golpe” e “Ripresa vicina se si svaluta e si torna a rischiare”. A fondo pagina: “Grida vendetta il benzinaio ucciso davanti al figlio”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Il bidone atomico”. A fondo pagina: “Forum con la Bresso: “Batterò la Lega e punto sul lavoro”.  

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Miserie della scienza”. In apertura a sinistra: “Obama presenta il piano per la sanità. La cauta strategia di primavera”. Al centro: “Toyota di lotta e di governo”. (red)

2. Scontro tra Procure, Firenze risponde

Roma - “Anna la segretaria scuote la testa. Non è giornata, decisamente. Il corridoio che porta all’ufficio di Giuseppe Quattrocchi – riporta Marco Imarisio sul CORRIERE DELLA SERA – è molto affollato, e non solo di giornalisti in attesa. C’è un gran traffico oggi, un vai e vieni di magistrati e giudici fiorentini che vogliono dare la loro solidarietà al capo della Procura. Anche loro vengono bloccati dalla marcatura stretta di Anna, ma la scena è eloquente, non c’è bisogno di parole che peraltro non verranno. Non è giornata, e infatti Quattrocchi non indugia nella solita scena che ripete ogni mattina ai cronisti locali. Esce dall’ufficio con il cappotto indosso, ma non chiede ‘che ci fate qui?’, non sorride, non ci prova neppure. ‘Sia chiaro’ dice ‘non è che non voglio rispondere. Solo, non credo sia opportuno farlo. Lui ha detto le sue cose. Ognuno agisce come ritiene giusto. Davvero, non credo sia opportuno rispondere’. Amareggiato, e non fa neppure grandi sforzi per nasconderlo. Le frasi del suo omologo di Roma, Giovanni Ferrara, compagno di corrente in Unicost, lo hanno ferito. E poco cambia se dall’Aquila il procuratore Alfredo Rossini dice che ‘ha fatto bene a stare zitto’. La bufera, comunque era nell’aria. I rapporti con la procura capitolina vengono definiti ‘tesi’ fin dal momento degli arresti. Risale infatti a quel giorno la circolare di servizio interna emanata dal procuratore generale di Firenze, Beniamino Deidda. Sostanzialmente, impone il silenzio su ogni argomento, ma viene specificato che l’ordine di tacere riguarda soprattutto eventuali problemi di collegamento ‘tra uffici diversi’. La consegna viene rispettata alla regola, ma le voci nel corridoio si sentono, eccome, ed esprimono quello che sembra essere il pensiero dei magistrati fiorentini. In ordine sparso: ‘Ci vogliono delegittimare’, ‘È cominciata l’opera di denigrazione di questo ufficio’, ‘Un colpo che non ci aspettavamo’, ‘di tutto avevamo bisogno fuorché di questo’. I magistrati più vicini a Quattrocchi, quelli che hanno condiviso questi giorni di lavoro e tensione, sono fuori dalla grazia di Dio, gentile eufemismo. ‘Roma guardi piuttosto chi si teneva in casa’, dice uno di loro, prima di essere trascinato via da una collega. Altrove – prosegue Imarisio sul CORRIERE DELLA SERA – si fa notare come l’operato dell’Ufficio sia lineare, trasparente, questa è la definizione ricorrente. I pubblici ministeri titolari dell’indagine - è la tesi - sono stati talmente corretti che già nella richiesta di arresto inoltrata al giudice per le indagini preliminari in data 21 dicembre era scritto a chiare lettere che la competenza era radicata a Roma. Solo gli eventi intercorsi tra il 28 dicembre e il 2 febbraio, ovvero la fuga di notizie avvenuta tramite il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e il figlio Camillo, hanno costretto il Gip a procedere d’urgenza - firmando gli ordini di custodia cautelare il 5 febbraio e inoltrandoli tre giorni dopo - e mandare i fascicoli a Perugia, titolare di eventuali indagini sul conto di magistrati romani. Non era giornata, per Francesco Quattrocchi. Del resto, non lo è quasi mai. Pochi e sporadici, i contatti con i media, quasi sempre per replicare ad attacchi giunti al suo Ufficio. Il procuratore di Firenze ha fama di uomo riservato e al tempo stesso gentile. Non la smentisce neppure nel pomeriggio, quando si limita a dire che ‘per un magistrato tacere è nell’ordine delle cose, e a me viene facile’. Settantuno anni, siciliano di nascita ma residente a Firenze da oltre quarant’anni, è entrato in magistratura nel 1964. E’ stato sostituto procuratore a Chiavari, Crema, Cremona, pretore in Calabria, giudice istruttore, per 15 anni capo della Procura di Lucca. Fu lui a chiedere il processo per Donatella Dini, moglie dell’allora ministro Lamberto, poi assolta. Quando è arrivato a Firenze, si è trovato a gestire storie complicate, in una Procura che negli ultimi anni non era abituata a subire scossoni come quelli che sta vivendo in questi giorni. Quattrocchi è inseguito dalla nomea di gran pignolo. Legge tutto, controlla tutto, coordina. Poi torna a casa, ad ascoltare musica classica. Legge molto, autori preferiti Georges Simenon e Robert Musil. Nel suo curriculum, l’unico libro ‘sospetto’ è I ragazzi della via Pai, che lui confessa di aver letto per almeno sette volte. Per qualche critico, il capolavoro di Molnar aveva in sé i gerani del socialismo reale, ma il procuratore fiorentino è tutto fuorché un ‘rosso’, come viene insinuato in questi giorni. Tra le sue poche esternazioni – conclude Imarisio sul CORRIERE DELLA SERA – si ricorda quella del 29 settembre 2008, giorno dell’insediamento. ‘Spero - disse - di non dover mai iscrivere procedimenti per errati contro la Pubblica Amministrazione, perché questo significherebbe che la cosa pubblica è gestita in modo corretto’. Gli è andata male, pare”. (red)

3. Così a Roma si congelò l’indagine

Roma - “Travolta dall’inchiesta fiorentina, la Procura di Roma si spacca. Saltano – scrive Carlo Bonini su LA REPUBBLICA – le alchimie che l’hanno sin qui governata. E nel suo giorno più lungo, il conflitto che l’attraversa si intreccia e si spiega con quanto è accaduto in questi uffici non nelle ultime ore ma nell’ultimo anno. Nel pomeriggio, un’assemblea dei sostituti e un comunicato provano in qualche modo a tamponare e dissimulare la sostanza della posta in gioco: ‘Comportamenti attribuiti a singoli magistrati (l’ex procuratore aggiunto Achille Toro) - si legge - non possono e non devono coinvolgere negativamente l’impegno e la correttezza dei magistrati di Roma’. Appaiono invece più sincere le parole con cui un magistrato di lungo corso di quell’ufficio, a sera, rende intelligibile quanto è accaduto: ‘Avevamo due possibilità. La prima: arrivare fino in fondo a una discussione che avrebbe finito per delegittimare oggettivamente il procuratore capo Giovanni Ferrara e avrebbe aperto un ‘caso Procura di Roma’. La seconda: salvare Ferrara e con lui l’onore di un ufficio dove lavorano cento sostituti, provando a spiegare che esiste solo un ‘caso Toro’. Abbiamo scelto il male minore. Oggi, dunque, diciamo che esiste solo ‘un caso Toro’. Anche perché, sfiduciare Ferrara avrebbe significato spiegare al Paese che in questa Procura il tempo non è mai passato. Che non ci si è mai mossi davvero dai giorni del ‘porto delle nebbie. Il che, oggettivamente, non è poi vero’. Un ‘caso Toro’, dunque. E non ‘un caso Ferrara’, dicono a piazzale Clodio. Anche se la vigilia dell’assemblea di ieri e le indagini avviate dalla Procura di Perugia sembrano suggerire uno scenario diverso. A Roma, un gruppo di sostituti era pronto ieri pomeriggio a un documento di solidarietà con il Procuratore di Firenze (poi rientrato). A Perugia, una sola settimana di inchiesta ha cominciato a svelare che l’indagine sull’ex procuratore aggiunto non interpella solo le mosse di un magistrato che si vuole infedele (Toro) nei giorni in cui due Procure della Repubblica (Roma e Firenze) ‘scoprono’ di indagare su una stessa vicenda (i grandi appalti della Protezione civile) e identici protagonisti (la ‘cricca’). Ma interpella (anche) le scelte del vertice della Procura di Roma nei dodici lunghi mesi in cui, a sua volta, ha indagato sulla ‘cricca’ e gli appalti della Protezione Civile. Una storia, questa – prosegue Bonini su LA REPUBBLICA – che comincia nel gennaio del 2009 e che è utile ricostruire proprio per comprendere che cosa davvero laceri in queste ore la Procura di Roma. Gennaio 2009, dunque. La Procura di Tempio Pausania invia per competenza a quella di Roma una notizia di reato segnalata dai carabinieri del Noe. In quel fascicolo sono allegati, insieme ad articoli di stampa sugli appalti del G8 alla Maddalena, una serie di intercettazioni telefoniche (i carabinieri ne hanno trascritte soltanto tre), avviate in tutt’altro contesto, ma in cui balla la figura del costruttore Diego Anemone. Secondo il Noe, esiste in quelle conversazioni il ‘fumus’ della corruzione e comunque il presupposto per una ‘delega’ ad approfondire l’indagine che valuti le responsabilità degli amministratori pubblici che sul G8 della Maddalena hanno avuto e hanno competenza. Tra loro, Angelo Balducci, che del G8 alla Maddalena è stato ‘attuatore’ e ‘supervisore’. Il lavoro del Noe non ha fortuna. Il procuratore aggiunto Achille Toro - il magistrato che ha la delega del pool investigativo sui reati contro la pubblica amministrazione e cui il procuratore Giovanni Ferrara è legato da amicizia, stima professionale e appartenenza di corrente (la moderata ‘Unicost’) - ritiene quell’incarto poca cosa. Affida il fascicolo al pm Assunta Cocomello e convoca in Procura il comandante del Nucleo di polizia tributaria di Roma, il colonnello della Guardia di Finanza Vito Augelli. E’ il 2 febbraio 2009, quando l’ufficiale delle fiamme gialle lascia piazzale Clodio. In mano non ha nessuna delega di indagine perché - come confermano oggi a ‘Repubblica’ qualificate fonti della Finanza, nonché gli atti in possesso della Procura di Perugia - la scelta di Toro è, diciamo così, minimale. Al Nucleo di polizia tributaria, il Procuratore aggiunto chiede infatti una semplice ‘ricognizione societaria’ del gruppo Anemone. Poco più, insomma, che una visura approfondita del registro imprese. ‘Per avere un quadro più chiaro della storia’, dice Toro. E’ un lavoro che porta via neanche un mese e che, ovviamente, scopre l’acqua calda. Che il gruppo Anemone è una holding dalle molte società che aprono e chiudono in coincidenza con l’affidamento degli appalti e in cui, al più, si potrebbe trovare qualche irregolarità fiscale. Siamo dunque a marzo 2009. La Finanza è convinta che all’esito del lavoro preliminare sul gruppo Anemone otterrà - questa volta sì - una delega di indagine. Ma sbaglia. Toro non vede nessuna urgenza per avviare attività di questo tipo e, soprattutto, sa di poter contare sull’appoggio del procuratore Ferrara di fronte all’insistenza del sostituto titolare dell’inchiesta, Assunta Cocomello, che, al contrario, vorrebbe partire in quarta con un’indagine se necessario anche invasiva. E’ una discussione – continua Bonini su LA REPUBBLICA – quella tra la Cocomello e Toro che - come lei stessa racconta a verbale ai magistrati di Perugia - si protrae per tutta la primavera. E che si infrange definitivamente quando la sua proposta di avviare intercettazioni telefoniche sulle utenze di Anemone e Balducci viene gelata dall’intervento di Ferrara (‘una normale e fisiologica dialettica con un sostituto’, spiega oggi Ferrara ai magistrati di Perugia). Il Procuratore, insieme al suo aggiunto Toro, usa due argomenti. Il primo, giuridico. Il secondo, di opportunità. L’argomento giuridico - come riferisce Ferrara a verbale ai magistrati di Perugia - suona così: ‘mancano i gravi indizi di reato per configurare una corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio’, dunque, il rischio è che il gip respinga la richiesta di intercettazioni, non ravvisandone i presupposti. L’argomento di opportunità ha invece a che fare con il calendario e l’agenda politica. Mancano in quel momento pochi mesi al G8 e - ragiona Ferrara - ‘un’indagine dai presupposti poco solidi’ rischia di tradursi in un danno per l’immagine che il Paese si gioca alla Maddalena. Servono insomma ‘prudenza’ e ‘mosse ponderate’. Il fascicolo Anemone/Maddalena va dunque in sonno. E a rianimarlo, ancora una volta, sarà la Guardia di Finanza. A settembre 2009, quegli scocciatori delle fiamme gialle notificano infatti alla Procura che la Banca d’Italia ha segnalato operazioni sospette per 800 mila euro in contanti a carico di Stefano Gazzani e tale architetto Zampolini. Guarda caso, il commercialista e il progettista del gruppo Anemone. Ci sarebbe da che animarsi e, invece, bisogna aspettare il novembre 2009 perché qualcosa si muova. Soltanto il 7 di quel mese, infatti, dopo che alla Cocomello è stato associato il pm Sergio Colaiocco (che ha sin lì lavorato all’indagine sugli appalti dei Mondiali di nuoto 2009), la Finanza ottiene semaforo verde. Non una delega di indagine in senso proprio, ma ‘un supplemento’ di istruttoria a quella segnalazione della Banca d’Italia. I primi risultati arrivano in Procura il 15 gennaio scorso. E quindi vengono integrati il 26 e il 28 di quello stesso mese. Quei movimenti - documenta la Finanza - consentono di tirare un filo investigativo che porta da Anemone a Balducci. I pm Cocomello e Colaiocco si mettono a lavorare a una bozza di richiesta di intercettazioni telefoniche sulle utenze di Anemone e di altri protagonisti della ‘cricca’ che verrà formalmente presentata al gip il 29 gennaio. Due giorni dopo che Ferrara ha avuto conferma che Firenze intercetta Balducci&co da un anno e mezzo. Lo stesso giorno in cui sa che pendono richieste di arresto. Oltre un anno dopo quella prima informativa dei carabinieri del Noe. In dodici mesi – conclude Bonini su LA REPUBBLICA – è il primo atto di indagine di Piazzale Clodio. Perché quei finanzieri che hanno visitato gli uffici di Anemone nel 2009 sono stati soltanto un incidente di percorso. Lui non lo sa ma non li ha mandati la procura, ma una visita fiscale di routine”. (red)

4. Ipocrisia nel porto delle nebbie

Roma - “Solitamente discreto – scrive Massimo D’Avanzo su LA REPUBBLICA – il procuratore di Roma Giovanni Ferrara decide di prendere la parola in pubblico. È già un errore. Conviene sempre che per i magistrati parlino i fatti. Nella carne viva di un’istruttoria o di un processo, poi è doveroso che quei fatti siano offerti soltanto nei luoghi deputati: l’udienza, l’aula. Gli argomenti che il Procuratore adopera peggiorano il quadro. Ferrara non trova il coraggio o l’umiltà di dirsi almeno addolorato per quanto è accaduto nel suo ufficio e a se stesso. Ha scelto incautamente per il governo del dipartimento dei reati contro la pubblica amministrazione una toga rivelatasi infedele, Achille Toro. Achille Toro, si scopre, sopisce, tronca le indagini e - si scopre - addirittura spiffera agli indagati gli esiti che incuba lo scandalo della Protezione civile. Un buon motivo per rammaricarsi in pubblico della sua infelice preferenza; rassicurare della incorruttibilità degli altri pubblici ministeri; impegnarsi a comprendere che cosa e perché non è andato per verso giusto, come cambiare pagina. Ferrara non si cura di questo. A Toro, alla criticità che il suo comportamento apre nella sua procura, Ferrara non sembra interessato. Prende la parola per un altro sorprendente lavoro da sbrigare: biasimare le mosse della procura di Firenze, demolire la correttezza di un’inchiesta che scuote il mondo politico e il governo mentre svela le abitudini combriccolari che si nascondono dietro la ‘politica dell’emergenza’. Il suo argomento è diabolico: quei pubblici ministeri non erano ‘competenti’. Dovevano astenersi da fare alcun passo perché i reati ipotetici sono stati commessi a Roma e la procura della Capitale è la sola abilitata a procedere. È una denuncia radicale: quell’inchiesta è illegittima e forse addirittura illegale. Ferrara sa che, sopravvissuto alla caduta della dittatura e confusamente accomodato dal legislatore, il nostro codice fornisce ‘un terreno di cultura ideale ai contrasti ideologici degli operatori’. C’è un luogo delegato per risolvere queste controversie ed è la Corte di cassazione. È la strada che, sollevando una polemica pubblica e alquanto artefatta anche nel merito, Ferrara non imbocca. Vuole una polemica politica. La sollecita. Preme per gettare discredito su Firenze annientando un lavoro politicamente sensibile. La sortita dell’alto magistrato, con quel silenzio sulle malefatte di Achille Toro e con lo strepito contro l’altra procura, ravviva in un colpo solo il dubbio e la confusione che circondano da molto tempo la procura di Roma. Ufficio spesso quietista, qualche volta affetto dal morbo del conformismo, quasi intimidito dalla propria indipendenza. Quel ‘morbo’, annotava Piero Calamandrei, non è altro che un’ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alla pressione del potere, ma se l’immagina e la soddisfa in anticipo. Spesso – prosegue D’Avanzo su LA REPUBBLICA – i meccanismi intellettuali, le atmosfere emotive, le solidarietà corporative che si scorgono nell’ufficio di Ferrara appaiono affette da quella malattia e le parole arroganti sembrano rivendicare quella antica, bizzarra, discutibile pretesa - quasi castale - della procura di Roma di essere il foro penale precostituito per i Potenti: dovunque delinquano, Roma loquitur. Come accadeva - ricorda Franco Cordero - nella Francia ancien régime dove ‘si chiamavano Committimus le lettere grazie a cui date persone, schivando le solite giurisdizioni, adivano una corte sovrana’. C’erano dunque, al mattino, già buone ragioni per preoccuparsi e chiedersi se non sia giunto il tempo che anche la procura di Roma coltivi meglio la sua autonomia e indipendenza dal potere politico, ma quel che accade nel pomeriggio finisce per rendere grottesco, o ‘italiano’ (fate voi), il caso. Ottanta sostituti si ribellano alla mossa del loro capo. Si convoca un’assemblea. Toni accessi, valutazioni severe. Si chiede a Ferrara di smentire quel che gli viene attribuito o di accettare il rimprovero di una nota collettiva e pubblica dei suoi collaboratori. Ne nasce un comunicato tartufesco, incredibilmente firmato anche da Ferrara, dove si legge che con la procura di Firenze ‘non c’è alcuno scontro’ perché ‘la professionalità di quei colleghi non è in discussione’; che a Roma c’è ‘disagio’ per quel che ha combinato Achille Toro, ma la sua infedeltà non può macchiare le toghe degli altri in un ufficio che ‘è coeso’ e dunque non sfiducia il capo. La nota è un capolavoro di ipocrisia, il fragile tentativo di dare una parvenza di solidità e coerenza a un’aria fritta che lascia irrisolta la sobria diffidenza che si nutre per la procura di Roma. È un’apprensione che non si può cambiare in un giorno né in una stagione. Si possono almeno cambiare subito le abitudini di quell’ufficio e aprire spazi ai molti pubblici ministeri che chiedono di fare soltanto il lavoro che la Costituzione assegna loro. Tocca a questi sostituti – conclude D’Avanzo su LA REPUBBLICA – battere un colpo per diradare le nebbie che ancora si vedono intorno a quel Palazzo. Si deve avere fiducia che questo accadrà presto”. (red)

5. L’accusa si aggrava: “Associazione a delinquere”

Roma - “Pausa di riflessione, a Perugia – scrive Francesco Grignetti su LA STAMPA – per i nuovi giudici chiamati a investigare sugli appalti della Protezione civile. Dopo che i colleghi fiorentini si sono spogliati dell’inchiesta, c’è un gruppo di pubblici ministeri (Federico Centrone, Alessia Tavarnesi e Sergio Sottani) che nel capoluogo umbro hanno cominciato a studiare le carte e c’è un gip, Paolo Micheli, che deve decidere nel giro di qualche giorno della sorte degli arrestati. Cambiata la mano, probabilmente cambia anche l’ottica con cui esaminare i fatti. E a giudicare da una prima impressione, i magistrati perugini sembrano essere molto più severi dei loro colleghi fiorentini. Per Achille Toro, l’ex procuratore aggiunto di Roma sospettato di essere la ‘talpa’ che informava gli indagati degli sviluppi dell’indagine, si è passati da un reato generico ai ben più gravi favoreggiamento personale, rivelazione di segreto d’ufficio e concorso in corruzione. Lui ne ha preso atto e s’è dimesso dalla magistratura. Ma per l’intero gruppo degli indagati si profila una contestazione molto più pesante: l’associazione a delinquere. A parità di atti, la procura di Perugia s’è convinta che la ‘cricca’ che s’era riunita attorno ad Angelo Balducci lavorasse in maniera illegale da tempo e su molti fronti. Hanno perciò chiesto al gip Micheli di fissare la competenza perugina non soltanto sull’inchiesta relativa agli appalti della Maddalena e a quelli per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, ma anche per i Mondiali di Nuoto di Roma. Con il che un’inchiesta che finora era stata condotta egregiamente dalla procura di Roma finirebbe anch’essa a Perugia, solo perché c’entra lo zampino di Achille Toro. Di qui il gran malumore dei procuratori d Roma e le fibrillazioni che hanno attraversato i vari palazzi di Giustizia nelle ultime ore. I Toro, padre e figlio, secondo questa nuova lettura, sarebbero stati parte integrante della ‘cricca’, anche se non partecipavano al gran banchetto dei soldi pubblici. Nel caso di Achille Toro, infatti – prosegue Grignetti su LA STAMPA – la corruzione sarebbe avvenuta attraverso la contropartita di un contratto per suo figlio Camillo. Dagli atti della magistratura si scopre in effetti che, parallelamente alle telefonate per ‘monitorare’ quanto accade sia al palazzo di Giustizia di Firenze, sia a quello di Roma, gli indagati esercitano tutta la loro influenza per assicurare a Camillo Toro un adeguato posto di lavoro all’Acea, la Municipalizzata di Roma che si occupa di acqua e energia (dove peraltro Camillo Toro lavora da tempo e sembra volesse lasciare per finire al ministero delle Infrastrutture). Nell’ordinanza del gip di Firenze è riportata un’emblematica intercettazione telefonica tra Camillo Toro e l’avvocato Edgardo Azzopardi. Quest’ultimo, il primo febbraio scorso, chiede al figlio del magistrato se la sua attività di ‘controllo’ è sempre in corso: ‘Tu stai sempre monitorando?’. E poi scrive il gip Rosario Lupo: ‘Toro lo rassicura: “Per forza... sempre compatibilmente con le mie possibilità... cioè quelle fisiche”. Azzopardi da parte sua si impegna a incontrarsi con Biagio (Eramo, ndr) dell’Acea per la questione lavorativa del suo interlocutore’. Ora, sentiti il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, e i due pm che indagavano sulle piscine d’oro di Roma, i pm perugini si sono convinti che Toro facesse il doppio gioco: da una parte si mostrava come il solerte procuratore aggiunto che non faceva mancare il sostegno ai giovani sostituti, dall’altra s’informava per aiutare i suoi amici nei guai. E si pensa che Toro abbia ‘spifferato’ a Balducci che a Firenze era stato chiesto il suo arresto appena poche ore dopo che il procuratore Ferrara, lo aveva messo al corrente. Ciò avveniva il 29 gennaio scorso. Il giorno dopo, al termine di una riunione carbonara a casa dell’avvocato Azzopardi, Balducci si attaccava al telefono per parlare con il suo avvocato e il suo medico curante. Sarebbe quest’ultimo – conclude Grignetti su LA STAMPA – il professor Renato Lauro, del Policlinico di Tor Vergata, familiarmente chiamato ‘zio’ da Balducci. Lo conferma il primario stesso: ‘L’ho in cura da tempo. Lo ‘zio’ sono io’”. (red)

6. Parlano gli arrestati, i verbali degli interrogatori

Roma - IL GIORNALE pubblica i verbali degli interrogatori di Angelo Balducci e Mauro Della Giovanpaola, arrestati nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per il G8 alla Maddalena: “L’interrogatorio di Angelo Balducci L’anno 2010, il mese di febbraio, il giorno 12, alle ore 14.22, in Roma, Sezione Giudice per Indagini Preliminari, avanti a Dott. R. Lupo, è comparso Balducci Angelo nato a S. Giorgio di Pesaro il 3.7.48. Stato civile: sposato con 2 figli. Titolo di studio: Laurea. Professione/occupazione: Presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici. Se è sottoposto ad altri processi penali: sì, per abuso d’ufficio. Se ha riportato condanne nello Stato e/o all’estero: no. Confermo la nomina dell’avv. Franco Coppi e avv. Borgogno Roberto Il Gip gli contesta i seguenti fatti come da ordinanza del 5/2/2010. Dichiara: A domanda risponde: Intendo rispondere. L’indagato legge una propria memoria. Per i mondiali di nuoto ero commissario. Mio figlio Filippo ha aperto una scuola di musica e avrebbe voluto aprire una scuola in quel circolo. Oggi lavora come consulente al conservatorio Santa Cecilia. ADR: Le mie funzioni erano di indirizzo e coordinamento. Vi era un pool di magistrati: consigliere Basili e altri che ora non ricordo che dovevano verificare i programmi. ADR: Della Giovampaola aveva funzioni sia nella parte progettuale che esecutiva. Doveva stare lì fisso sul posto. Sono stato soggetto attuatore per tre mesi. I tempi per la realizzazione della Maddalena erano strettissimi. C’erano 3.000 uomini a lavorare. ADR: In primo luogo bisognava allestire le aree. Poi dovevamo spostare l’ospedale. ADR: La selezione delle imprese doveva avere particolari particolari caratteristiche e dovevano offrire il massimo. Dopo di me è stato nominato soggetto attuatore De Santis. ADR: Dopo che sono andato via si sono espletate le gare. Sono a conoscenza che sono state scelte 10 ditte. ADR: Sono convinto che tutto si è svolto secondo le regole delle gare. Successivamente non so perché è stato cambiato il De Santis con Calvi. Nel corso d’opera i progetti dovevano adeguarsi alle esigenze dei vari paesi che ogni mese venivano con delegazioni a far sopralluoghi. Successivamente con una commissione formata da me, abbiamo abbassato del 10 per cento i costi. La preoccupazione, poiché ho parlato con Bertolaso, era quella che i lavori potevano rallentare se non arrivavano i finanziamenti. ADR: I lavori sono stati aggiudicati a luglio 2008. De Santis con la Forleo e con l’assistenza di Della Giovampaola, credo, selezionavano le ditte che dovevano avere il NOS. Le altre sono già costituite. ADR: Queste anche se sono ditte consortili, ognuna di essere deve avere il NOS. Il giudice legge all’indagato alcune parti dell’ordinanza e alcune telefonate. ADR: Nei capitolati vi è una parte che riguarda le messe a disposizione di alcune cose come telefoni, auto o personale. Questi mezzi di supporto sono previsti prima nel capitolato poi nel contratto. ADR: A Montepulciano si sono alternate tre famiglie, davo vitto e alloggio in cambio di guardania e, alcune volte, di alcuni lavori nel giardino. In verità lavoravano da Anemone e dopo sono venuti da me. Da un anno e mezzo ho assunto una coppia pagata da me. ADR: Con la famiglia Anemone ci conosciamo da più di 35 anni. Il mio commercialista è anche quello della azienda Anemone. ADR: Il commercialista mi ha gestito tutto, anche le spese familiari. Tutte le autovetture le ho pagate io. I pagamenti sono stati effettuati prelevando dal mio conto. Il salottino l’ho pagato io. ADR: I lavori fatti a casa di mio figlio sono stati fatti da una impresa e pagati dai nostri conti. ADR: Il tappezzieri anche lo abbiamo pagato noi. ADR: La situazione dei rapporti familiari con Anemone e quelli di lavoro sono cose ben distinte. ADR: Mi sono sempre preoccupato di tenere separati i rapporti d’amicizia con quelli di lavoro. Lui (Diego Anemone, ndr) abita vicino a noi e a volte abbiamo chiesto a lui di mandarci un operaio che poi ho pagato io. Il giudice contesta le telefonate del 21.11.2008. pagg. 37 e 38 ADR: La telefonata si riferisce a dei biglietti per un concerto. Quando Filippo ha lavorato nel circolo io volevo fargli fare un’esperienza più ampia. Io gli contestavo che l’avevo messo nelle loro mani per fargli fare una formazione e dopo un anno e mezzo invece lui non vedeva l’ora di venir via. Si trovava male. Il giudice contesta le telefonate dell’11/4/2009 e quella a pag. 41 del 5/5/2009 ADR: Avere il nulla osta di segretezza (NOS) è difficile da ottenere. Viene rilasciato dalla Presidenza del consiglio dei ministri. Ci sono vari livelli di NOS. Vengono effettuate delle istruttorie. L’ufficio è presieduto da un generale dei carabinieri ma non so come si chiama. ADR: Ho temuto di avere i telefoni sotto controllo per l’inchiesta di Roma. Ho saputo da due mesi da alcuni imprenditori sardi che c’erano dei problemi alla Maddalena. ADR: Nessuno mi ha detto che avevo i telefoni sotto controllo. ADR: Mi sono rivolto ad Anemone indicandogli Smit perché ha le caratteristiche per la realizzazione di una zona per i campionati di canottaggio. È subacqueo, e si occupa di canottaggio. ADR: Guadagno circa 2.500.000 l’anno Il difensore precisa che il rapporto professionale con l’ing. Balducci risale a maggio 2009 in relazione a una indagine di Roma. Il difensore produce due contratti di lavoro riguardanti il figli. Il contratto d’assunzione della B ad aprile 2005. Documentazione riguardante gli appartamenti di via (...). Il difensore chiede la revoca della misura in carcere. Il giudice dispone la trasmissione al Pm per il parere e si riserva di decidere all’esito L’interrogatorio di Della Giovampaola L’anno 2010, il mese di febbraio, il giorno 12 alle ore 12.10, in Roma, Sezione Giudice per le Indagini Preliminari, avanti al dottor Rosario Lupo: è comparso Della Giovampaola Mauro Attività lavorativa: ingegnere con incarico a termine presso la presidenza del consiglio dei ministri. Stato civile: sposato con due figli. Titolo di studio: laurea in ingegneria. Professione/occupazione. Beni patrimoniali: l’appartamento donatomi dai miei genitori. Se è sottoposto ad altri processi penali: sì, per lesioni colpose in qualità di coordinatore di lavori. Se ha riportato condanne nello Stato e/o all’estero: no. Se esercita o ha esercitato uffici e servizi pubblici o di pubblica necessità: no. Se ricopre o ha ricoperto cariche pubbliche: no. Intendo rispondere. Ero già consulente e dovevo acquisire le pratiche dalle regioni e istruirle. Coordinavo i progetti. Avevo la delega per la presa in consegna dell’area dei cantieri, non avevo le deleghe per firmare atti amministrativi. ADR: I lavori sono iniziati nel luglio 2008 e dovevano finire entro il 31 maggio 2009. ADR: Ad agosto sono arrivate tutte le ditte, sono state bonificate tutte le aree e sono state fatte le ordinazioni di materiali. A ottobre sono arrivati via via i finanziamenti. A novembre sono intervenute le delegazioni internazionali dove facciamo sopralluoghi e noi dobbiamo fare adeguamenti seguendo le loro esigenze. Il primo soggetto attuatore è Balducci, a giugno è stato nominato De Santis, a novembre è stato nominato il professore Michele Calvi il quale ha proceduto alla verifica del programma. ADR. Non so perché De Santis sia stato sostituito. Ad aprile c’erano 2.700 unità a lavorare alla Maddalena. Non dovevamo fermare i lavori altrimenti avremmo avuto problemi con i dipendenti che sarebbero stati disoccupati. L’articolo 17 del decreto 89 fa riferimento ai lavori della Maddalena. Le maggiorazioni erano (...). I lavori non dovevano servire solo per il G8 ma per valorizzare la Sardegna. L’approvazione del progetto è stata fatta prima da De Santis e solo poi da Calvi. L’albergo era funzionale per l’evento G8 mentre ancora oggi non è funzionale per attività turistica. L’albergo è costato 80 milioni di euro. Per collegarlo al mare, dieci milioni di euro. A febbraio il bando per l’appalto è andato deserto. Deve essere fatto un nuovo bando per l’assegnazione. ADR: la Giafe Spa si è occupata dell’albergo. L’Anemone si è occupata del palazzo di vetro che è costato 100 milioni di euro. ADR: Anemone Diego l’ho conosciuto nel 2002 in quanto nominato quale progettista per la sala stampa di palazzo Chigi. Il provveditorato alle opere pubbliche ci ha dato l’incarico. Alla fine del 2002 ho trasformato la mia figura di ingegnere in una società Medem che ha operato dal 2003 fino al 2006 quando l’ho riconfigurata in un’altra società più piccola da via XX settembre a via Torlonia. Prima trenta dipendenti, dopo cinque. Ho completato le commesse che avevo in corso e ho provveduto al recupero credito delle pubbliche amministrazioni. All’inizio del 2008 mi sono, come studio, trasferito in via Flavia. Ho ceduto la società a Scerbo Raffaele. Socio di Anemone in Medea era la moglie d’Anemone Diego. ADR: Tutte le imprese del G8 hanno avuto rapporti con Bertolaso. Spesso veniva a verificare i lavori e si svolgevano le riunioni con le imprese. Piero Murina della Imac è capitato che avesse avuto contatti con Bertolaso. Anche altri imprenditori mi riferivano che avevano incontrato Bertolaso. Era necessario che lui desse indicazioni per tutta l’organizzazione e po il coordinamento dei lavori. L’impresa era la prima e a sapere il costo delle opere e delle maggiorazioni. ADR: Io, Anemone e De Santis siamo stati dal Balducci. Erano incontri tecnici e di coordinamento. Anche con altre imprese abbiamo incontrato il Balducci ADR: Gli incontri a via della Ferratella erano inerenti alle imprese rispetto alle imprese rispetto ai lavori che dovevano svolgere. ADR: Io non ho nessun ruolo nella fase dei pagamenti. ADR: Non sono mai stato con una donna a pagamento. Sono felicemente sposato. Queste telefonate che mi ha detto (pag. 104 e seguenti dell’ordinanza) era stato solo uno sfottò tra noi. ADR: La Bmw e l’altra macchina che ho noleggiato a nome della società mia ‘Medea’. Quando ho ceduto la società, non ho pagato il leasing tant’è che la società mi ha telefonato e io sono stato costretto a saldare con un bonifico di euro 30.000. ADR: I mobili della mia casa li ho comprati io. Mentre per circa 20.000 euro è stato però un accordo con Anemone a seguito del rapporto che avevamo quando ero il loro professionista. ADR: I viaggi di lavoro sui velivoli sono stati pagati da me. ADR: La serata a Venezia non s’è consumata. Non ho mai avuto favori. ADR: Nel marzo 2008 quando sono andato alla Maddalena, sono stato in albergo a luglio 2008 ho affittato un appartamento che ho tenuto fino al 31/12/2009. L’appartamento è di una società della Maddalena che credo di chiami Darfur. Pagato euro 130.00 al mese. I primi mesi sono stati pagati dalla mia società Medea successivamente da me stesso. Il compenso per il G8 è stato di 680.000 euro. Il compenso è in percentuale ma dopo il decreto per l’Abruzzo abbiamo abbassato la percentuale. Dopo la decisione che il G8 si spostasse in Abruzzo si decise di portare a compimento le opere abbattendo le ditte i costi ADR: Quando mi hanno nominato come capo struttura consulente le gare non erano state ancora fatte. Le scelte sono state fatte seguendo le regole delle gare. ADR: L’assegnazione è stata fatta all’impresa che ha fatto l’offerta a maggior ribasso. ADR: Gli inviti sono stati fatti dal Balducci soggetto attuatore commissario Bertolaso. Le opere sono state fatte a luglio 2008. ADR: Non avevo competenze in ambito di appalti. ADR: Non so niente delle società consortili. ADR: La Fincosit è una azienda specializzata in opere portuali che ha necessità di personale specializzato. ADR: Mi sono congratulato anche con altri imprenditori oltre che con Anemone, quando arrivavano i pagamenti. Le difese si riservano di produrre documentazione cui l’indagato ha fatto riferimento. Quei progetti di fuga? Solo viaggi programmati In relazione ai presunti tentativi di fuga da parte di Angelo Balducci e Diego Anemone, gli avvocati dei due indagati/arrestati hanno depositato alcune memorie e documenti relativi ai progetti di viaggi all’estero che hanno insospettito gli inquirenti. Secondo gli avvocati Coppi e Borgogno, è vero che Angelo Balducci era in procinto di partire per Berlino, ma il viaggio aveva un motivo molto diverso dal voler darsela a gambe. Stava per partire il festival del cinema della capitale tedesca a cui partecipava il film in cui ha recitato Lorenzo Balducci, figlio di Angelo. Ecco quel che scrivono gli avvocati di Balducci in proposito: ‘I sottoscritti avvocati Coppi e Borgogno a scioglimento della riserva formulata nel corso dell’interrogatorio del 12 febbraio 2010, depositano copia delle prenotazione dei biglietti aerei andata e ritorno Roma/Berlino, con partenza l’11 febbraio, ore 9.50, e ritorno il 14 febbraio, ore 8.30 (volo Easy Jet numero U24684 e U24683) effettuata a nome di Angelo Balducci e signora in data 20 gennaio 2010, nonché copia del voucher di prenotazione alberghiera presso l’hotel Ritz Carlton di Berlino. Tale viaggio a Berlino, lungi dal poter essere interpretato come un tentativo di sottrarsi alla giustizia, trovava una semplice giustificazione nel desiderio dei signori Balducci di partecipare al festival del cinema di Berlino per la presentazione del film che vede come protagonista il loro figlio attore, Lorenzo Balducci. A conferma del carattere del tutto familiare della trasferta si allega altresì copia della prenotazione del viaggio aereo e del voucher alberghiero emessi a nome dell’altro figlio Filippo Balducci e della sua compagna Elena (...). Considerato pertanto che appare evidente l’insussistenza del prospettato pericolo di fuga e che le residue esigenze cautelari menzionate nel provvedimento cautelare, tenuto conto dell’attuale incarico dell’Ing. Balducci (che non comporta alcun coinvolgimento diretto nella assegnazione o nella gestione di appalti), dell’amplissimo materiale di prova già raccolto attraverso le intercettazioni telefoniche, dell’agevole ricostruibilità sul piano documentale di tutto ciò che concerne l’organizzazione e lo svolgimento delle gare per l’assegnazione degli appalti, dei dettagliati chiarimenti forniti dall’indagato in sede di interrogatorio sia in relazione dallo svolgimento delle gare di appalto, che ai suoi rapporti con l’imprenditore Anemone, appaiono anch’esse insussistenti o, comunque, tali da poter essere fronteggiate con una misura cautelare meno afflittiva, i sottoscritti difensori insistono per l’accoglimento dell’istanza di revoca o di modifica della misura cautelare in atto già formulata all’esito dell’interrogatorio di garanzia’. Curiosamente anche Diego Anemone che pure sceglie di avvalersi della facoltà di non rispondere giustifica il viaggio mancato ma programmato in Spagna. ‘Mi avvalgo della facoltà di non rispondere - dice a verbale - voglio specificare però che il viaggio a Madrid era un viaggio organizzato che dovevo fare con mia moglie con rientro il 14 febbraio 2010. Deposito il programma di viaggio’. Il difensore deposita il programma di viaggio costituito da due fogli dell’agenzia di viaggio con diversi preventivi per la partenza, che sembrano riscontrare la versione di Anemone. Anemone, Balducci, Bertolaso e il sisma Ci sono una serie di intercettazioni, i cui verbali sono riportati nel parere negativo espresso dai pm riguardo alla richiesta di revoca della carcerazione per i 4 arrestati che, secondo la procura fiorentina, dimostrerebbero che in piena emergenza terremoto Balducci avrebbe ‘sponsorizzato’ le imprese di Anemone presso Bertolaso perché lavorasse agli appalti per la ricostruzione in Abruzzo. A parlare sono, appunto, Balducci e Diego Anemone, l’undici aprile dello scorso anno. Ecco cosa scrivono sul punto i pm di Firenze: ‘Al di là del tono a tratti patetico di queste conversazioni deve considerarsi che le stesse vengono registrate in un momento in cui il Balducci si trova fortemente esposto a causa degli articoli di stampa in cui s’è detto; dal tenore complessivo delle conversazioni registrate l’11.4.2009, si comprende che lo stesso Balducci quel giorno ha incontrato Bertolaso, parlandogli della possibilità di impiego delle imprese di Anemone Diego nei lavori di ricostruzione post terremoto in Abruzzo. Dunque, il Balducci rinfaccia all’Anemone che nessuno al suo posto si sarebbe mosso e lo incalza affinché sia trovata un’adeguata collocazione lavorativa per il proprio figlio Filippo. Si osservi, in merito, che Filippo Balducci, sulla scorta di numerose conversazioni intercettate e di riscontri acquisiti dalla polizia giudiziaria, risulta aver lavorato lungamente alle dipendenze del gruppo Anemone (presso la società Medea Progetti e Consulenze srl, di cui si parlerà più oltre, e presso il Salaria Sport Village, struttura in atto amministrata dall’indagato Rossetti Simone, ma di fatto, sulla scorta di quanto emerso dalle attività di intercettazione, pienamente riconducibile al gruppo Anemone. D’altro canto, proprio le notizie giornalistiche, relative alle possibili collusioni tra il Balducci e l’Anemone Diego, inducono gli indagati a interrompere i rapporti lavorativi tra il gruppo Anemone e il Balducci Filippo. Nel prosieguo si accerterà che il Balducci Filippo e la propria compagna verranno assunti da Gruttadauria Enzo, professionista legato sia al Balducci Angelo che all’Anemone Diego”. (red)

7. Corruzione e malcostume. Differenze

Roma - “La corruzione – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - è un reato specifico, che implica la concessione di benefici economici da parte di un soggetto privato che ottiene in cambio un comportamento illecito da parte di un responsabile pubblico. Compito della magistratura è perseguire chi si rende colpevole del reato, e non additare all’opinione pubblica un generico ‘clima di corruzione’, documentato da una raccolta enciclopedica di intercettazioni. Le quali intercettazioni rivelano, invece, un diffuso malcostume: che non è però compito della magistratura perseguire quando, ed è la stragrande maggioranza dei casi, non costituisce reato. Naturalmente, con l’estensione del concetto di corruzione – il concorso esterno, il presunto favoreggiamento e così via – si può arrivare a indagare (e infangare) chi si vuole, pur sapendo che non si arriverà mai a una condanna penale. Distinguere tra corruzione e malcostume sarebbe obbligatorio per i magistrati, ma è particolarmente importante per i responsabili politici. A loro - prosegue IL FOGLIO - spetta rassicurare sul fatto che l’autodifesa legittima dei mandati elettivi non sconfini in una copertura di fenomeni, provati, di corruzione, come ha detto opportunamente Ignazio La Russa. Ma essi hanno anche il dovere di intervenire sul malcostume. Familismo, segnalazioni e scambi di favori, nepotismo, catene di amicizie, sono fenomeni molto radicati nella società italiana, dalle università alla magistratura, e sarebbe ridicolo pensare che proprio i politici ne possano essere immuni. Il problema si pone quando queste forme di colleganza, lecite anche se poco gradevoli, diventano il collante di cordate o di gruppi di pressione che possono avere rilevanza sulle scelte politiche. Qui non si tratta di legiferare, ma di rendere sempre più esplicite le ragioni delle scelte discrezionali, che in politica sono indispensabili, mettendole in connessione con orientamenti di fondo. Le camarillas si creano e si rafforzano nelle anticamere in cui si sente troppo poco la voce del padrone di casa. Il funzionario pubblico o il politico che si fa corrompere tradisce il suo mandato e deve essere messo fuori gioco. Se lo si fa con le dovute precauzioni garantiste, è un fatto di pulizia. Il malcostume, invece, si può superare solo con una prevalenza riconoscibile delle scelte della politica su quelle condizionate dalla ragnatela dei rapporti personali. Solo con la buona politica”, conclude IL FOGLIO. (red)

8. Gli ipocriti delle “liste pulite”

Roma - “Silvio Berlusconi – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE – ha posto con forza al Pdl il problema delle liste pulite per le elezioni regionali. Non è facile essere al contempo garantisti e severi. In un Paese dove la magistratura ha dato spesso prova di partigianeria politica e di accanimento giudiziario, qual è il confine oltre il quale è giusto che scatti l’autotutela della politica stessa rispetto a mascalzoni e mele marce? È vero che tutti sono innocenti fino a prova contraria, cioè fino al terzo grado di giudizio, ma è anche vero che nei fatti qualcuno lo è un po’ meno degli altri anche prima del verdetto finale. Nel penale, salvo clamorose sviste, il giudizio è chiaro: c’è l’arma del delitto, ci sono testimoni imparziali e rilievi scientifici incontestabili. Nei reati civili e amministrativi tutto è più nebuloso. Le guerre tra poteri inquinano atti e indagini, frasi intercettate possono essere elevate a verità che poi si rivelano false, le stesse leggi si prestano a essere interpretate a seconda della volontà del giudice. Se poi aggiungiamo che spesso viene fatto cadere ad arte il confine tra peccato e reato, ecco che districarsi non è affatto facile. Alla luce di questo non sappiamo quindi dire che effetti pratici avrà l’appello del premier, uno che ben conosce cosa vuol dire finire nella zona grigia della giustizia. Resta il fatto che il Pdl è l’unico partito ad aver affrontato pubblicamente una questione vera e non più rinviabile. Gli altri, i giustizialisti a parole, quelli che chiedono le di- missioni di Bertolaso perché raggiunto da un avviso di garanzia, continuano a fare i finti tonti. Ben tre candidati governatori dello schieramento ‘mani pulite’ del duo Bersani-DiPietro – prosegue Sallusti su IL GIORNALE – sono alle prese con guai giudiziari grossi (De Luca in Campania e Loriero in Calabria sono pluriindagati, Vendola in Puglia è sotto inchiesta). Del resto Pd e Italia dei Valori negli ultimi anni si sono tenuti ben stretti Bassolino e Soru, due presidenti di Regione che hanno ben conosciuto le aule dei palazzi di giustizia. Così come Casini prima di puntare il dito contro la moralità delle liste Pd] bene farebbe aguardare in casa sua. Un uomo di punta dell’Udc, Salvatore Cuffaro, ha una condanna in appello a 7 anni per favoreggiamento, Enzo Carra una definitiva a 1 anno e 4 mesi, solo per fare due esempi. Anche la faccia pulita di Rutelli deve fare i conti con una condanna per una vicenda di stipendi d’oro quando era sindaco di Roma. Insomma, chi in questi giorni fa la predica a Berlusconi e al Pdl non ha alcun titolo per rivendicare una moralità o una verginità superiore. Semmai colpisce la loro ipocrisia, che in politica è reato assai più grave della concussione perché la prima non può essere perseguita per legge. Come dicono gli americani, passi il reato, non la bugia. Meglio, molto meglio il sano e apparentemente contraddittorio buon senso di Silvio Berlusconi. Che credo si possa tradurre così: garantisti sì, fessi o complici no”, conclude Sallusti su IL GIORNALE. (red)

9. Nuovo fronte con il cofondatore

Roma - “Non devono essersi capiti. E l’ennesima incomprensione – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – rischia di aprire una nuova e pericolosa conflittualità tra Berlusconi e Fini. Perché l’ultima volta che si sono trovati a discuterne, i cofondatori del Pdl hanno convenuto sulla necessità di aprire una ‘fase costituente’ dopo le Regionali, così come ha detto ieri il presidente della Camera e come a più riprese ha annunciato il presidente del Consiglio. Peccato che i due siano divisi sulla strategia da adottare. E il loro ultimo colloquio ha misurato la distanza che li separa. In quell’occasione il presidente della Camera aveva invitato il premier a iniziare la stagione delle riforme dai temi sui quali sarebbe più facile trovare l’intesa con le forze di opposizione: da un clima di confronto— a suo dire— non solo ne trarrebbe beneficio il governo, che avrebbe garantita una navigazione meno perigliosa in Parlamento, ma si aprirebbe anche la strada a un’intesa bipartisan sul nodo più spinoso, la giustizia. Il Cavaliere aveva rigettato la tesi, convinto invece che sulle riforme si debba partire proprio dalla giustizia, e non solo per ristabilire subito i confini costituzionali tra il potere politico e la magistratura, ma anche perché — memore di quanto accaduto in Bicamerale— non si fida delle promesse della sinistra. Insomma, non devono essersi capiti. O forse ieri Fini ha voluto far capire per tempo a Berlusconi che su questo punto è intenzionato a far valere le proprie ragioni, quando verrà il momento. Ed è vero che da trent’anni la retorica delle riforme riempie i volumi degli atti parlamentari, che ogni legislatura è segnata dai buoni propositi di maggioranza e opposizione, ma — così come in passato— la sola evocazione del tema rischia di compromettere gli equilibri politici. Così è bastato che ieri la terza carica dello Stato auspicasse ‘subito dopo le Regionali’ l’avvio di un confronto sui temi che registrano ‘larga condivisione’, per provocare l’aumento del moto ondoso nel Pdl. Fini ha ripetuto in pubblico quanto aveva detto al premier in privato: ‘Cominciamo dalla riforma delle Camere, che comporta anche la riduzione del numero dei parlamentari’, per passare poi alla revisione dei poteri del presidente del Consiglio. La giustizia in coda. Ecco – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – proprio l’esatto contrario di quello che vuole fare il Cavaliere. Lo dice senza mezzi termini Bondi, che certo spera dopo le elezioni in un ‘confronto positivo con il Pd, così come ha sempre desiderato Berlusconi. Ma’, appunto, ‘ma è indispensabile sciogliere subito il nodo della giustizia’. Il fedelissimo del Cavaliere ne fa una questione pregiudiziale, ‘è fondamentale’ avvisa, siccome ‘il sistema è inchiodato da quasi venti anni su questo problema, a causa di quella parte politicizzata della magistratura che condiziona la politica, provocando uno scontro permanente’. Bondi è il pennino del sismografo berlusconiano, ed è evidente che le parole di Fini abbiano fatto registrare una scossa a palazzo Chigi. È all’inquilino di Montecitorio che il ministro dei Beni culturali infatti si rivolge, quando sottolinea che ‘se non si togliesse il macigno della giustizia dal sentiero, il rischio sarebbe quello di affidare al vento tutti i buoni propositi, e al contempo di infastidire i cittadini, stanchi di sentir parlare a vuoto di riforme’. Bondi espone la linea del premier, irritato per la sortita del presidente della Camera, ma intenzionato a non aprire questo fronte alla vigilia delle urne. Sarà il risultato delle Regionali a dettare di fatto l’agenda di governo e delle riforme, e da unmese i sondaggi segnalano un trend negativo per il Pdl, che nei report riservati di Ipsos è sceso dal 37,8 per cento al 36,4 per cento, a fronte di un’avanzata della Lega ben oltre il 10 per cento, e con il Pd che viene valutato al 29,8 per cento. Perciò Berlusconi preferisce glissare, affidando ad altri il proprio verbo. Non è un caso se dieci giorni fa il Guardasigilli ha annunciato la presentazione della riforma costituzionale della giustizia ‘al primo Consiglio dei ministri dopo le elezioni’. Se il titolare della Farnesina, Frattini, ha rilanciato a ruota il tema del ‘presidenzialismo’ che sembrava accantonato, se ieri un altro ‘azzurro’, Valducci, ne ha fatto cenno replicando a Fini: ‘Ben vengano le riforme condivise, ma non saremo ostaggio dei veti’. I ‘cofondatori’ del Pdl non devono essersi capiti, o forse ieri il presidente della Camera ha fatto capire quel che il ministro Rotondi rivela candidamente, e cioè che ‘le agende di Fini e Berlusconi sulle riforme sono inconciliabili. Basti pensare che il primo sulla legge elettorale vorrebbe tornare ai collegi uninominali, mentre il secondo vorrebbe blindare e santificare il modello attuale. La verità è che ognuno canta il proprio spartito, e se si mettessero a farlo in pubblico si rischierebbe di sentire un coro stonato’. Non è dato sapere – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – se riusciranno ad accordarsi, è certo che nel Pdl non è il momento di verificarlo, almeno così la pensa La Russa, che si traveste da capo della protezione civile di partito e si adopera per puntellare l’edificio: ‘Fini è presidente della Camera — minimizza il coordinatore in quota An — e nel suo ruolo istituzionale non poteva che appellarsi alle riforme condivise per far partire il dialogo. Va bene così?’. Se va bene a Berlusconi...”. (red)

10. Il partito mai nato

Roma - “Nella massa gelatinosa dello scandalo sulla Protezione civile – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA – è racchiusa la parabola di un partito mai nato. Invischiato tra le logiche politiche di governo e le pratiche affaristiche del sottogoverno, il Pdl si disvela per quello che era ed è rimasto fin dal giorno della famosa ‘Rivoluzione del predellino’: una felice ed astuta intuizione del Capo, che ne riflette tutti i limiti culturali e ne amplifica tutti i vizi individuali. L’ennesima proiezione avventuristica del solito ‘partito personale’, dalla quale non si è mai generato un vero ‘personale di partito’. Questo dicono i veleni spurgati dalla ferita aperta nel cuore del potere berlusconiano, che macchiano per la prima volta la camicia bianca immacolata di Gianni Letta. Questo dimostrano le vipere uscite improvvisamente dal nido scoperchiato dalle inchieste delle procure, che si mordono tra loro contendendosi quello che Giuliano Ferrara sul Foglio chiama ‘l’osso della successione’. Questo conferma l’ultimo scontro durissimo tra il premier e Fini, sulla lettura della nuova Tangentopoli, sulla natura delle inchieste giudiziarie in corso, sulla fattura delle cosiddette ‘liste pulite’. Due anni fa la fusione ‘a caldo’ tra Forza Italia e Alleanza Nazionale fu la cosa giusta da fare. Ma il modo in cui è stata prima concepita e poi gestita testimoniano il sostanziale fallimento al quale stiamo assistendo. In quel pomeriggio freddo di Piazza San Babila, a Milano, Berlusconi si è ‘annesso’ un Fini alle corde, alla vigilia del voto del 13 aprile 2008. L’operazione è riuscita perfettamente dal punto di vista elettorale. Il Partito del Popolo delle Libertà, blindato dal rituale patto di sangue con la Lega di Bossi, ottenne allora un successo clamoroso, con una maggioranza parlamentare senza precedenti nella storia repubblicana. Si disse allora, giustamente, che il Cavaliere aveva compiuto il suo capolavoro. Dopo quasi quindici anni vissuti pericolosamente, tra populismo mediatico e autoritarismo politico, era finalmente riuscito a cementare un blocco sociale largamente maggioritario nel Paese: una nuova destra. Non ancora risolta. Non del tutto europea. Ma il dado era tratto, e il cantiere ormai aperto. L’originario ‘partito di plastica’ lasciava il campo a un ‘partito di ferro’, articolato negli organigrammi e radicato nei territori. L’anchorman di Arcore non aveva più solo un suo pubblico, aveva finalmente un suo popolo. Su tutto questo – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA – dopo aver fatto Forza Italia, avrebbe dovuto fare i ‘suoi’ italiani. Moderati e conservatori, ma nel cambiamento. Su tutto questo, in altre parole, avrebbe dovuto costruire un nuovo progetto politico, culturale, identitario. Per poi farlo vivere attraverso l’azione di governo e la comunicazione dei ministri, la formazione dei gruppi dirigenti e la selezione degli apparati locali, l’integrazione tra i ceti sociali e l’interazione con le opinioni pubbliche. Tutto questo, da quel lontano 18 novembre 2007, è clamorosamente mancato. Aveva ed ha ragione Gianfranco Fini, che già allora e poi al congresso fondativo del Pdl avvertì: non basta uscire dalla casa del padre per dire ‘abbiamo fatto un partito’. A quel partito occorreva ed occorre dare una struttura, un’organizzazione e poi una missione. In una parola: a quel partito bisognava e bisogna dare ‘un’anima’. Se tutto questo manca, un partito muore. Oppure, come nel caso del Popolo delle Libertà, nasce all’anagrafe, ma non alla politica, e meno che mai alla società. O meglio: può anche nascere, può persino sopravvivere, ma a tenerlo in vita non è un disegno unitario, non sono valori comuni e ideali condivisi. È invece nella fase statica la pura giustapposizione degli interessi, e nella fase dinamica la strenua difesa dei medesimi. Ma niente più di questo. Infatti, oggi, è proprio questo nulla ad essere rivelato tangibilmente, nelle pieghe politiche che hanno mandato in crisi, stavolta sì per via giudiziaria, il governissimo Berlusconi-Bertolaso. E in questo nulla, che sembra preludere o sottintendere quello che i giornali di famiglia chiamano un più o meno strutturale ‘difetto di conduzione che risale al Principe’, deflagrano le guerre intestine, il fuoco amico, le veline al curaro ‘di chiara fabbricazione interna’. Esplodono i conflitti tra sub-potentati nazionali e cacicchi locali, tra potenziali ‘delfini’ e sedicenti ‘successori’. Dalle politiche fiscali alle candidature regionali, dalle nomine nell’establishment alle Spa pubbliche: non c’è fronte aperto, dopo la pubblicazione dei materiali d’indagine delle procure di Firenze o di Roma, sul quale non impazzi la lotta fratricida. È il tutti contro tutti: Fini contro Berlusconi, Tremonti contro Letta, Ghedini contro Verdini, Cicchitto contro Fitto, Cosentino contro Bocchino. E via a scendere, per li rami di un’improbabile albero ‘dinastico’. Qualcosa di più complesso – continua Giannini su LA REPUBBLICA – della semplice ‘degenerazione cortigiana’. E di meno nobile dell’antica dialettica interna ad un vero partito di massa come la Dc, dove i leader si scannavano, ma alla fine trovavano una sintesi, più o meno compromissoria, all’insegna di una constituency visibile, ancorché discutibile: lo statalismo assistenziale, il solidarismo cattolico, l’economia sociale di mercato all’italiana, il proporzionalismo clientelare. Nel Pdl questi ingredienti sono mancati e mancano in radice. C’è un’altra idea della destra, laica e costituzionale, incarnata dal presidente della Camera. Ma le istanze del ‘co-fondatore’ non hanno diritto di cittadinanza, o sono palesemente ininfluenti perché largamente minoritarie. Per il resto c’è l’anchilosi delle politiche e la paralisi delle culture. Questo centrodestra non offre agli italiani un’idea di Paese possibile. Dal Welfare alle tasse, dalla recessione alle istituzioni, non è in grado di proporre riforme, e meno che mai di attuarle. Tutto si gioca e si consuma nel perimetro asfittico, intermittente e inconcludente del vitalismo leaderistico di Berlusconi, che ormai da tempo regna ma non governa. Mentre, sotto di lui, la corte si dilania. Da questo punto di vista, lo scandalo della Protezione Civile apre uno squarcio ulteriore, e ancora più inquietante, sul futuro che ci aspetta. Quello che ha innescato, in termini politici, è un’illuminante epifania su ciò che potrebbe accadere (o forse accadrà) nel dopo-Berlusconi. Una scissione atomica, dove le ‘particelle’, piccole o grandi che siano, rischieranno di disperdersi nel caos entropico. Per cui - salvo soluzioni ‘imperiali’ e di matrice cesarista, assurde ma coerenti con la biografia dell’uomo, tipo la figlia Marina - la vera domanda da farsi domani non è tanto ‘chi’, ma ‘che cosa’ succederà a Berlusconi. Quanto all’oggi – conclude Giannini su LA REPUBBLICA – non resta che constatare l’insostenibile ‘acedia del potere berlusconiano’ (ancora Il Foglio). Il vero ‘amalgama mal riuscito’ sembra il Pdl, persino più che il Pd”. (red)

11. L’antipolitica della Lega non sfonda nel Pdl

Roma - “La legge che dipietrifica le liste elettorali restringendo le maglie dei requisiti di candidabilità già per le prossime regionali – riporta IL FOGLIO - sembra destinata ad arrivare in Cdm venerdì prossimo, benché forse in una formula meno estrema di quella adombrata a caldo da Silvio Berlusconi all’inizio della settimana appena conclusa. Non saranno candidabili, sembra, soltanto i condannati per corruzione in via definitiva e non, come a un certo punto era sembrato di capire, indistintamente tutti gli inquisiti. Ignazio La Russa, sin dall’inizio perplesso di fronte alla nuova norma, ha provato a spiegarne così la ratio: ‘Non accetteremmo mai che a un rinvio a giudizio corrisponda la non candidatura. E in ogni caso la decisione finale è nostra e non della magistratura’. Eppure si tratta comunque – sostengono molti deputati del Pdl – di un cedimento all’antipolitica sospinto da certi sondaggi che, specie al nord, paventano il rischio di un travaso di voti dal Pdl verso la Lega. Non deve sorprendere che all’imbarazzo semiufficioso con il quale le cosiddette norme anticorruzione vengono avallate dal partito berlusconiano corrisponda un notevole attivismo da parte del movimento di Umberto Bossi. Molte cose sono cambiate ma il Carroccio, con Antonio Di Pietro e parte dei post missini, è ancora ben presente nella memoria fotografica di chi ha vissuto la stagione di Mani pulite dalla parte dei moralizzatori. L’effetto è che la Lega sospinge il recalcitrante Pdl verso una postura che per la natura della ex FI, nata per reazione alla stagione di Tangentopoli, risulta faticosa. L’ultimo sondaggio dà il partito nordista oltre il 10 per cento nazionale, ovvero in lieve ma costante crescita; mentre il Pdl, che resta il primo partito, è in leggera flessione a febbraio rispetto al mese precedente. E’ un fatto confermato da molte fonti interne al Palazzo che, assieme ai sondaggi di Euromedia, sia stato anche l’attivismo di Roberto Calderoli a convincere definitivamente il Cav. a virare verso la retorica delle ‘liste pulite’. Il testo anticorruzione portato la settimana scorsa in Cdm – spiega IL FOGLIO – interveniva principalmente sull’aspetto sanzionatorio, aumentando le pene previste. Troppo poco per la Lega: il ddl ‘rischiava di essere solo uno spot che non avrebbe funzionato come deterrente né avrebbe resa più difficile la vita dei corrotti’, spiegano. Per essere efficace, è stato il ragionamento svolto da Calderoli, il ddl doveva necessariamente intervenire anche sulla trasparenza delle procedure, per evitare che nelle pieghe della burocrazia restassero gli spazi per la corruzione. Non solo: oltre all’inasprimento delle pene, Calderoli ha insistito sulla necessità di maggiori controlli interni alla burocrazia. Ecco dunque che insieme al ddl subiranno un’accelerazione anche le verifiche sugli enti locali, che diventeranno oggi un emendamento al decreto in materia già all’esame del Parlamento. Risultato: i politici locali non potranno firmare atti amministrativi se non con l’assenso e la controfirma di un tecnico della pubblica amministrazione. La Lega punta molto della propria campagna elettorale sull’antipolitica. Roberto Cota ha spiegato di volere nel suo Piemonte strappato alla sinistra un assessorato ‘anti furbetti’. L’obiettivo, ha detto il candidato alla regione, ‘deve essere quello di tagliare le mani prima che arrivino nella marmellata’. Il Pdl è all’inseguimento, ma negli ultimi giorni ha ripreso a tirare un’aria meno confusa. A dispetto dell’irresolutezza dei giorni scorsi, il premier ha dato un mandato preciso: entro due settimane arriverà in Senato il sì definitivo al legittimo impedimento con la riapertura del dossier intercettazioni. Il destino del processo breve – conclude IL FOGLIO – dipenderà dalla decisione della Cassazione su David Mills, forse giovedì prossimo”. (red)

12. Pisanu: oggi è molto peggio di Tangentopoli

Roma - Sul CORRIERE DELLA SERA l’intervista di Aldo Cazzullo a Beppe Pisanu: “Una nuova Tangentopoli? L’Italia del 2010 come quella del 1992? ‘No. Per certi versi, siamo oltre. Allora crollò il sistema del finanziamento dei partiti. Oggi è la coesione sociale, è la stessa unità nazionale a essere in discussione, al punto da venire apertamente negata, anche da forze di governo. Si chiude l’orizzonte dell’interesse generale e si aprono le cateratte dell’interesse privato, dell’arricchimento personale, della corruzione dilagante’. ‘Sono giorni che vado maturando queste parole— dice Giuseppe Pisanu, capo della segreteria politica di Moro, ministro dell’Interno, oggi presidente dell’Antimafia —. Esitavo a dirle, perché mi parevano eccessive. Apocalittiche. Poi mi sono ricordato che in Giovanni il linguaggio apocalittico è l’altra forma del linguaggio profetico. Quindi non credo di esagerare se dico che è il Paese a essere corrotto. C’è la corruzione endemica, denunciata dalla Corte dei Conti; e c’è quella più strutturata e sfuggente delle grandi organizzazioni criminali, tra le più potenti al mondo. In ordine d’importanza: ‘ndrangheta, Cosa Nostra, camorra’. La ‘ndrangheta calabrese più importante della mafia siciliana? ‘Sì. A Milano controlla il 90 per cento delle cosche. Ogni anno le mafie riversano su tutta l’Italia fiumi di danaro sporco, che vengono immessi nell’economia legale con l’attiva collaborazione di pezzi importanti della società civile: liberi professionisti, imprenditori, banchieri, funzionari pubblici e uomini politici a ogni livello. Tiri le somme, e capirà perché l’Italia è così in basso nelle graduatorie mondiali sulla corruzione e le libertà economiche’. Ma dell’inchiesta sulla Protezione Civile che idea si è fatto? ‘Non parlerei di nuova Tangentopoli. Il contesto è diverso anche se il fango è lo stesso. Speriamo che si arrivi presto alla verità e senza vittime innocenti. Diciotto anni fa furono troppe, e la giustizia pagò i suoi errori perdendo dignità e consenso. Bertolaso è un efficiente manager dello Stato, che ha lavorato bene; mi chiedo però se, fermi restando i suoi grandi meriti, non sia rimasto anche lui vittima della logica dell’emergenza. Lasciamo ai magistrati e agli avvocati la vicenda giudiziaria. Interroghiamoci piuttosto sul dilagare della corruzione pubblica e privata e sui rimedi necessari, prima che disgreghi le basi della convivenza civile e delle istituzioni democratiche’. Dice Pisanu che ‘il Paese rischia di piegarsi sotto il peso dell’illegalità. Non sarei così preoccupato se fossi sicuro della tenuta della società civile e dello stesso patto costituzionale’. Non le dice nulla la coltre d’indifferenza calata sulle celebrazioni dei 150 anni dell’unità nazionale? ‘Nel 1961 celebrammo il centenario all’insegna del miracolo economico e della continuità ideale tra Risorgimento, Resistenza ed europeismo. Oggi l’idea dell’unità nazionale il nuovo libro di Giovanni Galloni, che riferisce l’ultimo colloquio con Dossetti prima della sua morte, in cui il vicesegretario della Dc degasperiana ammonisce che, finita l’epoca dei partiti ideologici, si deve tornare alla cultura politica della Carta costituzionale. Certamente vengono da lì i valori e le regole di cui abbiamo bisogno per vincere non soltanto la corruzione ma anche la più estesa malattia politica che sta mettendo a dura prova l’Italia. Il pericolo che corriamo mi ricorda la frase che feci riprodurre sui manifesti della Dc in morte di Aldo Moro. Un pensiero che lo assillava negli ultimi tempi della sua vita: ‘Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà in noi un nuovo senso del dovere’’. è ridotta amera oleo grafia , quando non è apertamente negata. Basta guardarsi intorno: crisi generale e immigrazione maldigerita; riletture faziose della storia risorgimentale e serpeggianti minacce di secessione; crescente divario economico e sociale tra il Nord e il Sud del Paese. È un’Italia divisa e smarrita. Non a caso, le indagini sociologiche ci rivelano un 25-30 per cento di italiani reciprocamente risentiti e sempre più distanti gli uni dagli altri. Il peggio è che il risentimento è entrato anche in taluni gruppi politici e, tramite loro, influenza comportamenti istituzionali e prassi di governo’. Pensa alla Lega? ‘Certo, ma non solo. Anche ai vari movimenti sudisti, da Lombardo alla Poli Bortone a Bassolino: le leghe prossime venture. In generale, è chiaro che, quando si riduce la nozione stessa di bene comune, decade lo spirito pubblico, si allentano i vincoli della legge e si spiana la strada alla corruzione’. Quali allora i rimedi? ‘Si ponga mano subito alle proposte anticorruzione di Berlusconi. Al riordino della pubblica amministrazione. Al taglio dei rapporti incestuosi tra economia e politica. Al regolamento antimafia per la formazione delle liste’. Sulla legge anticorruzione molti ministri sono perplessi. ‘Penso e spero che le perplessità siano state di carattere formale, che non riguardino l’obiettivo della lotta alla corruzione. Ma, posto che queste cose si facciano, non basteranno. Secondo me, si dovrà agire più in profondità: nelle viscere della ‘nazione difficile’, dove il patto unitario e il contratto sociale debbono essere rinnovati ogni giorno come il famoso plebiscito di Renan. Il problema è innanzitutto politico, e non possiamo certo risolverlo con il bipolarismo selvaggio, con lo scontro sistematico tra maggioranza e opposizione che ha trasformato questo primo scorcio di legislatura in una snervante campagna elettorale. Serve invece il confronto delle idee, serve la competizione democratica, in cui vince chi indica le soluzioni migliori ai problemi che abbiamo davanti’. Sostiene Pisanu che ‘è necessario un profondo rinnovamento del ceto politico. A condizione che lo si realizzi con strumenti neutrali: non sia la magistratura ma la politica a guidare il processo, o meglio siano gli elettori, grazie a una nuova legge elettorale che consenta ampia libertà di scelta. Il ricambio ci potrà salvare se servirà davvero a migliorare la qualità della classe politica. Come diceva Fanfani, ‘si può essere bischeri anche a diciott’anni’. La Commissione antimafia da me presieduta darà il suo contributo facendo, dopo le Regionali, una verifica accurata sugli eletti. Abbiamo il potere di avvalerci delle strutture dello Stato, delle forze dell’ordine, della stessa magistratura, e lo useremo. Siamo in grado di fare gli accertamenti più scrupolosi e approfonditi, e li faremo’. ‘La questione morale non solo esiste; è antica come le Sacre Scritture e moderna come la nostra Costituzione— dice Pisanu —. Ne parla il nuovo libro di Giovanni Galloni, che riferisce l’ultimo colloquio con Dossetti prima della sua morte, in cui il vicesegretario della Dc degasperiana ammonisce che, finita l’epoca dei partiti ideologici, si deve tornare alla cultura politica della Carta costituzionale. Certamente vengono da lì i valori e le regole di cui abbiamo bisogno per vincere non soltanto la corruzione ma anche la più estesa malattia politica che sta mettendo a dura prova l’Italia, il pericolo che corriamo mi ricorda la frase che feci riprodurre sui manifesti della Dc in morte di Aldo Moro. Un pensiero che lo assillava negli ultimi tempi della sua vita: ‘Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà in noi un nuovo senso del dovere’”. (red)

13. “Tangenti dalle cosche”. Arresti nel Milanese

Roma - “Uno è del Pd – riporta Luigi Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA – presidente dell’azienda pubblica Tasm spa che con 32 milioni di capitale gestisce gli impianti di depurazione dell’acqua di 500 mila cittadini milanesi dell’area Sud metropolitana, ex sindaco (e marito dell’attuale sindaco) di Trezzano sul Naviglio. L’altro è del Pdl, consigliere e componente della Commissione edilizia del Comune dove è stato fino al 2005 anche assessore ai Lavori pubblici ed ecologia, pure lui ex consigliere di Tasm spa. In comune cosa hanno? Di essere entrambi, secondo il pool antimafia della Procura di Milano, ‘letteralmente a libro paga’ di un imprenditore (Alfredo Iorio) a capo di un gruppo immobiliare sospeso poche settimane fa dall’attività economica per aver agevolato la cosca di ’ndrangheta Barbaro-Papalia. Per questo ieri la Dia, su ordine del gip Giuseppe Gennari, ha arrestato per corruzione 4 persone. Il pd Tiziano Butturini, presidente anche di Amiacque srl e ‘vertice degli organismi che si occupano delle tutele e della gestione delle risorse idriche dell’area milanese’, si vede contestare una tangente di 5 mila euro pagatagli a Natale 2008 da Iorio in cambio di incarichi a due aziende ( Trewu srl e Wed srl) dell’imprenditore intercettato nell’intero iter di pagamento, dalla ricerca del contante all’ansia di rispettare l’accordo ‘perché io figure di cacca non ne faccio’. Il politico di centrodestra Michele Iannuzzi, ‘stabilmente retribuito da Iorio dal 2005 al 2009 in tutto per 167.000 euro’ spesso ‘con causali inverosimili’ o ‘francamente assurde’, dal gip è accusato di tre episodi di corruzione per altrettante lottizzazioni urbanistiche, nell’assunto che fino a dicembre 2008 abbia ricevuto 21 mila euro e la promessa (estesa al Buttarini non più pubblico ufficiale) di 320 mila euro da dividere con altri. Il geometra comunale capo dell’ufficio territorio a Trezzano, Gino Terenghi, per il gip ‘prende soldi (2 mila euro) e lavori di ristrutturazione gratis (per 28 mila euro), e in cambio garantisce il pieno appoggio all’approvazione del piano’ urbanistico. Il quarto arrestato – prosegue Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA – è il vicepresidente dell’immobiliare Kreiamo spa, Andrea Madaffari, già in carcere 4 mesi fa con il presidente, quell’Alfredo Iorio che però dagli arresti ha contribuito a decifrare la contabilità segreta sequestrata dagli investigatori coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Alessandra Dolci, Mario Venditti e Paolo Storari. Tra gli indagati c’è l’attuale sindaco di Trezzano e moglie di Butturini, perché ai pm ‘Iorio ha detto a chiare lettere che Butturini si "vendeva" la moglie, nel senso che i soldi dati a lui, in relazione alle pratiche comunali, erano destinati all’illustre coniuge. Se questo sia un millantato credito di Butturini, va accertato’, spiega il gip. Le intercettazioni documentano anche come il pd Butturini ‘in vista del giro di nomine di primavera si stia adoperando, contattando vari esponenti istituzionali, per mantenersi saldo al comando di Tasm nonostante il mutamento di maggioranza politica alla Provincia di Milano’ (passata al centrodestra). E buone entrature politiche mostra anche Iorio, che ‘alle 17.38 del 29 ottobre 2008 chiama la segretaria dell’assessore regionale Stefano Maullu per fissare un appuntamento il giorno dopo, e per confermare un pranzo il 6 novembre al quale la donna aggiunge parteciperanno anche Iannuzzi e Butturini’: sfortunata colazione, a posteriori, con tre dei quattro preventivati commensali finiti poi in carcere. Iorio, cioè l’imprenditore accusato di agevolare la ’ndrangheta, ha del resto un programma politico mica male: ‘Io incontro tutti e non prometto nulla. Mi fate lavorare a livello imprenditoriale e vi aiuto a livello politico, questo è il mio ragionamento’ captato dalle cimici. E giù un elenco di politici su cui contare nell’hinterland, ‘a Vimodrone, Trezzano, Corsico, Gaggiano, Cisliano, Cusago, Cesano Boscone, siamo radicati territorialmente! Però facciamo delle cose imprenditoriali che le portiamo avanti insieme, dove c’è opportunità. Perché alla fine nasce, fai un po’ di business, un po’ di politica, non è che bisogna fare del male...’”. (red)

14. Bonino, Pd scontento. Bindi: sleale

Roma - “Alle otto di sera – scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – Rosy Bindi è in viaggio da Milano a Roma, risponde al cellulare e non nasconde la preoccupazione per le ultime mosse dei radicali. ‘Le perplessità che ho sempre avuto sul nome che abbiamo scelto ora crescono — ammette la presidente del Pd — Io speravo che, accettata la candidatura da parte dell’intera coalizione, Emma Bonino non approfittasse della sua posizione per fare le battaglie radicali. Invece ne sta approfittando. E questo non è accettabile’. Lo slogan della leader radicale dice ‘ti puoi fidare’. Lei si fida ancora, presidente Bindi? ‘Della Bonino come donna di governo sì, ci si può fidare. Ma la sua lealtà è già venuta meno’. Si dice che il Pd non abbia aiutato i radicali a raccogliere le firme... ‘Non capisco perché dovremmo aiutarli dove sono candidati contro di noi — chiude la vicepresidente della Camera — E se proprio hanno bisogno del nostro aiuto per autenticare le firme, non sia Emma a portare avanti la battaglia. Lei si concentri nel Lazio’. Nel Pd pochi lo dicono, ma tanti la pensano come la presidente del partito. Ieri il ‘caso Bonino’ è approdato al coordinamento politico, il ‘caminetto’ con i dirigenti convocato a tarda sera da Bersani: assenti Bindi e D’Alema, relazione introduttiva affidata al vicesegretario Enrico Letta e cattolici in pieno tormento, al punto che più d’uno non disdegnerebbe di cambiare candidato in zona Cesarini. Ieri Pierluigi Bersani ha lanciato i candidati presidenti di tutte le regioni. Nichi Vendola ha strappato ovazioni e Agazio Loiero ha annunciato che è pronto a rinunciare alla ricandidatura in Calabria nel caso in cui, tra due giorni, ‘un giudice terzo’ dovesse emettere una sentenza di condanna nei suoi confronti. Ma lei, Emma Bonino, ha lasciato vuota la sua sedia al teatro Alibert. E sui muri di Roma, a inasprire l’imbarazzo e la preoccupazione dei democratici, sono rimasti i manifesti che annunciavano l’evento ‘ Buone regioni’, dove il nome di Emma Bonino segue a ruota quello di Pierluigi Bersani. Eppure – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – il segretario si mostra tranquillo. O quasi. ‘La Bonino si ritira? No, assolutamente. Non mi risulta’, risponde a margine dell’iniziativa, confermando che la linea è disinnescare la mina radicale appoggiando, nel merito, lo sciopero della fame e della sete. Dal palco Bersani aveva giustificato l’assenza della sfidante di Renata Polverini in quanto ‘impegnata in una battaglia a cui bisogna dare ascolto’. Ma più tardi, lasciando la sala, il leader ammette le difficoltà con gli alleati. ‘Garanzie dai radicali? Io non ne ho— rivela con un filo di inquietudine Bersani— Ma Emma ha preso un impegno’. Si dice che, da quando ha iniziato lo sciopero, la Bonino sia in calo nei sondaggi... ‘Quali sondaggi? E se invece fosse tutta una strategia per guadagnare voti? — prova a scherzare il segretario— Comunque, gli italiani conoscono la Bonino e sanno che non rinuncia alle sue battaglie’. Le dispiace che abbia dato forfait alla presentazione dei candidati? ‘Non c’era neanche Errani...’. Sdrammatizza, Bersani. Ma non tutti nel partito la prendono con filosofia. Beppe Fioroni, che tra i primi ha ‘spinto’ la candidatura della Bonino, adesso è per la linea dura: ‘È totalmente inopportuno dal punto di vista politico che, chi ha la rappresentanza del tutto, si candidi contro il tutto. Bene le liste radicali, ma la Bonino non può essere capolista’. E lo sciopero della fame? ‘Gli elettori non ci capiscono — critica Fioroni — Perché non di solo pane vive l’uomo’. Marco Follini, che ha disertato il coordinamento, non ha difficoltà a dire come la pensa: ‘Trovo che lasciar correre la Bonino a briglie sciolte, senza governare la situazione, sia un errore politico da matita blu’. Dario Franceschini ha espresso in diverse sedi la contrarietà alla candidatura della leader radicale, ma fino al voto mantiene l’impegno preso con Bersani a ‘sostenerla lealmente’. E per spirito di squadra – conclude Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – preferisce tacere Pierluigi Castagnetti, tra i primi a esprimere dubbi e contrarietà. Ma i ‘popolari’ del Lazio sono furiosi e meditano iniziative clamorose: una fiaccolata, o un contro—sciopero della fame, per protestare contro la Bonino capolista”. (red)

15. Par condicio, restano i paletti ai talk show

Roma - “Niente da fare. Il regolamento della par condicio – riporta Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA – resterà così com’è stato proposto da Marco Beltrandi (radicale eletto nelle liste del Pd) e poi votato a maggioranza martedì 9. I contenitori di approfondimento dovranno adottare, se inviteranno politici, le stesse regole della ‘comunicazione politica’, ovvero delle tribune elettorali. Il presidente della commissione di Vigilanza, Sergio Zavoli, ha convocato una riunione per stasera alle 20. Ma ieri, tra i commissari Pdl, circolava una proposta: annullare la convocazione. Dalla guida della maggioranza (direttamente da Berlusconi) è arrivato un input chiarissimo. Niente cambiamenti al regolamento, come vorrebbe l’opposizione. Si va avanti così. Lo conferma Alessio Butti, capogruppo Pdl in Vigilanza: ‘In questi giorni abbiamo esaminato la situazione, avevamo fatto delle aperture ma dall’opposizione non è arrivato nessun segnale. Non credo che ci sarà nessuna modifica del regolamento’. E così la riunione di stasera dovrebbe risolversi con un nulla di fatto, a meno di un improbabile ripensamento. A rendere tutto più incandescente, si è aggiunto ieri un incidente tra Pdl e il presidente Sergio Zavoli sull’incontro dell’ufficio di presidenza oggi pomeriggio al Quirinale col Capo dello Stato, alla conclusione dei tre seminari della commissione. Butti aveva fatto sapere: ‘Il Pdl non ci sarà, ci sono precedenti impegni parlamentari, abbiamo ricevuto la convocazione solo oggi, lunedì, alle 16.30’. Precisazione di Zavoli: ‘L’invito era stato rivolto nell’ultima riunione, ribadito venerdì telefonicamente e per iscritto oggi, lunedì’. Avvertimento di Giorgio Merlo, Pd: ‘Incontro importantissimo, chi disertasse si assumerebbe la responsabilità gigantesca di un intollerabile sgarbo istituzionale’. Conclusione di Butti: ‘Mi rammarico per le modalità di comunicazione, l’incidente è chiuso, sempre doverosamente disponibili a incontri col Capo dello Stato.’ Domani, mercoledì, alle 16.30 a viale Mazzini è convocato il Comitato editoriale col direttore generale Mauro Masi e tutti i direttori di rete, proprio per esaminare l’applicazione del regolamento. Sul tavolo anche una interpretazione distribuita ai direttori di rete e firmata dalla direzione Affari legali: trasmissioni di approfondimento come per esempio Report e Presadiretta di Raitre e che di solito non ospitano politici, alla luce del regolamento e della legge, non potrebbero comunque affrontare per par condicio nemmeno i ‘temi politici’. Espressione – prosegue Conti sul CORRIERE DELLA SERA – che andrà analizzata attentamente durante il vertice di domani. Una situazione insomma molto complessa, che comincerà il 28 febbraio, cioè un mese prima delle elezioni regionali indette per il 27 e il 28 marzo. Se il ‘no’ del Pdl verrà confermato, sembra probabile da parte dei conduttori di Raitre e di Michele Santoro su Raidue l’adozione di una linea già indicata: non invitare politici. Intanto sul ‘caso Busi’ il Tg1 si è spaccato. Ieri durante l’assemblea dei redattori molti colleghi di Maria Luisa Busi hanno interpretato le sue dichiarazioni dall’Aquila dopo la contestazione alla troupe del Tg1 (‘sono qui per fare il mio lavoro onestamente, non posso rispondere dell’informazione generale che il Tg1 ha fatto sul terremoto, qui la situazione è più grave di come è stata talvolta rappresentata’) come un attacco al lavoro degli altri colleghi. E’ stato approvato un testo non votato dal Cdr (il comitato di redazione), che si è astenuto (la mozione del sindacato è stata bocciata): ‘L’assemblea del Tg1 ritiene che non sia consentito a nessuno offendere i giornalisti del Tg1, accusandoli di aver fatto una informazione incompleta e faziosa, specificatamente per quanto riguarda la copertura del terremoto e del post-terremoto’. Il testo – conclude Conti sul CORRIERE DELLA SERA – è stato proposto dall’area più vicina al direttore Augusto Minzolini. Commento di Francesco Casoli, Pdl, membro della Vigilanza Rai: ‘La maggioranza dei redattori è col direttore Minzolini’”. (red)

16. Busi, la barricadiera che studia da Gruber

Roma - “Il lungo allenamento a rimanere seduti per ore, composti e immobili, davanti a una telecamera, fa indubbiamente bene alla schiena. Ti abitua a tenerla dritta – scrive Luigi Mascheroni su IL GIORNALE – qualsiasi sia la poltrona sulla quale sei seduto. Privilegio e vanto dei mezzibusti televisivi, la schiena dritta testimonia una ferma coerenza con la verità dei fatti e l’indipendenza di giudizio, i principi più nobili del giornalismo e dell’etica professionale. Dei quali, con l’eleganza e il tempismo che le sono propri, si è fatta inflessibile paladina, ieri l’altro - e improvvisamente - la conduttrice del Tg1 Maria Luisa Busi. Inviata all’Aquila per un servizio del settimanale di approfondimento Tv7, la giornalista è stata duramente contestata da un gruppo di abruzzesi che al grido di ‘Scodinzolini, scodinzolini!’ ha manifestato indignazione per l’immagine falsata del dopo-terremoto propinata - così accusano - dal Tg1 nel corso degli ultimi mesi. Abituata a reagire con freddezza e professionalità agli imprevisti della diretta, la conduttrice si è immediatamente smarcata dalla linea editoriale del suo Tg. Scodinzolando davanti agli abruzzesi indignati, Maria Luisa Busi ha risposto: ‘Vi capisco, ma io sono qui per fare il mio lavoro onestamente e non posso rispondere dell’informazione a livello generale che il Tg1 ha fatto sul terremoto’. ‘Posso solo dire - ha poi dichiarato a mente ancora più fredda - che quello che ho visto all’Aquila con i miei occhi è molto più grave di come talvolta è stato rappresentato’. In gergo giornalistico si chiama ‘diritto di critica’. Moralmente si dice essere dei ‘paraculi’. Facendo gentilmente presente che lei risponde solo di se stessa, e non del Tg1 del quale è dipendente, Maria Luisa Busi in un colpo solo si è dissociata dal suo telegiornale, dal suo direttore, dai suoi colleghi-inviati che hanno raccontato la ricostruzione dell’Aquila prima di lei. In qualsiasi altra testata giornalistica è sufficiente un terzo di tale esemplare dissociazione per essere cortesemente ‘dissociati’ dal posto di lavoro, per giusta causa e con effetto immediato. Alla collega Maria Luisa Busi, invece – prosegue Mascheroni su IL GIORNALE – è arrivato il sostegno scodinzolante del comitato di redazione del Tg1, dell’Usigrai, dell’Associazione stampa romana, dell’intera sinistra politica e giornalistica. Solo in tarda serata di ieri, dopo cinque ore di assemblea di redazione, le è arrivato lo scontato ‘buffetto’: i colleghi hanno ‘sfiduciato’ la giornalista e il cdr, dando piena solidarietà a Minzolini. Tecnicamente, non cambia nulla. La Busi, dall’alto di una posizione di contestazione ad alta rendita, rimane dov’è. Con un coraggioso gesto di conformismo professionale Maria Luisa Busi - ‘girando’ per competenza tutte le contestazioni al proprio direttore Minzolini - ha prima preso atto della nuova aria che tira e poi le distanze da un telegiornale diventato, evidentemente per lei, imbarazzante nel suo filo-berlusconismo. Ma che, incidentalmente, secondo gli ultimi dati di ascolto registra cifre record: domenica, mentre la Busi e la sua troupe venivano contestati da qualche decina di persone, il Tg1 delle 13.30 veniva visto da quasi sette milioni di telespettatori, con il 35,4 per cento di share, mentre quello delle 20 ha sfiorato il 30 per cento. Performance non isolate ma in linea con la media dell’ammiraglia Rai negli ultimi mesi. Ma la maggioranza, si sa, se è berlusconiana non coincide con la democrazia. E così, la bella - e per par condicio naturalmente anche brava - Maria Luisa Busi, detta ‘la fatina’, da mezzobusto più sexy della televisione si scopre all’occorrenza e al momento opportuno anche pasionaria dell’etere. Dalla scrivania alle barricate. Un percorso scodinzolante che per riconosciuta flessibilità e capacità di adattamento ricorda - oltre alla comune doppia passata di Eglantine 03 di Viseart e velo di lucidalabbra trasparente - il videopercorso della collega e competitor Lilli Gruber, detta ‘la pantera’. La quale, a suo tempo primadonna dell’edizione delle 20 del Tg1, guidò la rivolta che nel ’93-94 si concluse con l’epurazione del suo direttore Bruno Vespa, in uno scontro epico che finì anche sulle prestigiose pagine di Time. ‘Pensava che uno dovesse inginocchiarsi di fronte agli esponenti della Dc che intervistava’, disse la Gruber di Vespa. ‘È un’opportunista che ha approfittato dell’attuale situazione politica per dipingersi come una Giovanna d’Arco’, disse Vespa della Gruber. Lui finì nelle retrovie della Rai per un bel po’. Lei, da lì a poco, eurodeputato dell’Ulivo. L’altroieri Maria Luisa Busi ha detto di capire chi accusa Minzolini di inginocchiarsi davanti a Berlusconi. E qualcuno le ha già risposto dandole dell’opportunista. Se tanto ci dà tanto, e la storia è davvero una coazione a ripetere, Maria Luisa Busi tra non molto finirà per sedersi su una qualche poltrona ben più importante di quella di anchorman del Tg1. Sulla quale si siederà, ne siamo sicuri – conclude Mascheroni su IL GIORNALE – con invidiabile postura. E schiena dritta”. (red)

17. Santoro scarica Travaglio

Roma - “L’elemento surreale, in questa vicenda – scrive LIBERO – è che alla fine Michele Santoro sembra quasi un liberale, se paragonato a Marco Travaglio. Il quale sabato scorso ha pubblicato sul Fatto Quotidiano una lettera aperta al suo amico conduttore chiedendogli di espellere da Annozero i ‘trombettieri’ di Berlusconi, ovvero il nostro direttore Maurizio Belpietro e il vicedirettore del Giornale Nicola Porro. Colpevoli, secondo il bel Marco, di aver infangato la sua reputazione. Sull’edizione di oggi del quotidiano diretto da Antonio Padellaro trovate la replica di Santoro (intitolata ‘Caro Marco, rispondo con franchezza’). Un testo piuttosto lungo e molto garbato nei toni, ma chiaro nei contenuti: questa volta Marco non ha ragione. I giornalisti che non la pensano come lui non possono essere censurati. Il commissario Travaglioni è imbestialito perché Belpietro e Porro gli hanno ricordato la sua frequentazione con Pippo Ciuro, ex sottufficiale di Polizia giudiziaria che organizzò per il cronista del Fatto e un pm una vacanza. Qualche tempo dopo, però, Ciuro fu arrestato e condannato per rapporti con la mafia. Fosse capitato a un politico di centrodestra di trascorrere le ferie con un personaggio del genere, Travaglio l’avrebbe linciato in un articolo o in un libro. Ma poiché stavolta il protagonista è lui, nessuno si può permettere di mettere i puntini sulle i. Santoro, tuttavia, non è della stessa opinione. ‘Caro Marco’, scrive, ‘rispondo con franchezza alla tua lettera che mi sembra venire da troppo lontano. Siamo diversi e con diverse opinioni su molte cose: legalità, moralità, libertà e televisione. Eppure, proprio per questo siamo riusciti a diventare amici e, per un pezzo importante della nostra vita, a combattere fianco a fianco la censura’. Già, Travaglio che ha sempre gridato al regime, alla mordacchia berlusconiana, vuole zittire i giornalisti che lo fanno arrabbiare. L’amico Michele, tuttavia – prosegue LIBERO – gli spiega che una trasmissione televisiva non ha il compito di stabilire la verità (fa impressione, che a dirlo sia lui) ma di raccontare qualcosa di questo Paese. E come una partita di calcio: per ottenere un buon risultato serve Travaglio, ma anche Belpietro. E mentre Marcolino spiegava nel suo articolo di non poter ‘rispondere con una risata o un’alzata di spalle’ alle affermazioni dei suoi "nemici", Santoro gli ricorda che ha dovuto sopportare insulti ben più duri, per esempio quelli di Vittorio Sgarbi. Il messaggio è chiaro: fa parte del lavoro di giornalista ricevere critiche, bisogna accettarle, magari con un pizzico di ironia. Tanto più che all’incazzatura di Travaglio (la quale avrebbe potuto risolversi anche privatamente) è stato dedicato parecchio spazio durante Annozero, andare oltre poteva rivelarsi eccessivo. Michele mostra di non condividere la ricostruzione dei fatti del suo amico, secondo cui i ‘servi’ di Berlusconi ‘non hanno alcun obbligo di verità, serietà, coerenza, buona fede, deontologia’. Non ritiene che quella di Porro e Belpietro sia stata una intimidazione squadristica. In sostanza: Travaglio ha esagerato, si è lasciato prendere la mano e si è infilato da solo in un ginepraio, pretendendo (con una vena vagamente ricattatoria) l’eliminazione dallo schermo - e magari pure la cancellazione dall’Ordine dei giornalisti - di alcuni colleghi. A questo punto, neppure Santoro può più difenderlo. Perché vanno bene le intemperanze da rockstar della carta stampata, ma fino a prova contraria sul palcoscenico di Annozero il re è Michele, nessun altro. E non sarà certo per i capricci di Marchino – conclude LIBERO – che il programma verrà privato del contraddittorio (il quale fa pure ascolto, e certo non guasta)”. (red)

18. Riformare, non solo tamponare

Roma - “I lavoratori di Glaxo, Alcoa, Eutelia, Omsa e Merloni – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – sono in agitazione per la crisi che ha colpito queste aziende ora a rischio chiusura. La Merloni elettrodomestici, che è in amministrazione controllata, ha un problema di recupero di efficienza, in un settore in crisi congiunturale in cui c’è la concorrenza dei gruppi multinazionali del settore. Nel caso di Omsa si tratta di uno stabilimento del gruppo con circa 300 addetti che verrebbe trasferito in uno stato dell’est per accrescere la competitività. Invece per Eutelia, impresa di information technology nata da uno spezzatino Olivetti, ci sono intricati e non ancora chiariti rapporti con la clientela pubblica e privata. Mentre Glaxo e Alcoa sono multinazionali per le quali si pone la questione della convenienza dell’investimento in Italia. Ma anche negli altri casi in discussione questo problema ha rilevanza. La cassa integrazione che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, è disposto a concedere con le più ampie modalità è utile, ma non risolve il problema. Secondo un rapporto 2009-2010 del World Economic Forum l’Italia ha un basso indice di competitività, collocandosi al 46esimo posto sui 133 stati esaminati. Il nostro è l’ultimo fra gli stati del G7 con 4,5 punti contro i 5,60 della Svizzera, prima in graduatoria. Le ragioni di ciò – prosegue IL FOGLIO – sono soprattutto la rigidità del mercato del lavoro, che la pone al 117esimo posto, la criminalità organizzata e la corruzione che crea costi aziendali e riduzione di fiducia degli investitori, determinando il 97esimo posto della graduatoria. Si possono, ovviamente, aggiungere gli alti costi del lavoro e la tassazione elevata (anche se non così alta come in passato) dei redditi di impresa derivante dalla somma di imposta sulle società e dell’Irap. Per le multinazionali con sede all’estero pesa anche la indetraibilità dell’Irap dall’imposta sui profitti pagata in patria, in quanto i trattati sulla doppia imposizione non conoscono questo singolare tipo di tributo. E’ su questi temi, che coinvolgono riforme strutturali, che occorre agire nel medio termine, oltre a tamponare ove possibile le ristrutturazioni con le casse integrazioni”, conclude IL FOGLIO. (red)

19. Dietro i bisticci sui numeri tra Tesoro e Bankitalia

Roma - “Alla fine – osserva IL FOGLIO – si sono scomodati anche i sindacati di Bankitalia a difesa dell’Istituto di via Nazionale. Il governo vuole asservire la Banca d’Italia, hanno detto ieri Falbi- Confsal e Fiba-Cisl, sindacati cui aderisce la maggior parte dei circa 7.500 dipendenti di Palazzo Koch. Le critiche si appuntano sul ministro leghista Roberto Calderoli per alcune dichiarazioni del fine settimana. Il ministro della Semplificazione ha accusato l’Istituto di via Nazionale di essere una ‘Banca di opposizione’ dopo la pubblicazione dei dati sullo scudo fiscale, che indicano in soli 35 su 85 miliardi i rimpatri fisici del provvedimento che ha consentito di sanare i capitali esportati in modo illegale. ‘Le affermazioni del ministro Calderoli risultano offensive nei confronti di dipendenti che elaborano approfonditi e inoppugnabili studi statistici’, si legge in una nota dei due sindacati. Il 29 dicembre il Tesoro aveva dichiarato che il 98 per cento dei capitali sanati era composto di ‘rimpatri effettivi’, lasciando intendere secondo alcuni analisti che i fondi fossero tutti tornati in Italia. Secondo le statistiche di Bankitalia, ammontano a 85,1 miliardi di euro i capitali regolarizzati con il fisco grazie allo scudo. In un comunicato del Tesoro di sabato scorso, il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, ha parlato di ‘93 miliardi di euro rimpatriati a ogni effetto e 2 miliardi di regolarizzazioni’. Per l’Agenzia, i propri numeri ‘quadrano perfettamente con i dati di Bankitalia’: agli 85 miliardi di euro, indicati da Palazzo Koch, ‘vanno infatti aggiunti gli importi inferiori alla soglia di rilevazione, il valore di alcuni beni patrimoniali (preziosi, opere d’arte ecc)’. Tutto chiarito, quindi? Non del tutto, considerate le critiche di Calderoli, un esponente di spicco del Carroccio che, come tutta la Lega, si muove spesso a sostegno di Giulio Tremonti. Anche perché – prosegue IL FOGLIO – alcuni osservatori notano come si sia passati da una fase in cui in particolare i ministri dell’Economia e del Welfare replicavano agli auspici riformatori del governatore Mario Draghi, magari per difendere quanto già realizzato dal governo, a una fase inedita in cui si contestano i dati della Banca centrale. Si ricorderà a gennaio la reazione veemente di Maurizio Sacconi sui numeri della disoccupazione. Secondo gli economisti della Banca d’Italia, occorre aggiungere ai disoccupati della definizione internazionale anche i lavoratori attualmente in cassa integrazione e le persone scoraggiate. ‘Stimiamo – avevano scritto i ricercatori di Palazzo Koch – che in questo concetto ampio nel secondo trimestre 2009 la quota di forza di lavoro inutilizzata sia risultata superiore al 10 per cento (10,2 per cento), quasi tre punti in più del tasso di disoccupazione (7,4 per cento)’. ‘Sommare i disoccupati veri e propri con i cassintegrati e addirittura con i cosiddetti scoraggiati è un’operazione scientificamente scorretta’, commentò Sacconi. Ma quello che si cela dietro l’ennesima diatriba sui numeri è anche un rapporto di freddezza ‘tecnica’ tra l’attuale governo, e in particolare il ministero dell’Economia e delle Finanze, e le strutture della Banca d’Italia. In altri termini, una delle funzioni extraistituzionali e di supplenza, come le definisce nel libro ‘La Banca d’Italia’ che uscirà giovedì prossimo per il Mulino scritto dopo anni di ricerca da Giampiero Cama, docente di Scienza Politica all’Università di Genova, non è di fatto più esercitata: ‘Esiste un’ampia zona grigia entro la quale la Banca d’Italia ha esercitato un notevole ruolo informale nella predisposizione e redazione dei testi legislativi’. Un ruolo scemato di recente, ha notato Orazio Carabini sul Sole 24 Ore: ‘La Banca d’Italia, cui non mancano certo competenze e autorevolezza, è di fatto emarginata dal dibattito sulle scelte di politica economica’. I rapporti rarefatti hanno influito sullo scarso, e a volte inesistente, coinvolgimento di Palazzo Koch in alcune delle iniziative che pure lambivano le competenze di Bankitalia. Si pensi alla Banca del sud e al fondo della Cdp e i maggiori istituti per la ricapitalizzazione delle piccole e medie imprese. Per non parlare del monitoraggio del credito voluto dal Tesoro su base prefettizia. Ma non è soltanto il Tesoro a non ricorrere all’ausilio dei tecnici di Palazzo Koch. I contributi del recente seminario sul Mezzogiorno organizzato da via Nazionale non hanno attirato l’attenzione del ministero dello Sviluppo economico, che pure sta predisponendo un piano per il sud”, conclude IL FOGLIO. (red)

20. Il dilemma di Ankara sognando l’Europa

Roma - “Non a caso – scrive Enzo Bettiza su LA STAMPA – il premier turco Recep Tayyip Erdogan, scaltro manovriero e leader del filoislamico partito di governo Akp (targato ‘Giustizia e Sviluppo’), ha voluto denunciare l’arresto di oltre 40 esponenti militari, tra cui 14 di altissimo rango, proprio nel corso della sua visita ufficiale a Madrid. Tra i diversi tavoli sui quali abilmente Erdogan punta le sue carte, quello europeo ha un posto preminente ed è la Spagna che da gennaio esercita la presidenza semestrale dell’Unione Europea. Egli finora, negoziando la lunga e difficile trattativa per l’ingresso pieno della Turchia nell’Ue, ha concesso agli europei diversi punti sulla questione dei diritti civili: abolizione della pena di morte, sospensione del reato d’adulterio per le donne, mano ammorbidita nei confronti della ribelle minoranza curda, mano tesa agli armeni con qualche promettente attenuazione del drastico negazionismo a proposito delle ondate genocide con cui i turchi, a cavallo tra Ottocento e Novecento, stroncarono il risveglio risorgimentale e culturale degli armeni cristiani. Però la cosa che oggi maggiormente interessa Erdogan è di mettere, nel pacchetto delle concessioni democratiche all’Europa, la più centrale e spinosa fra le questioni di potere in Turchia. Il ruolo non solo politico, ma storico, dell’esercito. Furono difatti gli Stati maggiori sin dal 1923, dall’inizio della dittatura modernista di Kemal Atatürk, i garanti e custodi del lascito laico con cui il dittatore proveniente dalle caserme volle laicizzare ed europeizzare uno Stato nuovo sulle macerie dell’Impero ottomano. Nel corso del tempo, scomparso Atatürk e attenutasi la dittatura, i generali e i colonnelli, assistiti dal nerbo della magistratura secolarizzata, continuarono tuttavia a prodigarsi nella funzione di vigilissimi eredi del kemalismo. Erano soldati di mestiere e giudici costituzionali i controllori, ora flessibili ora intransigenti, dei governi civili e delle rispettive maggioranze partitiche che s’avvicendavano alla gestione dell’esecutivo. In più occasioni, 1960, 1971, 1980, interruppero con colpi di Stato la dinamica parlamentare istituendo governi militari di breve durata, volti a restaurare i princìpi kemalisti in un Paese nevralgico percorso da nazionalismi etnici e da insorgenti tentazioni islamiste; un Paese di oltre 70 milioni di abitanti eurasiatici, pilastro della Nato dal 1952, con un esercito convenzionale ritenuto secondo soltanto a quello degli Stati Uniti. Tale complesso militare-giudiziario – prosegue Bettiza su LA STAMPA – ha visto profilarsi con orrore e tremore un pericolo nell’espansione crescente del partito Akp, che pur si dice moderato e sa temperare l’islamismo strisciante con forti iniezioni di liberismo economico. Il fatto che il musulmano Erdogan con moglie velata sia diventato capo del governo, e che il suo sodale Abdullah Gül con consorte altrettanto velata sia pervenuto alla presidenza della Repubblica, ha scatenato da tempo scandalo e rigetto fra i guardiani in uniforme di uno Stato a laicità ridotta. Ciò li ha spinti a minacciare una riscrittura della Costituzione e, più velatamente, a carezzare qualche ipotesi di una quarta o quinta prova di forza contro un governo deviato dai precetti di Atatürk. Ma Erdogan ha saputo agitare e vendere sottilmente a Bruxelles fino a ieri, a Madrid oggi, lo spauracchio di un nuovo golpe castrense, antidemocratico, anticostituzionale, mirato a reprimere non solo le moderate istituzioni islamiche turche ma anche l’attività dei sindacati e dei partiti. Egli ha posto non più con le parole, ma con i fatti, gli europei custodi delle libertà civili davanti all’arresto di illustri ex capi della marina e dell’aviazione, accusati di aver ordito fin dal 2003 un piano pregresso di golpe, chiamato in cifra Bayloz (‘martello’), ai danni del governo legittimamente eletto dal popolo. Denunciando i più sacri sopravvissuti della tradizione kemalista, screditati dalla stampa amica come membri dell’organizzazione terrorista Ergenekon, una specie di Gladio turca, Erdogan ha di fatto lanciato all’Europa la sfida o meglio l’enigma di un concetto ossimorico: se voi, europei, volete europeizzare davvero la Turchia, dovere condannare l’europeismo militarizzato ed eversivo degli stati maggiori e solidarizzare con l’europeismo evoluzionista e progressivo degli islamici moderati e non violenti. A questo punto, tutto è in alto mare e tutto ancora da filtrare e convalidare con prove provate. Non era ancora accaduto tra Ankara e Istanbul un repulisti di simili proporzioni. La Turchia appare come mai spezzata nelle sue due anime. L’Europa, già oscillante e perplessa, con milioni di immigrati anatolici non integrati nelle banlieues di Berlino, di Parigi, di Stoccolma, si trova di fronte un’autentica spaccatura della storia moderna della Turchia, una dissoluzione e denigrazione a base di manette e di carcere degli epigoni, non sappiamo fino a che punto colpevoli, dell’élite turca che da tre quarti di secolo aveva puntato quantomeno sull’europeizzazione tecnica, se non sull’occidentalizzazione civica, del grande e tumultuoso Paese ondivago tra noi e l’Asia. Sapremo meglio, fra qualche tempo forse meno breve del previsto – conclude Bettiza su LA STAMPA – se i turchi, superando o sfasciandosi sotto al gravissimo scontro istituzionale, saranno in grado di varcare lo Stretto dei Dardanelli o se invece resteranno definitivamente di là, attaccati alla loro dolce matrigna asiatica”. (red)

21. Trucco del governo per mantenere il potere

Roma - “Non convince – scrive Carlo Panella su LIBERO – l’accusa di un golpe che ha portato ieri all’arresto di 40 personalità turche, tra cui due ex capi di Stato Maggiore. Non convince innanzitutto perché quando i generali turchi hanno voluto fare un golpe, l’hanno sempre fatto e chi stava al governo se ne è accorto solo il giorno dopo. Ed è stata una lunga serie di golpe: nel 1960 contro il governo autoritario di Menderes (poi impiccato); nel 1980 contro Ecevit e Demirel che stavano trascinando il paese nel baratro di una guerra civile; infine, nel 1997 contro Erbakan (leader del partito islamico, in cui allora militava Erdogan) accusato di ‘deriva islamista’. Tutti golpe, si badi bene, mirati a difendere la natura laica dello Stato, con i generali turchi che hanno subito ridato la parola a libere elezioni e a governi democraticamente eletti, esempio raro di una classe militare turca che ha usato della forza sempre e solo per difendere la democrazia. Purtroppo però, un’Europa che nulla o poco comprende, ha imposto alla Turchia un processo di riforme finalizzate all’ingresso nell’Ue, che hanno tolto ai militari quel ruolo costituzionale di ‘garanti’ della laicità e della democrazia che hanno sempre svolto, grazie alle caratteristiche uniche della esperienza kèmalista. Erdogan, che ha vinto trionfalmente (questo va ricordato, come va ricordata la grande crisi di consenso dei partiti laici turchi) due elezioni col suo islamista Akp, ha avviato con estremo piacere queste riforme e ha depotenziato il potere di intervento costituzionale dei vertici militari. Dal 2007, però, il governo Erdogan ha avviato anche un processo pericoloso, che ha portato agli arresti di ieri. Ispirata dal governo, una parte solo una parte - della magistratura ha effettuato decine di arresti di militari sostenendo - con prove che a molti paiono pretestuose che stavano tentando un golpe attraverso l’operazione Ergenekon, sigla di un golpe strisciante che avrebbe mirato alla destabilizzazione della Turchia con clamorosi attentati: le uccisioni di don Andrea Santoro e del giornalista armeno Hrant Dink, l’attacco al Consiglio di Stato e anche una tra ma per uccidere lo scrittore premio Nobel 2006 Orhan Pamuk. La pretestuosità – prosegue Panella su LIBERO – di questo quadro accusatorio è apparsa però chiara il 13 aprile 2009 con l’arresto di 18 ‘membri di Ergenekon’, tra cui Tijen Mergen, dirigente del gigante editoriale Dogan che pubblica il quotidiano Hurriyet, Mehmet Haberal, rettore dell’Università Baskent di Ankara e Mustaka Yurtkuran, presidente di un’associazione ispirata agli insegnamenti laici di Kemal. Arresti che rafforzavano il sospetto che Erdogan e il suo Akp, imbrigliando la forte stampa dell’opposizione laica, cavalcassero un inchiesta fantasiosa mirata solo a silenziare i centri culturali e politici che potevano favorire una ripresa in forze dei partiti laici, avversari del governo islamista. Ipotesi rafforzata il 18 febbraio, quando il Csm turco all’unanimità ha deciso di sospendere dall’incarico Osman Yanal, procuratore di Erzurum, che aveva fatto perquisire un magistrato di Erzincan, Khan Cihaner, ovviamente accusato di essere membro di Ergenekon, che stava conducendo un’inchiesta sulla potente confra temitaislamicaIsmailaga. Insomma, è forte il sospetto che Ergenekon e il suo progettato golpe in realtà sia una montatura architettata - o favorita - dall’Akp di Erdogan per eliminare pretestuosamente l’opposizione laica, così come sono fortissime le preoccupazioni per la stessa tenuta del quadro democratico in Turchia”, conclude Panella su LIBERO. (red)

22. Nuovo piano sanità. Obama si gioca tutto

Roma - “Il governo potrà annullare gli aumenti delle polizze assicurative se saranno ‘eccessive’: è questa la carta a sorpresa – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA – che gioca Barack Obama presentando la proposta di riforma della Sanità che tenta di sbloccare l’impasse al Congresso e gettare le basi di un compromesso con i repubblicani, che però si affrettano a liquidarla come ‘un ennesimo ammasso di spese e tasse’. Dopo sei mesi di infruttuose trattative a Capitol Hill, l’ultima trincea del presidente sulla riforma è il piano che prevede uno stanziamento decennale di 950 miliardi di dollari per garantire la copertura sanitaria a 31 milioni di cittadini che ne sono privi grazie a una ricetta che punta ad armonizzare i differenti testi votati dai democratici alla Camera e al Senato come anche a fare breccia nell’opposizione. L’apertura ai repubblicani sta nel non aver incluso riferimenti al piano assicurativo pubblico - cavallo dei battaglia dei democratici - mentre i sindacati, roccaforte elettorale liberal, ottengono una drastica riduzione delle tasse (da 150 a 30 miliardi in 10 anni) sui piani assicurativi denominati ‘Cadillac’ perché più ricchi di benefici per i dipendenti. Obama va incontro ai repubblicani proponendo anche drastiche diminuzioni di sprechi, frodi e abusi nella gestione del Medicare - il programma per i poveri già esistente - al fine di ridurre l’attuale spesa pubblica per la sanità che ammonta al 16,2 per cento del Pil. Su questa tela di difficili equilibri fra le proposte già discusse, la nuova carta che Obama gioca è l’assegnazione al ministro della Sanità, Kathleen Sebelius, del potere di rivedere e, nel caso, abbassare o azzerare gli aumenti delle polizze decise dalle compagnie assicurative se dovessero essere considerate ‘eccessive’. È un passo mirato a raccogliere un vasto sostegno pubblico alla luce di quanto avvenuto nelle ultime settimane - con la scelta di alcune assicurazioni di aumentare le polizze fino al 39 per cento - promettendo che d’ora in poi simili rincari saranno passati al vaglio da un ‘consiglio di esperti’ federale. In concreto – prosegue Molinari su LA STAMPA – significa affidare al governo il potere di calmierare i prezzi delle polizze che affliggono decine di milioni di famiglie già alle prese con le conseguenze della crisi economica, ma se l’intento era di trovare subito un terreno di incontro con i repubblicani, il capo dei senatori John Boehner si affretta a gelare ogni speranza: ‘Ci troviamo davanti all’ennesima versione del piano democratico di affidare al governo la salute dei cittadini sulla base di leggi che aumentano le tasse, distruggono i posti di lavoro e portano ad un aumento delle polizze’. A irritare l’opposizione conservatrice è anche la scelta di Obama di fare propria la versione del Senato sulla possibilità di adoperare fondi federali per gli aborti, rifiutando quella più restrittiva voluta dai deputati democratici moderati e sostenuta dalla Conferenza episcopale. ‘A nostro avviso bisogna proibire del tutto fondi federali a chi abortisce’ tuona Boehner. I leader democratici, come Nancy Pelosi, hanno preferito evitare commenti a caldo, tradendo un certo nervosismo per la necessità di dover azzerare i precedenti negoziati. In realtà Obama puntava proprio a mettere i leader del Congresso, di entrambi i partiti, sulla difensiva in vista del summit convocato alla Blair House giovedì quando gli chiederà di schierarsi per far comprendere, in diretta tv, ai cittadini chi vuole davvero la riforma e chi invece continua ad ostacolarla”, conclude Molinari su LA STAMPA. (red)

23. Piano sanità di Obama, cauta strategia di primavera

Roma - “Per la prima volta ieri – riporta IL FOGLIO – il presidente americano, Barack Obama, ha presentato il suo piano per la riforma del sistema sanitario, il primo tassello della sua nuova strategia per le elezioni di midterm del 2010 sintetizzato in ‘reform is the new change’, più riformismo e meno cambiamento radicale. Finora il presidente aveva soltanto dato indicazioni di massima e si era speso per far sì che il progetto andasse avanti al Congresso, ma non era sceso nei dettagli. Ora l’ha fatto, all’inizio di una settimana cruciale: giovedì ci sarà l’incontro bipartisan in diretta tv e lì si capirà quanto i repubblicani e i democratici riusciranno a lavorare insieme. Come scriveva ieri sul Washington Post E.J. Dionne, nel giro di quattro giorni ‘si definiranno i prossimi tre anni’ della presidenza, dal momento che Obama ha puntato gran parte del suo capitale politico sulla ristrutturazione della sanità. Per questo ha messo sul tavolo la sua proposta, cercando di fissare i temi del dibattito: si tratta di una mediazione tra i democratici moderati e i liberal con una piccola apertura ai repubblicani. Il piano – che s’ispira al testo passato al Senato, il più moderato – costerà 950 miliardi di dollari in dieci anni, ma grazie alle riduzioni di sprechi e a una maggiore efficienza contribuirà a ridurre il deficit di 100 miliardi di dollari in dieci anni. La copertura sanitaria sarà ampliata a 31 dei 46 milioni di americani che oggi sono senza assicurazione. Il presidente esclude la ‘public option’, l’assicurazione sanitaria pubblica, che è presente nel testo della Camera (non del Senato) per l’insistenza dei liberal, capitanati dalla speaker Nancy Pelosi. La tassa sulle assicurazioni ‘Cadillac’, le più prestigiose e costose, su cui hanno insistito i liberal, resta salva ma sarà rinviata al 2018, mentre grande enfasi è posta sul controllo dei premi delle polizze, con la creazione di un’Authority federale. Resta la possibilità di offrire la copertura dell’aborto a chi acquista una polizza con sussidi federali – e questo sarà un problema al Senato, dove i democratici non hanno più la supermaggioranza dopo aver perso il seggio in Massachusetts. Nancy Pelosi non si è espressa, ha detto che deve leggersi bene il piano, ma è evidente che la mediazione di Obama tende a superare le istanze più radicali per trovare un compromesso tra i democratici e i repubblicani moderati. E’ un anno elettorale – osserva IL FOGLIO – e i malumori sono sempre più evidenti. Molti conservatori, sempre più agitati dalla rumorosa anima libertaria, pensano che il summit voluto da Obama sulla sanità sia una trappola da evitare: il partito è forte, può riprendersi il Congresso, perché scendere a compromessi? I democratici sono ancora più titubanti, sono sempre di più – e sempre più rilevanti – i rappresentanti che non intendono ricandidarsi, e le spaccature tra i liberal e i più centristi hanno già imposto grandi ritardi su molti progetti che, con una maggioranza tanto forte, avrebbero già dovuto essere legge. Dopo mesi di consultazioni, con i sondaggi che rivelano una disaffezione sempre più marcata verso il partito e verso il presidente, Obama ha infine definito la strategia per la primavera e quindi per il voto in novembre. Come ha detto una fonte della Casa Bianca a Mike Allen di The Politico, ‘reform is the new change’, cioè il presidente non vuole più cambiare il mondo ma fare qualche riforma sì, quindi cercherà di limitare i danni fatti in questo primo anno di grandi battaglie – mezze fallite – al Congresso concentrandosi su trasparenza, competitività e legislazioni più stringenti sui finanziamenti ai candidati alle elezioni. Già domani, in un incontro con gli amministratori delegati di varie società al St. Regis Hotel, Obama declinerà in modo più dettagliato la strategia di primavera. Ma il momento cruciale sarà giovedì, all’incontro con i repubblicani e i democratici sulla sanità, il primo test della forza del presidente rispetto a un Congresso in subbuglio, a un anno dall’elezione estatica e a nove mesi dal prossimo voto”, conclude IL FOGLIO. (red)

24. Afghanistan, la svolta di americani e inglesi

Roma - “L’opposizione esagera e non cattura la logica di quanto sta accadendo in Afghanistan, la maggioranza sottovaluta e rivela qualche contrasto di accenti. Così – scrive Franco Venturini sul CORRIERE DELLA SERA – il presunto ‘caso Sequi’, nato dalla mancata conferma del diplomatico italiano a rappresentante della Ue a Kabul, è stato preso in ostaggio dai soliti litigi nostrani. Mentre si dovrebbe alzare lo sguardo, e tentare di capire. Da una settimana le forze americane e britanniche dislocate nell’Afghanistan meridionale conducono un’offensiva contro la roccaforte talebana di Marja. L’operazione si inserisce in una nuova strategia suggerita dal comandante delle forze Nato Stanley McChrystal e ratificata dagli alleati. In estrema sintesi, si tratta di far leva sui rinforzi forniti dagli Usa e in piccola misura dagli europei (gli italiani più di tutti, con 1.000 uomini) per attuare tre fasi successive. Nella prima talebani e qaedisti devono essere battuti militarmente là dove sono più radicati, sperando che i pachistani facciano altrettanto oltre confine. Nella seconda l’Isaf e il governo di Kabul devono tendere la mano a chi volesse scegliere il dialogo. Nella terza le forze straniere sperano di cominciare a ritirarsi e di passare la mano agli afghani entro il 2013. Un piano del genere non ha molte probabilità di riuscita perché ai talebani manca quella sensazione di sconfitta imminente che potrebbe spingerli al compromesso, ma ha il merito di essere comunque un piano dopo tanta confusione nella strategia degli occidentali. Piuttosto, è davvero arduo sperare in uno sbocco accettabile del progetto se continuerà ad accadere quel che è accaduto ieri: l’ennesimo bombardamento sbagliato, l’ennesima strage di civili. Come potranno i militari della Nato tendere la mano all’insieme della popolazione locale (la ‘fase due’) se continuerà a crescere, come è cresciuto nel 2009, il numero dei civili uccisi in bombardamenti dal grilletto troppo facile? La questione resta aperta – prosegue Venturini sul CORRIERE DELLA SERA – ma è l’insieme dello sforzo americano che qui ci interessa. Le forze di Washington in Afghanistan si apprestano a diventare maggioranza rispetto a tutte le altre messe insieme. Il comando è americano. Il piano che si tenta di attuare, anche se la cosa viene detta con pudore politico (si parla di ‘reinserimento’ dei talebani), è americano. Sono gli americani, assieme ai britannici, ad attaccare Marja e a preparare i passi successivi. Può allora davvero meravigliare, più che mai dopo l’annunciata defezione olandese, che americani e britannici vogliano avere uomini loro nei posti-chiave? Il rappresentante Ue a Kabul è uno di questi, e il nuovo prescelto della baronessa Ashton, il lituano Usackas, è particolarmente vicino tanto a Washington quanto a Londra. La delusione è legittima, perché Ettore Sequi aveva fatto bene. Ma gridare allo scandalo — anche se è vero che i 1.000 uomini promessi dall’Italia qualcosa dovrebbero contare— significa non capire che al punto in cui siamo gli anglo-americani preferiscono controllare ogni bullone di una macchina che deve vincere per poi portare al disimpegno. Non vi è dunque motivo di polemica antigovernativa, così come è errato dire che nulla di rilevante è accaduto. In entrambi i casi si fa torto al nostro impegno in Afghanistan, al quale servono invece determinazione e serenità di giudizio”, conclude Venturini sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

Berlusconi: io corro da solo?

Prima Pagina 22 febbraio 2010