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Perdi il lavoro? Sei nulla (dicono)

Quando il lavoro è tutto, perderlo può significare che la vita non vale niente. Per Sergio Marra, sabato 30 gennaio è stato l’ultimo giorno della sua, normalissima vita di operaio in una piccola azienda di stampaggi plastici nel Bergamasco. Una terra di piena occupazione, una volta. Oggi non più, dopo la crisi economica di questi anni. Si è suicidato dandosi fuoco in una stradine della periferia di Brembate, soccorso da due passanti e da una donna che abitava lì (esistono ancora persone umane, in questa società disumanizzata). Per lui, tuttavia, non c’è stato nulla da fare.

Dalle ricostruzioni sembra non esserci nessun dubbio: Marra, dimessosi nel novembre scorso per giusta causa su consiglio del sindacato poiché da agosto non percepiva più un euro di stipendio, era un uomo depresso, prostrato, finito. Uno dei 10 mila lavoratori della zona che in un anno sono stati, direttamente tramite il licenziamento o indirettamente negando loro la busta paga, buttati in mezzo ad una strada. E difatti in mezzo a un’anonima strada, come avviene simbolicamente quando l’inconscio prende il sopravvento, lui ha scelto di ammazzarsi. Quella strada che non rappresenta più da un pezzo l’occasione di riscatto com’era un tempo, quando lì ci si riversava, in massa, per minacciare, giustamente, l’autorità che “lascia fare” al mercato. No, oggi l’uomo della strada è in balia del nulla e della propria disperazione. Non c’è più alcun legame sociale, politico, comunitario a convertire la rabbia e il dolore in una spinta collettiva a risalire la china, a riconquistare la dignità, a migliorare la propria condizione. Si vive e si muore soli (anche se Sergio il conforto di una moglie almeno ce l’aveva), come cani randagi e bastonati. 

Il suicidio di un operaio «fa pensare che ci sia una inadeguatezza della società e dello stesso sindacato». Fa pensare, e molto, che chi sia arrivato a questa verità, detta a mezza bocca, ossia il segretario della Camera del Lavoro di Bergamo Luigi Bresciani, un dirigente della Cgil, il sindacato rosso, appartenga alla schiera di coloro che fanno del lavoro lo scopo ultimo dell’esistenza. Autocritica? Quando mai. A destra ma ancora più a sinistra non c’è verso di avvedersi che è proprio l’idolatria lavoristica a causare queste morti. Se il lavoro è tutto, perderlo vuol dire non essere niente. I tanti Sergio Marra che si suicidano, che vagano da un’agenzia interinale all’altra, che marciscono in casa disoccupati, che non hanno più di che sostentare la propria famiglia, che credono di non avere più futuro, ce l’hanno sulla coscienza i pescecani, banchieri e speculatori, che hanno provocato la catena di fallimenti e tagli abbattutisi non solo sulle grandi, foraggiate dallo Stato complice, ma anche sulle piccole e medie imprese. Ma sulla coscienza ce l’hanno pure tutti coloro che seguitano a difendere lo status quo, l’ideologia del lavoro sopra tutto e tutti, in primis i sindacalisti. L’alternativa c’è: produrre meno, consumare meno, lavorare meno. In modo che ciascuno abbia un posto sicuro, stabile, sereno. Così da lavorare per vivere. E non vivere per lavorare, per poi morire d’angoscia.  

Alessio Mannino

 

 

Secondo i quotidiani del 04/02/2010

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