Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 25/02/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Google condannata e gli Usa protestano” e “Telefonia, politici nelle carte”. Editoriale di Massimo Gaggi: “L’equilibrio dei diritti”. Al centro: “L’Inter passa la prima lezione d’inglese” e “Sequestrati 300 milioni alla controllata Sparkle. E Telecom rinvia il bilancio”. In basso: “Il Lambro, il Po e la nostra stupidità” di Ermanno Olmi.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “La ‘ndrangheta in Parlamento foto incastra il senatore del Pdl”. Editoriale di Roberto Saviano: “Ribellarsi allo scandalo”. Di spalla: “Video-shock su Google condannati al carcere”. Al centro: “Telecom rinvia bilancio e piano industriale”, “Appalti, Balducci usava cellulare dei servizi segreti” e “Berlusconi, un miliardo in cassaforte”. In basso: “Il gran ballo degli onorevoli” di Stefano Benni, “Paura Lambro, il fiume nero ora minaccia anche il Po” e “Orca uccide l’addestratrice nel parco della Disney”.  

LA STAMPA - In apertura: “Riciclaggio, rientra Scaglia”. Editoriale di Luca Ricolfi: “Intercettare a patto di razionalizzare”. Di spalla: “Protestano gli Usa. Google condannato per il video sul disabile” e “La libertà e l’anarchia”. Al centro: “La ‘ndrangheta a caccia di schede”, “La Cei: il Sud usato per i voti”, “Italia, le case fantasma a quota quattro milioni”, “Fiorani: pagai per Dell’Utri” e “Da Milano verso il mare l’onda nera non si ferma”. In basso: “Vi dico chi ha ucciso Orlando Zapata”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Il tribunale di Milano condanna Google. Gli Usa protestano” e “Tlc: Scaglia si difende”. Editoriali di: Daniele Bellasio “Un freno per il motore di internet” e Alessandro Plateroti “Così la rete perde tutte le sue idee”. Al centro: “Dissidente a Cuba. Morto dopo 85 giorni di sciopero della fama Orlando Zapata”. In basso. “Dopo lo sciopero la Grecia pronta al piano di austerità” e “Mediobanca triplica l’utile nel semestre a 270 milioni. Il patto conferma il direttivo”.  

IL GIORNALE -In apertura: “Berlusconi ribalta il Pdl”. Al centro: “Così sobillano le vittime del terremoto” e “Il senatore è nei guai, ecco i nuovi verbali”. Di spalla: “Google condannata per un video choc”, “Oscurare il web è come ucciderlo” e “Ma anche la rete rispetti la dignità”. In basso: “Lo so, è una scelta difficile: ma il blocco auto si deve fare”, “Gli imprenditori suicidi per non licenziare gli operai” e “L’eroe del Mossad? È il figlio di un capo di Hamas”.  

LIBERO - In apertura: “Silvio fonda Forza Silvio”. Editoriale di Giuliano Zulin: “Sondaggi record per Bossi. Toni bassi e unità. La Lega prende il volo”. Al centro: fotonotizia con Michele Santoro “Per Travaglio una puntata senza manette. Coca party da Santoro. Morgan invitato speciale”, “La grande frode fiscale che coinvolge Scaglia, Parisi e Ruggiero. Un ex galeotto aiutava i manager a truffare” e “La strana coppia. Radicali-Pd, che presa per il sedere”. In basso: “L’appunto” di Filippo Facci “Via i corrotti dentro gli inutili”.  

AVVENIRE - In apertura: “Sud, destino da condividere”. Editoriale di Vittorio De Marco: “La cultura del bene comune. Guardare a meridione con il coraggio di ‘pensare insieme’”. Al centro: “Preoccupazione e una lettera al premier Al-Maliki. L’appello del Papa: cristiani d’Iraq, diritti da difendere”, “Google condannata per il video-choc. Ma gli Usa non ci stanno”, “Riciclaggio, oggi torna Scaglia. Verso l’arresto di Di Girolamo” e “L’affondo di Berlusconi. ‘Intercettazioni? Una barbarie’”.  

L’UNITA’ - In apertura: “I paladini del bene” fotonotizia con Nicola Di Girolamo e il presunto boss Franco Pugliese. In basso: “Il Popolo Viola torna sabato. Per la Costituzione” e “Luxottica. Gli immigrati per battere la grande crisi”.  

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “Politici schiavi dei mafiosi”. Editoriali di: Sandra Amurri e Rita Di Giovacchino “La chiamata a Dell’Utri per Di Girolamo”, Enrico Fierro “La cattiva lobby degli ‘italiani’”, Gianni Barbacetto “Tutti i nomi di Fiorani”. Di spalla: “Via Craxi, abbasso i corrotti” a firma di Marco Travaglio. Al centro: “La Rai in agonia e il dg sparisce in vacanza” e “Berlusconi sogna nel letto di Napoleone”.  

IL MESSAGGERO - In apertura: “Riciclaggio, ecco il tesoro della banda”. L’editoriale di Francesco Paolo Casavola: “La sfida dell’abolizione. Pena di morte, il coraggio di dire no”. Al centro: “Video choc, google condannata” e “Berlusconi: dalle intercettazioni solo fango, non ci sono reati certi”. In basso: “Manager, via il tetto agli stipendi” e “Festa del libro, Roma sfida Torino”.  

IL TEMPO - In apertura: “Roma assume. In Campidoglio cercano archeologi” e “Una cascata di diamanti”. L’editoriale di Mario Sechi: “Ai partiti serve il setaccio”. Al centro: “È la ‘ndrangheta la piovra all’assalto dell’Europa”. Di spalla: “Le società tra giudici e filibustieri”. In basso: “Protesta. Ritardi in aumento nei treni locali. Pendolari a bassa velocità” e “La Ferilli vuole Roma più decorosa”.  

ITALIA OGGI - In apertura: “Intercettazioni pro fisco”. Al centro: “I restauratori lavorano gratis per protesta” e “Piepoli: Bonino perde, Vendola vince, De Luca perde, Bresso vince, Burlando perde”. In basso. “Rynair taglia i voli su Alghero”.  

LA PADANIA - In apertura: “Po, è emergenza ambientale in Padania”. Di spalla: “Maroni: Ue da bocciare sui clandestini” e “I vescovi: Sud vittima di mafia e politici”. In basso: “Stranieri, Inps-Cgil 1 a 0”, “Crisi, Borghezio; Europa troppo inerte” e “Flop delle sementi ogm”. (red)

2. Il Lambro, il Po e la nostra stupidità

Roma - “Io le ho viste le papere che volavano a pelo d’acqua sul Lambro. Due anni fa. Facevo delle riprese nell’area industriale dismessa della Falck a Sesto San Giovanni, dove tutt’intorno ai capannoni si estende una vastissima zona lasciata libera alla spontaneità della vegetazione”. Scrive Ermanno Olmi sul Corriere della Sera. “Tanto che, in pochi anni, lungo le sponde del Lambro si è formata una barriera di alberi così fitta e intricata, con cespugli e rovi impenetrabili che proteggono la quiete del piccolo fiume. Addirittura, in qualche slargo erboso, piccoli acquitrini riparati da canne (che si chiamano col nome buffo di Mazzasorda) sono rifugio sicuro di aironi e fenicotteri che vengono a sostare e qualcuno addirittura nidifica. Un territorio, questo, dove solo alcuni anni fa i mastodonti dell’Industria, con la baldanza di portatori della modernità, prendevano possesso delle terre agricole e per diritto in nome del progresso assoggettavano la Natura al loro primato. Non è passato neanche un secolo e i colossali altiforni di fuoco e ferro giacciono spenti nel mortificante abbandono dell’inutilità. Ed è stata proprio questa decadenza che ha generato un nuovo evento, questa volta non più programmato dall’uomo ma dal suolo medesimo che senza più oppressioni, abbandonato a se stesso, ha silenziosamente ricomposto le sue ferite e trovato l’armonia delle sua condizione primigenia. La frequentazione della troupe per le riprese del documentario aveva una certa regolarità, e così ogni volta andavo a spiare la famigliola di papere che abitavano le rive del Lambro. Notai che frequentavano soltanto un breve tratto del corso d’acqua, esclusivamente in un punto dove il fiume compie un'ansa piuttosto stretta, tanto che in soli pochi metri impedisce la vista da una parte all’altra. Pensai che questa dislocazione fosse una intuitiva strategia di difesa. Infatti, bastava un fruscio di passi sul sentiero che le papere, con pochi colpi d’ala erano già in volo e si mettevano al coperto nascondendosi alla vista degli importuni. Tuttavia, col tempo mi resi conto che la continuità delle nostre visite avevano modificato il loro comportamento. Un po’ alla volta, da una visita all’altra, ritardavano di poco poco la loro fuga. Esitavano sempre più incerte tra l’istinto, ma per una sorta di legame ancestrale con la Natura che ci ha generato in ogni forma di vita e che lascia sottintendere in tutte le creature il principio del ‘sentimento’. Ma per noi che pretendiamo il benessere a tutti i costi, sarebbe tempo che ci domandassimo quali sono i sentimenti che pratichiamo per dare significato alle nostre esistenze. Se fossimo davvero onesti con noi stessi, dovremmo fare un elenco di cui vergognarci. A cominciare da qualche innocua paperella che si godeva nella quiete del fiume il suo minuto spazio di sopravvivenza. Vederla nelle immagini della tv profanata dal liquido ributtante e mortifero del petrolio mi ha fatto sentire ancora una volta in colpa. Ormai è un'immagine emblematica ricorrente. Ho parlato soltanto di un piccolo frammento di questa tragica realtà. Ma che insieme a tante altre sparse nel mondo ci fanno intendere le dimensioni di una visione che potrebbe diventare apocalittica. Esagero? ‘La regione Lombardia chiede lo stato di calamità’ Ma è ora di dichiarare lo stato della nostra stupidità”. (red)

3. L’inutile rincorsa non salverà l’Adriatico

Roma - “I cormorani dell’Isola Serafini volano via alle quattro del pomeriggio”. Si legge sulla Stampa. “‘Loro hanno già capito tutto e noi siamo ancora qui ad aspettare’, dice dalla riva destra del fiume Elvio Mostosi, l’assessore all’ambiente del comune di Spinadesco. Passano cinque minuti e proprio sotto la diga dell’Enel, mentre il Po si fa sempre più scuro, sempre più cupo, saltan fuori dall’acqua carpe e cavedani. ‘Anche loro hanno capito, ma è troppo tardi’. I giornaleradio stanno ancora raccontando del Lambro intossicato, ma già si è avvelenato il Po. Fino a Piacenza. E da oggi giù fino al mare. ‘Sta arrivando una macchia larga 18 metri e spessa 50 centimetri, è a due chilometri da voi’, avvisano al telefono Mostosi. Solo che l’assessore è qui con Fabio Guerreschi, il responsabile della Protezione Civile del paese. E basta. Aspettano e guardano con terrore la diga dell’Enel. ‘Perchè la tengono ancora aperta?’. Aspettano come aspettavano al mattino su a Orio Litta, dove il Lambro entra nel Po. Dovevano fermarlo prima. E’ troppo tardi, adesso. E’ sempre una rincorsa. Alle quattro del mattino un Lambro color caffè si è tuffato nel Po, a Corte Sant’Andrea. Alle due del pomeriggio, alla foce del Lambro, ci sono appena due vigili del fuoco e Giovanni Pozzoli, l’assessore del comune di Senna. ‘Aspettiamo’. Arriva una troupe della tv tedesca: ‘Se questa roba entra nel Po arriva al mare Adriatico, in Germania è una storia che interessa molto’. A chi abita qui di più, molto di più. S’incontrano vecchi con l’aria disperata: ‘Il Lambro cominciava a pulirsi, sul fondo cresceva l’erba, erano tornate anche le anguille - dice Virginio Scotti, 79 anni e la bicicletta accanto - Quando sono nato qui si viveva di legna, di ghiaia e di pesca...’. Lo sapevano, i vecchi, che il Lambro si sarebbe portato le sue schifezze fino al Po. ‘Prima è arrivato l’odore, e che spùsa!, giù dalla cascina del Rubìn - ricorda Scotti - Già all’alba quei salsicciotti bianchi che hanno messo di traverso al fiume servivano più a niente. Quell’acqua densa e scura passava sopra e sotto, ha lasciato solo il colore e se n’è andata alla foce’. C’è una cosa che Scotti non capisce: ‘Perchè continuano a dire che stanno fermando l’inquinamento del Lambro quando invece è già arrivato dentro il Po, e se passa Piacenza arriva dritto al mare?’. L’ha già passata, Piacenza. Nella notte hanno tentato il miracolo proprio qui a Isola Serafini, dove l’Enel in serata aveva promesso di chiudere le paratie della diga. L’Isola è proprio un’isola, 5 chilometri di Po da una parte, 15 dall’altra, con la foce dell’Adda che si allarga fin quasi a Cremona. ‘Per noi - dice l’assessore Mostosi, 65 anni, poliziotto in pensione - il fiume è sempre stato una risorsa, mai un problema. Bisogna conoscerlo e saperlo anticipare’. Invece, qui sull’argine, l’impressione è che nessuno l’abbia anticipato. E la rincorsa continua. E’ già buio quando i militari del Genio cominciano a sistemare i salsicciotti bianchi - le “panne di assorbimento” - poco prima della diga Enel di Isola Serafini. Serviranno a poco, perché funzionano con acque ferme, non con questa corrente e questi mulinelli di schiume. E che servano a niente si capisce un’ora dopo, quando la centrale si ferma, apre le paratie e le schifezze che erano nel Lambro e adesso sono nel Po possono riprendere la loro scivolata verso Cremona, poi - e sarà questa mattina - nel mantovano, Ferrara, Rovigo e il Polesine, infine l’Adriatico dove si è già spostata la troupe della tv tedesca. Se ne va lasciando una scia nera, il Po. E una schiuma che alla luce delle fotoelettriche del Genio Militare sembra azzurrina. L’assessore Mostosi non sa nemmeno con chi prendersela. ‘Succede proprio quello che volevamo evitare - dice - Così s’inquina anche la foce dell’Adda e il Parco Naturale. Ma non potevano pensarci prima, o almeno chiedere a noi?’. Nel pomeriggio un fotografo mandato dalla giunta provinciale di Cremona ha scattato immagini davanti alla Centrale Enel con le paratie aperte: ‘Nel caso, sapremo a chi chiedere i danni’. Non solo alla Lombarda Petroli di Villasanta, anche all’Enel e alla sua diga. Si aspetta il mattino e Gianfranco Pezzini, 63 anni, uno che qui ha imparato a nuotare e non ha mai visto il mare, sa già che non sarà come prima. Non ci sono più le anatre. E i cormorani. E i galli cedroni che veniva a cacciare Gianni Brera, nato e cresciuto tra le rane, i gamberi di fiume i canneti a San Zenone. Volati via seguendo il Po. Erano segnalati a Cremona, ieri pomeriggio; adesso saranno già dopo Mantova. In fuga dalla schifezza che viene giù con il Lambro. ‘Che solo 50 anni fa si beveva - ricorda Virginio Scotti - e i bambini venivano qui nelle colonie elioterapiche...’. Prima della diga Enel l’acqua putrida si ferma e s’incarognisce, mulinella, fa onda, cerca la paratia e poi s’infila. Da qui in avanti non c’è altro sbarramento, e non serviranno i mezzi chiesti ieri sera dal prefetto di Piacenza. Ancora una volta, troppo tardi. Lo rincorreranno fino all’Adriatico, questo Po ora sporco e puzzolente. Con i pompieri che lo guarderanno impotenti dalle rive. Con i tecnici vestiti di tute bianche e armati di galleggianti arancioni o salsicciotti bianchi. Quelli che dovevano fermare il Lambro. E adesso inseguono il Po”. (red)

4. L’accusa del gip: Il senatore era il capo

Roma - “‘Sussiste il rischio concreto’ che il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo ‘possa fuggire all’estero, dove dispone di un patrimonio illecitamente accumulato di notevolissima entità’, in un Paese dal quale ‘può portare avanti gli interessi dell’associazione criminale’”. Si legge sul Corriere della Sera. “È il pericolo di fuga il motivo su cui la procura fonda la richiesta di cattura dell’avvocato vicino ad An. Nella richiesta inviata a Palazzo Madama il gip, Aldo Morgigni, definisce Di Girolamo ‘promotore, capo e organizzatore di un’associazione per delinquere transnazionale finalizzata alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti’. Accuse su cui la giunta per le autorizzazioni a procedere interrogherà il senatore martedì (ieri c’è stato solo un incontro-lampo) e deciderà entro giovedì. Poi la parola passerà all’aula. Di Girolamo, oltre che per associazione a delinquere, è indagato per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e violazione della legge elettorale con l’aggravante mafiosa. Nella richiesta il giudice elenca gli indizi. Da una parte ricostruisce il ruolo dell’avvocato nel gruppo capeggiato da Gennaro Mokbel: il senatore vi sarebbe ‘organicamente inserito come consulente legale e finanziario’; dall’altra descrive l’elezione truccata con l’appoggio della ’ndrangheta, la ‘svolta’ su cui l’intero gruppo conta per fare il salto di qualità. La corsa per una poltrona a Palazzo Madama è una decisione di Mokbel, irritato perchè gli altri non lo seguono: ‘Quando però è servito, io che dovevo traghettare tutti per fare diventare ricchi, allora io zitto a fa’ il somaro. Quando poi tutti, con l’accordo che venivano a fare altre cose con me compresa la politica, quando se so visti tutti belli i c... loro, stanno accannando uno per volta’. Deluso dai suoi, ma combattivo, Mokbel avvia ‘una serie di contatti con esponenti politici di primo piano’, dai quali spunta il nome di Di Girolamo. Una foto dell’Espresso, scattata in Calabria, ritrae il candidato insieme a Franco Pugliese, legato alla cosca degli Arena di Isola Capo Rizzuto: il boss, che procurerà i voti dei calabresi emigrati a Stoccarda, riceverà come ricompensa una barca da un milione di euro. Nella richiesta si contesta a Di Girolamo di essere stato tra gli amministratori della Egobank di Lugano, uno degli istituti usati per il riciclaggio. Quando Augusto Murri, regista delle transazioni finanziarie, ora in carcere, litiga con Mokbel e blocca i conti dell’avvocato in Svizzera, questi si preoccupa: ‘Lì me scoppia proprio una guerra e nun me salvo’. Il senatore risulta pure intestatario di tre società al centro di un vorticoso giro di bonifici. Fra queste, la Amon Capital è proprietaria delle Antiche Officine Campidoglio, che nel 2007 incassa un milione e 147 mila euro: ad essa sono intestate una Ferrari e una Porsche turbo coupè di Mokbel”. (red)

5. Ribellarsi allo scandalo

Roma - “I giudici dicono che la ´ndrangheta è entrata in Parlamento”. Scrive Roberto Saviano su Repubblica. “E´ un´affermazione terribile: proviamo a fermarci un momento e cerchiamo di capire cosa vuol dire. Significa che il potere mafioso ha messo piede direttamente nel luogo più importante, delicato dello Stato: quello dove il popolo si fa sovrano, dove la democrazia si realizza. E´ questa la vera emergenza di cui dovremmo discutere. E´ come un terremoto, una valanga, solo che la colpa non è del fato: non è stata una calamità. Sapevamo tutto. La criminalità organizzata prima crea zone dove il diritto non entra, poi si espande, pervade l´economia, si appropria del Paese, e infine entra lei stessa nello Stato. Ci sono anni di inchieste, prove raccolte, fiumi di denaro che testimoniano l´immenso potere delle mafie d´Italia. Prima le cosche siciliane, poi le calabresi e campane hanno tolto al sud ogni possibilità di sviluppo e avvelenano l´intera economia. Ma la vera emergenza non è questa. L´emergenza è che tutto questo passi come l´ennesimo scandalo silenzioso, al quale siamo rassegnati. L´emergenza è che tutto ciò non faccia sentire nel cuore, nello stomaco, nella mente di ogni italiano (qualsiasi sia il suo credo e la sua posizione politica) un´indignazione che lo porti a ribellarsi, a dire: "Ora basta"”. (red)

6. Parisi: Fastweb truffata

Roma - “In mattinata la mail ai dipendenti: ‘Vediamo la nostra azienda associata ad azioni criminali, grandi operazioni di riciclaggio internazionale, mafia. Siamo tranquilli, sappiamo di non aver commesso, come azienda, alcun illecito’. Rispondono a centinaia, a Stefano Parisi: ‘Andiamo avanti’. Il che non rende comunque più semplice, all’amministratore delegato Fastweb, l’inevitabile passo successivo: la difesa davanti alla stampa. Ore 18, albergo milanese già affollatissimo per via del Chelsea pre-match con l’Inter, stessi concetti spiegati a inizio giornata ai suoi. Punto primo: ‘Fastweb non può essere associata ad alcuna azione criminale, non ha fondi neri, non ha mai frodato il fisco’. Punto secondo: ‘È stata perpetrata una truffa ai nostri danni e alle nostre spalle’. Punto terzo: chi l’ha organizzata, la truffa di cui il gruppo si definisce ‘vittima’ ma che intanto l’ha trascinato in un girone infernale, ‘sono due dipendenti coinvolti in un giro di malaffare’. Dipendenti ormai ex, aggiunge: ‘Oggi li abbiamo licenziati’”. Si legge sul Corriere della Sera. “ ‘Oggi’, ossia ieri mattina? È qui che crescono le perplessità. Fin lì era riuscito benissimo, Parisi, a spiegare perché lui e l’azienda si sentano ‘assolutamente tranquilli’ rispetto alle pesantissime accuse di quest’intricata maxi-inchiesta (che vede lui stesso indagato e il fondatore, Silvio Scaglia, colpito da mandato d’arresto perché considerato dal gip ‘il dominus assoluto’ dell’epoca, ‘incline a gravi reati economici’ e sospettato anche per ‘tempi e modalità’ della cessione Fastweb a Swisscom: ma l’ex numero uno, atteso a Roma oggi, ripete di essere ‘totalmente tranquillo, desidero parlare al più presto con i magistrati’). Noi, dice Parisi, i 38,5 milioni di Iva che ci contestano di aver evaso li abbiamo regolarmente pagati ai fornitori: erano questi ultimi che, poi, non versavano al fisco, era lì, ‘in aziende poco sane e gestite, quelle sì, da criminali’, che stava ‘il malaffare’. E quando, nel 2006, ‘la Procura ci avverte che è in corso un’indagine’, che ‘era fittizio un traffico telefonico che a noi invece risultava effettivo’, comunque non abbiamo perso tempo: ‘Abbiamo consegnato da subito tutti i documenti e interrotto immediatamente quelle attività’. Con indagini interne, anche, sì. Ma senza che emergessero sospetti, per esempio, di ‘sponde’ aziendali. Che invece ieri sono saltate fuori. Domanda ovvia a Parisi: possibile non ve ne foste accorti? ‘Se ci ha messo tre anni la Procura... L’abbiamo scoperto solo oggi, dalle carte dell’inchiesta. E i due — il responsabile del marketing Bruno Zino e il suo collaboratore Giuseppe Crudele, precisa — sono stati subito licenziati’.Non vuole però parlare ‘delle persone’, Parisi, ‘sono qui per difendere la reputazione di Fastweb: è il nostro unico patrimonio, non abbiamo dietro banche o un sistema di potere a proteggerci’. Perciò lui resta lì, al suo posto: ‘Assolutamente nessun passo indietro. Ci sarà l’assemblea, a marzo, vedremo, ma intanto lavoriamo. Stiamo subendo un violentissimo danno di immagine: l’azienda ha bisogno di essere gestita’. Concetto ribadito da Swisscom: ‘Sapevamo del procedimento per presunta frode fiscale, garantiamo il pieno sostegno alla magistratura, ci auguriamo tempi rapidi’. Anche perché, nell’aria, aleggia sempre lo spettro commissariamento. Aspettiamo il 2 marzo, chiude Parisi: ma ‘spero che questo non sia un Paese che spegne un’azienda sana’”. (red)

7. Bernabè decide: bilancio Telecom da rinviare

Roma - “Niente bilancio 2009. Niente piano industriale 2010-2012. Ieri notte il vertice di Telecom Italia si è visto costretto a cancellare il doppio appuntamento previsto per oggi e domani, sulla scia dei provvedimenti adottati dall’autorità giudiziaria in merito all’inchiesta sul riciclaggio di denaro che vede coinvolta la controllata Telecom Italia Sparkle. La magistratura ha infatti proceduto ieri al sequestro di 300 milioni di euro fra crediti e liquidità di Sparkle. E contemporaneamente ha fatto avere al gruppo di telecomunicazioni le 1600 pagine di atti giudiziari relativi all’indagine. Come effetto immediato, Telecom ha dunque deciso di non sottoporre quest’oggi il bilancio 2009 all’esame del consiglio d’amministrazione, in quanto non più ‘affidabile’ in base agli eventi delle ultime ore. Il board si limiterà a una valutazione generale dell’andamento dell’ultimo esercizio e degli sviluppi sul fronte giudiziario. Verrà invece rinviata a una data da definire la presentazione delle nuove linee strategiche per il triennio, che in origine avrebbero dovute essere sottoposte alla comunità finanziaria nella mattinata di venerdì”. Si legge sul Corriere della Sera. “ ‘Con riferimento agli eventi che hanno vista coinvolta la società Sparkle, controllata al 100 per cento da Telecom Italia, e ai conseguenti provvedimenti giudiziari - si legge nella nota ufficiale del gruppo diffusa ieri notte - da una prima lettura delle oltre 1.600 pagine dell’ordinanza notificata a Sparkle, risulta che i fatti si riferiscono a una vicenda nota e già fatta oggetto di verifiche e interventi di audit nel luglio del 2007’. Telecom Italia sottolinea che ‘nelle note di bilancio consolidato per il 2007 il gruppo ebbe infatti già a rappresentare che Sparkle era stata interessata da richieste di informazioni da parte dell’autorità giudiziaria. L’oggetto delle indagini era una presunta frode Iva perpetrata da un fornitore operante nel mercato dei servizi di telecomunicazioni di tipo "premium". Sparkle, oltre a prestare la propria collaborazione alle autorità inquirenti, a scopo cautelativo interruppe i rapporti commerciali con i soggetti indagati’. Dopo aver ribadito come ‘i fatti risalgono agli anni 2005.2007’, la nota di Telecom spiega che ‘nella giornata di oggi (ieri, ndr), quale misura cautelativa, l’autorità giudiziaria ha sequestrato un importo pari a circa 300 milioni di euro tra crediti e disponibilità liquide di Sparkle, corrispondente, secondo il provvedimento, al credito Iva illecitamente maturato per gli anni d’imposta oggetto dell’illecita attività contestata’. Da qui la decisione di non presentare i conti 2009. ‘Il consiglio di amministrazione di Sparkle, in virtù di un criterio di prudenza, non ha ritenuto opportuno procedere alla approvazione del propri bilanci al 31 dicembre 2009, dovendo completare l’esame della corposa documentazione ricevuta per poi procedere a una corretta valutazione e rappresentazione della situazione’. Allo stesso modo, la nota prosegue sottolineando che il presidente di Telecom Italia, Gabriele Galatetri di Genola, e l’amministratore delegato Franco Bernabè, ‘proporranno al consiglio di amministrazione della capogruppo Telecom Italia il rinvio dell’approvazione del bilancio 2009, sia quello separato sia quello consolidato’. Se ne riparlerà al consiglio d’amministrazione in programma il prossimo 25 marzo. Resta ancora senza data l’assemblea degli azionisti, che originariamente era programmata per il 12 aprile”. (red)

8. Berlusconi attacca: intercettazioni barbare

Roma - “Evita di parlare direttamente dei magistrati, delle inchieste sugli esponenti del suo partito. Parla però delle intercettazioni, del metodo, di quelle ‘secchiate di fango che si risolveranno solo in secchiate di fango perché non ci sono reati che emergono con certezza’. Berlusconi interviene al Tempio di Adriano per presentare la nuova versione dei club della libertà. In prima fila, i coordinatori del partito, Bondi e Verdini, e l’occasione è buona anche per smentire dissidi interni al Pdl. Di fibrillazioni ce ne sono, ma a un mese dal voto il premier non intende enfatizzarle: in privato è disgustato dall’andazzo, addirittura pentito della fusione con An, ma in pubblico ne approfitta ‘per dire che la scontentezza che si legge sui giornali è pura fantasia’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Del voto regionale conferma che ha valenza ‘nazionale’, annuncia che si spenderà ‘a fianco dei governatori’, è sicuro che ancora una volta la campagna elettorale sarà una scelta di campo (‘o noi o loro’) fra bene e male: quella a suo favore ‘sarà contro una sinistra che sa dire solo di no, che vuole combattere l’evasione fiscale con uno Stato di polizia tributaria’, a cui sta bene un uso delle intercettazioni che crea un ‘sistema barbaro’. ‘Il diritto alla privacy — aggiunge Berlusconi — fa parte delle nostre libertà fondamentali e invece uno alza il telefono e pensa di essere intercettato’. Sul Pdl puntualizza: ‘Fra tutti c’è stima reciproca, considerazione e affetto’. E al partito, ‘veramente democratico’, è speculare un governo ‘che valorizza le cose positive, mentre a sinistra propagandano all’estero le cose negative dell’Italia’. Lancia, con la Brambilla, un nuovo movimento, i Promotori della Libertà. Ma Gianfranco Fini è convinto che non servirà a niente: ‘Mica ne veniamo fuori con i Promotori della Libertà e la Brambilla’. Ma smentisce di voler creare una corrente: ‘Se volevo farla mi tenevo An’. Occorre però ‘mettere fine ai potentati’ che attanagliano il partito. Le divergenze riguardano da sempre l’immigrazione. E se ieri il premier ha detto che ‘la sinistra vuole spalancare le porte agli stranieri perché pensa che con loro si possano cambiare i pesi del voto, che finora ha visto gli italiani premiare i moderati’, Fini ha scherzato con un ‘è notorio che la mia opinione non coincide al 100 per cento con quella del presidente del Consiglio...’. Per poi aggiungere che ‘un approccio alla questione collegato alla campagna elettorale in corso è fuorviante e non porta a risolvere la situazione’”. (red)

9. Norme anticorruzione, testo rimandato a lunedì

Roma - “Slitta a lunedì il Consiglio dei ministri per l’approvazione del ddl anticorruzione. I motivi sono due. Permettere ai ministri di partecipare sul territorio al rush finale della composizione delle liste elettorali per le regionali. Ma, soprattutto, mettere a punto un testo che, per quanto riguarda l’aspetto penale, sia efficace e al tempo stesso non si presti a diventare un ulteriore strumento di pressione giudiziaria sulla politica. E ancora, che non presti il fianco a possibili questioni di costituzionalità. Mentre allo snellimento delle procedure della pubblica amministrazione sta lavorando il ministro Renato Brunetta che ieri è stato ricevuto al Quirinale dal capo dello Stato, Napolitano”. Si legge sul Corriere della Sera. “Tornando all’inasprimento delle pene per i corrotti, dopo averlo visto martedì sera, ieri il premier è tornato ad incontrare il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per oltre tre ore e mezza a Palazzo Grazioli. Era presente anche l’onorevole Niccolò Ghedini, avvocato di Berlusconi e suo referente di fiducia per le questioni giuridiche. Sul tappeto anche il problema delle intercettazioni e la situazione generale che emerge dalle inchieste della magistratura (fiorentina e romana) sulle tangenti per gli appalti del G8 oltre alla più recente indagine sul riciclaggio. L’Associazione magistrati accusa: ‘Se stiamo ai fatti e non alle mere dichiarazioni alla stampa la linea del governo e della maggioranza sembra andare in direzione opposta al contrasto del fenomeno della corruzione’. Ce n'è anche per il premier che ha parlato di uno ‘Stato di polizia’ e di un ‘sistema barbaro’. ‘È paradossale che invece di scandalizzarsi nel leggere le conversazioni — risponde il segretario Cascini— ci si preoccupi della violazione della sfera di riservatezza di queste persone’. Lo slittamento del Cdm è stato valutato da Pd ed Idv come ‘un bluff smascherato dalla difficoltà di varare norme urgentissime’. E Massimo D'Alema, in un seminario di Italianieuropei, ha messo in guardia da una ‘questione morale drammatica come nel ’92’, che ‘rischia di aprire una frattura tra la classe dirigente e i cittadini’ mentre la situazione ‘richiede un’assunzione di responsabilità della politica’, proprio per evitare supplenze della magistratura. Quanto a Berlusconi ‘io convengo sul fatto che occorra un provvedimento — ha detto da parte sua Gianfranco Fini — a tutela del premier contro il quale è assodato che ci sia stato in passato e che ci sia ancora del "fumus persecutionis"”. (red)

10. Giudici e voto, la campagna del Cavaliere 

Roma - “Paragonato alla fauna umana che emerge dall’inchiesta sul riciclaggio, il sottobosco della Protezione civile è popolato da mezze figure delinquenziali”. Scrive Massimo Franco sul Corriere della Sera. “Il nuovo scandalo assume contorni davvero inquietanti. E sullo sfondo danzano voci che allargano la rete degli amici politici del senatore del Pdl Nicola Di Girolamo, in odore di ’ndrangheta.I magistrati alludono ad esponenti di An. E le intercettazioni sfiorano perfino, seppure in modo indiretto, il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Ma bisognerà aspettare per capire dove porta davvero l’inchiesta sui top manager di Fastweb e di Telecom Sparkle, indagati o ricercati; e se e quanto potrà incidere sulla campagna elettorale per le Regionali. L’impressione è che Silvio Berlusconi abbia già deciso di reagire all’assedio attaccando, come è suo solito. La strategia è offrire una contro-verità senza chiaroscuri, chiamando a raccolta l’’esercito del bene contro il male’; e negando contrasti nel Pdl nonostante le rese dei conti interne e le tensioni con Fini. Berlusconi prende alla lettera l’idea che il voto di marzo sia un’elezione di metà legislatura. E chiede una ‘scelta di campo’ per frenare la tentazione dell’astensionismo. Il risultato è che l’immagine di un premier accerchiato anche nel Pdl si presenta meno scontata di quella accreditata a sinistra. La domanda, senza risposta fino al 29 marzo, quando le urne si saranno chiuse, è se l’impegno in prima persona del capo del governo potrà temperare un clima di sfiducia diffuso; ed arginare la cosiddetta antipolitica. Ieri anche i vescovi italiani hanno detto parole severe contro una classe dirigente accusata di usare il Sud solo come ‘collettore di voti’. E questo aumenta la sensazione di una realtà in bilico: per la maggioranza ma anche per l’opposizione, al governo in molte città e regioni meridionali. Centrosinistra e Udc continuano a martellare su Berlusconi, e la coalizione appare sulla difensiva. Il premier polemizza con Pier Ferdinando Casini. Riceve una risposta mordace, perché il leader dell’Udc paragona il Pdl ad ‘un’accolita di fedeli di Berlusconi’. Ma dicendolo, Casini rivela l’incognita dell’offensiva contro Palazzo Chigi. Se il capo della maggioranza rimane il Cavaliere è difficile pensare che l’elettorato lo abbandoni in massa sull’onda delle inchieste. Soprattutto, nessuno si azzarda a prevedere un travaso massiccio di voti a favore dell’opposizione. Non solo. In un contesto radicalizzato e difficile come quello che si sta delineando, Berlusconi in passato si è trovato a proprio agio. Oggi la Corte di Cassazione discuterà il caso dell’avvocato inglese David Mills, condannato per corruzione in atti giudiziari: le sentenze dicono che prese soldi da Mediaset. Ma il presidente del Consiglio ostenta sicurezza. Bersaglia magistratura ed avversari politici additando una ‘sinistra anti-italiana’; ed uno ‘Stato di polizia’ che ricorre ad intercettazioni a tappeto. E intanto pensa alle regioni dove il centrodestra potrebbe vincere o perdere, come il Piemonte. Berlusconi ha deciso di cominciare la sfida proprio a Torino, in quel Lingotto da dove nel 2007 partì il progetto del Pd veltroniano: un’avventura sfortunata. Il premier, evidentemente, non è superstizioso. (red)

11. Il ritorno dei circoli

Roma - “I l gioco con Fini si fa pesante, il Cavaliere prepara la guerra. Fonda un reparto di guardie scelte, a guidarlo richiama in servizio la ‘generalessa’ Michela Vittoria Brambilla nello stesso giorno in cui arruola un’altra amazzone della destra, Daniela Santanché. Missione dei nuovi pasdaran sarà proteggere Silvio, dal quale dipenderanno direttamente: lui ordina e loro signorsì,senza gli ex An a metter becco. Avranno un nome, Promotori della libertà, e una struttura organizzativa con tanto di referenti perfino a livello locale. Inevitabile un dualismo col Pdl, successe già con i circoli nel 2006. Ma stavolta Berlusconi non teme l’apparato poiché tutto è regolare, tutto previsto dallo statuto Pdl. La stessa Brambilla è responsabile dei movimenti collaterali, logico che sia lei a ricevere l’investitura. Cerimonia organizzata nel Tempio di Adriano, alla presenza del premier e di due triumviri (Bondi e Verdini) dalla faccia allegra, segno che non si sentono in discussione e comunque il Capo li rassicura, niente cambiamenti in vista”. Scrive Ugo Magri sulla Stampa. “ Berlusconi fa tutto lui. Presenta l’iniziativa, cede la parola a se stesso mettendo in onda un video dove spiega il nuovo movimento, lo definisce ‘esercito del bene’ contro le sinistre e gli infedeli in genere, lancia la campagna di arruolamento perché è chiaro che, avendoci messo la faccia, non potrà finire tutto in una bolla di sapone: pomperà idee e, si presume, denari. Ha passato l’ultimo weekend a predisporre segretamente con la Brambilla perfino certe minuzie, tipo la grafica del logo in tutto identico al Popolo delle libertà, tranne che per una parola (promotori) ricavata dal lessico aziendalista: riecheggia ‘promoters’, quelli che ti inseguono con le polizze. L’acronimo è PdL in entrambi i casi. Ci si potrà iscrivere prendendo la tessera del partito: vai sul sito (www.promotoridellaliberta.it) e trovi un modulo di adesione che, se non sei socio Pdl, ti gira automaticamente al sito di via dell’Umiltà. Così Fini nulla potrà obiettare, suggeriscono nel giro del Cavaliere. Difatti, Fini non obietta. Però tiene il punto. ‘La mia opinione non coincide al 100 per cento con quella del premier, e questo è notorio’, aggiunge con humor. Si parla di immigrazione, Berlusconi ha appena accusato la sinistra di volere l’’invasione’ dei clandestini, il presidente della Camera contesta la linea: ‘Parlarne in campagna elettorale è fuorviante e non porta a risolvere i problemi’. Allarga il discorso sul provincialismo italiano, ‘quanto accade a Milano non è poi diverso da ciò che succede a Bruxelles o a Malmoe o a Marsiglia’, tutti vorrebbero integrare le minoranze culturali, etniche o religiose ma nessuno ha il copyright, ‘la sfida è capire che cosa significa integrazione nell’ambito non solo dei doveri ma dei diritti...’. Nodi di visione strategica che verranno al pettine dopo il 28 marzo, magari in un nuovo congresso. Con Berlusconi nella strana veste di cofondatore e, al tempo stesso, di censore. Il Pdl è suo solo a metà, gli piace e non gli piace, ‘è un partito democratico, al suo interno eseguo gli ordini dell’Ufficio di Presidenza e del Consiglio nazionale, sulle candidature sono stato ai bordi della discussione...’. Con i promotori non si farà certi scrupoli. Li vuole ‘al nostro fianco’, anzi ‘al mio fianco’ sottolinea nel manifesto che tappezzerà l’Italia. A breve, un’uscita pre-elettorale del nuovo movimento. ‘Ma noi guardiamo lontano’, garantisce in privato la Brambilla. Magari a un nuovo predellino”. (red)

12. I vescovi vogliono politici nuovi

Roma - “D i per sé, un documento antimafia della Conferenza episcopale dei vescovi non sarebbe una grande novità. E’ dal 1989 che la denuncia del degrado imposto dalla criminalità organizzata nei territori che tiene sotto controllo ha cessato di essere patrimonio di parroci e vescovi coraggiosi (alcuni dei quali ci hanno rimesso la vita), per trovare posto nei documenti dell’episcopato”. Scrive Marcello Sorgi sulla Stampa. “Ma il modo in cui la Cei ieri è tornata sull’argomento merita di essere analizzato anche per altre ragioni. Oltre a segnalare l’escalation e la trasformazione in potenza economica delle mafie, i vescovi dicono che le classi dirigenti del Sud sono inadeguate a contrastarle. Possibile, specie di questi tempi. Ma si dà il caso che il Mezzogiorno, dove peraltro si gioca la partita più importante delle elezioni del 28 marzo, sia amministrato quasi esclusivamente dal centrosinistra, e in questo senso il documento della Cei possa essere letto anche come un invito a un ricambio, peraltro diffuso a un mese dal voto. Come sempre in questo genere di interventi, non c’è, nella presa di posizione dei vescovi, una spinta diretta all’alternativa, che peraltro al Sud si presenta difficile viste le numerose contiguità presenti anche nel centrodestra con le organizzazioni criminali. E se si segue il filo del discorso cominciato qualche tempo fa, fermo restando che il documento danneggia di più le amministrazioni di centrosinistra, non si può trascurare il fatto che la Cei da tempo stia insistendo, più in generale, sulla necessità di preparare una nuova classe dirigente per il Paese, più vicina ai valori cattolici, per farla subentrare a quella attuale che mostra segni evidenti di logoramento. Un’impostazione del genere insomma non necessariamente presuppone una scelta di campo. Potrebbe anzi essere mirata anche ad altri scopi, a cominciare dalla scelta dei candidati da inserire nelle liste che dovrebbero essere completate in questa settimana. Al di là del giudizio negativo su chi è attualmente al governo al Sud, è come se i vescovi premessero sui partiti, tutti i partiti, fin qui impegnati solo a parole sulla scelta di candidature pulite, per convincerli a dare una prova effettiva di rinnovamento. Ed è come se questo richiamo fosse rivolto, insieme, alle forze politiche e ai loro elettori: per farli scegliere, a prescindere dagli schieramenti, solo i candidati affidabili, e in grado di garantire la loro estraneità al sistema politico-mafioso. Che ai vescovi ormai appare come una sola cosa, e sembra condividere gli stessi obiettivi, contrari agli interessi della comunità”. (red)

13. Vescovi: Sud usato per prendere voti

Roma - “I vescovi lanciano l’allarme corruzione. Le collusioni, le attività illecite e il legame tra mafia e politica paralizzano il sud. ‘La criminalità blocca l’economia e limita l’autorità dello Stato’, denuncia la Cei nel documento sul Mezzogiorno in lavorazione per quasi un anno e pubblicato in piena campagna elettorale nella settimana in cui il Papa ha riunito la Curia per gli esercizi spirituali della Quaresima. Il Mezzogiorno ‘rischia di essere tagliato fuori dalla ridistribuzione delle risorse’ per colpa dei clan e delle ‘classi dirigenti inadeguate’. La Chiesa reclama interventi educativi (‘Il mafioso non deve essere visto come modello da imitare). Inoltre, non bisogna condannare i giovani alla precarietà:’Per crescere il sud ha bisogno di loro’. L’intreccio tra criminalità organizzata e politica impedisce ogni progresso: ‘Negli ultimi vent’anni la mafia ha messo radici in tutto il Paese’. Per il riscatto del sud ‘serve l’impegno dell’Italia intera’, spiega il segretario generale della Cei, Mariano Crociata, che martedì aveva richiamato anche gli amministratori delle diocesi alla correttezza e alla trasparenza. Il federalismo è un ‘fallimento’ e una ‘sconfitta nazionale’ se accentua le distanze, allontana il sud e lo taglia fuori dal Paese, avvertono i vescovi. La riforma federalistica può giovare al sud ma deve essere ‘solidale, realistica e unitaria’. Ma anche il Mezzogiorno deve invertire la rotta. Non può essere un ‘collettore di voti’ e per fronteggiare l’emergenza-immigrazione c’è urgenza di ‘nuove forme di solidarietà’. La politica, invece, usa il sud come bacino elettorale, poi trascura i ‘progetti di sviluppo’. Intanto in Italia è cresciuto l’egoismo e sono emersi fenomeni ‘inaccettabili’ come il ruolo delle donne ai vertici dei clan. La tv non ha portato modernità e la figura femminile è più che mai vittima del familismo”. Si legge sulla Stampa. “Nella bufera della crisi economica mondiale la disoccupazione ha come prime vittime ‘i giovani, le famiglie e il sud’. Neppure l’elezione diretta degli amministratori ha portato benefici, perché, quando la politica e l’economia sono agli ordini della mafia, lo Stato viene esautorato e perde autorità. ‘Nonostante la lotta al crimine, i clan sono ancora forti’, evidenzia Crociata. Le priorità indicate dalla Cei sono la povertà, l’emorragia di posti di lavoro e la migrazione interna. Su un punto il resto del Paese deve prendere esempio dal sud: la natalità. Un messaggio di speranza per i tanti meridionali che non vedono l’ora di ‘liberarsi dalle catene’, inclusi i ‘meccanismi perversi e malsani dell’amministrazione della cosa pubblica’. Scopo della riflessione ‘non è mettere sotto accusa la classe politica’, bensì richiamare alla responsabilità individuale e incoraggiare la volontà di riscatto. Citando le encicliche sociali di Wojtyla e Ratzinger, la Cei auspica che si generino ‘iniziative auto-propulsive di sviluppo, realmente inclusive’. Cambiamenti promessi ma mai realizzati, denunciano i vescovi, tanto da permettere l’innesto di nuove illegalità nell’antico sistema mafioso. Nel quadro inquietante delle collusioni vanno condannate le situazioni di ‘sfruttamento’ nell’agricoltura come Rosarno e la ‘modernizzazione’ della mafia, con ‘l’assorbimento acritico di modelli comportamentali diffusi dai processi mediatici’. Per uscire dalla palude occorre ‘favorire in tutti i modi nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva, aiutando i giovani ad abbracciare la politica, intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale’. Come già Ratzinger e Bertone, la Chiesa italiana invoca una nuova leva di politici, mentre ‘l’economia e la politica meridionali sono diventati il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione, mettendo in crisi il sistema democratico del Paese’. La mafia ‘sta prepotentemente rialzando la testa’, però ‘di fronte a questo pericolo, si sta abbassando l’attenzione. Il male viene ingoiato. Non si reagisce. La società civile fa fatica a scuotersi’. Prmai ‘è chiaro per tutti il giogo che ci opprime. Le analisi sono lucide ma non efficaci. Si è consapevoli ma non protagonisti’. E così ‘l’incremento della corruzione e della concussione altera il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando l’intero territorio nazionale’”. (red)

14. Mills, oggi l´ultimo atto in Cassazione

Roma - “Approda in Cassazione il processo a carico di David Mills. Saranno le Sezioni Unite a stabilire, in maniera definitiva, la ‘causale’ di un versamento da 600 mila dollari. Questo il ‘prezzo’, per la procura di Milano, pagato all´avvocato londinese Mills da Silvio Berlusconi, per raccontare il falso ai giudici del tribunale nei processi in cui erano implicati i vertici del gruppo Fininvest. Fino ad ora, la tesi difensiva di Mills è franata in primo e secondo grado, incassando una condanna a 4 anni e mezzo di carcere per corruzione giudiziaria. La decisione che verrà presa oggi, potrà avere pesanti significati futuri. Soprattutto per quanto riguarda il destino processuale del presidente del Consiglio. Mills, infatti, deve rispondere per un bonifico estero, ottenuto a distanza di due anni dall´ultima deposizione resa come testimone (era il 1998), davanti ai giudici milanesi. Mills è stato l´ideatore del comparto estero del gruppo Fininvest. A Milano, nei processi sulla tangenti alla guardia di Finanza e sui falsi in bilancio del filone All Iberian, il consulente del gruppo era chiamato a ricostruire la paternità di conti esteri e controlli di società off shore. La sua versione, per sua stessa ammissione, sarebbe stata edulcorata per evitare ulteriori guai con la giustizia al Cavaliere. Lo ha confessato (prima di ritrattare qualche mese dopo), lo stesso Mills al pm Fabio De Pasquale. A conferma di questa tesi, c´è anche uno scritto, prodotto al processo, ritrovato nella memoria di un computer dell´imputato”. Si legge su Repubblica. “Gli avvocati di Mills, Alessio Lanzi e Federico Cecconi, nel ricorso presentato in Cassazione contro la condanna hanno sostenuto innanzitutto l´innocenza del loro assistito. Ma anche come l´eventuale reato si sia consumato, in realtà, nel 1999 e non nel 2000 (come sostiene la sentenza dei giudici d´appello), invocando così la prescrizione. Infine, il collegio difensivo, ha ricordato come la giurisprudenza non sia concorde nel perseguire il reato di corruzione in atti giudiziari ‘susseguente’. Ovvero, il pagamento illecito avvenuto successivamente alla commissione di un altro reato (in questo caso la falsa testimonianza resa da Mills). E, un primo importante riscontro, questa tesi difensiva l´ha già registrata. La Cassazione, infatti, ha deciso di riunirsi a Sezioni Unite. La sentenza che verrà emessa con tutta probabilità già questa sera, dunque, sarà chiamata a stabilire anche un principio in merito all´interpretazione dell´articolo che regola la corruzione in atti giudiziari. I precedenti non aiutano a formulare un pronostico. Nel maggio del 2006, la Sesta sezione penale ha infatti assolto Primarosa Battistella dalla medesima accusa nel processo sulle toghe sporche della Capitale per l´affaire Imi-Sir. La stessa sezione, però, nel giugno 2007 e nel maggio dello scorso anno, su episodi simili di corruzione ‘susseguente’, ha riconosciuto la bontà della tesi accusatoria. Oggi, i giudici saranno chiamati a stabilire quale sia l´esatta interpretazione, ma soprattutto decideranno le sorti della posizione di Mills e, a cascata, di Silvio Berlusconi. Decisione non facile e carica di significati. Rinviare il processo alla Corte d´appello di Milano, significherebbe segnarne il destino, visto che la prescrizione arriverà tra due mesi. I giudici potrebbero anche assolvere nel merito l´imputato, sconfessando i precedenti due verdetti. Ma anche, infine, non punire Mills, riconoscendogli come reato la ‘corruzione semplice’, che sarebbe però già caduta in prescrizione. La decisione che verrà presa dagli ‘ermellini’, non potrà che avere conseguenze sul procedimento che riprenderà sabato mattina a Milano, differenziato dopo l´approvazione del lodo Alfano, in cui, con le identiche accuse, l´unico imputato rimasto è Silvio Berlusconi”. (red)

15. Balducci col telefonino dei servizi segreti

Roma - “L´ingegner Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, dal 10 febbraio in carcere per corruzione nell´inchiesta sugli appalti del G8, utilizzava fra le altre una scheda telefonica pagata dall´imprenditore Diego Anemone e intestata a un poliziotto in forze al Sisde. È una delle numerose sorprese che emergono dall´inchiesta avviata dalla procura di Firenze e trasmessa per competenza a Perugia, dove si attende di ora in ora la decisione del gip Paolo Micheli sulla richiesta di rinnovo delle misure cautelari nei confronti di Balducci, dei suoi colleghi Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola e dell´imprenditore Diego Anemone”. Si legge su Repubblica. “Altra stranezza. Angelo Balducci era in rapporti di amicizia con il direttore generale della Rai Mauro Masi, fino al 2 aprile 2009 segretario generale presso la presidenza del Consiglio. I carabinieri del Ros hanno notato che in numerosi contatti telefonici i due evitavano di chiamarsi direttamente ma passavano attraverso il centralino di Palazzo Chigi. ‘Triangolavano’, secondo gli investigatori. Uno degli episodi più grotteschi riguarda la laboriosa trasferta a San Marino della madre di Claudio Rinaldi, il commissario delegato per i Mondiali di Nuoto. È il 17 ottobre 2008. La signora, 72 anni, viene prelevata dall´autista dell´imprenditore Diego Anemone. A San Giustino, in provincia di Perugia, l´autista viene fermato dalla polizia stradale. C´è il limite di 90 km all´ora e lui va a 160. Gli tolgono la patente. Quando chiama il principale per riferirgli l´inconveniente si lascia sfuggire che comunque può guidare fino a San Marino. Diego Anemone si infuria, si lascia sfuggire una bestemmia. ‘Non di´...’. San Marino non doveva essere pronunciato. A Firenze i carabinieri del Ros hanno scoperto poi che l´ingegner Fabio De Santis, dal febbraio 2009 provveditore alle opere pubbliche della Toscana, aveva già dato la sua impronta all´ufficio. Il 22 giugno 2009 il provveditorato ha consegnato all´impresa Ciotola di Roma i lavori per la realizzazione delle centrali tecnologiche a servizio della Villa Salviati e degli archivi storici della Comunità Europea, a Firenze, dove ha sede l´Istituto universitario europeo. Nel marzo precedente De Santis e la moglie avevano trascorso una deliziosa vacanza all´Hotel Cristallo di Cortina alla modica cifra di quasi 4000 euro, interamente a carico di Gaetano Ciotola. Alcuni mesi fa il provveditorato toscano ha bandito un appalto da due milioni e mezzo per la sicurezza del cantiere abbandonato della Scuola Marescialli dei Carabinieri. La gara è stata vinta dalla Ecosfera Spa di Roma, una società riconducibile a Ezio Gruttadauria, imprenditore in rapporti con Diego Anemone, su richiesta del quale nel settembre 2008 aveva assunto uno dei figli di Angelo Balducci, Filippo, e la sua fidanzata. A proposito di figli, negli uffici del provveditorato di Firenze i carabinieri del Ros hanno trovato il curriculum di Stefano Toro, uno dei figli dell´ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, coinvolto nell´inchiesta sul G8 e indagato per rivelazione di segreti d´ufficio e corruzione perché sospettato di aver avvisato Balducci e Anemone dell´indagine della procura di Firenze e delle intercettazioni in atto. A Firenze Stefano Toro risulta aver ricevuto dall´ingegner De Santis un incarico di consulenza legale in materia paesaggistica, relativo ai lavori in corso all´Istituto universitario europeo. L´importo della consulenza è di 40 mila euro, il contratto non risulta ancora formalizzato. Non sembra l´unica consulenza ottenuta da Stefano Toro. In una telefonata del 25 novembre 2009 l´avvocato Edgardo Azzopardi, ben introdotto in ambienti ministeriali, si compiace con lui: ‘Mi dicono che stai facendo un sacco di lavoro e che stai lavorando molto bene, e sono contento, non avevo dubbi, mi dicono che a Firenze già puoi fatturare il 70 per cento e mi dicono che sul resto... comincia a fatturare il 50 per cento’. I carabinieri annotano che in quel periodo, nel dipartimento della Ferratella, il capo struttura Mauro Della Giovampaola stava liquidando i compensi per i consulenti e per le imprese impegnate nei Grandi Eventi. Lo stesso Azzopardi, avvocato imprenditore titolare di una società di progettazione, risulta aver ricevuto da Della Giovampaola incarichi di consulenza per il Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia e per il Teatro della Musica di Firenze, per un totale di 200 mila euro. Azzopardi si è prodigato per assicurare all´altro figlio di Achille Toro, Camillo, un impiego alla Acea. Al tempo stesso sollecitava il giovane a "monitorare" il padre, e cioè - secondo le accuse - a chiedergli informazioni sull´inchiesta romana e poi su quella fiorentina sui lavori per il G8 alla Maddalena, per i Mondiali di Nuoto, e per i 150 Anni dell´Unità d´Italia. Ed era lui a informare degli sviluppi delle indagini Angelo Balducci e Diego Anemone. La procura di Perugia ritiene quindi che Achille Toro abbia violato i suoi doveri e passato informazioni agli indagati in cambio di un lavoro per il figlio Camillo”. (red)

16. Abruzzo, viaggio nel primo paese cancellato

Roma - “Il paese di San Gregorio è dietro la collina. È a un tiro di schioppo ma da qui non si vede. Là sono rimaste una piazza piena di macerie, una chiesa di cui resta solo un pezzo di abside, le pietre che una volta erano case. Ma anche qui, davanti alla collina, siamo a San Gregorio, villaggio tutto nuovo, con 99 Map (moduli abitativi provvisori) colorati di giallo e marrone. ‘Ci sentiamo ancora nel nostro paese – raccontano la signora Giselda De Paolis e il marito Fulvio Morelli – perché noi che siamo rimasti vivi siamo tutti qui, in queste casette nuove. Vediamo le stesse facce di prima. Volevano mandarci via, nelle Case antisismiche sparse attorno all´Aquila. Ma noi a San Gregorio siamo nati e vogliamo restare. Era una bomboniera, il nostro paese. I bambini giocavano in piazza, le porte non erano mai chiuse a chiave, mentre andavi a fare la spesa sentivi i profumi delle cucine dei tuoi vicini. L´abbiamo detto subito: restiamo uniti, anche per ricordare i quattordici abitanti – c´erano anche dei bambini – che non ci sono più. Sappiamo che non torneremo più nel nostro San Gregorio. È dura pensare che non apriremo più l´uscio di una casa che avevamo costruito pietra su pietra. Ma i nostri figli, i nostri nipoti, hanno il diritto di vivere in un posto sicuro’. San Gregorio, 300 abitanti, è il primo paese che ha perso la grande speranza: quella di rinascere ‘dove era prima, come era prima’. ‘Nessuna decisione ufficiale – dice Chiara Petrocco, la "rappresentante di circoscrizione" che dal 6 aprile è diventata il vero "sindaco" della comunità – ma ormai ci siamo messi il cuore in pace: il nostro San Gregorio resterà nelle fotografie e nei nostri ricordi’. Sembra bombardato, il piccolo centro. È come se l´ordigno fosse esploso in piazza abbattendo tutte le case che erano intorno. ‘Il centro non c´è più ma attorno lei vede tante case nuove che sembrano intatte. Purtroppo è un´illusione ottica. Anche quelle dovranno essere abbattute. E dovremo portare via le macerie del centro. Nei primi giorni dopo il terremoto, quando tutti noi dicevamo: ricostruiremo San Gregorio proprio com´era, arrivò un geologo. Ci disse che proprio sotto il cuore del paese passa la faglia che parte da Paganica, che c´è anche un fiume carsico, che proprio sotto la piazza c´è una cavità che nei secoli passati è stata usata come cimitero’”. Si legge su Repubblica. “Leggendo le vecchie carte, si è scoperto che il paese è nato nel dodicesimo secolo ma le case più vecchie sono del 1800. ‘Questo perché San Gregorio era stato raso al suolo da ogni terremoto che arrivava, compreso quello del 1702. Solo la vecchia chiesa aveva resistito, ma il 6 aprile è crollata pure quella. Certo, abbattere le case "nuove" e portare via le macerie sarà come celebrare un funerale. Per fortuna potremo piangere al riparo di un tetto sicuro’. Ci sono affreschi, sul pezzo dell´abside. ‘La statua di San Gregorio è stata distrutta, quella di Sant´Antonio si è salvata. Qui accanto c´era l´orfanotrofio dove è morta una suora, per fortuna i sette bimbi sono stati salvati. Partivano da questa piazza le processioni con la statua del patrono in spalla, si faceva qui la sagra della pizza fritta con patate e uova…’. La spina dorsale di San Gregorio sono stati i giovani. ‘Nei mesi della tendopoli – dice Chiara Petrocco – io e altri trentenni abbiamo fatto un comitato. Non volevamo che, dopo le pietre, fossero disperse anche le persone. Abbiamo chiesto un aiuto alla Croce rossa, abbiamo accettato la proposta dello studio Di Virgilio e Luciani di Pescara che voleva regalarci il progetto del nuovo paese. La terra ci è stata regalata dai proprietari, anche loro di San Gregorio, senza bisogno di fare espropri’. Appartamenti di 50 metri quadri, palazzine di quattro appartamenti. ‘Qui non c´è nulla di provvisorio. Ci sono le fogne, l´acqua, il gas… E tutto questo costa 700 euro al metro quadrato (contro i 2700 delle Case antisismiche, ndr). Abbiamo fatto una scelta precisa. Non sprecare i soldi dello Stato. Non abbiamo fatto puntellamenti, ad esempio, perché abbiamo capito subito che non servivano a nulla. Se le case fossero state puntellate, adesso servirebbero altri soldi per smontare il tutto prima dell´abbattimento. Il nuovo progetto è stato discusso con tutti gli abitanti e abbiamo cercato di disegnare questo nuovo San Gregorio simile a quello di prima. La piazza era in salita e anche questa è in salita. Gli abitanti hanno gli stessi vicini di prima. Le strade che partono dalla piazza ricalcano le vecchie vie del Mercante, della Murata, del Forno. Ancora non abbiamo avuto il coraggio di portare qui le targhe di quelle strade, ritrovate fra i ruderi. Sarebbe l´annuncio ufficiale della morte di un paese’. Certo non ci sono i vicoli, le case in sasso, la fontana in pietra… ‘Ma la paura di quella notte – dice Marcella Scimia – l´abbiamo ancora dentro. La mia casa si è spostata e ha "perso" il piano terra. La processione la faremo qui, e anche la sagra. Torneranno anche gli odori di una volta. Non puoi pensare di tornare in un paese così rotto’. Si stanno facendo i lavori per costruire un centro civico, nella nuova piazza. Ci sarà anche un ambulatorio pediatrico. C´è il progetto di ricostruire un mulino ad acqua, sul fiume Aterno, che aveva 450 anni e ancora funzionava. C´è la voglia, adesso, di aiutare gli altri. In un Map ci sarà la sede del nuovo gruppo di volontari della Croce Rossa. ‘Casa – hanno scritto i trentenni del comitato in un sito chiamato San Gregorio rinasce – è dove ti senti sicuro, dove ti senti te stesso. È l´unico luogo dove riesci a immaginarti il futuro’”. (red)

17. Video shock, Google condannato

Roma - “Per la prima volta al mondo, tre dirigenti di Google, il più popolare motore di ricerca su Internet, sono condannati per violazione della privacy. La sentenza, che provoca di fatto un caso diplomatico tra Usa e Italia, è del tribunale di Milano: il giudice Oscar Magi ha comminato sei mesi di carcere (con pena sospesa) a tre dirigenti della società americana - David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italia, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italia e Peter Fleitcher, responsabile delle strategie del gruppo - ritenendoli colpevoli di non aver impedito la diffusione di un video nel quale un ragazzo torinese con ritardo mentale era preso in giro e umiliato dai suoi compagni di scuola. Assolto, invece, Arvind Desikan, product marketing manager di Google video per l´Europa. Tutti, invece, sono stati scagionati dall´accusa di diffamazione (gli stessi familiari del ragazzo avevano ritirato la denuncia)”. Si legge su Repubblica. “La decisione, oltre a suscitare la reazione risentita della società di Mountain View - ‘È un attacco ai principi fondamentali di libertà su cui è stato costruito Internet’, dice Marco Pancini, portavoce di Google in Italia - e dei blogger di tutto il mondo, provoca la protesta della Diplomazia Usa. David Thorne, ambasciatore americano in Italia, fa sapere che la sentenza ‘colpisce negativamente gli Stati Uniti’. Pur ‘riconoscendo la natura biasimevole del materiale’ pubblicato, Thorne ‘non è d´accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider’. E aggiunge: ‘Il Segretario di Stato Hillary Clinton il 21 gennaio ha affermato con chiarezza che Internet libero è un diritto umano inalienabile che va tutelato’. I magistrati di Milano - dell´inchiesta si sono occupati il sostituto procuratore Francesco Cajani e il procuratore aggiunto Alfredo Robledo - replicano che la libertà d´espressione sul Web non è in discussione, assicurando che la sentenza non avrà effetti sui social network e su chi si esprime su Internet senza finalità di lucro. E aggiungono: ‘Con questo processo abbiamo posto un problema serio, ossia la tutela della persona umana che deve prevalere sulla logica di impresa’. La tesi dei pm, accolta dalla sentenza, è che Google, attraverso la pubblicità, ricavi dei profitti dalla diffusione di immagini. In questo caso la società, per battere la concorrenza di Youtube, ha lanciato un servizio volutamente aperto a qualsiasi contributo - compresi quelli dei ragazzini che hanno mandato le loro immagini via cellulare - senza predisporre i controlli necessari. E questo, nonostante disponesse delle risorse e delle tecnologie per farlo. Tant´è che in Cina - hanno fatto notare i magistrati - per diversi anni Google ha usato i filtri censori imposti dal regime comunista. ‘La differenza è che l´Italia è un paese democratico - ribatte William Echickson, responsabile per l´Europa della società - e noi vogliamo lottare per mantenere la nostra posizione, che è quella di un Internet libero e senza censure’”. (red)

18. Google, e i provider si ribellano 

Roma - “La rivolta è figlia della Rete. E coinvolge provider, blogger e semplici naviganti. Tutti a dire che la sentenza milanese è sbagliata, viola la libertà e mette il bavaglio alla Rete. ‘Non siamo sorpresi, sapevamo che sarebbe andata male’, commenta amaro Paolo Nuti, presidente dell´Associazione Italiana Internet Provider (Aiip). ‘Questa sentenza sconvolge il quadro normativo vigente, viola l´articolo 21 della Costituzione sulla liberà di stampa e stabilisce che d´ora in avanti saranno i fornitori di accessi o servizi sul Web a doversi sostituire alla magistratura. Assurdo’. Sceriffi digitali insomma, censori costretti a fare il lavoro sporco, quello che altrove viene svolto da stati illiberali come Cina e Iran. Ecco il futuro che, secondo Nuti, toccherà a lui e ai suoi colleghi. Ma l´incubo di una Rete sotto controllo spaventa tutti e appare grottesca alla maggior parte del popolo del Web. In America su TechCrunch, sito autorevole in fatto di cultura digitale, Mike Butcher usa la mano pesante e dà dell´idiota al giudice Oscar Magi. ‘Qualcuno gli spieghi - scrive Butcher- che non sono stati i tre dirigenti di Google a mettere online quel video. E ha anche un account su Facebook, dovrebbe sapere cosa si intende per contenuti generati dagli utenti’”. Si legge su Repubblica. “Eppure tra i lettori del New York Times le voci sono discordanti. Chi applaude alla sentenza, lo fa soprattutto perché pensa che le grandi aziende negli Stati Uniti siano praticamente intoccabili. Piace che qualcuno invece le metta sotto torchio. ‘I dirigenti di Google sono stati condannati in quanto diretti responsabili delle azioni della loro compagnia?’, chiede un lettore che si firma Sipa. ‘Wow! Possiamo avere anche noi una legge simile?’. La maggior parte però spara a zero sull´Italia. Come fa anche Leslie Harris, presidente del Center for Democracy & Technology, dalle pagine dell´Huffington Post, altro sito d´informazione molto frequentato, che parla di rischio per la libertà su Internet. Per poi prendersela con il premier Berlusconi: ‘Considerando che Berlusconi possiede in il più grande network televisivo privato, una sentenza simile evoca lo spettro del protezionismo commerciale nel migliore dei casi e della censura da parte della burocrazia nel peggiore’. In Italia l´analisi la fa Andrea Monti, avvocato e presidente della Electronic Frontiers Italy (Alcei), associazione per la difesa della libertà della comunicazione interattiva: ‘La sentenza non tutela i deboli e danneggia l´intero settore del digitale in Italia. È un freno in termini di competitività. Se i fornitori di servizi e di accesso al World Wide Web dovranno mettere in piedi strutture mastodontiche di prevenzione contro possibili contenuti a rischio, e di fatto bloccheranno tutto per non sbagliare, solo i più grossi potranno restare sul mercato’”. (red)

19. Google, l’Italia stravolge la filosofia del web

Roma - “Marco Pancini, responsabile dei rapporti istituzionali di Google Italia, cosa farete ora?” Chide GianlucaNicoletti sulla stampa. “ ‘Diciamo innanzitutto che c’è un’assoluzione dall’accusa di diffamazione, la teoria del pm in questo caso non è stata confermata. Siamo comunque più che convinti a procedere alla fase di appello, per prima cosa perché vogliamo essere vicini ai nostri dipendenti. Immagini la difficoltà che queste persone vivono per essere state condannate in un’aula di tribunale solo per aver collaborato alla fornitura di servizi che milioni di utenti utilizzano tutti i giorni. Riteniamo che il principio messo in discussione è quello della Rete come la conosciamo oggi; un luogo aperto che permette alle persone di comunicare, di caricare o visionare dei contenuti e dove, i fornitori di tecnologia e piattaforme come noi, hanno soltanto il compito di consentire agli utenti di avere strumenti per compiere queste operazioni’. E la privacy violata... ‘Come noi ricorreremo sulla privacy, il pubblico ministero e le parti civili potrebbero ricorrere anche sulla questione penale della diffamazione. Occorre però considerare la reale volontà degli imputati di commettere il fatto: a noi il Garante della Privacy, massima autorità amministrativa, aveva espressamente detto che nel caso dei servizi gestiti da Google Inc. non andava applicata la legge italiana, ma poi il giudice ha ribaltato il concetto. Su questa ambiguità di decisioni ci sono andati di mezzo dei dipendenti: ma dove può esserci in questo caso il dolo?’. Come avete spiegato ai colleghi americani quello che è accaduto in Italia? ‘In nessun altro paese del mondo ci siamo trovati alla sbarra con tre dipendenti condannati a sei mesi di carcere. Ma la cosa più difficile da spiegare agli americani è che sei mesi di carcere non è considerata una cosa seria in Italia. Per loro è una cosa molto seria, è stata una ferita dolorosa’. È plausibile che la natura di Internet possa cambiare solo in Italia? ‘Ho appena finito di parlare per conto di Google con il “Wall Street Journal” e il “N.Y. Times”. Il primo problema è che gli americani hanno difficoltà a capire come mai non abbiamo il “Communications Decency Act”, che prevede una clausola di esonero dell’hosting service provider per i contenuti immessi in rete, fatto salvo il diritto d’autore. Questa in America è una norma intoccabile. Diciamo pure che anche solo l’applicazione della direttiva europea sul commercio elettronico ci consente lo stesso scarico di responsabilità a patto dell’immediata rimozione’. Cosa pensa del fatto che dei tg dando la notizia della sentenza Google abbiano pure ritrasmesso la sequenza video dell’atto di bullismo per cui siete stati condannati? ‘È uno degli assurdi di questa vicenda. La prima cosa che ho fatto è stata telefonare all’avvocato della famiglia per scusarmi di questa ulteriore esposizione. Abbiamo tre dipendenti condannati per quel video, ma dei portali on line stanno riproponendo immagini dello stesso video che ha causato la condanna’”. (red)

20. Il gran ballo degli onorevoli

Roma - “Non ci fidiamo dei sondaggi, ma la notizia che gli italiani fanno sesso meglio che in passato ci riempie di orgoglio e contentezza. Purtroppo l´indagine ignora un´importante minoranza. Da un anno assistiamo con morbosità allo svelamento delle problematiche sessuali dei nostri governanti”. Scrive Stefano Benni su Repubblica. “E scopriamo con dolore che moltissimi di loro sono assolutamente impossibilitati a corteggiamenti, seduzioni amorose e rapporti gratuiti, insomma a una vita erotica normale. È tutto un fiorire di prestazioni a pagamento, escort , trans, e massaggiatrici, ricatti sessuali, telefonate a papponi , ruffiani e mezzane. Per non parlare di vendette, e ricatti di ex. Con aggiunta di cocaina, viagra e iniezioni di materiale cementizio in caso di legittimo impedimento. Gran parte delle autorità italiane non sa più come conquistare una donna, come tenersela vicino, come trombare senza intermediari e senza mettere in mezzo tangenti e appalti.. Smettiamo di intercettarli e metterli alla berlina, è ora di aiutarli. A tal scopo è necessaria una seria rieducazione istituzionale, o ben presto non avremo un solo politico maschio in grado di accoppiarsi senza traumi, e quindi la razza corre il rischio di estinguersi, come i panda pigri o i macachi autosufficienti. A tal proposito è allo studio un decreto legge. Verrà creata una Sppsa, (società protezione politici senza amore ) alla cui presidenza si eleggerà un nome virtuoso e bipartisan. In lizza la Binetti e Lele Mora. Saranno ammessi, ma solo come consulenti, tecnici esperti come Tarantini , Anemone o la D´Addario . Queste le prime proposte. Festa liceale. Si cercherà di riportare i politici al tempo ingenuo ma leale delle feste scolastiche in cui per cuccare, bisognava darsi da fare, e poco contavano censo e appalti. A queste feste sarà proibito arrivare con aerei privati o auto blu, tutt´al più in vespa o motorino. Proibiti tacchi, capelli sintetici e incipriamenti. Verranno scelte donne che non guardano la televisione e quantomeno miopi, per garantire che non riconoscano i presenti celebri. Cocaina e viagra saranno sostituiti da aranciata e nutella. Al momento opportuno, sotto la guida della Digos e di Franco Califano , verrà abbassata la luce in sala e diffusa musica lenta. I politici i dovranno invitare le ragazze senza pronunciare la frase "lei non sa chi sono io". Dovranno sedurle solo con la conversazione, le battute di spirito, e l´uso leale di parti del corpo. Pare che un esperimento in tale senso sia già stato fatto in gran segreto in un palazzo romano. Ma è fallito: i politici si sono intimiditi e hanno fatto gruppo a parte, scambiandosi numeri di escort e facendo una gara di rutti , vinta da Gasparri. Le ragazze hanno detto: ma chi sono quei venti fessi che ci avete mandato.? La gita al mare. Verranno organizzate dai partiti delle gite in torpedone verso luoghi ameni. È noto che niente come i sedili di una corriera incoraggia il cameratismo e il fiorire di amori. Si sa già, ad esempio, che la Lega organizzerà gite alla foce del Po, con danze di corteggiamento celtico e coppie rigidamente ariane. Il Pdl farà un viaggio in Russia, con un treno speciale di gran lusso e Brunetta avrà una suite personale dentro una valigia. Il Pd è alla ricerca di un accordo tra le correnti: per il momento sono previsti sei torpedoni con diverse destinazioni che vanno da Gallipoli a Cervinia, al giro turistico dei monumenti della Toscana e a quello dei bancomat dell´Emilia. L´Udc avrà il suo autobus ma i partecipanti dovranno tenere una mano ammanettata al sedile, per l´altra ci sarà libertà di coscienza. Dubbi per An : Fini propone Taormina , La Russa Predappio. La discoteca. Avendo molti politici (specie quelli casti a parole) una tendenza alla trasgressione, verranno lasciati sfogare portandoli in una discoteca romagnola. Là ci sarà un apposito settore sado-maso e sessualità tripartisan con cilici e attrezzi vari. Ma per evitare problemi il settore verrà controllato da telecamere, e tutto sarà messo in diretta su Internet, così non saranno possibili bugie, ricatti e andirivieni di intercettazioni. I giornalisti e i magistrati potranno tornare a una visione del Paese più ampia del buco di una serratura. È previsto inoltre un master teorico di un mese, che comprende tra l´altro: Corso di conversazione brillante, Lapo Elkann. Corso di ballo, Emanuele Filiberto, che dopo il televoto ha sorpassato Baryshnikov. Corso di ditelo con i fiori e ikebana, Mike Tyson. Corso di serenate, Apicella e Jovanotti (par condicio). Corso di massaggio shiatzu, Bertolaso . Corso di privacy, Stefano Rodotà e Fabrizio Corona. Corso di divorzio e alimenti, avvocato Ghedini e Gianfranco Vissani. Due milioni di disoccupati chiedono inoltre la possibilità di inserirsi nell´unico settore produttivo in forte sviluppo: sorgerà quindi, in luogo isolato, la prima università per papponi. Sappiamo che nel programma Sppsa c´è un forte rischio di infiltrazioni. Industriali puttanieri e appaltatori ruffiani saranno in agguato per inserire le loro protette e protetti. Forse molti politici, ormai male abituati, non rinunceranno a mettere mano al portafoglio. Ma basterebbe salvarne una piccola quota. Alcuni potrebbero ritrovare fiducia in loro stessi, riconquistare la moglie, trovare una amante disinteressata, innamorarsi, o trombare senza dover ogni volta far costruire alberghi a un immobiliarista-troioforo. E potrebbero soprattutto dire la verità. Ammettere la frizzante varietà dei loro desideri( o peccati come preferisce chiamarli qualcuno). Come dice il grande filosofo Landrace, verità che pur porcella sua smonta ogni falsa ipocrisia . Senza questi provvedimenti, l´esemplare maschio di homo politicus è destinato alla sterilità e all´estinzione. E gli animalisti non intervengono, sostenendo giustamente che una maglietta col panda fa più tenerezza che una maglietta con Bondi. Ma forse per i nostri governanti più discussi c´è ancora un filo di speranza: il perdono dell´opinione pubblica. Se restano corruttori e mafiosi, ma promettono di diventare casti e virtuosi, vedrete che li voteremo ancora”. (red)

21. Intercettare a patto di razionalizzare

Roma - “Ci risiamo. Ogni volta che, sui giornali o in tv, escono spezzoni di intercettazioni scottanti, il riflesso condizionato è sempre quello: la politica dissotterra uno dei molti disegni di legge per ‘limitare’ le intercettazioni, i magistrati e una parte dell’opinione pubblica si ribellano, i giornalisti entrano in fibrillazione perché temono di perdere uno degli ingredienti più croccanti del loro lavoro. A rigore, il problema è semplicemente insolubile. Nessuna disciplina delle intercettazioni, infatti, può tutelare, contemporaneamente, i tre diritti che sono in gioco: quello alla privacy, quello alla sicurezza, quello all'informazione. Si tratta dunque di scegliere, o meglio di trovare un compromesso il più ragionevole possibile fra i tre diritti”. Si legge sulla Stampa a firma di Luca Ricolfi. “Prima di scegliere, tuttavia, varrebbe forse la pena fare i conti con alcuni dati di fatto. La storia recente delle intercettazioni, innanzitutto. Nel 2001 i bersagli intercettati erano 32.000, da allora il loro numero è aumentato sempre, a un ritmo medio del 23 per cento all’anno. Così in 7 anni, dal 2001 al 2008, sono più che quadruplicati. Forse le intercettazioni sono davvero troppe, a meno di pensare che le esigenze investigative siano anch'esse più che quadruplicate in soli 7 anni. Un secondo dato su cui riflettere è la distribuzione territoriale delle intercettazioni. Comunque la si misuri, la densità delle intercettazioni ha una enorme variabilità territoriale: come è possibile che in un distretto di corte d'appello il rapporto fra bersagli intercettati e procedimenti penali sia 15 volte più alto che in un altro? Possibile che le esigenze investigative siano così diverse da un posto all'altro? C'è infine l'atteggiamento dell'opinione pubblica. Due sere fa, a Ballarò, Nando Pagnoncelli (presidente della società di sondaggi Ipsos), ha presentato dei risultati molto chiari: la maggioranza degli italiani non vuole che si limiti il potere dei magistrati di ricorrere alle intercettazioni, ma nello stesso tempo è favorevole a limitare la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. A quanto pare gli italiani danno molta importanza alla sicurezza (le intercettazioni non si toccano perché servono a scoprire i colpevoli) ma, quanto alla privacy, pensano che il mezzo più efficace per tutelare la privacy stessa non sia ridurre le intercettazioni, bensì mettere dei paletti alla pubblicazione del loro contenuto sui giornali, in particolare quando coinvolgono persone che non c’entrano. Tenuto conto di tutto ciò, mi sentirei di proporre una semplice soluzione. La politica si astiene dal modificare i criteri di autorizzazione (tipi di reati, gravità degli indizi) e lascia le cose esattamente come stanno quanto alla definizione del quando si può intercettare e quando no. Nello stesso tempo, però, la politica si prende il diritto di riportare gradualmente il numero totale delle intercettazioni a un livello più ragionevole di quello di oggi (per esempio al livello del 2005, in cui i bersagli intercettati erano poco più di 100 mila, contro i quasi 140 mila attuali). Come? È semplice: fissando uno stock di intercettazioni nazionale, e affidando al Consiglio superiore della magistratura o a un organismo indipendente il compito di ripartire tale stock fra i 29 distretti giudiziari, in funzione del numero e del tipo di reati tipici di ciascuno di essi. Questa semplice misura, come qualsiasi misura di ‘razionamento’, avrebbe automaticamente effetti di razionalizzazione, perché, in presenza di uno stock limitato di bersagli intercettabili, le procure avrebbero tutto l’interesse a non mettere a repentaglio il proprio potenziale investigativo futuro con autorizzazioni concesse in casi in cui non sono strettamente necessarie. In questo modo la politica garantirebbe ai cittadini una maggiore privacy, grazie alla possibilità di fissare un tetto al numero annuo di intercettazioni. La magistratura, a sua volta, vedrebbe pienamente tutelata la propria autonomia perché manterrebbe il pieno controllo sulla allocazione territoriale della ‘risorsa scarsa’ intercettazioni. E noi cittadini? Quanto a noi, forse potremmo prendere sul serio il parere della maggioranza degli italiani, chiaramente espresso nel sondaggio Ipsos. Che la politica metta i bastoni fra le ruote delle procure, restringendo i casi in cui si può intercettare, non ci va, tanto più dopo tutto il marcio che è emerso in queste ultime settimane. Però un po' di prudenza sui giornali non ci dispiacerebbe affatto, e non ci sembrerebbe di per sé una limitazione del nostro sacrosanto diritto di essere informati. I processi sui quotidiani e in tv, condotti con spezzoni di frasi e arditi teoremi di innumerevoli tenenti Colombo improvvisati, non sono vera informazione - scrupolosa, onesta, leale - ma rumore giudiziario, polverone mediatico, inquinamento delle nostre menti. Certo, vogliamo essere informati, leggere le intercettazioni, capire che cosa è successo, ma non in questo modo, che distrugge la vita di tante persone senza dare a noi nessuna certezza, né politica, né giudiziaria, né umana. Insomma, vogliamo sapere, anche nei dettagli, ma possiamo aspettare un po’. Se una legge votata dal Parlamento dirà che i giornali possono pubblicare quello che vogliono, ma solo dopo una certa fase del procedimento penale (ad esempio l'inizio del dibattimento), ce ne faremo una ragione. L'importante è apprendere la verità, tutta la verità (compresi i testi delle intercettazioni, purché non coinvolgano soggetti estranei al processo), in un tempo ragionevole. Sapere prima, o meglio illudersi di sapere prima, non soddisfa il nostro diritto a essere informati, ma solo la nostra impazienza”. (red)

22. Voterei l'arresto del senatore

Roma - “Lo informano mentre sta guardando Formigoni e la Bindi in televisione, ‘mi ero dimenticato che c’era Inter-Chelsea’. E prima di cambiar canale il presidente della Camera viene a sapere che c’è il suo nome in una delle migliaia di intercettazioni sull’affaire ‘ riciclaggio’. Attende qualche istante, poi si mette a ridere mentre gli leggono lo stenografico della conversazione in cui Gennaro Mokbel - considerato uno dei registi dell’operazione - avvisa il presunto boss della ’ndrangheta Franco Pugliese che ‘Nicola’ Di Girolamo - appena eletto senatore del Pdl - è stato ‘convocato’ da Fini”. Scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera. “‘Francamente non ricordo nemmeno di averlo conosciuto Di Girolamo’, è il suo primo commento: ‘Vai a capire poi se l’ho visto. Mi pare però di poter escludere a priori di averlo "convocato"‘. Fini chiede di conoscere la data, ‘il 16 aprile 2008? Avevamo appena vinto le elezioni, e con tutto quello che c’era da fare... Mah, andrò a vedere l’agenda di quell’anno per verificare i miei appuntamenti. Tendo a escluderlo però. Anche perché la foto di Di Girolamo che ho visto sui giornali non mi ricordava nessuno. E comunque, non sono andato a fare campagna elettorale in Germania’. È l’unica battuta che il presidente della Camera si concede, la ‘vicenda inquietante’ che legherebbe il parlamentare del Pdl alla ’ndrangheta lo ha colpito. Al punto che - confida - ‘alla prima occasione pubblica dirò che se fossi senatore voterei per l’autorizzazione all’arresto’. Già ha dimenticato che il suo nome compare tra le pagine di un’inchiesta, la sua attenzione è concentrata sulla necessità di spazzare via, ‘e al più presto’, ogni ombra ‘offensiva e infamante’ che si va allungando sul Paese oltre che sul suo partito. Insomma, di sé quasi non si cura, finché non gli viene rammentata quella pagina dell’ordinanza in cui c’è scritto ‘Fini ha convocato Nicola’. ‘Ma sono due tizi che parlano di una terza persona’, ribatte senza passione: ‘In conversazioni come queste c’è chi magari può arrivare a millantare. Domani vedrò sulla mia agenda’. Il tono della voce dà la misura del distacco con cui accoglie la notizia, se non fosse che Fini è la terza carica dello Stato, che il suo nome viene precipitato in un brogliaccio giudiziario, e che la vicenda ripropone il delicatissimo nodo delle intercettazioni, il loro uso. ‘Si tratta di un questione politicamente complicata. Non c’è dubbio che lo strumento vada salvaguardato, perché è indispensabile nella lotta al crimine. Al tempo stesso non c’è dubbio che sia necessario fare molta attenzione al modo in cui si adopera. Le intercettazioni non possono essere l’unico elemento su cui si poggia un’inchiesta. Servono, ma poi vanno fatti gli accertamenti di verifica. Altrimenti...’. ‘Altrimenti’. Ecco il labile confine che fa di una formidabile arma di contrasto alla criminalità una pericolosa gogna, e nel suo argomentare Fini sottolinea come ‘l’utilizzo improprio delle intercettazioni’ sia ‘pericoloso’. L’approccio alla materia del presidente della Camera è politico, come volesse scientemente dissipare l’idea che a parlare è una vittima, l’ennesima, di un diabolico sistema: c’è un’inchiesta, c’è un’ordinanza della magistratura, ci sono le intercettazioni, e chi c’è dentro c’è dentro, senza alcuna scrematura delle vicende e delle persone, senza nessuna selezione dei casi giudiziariamente rilevanti da quelli che non hanno valenza per l’indagine: ‘Quante polpette avvelenate vengono gettate lì e lasciate in migliaia di pagine’. È una considerazione asettica quella di Fini, eppure richiama alle ultime inchieste che coinvolgono il Palazzo e che stanno riproponendo un copione già visto ai tempi di Tangentopoli, con il fango che tracima e colpisce tutti indistintamente. ‘La stagione del fango - ammette la terza carica dello Stato - è ripartita’. Il clima si correda con il sospetto, che al dunque lo lambisce. ‘E quale sarebbe il problema, ammesso e non concesso che io abbia visto Di Girolamo? Lui era appena diventato senatore del Pdl, io sono un cofondatore del partito’. Essendo un politico a sangue freddo, in Fini non traspare alcuna irritazione per la sua vicenda personale. Ma, in generale, è l’impotenza di chi rimane vittima di eventi come questi che non lo lascia, non può lasciarlo indifferente: ‘Perciò bisogna fare attenzione a tutte queste intercettazioni che, senza verifica, compongono un impianto accusatorio. Possono provocare, e spesso provocano, danni inimmaginabili. Suscitano la curiosità morbosa dell’opinione pubblica, e coinvolgono persone che non hanno nessuna responsabilità, con faccende che non hanno alcuna incidenza sui fatti’. Non lo dice, forse anche perché non sarebbe elegante dirlo in questo frangente, ma è evidente che anche Fini giudica ormai necessario rivedere la legge sulle intercettazioni, facendo cura a trovare un equilibrio tra l’esigenza di combattere la criminalità e il principio inalienabile dei diritti individuali. Al Senato c’è una legge ferma: ‘Quella legge è un buon compromesso’”. (red)

Prima Pagina 25 febbraio 2010

No Dal Molin: solo testimonianza