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No Dal Molin: solo testimonianza

Il 31 gennaio scorso qualche decina di attivisti del Presidio No Dal Molin, l’ala dura del movimento contro la seconda base americana a Vicenza, hanno violato l’area off limits dei lavori di costruzione della futura caserma statunitense. Ieri una cinquantina di loro ha occupato gli uffici della Regione Veneto nei quali è stata realizzata la Valutazione d'Incidenza Ambientale sul progetto statunitense al Dal Molin, attaccando striscioni e manifesti che denunciano l'illegalità del cantiere in corso. Dimostrazioni illegali o borderline, certo, ma appunto dimostrative. Il che equivale a dire due cose: primo, che ormai il movimento degli irriducibili è di fatto impotente, dovendo limitare la propria azione a blitz simbolici; secondo, che gli spauracchi agitati in passato sulla calata dei barbari, su una possibile Genova 2, su uno stato di perenne agitazione col pericolo di scontri e sangue per le strade, erano fantasie messe in circolo ad arte. Per conoscenza diretta di chi vi milita, possiamo senz’altro dire che il Presidio di Rettorgole non è composto da teste calde, e a cui per giunta non passa per l’anticamera del cervello di tentare il tutto per tutto. Per farlo, avrebbero bisogno delle decine di migliaia di persone comuni che invece hanno i loro omologhi No Tav in Val Susa. Qui mancano le migliaia, ci sono solo le decine. Un’ex costola del Presidio, la già consigliere comunale leghista Franca Equizi, accusa i capi di Rettorgole di aver venduto in malafede la lotta "no base" per qualche candidatura alle regionali nell’area rosso-verde, o per ottenere un nuovo centro sociale dal compiacente sindaco del Pd Achille Variati. Certo è che il No Dal Molin, a corto di seguito fra i vicentini (che non sono della pasta dei valsusini, sono democristiani dentro), è diventata ormai una battaglia di testimonianza, quanto meno ai fini pratici di bloccare i lavori. Ma come laboratorio politico, il tendone di Rettorgole potrebbe diventare una testimonianza fertile, dove far circolare pensieri realmente “non conformi” e sperimentare pratiche davvero alternative. E non ci sarebbe proprio niente di male, nel trasformare la ragione sociale da impossibile ultimo ridotto anti-ruspe a centro di aggregazione politica in senso ampio e in pianta stabile. Purtroppo, fin qui, poco e niente di tutto questo. Il massimo del brivido è stato ascoltare quel vecchio arnese neo-marxista di Toni Negri…  

 

Alessio Mannino

 

Secondo i quotidiani del 25/02/2010

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