Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 24/02/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “‘Telefonia, una frode colossale’”. Editoriale di Sergio Rizzo “La malapianta del denaro”. Al centro: “Il Lambro diventa un fiume di gasolio”. In basso: “Colpi di bastone, in coma esponente pdl” e “Sud, studenti un anno e mezzo in ritardo”. A destra: “La scoperta del Pd: la Bonino è radicale”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Telefonia, mafia e riciclaggio”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzo “Ritorno al 1994”. Al centro: “Gli arricchiti della new economy” e “Per i boss calabresi era il ‘senatore Nic’”. Sotto: “Smog, 100 comuni dicono no alla Moratti”. Accanto: “Gli italiani e il sesso, lo facciamo di più e meglio”. Di spalla: “La Cina diventa più americana mentre gli Usa fanno i cinesi”. In basso: “Il tran tran esiste, ecco la prova”.  

LA STAMPA – In apertura: “La grande truffa dei telefoni”. Editoriale di Michele Ainis: “La repubblica dei corrotti”. Tra i richiami: “Chiesto l’arresto di Silvio Scaglia, il mago delle Tlc” e “‘Lotta titanica anti corruzione’”. Di spalla: “Nascere al sud penalizza gli studenti”. Al centro: “I sindacati rossi in piazza contro Zapatero”. Accanto: “Il finto duello tra Santoro e Travaglio”. In basso il Buongiorno di Massimo Gramellini: “Lo scoop del secolo”.  

IL GIORNALE – In apertura: “Altri 56 arresti: tocca a Fastweb”. Editoriale di Vittorio Feltri. Di spalla: “‘Criminali mai visti nella storia italiana’”, “I sospetti sul senatore arrivato dall’estero” e “Re della new economy diventato nababbo”. Al centro: “La Moratti sola nello smog: ora ci ripensi”. In basso: “Ma è davvero da deficienti guardare il Grande Fratello?”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Maxi frode nelle telecomunicazioni”. Editoriale di Andrea Romano: “Le riforme e il virus della corruzione”. Al centro con foto: “‘Legalità unica via per la crescita’”. Accanto: “Per il Sud contratti e crediti di imposta”. In basso: “Stretta sui fumatori: addio sigarette in auto e cortili”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Riciclaggio, bufera su Fastweb e Telecom”. Editoriale di Pierpaolo Benigno “Il merito chiave di svolta per il paese”. Nei box: “Un patto fra malavita, finanza e politica pagava la bella vita degli uomini d’oro” e “Corruzione, allarme di Montezemolo: l’Italia reagisca ma senza flagellarsi”. Al centro: “Scuola, via alle iscrizioni per le nuove superiori” e “Biotestamento, stop alla nutrizione solo in casi eccezionali, ed è scontro”. In basso: “Sprangate a consigliere Pdl: in coma” e “La chat? Una roulette a rischio”.  

IL TEMPO - In apertura: “Pronto? Manette in linea”. Editoriale di Mario Sechi. Al centro: “Il Palazzo adesso ha paura. Si aspetta il nuovo ‘botto’” e “Al centro della polemica la legge di Tremaglia”. In basso: “Braccio di ferro Sensi-Unicredit”. In un box: “Olimpiadi a Roma. Zaia in campo avverte Profumo”.  

LIBERO – In apertura: “‘Le elezioni in mano ai Pm’”. Editoriale di Mario Giordano: “Le richieste di arresto hanno preso il posto di quelle di voto”. In alto con foto: “E dopo tante accuse a processo ci va Patrizia”. Di spalla: “Travaglio finisce vittima di se stesso”, “Io non posso scrivere, assassini e terroristi sì”, di Renato Farina. Al centro: “Fanno a gara a chi ruba di più: frode da due miliardi”. In basso: “Milano senza auto, Napoli senza multe”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Banda larga”. In basso: “Umbria, 4 donne. No all’atomo ma non dal Pdl” e “‘Presero mio figlio senza dirmelo. Nulla sull’autopsia’”.  

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Come sarebbe bello importare il modello americano degli appalti”. La Giornata in Italia: “56 arrestati per riciclaggio coinvolte Telecom e Fastweb”. All’estero: “L’Iran ha arrestato il leader deò gruppo sunnita jundullah”. A destra: “Perché il buon ritiro obamiano dall’Iraq potrebbe fermarsi qui”. (red)

2. Riciclaggio: bufera su Fastweb e Telecom

Roma - “Telecomunicazioni, ´ndrangheta e riciclaggio. ‘Una colossale rete di ripulitura di denaro sporco con ramificazioni internazionali per un ammontare complessivo di 2,2 miliardi di euro e 400 milioni di Iva evasa’. Bufera giudiziaria su Fastweb e Telecom Sparkle, controllata di Telecom Italia. La procura di Roma – si legge sulla REPUBBLICA - chiede il commissariamento delle due società nel giorno in cui scatta la maxiretata: 56 ordinanze di custodia cautelare, oltre 30 quelle eseguite fino a ieri sera. Persino negli Usa, in Inghilterra e Lussemburgo. Ricercato Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb ed ex ad della società, indagato l´amministratore delegato Stefano Parisi, coinvolti diversi funzionari al vertice delle due società di tlc. Arresto per Stefano Mazzitelli, ex ad di Tis. Sotto inchiesta Riccardo Ruggero, presidente del cda di Telecom Sparkle all´epoca dei fatti contestati, cioè tra il 2003 e il 2006. Ma i magistrati chiamano in causa anche ‘amministratori e dirigenti’ di Telecom, ‘per la solare evidenza delle loro responsabilità’. Chiesto l´arresto per il senatore Nicola Di Girolamo, del Pdl, è la seconda volta in 21 mesi. Sarebbe stato eletto grazie alla ´ndrangheta. Tramite emissari calabresi a Stoccarda, i criminali avrebbero messo le mani su schede bianche per l´elezione dei candidati del Senato votati all´estero e le avrebbero riempite col nome di Di Girolamo. ‘Una strage della legalità – dice il procuratore nazionale Antimafia, Pietro Grasso – in una commistione tra criminalità organizzata, politica, affari e economia’. Per il senatore l´accusa è di violazione della legge elettorale con aggravante mafiosa. Ma il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e il gip Aldo Morgigni nell´inchiesta contestano a vario titolo ‘l´associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illeciti attraverso un articolato sistema di frodi fiscali’. Primi sequestri ieri per Fastweb, per circa 38,5 milioni di euro. E arrestati a Milano tre manager del gruppo fondato da Scaglia. La magistratura sta preparando un altro sequestro per crediti da Iva illecitamente rimborsata, che ammonterebbe complessivamente a 340 milioni di euro. L´operazione Punchard-broker ha già messo i sigilli a 247 immobili, per un valore dichiarato di 48 milioni di euro, a 133 auto, a 5 imbarcazioni per un valore di 3 milioni e 944 mila euro, a 743 rapporti finanziari, a 58 quote societarie del valore di un milione e 944 mila euro. I beni localizzati all´estero sono un tesoro da 15 milioni di euro. Complessivamente la megatruffa ordita da società vuote che vendevano servizi telefonici inesistenti con ‘la compiacenza’ delle due società di tlc, ha procurato allo Stato un danno da 365 milioni di euro. In manette anche un ufficiale della guardia di Finanza, Luca Berriola. Tra gli arrestati il broker Marco Toseroni e l´avvocato Paolo Colosimo, coinvolto nel crac di Danilo Coppola. L´indagine ruota attorno al sodalizio criminale diretto da Gennaro Morkbel, un passato di estrema destra e amicizie nella banda della Magliana”. (red)

3. Titoli ko in borsa e ipotesi commissariamento

Roma - “E adesso? si chiedono gli azionisti di Fastweb e di Telecom Italia, che controlla al 100 per cento Telecom Sparkle, la società oggetto delle indagini della magistratura. La prima risposta – scrive IL GIORNALE - l’ha data la Borsa, che dopo una seduta molto concitata ha dato un sonoro schiaffo a entrambi i gruppi: Fastweb è crollata del 7,56 per cento, e ha chiuso a 15,05 euro; Telecom Italia ha perso il 2,87 per cento, a 1,083 euro. Ma la domanda se la pongono anche clienti, fornitori, dipendenti: tutti coloro che, in qualche modo, possono subire le conseguenze della bufera giudiziaria che ha travolto i due gruppi di tlc. I pubblici ministeri che indagano sul riciclaggio e la frode fiscale, oltre ad aver disposto 56 ordini di arresto, hanno richiesto il commissariamento delle due società: un esproprio dei poteri dell’azionista, seppur temporaneo; una sorta di ‘messa in sicurezza’ per la società perché tali comportamenti non si ripetano. Il commissariamento è stato richiesto in base alla legge 231 del 2001, che prevede sanzioni per le società che non predispongono misure idonee a evitare reati da parte dei propri dipendenti, da cui traggono vantaggio. La richiesta è stata sottoposta al Gip che si pronuncerà il 2 marzo dopo aver sentito le parti, che cercheranno di dimostrare l’estraneità dell’attuale gestione e l’impermeabilità dell’odierna organizzazione a nuovi rischi di questo tipo. Ricordiamo che le vicende contestate appartengono al periodo 2003-2006. Entrambe le società - accusate di associazione per delinquere transnazionale e di riciclaggio internazionale - si sono dichiarate ‘parte lesa’, e questo significa che potranno presentarsi parte civile nel procedimento.  

Le loro fisionomie sono diverse. Telecom Sparkle è l’unità di business del traffico internazionale di Telecom, ma con propria personalità giuridica. Ha alcune centinaia di dipendenti e un fatturato di 1,3 miliardi nei primi 9 mesi del 2009. L’attività internazionale - quella oggetto delle indagini - è invece una semplice divisione di Fastweb, cioè senza una propria autonomia; e oggi - fanno sapere dal gruppo - è un’attività quasi del tutto cessata. Non c’è dubbio, tuttavia, che questa mancanza di perimetro netto provoca un maggior impatto d’immagine su Fastweb, che ha migliaia di dipendenti e 1,5 milioni di clienti. Che Sparkle sia una società autonoma significa che il gruppo Telecom verrebbe investito in maniera meno pesante da un eventuale commissariamento (che riguarderebbe il solo complesso delle vendite di traffico internazionale all’ingrosso, tipicamente professionale), mentre diverso sarebbe il caso di Fastweb, che ha un’attività di retail molto capillare. Qui le conseguenze operative e d’immagine potrebbero essere di ampia portata. Cosa che ha indotto ieri la società a dichiarare ufficialmente, con un comunicato, di garantire ‘la continuità dell’attività ai clienti, ai 3.500 dipendenti e alle oltre 8.000 persone che lavorano per l’azienda’. Da qui al 2 marzo gli avvocati delle parti saranno impegnati per scongiurare l’ipotesi del commissariamento. Entrambe le società ritengono di avere ampie motivazioni. A Telecom Sparkle le indagini giudiziarie avevano provocato già al loro avvio, nel 2007, una serie di controlli interni che avevano fatto emergere situazioni poco chiare, portando all’immediata interruzione di contratti. Ulteriore ‘pulizia’ sarebbe stata fatta, per sicurezza, da Franco Bernabè, al suo arrivo alla guida del gruppo Telecom, nel 2008. A quello stesso periodo risale la sostituzione di Stefano Mazzitelli - per il quale è stato richiesto l’arresto - dal ruolo di amministratore delegato di Telecom Sparkle. Anche per Fastweb la linea sembra quella dell’aver ‘girato pagina’. Sergio Scaglia fu sentito nel 2007 per la prima volta, e sarebbe emersa allora, all’interno del gruppo, la necessità di porre le massime cautele a quei ‘caroselli’ di fatture che permettevano di vendere traffico all’estero senza Iva per poi ricomprarlo con l’Iva. Le società coinvolte erano, non a caso, soprannominate ‘cartiere’. Tale presa di coscienza indusse Fastweb a ridurre progressivamente l’attività di vendite di traffico all’estero, ormai - assicurano fonti vicine al gruppo - cessata. A Fastweb vengono contestati 38 milioni di Iva, a Telecom 300. Ieri sera Swisscom, azionista di controllo di Fastweb, ha dichiarato che al momento del suo ingresso, nel 2007, era a conoscenza delle accuse di riciclaggio e frode fiscale e sapeva dei rischi a cui andava incontro”. (red)

4. Truffe sull’Iva con la ‘ndrangheta

Roma - “Un´associazione a delinquere che ha utilizzato due società quotate in Borsa, Telecom Italia e Fastweb, per creare un danno al Fisco di 370 milioni e, gestendo un flusso di denaro di oltre 2,2 miliardi di euro, ha creato fondi neri e ricchezze all´estero. In parte questi soldi, sarebbero finiti in mano alla ‘ndrangheta, in particolare al clan Arena, che li avrebbe impiegati anche per organizzare l´elezione del senatore del Pdl, Nicola Paolo Di Girolamo. È questo lo schema che nelle 56 ordinanze di oltre 1600 pagine ha messo nero su bianco il giudice per le indagini preliminari, Aldo Morgigni, su richiesta dei pm Giovanni Bombardieri, Giovanni Di Leo e Francesca Passaniti. Ordinanze – scrive LA REPUBBLICA - che hanno disposto la misura cautelare in carcere per 52 persone e gli arresti domiciliari per altre quattro. L´associazione e i reati. Il reato è l´associazione per delinquere trasnazionale pluriaggravata e viene contestata tra gli altri a Silvio Scaglia, l´ex amministratore delegato di Fastweb e a Stefano Mazzitelli che aveva lo stesso incarico in Telecom Italia Sparkle. Ma i principali organizzatori sarebbero due Carlo Focarelli, che ha costituito e gestito le società fittizie, le cosiddette cartiere che avevano il compito di interfacciarsi con Telecom Italia Sparkle e Fastweb, il volto presentabile della truffa. E Gennaro Mokbel, che avrebbe invece curato la parte oscura, quella offshore, che permetteva di far sparire i soldi e che in parte li avrebbe condotti anche nelle mani della criminalità organizzata. E la potenza dell´organizzazione emerge nei capi di imputazione. ‘Insieme hanno commesso - scrive il gip - un numero indeterminato di delitti in materia di evasione fiscale (emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti), contro la pubblica amministrazione e l´amministrazione della giustizia (corruzione di pubblici ufficiali - tra i quali in particolare appartenenti alle Forze di Polizia - rivelazione di segreto d´ufficio, favoreggiamento ed altri), contro la fede pubblica (falsi in atti pubblici), contro il patrimonio (riciclaggio, intestazione fittizia di beni e reinvestimento di proventi illeciti); associazione transnazionale, perché operante in più paesi sia nell´Unione Europea che al di fuori, nella quale Fastweb e Telecom Italia Sparkle fungevano consapevolmente da cassa dalla quale estrarre le somme di denaro oggetto di successivo riciclaggio, in cambio dell´aumento dei crediti Iva verso l´erario, dell´aumento del fatturato e dei margini ottenuti grazie alla riappropriazione di parte dell´Iva, pagata alle società "cartiere".  

I vertici delle società. Gli inquirenti ipotizzano che i vertici di Fastweb e Telecom fossero a conoscenza del sistema delle cartiere. ‘Le modalità operative attraverso le quali Tis (Telecom Italia Sparkle) agiva - sostiene il gip - pongono con solare evidenza il problema delle responsabilità degli amministratori e dirigenti della società capogruppo alla quale appartiene Tis, ossia Telecom Italia spa’. Del resto le cifre riportate nell´ordinanza sono imponenti. Tra il 2005 e il 2007, Telecom Italia Sparkle avrebbe generato ricavi per 1,19 miliardi di euro con utile di 72 milioni. Le dichiarazioni dell´ingegner Gianfranco Ciccarella, direttore generale di Telecom Italia Sparkle, contenute nell´ordinanza vanno in questa direzione e danno conto comunque di un´attività di auditing interno: ‘I colleghi sono stati d´accordo e mi hanno peraltro annunciato che ne avevano parlato con i vertici e che ci sarebbe stata una auditing. Non mi hanno detto con chi avevano parlato ma ho ipotizzato che si trattasse di Ruggero’.La frode carosello e i fondi esteri- Si chiama così l´artificio con cui Telecom Italia Sparkle e Fastweb hanno creato per sé crediti Iva per milioni di euro. Tuttavia ‘la realizzazione di ingenti crediti fiscali - scrive il giudice - costituiva solo una parte delle condotte delittuose ideate da amministratori e dirigenti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle e forse, tutto sommato il lato meno significativo dell´intera operazione delittuosa’. ‘Le ingenti somme di denaro apparentemente spese per pagare l´Iva in favore delle cartiere consentivano a Fastweb e Telecom Italia Sparkle di realizzare fondi neri per enormi valori che costituivano l´oggetto primario delle attività di riciclaggio e di investimento fittizio realizzato da altri membri dell´associazione a delinquere’. Qui entra in gioco il secondo livello, quello creato e gestito secondo gli inquirenti da Mokbel.  

Gennaro Mokbel e le cosche calabresi. Sarebbero stai Mokbel e Franco Pugliese il legame con il lato oscuro dell´inchiesta, quella che sfocia nella ‘ndrangheta. Gennaro Mokbel è considerato il cervello dell´operazione. Nonostante ‘non ricopra - scrive il gip - cariche in alcuna delle società individuate’ e ‘collegate alla realizzazione delle operazioni illecite’. Viene definito dai giudici come ‘capo indiscusso dell´organizzazione le cui direttive criminali vengono perentoriamente eseguite da tutti gli associati’. È noto alle forze dell´ordine ‘come persona eversiva di destra e nel dossier della Polizia si legge che ‘il 9 maggio 1994 viene arrestato con Antonio D´Inzillo’, in seguito ‘ricercato come esponete di rilievo della banda della Magliana’. La Polizia sospetta Mokbel di "finanziare in Africa la latitanza di D´Inzillo. Assieme alla moglie Giorgia Ricci ‘continua a mantenere contatti sia telefonici che di persona con vecchi esponenti dell´eversione di destra, in particolare con Francesca Mambro e Valerio Fioravanti’, cui è stato vicino ‘anche attraverso rilevanti sostegni economici’. Secondo i magistrati, Mokbel ha contatti con la malavita organizzata in Calabria: ‘Ha promosso, organizzato e diretto anche la costituzione di un movimento politico strumentale agli interessi del sodalizio, avvalendosi dell´avvocato Nicola Di Girolamo, eletto al Senato’. In particolare ‘entrava in contatto tramite l´avvocato Colosimo con Franco Pugliese (già sottoposto a sorveglianza speciale per tre anni), imprenditore con rilevanti possibilità finanziarie e legato con vincoli di parentela con la famiglia della cosca ‘ndranghetista degli Arena (la figlia Mary risulta coniugata con Fabrizio Arena figlio di Carmine, uno degli esponenti storici degli Arena, ucciso in un eclatante agguato mafioso del 2004. Inoltre, Vittoria Pugliese, sorella di Franco, è sposta con Pasquale Nicoscia, assassinato ad opera della cosca Arena in risposta all´omicidio di Carmine’. L´elezione di Di Girolamo. L´associazione ‘si avvale - scrive il gip - di appartenenti a una pericolosissima cosca dell´ndrangheta calabrese (il clan Arena) per ottenere collaborazione e protezione per portare a segno un´operazione che segna il salto di qualità del sodalizio criminale sul piano delle protezioni ottenute, poiché venivano organizzati gravissimi brogli elettorali per ottenere l´elezione nella circoscrizione estero del senatore Nicola Paolo di Girolamo, mediante la creazione di una serie di falsi documenti che ne attestassero la residenza all´estero’. Sarebbe stata la ‘ndrangheta a reperire le schede elettorali a falsificare i voti di preferenza a favore di Di Girolamo.  

Le auto, le barche e i gioielli- I soldi venivano dirottati anche all´acquisto di bene di lusso, Di Secondo le carte dell´ordinanza, Di Girolamo aveva ottenuto una Bmw X5 e con Mokbel poteva utilizzare anche una Ferrari F430 e una Jaguar E. Mokbel invece aveva tutta per sé una Porsche 911. Ma il divertimento non era solo a quattro ruote, visto che nella disponibilità di Di Girolamo vi erano anche due barche Ferretti (45 Fly e 550). Del resto Mokbel è chiaro nelle intercettazioni. Uno dei problemi è come spendere i soldi. ‘ Noi stiamo a vive male, però, molto male! Ammucchiamo, ammucchiamo ma non famo mai un cazzo... mo´ tocca iniziare a spenderli sti soldi. Massimo, Pinocchio (che secondo gli investigatori è l´amico e socio Marco Toseroni) è convinto che sulle gioiellerie, ha chiamato l´amministratore de Vancleef, ha un appuntamento st´altra settimana...’. In effetti, l´organizzazione, oltre alle auto, compra un po´ di gioiellerie, negozi di abbigliamento, ristoranti e immobili. Tutti a Roma”. (red)

5. Scaglia: “Roba da matti, non capisco che succede”

Roma - “‘Ma è roba da matti!’. E’ passata da poco l’alba. Silvio Scaglia si trova in Sudamerica in missione di lavoro. Quando la moglie gli cede la chiamata del Corriere, lui ha appena saputo delle accuse dei magistrati. ‘Non capisco che cosa stia succedendo’, risponde. Sa che c’è un mandato di cattura? ‘Lo so, lo so, ma ancora non so il perché. Sono già stato interrogato sulla stessa materia agli inizi dell’inchiesta. Mi sembra davvero roba da matti’. E cosa pensa di fare? ‘Ho chiesto agli avvocati di concordare immediatamente il modo più opportuno per essere interrogato dai magistrati’. Ma lo sa che dentro all’inchiesta c’è anche il senatore Nicola di Girolamo? ‘Di Girolamo? E chi è?’. Negli stessi minuti – si legge sul CORRIERE DELLA SERA -, in Italia sono ormai di dominio pubblico le accuse di associazione a delinquere allo scopo di riciclare denaro ottenuto illecitamente. Il titolo Fastweb precipita in Borsa. La reazione del suo fondatore arriva con una nota ufficiale alle agenzie: ‘Scaglia è all’estero, ma si dice pronto a concordare un interrogatorio in tempi brevi per chiarire tutti i profili della vicenda. Riafferma comunque la sua estraneità a qualunque reato’. Sembrano passati mille anni luce da quando Scaglia, torinese, classe 1958, ingegnere elettronico laureato al Politecnico, manager di scuola McKinsey, era chiamato dagli amici in un solo modo: ‘il mago’. Erano gli anni in cui aveva preso in mano la Omnitel, trasformata da Francesco Caio in una società di telecomunicazioni mobili in grado di competere con il colosso Tim, e con una rapidità inimmaginabile l’aveva portata da 300 mila a 8 milioni di clienti. L’avventura è finita nel 1999. Per lasciare il posto a un’avventura ancora più ambiziosa. Con il finanziere Francesco Micheli fonda eBiscom: l’idea è di creare una rete in fibra ottica per distribuire internet, e poi telecomunicazioni e tv in ogni casa e ufficio nell’area milanese. A scavare nel suolo cittadino ci pensa la municipalizzata Aem, attraverso quella Metroweb partecipata dalla stessa eBiscom.  

Agli addetti ai lavori sembra un’autentica follia. O meglio, una scommessa industriale affidata a tecnologie inventate appena un nanosecondo prima, e la cui affidabilità è tutt’altro che certa. Invece la scommessa riesce: eBiscom, ormai diventata Fastweb e senza più l’Aem, diventa la seconda compagnia di telecomunicazioni su rete fissa in Italia. Da Milano s’è estesa ad altre regioni. Per Scaglia, cresce il rischio di farsi risucchiare nella routine. Così, alza ancora la posta. Nel 2007 vende Fastweb agli svizzeri di Swisscom e si lancia in una nuova impresa: Babelgum, una web tv on demand che lui definisce ‘un’alternativa a YouTube ma con prodotti professionali d’alta qualità’, e che riesce subito a far entrare in squadra una star mondiale del cinema indipendente come il regista Spike Lee. ‘In Babelgum ho buttato tutto me stesso, le mie risorse, la mia reputazione d’imprenditore’, spiega in quei giorni. Ormai Scaglia è un uomo ricchissimo. Solo con la cessione del suo 18,75% di Fastweb a Swisscom si è messo in tasca plusvalenze per 900 milioni di euro. Nel 2008 la rivista Forbes valuta il suo patrimonio personale in 1,2 miliardi di dollari e lo colloca al 13mo posto nella classifica dei Paperoni d’Italia, al 92mo nella graduatoria mondiale. In Italia passa sempre meno tempo. Resta nel consigli di Fastweb, ma la sua vita scorre fra Londra, l’Irlanda e una sequenza frenetica di passaggi in altri paesi del pianeta. Mantiene però la residenza di Ayas-La Thuile, in quel paesino della Val d’Aosta che da quando c’è lui figura al vertice della classifiche nazionali per reddito procapite. hi lo conosce bene s’aspetta di vederlo in Italia entro pochi giorni, per andare a rispondere alle domande dei magistrati nell’ambito di un’inchiesta che per lui data indietro di due anni. A ribadirlo, nella serata di ieri si è aggiunta anche Swisscom: ‘Sapevamo delle accuse di riciclaggio e frode fiscale contro Fastweb fin da quando la comprammo nel 2007, erano di pubblico dominio - ha spiegato il portavoce Josef Huber -. Sapevamo dei rischi cui andavamo incontro, tanto che sono stati calcolati nel prezzo d’acquisto. Siamo pronti a collaborare con le autorità italiane, come del resto ha già indicato Silvio Scaglia’”. (red)

6. Corruzione, venerdì il varo della legge

Roma - “‘Chiedete ad altri’, risponde Napolitano quando gli domandano un commento sugli scandali. Una frase che riflette la sua preoccupazione per una situazione che non si può liquidare con una battuta, vista la sua gravità. Anche Berlusconi – si legge sulla REPUBBLICA - è in allarme per l´ondata di arresti che tracima alla vigilia delle elezioni (e che potrebbe premiare la Lega a scapito del Pdl al Nord) ed è deciso a varare già venerdì la legge sulla corruzione e l´ineleggibilità che una settimana fa era stata stoppata nel consiglio dei ministri. Dovrà superare le resistenze interne al suo partito, soprattutto perché ora il nodo è quello se estendere ai candidati alle regionali e al Parlamento la regola per cui chi ha subito un rinvio a giudizio deve restare a casa. Renato Brunetta a Repubblica tv annuncia che il ddl anti-corruzione ‘verrà riproposto e sarà integrato con altre due parti’. Al ministro della Funzione pubblica ‘non basta l´inasprimento delle pene’, vuole ‘azioni di tipo preventivo’. Per sarà prevista la ‘pubblicazione on-line di tutto l´iter dell´appalto’. Il Pdl cerca di fare pulizia nelle candidature. Il coordinatore Ignazio La Russa, sull´operazione "liste pulite", spiega: ‘Chi ha un rinvio a giudizio a carico sarà invitato a non candidarsi, salvo che si tratti di reati marginali’. I tecnici dei tre ministeri, Giustizia, Funzione pubblica, Semplificazione, lavorano sulla possibilità di negare la candidatura per qualsiasi elezione anche chi è rinviato a giudizio. Ma sui parlamentari ci sono dei dubbi. Soprattutto perché Berlusconi è sotto processo per corruzione e lavora per bloccare i suoi dibattimenti. Tant´è che ieri al Senato è stato calendarizzato per il 9 marzo in aula il legittimo impedimento, in tempo per mettere al riparo il premier da casi Mills e Mediaset prima delle regionali.  

Insorge l´opposizione. ‘In nome della dignità, dell´autorevolezza e della decenza del Senato - commenta il capogruppo dei senatori Pd Anna Finocchiaro - mi sarei aspettata che la voce venisse depennata. Potevamo far vedere agli italiani che ci impegnavamo sui problemi veri dell´Italia, compresa la corruzione. Invece discutere di legittimo impedimento è un´indecenza’. Antonio Di Pietro parla di ‘giornata nera per la democrazia, visto che gli interessi di Berlusconi vengono prima di quelli del Paese’. La corruzione è il tema di fondo della campagna elettorale. ‘Non è una nuova Tangentopoli’ dice Schifani. ‘Si ruba per sé, ma è molto peggio’ aggiunge Casini che chiede un decreto anti-corruzione. ‘Il momento è grave. Di fronte a reati certi il Parlamento intervenga’ sollecita monsignor Fisichella, cappellano di Montecitorio. Montezemolo indica nella mancata riforma della pubblica amministrazione la causa della corruzione e Brunetta gli invia una polemica mail con il testo della riforma. Schifani risponde a Fini: ‘Chi è condannato in via definitiva subisce anche l´interdizione’. Piuttosto ‘i partiti non devono candidare chi è condannato anche non in via definitiva’”. (red)

7. Montezemolo: Lotta titanica anti-corruzione

Roma - “Battere l’idra della corruzione si può, con la meritocrazia e la qualità nella selezione delle classi dirigenti. ‘Voglio dirlo con chiarezza, la lotta alla corruzione è un’impresa titanica che occuperà quanto meno lo spazio di una generazione e richiederà sforzi comuni e grande lungimiranza’. Luca Cordero di Montezemolo – scrive LA STAMPA - apre la giornata di studi con cui s’inaugura alla Luiss, l’università di Confindustria, la prima School of Government italiana che, ritagliata sul modello francese dell’Ena almeno quanto la Normale di Pisa lo è sull’Ecole Normale, si propone di formare una nuova classe dirigente, di livello europeo. Il contesto, spiega Montezemolo, è nella necessità di ‘riqualificazione dell’élite pubblica, di una razionalizzazione del circuito che collega potere legislativo, esecutivo e primo ministro’. In una parola, una ‘riforma dello Stato e delle istituzioni’, scandisce Montezemolo mentre ad ascoltarlo c’è in prima fila Giorgio Napolitano, come ‘soluzione strutturale al gigantesco problema della corruzione’. Perché, spiega, ‘fintanto che l’azione dello Stato non sarà resa più efficiente e trasparente, fintanto che gli spazi di intermediazione tra la società civile e la cosa pubblica saranno molteplici e confusi, fintanto che il cittadino non potrà contare su una pubblica amministrazione pienamente funzionale e responsabile, le occasioni per il malaffare si sprecheranno, come in questi giorni’. Il richiamo all’attualità è fortissimo. Questi sono i giorni in cui il governo prova a correre ai ripari, con iniziative di legge e regolamenti di cui sono ancora indefiniti i contorni e incerta l’efficacia, per sottrarre la politica che governa il Paese alle ombre che su di lei si allungano proprio in periodo di elezioni. La politica - incalza ancora Montezemolo - ha una ‘precisa responsabilità, quella di non aver introdotto riforme adeguate’, quella di aver lasciato funzionare ‘una società fai-da-te, dove ci si arrangia anche con strade non corrette’.  

Due minuti, e le sue parole fanno il giro del piccolo mondo italiano: s’inalbera il ministro Renato Brunetta, ‘Montezemolo evidentemente è troppo impegnato e non ha ancora letto la mia riforma della Pubblica Amministrazione’. Altri due minuti, e squilla il cellulare del presidente della Fiat, è Brunetta, naturalmente, che gli preannuncia l’invio del testo per e-mail, che poi i due discuteranno nuovamente al telefono nel pomeriggio. A caldo, Montezemolo nota che ‘non si deve sempre vedere nelle opinioni diverse, specie se costruttive, un avversario. C’è bisogno di unità di intenti, non di demonizzare chi ha idee, magari diverse’. Nessun nome, nessuna replica personale. Esattamente come Giorgio Napolitano. Ai cronisti che ieri gli si sono avvicinati a via Pola, chiedendogli lumi, ha detto solo ‘Corruzione? Chiedete ad altri, grazie’. Ma intanto anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia prende la parola, ‘la scelta della legalità è l’unico modo per far crescere l’economia’. Occorre combattere la corruzione, ‘ma è importante che dopo le elezioni regionali non si rimandino ancora le riforme’. E’ una nuova Tangentopoli? le chiedono poi i giornalisti. Non sta a me dirlo, risponde, ‘ma servono controlli e regole chiare’. Poi l’attualità sembra sfumare nelle sessioni dedicate all’Europa, al suo futuro scritto nel Trattato di Lisbona, con Marc Lazard, Giuliano Amato, Yves Meny tra gli altri. Ma il nesso è interrotto solo apparentemente. Perché sta non solo in una ‘politica alta’ ma anche ‘nella qualità di una nuova classe dirigente di livello europeo’ la soluzione dell’anomalia italiana, che è poi il proposito formativo della School of Government”. (red)

8. Pdl, Berlusconi pronto a rivoluzionare il partito

Roma - “‘Mi sono pentito. Non c´è stata la fusione come la immaginavo io. Anzi, quelli di An hanno iniettato nel nostro partito il virus delle correnti. Forse si poteva studiare un´altra soluzione. Ma oramai dobbiamo fare i conti con quello che c´è’. L´amarezza è quella del "fondatore". Di Silvio Berlusconi, che aveva progettato di costruire il ‘primo partito italiano’ e di fare da levatrice ad un movimento politico di lungo periodo. Ora, però, quel ‘sogno’ si è trasformato in un incubo. Che agita i suoi sonni in maniera tanto energica da fargli proclamare persino il ‘pentimento’. Dopo il coinvolgimento del coordinatore Denis Verdini nell´inchiesta G8 – scrive Claudio Tito sulla REPUBBLICA -, la pentola del Pdl si è scoperchiata in un attimo. Con un tutti contro tutti che ha messo in mostra odi antichi e scontri recenti. Ha fatto nascere correnti e camarille. Basate su un solo presupposto: piazzarsi nel posto migliore in vista della "successione". ‘Ma io - ha avvertito il capo del governo - non ho alcuna intenzione di mollare’. Non solo. L´idea che qualcuno pensi al ‘dopo’ lo fa letteralmente infuriare. ‘Sono disgustato. Così non si può andare avanti e se perdiamo le regionali , cambio tutto’. E nella "rivoluzione" rientrerà anche il "triumvirato" Verdini-La Russa-Bondi. Tant´è che ieri il presidente del consiglio ha iniziato a sondare Claudio Scajola. ‘Faresti il coordinatore unico?’. ‘Solo se continuo a fare il ministro’, la risposta. Da qualche giorno, dunque, la sede del partito è attraversata dal fragore della lotta intestina. E i riflettori sono puntati su gli ex aennini. ‘Mi dicono - si è sfogato Berlusconi - che le loro correnti a livello locale stanno cannibalizzando tutto’. I "finiani" addirittura stano pensando a far nascere dei "Club" nel nome del presidente della Camera.  

Ma non solo loro si muovono. Anche la galassia degli ex forzisti si è messa in azione. ‘Fratelli coltelli’, è il motto più usato per descrivere il clima. E già, perché la guerra non è combattuta solo dagli uomini di Alleanza nazionale. A volte taglia trasversalmente le due componenti d´origine. Basti pensare che Verdini e Bondi sono soprannominati ‘parenti serpenti’. Un tempo ‘amicissimi’, adesso si odiano. Motivo? ‘Denis ha fatto asse con La Russa’, emarginando il ministro dei Beni culturali. Oppure è sufficiente leggere le ultime intercettazioni di cui è stato protagonista ancora Verdini nell´inchiesta fiorentina. ‘Io - sibilava conversando nel 2008 con Riccardo Fusi spiegando le nomine ministeriali - a Scajola non glielo fò il vice... A Vito sì’. Con Verdini ce l´hanno in molti: ‘Non ci ha mai difeso e non è mai presente’, è l´accusa che tutti i "peones" ripetono ad ogni piè sospinto. Ma un altro che nel Transatlantico di Montecitorio viene seguito con sospetto dai forzisti è il finiano Italo Bocchino. ‘Pensa di comandare con il gruppo dei napoletani’, si sfoga un deputato piediellino del nord. Con Bocchino, anche Mara Carfagna si è fata un bel po´ di nemici. Compreso il Cavaliere che non ha gradito la sua preferenza pubblica per Fini: ‘Dopo il Cavaliere vedo Gianfranco’, aveva detto. E il gruppo forzista se l´è legata al dito. 

 

Così, non a caso, sono usciti dal congelatore due iniziative messe in campo qualche mese fa. I "Club della libertà" di Valducci e i "Promotori della libertà" della Brambilla. ‘Ho avuto il via libera del presidente’, spiega il forzista della prima ora. I suoi Club serviranno a ‘fronteggiare quelli di An che si stanno impadronendo di tutto’. I "Promotori" brambilliani, invece, saranno dei "raccoglitori di voto": andranno porta a porta a convincere gli elettori, come "I comitati civici" messi in piedi da Gedda nel ´48. Sta di fatto che gli esponenti di Forza Italia non riescono a organizzarsi come quelli di Alleanza nazionale. Tante "microcorrenti" che fanno riferimenti a singoli ministri o plenipotenziari: Scajola, Pisanu, Valducci. Mai in grado, però, di fronteggiare la struttura dell´ex Msi. Non a caso da Palazzo Chigi è arrivato un via libera informale: ‘a questo punto strutturatevi pure voi’. Le correnti, però, stanno facendo a pezzo anche i vecchi assetti. Ad esempio: i due "colonnelli" Ignazio La Russa e Altero Matteoli non si parlano più da quasi due anni. Il ministro della Difesa ha dato vita al "Correntone di Arezzo" con Gasparri e Cicchitto. Quello delle Infrastrutture preferisce restare autonomo e coltivare il rapporto solo con il premier. Non più con Fini. Tant´è che l´inquilino di Montecitorio, della vecchia squadra non si fida più. Non considera più "fedelissimi" La Russa e Matteoli e su Gasparri è andato addirittura oltre: nei giorni scorsi ha chiesto a Berlusconi di valutare la possibilità di rimuoverlo dall´incarico di capogruppo al Senato. 

Anche Fini, dunque, inizia a piazzare le sue truppe. Tutti si muovono per il ‘dopo Berlusconi’. A Palazzo Chigi, ad esempio, c´è chi imputa pure al ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, di non essersi speso nella difesa della "squadra" sulle vicenda G8-Bertolaso-Letta. Il titolare del Tesoro, del resto, si è costruito un "plotone" di fedelissimi pronti a progettare un´altra "fusione a freddo": quella con la Lega. Per giocarsi la sua partita. E nel risiko complicatissimo del Pdl, Berlusconi ha dovuto aspettare un turno per "promuovere" il "suo" Gianni Letta a vicepremier". (red)

9. Fini: In ritardo sull’Europa, ed è lite con Bondi

Roma - “Gianfranco Fini definisce ‘dignitoso’ il modo con il quale lavora come ‘arbitro’, in quanto presidente della Camera, facendo il ‘meglio per garantire il regolamento e la Costituzione’, visto che ‘mi si contesta da destra e da sinistra’. Tuttavia questa condizione, che ‘non è quella dello Speaker di tradizione anglosassone che non può esprimere opinioni personali, non gli impedisce ‘di intervenire nel dibattito politico in assoluta libertà in base ai miei convincimenti’. Parla agli studenti della Residenza universitaria internazionale, un’organizzazione riconducibile all’Opus dei. E le sue parole provocano la puntuta reazione del ministro triumviro del Pdl, Sandro Bondi, irritato per alcune affermazioni fatte in quella sede. Si riapre così la fase del confronto che si era placata dopo l’aggressione a Berlusconi il 13 dicembre a Milano. Fini – scrive IL CORRIERE DELLA SERA - denuncia l’ignoranza della Costituzione da parte dei parlamentari. ‘Ho letto — dice— che hanno proposto di fare un test a punti per il permesso di soggiorno: gli immigrati conoscono la Costituzione? Sì, trenta punti... A me piacerebbe farlo alla Camera’. Fini sostiene poi che la politica è prigioniera dei vecchi schemi ideologici sinistra-destra, ‘più incline a guardare dallo specchietto retrovisore piuttosto che interrogarsi sul futuro, sulle sfide della società multietnica e multiculturale, sui nuovi parametri per definire la ricchezza del Paese’. Per lui ‘la politica di queste cose non si interessa perché si sente dire "sai ora ci sono le Regionali, fra due mesi le Comunali"‘. Ecco perché ammonisce che ‘c’è un tempo per la propaganda e un tempo per la politica, ma propaganda e politica non sono la stessa cosa. La politica non è solo gestione è qualcosa di più’. In altri Paesi gli scontri sono altrettanto aspri, ma ‘lì almeno si discute di più, da noi siamo in un ritardo politico culturale’. Ed ecco il passaggio che scatenerà più tardi la nota di Bondi: ‘Il mio cruccio— rileva— è che nell’ambito delle famiglie europee del centrodestra si è più aperti a certe novità, prendiamo per esempio il programma della Merkel e la sua agenda illustrata all’ultimo congresso della Cdu. Se io dicessi al Pdl di discutere di quei temi mi direbbero "sei un comunista"‘. Bondi premette che ‘alle questioni che pone Fini non si può sfuggire perché, benché spesso provocatorie, aprono una vera dialettica all’interno del nuovo partito’. Ma il problema avverte, ‘sono i contenuti e su questi si registra un reale dissenso’. Innanzi tutto sul programma della cancelliera tedesca. ‘Se dovessi esprimere un mia opinione personale — dice — non esiterei a dichiarare le mie perplessità verso un’accettazione acritica delle tendenze più diffuse della modernità’. Altro punto di contestazione, quello al quale Bondi destina le parole più accorate (e per certi aspetti velenose), riguarda il ritardo culturale del Pdl. Noi, rivendica ‘non siamo in difetto rispetto ad altri sulla discussione sul futuro’. Anzi è vero il contrario. Il partito e soprattutto il governo Berlusconi hanno espresso ‘una vera e propria egemonia culturale come ammettono alcuni onesti e acuti intellettuali della sinistra nel prevedere gli eventi e nel rispondere alla crisi che ha investito l’intera economia internazionale’. Insomma, il sottinteso è davvero pesante, meglio ‘alcuni onesti e acuti intellettuali di sinistra’ che Fini”. (red)

10. Il Pd si prepara a intese sul dopo-Silvio

Roma - “Gianfranco Fini batte un colpo e Massimo D’Alema risponde. È accaduto l’altro ieri – scrive Maria Teresa Meli sul suo dietro le quinte sul CORRIERE DELLA SERA -, quando il presidente della Camera ha parlato della necessità di riforme condivise e l’ex premier ha risposto positivamente. Accadrà domani, nuovamente, quando sia Fini che D’Alema discuteranno sul tema Il valore della nazione al tempo del federalismo nell’ambito di un convegno promosso dalla Fondazione della Libertà del ministro Altero Matteoli. L’iter immaginato dal presidente del Copasir e da quello della Camera viene delineato da Luciano Violante: ‘Dopo le elezioni regionali è necessario riprendere il cammino delle riforme’. Detto così può sembrare surreale. E infatti Pier Luigi Bersani si affretta a precisare che le prime riforme da fare sono quelle economiche, perché il resto, in questo particolare contesto della vita del Paese, ‘suonerebbe stravagante’. Precisazione obbligatoria, per il responsabile Welfare del Pd, Beppe Fioroni, secondo il quale ‘la gente ci ricovererebbe se in questo clima sociale ci mettessimo a parlare della bozza Violante’. Assolutamente vero. Ma non è di riforme, in realtà, che si parla. È che su quell’argomento si incrociano i giochi politici di chi lavora, dall’una parte e dall’altra della barricata, al dopo-Berlusconi. Che Fini stia dandosi da fare per raggiungere questo obiettivo ne è convinto per primo il presidente del Consiglio stesso. E D’Alema fa da sponda all’ex leader di An perché non esclude che l’attuale governo possa cadere prima del tempo, magari grazie a un risultato negativo alle elezioni regionali. Ma sulle ‘riforme condivise’ il Pd gioca anche un’altra partita. È su questo terreno che D’Alema spera di riagganciare Pier Ferdinando Casini, perso lungo la strada delle Regionali, dopo che in Puglia Nichi Vendola ha battuto alla grande, alle primarie, il candidato del presidente del Copasir. Già, perché con Casini il Pd vuole assolutamente stringere un’alleanza in vista delle elezioni del 2013. ‘C’è ancora molto da lavorarci ma di tempo ne abbiamo’, è la convinzione di Bersani, il quale non esclude a priori che possa essere alla fine proprio il leader dell’Udc il candidato premier del centrosinistra. Anzi del ‘nuovo centrosinistra’ come lo ha già battezzato il presidente del Copasir. Goffredo Bettini, politico navigato che conosce bene i protagonisti della politica "made in Pd" è convinto che finirà così: ‘Stanno preparando la candidatura di Casini e secondo me uno come lui potrebbe andare bene e attirare molti consensi’. Del resto, persino il leader di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, di fronte all’ipotesi di appoggiare Casini come candidato premier non sbatte la porta: ‘Perché no? Per battere Berlusconi mi alleerei anche con lui’. E Casini? Lui aspetta. E per ora non si espone. Nemmeno sul tema delle riforme. Né tanto meno per fare da sponda a Fini con cui non è più in buona. Ma il leader dell’Udc continua a guardare al Partito democratico come primo interlocutore: ‘Ora — spiega ai fedelissimi — il Pd deve dimostrare di essere diverso da quello che era prima e deve cominciare a parlare con una voce sola. Dopodiché se ci sarà un’effettiva evoluzione noi siamo pronti a confrontarci con il Partito democratico’. E nei palazzi della politica, con un certo anticipo rispetto ai tempi e alle imprevedibili evoluzioni della situazione italiana, rimbalza un’indiscrezione: che alle prossime elezioni il Pd intende portare il tandem Casini candidato premier, Bersani vice”. (red)

11. Pd a Bonino: Basta scioperi, pensi a vincere nel Lazio

Roma - “Il vicesegretario del Pd Enrico Letta mostra gli ultimi sondaggi, quelli di ieri. Lazio: 49 per cento Polverini e coalizione di centrodestra, 48 Emma Bonino. Così fa anche più male la protesta della leader radicale. ‘Questa partita possiamo vincerla. Perciò Emma lasci perdere lo sciopero della fame e si concentri sulla campagna elettorale’, taglia corto Letta. Franco Marini - si legge sulla REPUBBLICA - non ha mai avuto i dubbi di altri cattolici e dell´area popolare sulla candidata del Lazio. L´ha sempre considerata competitiva, non gli ha mai fatto velo il passato di battaglie malviste dal Vaticano. ‘La penso allo stesso modo, la Bonino ha tutte le caratteristiche per fare bene la presidente della regione. Ma adesso la candidata di una coalizione ha il dovere di un impegno straordinario per vincere la sfida’. In una parola, basta. ‘La battaglia richiede dedizione assoluta’, insiste l´ex presidente del Senato. E nessuna distrazione. Ieri Pierluigi Bersani ha telefonato alla Bonino. Le ha garantito l´impegno del Pd per la raccolta delle firme a favore delle liste radicali. Un soccorso democratico che risponde a un bisogno immediato. ‘Io sono sereno’, ripete il segretario Pd. La leader radicale insisterà con il governo per una rettifica delle norme sulla presentazione delle liste. È una toppa, quella del Pd, ma serve ad arginare il malumore dei democratici contro la candidata. Per motivi diversi, nel partito si respira un´atmosfera di irritazione per Emma. I cattolici non l´hanno mai avuta in simpatia. Girano per il Transatlantico con l´aria di chi pensa ‘ve l´avevo detto’. Beppe Fioroni non ha dubbi: ‘Sono antico e non mi piace la politica moderna. Mi devono spiegare, Pannella e Bonino, come si può fare la campagna di tutti nel Lazio e andare contro il candidato del Pd in Lombardia’. Brucia ancora l´assenza di Bonino alla presentazione dei candidati del centrosinistra a Roma, per di più nella città chiave della sua sfida. Al dissenso dei militanti la radicale risponde così: ‘Sono stata Rieti, a Viterbo, in tutti gli ospedali, ai mercati. Nessuno mi può dire che non sto facendo campagna elettorale. Ma decido io dov´è importante stare e quando. L´appuntamento di lunedì si può recuperare’. Rosy Bindi ha parlato di ‘slealtà di Emma’, di dubbi confermati sull´affidabilità radicale. La Bonino, a 28 minuti, ribatte: ‘Invece di criticarmi Rosy mi dia una mano nella battaglia di legalità’. La candidata del Lazio sta facendo lo sciopero della fame e della sete per contestare gli ostacoli nella raccolta delle firme per le liste e per l´assenza radicale nelle reti Rai.  

Ma questo oscura la partita del Lazio? Rosa Calipari, dirigente della mozione Marino, la più vicina alle posizioni della Bonino, sostiene la sua battaglia: ‘Trasparenza, legalità: sono lotte sacrosante. Emma è coerente con la sua storia personale e politica. La campagna sulle regole non la distrae e mi sembra che ci sia piena disponibilità a sostenerla, dopo le prime resistenze’. Giovanna Melandri continua ad avere il dente avvelenato con i radicali per il regolamento sulla par condicio che cancella i talk show. ‘Sulle regole invocate dalla Bonino dobbiamo essere chiari: condivido la battaglia per le firme, considero miope e incostituzionale il voto della Vigilanza del radicale Beltrandi. Comunque - dice la Melandri - siccome nel Lazio si può vincere sarebbe bene che Emma tornasse a fare campagna a tempo pieno’. Commenta sconsolato Paolo Gentiloni: ‘La Bonino è Bonino, prendi tutto il pacchetto’. Tace invece Dario Franceschini il primo a dire in pubblico che lui non avrebbe mai candidato la vicepresidente del Senato: ‘Non voglio far male alla causa’. La causa, negli ultimi dati demoscopici, sembra avere qualche chance di successo. Il Pd ha chiesto rilevazioni sulle regioni chiave e in bilico. In Piemonte la Bresso è 52 a 49 sull´avversario, in Liguria è in testa anche se di poco, in Puglia i numeri dicono 46 Vendola, 41 Palese, 13 Poli Bortone. E il Lazio è sul filo. Per questo Bersani e Bonino hanno stabilito un filo diretto.”. (red)

12. Pannella: Emma potrebbe ancora ritirarsi

Roma - “I malumori del Pd – scrive la REPUBBLICA - sono l´ultimo dei suoi problemi: ‘Non me ne frega niente’, dice Marco Pannella chiuso nella sede radicale di Torre Argentina per l´ennesima riunione con Emma Bonino e gli altri dirigenti del partito. ‘È la battaglia di legalità che mi interessa: 47 milioni di italiani che non sapevano niente della fase pre-elettorale, della raccolta di firme per le liste, della corruzione rispetto alla legge, non solo quella per il denaro o per il sesso, della Rai che non dà voce a noi e ad altri’. La minaccia di un ritiro della Bonino nel Lazio è ancora in piedi? ‘Valutiamo giorno per giorno, con vigore e con umiltà, l´ipotesi di una scelta responsabile’. Per capirci, gli elettori del Lazio possono essere sicuri di trovare la Bonino candidata il 28 marzo? ‘Assolutamente no. Non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro’. Allora? ‘Siamo sempre stati capaci di trovare soluzioni terze, vedremo’. L´assenza della Bonino all´assemblea dei candidati del centrosinistra non era dovuta solo a un problema di agenda, quindi. ‘Perché, la cerimonia dei governatori era un grande evento? Era il centro della politica? Secondo me no. Comunque non c´erano nemmeno Errani e Penati. Dovrebbero apprezzare la prudenza di Emma, che non voleva far coincidere l´inizio del digiuno, la sua azione non violenta più dura, con l´appuntamento dei candidati’. Bindi parla di radicali sleali, altri dirigenti del Pd sono preoccupati per una campagna elettorale oscurata dallo sciopero della fame e della sete. ‘Alla Bindi abbiamo risposto: occupatene anche tu della battaglia di legalità. Noi radicali saremmo lietissimi di difendere la legge assieme a qualcun altro. Questo è quello che ci preme: restaurare immediatamente la legalità. E lo diciamo anche al Pd, certo’.  

Perché dovrebbero aiutarvi in Lombardia dove vi presentate contro il loro candidato? ‘Ma di che parlano. Noi contro Penati? Non è vero. Vogliamo che ci sia un´opposizione ampia al governo partitocratico e ladro della Lombardia. Penati, anzi, è uno dei più decenti, ma vogliamo condurre la nostra battaglia contro il regime lombardo dei misfatti clericali’. Fate la campagna elettorale o lo sciopero della fame? ‘Sono la stessa cosa. Se uno vuole fare la battaglia fedaralista regionale lo fa lottando contro le vandee, contro chi non applica le leggi regionali. E Bersani non fa l´apologia di Emma perché è una fuoriclasse, competente e brava, ma perché è una radicale come lui lo sa benissimo. Emma non è autocandidata, è in pista dallo scorso giugno. Per il Pd’. Qualcuno sospetta che perso per perso il Lazio puntate a fare il pieno dei voti di lista. ‘A noi interessa perdere il Lazio? Ma cosa dite. Mica siamop masochisti, non siamo affetti da manie suicide. Quello che cerchiamo è imporre a destra e sinistra l´abc delle regole democratiche’. Sono bene accette le firme del Pd? 

‘Fa piacere che i democratici si pongano il problema in modo radicale, questo sì. Ma sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. È solo un´alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico. Detto questo, a noi interessa stanare la questione giuridica’. Dopo la garanzia di Bersani il digiuno può essere interrotto? ‘Noi vogliamo raccontare, come la Arendt, la banalità del male, il senso di un regime che dura ormai da tre o quattro generazioni e che ha creato un´antropologia ancora più del Ventennio. È quello che facciamo da 30 anni e che continueremo a fare’”. (red)

13. Par condicio, no del Pdl a modifiche

Roma - “‘Non ci sono le condizioni per modificare il regolamento’. Alessio Butti, capogruppo del Pdl in commissione di Vigilanza sulla Rai, ieri sera ha risposto così al presidente Sergio Zavoli che all´inizio della riunione aveva chiesto se la maggioranza ‘intendeva aprire spiragli per riprendere la discussione’. Niente da fare, ha spiegato Butti: ‘Il regolamento è stato votato, ampiamente discusso. Si tratta di uno strumento utile per dare il massimo dell´informazione all´opinione pubblica’. Dunque si va avanti così è i talk show tipo Annozero di Santoro rischiano la chiusura. ‘Ci inventeremo qualcosa per andare ugualmente in onda la prossima settimana’, ha commentato il conduttore di Ballarò Giovanni Floris. La risposta del centrodestra – si legge sulla REPUBBLICA - ha molto amareggiato Zavoli che nei giorni scorsi aveva pensato e creduto che ci fossero spazi per una mediazione. Un´amarezza che il presidente ha espresso a fine seduta in un breve intervento, ripetendo più volte che aveva avuto segnali e assicurazioni che la vicenda poteva essere riaperta. Il presidente alla fine ha però detto di’non avere rimpianti’. Perché, ha spiegato, ‘questa cosa ha avuto una gestione extramoenia’. Un atto di accusa verso i vertici del Pdl, forse verso lo stesso Berlusconi, che dopo avere garantito un dialogo, avrebbero chiuse le porte. ‘Io - ha aggiunto Zavoli - non voglio e non posso fare il processo ai rapporti che i miei colleghi hanno con i partiti,. Ma non posso non prendere atto che di colpo è mutato il clima. Si è persino detto che io avrei tirato per la giacca il presidente della Repubblica per tenere in piedi la mediazione: non mi sono mai sognato di portare la mediazione nei palazzi dove si esercita la garanzia per tutti’. La "tirata di giacca" sarebbe avvenuta sempre ieri, quando il vertice della Vigilanza ha incontrato il presidente della Repubblica nell´ambito di un seminario sul pluralismo. Ma durante l´incontro si è parlato del regolamento solo quando Zavoli ha riepilogato la vicenda par condicio. Giorgio Napolitano si è limitato a ribadire il suo apprezzamento per la conduzione della Vigilanza, invitando Zavoli a continuare sulla strada del confronto e della responsabilità condivisa. Il capo dello Stato ha anche fatto un paragone con il dibattito parlamentare sulla Protezione civile, esprimendo il suo compiacimento per il dialogo che si è sviluppato. Napolitano ha anche commentato un messaggio al seminario di Carlo Azeglio Ciampi, dicendo che condivide in pieno il senso del messaggio sul pluralismo che l´allora presidente della Repubblica inviò alle Camere nel 2002 e che per questo motivo non ha finora sentito il bisogno di intervenire sull´argomento. Una giornata convulsa quella di ieri per la Rai, vissuta in attesa della riunione serale della Vigilanza. Ma in mattinata Paolo Garimberti, presidente della Rai, era stato molto duro. Sul regolamento, della Vigilanza Garimberti ha detto: ‘Se la devono cavare loro. Noi abbiamo già detto cosa facciamo: applichiamo leggi e regolamenti’. Ma il presidente ha aggiunto che ‘tv, democrazia e costituzione ‘si declinano se non si mettono troppi lacci all´azione dell´informazione. Se tutto deve essere regolamentato allora non ci sono né democrazia né pluralismo né informazione’. La parola passa ora all´Agcom che si riunisce oggi per decidere il regolamento per le tv private”. (red)

14. Travaglio: Non lascio Annozero

Roma - “Michele Santoro e Marco Travaglio che litigano e si lasciano come una vecchia coppia ormai usurata da troppa convivenza? Ma quando mai. È vero che l´edizione di ieri de ‘Il Fatto’ - si legge su REPUBBLICA - aveva ospitato un epistolario fra i due lungo una pagina. Ed è anche vero che Michele Santoro ha pronunciato una frase subito diventata il titolo principe delle agenzie di stampa che suona così: ‘Caro Marco, se te ne andassi da "Annozero", non sarebbe una tragedia...’. Ma è anche vero che, dopo la tempesta, c´è un happy end. Anticipiamo subito agli estimatori del programma che la coppia non è scoppiata. Domani li vedremo nuovamente insieme nell´arena tivù, magari alle prese con Maurizio Belpietro (direttore di "Libero") e Nicola Porro (vicedirettore de "Il Giornale"), proprio i due ‘sparafucile’, come li chiama Travaglio, che giovedì scorso gli hanno fatto perdere la pazienza. Santoro - ed è questa la novità - preannuncia l´introduzione di ‘un galateo condiviso’. Obiettivo: evitare che gli ospiti si scannino tra di loro e vadano fuori tema. Un´iniziativa che soddisfa Travaglio: ‘Io lasciare il programma? Tutte sciocchezze uscite in queste ore. Non ho mai pensato di farlo. Sarebbe darla vinta a questi personaggi e al loro padrone’. Fine della storia, con gran delusione di ‘Libero’ (titolo di ieri: ‘Santoro scarica Travaglio’). Però, insomma, il cortocircuito c´è stato. Tutto nasce una settimana fa quando Porro, invece di parlare di Bertolaso e del sistema degli appalti, fa quella che Santoro considera ‘una banalissima insinuazione’. Tira fuori la storia, già chiarita, di Travaglio che ha frequentato un sottufficiale dell´Antimafia, in seguito condannato per favoreggiamento. Fulmini, scintille, insulti. Porro e Belpietro da una parte, Travaglio, che non si sente difeso, dall´altra. Alla fine della puntata, parte una lettera aperta del giornalista all´amico conduttore: ‘Forse la mia presenza sta diventando ingombrante? Che faccio?’.  

Uno sfogo che qualcuno interpreta come: ‘O mi togli quei due dai piedi, o me ne vado’. ‘Mai detto questo’, assicura la star di "Annozero". Tant´è, la risposta di Santoro mette in chiaro che non si può chiedere ad un programma di diventare un´altra cosa. Travaglio è stanco, stressato dal confronto con gli ospiti indigesti? Travaglio lo rimprovera e parla ‘come un membro della vigilanza’? ‘Con grande amarezza’, gli scrive Santoro, prenderei atto di una tua eventuale decisione di ‘prendere le distanze’. Peccato, però, per il lavoro fatto insieme, per ‘il torto fatto ad un pubblico assai grande’, ma, insomma, il tuo addio ‘non sarebbe una tragedia o una catastrofe irreparabile’. Messaggio netto, un filo ruvido. Per Santoro gli ospiti, anche quelli in quota berlusconiana, non sono solo, come ritiene Travaglio, ‘un prezzo pagato alla par condicio’, ma fanno parte della narrazione, dell´andamento stesso del programma, costruito anche per scatenare ‘passioni viscerali’. Travaglio, che non è ‘un animale televisivo’, e ammette di essere stato ‘stanco e nervoso’ giovedì scorso, vive invece Porro e Belpietro come ‘guastatori’, in studio solo ‘per calunniare’. Dice: ‘Ci vorrebbe un sistema di sanzioni per chi divaga e diffama. Che ne so, un cartellino giallo, le luci che si spengono, una sirena...’. Gli darà ragione Michele? Come sarà la prossima puntata? Risposta a voce, ieri: ‘Si va avanti come sempre. Marco ha un tale rilievo pubblico con il suo intervento in trasmissione che va garantito agli altri ospiti un eccesso di critica. Dico eccesso e non abuso. Marco ha posto un problema serio, pur riferendosi ad una serata che non è stata scorretta. Lavoreremo ad un galateo condiviso, sentendo anche il parere di Belpietro. Nessuno vuol bloccare il diritto pieno ad argomentare ma ci deve essere un modo per riportare la discussione nei binari’". (red)

15. Editoria, sbloccati i fondi per il 2010

Roma - “L’accordo tra galantuomini invocato dal Pdl, alla fine si è trovato. E dopo una giornata di braccio di ferro tra maggioranza e opposizione e, nel governo, tra Giulio Tremonti e Paolo Bonaiuti, - si legge sul CORRIERE DELLA SERA - la Camera dei deputati ha sbloccato i fondi all’editoria. Una boccata d’ossigeno per le testate di partito (tv, radio e giornali, su carta e on—line), che vedono ripristinato per il 2010 quel ‘diritto soggettivo’ ai finanziamenti che deriva dall’articolo 21 della Costituzione. Il cosiddetto decreto milleproroghe, in scadenza domenica 28 febbraio, sarà votato oggi dall’Aula di Montecitorio senza ricorso alla fiducia. L’opposizione, che sull’emendamento-editoria si asterrà mentre boccerà l’intero decreto, ha rinunciato a praticare l’ostruzionismo mantenendo solo 30 emendamenti e, in cambio, il governo ha evitato il voto su un testo blindato. ‘Noi siamo soddisfatti — è il commento a caldo del sottosegretario all’Editoria, Bonaiuti— Abbiamo tolto la fiducia e possiamo discutere in un clima più sereno’. Ma l’opposizione sperava di strappare due anni di proroga e molte testate rischiano comunque di chiudere. ‘Con questi argomenti non si va da nessuna parte— replica il portavoce del premier — Fino a ieri i fondi non c’erano e ora ci sono. Questo è un passaggio verso la riforma dell’editoria, che va fatta tutti assieme, bipartisan e al di sopra delle parti’. Alle calende greche? ‘No, entro ottobre o anche prima. Riformare è un obbligo, lo Stato non ha più i soldi che aveva al tempo delle vacche grasse. Dobbiamo rivedere tutto. E far vivere solo le testate che meritano’. Per sovvenzionare i fondi alle testate più piccole senza gravare sulle casse dello Stato, Tremonti aveva pensato di falcidiare i contributi indiretti alle grandi aziende editoriali. Ma la linea ‘morbida’ di Bonaiuti ha prevalso. I fondi tagliati dalla Finanziaria 2010 saranno ripristinati però il relatore in commissione Affari costituzionali, Giorgio Stracquadanio, avverte che ‘questo è l’ultimo anno, poi avranno diritto di esistere solo i giornali che hanno lettori’.  

Bonaiuti l’ha spuntata, eppure non è una vittoria completa. Se le spese dovessero eccedere le previsioni di bilancio, questo l’accordo raggiunto dietro le quinte di Palazzo Chigi, a ripianare i debiti sarà la presidenza del Consiglio. Il Pdl ha faticato non poco a trovare la quadra. Nel corso della giornata l’esame è stato più volte rinviato. ‘Sono ottimista’ dichiara alle 14 il presidente Gianfranco Fini, che ha coordinato la riunione dei capigruppo nella quale è stata trovata l’intesa sul voto senza fiducia. Per il relatore del Pdl in commissione Bilancio, Massimo Polledri, la mediazione bipartisan ‘è un compromesso più che accettabile tra l’esigenza di fare pulizia in alcune zone grigie, salvando però l’occupazione del settore’. A Red Tv, il canale satellitare vicino aMassimo D’Alema, non si stappa lo spumante: il ‘milleproroghe’ al momento non risolve il problema dei 14 giornalisti per i quali è stata annunciata la cassa integrazione dal primo marzo. L’emendamento del governo, che contiene il ripristino dei fondi, prevede anche dei tagli. A farne le spese saranno i giornali degli italiani all’estero, che vedono ridotti i contributi del 50 per cento. E, per il 2009, spariscono per metà dell’importo i fondi sull’acquisto della carta per quei giornali che stampano anche, in facsimile, nei Paesi extra Ue. E restano col fiato sospeso decine di testate, tra cui quotidiani storici come Manifesto, Avvenire, Padania e Secolo d’Italia”. (red)

16. Biotestamento, l’alimentazione potrà essere sospesa

Roma - “Alimentazione e idratazione ‘devono essere mantenute fino al termine della vita ad eccezione dei casi in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo’. Recita così – scrive LA STAMPA- un emendamento alla legge sul testamento biologico approvato ieri dalla commissione Affari sociali della Camera, e la cosa costituisce una piccola rivoluzione. In quanto la maggioranza aveva sempre fatto quadrato intorno all’idea che alimentazione e idratazione non potessero mai essere messe in discussione. Ora, invece, si prevedono delle eccezioni, e questo fa la differenza. Al punto che anche all’interno del centrodestra ci sono state posizioni molto critiche. ‘Non c’è stato alcun passo indietro - ha spiegato il relatore del provvedimento Domenico Di Virgilio (Pdl) - Nel testo si conferma che idratazione e nutrizione artificiale non sono terapie mediche e dunque non sono oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento (Dat). Non possono essere sospese, se non in casi eccezionali, quando cioè risultano inefficaci a fornire i principi nutritivi necessari al paziente’. Di Virgilio spiega, poi, che ‘a differenza del testo Calabrò, approvato dal Senato, ora si amplia la platea dei soggetti di riferimento: non solo le persone in stato vegetativo, per cui questi trattamenti non vanno mai sospesi, ma tutti coloro che in quel determinato momento siano incapaci di intendere e di volere, per esempio a causa di un coma ipotossico. Se davanti a questi malati terminali il medico ritiene idratazione e nutrizione inefficaci, può decidere di sospenderli’. Ma la cosa non è piaciuta a molti nel centrodestra. Le deputate Melania Rizzoli e Alessandra Mussolini sono uscite dall’aula della commissione al momento del voto e quest'ultima ha parlato di ‘svacco’ su un tema così delicato. Il mondo cattolico stesso - nonostante il consenso al provvedimento da parte di parlamentari di rigorosa ortodossia come Dorina Bianchi e Paola Binetti dell’Udc - ha qualche perplessità, espressa pubblicamente anche dal cardinale Ersilio Tonini.  

E’ tuttavia il Pd ad avere espresso le critiche più articolate. ‘L’ideologia porta al pasticcio - sostiene l’ex ministro Livia Turco -. La maggioranza ha di fatto introdotto la possibilità di sospendere la nutrizione artificiale ammettendo così che è un atto medico, a differenza di quanto sostenuto fino a qui. Inoltre non è chiaro in quali casi concreti sia possibile la sospensione e chi la decida’. 

Ignazio Marino, da medico, ritiene che ‘somministrare una terapia quando questa non è più efficace si chiama accanimento terapeutico oppure sperimentazione non autorizzata su esseri umani. Far passare un’ovvietà per un’apertura della destra sul testamento biologico è una presa in giro che umilia la professione medica’. Sferzante l’Idv: ‘L’emendamento di Di Virgilio - ha detto Antonio Palagiano - è inutile, velleitario e, a nostro avviso, non cambia di una virgola un testo anticostituzionale ed oscurantista’”. (red)

17. Teheran attacca l’Italia ma Israele pronta a colpirla

Roma - “Sparare sull’Italia per ammorbidire l’Europa e sfuggire le nuove imminenti sanzioni. L’Iran ci prova, ma senza gran successo. Anche perché – si legge sul GIORNALE - la voce del nostro ministro degli Esteri Franco Frattini, seppur più esplicita di altre nell’esigere nuove misure punitive contro Teheran, sintetizza non solo le posizioni statunitensi, ma anche quelle dell’Europa e del resto della comunità internazionale. E a far fronte comune con l’Italia, attaccata ieri dai portavoce iraniani, ci pensano sia la Francia confermando una posizione comune sull’Iran, sia il segretario generale della Nato, Fogh Rasmussen, chiedendo, in sintonia con Frattini, un impegno internazionale per fermare la Repubblica islamica. Ma a far paura a Teheran non c’è solo la politica. L’esibizione del nuovissimo super drone israeliano, l’enorme aereo senza pilota capace di volare per 24 ore e arrivare fin sopra i territori della Repubblica islamica - veleggiando silenzioso e invisibile a 12mila metri d’altezza - contribuisce ad aumentare il nervosismo e l’insicurezza. L’Iran sembra insomma consapevole di esser sempre più vicino alla fatidica ora zero, l’ora in cui potrebbe scattare non solo un raid punitivo israeliano, ma anche una più complessa azione militare targata Nato. Un’ipotesi cui allude anche Rassmussen quando parla di minaccia che può diventare ‘di competenza della Nato’.  

A Teheran dunque si preoccupano e provano a rompere il fronte comune che li circonda. Descrivere l’Italia come una nazione allineata con Stati Uniti e Israele, e quindi pregiudizialmente ostile, rientra in questa strategia difensiva. Insistendo su nuove sanzioni contro l’Iran ‘l’Italia mostra di essere sotto l'influenza della propaganda di altri Paesi’, tuona da Teheran il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Ramin Mehman-Parast. La presa di posizione arriva subito dopo le dichiarazioni di Franco Frattini che lunedì ha sollecitato l’adozione di nuove e più dure sanzioni davanti ai ministri degli Esteri dell’Unione europea. ‘Non possiamo accettare che l’Iran – dichiara il capo della Farnesina - continui a prendere tempo’. La sollecitazione innesca il monito iraniano. ‘I Paesi dell’Ue, come l’Italia o la Francia – spiega Mehman - non hanno motivo di essere preoccupati. Le nostre attività nucleari si svolgono sotto la sorveglianza degli ispettori internazionali e servono solo a rispondere ai nostri bisogni interni. Ma a quanto sembra la propaganda di alcuni Paesi ha il suo effetto su certi Paesi dell’Unione europea’. Poche ore dopo il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, reduce da un colloquio con il suo omologo francese Pierre Lellouche, conferma le posizioni comuni di Roma e Parigi sull’Iran. ‘Non possiamo accettare che Teheran continui a lanciare queste provocazioni. Riteniamo che l’Unione europea - dichiara Ronchi - si debba porre il problema delle sanzioni mirate’.  

Le preoccupazioni italo-francesi sono, in verità, sempre più condivise dalla comunità internazionale. La prima ad allarmarsi - dopo anni di equidistanza e di richiami alla moderazione sul nucleare iraniano - è l’Aiea (Agenzia internazionale per l’Energia Atomica). L’allarme dell’Agenzia dell’Onu è chiaramente espresso nel suo ultimo rapporto. Il documento - oltre a confermare l’arricchimento di piccole quantità di uranio al 20 per cento – sottolinea per la prima volta la preoccupazione per gli indizi che fanno pensare al tentativo di costruire una testata atomica destinata a venir montata su un missile. ‘Le numerose informazioni a disposizione - scrive il rapporto del 18 febbraio - destano apprensione e fanno pensare ad attività segrete presenti e passate collegate allo sviluppo di una testata nucleare missilistica’. Quel rapporto è preceduto dalla brusca svolta della Russia. Mosca dopo anni d’aperto sostegno alla politica nucleare della Repubblica islamica si è bruscamente smarcata da Teheran annunciando la disponibilità a votare le nuove sanzioni”. (red)

18. Spagna, sindacati rossi in piazza contro Zapatero

Roma - “No al ‘pensionazo’, all’aumento dell’età pensionabile da 65 a 67 anni a partire dal 2013. Per la prima volta dal 2004, da quando il premier socialista Zapatero è al potere, i maggiori sindacati spagnoli, il filo-socialista Ugt ed il filo-comunista Comisiones Obreras (CCOO), sono scesi ieri sera alle 19 in piazza a Madrid, Barcellona e Valenzia contro la proposta avanzata a sorpresa, a fine gennaio, dal capo dell’esecutivo. Un pesante avvertimento di rottura della pace sociale finora imperante. Ed anche un forte smacco per il leader della Rosa, che quando era all’opposizione era stato ribattezzato ‘Pancartero’ perché portava sempre le pancartas, gli striscioni, che aprivano le manifestazioni contro il governo del conservatore Aznar, a fianco dei sindacati che ora lo contestano. Segno dei tempi – si legge sulla STAMPA -, e della posta in gioco peri lavoratori, alle manifestazioni hanno partecipato decine di migliaia di persone. ‘A 67 años, ni de coña (neanche per scherzo)’, recitava un cartellone nella protesta più numerosa, quella di Madrid (60 mila persone per i convocanti, 9 mila per la polizia) a cui hanno partecipato i leader sindacali. ‘Zapatero deve ritirare la proposta - esigeva perentorio Toxo, segretario generale di CCOO -. Le future pensioni devono essere flessibili, i lavoratori devono poter scegliere se abbandonare il lavoro o no a 65 anni’. L’ex ‘Pancartero’ ha cercato di disattivare lo scontro sociale dichiarando prima delle proteste: ‘La riforma del sistema pensionistico è una proposta per un consenso nazionale, per il dialogo con gli agenti sociali. Il governo ascolta, non impone’. Anche il governatore di BankEspaña, Ordoñez, gli ha dato man forte: ‘La tormenta non è colpa del capitano della nave, ma è nelle sue mani ripararla prima che affondi’.  

In una Spagna che registra il più alto tasso di disoccupazione d’Europa (il 18,8 per cento, 4,3 milioni di senza lavoro), con un deficit all’11,4 per cento, e la recessione che dura da 7 trimestri consecutivi (e continuerà nel 2010), l’esecutivo deve tagliare le spese. La previdenza sociale è ancora in attivo (più 8,5 miliardi di euro nel 2009), ha un fondo di 62 miliardi ma le previsioni per il 2050 indicano che gli over 65 saranno 15,2 milioni, il doppio del 2010. E la spesa pensionistica, l’8,9 per cento del Pil quest’anno, arriverà a un insostenibile 15,5 per cento tra 40 anni. Non solo: le stime dell’Instituto de Estudios Superiores de la Empresa promettono che il sistema del finanziamento della previdenza sociale entrerà in rosso già nel 2015. Zapatero è tra l’incudine ed il martello. Se vuole tenere fede al piano di stabilità che gli impone di rientrare al 3 per cento di deficit nel 2013, oltre che tagliare 50 miliardi di spesa pubblica, deve aumentare l’età pensionabile, ma si trova contro i sindacati ed i partiti di sinistra. ‘La pressione dei mercati finanziari sta spingendo il governo a cambiare cavallo nel bel mezzo della corrente, e quando qualcuno ci prova, se lo porta via la corrente’, tuona Méndez, leader dell’Ugt. Le prossime elezioni sono nel 2012, i sondaggi vaticinano già una vittoria dei popolari di centro-destra, avanti di 6 punti sui socialisti. Ed il ‘pensionazo’ aumenterebbe ancor di più il distacco”. (red)

19. Turchia, generali alla sbarra

Roma - “I militari in Turchia – si legge sulla REPUBBLICA - non parlano mai. Ma, quando lo fanno, l´intero Paese resta in silenzio ad ascoltarli. Sarà per questo che ieri, ad Ankara, il grado di inquietudine si è alzato non poco nel momento in cui, dal quartier generale dello Stato maggiore delle Forze armate, è uscito un comunicato che diceva: ‘La situazione è grave’. Parole che alle orecchie allenate dei turchi sono suonate come una frustata. L´arresto annunciato lunedì dal premier Recep Tayyip Erdogan di 49 alti ufficiali, fra cui 17 generali, accusati di un progetto golpista nel 2003 sta scuotendo il Paese. E la reazione dei militari non si è fatta attendere. La nota è secca: ‘Una riunione alla quale hanno partecipato i generali e gli ammiragli delle Forze armate turche è stata organizzata oggi, nel quartier generale allo Stato maggiore, per valutare la situazione grave sopraggiunta con un´inchiesta condotta dal procuratore della Repubblica di Istanbul’. Fine. Ma l´apparente asetticità del documento non ha tratto in inganno nessuno. Un identico comunicato, non firmato, dal tono impenetrabile, pubblicato a mezzanotte su Internet sulla pagina web delle Forze armate turche, bloccò nel 2007 l´ascesa dell´islamico moderato Erdogan a capo dello Stato. Seguirono elezioni anticipate, la sconfitta dei partiti laici in cui i generali si riconoscono, e il compromesso di nominare alla presidenza della Repubblica il più tranquillo Abdullah Gul. Ma il Paese, per lunghi mesi, rimase con il fiato sospeso. La prima reazione delle Forze armate è dunque arrivata. Potrebbe essere però solo la fase iniziale. Confida a Repubblica una fonte diplomatica turca con ottimi contatti fra i militari: ‘La sensazione è che il governo stia provocando i comandanti per portarli a un´azione esasperata, mettendoli così definitivamente fuori gioco dopo l´inevitabile condanna dell´opinione pubblica internazionale’. Ma la trappola di un´induzione al colpo di Stato, benché il golpe sia nel Dna dei generali turchi, potrebbe innescare effetti rischiosissimi dagli scenari imprevedibili.  

A Istanbul ieri sono cominciati gli interrogatori degli arrestati. Tutti militari in pensione. Ma figure niente affatto secondarie, come gli ex capi di Esercito, Marina, Aeronautica, e l´ex vice capo di Stato maggiore. Non pochi osservatori concordano comunque sul fatto che Erdogan (ieri contestato a Madrid da un oppositore curdo che al grido ‘Kurdistan’ gli ha lanciato una scarpa) abbia dato l´annuncio della retata di generali all´estero, per rafforzare l´impatto delle sue parole e arrivare deliberatamente a uno scontro. Al centro della battaglia, il passaggio dei poteri fra la classe militare e quella anatolica rappresentata dal partito al governo. Per vincerla, il premier ha però una strada obbligata: quella delle riforme costituzionali. La Turchia si regge infatti su una Costituzione del 1982, nata dopo il golpe del 1980 e di chiara ispirazione militare. La riforma punta a fare del Paese una democrazia piena, con parametri europei, limitando i poteri delle Forze armate. I numeri per soddisfare questo piano tuttavia non ci sono in Parlamento, dove l´opposizione nazionalista si oppone duramente, sventolando l´ipotesi di una Turchia filoislamica. Nel paese il clima è di grande nervosismo. Ma anche l´Europa osserva il caso turco con attenzione: ieri la Commissione Ue si è detta ‘molto preoccupata’, chiedendo ad Ankara un´indagine ‘esemplare’ sui sospetti di tentato golpe. Le elezioni sono in programma l´anno prossimo, ma visto il calo dei consensi del partito di governo, l´opposizione spera in un voto anticipato. Erdogan ha però un asso nella manica: il referendum sulla nuova Costituzione, e promette di usarlo. Potrebbe farlo, già nei prossimi mesi. (red)

20. Studenti penalizzati se nascono al Sud

Roma - “Sei uno studente in una scuola del Sud? Basta questo per avere un anno e mezzo di ritardo nella preparazione rispetto a uno studente del Nord. Uno studente italiano, però. Perché il livello di conoscenze dei ragazzi meridionali equivale più o meno a quello degli stranieri nelle scuole del Nord. Un quindicenne su tre di quelli che ogni giorno entrano nelle classi dalla Campania alla Calabria, isole comprese, non raggiunge la soglia minima delle conoscenze definita a livello internazionale. Un risultato drammatico – riferisce LA STAMPA -, anche perché prescinde da ogni altra considerazione. Lo studente non può farci molto, la pochezza della sua preparazione è condizionata unicamente dal contesto, dal semplice gesto di frequentare una qualsiasi scuola del Sud. La Fondazione Agnelli ha analizzato anche quest’anno lo stato della scuola in Italia nel suo Rapporto che verrà presentato ufficialmente oggi e il quadro che emerge non è affatto lusinghiero. L’indagine si basa sui dati Ocse-Pisa, l’esame condotto tra gli studenti delle secondarie dei Paesi Ocse per confrontarne le conoscenze. Gli studenti italiani delle superiori sono fra i pochi al mondo ad avere preparazioni molto diverse semplicemente per aver frequentato una scuola piuttosto che un’altra. E si parla di divari fra istituti pubblici, non privati. Le cause - sottolinea il rapporto - sono per il 15 per cento legate alle differenze tra regioni, e per il 37 per cento a differenze tra scuole in una stessa regione. Insomma, ‘i fattori contestuali - quelli scolastici in misura maggiore di quelli regionali - giocano più delle capacità personali’. In altre parole anche un genio inserito in una scuola scadente non potrà raggiungere risultati eccellenti. E il merito non sempre risulta premiato. Non è che tutto il Sud sia allo stesso livello e tutto il Nord meraviglioso. A Trento e Bolzano ‘non importa a quale scuola sei iscritto, otterrai comunque dei buoni risultati’, spiega il rapporto. Con uno svantaggio: costano, sono inefficienti: in quelle del Trentino per ogni punto Pisa si spendono 165 euro. In Veneto dove i risultati in termini di preparazione sono comunque fra i più soddisfacenti in Italia di euro se ne spendono 113 per ogni punto Pisa. In Puglia e Campania accade l’opposto: non importa in quale scuola ci si iscrive, sono tutte più o meno mediocri. E per quella mediocrità in Campania si spendono 126 euro per ogni punto Pisa ottenuto dagli studenti, un po’ di meno in Puglia, 119 euro. Sicilia, Sardenga e Basilicata, invece, sono le regione in cui si spende tanto e si ottiene una preparazione del tutto inadeguata.  

Diverso è tra le regioni anche il livello di spesa. Al Sud si è sempre al di sopra del 4 per cento del Pil con una punta del 6 per cento in Calabria. Al Nord, invece, (almeno nelle regioni a statuto ordinario) la quota di Pil destinata all’istruzione scolastica è sempre inferiore al 3 per cento con il minimo di spesa in Lombardia (2,2 per cento) e in Emilia Romagna (2,3 per cento). E’ da queste differenze tra regioni che dovrà dipendere anche ogni decisione futura sul federalismo scolastico, ricorda il rapporto. Le differenze nella spesa dipendonono da vari fattori. Le regioni meno popolate avranno plessi di minori dimensioni. In alcune regioni c’è maggiore ricorso al tempo pieno che rappresenta un notevole aumento dei costi: sono quelle del Nord dove maggiore è il numero di donne che lavorano, ma anche in Basilicata. E, quindi, come avverte il rapporto ‘un quadro così articolato richiede un serio sforzo analitico per essere compreso in tutte le sue sfumature, e certo mal si adatta a una cornice politica smaniosa di creare rappresentazioni duali’”. (red)

Convergenze bipartisan contro i fumatori

Papessa al volante pericolo costante