Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 05/02/2010

1. Le prime pagine 

Roma - IL CORRIERE DELLA SERA - Editoriale di Angelo Panebianco: “Il divorzio atlantico”. “effetto debito, paura delle Borse”. Fotocolor: “L’Iran contro Berlusconi: ‘Da lui servigi a Israele’”. A centropagina: “Immigrati, un permesso a punti”. “Sei licei: così cambia la scuola”. In basso: “Tosi riappenderà la foto di Napolitano”. In un riquadro: “Giochim Cacciari attacca il Coni: ‘Sta con Roma contro Venezia’”. “Diritti tv della Fininvest: Berruti assolto per il riciclaggio”. 

REPUBBLICA - “Rischio debito, tremano le Borse”. In un riquadro: “Teheran attacca il Cavaliere: ‘Ha parlato come un servo di Israele’”. “Processo diritti tv: Berruti assolto dall’accusa di fondi neri e riciclaggio”. “Nucleare, guerra tra Palazzo Chigi e le regioni del no”. A centropagina fotocolor: “Maroni: per gli immigrati permesso di soggiorno a punti”. “Nei licei rivoluzione a settembre. I sindacati: riforma di soli tagli”. In basso: “E il Papa chiese il dossier Boffo”. 

LA STAMPA - “La Spagna spaventa l’Europa”. Commento di Francesco Manacorda: “Gli stati meno sicuri delle imprese”. “L’Iran attacca: ‘Berlusconi servo degli israeliani’”. In un riquadro: “Bobbio, maestro del dialogo”. Centropagina fotocolor: “Scuola, sei licei per la Gelmini”. “Incentivi, duello tra Fiat e governo”. In un riquadro: “Epifani: l’azienda produca più auto”. In basso: “L’Italia di Morgan”. 

IL GIORNALE - “I vip dei ricatti a luci rosse”. “Salvare fabbriche non è un dovere”. A centropagina: “La droga non è uno spettacolo popolare”. “E adesso a far paura sono i debiti pubblici”. In un riquadro: “Una svolta epocale per la nostra scuola ma è il primo passo”. In basso: “Se per Veronesi la fede impedisce di ragionare”. “È ufficiale: correre non serve a nulla”. 

IL TEMPO - Editoriale di Carlo Panella: “Il ruolo dell’Italia all’estero”. “Fiat e governo ai ferri corti”. Fotocolor: “Di Pietro, il grande accusatore ora è costretto a difendersi”. “L’affondo di Scajola per il nucleare italiano”. A centropagina: “Scuola, le nuove superiori”. “‘Preferenziali’ per le moto non per minicar”. In un riquadro: “Morgan superstar della Rai”. In basso: “Giacometti da record”. In un riquadro: “La Roma ipoteca la finale”. 

 L’UNITA’ - “Bologna città ostaggio”. Fotonotizia: “Stalla mani di forbice”. 

IL MESSAGGERO - Editoriale di Romano Prodi: “La leadership affidabile che l’Europa chiede a Obama”. “Scuole superiori, si cambia”. Fotocolor: “Roma inarrestabile: la finale di Coppa ora è a un passo”. A centropagina: “Madrid spaventa le Borse”. In un riquadro: “Incentivi, alta tensione governo-Fiat”. In basso: “Israele, l’Iran attacca Berlusconi. Frattini: ‘Serviamo i nostri valori’”. “Slitta il voto a Bologna, è scontro”. 

IL SOLE 24 ORE - Editoriale di Alberto Orioli: “Squadra che vince si cambia al più presto”. “Il debito spaventa i mercati”. A centropagina: “Incentivi, duello Fiat-governo”. “Cina alla Wto: stop ai dazi Ue sulle calzature”. In un riquadro: “Il turismo può valere il 20 per cento del Pil”. In un riquadro: “A New York bistecca al sangue, mancia e stock option”. (red)

2. Il debito pubblico spaventa le Borse

Roma - “La Spagna, aiutata dal Portogallo, affossa le Borse europee, trascinando nel vortice anche New York - riporta REPUBBLICA -. È stata una mattanza quella che s´è consumata ieri sui mercati europei innescata sia dall´incubo per il debito accumulato dai due Paesi, che dalle parole dal numero uno della Bce Jean Claude Trichet e da quelle di Strauss-Kahn, presidente dell´Fmi. Dopo aver lasciato invariati i tassi all´1 per cento, il presidente della Banca centrale europea, ha dichiarato che molti paesi dell´area euro hanno squilibri di bilancio ampi e rapidamente crescenti. Da bloccare e fin da subito. Non a caso Trichet ha chiesto netto ‘rigore sui conti pubblici’ e il rispetto del ‘Patto di stabilità’. Il presidente dell´Eurotower non ha citato un Paese in particolare. Lo ha fatto invece Strauss-Kahn, spiegando che la crisi di Madrid è ‘molto forte’, peggio di quella greca e notando come il mercato immobiliare spagnolo si è avvitato in un modo che ricorda da vicino il caso Usa. Per le Borse è stato come gettare benzina sul fuoco. La sensazione non era nuova. Mercoledì il Commissario Ue agli Affari monetari, Joaquin Almunia, dopo aver approvato il piano anti-deficit del governo greco, aveva messo sullo stesso piano Spagna, Grecia e Portogallo. Le agenzie di rating hanno da tempo alzato le antenne sui debiti sovrani di Lisbona, ma soprattutto di Madrid (S&P aveva già abbassato il rating a dicembre). E come se non bastasse i guru dell´economia mondiale, da Paul Krugman a Nouriel Roubini hanno stilato un´unica diagnosi: è la Spagna con deficit e disoccupazione in salita a rappresentare una possibile minaccia per la coesione della zona euro”. 

“Una stilettata dietro l´altra che ieri ha dato il via alle vendite, trascinando anche il Dow Jones (-2,61 per cento). Il crollo delle Borse europee è stato tra il 2 e il 3 per cento. A guidare il tonfo Madrid, che ha chiuso a -5,9 per cento e Lisbona, terminata a -5. Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 3,45 per cento, Atene il 3,89. Un po´ meglio hanno fatto Londra -2,17 per cento, Parigi -2,75 per cento, Francoforte -2,45 per cento, Amsterdam -2,94 per cento e Zurigo che ha chiuso a -2,40 per cento. In una sola seduta sono andati in fumo 150 miliardi di euro, mentre la moneta unica è scivolata ai minimi da 7 mesi, sotto quota 1,38 dollari. Sotto tiro soprattutto i titoli bancari e quelli a contenuto ciclico. ‘Meno male - ha detto il numero uno di Unicredit, Alessandro Profumo - che per la prima volta in tanti anni non ci sia l´Italia in testa alla lista dei Paesi più in difficoltà’. Ma la Grecia prima (dove si moltiplicano le proteste in piazza ad Atene per il piano di austerità varato dal governo) e Spagna e Portogallo ora, sono comunque un problema. Il presidente dell´Eurotower ha però voluto sgombrare il campo da un´ipotetica uscita di un Paese da Eurolandia. Si annuncia però una nuova crisi, proprio mentre il presidente dell´Fmi dichiara che potrebbe lasciare per candidarsi come rivale di Sarkozy alle presidenziali francesi. Tenta di tranquillizzare il presidente dell´Eurogruppo, Juncker, dichiarando che Spagna e Portogallo ‘non rappresentano un rischio’ per la stabilità dell´Eurozona. Ma lo fa alle sei del pomeriggio - conclude REPUBBLICA -, troppo tardi per le Borse”. (red)

3. Borse, Stiglitz: La colpa è degli speculatori

Roma - “La solita reazione emotiva dei mercati, che ‘nel dubbio prima vendono e poi si vedrà’, dice un economista di una banca d’affari. Oppure un problema più profondo, ‘strutturale’, che riguarda le capacità di tenuta dell’euro a fronte di debiti pubblici difficilmente sostenibili con scenari di bassa crescita da parte di alcuni paesi dell’area della moneta unica - riporta LA STAMPA -. I commenti degli specialisti alla frana delle borse nella giornata di ieri spaziavano tra questi due estremi. Di certo, aggiungendo i dubbi di giornata a quelli di struttura, nel frattempo gli operatori hanno venduto a mani basse. A fine giornata, per l’Europa il bilancio è di 128 miliardi di capitalizzazione persi dai titoli principali. Wall Street, di solito poco attenta a ciò che accade nel Vecchio continente, si fa prendere anche lei dai dubbi e anche lì le vendite vanno alla grande. Tra i due estremi, c’è una punta d’inquietudine per ciò che riguarda il caso Italia. Inquietudine, per così dire, catturata brillantemente da un operatore anonimo interpellato dall’Ansa: ‘Alla caduta dei Pigs, dopo Grecia, Spagna e Portogallo manca solo l’Italia’. Contrapposti ai Bric’s (Brasile, Russia, India e Cina), motori della crescita mondiale, i ‘Pigs’ sono i paesi della ‘fascia debole’ dell’area euro, quelli con un debito pubblico più elevato, aspettative di bassa crescita e necessità di riforme strutturali. Le cui borse ieri, non casualmente, hanno risentito più delle altre dell’ondata di vendite. Quello che è successo è che nei giorni scorsi, nel pieno della tempesta greca, due autorevoli commentatori come Paul Krugman e Nouriel Roubini avevano puntato il dito contro la Spagna. Secondo Krugman il ‘principale problema’ per la zona euro oggi ‘non è la Grecia, ma la Spagna’. Roubini ha detto che la Spagna è una possibile ‘minaccia per la coesione della zona euro’ più di Grecia, Portogallo o Irlanda. Ieri, la reazione dei mercati (nel dubbio, vendere)”. 

"Altri segnali negativi. La reazione che si è vista su un particolare prodotto finanziario, criticato dagli economisti ma molto in voga in questi tempi difficili: i credit default swap, o Cds. Sono in pratica delle assicurazione contro il default, in questo caso uno Stato che non ripaga il suo debito. I Cds sulla Grecia sono nuovamente schizzati in alto ieri, oltre 400 punti base, vicini al picco di 420 punti segnato all’esplodere della crisi, il mese scorso. Ancora: un’asta di titoli di Stato portoghesi, mercoledì, andata piuttosto male. Molto male. Il governo di Lisbona aveva previsto un’asta di titoli per 500 milioni, scadenza un anno. Ne ha venduti 300 milioni, poco più della metà, perché gli investitori internazionali (nel dubbio) sono rimasti a guardare. E segnali positivi? Ci sono anche loro. Il principale si chiama ‘spread’, il differenziale tra i titoli di Stato tedeschi e quelli degli altri paesi dell’Area euro. È ritenuto l’indicatore più affidabile del rischio di un Paese e nella tempesta di ieri sono rimasti piuttosto stabili. La classifica vede in testa la Grecia, seguita da Portogallo, Spagna e Italia. Il rendimento nei nostri titoli è al 4,06 per cento, meno dell’1 per cento in più rispetto al 3,12 per cento dei Bund tedeschi. La chiosa della giornata arriva dunque a tarda da Alessandro Profumo, il numero uno di Unicredit, che dà la sua lettura tutto sommato (per noi) tranquillizzante della giornata: ‘È interessante che per la prima volta l’Italia non è in cima alla lista’”.  

“‘E’ un paradosso assurdo, da voi in Europa - si infervora Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia 2001 - una ironia della storia. Non lo vede? I governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato’. Che può succedere ora? - chiede LA STAMPA -. ‘Aspetti. Non è finita qui. I governi varano misure di austerità per ridurre l’indebitamento. I mercati decidono che non sono sufficienti e speculano al ribasso sui loro titoli. Così i governi sono costretti a misure di austerità aggiuntive. La gente comune perde ancora di più, la grande finanza guadagna ancora di più. La morale della favola è: colpevoli premiati, innocenti puniti’. Come si può rimediare? ‘Tre punti. Primo: niente denaro alla speculazione. Negli Stati Uniti come in Europa, bisogna fare nuove regole per le banche. Devono finanziare le imprese produttive, non gli hedge funds. Bisogna impedirgli di speculare’. Una parola. Se è il governo a dirigere il credito, il rischio è di distribuirlo ancora peggio. ‘Non credo. Secondo me si può e si deve intervenire. Punto secondo: bisogna imporre tasse molto alte sui guadagni di capitale. Oggi è più vantaggioso speculare che lavorare per vivere. Deve tornare ad essere il contrario’. E poi? ‘Punto terzo: in Europa dovete appoggiare i governi in difficoltà’. Si rischia di premiare i politici che governano male. ‘No. La prova la dà la Spagna. Oggi è in difficoltà senza aver fatto errori. Il governo aveva un bilancio in attivo fino all’altr’anno; la Banca centrale ha sorvegliato le banche molto bene, tanto che viene citata ad esempio nel mondo. Che colpa hanno? Certo, anche loro hanno visto crescere la bolla, nel mercato immobiliare, e non l’hanno fermata. Ma è l’errore che hanno fatto tutti. Era nello spirito dei tempi. Lo ispirava l’ideologia neo-liberista che ha dominato per molti anni’. In Grecia però hanno sbagliato. Hanno anche truccato i conti. ‘Non l’attuale governo, il precedente. Sono stati colpiti dalla crisi della navigazione commerciale, settore importante per loro, e dal calo del turismo. Insomma, perché dobbiamo costringere la gente a fare ancora più sacrifici, se non ha colpa?’. Il debito c’è. Prima o poi gli Stati dovranno ripagarlo. ‘Ma perché mai dobbiamo dare retta ai mercati? I mercati non si comportano in maniera razionale, lo abbiamo visto nel modo in cui si è prodotta la crisi. Allora perché mai dovrebbero avere ragione, nel chiedere ancora più sacrifici ai cittadini di quei paesi? In più, anche se la avessero, si comportano in maniera troppo erratica. E per finire, qui è in corso un attacco speculativo: non è che se uno fa bene non lo colpiscono, è che se ti possono far fuori ti fanno fuori’. Come possiamo fare, in Europa? Dovete costruire dei meccanismi di solidarietà fra Stati. L’Unione deva avere più risorse a disposizione. Si spendono un sacco di soldi per la politica agricola comune, che è uno spreco, mentre...’ Si potrebbero emettere dei titoli europei, gli Eurobonds. ‘Certo. E poi occorre tassare le attività nocive. Soprattutto due: la finanza e le emissioni di anidride carbonica. Anche negli Stati Uniti’. Obama riuscirà a imporsi alle banche? - conclude LA STAMPA -. ‘Sarà una lunga battaglia. Ma la rabbia della gente è forte, e il presidente lo sa. I banchieri hanno contro tutto il resto della popolazione’. Il Congresso è riluttante. ‘Spero che non si debba arrivare ad un’altra crisi, prima di riuscire a mettere la finanza sotto controllo. Sarebbe davvero triste. Pensi a quanto danno hanno causato. Lo sa che secondo le rpevisioni del Cbo, l’Ufficio bilancio del Congresso, la disoccupazione comincerà a diminuire sono a metà del decennio? Queste sono cose che restano a lungo nella memoria della gente’”. (red)

4. Incentivi, duello governo-Fiat

Roma - “La Fiat è ‘pienamente d’accordo’ sull'‘eventuale scelta del governo di non rinnovare gli incentivi’. Lo ha detto ieri l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, al termine di un botta e risposta tra il governo, a partire dal premier Silvio Berlusconi, e il gruppo - riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Aveva cominciato Marchionne rilasciando un’intervista in cui si era detto ‘agnostico’ rispetto alle agevolazioni. ‘Il governo faccia la sua scelta— erano state le parole — e noi accetteremo senza drammi. Ma abbiamo bisogno di decisioni in tempi brevi e di uscire dall'incertezza, poi saremo in grado di gestire il mercato e la situazione qualunque essa sia’. Il primo a reagire è stato il presidente del Senato, Renato Schifani: ‘Bisogna avere il coraggio di dire basta a elargizioni statali se non vengono salvaguardati i posti di lavoro e i presidi industriali’ ha attaccato. E ancora: ‘Gli aiuti dello Stato vanno erogati solo se le aziende rispettano questo preciso dovere etico’. Poi è stata la volta di Berlusconi: ‘Noi stavamo esaminando la possibilità di rinnovarli (gli incentivi, ndr) ‘ ma ‘il principale produttore italiano, la Fiat, pare non sia interessata ad averli’. In ogni caso, ha concluso, ‘è ancora un capitolo aperto: stiamo discutendo con altri protagonisti del settore auto’. ‘La Fiat ha preso i soldi e ora scappa’ ha rincarato il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli”. 

“Intanto, mentre alla Camera il ministero dello Sviluppo economico, rispondendo a un’interpellanza, spiegava che di incentivi si parlerà dopo la riunione informale dei ministri, l’8 e il 9 febbraio a San Sebastian, circolavano indiscrezioni circa le modalità di erogazione. Su tutte, quella che i bonus possano essere concessi alle imprese che riducano il ricorso alla cassa integrazione. Il ministero del Lavoro non ha fatto in tempo a smentire che è insorto il leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, secondo cui una tale modalità di erogazione ‘non risolve i problemi’. A chiudere la giornata, la dichiarazione di Marchionne di adesione all’’eventuale scelta del governo’ di non rinnovare gli incentivi: ‘Quello di cui c'è bisogno adesso non sono palliativi al mercato ma una forte e seria politica industriale che miri a un rafforzamento competitivo dell'industria dell'auto, un settore considerato trainante da tutti i governi del mondo’. E comunque la Fiat ‘è in grado di gestire la situazione, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista industriale, anche nello scenario più pessimistico’. Oggi - conclude il CORRIERE -, un nuovo incontro tecnico al ministero dello Sviluppo economico”. (red)

5. Incentivi, la partita e quell'incontro a Palazzo Chigi

Roma - “Adesso qualcuno dirà: ha cambiato idea. Ma si era detto, prima, anche qualcosa che alla fine suona un po’ all’opposto: gioca cinicamente la carta Termini, e poi quella della cassa integrazione, solo per avere gli incentivi - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Ora, può darsi che davanti alla prospettiva di ‘spiccioli’ di aiuti, pochi e per pochi mesi, Sergio Marchionne abbia deciso che la partita non vale lo sforzo. Non è però mai stata Termini Imerese, l’oggetto dell’eventuale scambio. Se si infastidiva tanto (e continua a farlo) quando lo accusavano (e lo accusano) di ‘ricatto’, è perché qui è sempre stato chiaro. Anche con governo e sindacati: non è questione di incentivi, ha ripetuto pure nell’ultimo incontro, il 22 dicembre, la fabbrica siciliana non sta comunque in piedi. Certo, era stato lui a promettere: ‘Non chiuderò mai impianti in Italia’. Ma era il mondo prima della crisi, ha ridetto a Palazzo Chigi (con Gianni Letta, alla fine, a constatare: ‘Dottor Marchionne, si è tolto un po’ di sassolini...’): e se ‘per molti anni ci siamo accollati l’onere di gestire lo stabilimento in perdita, non ce lo possiamo più permettere: è un’emorragia di risorse che mette a rischio le altre fabbriche’. Dunque: ‘Massima disponibilità’ a collaborare, ‘siamo consapevoli dei costi sociali’ e perciò ‘abbiamo messo 30 mesi tra l’annuncio e la chiusura’, ma continuare a fare auto no, ‘non è sostenibile’. Sarebbe assistenzialismo, ‘e non è la Fiat che se ne può far carico, non da sola’. Poiché, poi, qui si innesta l’eterna diatriba sul ‘dare e l’avere’ — politica e sindacati ad accusare ‘per anni avete campato di aiuti pubblici’, il Lingotto altrettanto pronto a tirar fuori numeri contrari— alla fine il ‘no’ agli incentivi libera paradossalmente le mani a Marchionne. Continueranno a rimproveragli di abbandonare la Sicilia”.  

“E saranno prevedibilmente durissime le vertenze sul piano che presenterà ad aprile. Ma lui, che da mesi ripete ‘sugli incentivi sono agnostico, gestiremo qualunque situazione’, ora potrà amaggior ragione ripetere anche: ‘Non c’è niente che non abbiamo già detto, nessuna decisione che non abbiamo anticipato’. La Cig, per esempio. In media, nel 2009, ogni giorno il 30 per cento dei dipendenti Fiat è stato fermo. In ‘cassa’. Quest’anno ovviamente potrà andar peggio. Ma è, anche questo, uno scenario dipinto ormai più volte. Al consiglio d’amministrazione, al governo, ai sindacati. Con questi numeri: ‘Senza incentivi, il mercato scenderà del 20 per cento’. Una pressione? Si può leggere così. Lui la mette in termini di pura constatazione ‘macro’ e, di nuovo, assicura: ‘Anche nello scenario più pessimistico siamo in grado di gestire la situazione, sia economicamente sia industrialmente’. Come, è scontato ed esplicito: adeguando la produzione. L’assaggio è la Cig totale di febbraio-marzo, conseguenza diretta di ordini giù del 50 per cento tra gennaio e l’ultimo trimestre 2009. Pagano sempre i più deboli, i dipendenti? No, ribatte Marchionne, non se ‘guardiamo al futuro che stiamo costruendo’. E sul piatto mette gli 8 miliardi di investimenti da fare (due terzi in Italia), i mille lavoratori Bertone ‘assorbiti’ da Fiat, la ‘scommessa Panda’ a Pomigliano. ‘Il Paese può tornare a produrre 900 mila auto’, il livello pre crisi. Però è lui, qui, a rilanciare. Con il sindacato: è pronto a portare a Pomigliano la stessa flessibilità di Melfi? E con il governo. È sottile - conclude il CORRIERE -, ma c’è, e tagliente, la frecciata con cui chiude il commento ‘pienamente d’accordo’ sul non rinnovo degli ecoincentivi: ‘Quello di cui c’è bisogno adesso non sono palliativi al mercato. È una forte e seria politica industriale’”. (red)

6. Scuola, la Gelmini vara la riforma dei sei licei

Roma - “Via libera dal Consiglio dei Ministri alla riforma delle scuole superiori in tutt’Italia tranne che a Bolzano e provincia dove hanno preferito rinviare di un anno per avere il tempo di preparare la scuola ai cambiamenti - riporta LA STAMPA -. E’ una piccola rivoluzione, infatti, e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ieri era accanto al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini a illustrare le novità. ‘Un riordino ‘necessario’, lo definisce, perché il nostro sistema scolastico ‘non è in linea con i paesi avanzati’ e l’attuale assetto non consente ‘agli studenti di accedere al mondo del lavoro’. Per il ministro si tratta di una riforma ‘epocale’ che ‘elimina la frammentazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni della scuola italiana. Per i licei si supera la legge Gentile del 1923, per i tecnici la riforma era attesa da 80 anni’. Il ministero promette di cancellare i 396 indirizzi sperimentali e 51 progetti assistiti dal Miur. Dal prossimo anno scolastico ci saranno solo 6 licei: il classico, lo scientifico, il linguistico; l’artistico con 6 nuovi indirizzi; e poi il liceo musicale e coreutico e quello delle scienze umane. Gli istituti tecnici sono suddivisi in 10 settori e 39 indirizzi. Dal prossimo anno ci saranno 2 settori e 11 indirizzi: il settore economico e il settore tecnologico. Gli istituti professionali hanno cinque settori di istruzione e 27 indirizzi. La riforma riduce a 2 i settori e a 6 gli indirizzi. Fin qui le scelte chiare. Sul resto regna la massima confusione in attesa dei regolamenti che non si sa quando verranno approvati. Nei tecnici e nei professionali la riforma andrà in vigore solo dal primo anno, ma a quanto pare non nelle classi successive che però si vedranno ridotto l’orario settimanale di lezioni da settembre”.  

“Il calo di ore non dovrebbe toccare invece le classi dell’ultimo anno che dovranno sostenere l’esame. Professori e studenti sono più che disorientati, basta dare un’occhiata a siti come Skuola.net per rendersene conto. Confusione o no, il ministro dell’Istruzione difende e chiede l’aiuto dei sindacati per applicare la riforma. Lo chiede ‘in particolare a quelli moderati per proseguire con la collaborazione’. Ma l’opposizione non sembra voler collaborare. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani sostiene che invece che di una riforma si tratta di ‘un taglio epocale alla scuola pubblica italiana che ci allontana dall’Europa e nega pari opportunità di vita, di educazione e di lavoro ai ragazzi e alle ragazze del nostro Paese’. Pronta la risposta del ministro Gelmini: ‘Bersani e la sinistra non vogliono modernizzare la scuola, sono contrari a qualsiasi riforma per questo Paese’. Ma al riordino è contrario anche il leader dell’Udc Pierferdinando Casini che avverte: ‘non si possono fare le nozze coi fichi secchi. Una riforma seria ha bisogno di risorse’. Decisamente contrari i sindacati. Per Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc- Cigl: ‘Il governo conferma la linea nemica contro i giovani e il loro futuro’ e aumenta la confusione: ‘Resta ferma la riduzione oraria indiscriminata nelle classi successive alle prime, ma solo per i tecnici e i professionali. Per Massimo Di Menna della Uil - conclude LA STAMPA -, si tratta di una riforma ‘in ritardo di 30 anni’” . (red)

7. Scuola, come cambiano i licei con la riforma

Roma - “Il potenziamento delle lingue straniere con l’obbligo di una prima lingua (preferibilmente l’inglese ma non solo) in ciascuno dei cinque anni e la possibilità di aggiungerne una seconda - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. L’aumento delle ore per le discipline matematiche e scientifiche, sacrificando invece la geografia, che nella maggior parte dei casi sarà studiata insieme alla storia. Una riduzione dell’orario che varia a seconda dei casi, scendendo fino a 27 ore settimanali per il primo biennio. Nella convinzione, ricorda il ministero dell’Istruzione citando l’Osce, che è ‘statisticamente provato come una durata d’istruzione più lunga non abbia in generale un impatto benefico sui risultati d’apprendimento’. Il regolamento approvato ieri dal Consiglio dei ministri non cambia solo il mix delle materie insegnate nei licei. Ma ne ridisegna completamente la struttura, cancellando molti indirizzi e aggiungendone due nuovi. Se oggi, considerando tutti i percorsi sperimentali, si poteva scegliere fra quasi 450 possibilità, adesso i licei saranno in tutto sei. Rispetto ad oggi restano il classico, l’artistico, il linguistico e lo scientifico, affiancato anche da una variante più tecnica che elimina il latino. Le vecchie magistrali vengono promosse al rango di liceo delle scienze umane. Mentre la vera novità è il liceo musicale e coreutico (cioè per lo studio della danza). In realtà il liceo musicale esiste già: ce ne sono nove in Italia, anche con una discreta tradizione, ma sono considerati ancora sperimentali”. 

“Dal prossimo anno ne entreranno a regime 40, affiancati da altri dieci coreutici. Saranno a numero chiuso e il test d’ingresso riguarderà solo le materie artistiche. Per l’insegnamento di queste materie saranno utilizzati i professori dei conservatori e delle accademie di danza. Chi uscirà da queste scuole potrà poi proseguire gli studi artistici proprio nei conservatori o nelle accademie di danza. Oppure, grazie agli insegnamenti di base, lasciare la carriera artistica e iscriversi all’università. Il liceo classico diventerà un po’ meno classico. Anche qui la lingua straniera, come già accade in alcuni casi come opzione, sarà obbligatoria per tutti e cinque gli anni. Saranno rinforzate le materie matematiche e scientifiche, sacrificando però la geografia. Anche nello scientifico ci sarà più spazio per queste materie, riducendo oltre alla geografia anche il latino. Per il linguistico si prevede l’insegnamento di tre lingue straniere fin dal primo anno. Dal terzo anno in poi una materia ‘normale’, come matematica o scienze, sarà insegnata in lingua straniera. L’anno seguente - aggiunge il CORRIERE -, se ne aggiungerà un’altra. È una novità, questa, che al quinto anno potrà essere estesa a tutti i licei (...)”. (red)

8. Scuola, i presidi: È finita la giunga delle scelte

Roma - “‘La riduzione delle ore e delle materie di insegnamento è un fatto positivo’. Lo dice Giorgio Rembado, presidente dell´Associazione nazionale presidi - scrive REPUBBLICA -. Come giudica l´impianto della riforma nel suo complesso? ‘Positivamente. Dà alle scuole ampi margini di autonomia, propone assi culturali chiari e dovrebbe essere in grado di fare maturare gli studenti’. Erano davvero troppi gli indirizzi scolastici? ‘Direi una giungla all´interno della quale non si orientavano neppure gli addetti ai lavori’. Ma gli istituti tecnici non sono stati penalizzati troppo? ‘Potrebbe sembrare, ma la riduzione dell´orario è legata ad ore di 50 minuti. Non si tratta quindi di una riduzione effettiva’. Ma nei licei le ore sono di 60 minuti. ‘E´ vero, ma si riducono soltanto le sperimentazioni che erano tantissime. Non bisogna, comunque, dimenticare che il modello più efficace finora è stato quello del liceo classico: con un numero contenuto di materie e di ore. Un modello che dovrebbe diventare di riferimento per tutti gli indirizzi’”. (red)

9. Immigrati, arriva il permesso di soggiorno a punti

Roma - “Un ‘permesso di soggiorno a punti’ quello che verrà rilasciato ai nuovi immigrati regolari. Per avere il permesso bisognerà firmare un ‘accordo per l’integrazione’ ma firmare questo accordo comporterà il farsi carico di una serie di obblighi e di adempimenti che solo se portati a termine permetteranno di raggiungere i 30 punti indispensabili per ottenere il documento - riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Non basterà più seguire la Bossi-Fini. Come ‘naturale conseguenza’ della legge sulla sicurezza, secondo il ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ieri ne ha discusso con il collega del Welfare Maurizio Sacconi, solo se entro due anni l’immigrato in attesa di permesso di soggiorno raggiungerà i 30 punti che gli vengono assegnati avrà il permesso. E dovrà dimostrare di aver superato il corso di lingua italiana, di conoscere la Costituzione, di essersi iscritto al Servizio sanitario, di mandare i figli a scuola. Se commette reati, i punti gli vengono tolti. Se dopo due anni non raggiunge i 30 punti, ha un altro anno per arrivare al punteggio pena l'espulsione. Il decreto arriverà presto in Consiglio dei ministri. ‘È la legge sulla sicurezza — ha detto Maroni — che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di due anni. E saranno gli Sportelli unici per l'immigrazione a valutare l’immigrato. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l'espulsione’. Questo sistema, ha aggiunto il ministro, serve a ‘garantire l'integrazione: io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella comunità. Se le fai ti do il permesso, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi con durata di due anni. Ma non chiederemo soldi agli immigrati per i corsi di lingua, faremo tutto noi, per garantire standard uniformi in tutte le province’. Insorge l’opposizione: il Pd, nelle parole del capogruppo in commissione Affari Costituzionali della Camera Gianclaudio Bressa, considera il ‘permesso a punti’ una ‘scandalosa lotteria sociale i cui giudici imbrogliano in partenza’ e l’Italia ‘il Paese più xenofobo d’Europa’”.  

“Ma ancor più la responsabile Immigrazione del Pd, Livia Turco, critica questa sorta di ‘forche caudine che ostacoleranno l’integrazione e favoriranno l’illegalità’. Secondo la Turco, ‘in un Paese come l'Italia dove per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno occorre aspettare più di un anno e dove i corsi di lingua e cultura sono gestiti dal volontariato e dalla Chiesa, non si può fare come se fossimo in Canada. Se Maroni e Sacconi vogliono imitare il Canada o gli altri Paesi che hanno questo sistema, risolvano prima i problemi’. Che ci sia bisogno di un controllo severo, anche culturale, su chi resta in Italia lo ha pensato pure il capo della Polizia Antonio Manganelli, che ieri ha sottolineato ‘il rapporto diretto esistente tra aumento di alcune forme di criminalità e immigrazione clandestina. Se ci si fermasse a studiare i dati invece di fare battaglie ideologiche— ha spiegato Manganelli— si capirebbero meglio i fatti’. Controlli e doveri ma anche diritti e protezione. Dal prefetto del dipartimento delle libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno Angelo Malandrino, è arrivato l’annuncio della chiusura dei Cie di Trapani e di Lamezia Terme, come richiesto da Medici senza frontiere, perché ‘inadeguati’. ‘Saranno chiusi entro l’anno e stiamo pensando a trovare altri locali’, ha detto Malandrino. Il Consiglio dei ministri, su proposta dei ministri Frattini e Carfagna, ha recepito la Convenzione di Varsavia, che prevede che si debbano rilasciare permessi di soggiorno agli immigrati vittime di tratta e ridotti in schiavitù, e che lo Stato debba provvedere alla loro assistenza. E introduce un’aggravante per la falsificazione dei documenti, che colpisce chi sfrutta gli immigrati, come è accaduto a Rosarno. Il recepimento della Convenzione è a firma del ministro degli Esteri Frattini e del ministro per le Pari Opportunità Carfagna - conclude il CORRIERE -. ‘Con questa Convenzione si rafforzano le misure a favore delle persone’, ha detto Mara Carfagna”. (red)

10. Lodo Alfano, decisione a breve

Roma - “‘Ho sempre detto che il lodo Alfano andava coperto da una norma costituzionale’. Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino, di cui è nota la sintonia con il Quirinale, non ha fatto mancare ieri mattina un suo commento alla svolta sul ddl Legittimo impedimento - scrive LA STAMPA -. ‘Parafrasando una nobile frase più volte pronunciata dal capo dello Stato, dico che quando il Parlamento parla, il Csm tace’, esordisce Mancino. Ma subito dopo aggiunge: ‘Prendo atto e non contesto l’opinione di quanti, con riferimento all’articolo 3 della Costituzione, hanno sempre parlato e parlano di illegittimità di qualunque norma messa a confronto con quell’articolo che è un principio fondamentale della Costituzione’. Il messaggio che viene dall’alto delle istituzioni, però, è chiaro: se si vuole offrire uno scudo anti-processi al premier e ai ministri, bisogna modificare la Costituzione. E quindi, a questo punto, votato dalla Camera il ddl e calendarizzato al Senato già la prossima settimana, al centrodestra non resta che presentare il ddl di rango costituzionale. Il nuovo Lodo nel giro di qualche settimana, quindi, dovrebbe essere presentato dai capigruppo Pdl al Senato, Quagliariello e Gasparri che conferma: ‘Non abbiamo ancora una tempistica, comunque lo presenteremo sicuramente. Probabilmente prima delle elezioni regionali’. Di certo, anche questo ddl, che pure deve seguire le procedure complesse di riforma della Costituzione, avrà tempi rapidi. Ma che cosa dovrebbe prevedere il nuovo Lodo? Intanto una differenza fondamentale con i precedenti e cioè, ferma la presenza di Capo dello Stato e presidente del Consiglio, si scaricano i presidenti delle Camere e s’imbarcano i ministri. La seconda novità concerne la Costituzione, dove, si scriverebbe un esplicito ‘divieto a cominciare o proseguire l’azione penale’ nei confronti delle suddette cariche istituzionali”.  

“Fissato il principio, toccherebbe poi a una legge ordinaria regolamentare i rapporti tra Giustizia ed Esecutivo. Qualcuno già definisce questo Lodo che verrà, l’’arma finale’ di Silvio Berlusconi contro i suoi giudici. Ovvie le polemiche. ‘L’obiettivo del governo è arrivare in porto, con varie norme, con l'impunità del premier. E' una logica contraria al senso di giustizia’, ribadisce il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. ‘L’hanno pensata bene. Il testo sul legittimo impedimento dura solo 18 mesi. Nel frattempo si faranno un'altra bella legge costituzionale per continuare a restare impuniti’, si arrabbia Antonio Di Pietro, che avrebbe voluto già buttarsi in un referendum, ma s’è reso conto che non ci sono i tempi. Il Legittimo impedimento, al contrario, secondo il governo è una misura doverosa. Per il sottosegretario alla Presidenza, Paolo Bonaiuti si tratta di un ‘Provvedimento necessario’ mentre il Guardasigilli Angelino Alfano sostiene che ‘Si è intervenuti su un articolo del Codice di procedura penale, e la via scelta è quella corretta’. Intanto, dopo una giornata al calor bianco come quella di mercoledì, ieri la Camera ha trovato una sorprendente unanimità per votare un decreto, quello sulla copertura delle sedi giudiziarie disagiate - conclude LA STAMPA -. ‘Sono molto soddisfatto. L'unanimità su un provvedimento in materia di Giustizia - sottolinea il ministro Alfano - dimostra che gli sforzi sulla strada della modernizzazione sono riconosciuti ed apprezzati. Il voto è il frutto di un lavoro poco ideologico e molto concreto’”. (red)

11. Giustizia e elezioni bloccano tentativi vero confronto

Roma - “Per adesso la maggioranza si tiene sul vago: teme di dare per pronto un provvedimento che questa volta non può permettersi di sbagliare - scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA -. Dopo avere approvato al Senato il cosiddetto ‘processo breve’ e alla Camera il ‘legittimo impedimento’, il centrodestra deve trovare una soluzione definitiva e meno attaccabile ai problemi giudiziari del premier. Il governo di Silvio Berlusconi sembra deciso a presentare prima della fine di marzo il ‘Lodo Alfano’ che farà da scudo alle massime cariche dello Stato nel caso siano oggetto di inchieste. Il precedente della bocciatura da parte della Corte costituzionale, alla fine dello scorso anno, rappresenta un precedente che pesa. Ma la strada appare più o meno obbligata. A premere per questa soluzione è anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, al quale ieri il Guardasigilli, Angelo Alfano, ha risposto: ‘Non passerà molto tempo’. Per il momento, tuttavia, la coalizione cerca soprattutto di arginare l’alone di diffidenza che circonda le sue scelte sulla giustizia. Sono state liquidate come illazioni le voci di un’estensione ai ministri del prossimo ‘lodo’ costituzionale. E Alfano è tornato a spiegare perché il ‘legittimo impedimento’ rappresenta una scelta corretta, ed un modo per conciliare ‘il diritto del cittadino presidente del Consiglio a difendersi nel processo, con il dovere del presidente del Consiglio di governare conferitogli dagli elettori’. Il tentativo, non facile, è di allontanare dalla maggioranza il sospetto di volere ottenere soltanto ‘l’impunità del capo del governo’, come ha ripetuto anche ieri il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha respinto con fastidio la proposta di una ‘legge anti-pentiti’ di mafia proposta da un esponente del Pdl. L’opposizione, però, non è convinta”. 

“Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, azzarda addirittura l’ipotesi che il progetto possa andare avanti a dispetto delle rassicurazioni di Maroni e Alfano: sebbene anche ieri La Padania abbia ribadito che ‘la norma anti-pentiti nasce già bocciata’. Si tratta di uno sfondo poco promettente: tanto più con un mese e mezzo di campagna elettorale davanti. Bersani non nasconde il proprio pessimismo sulla possibilità che si riesca a discutere di riforme insieme a Pdl e Carroccio. Non vede ‘ponti’ gettati dalla maggioranza verso l’opposizione, ma solo, ironizza, ‘scialuppe’ per salvare Berlusconi. La tensione col Pd affiora perfino sul modo in cui il governo affronta la data del voto anticipato al Comune di Bologna. L’accusa è quella di non abbinare le Comunali alle Regionali del 28 e 29 marzo appigliandosi alla legge: accusa che il Viminale contesta. Ma se basta questo a provocare scintille, la giustizia ed i rapporti fra politica e magistratura sono argomenti ben più esplosivi. Per questo, difficilmente si raggiungerà una tregua. Eppure, qualche indizio controcorrente arriva. L’approvazione all’unanimità del decreto legge che si propone di far funzionare meglio il sistema giudiziario, avvenuta ieri alla Camera, viene vista come un appiglio al quale i fautori della distensione cercano di aggrapparsi. Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione antimafia, sostiene che sarebbe ‘la prova provata che esistono condizioni per intese ancor più significative’. È un atto di fiducia, se non di fede, nel miglioramento di una situazione che rimane inquinata da polemiche irriducibili. E il congresso dell’Idv che comincia oggi e si concluderà domenica prossima, non promette di rasserenare gli animi. D’altronde - conclude Franco -, sarebbe troppo chiedere proprio ad Antonio Di Pietro di rinunciare alla sua identità antiberlusconiana”. (red)

12. Bologna, stop voto a marzo. Pd attacca

Roma - “Non ci sarà l´election day a Bologna. Non si voterà il 28 e 29 marzo per il nuovo sindaco dopo il Cinzia-gate che ha costretto alle dimissioni Flavio Delbono - scrive REPUBBLICA -. Il governo ha bocciato l´accorpamento della consultazione con le regionali del mese prossimo. ‘Non ci sono i tempi tecnici, il sindaco Delbono si è dimesso oltre il termine utile’ ha detto il ministro dell´Interno Roberto Maroni aprendo la strada al commissario straordinario. ‘Una vergogna’ per il segretario del Pd Pier Luigi Bersani che accusa: ‘Non è accettabile lo scarica barile del governo’. Per la prima volta nella sua storia, la ex capitale del comunismo occidentale, la vetrina del buon governo di sinistra, sarà amministrata da un prefetto. Entrerà a palazzo d´Accursio il 18 febbraio, quando verrà sciolto il consiglio comunale. E potrebbe rimanerci più di un anno, a meno che un emendamento del deputato pd Salvatore Vassallo (sostenuto dai parlamentari bolognesi), non riesca in Parlamento ad aprire una finestra elettorale nella tarda primavera, prima del 15 giugno. In caso contrario potrebbe restarci fino alla primavera del 2011. Un´eventualità che fa venire i brividi ai bolognesi. La Confindustria locale protesta. I partiti del centrosinistra si preparano oggi a manifestare davanti al palazzo del governo. Un sit-in con l´appoggio dei sindacati per invocare elezioni al più presto, entro l´estate. E intanto nasce sotto le Due Torri il partito del "Delbono ripensaci". Sono i costruttori a lanciare l´idea per non lasciare la città per troppo tempo senza governo. ‘Il sindaco e la maggioranza - dice Amedeo Melegari, presidente dell´Ance - valutino la possibilità della revoca delle dimissioni’. Un dietrofront che il partito democratico non riuscirebbe a digerire. ‘Non è possibile che ci chiedano il ritiro delle dimissioni del sindaco - dice il capogruppo del Pd in Comune Sergio Lo Giudice - non ci stiamo a un balletto del genere’. Un no secco del partito di maggioranza che aveva invocato le dimissioni di Delbono perché ‘a Bologna e in Emilia non possono esserci ombre o sospetti sui nostri amministratori’”.  

“A meno di un improbabile colpo di scena, dunque, Bologna si prepara allo scioglimento del consiglio comunale e all´arrivo del commissario. Una decisione che è già motivo di scontro politico. Con la sinistra all´attacco. ‘La verità è che il governo non era pronto’, accusa Antonio Di Pietro. Mentre il vicesindaco pd Claudio Merighi prende di mira il ministro dell´Interno: ‘Aveva detto: ´prima le dimissioni di Delbono, poi il decreto´ per le elezioni. Oggi dice che non ci sono i tempi tecnici. Quindi, l´affermazione di Maroni dei giorni scorsi non era vera’. ‘Colpa del Pd e del sindaco Delbono, se si arriva al commissariamento’, risponde il Pdl. ‘Il governo ha correttamente applicato la legge’. Argomenti da campagna elettorale per le regionali, insomma. Mentre la città mugugna. ‘Non possiamo permetterci un anno di scontri e di veleni’, lamenta il presidente della Camera di Commercio Bruno Filetti. ‘Insostenibile un anno di commissariamento’, gli fa eco il presidente della Regione Vasco Errani. Ecco allora spuntare una possibile soluzione per il voto nella tarda primavera. L´ipotesi, sostenuta dal ministro Roberto Calderoli, di una finestra elettorale per votare in maggio-giugno, attraverso un emendamento al decreto sugli enti locali in conversione in Parlamento. L´idea - conclude REPUBBLICA -, è sostenuta dal centrosinistra, dall´Udc e dalla Lega. Ma il coordinatore emiliano del Pdl, Giampaolo Bettamio prende tempo: ‘Decide Berlusconi’”. (red)

13. Berlusconi, Nessuna velina candidata

Roma - “‘Non ci sarà alcuna velina nelle liste per le Regionali’. Silvio Berlusconi non riesce a trattenere l’irritazione per le indiscrezioni uscite in questi giorni sui giornali di possibili candidate prese dal mondo delle tv e dello spettacolo - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. La filippica, così la definisce chi ha avuto modo di sentire il suo sfogo, dura un po’. Nessuna velina, insiste il Cavaliere, memore del fatto che le polemiche scoppiate durante la stesura degli elenchi per le Europee e le amministrative della passata primavera avevano innescato una campagna culminata in un intervento assai critico della Fondazione Farefuturo e soprattutto in una dichiarazione della moglie Veronica Lario che aveva definito ‘ciarpame senza pudore’ l’inserimento di giovanni donne tra le possibili candidate, scelte solo per la loro avvenenza. Ecco perché, appena terminato il consiglio dei ministri e illustrata la riforma dei licei con il ministro Mariastella Gelmini, Berlusconi riunisce per colazione i collaboratori più stretti, tra i quali il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, e il sottosegretario alla presidenza, Paolo Bonaiuti, e il consulente giuridico, Niccolò Ghedini. Un incontro definito ‘tecnico’ in vista del prossimo appuntamento elettorale. Il leader del Pdl da il via libera ai simboli che compariranno su schede e manifesti. In undici delle tredici Regioni, nel logo (Popolo della libertà in campo azzurro con al centro il tricolore) ci sarà scritto ‘Berlusconi per’, seguito dal nome del candidato governatore. Faranno eccezione il Piemonte e il Veneto, dove i front runner sono i leghisti Roberto Cota e Luca Zaia. Per effetto di un’intesa tra Bossi e Berlusconi il simbolo conterrà il nome del premier (Berlusconi per) seguito soltanto da quello della Regione e non da quello del candidato governatore. Tutti i simboli da oggi potranno essere visti online cliccando sul sito www.pdl.it. Si è decisa anche la strategia della comunicazione del presidente del Consiglio”.  

“Ed è prevalsa l’idea di privilegiare gli interventi nelle tv sia nazionali sia locali perché ritenuti più efficaci e di limitare al minimo i comizi e gli incontri pubblici. Questioni di sicurezza per ridurre i rischi dopo l’aggressione del 13 dicembre aMilano? ‘No— risponde Bonaiuti— la vera ragione è che attraverso la televisione si possono raggiungere platee molto più vaste’. L’impressione prevalente (suscitata dall’esame dei sondaggi che danno il Pdl tra il 40 e il 41 per cento, il Pd sul 28,6, la Lega nord attorno al 9,8) è che la competizione di primavera possa riservare delle sorprese positive, modificando l’attuale geografia politica delle Regioni che vede il centrosinistra prevalere. E in questo contesto Berlusconi incontra Renata Polverini che correrà in Lazio e il ministro per i Giovani, Giorgia Meloni. È stato confermata per mercoledì prossimo una manifestazione a Roma di fund raising, presente lo stesso Berlusconi. Sulla partecipazione del Cavaliere alle manifestazioni a sostegno della Polverini e di altri candidati graditi al cofondatore del Pdl Fini - conclude il CORRIERE -, si era strologato nei giorni scorsi perché l’eventuale sua assenza sarebbe stata interpretata come una sorta di presa di distanza. Ma l’annuncio di ieri sera sgombera il campo da ogni dubbio”. (red) 

14. Diritti tv, assolto Berruti: il fatto non sussiste

Roma - “Non si può condannare a 5 anni per riciclaggio Massimo Maria Berruti, avvocato Fininvest e deputato del Pdl, se ‘il reato presupposto’ (l’appropriazione indebita di somme gonfiate nella compravendita di diritti tv) è dalla Procura ‘semplicemente menzionato nel capo d'imputazione, ma neppure sommariamente descritto, mancando quale sia stato in concreto il meccanismo appropriativo, chi lo abbia realizzato e con quale modalità - riporta il CORRIERE DELLA SERA -: dati fondamentali che, lamenta l’ottava sezione del Tribunale di Milano assolvendo ieri Berruti, da parte del pm ‘si vorrebbero implicitamente e cumulativamente richiamare ‘con l’ellitiva indicazione di "causali fittizie legate al pagamento di diritti"‘. Tanto più se il processo dimostra che l’interposizione di alcuni veicoli societari nelle catene d’acquisto dei diritti tv ‘non ha realizzato margini indebiti significativi’. Ma, soprattutto, il denaro che Berruti è accusato d’aver riciclato sul conto svizzero Jasran è risultato ‘proveniente non già da appropriazioni indebite subìte da Fininvest’, come prospettato dall’imputazione stilata dal pm, ‘ma da appropriazioni indebite ai danni di Mediaset e Reteitalia’. Questo errore del pm nell’identificare la parte offesa — motivano subito in aula il presidente Concetta Locurto con i giudici Maria Rispoli e Paolo Bernazzani— si aggiunge all’’anomalia di un’imputazione che come riciclaggio descrive prelevamenti e trasferimenti per un importo di gran lunga maggiore a quanto in realtà proveniente dalle entità’ societarie ‘espressamente indicate nella prima parte del capo d’accusa’. Anche il ruolo dell’imputato Berruti, a parere del Tribunale, nel processo è emerso diversamente da quello proposto dal pm”.  

“Sia perché il fatto addebitatogli ‘andrebbe inquadrato’, se mai, non come riciclaggio ma ‘come concorso nel reato di appropriazione indebita’ di somme Mediaset e Reteitalia, ‘la cui astratta configurabilità è prospettabile alla stregua degli elementi di fatto acquisiti e della loro interpretazione secondo logica’. Sia perché ‘l’istruttoria non ha consentito di acquisire prova sufficiente che Berruti abbia prestato un effettivo contributo, morale omateriale, nell’apertura e nell’operatività del conto Jasran’ all’Sbs di Lugano. Se a ciò si aggiunge che il Tribunale riconosce, come sostenuto dal difensore Giorgio Perroni, ‘che il mancato deposito integrale della documentazione d’appoggio delle consulenze tecniche del pm’ Fabio De Pasquale ‘ha limitato l’esercizio del diritto di difesa’, si comprende l’esito della sentenza di ieri, altrimenti complicata nella sua triplice veste tecnica. Berruti è infatti assolto (con il riferimento al secondo comma dell’articolo 530 che richiama i casi di prova insufficiente o mancante o contraddittoria) ‘perché il fatto non sussiste’ rispetto ai soldi provenienti dalla società Redmond Trading; e ‘per non aver commesso il fatto’ rispetto al denaro proveniente da Imi Image e Smg Sport Management. Per le somme invece provenienti da altre società (Woodard Investment, Scarlett International e Wolstein Overseas), i giudici rimandano gli atti al pm perché proceda non per riciclaggio ma eventualmente per appropriazione indebita, ipotesi comunque già oggi prescritta. Infine i giudici rilevano una prescrizione per 357 milioni di lire dalla Imi Image - conclude il CORRIERE -, ma solo come presa d’atto formale (senza valutazioni) di un fatto precedente al 28 ottobre 1994”. (red)

15. L'Idv ora apre a De Luca

Roma - “Antonio Di Pietro è angosciato, non vuole ‘consegnare la Campania a Caldoro e Cosentino’, ma nemmeno può deludere i suoi elettori sulla questione morale - riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Ed è con questo spirito che il leader dell’Idv apre alla candidatura di Vincenzo De Luca. ‘Io non ci dormo la notte — confida a —. Mi dicono che è un ottimo amministratore, ma ci sono delle ipotesi accusatorie... Non so cosa fare, lo dico col cuore in mano’. Dopo una notte insonne il leader dell’Idv non esclude di convergere sul sindaco di Salerno, ma solo ‘se accetta di dimettersi in caso di condanna’. Immediata la risposta dell’interessato: ‘Certo, se c’è una condanna definitiva è scontato che mi dimetto, noi siamo per la legalità e il rispetto della magistratura’. Sarà il congresso dell’Idv che si apre oggi a indicare la rotta. Da una parte Di Pietro, che spera di ‘chiudere l’accordo con Bersani in tutte le regioni’ e dall’altra Luigi De Magistris, per il quale De Luca è ‘una candidatura bulgara’. Pd e Idv hanno siglato un patto elettorale in 11 regioni su 13 e anche Pier Luigi Bersani confida in una ‘convergenza piena’. Ieri, in segreteria, il leader del Pd ha fatto il punto sulle alleanze in evoluzione. Nel Lazio, Emma Bonino ha allargato la coalizione a Sel e alla Federazione della sinistra. E a Venezia il candidato sindaco del Pd, Giorgio Orsoni, ha varato un’alleanza che va dall’Udc a Rifondazione. Con l’ok di Casini, prende dunque forma in laguna quel ‘laboratorio’ per l’alternativa che D’Alema sperava di lanciare in Puglia”.  

“Con l’intervento alla Camera sul legittimo impedimento la leadership di Bersani sembra aver ripreso forza, eppure le polemiche non si spengono. Walter Veltroni, a Panorama, racchiude il suo stato d’animo in una metafora: Bersani ha sbagliato canzone. Lui non avrebbe mai scelto Un senso di Vasco Rossi come brano simbolo del Pd. Un testo che recita ‘voglio trovare un senso a questa storia/anche se questa storia un senso non ce l’ha’, per l’ex segretario (che preferisce Sally) ‘non è la scelta più azzeccata’. L’idea di un ‘vero Pd’ è per lui un ‘grande sogno pieno di senso’. Walter Verini smentisce come ‘stupidaggini’ le voci di una corrente veltroniana nel Pd. Però il braccio destro dell’ex sindaco conferma l’impegno di Veltroni ‘per tenere vivi i valori fondativi del progetto originario’. Goffredo Bettini rilancia ‘un nuovo Ulivo da Vendola a Casini’. E Nicola Zingaretti, sull’Espresso - conclude il CORRIERE -, chiede di voltare pagina: ‘Dobbiamo fare una operazione di rinnovamento e Bersani è in grado di farla, altrimenti ci penserà qualcun altro’. Un nuovo leader? ‘Bersani è il più attrezzato a guidare il Pd, ma deve prendere il toro per le corna e cambiare tutto”’. (red)

16. Tonino, padre padrone, si converte alla democrazia

Roma - “Raccontano che a Tonino, ogni tanto, piaccia riservare al suo amico-rivale Luigi De Magistris un soprannome sulfureo - scrive LA STAMPA -. Nelle riunioni a porte chiuse, Antonio Di Pietro ogniqualvolta si riferisce a De Magistris, lo evoca così: ‘Allora glielo dite voi a “Why not” che...’. Oppure: ‘Su questa questione bisognerà sentire che ne pensa “Why not...”, che è il nome di un’inchiesta giudiziaria (condotta proprio dall’ex pm napoletano) che via via ha perso per strada gli indagati più illustri. Poiché non girano voci su influssi iettatori attribuiti a De Magistris, chi conosce Di Pietro assicura che la rimozione del cognome nasca da certa diffidenza per il rivale emergente, ma nulla di più. La prova provata che il dualismo tra i due ex pm non sia ancora approdato all’antagonismo dovrebbe venire dal congresso dell’Italia dei Valori, che si svolgerà da stamani fino a domenica vicino l’aeroporto di Fiumicino, in un albergone per facoltosi turisti in transito. Per il partito di Di Pietro si tratta di una prima volta. In dieci anni di vita l’Italia dei Valori non si era mai cimentata in un congresso e non solo per l’evidente carattere personale e carismatico del movimento, ma anche per effetto di uno Statuto, che fino ad una recente modifica aveva impedito una seppur minima dialettica interna. Sotto un involucro presidenzialista, lo Statuto dell’Idv ha espresso per diversi anni una sostanza aziendalista per via dei poteri assoluti attribuiti al “Presidente fondatore” (cioè Di Pietro), il quale è stato titolare ‘esclusivo’ della ‘ripartizione’ dei finanziamenti al partito, della ‘supervisione’ sugli iscritti, della composizione delle liste, della possibilità di cambiare lo Statuto. E tutti questi poteri spettavano a Di Pietro ‘fino a sua rinuncia’. Teoricamente a vita”.  

“Il congresso è dunque chiamato ad una svolta democratica, ma sono tutti pronti a scommettere che nessuno metterà in discussione la leadership di Di Pietro, neppure con un diverso parere. E d’altra parte i possibili sfidanti sembrano difettare sia delle firme necessarie, sia dei ‘titoli’. Franco Barbato, il vulcanico deputato campano che aveva annunciato di voler sfidare Di Pietro, pare non abbia trovato il necessario appoggio tra i delegati. Chi non ha mai lanciato guanti di sfida è Luigi De Magistris, che per parte sua, pare non risulti iscritto all’Italia dei Valori. Dunque, un dipietrista indipendente, che in una recente intervista ha esposto il suo progetto: trasformare l’Idv in un partito più grande, un’unica area che comprenda anche tutti i comunisti e i movimenti, dai ‘viola’ ai grillini. Una carriera giudiziaria molto controversa (e imparagonabile a quella di Tonino), De Magistris è personaggio ambizioso, ma non sfiderà Di Pietro: l’impetuoso consenso popolare (414mila preferenze alle Europee contro le 395mila di Tonino) e l’età (ha 42 anni, 17 anni in meno dell’altro) consigliano prudenza. Sarà dunque un congresso elettorale, una passerella per il leader, per gli emergenti (il presidente dei deputati Massimo Donadi, il sempreverde Leoluca Orlando, Luigi De Magistris, l’ex Cgil Maurizio Zipponi che ha in mano tutte le liste regionali), per i personaggi che si “sono fatti da soli”, come il romano movimentista Stefano Pedica e per i più vicini a Di Pietro, come Silvana Mura e Claudio Belotti. Sul piano politico, rispetto alle pulsioni ‘uliviste’ di Renato Cambursano e a quelle sinistrorse di De Magistris - conclude LA STAMPA -, è destinata a prevalere una larghissima maggioranza favorevole ad un’alleanza-competizione col Pd”. (red)

17. Di Pietro, il viaggio in Usa e il mistero dell'assegno

Roma - “Di viaggi negli Stati Uniti Antonio Di Pietro ne avrà fatti tanti, ma di uno s’era dimenticato - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Quello cominciato il 28 ottobre di dieci anni fa, l’anno del Giubileo. Quando partì per Washington con il suo più caro nemico, visto che si tratta dell’ostinato Mario Di Domenico, ex amico ed ex segretario dell’Idv, l’avvocato delle foto con Bruno Contrada, autore di un libro ancora in bozze, il tono del Saint Just lanciato contro il partito che con Di Pietro ha fondato e dal quale è stato espulso. È la ricostruzione di un viaggio oltreoceano a caccia di finanziamenti, circostanza che l’altra sera a Montecitorio proprio non ricordava Di Pietro: ‘In America con Di Domenico? Lo escluderei. Credo proprio di no...’. E invece che fa il legale abruzzese con la passione degli statuti medievali? Apre il suo cassetto senza fondo e tira fuori una foto in cui i due inseparabili nemici sorridono seduti su un divano del Ponte Vedra Beach Resort di Miami. E racconta: ‘Partimmo alla conquista dell’America, spinti dal signor Gino Bianchini, un falso ingegnere...’. Ecco un altro passaggio di quella caricatura di spy story che Di Pietro smonta con ironia, autodefinendosi ‘James Tonino Bond’, ma bollando come un acrobatico grafologo il suo accusatore che ha perduto le 19 querele seguite a liti e veleni. La foto ‘americana’ però c’è. Anzi, Di Domenico ne mostra diverse, tutte legate al viaggio che si comincia a preparare nei primi di ottobre, ‘quando la segreteria Idv a Busto Arsizio riceve una mail da parte di un tal ingegner Gino Bianchini, con un’intestazione intrigante, come se la comunicazione pervenisse dalle organizzazioni ecclesiastiche Vaticane: "Sanctuaryrome"’”.  

“Di Pietro chiama subito Di Domenico: ‘Prendi contatti’. E viene fuori che l’’ingegnere’ senza laurea, come poi scopriranno, garantisce ‘cospicui finanziamenti’, stando anche ad un capitolo del libro: ‘Bianchini parlava di suoi potenti amici dell’ambiente politico e imprenditoriale sostenitori di Al Gore negli Stati Uniti d'America...’. Tutti in volo il 28 ottobre. A bordo, oltre a presidente e segretario, ci sono Silvana Mura, oggi deputato, e Bianchini con due influenti personaggi al seguito, l’avvocato Sharon Talbot e l'imprenditore Randy Stelk, ‘tutti in vena di attenzioni verso il nostro Paese in vista di un totale rinnovamento politico...’, come avrebbe detto lo stesso Bianchini, stando ai ricordi di Di Domenico, subito sorpreso dallo scambio proposto, ‘perché tutto era condizionato alla candidatura dell’"ingegnere" al Senato’. Scalo a Londra, prima tappa Washington e poi ‘a scorrazzare lungo tutta la East Coast, fino a Miami in Florida, alla ricerca dei dollari’, insiste di Domenico ricordando la prima vera lite con Di Pietro: ‘Ogni sera tavolate imbandite in nostro onore. Ma mentre io, da ligio segretario del partito, ripetevo il solito ritornello della povertà francescana, Di Pietro puntualmente si alzava e si allontanava con un pretesto qualsiasi non appena si parlava di quattrini. Una, due, tre volte, la cosa insospettiva. Mi lasciava solo ad affrontare scabrosi discorsi’. Poi il clou: ‘Una sera Bianchini mi allungò un assegno di 50 mila dollari, ma con scadenza "13 maggio 2001", il giorno delle Politiche, con la ragione causale "elections". In pratica, mi veniva detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo l’anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si parlava addirittura di somme dieci volte maggiori...’. Sarebbe stata questa la molla della crisi interna al vertice Idv. Con Di Domenico che, senza rimpianti per la mancata elezione di Bianchini, quell’assegno non cambiò mai. E infatti - conclude IL CORRIERE -, lo sventola insieme con le foto ‘americane’”. (red)

18. Verona, Tosi rimetterà la foto di Napolitano

Roma - “Il 18 giugno 2007 aveva detto: ‘Tolgo dal mio studio la foto di Napolitano perché da lui non mi sento rappresentato. È un comunista ed è stato eletto con una vistosa forzatura delle buone regole parlamentari’. Dopo quasi tre anni ha cambiato idea, Flavio Tosi. Ha chiesto ai funzionari del municipio di recuperare l’immagine del capo dello Stato, intenzionato a rimetterla dov’era - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. E ha spedito una lettera al Quirinale, invitando il presidente a far visita alla città, magari per l’apertura della stagione dell’Arena, con la Turandot curata da Franco Zeffirelli. Verona, ha scritto, ‘non mancherà di esprimerLe il compiacimento per l’alto profilo istituzionale con cui sta espletando il suo incarico’. E ha aggiunto: ‘Compiacimento, apprezzamento e stima che sono anche miei personali’. Due gesti di esplicita autocritica, per il votatissimo (60,7 per cento) sindaco leghista. Una scelta che fa venire in mente la resa del sottotenente giapponese Hiroo Onoda, il quale fino al 1974 presidiò in solitudine e con il fucile imbracciato l’isola di Lubang, nelle Filippine, senza rassegnarsi alla fine della guerra. Insomma: come quel banzai dell’esercito imperiale nipponico, anche il colonnello forse più ‘duro e puro’ dell’ex movimento antisistema del Nord decide di capitolare e istituzionalizzarsi, tributando l’onore delle armi a Giorgio Napolitano. La metafora storico-bellica è certo un po’ enfatica, ma serve a far capire il senso del rammendo tentato oggi e ad anticipare gli echi che potranno riverberarsi sul popolo leghista. u quali basi Flavio Tosi, dopo quello strappo che fece scalpore, si è ora convertito? Cos’è cambiato, sindaco? ‘È cambiato il mio giudizio, lo ammetto senza problemi — spiega, fingendosi stupito del nostro stupore —. A parte le mie convinzioni sul comunismo, che restano sempre identiche, quando fu eletto questo capo dello Stato, mi colpì in maniera molto negativa il metodo: metà del Parlamento che si imponeva sull’altra metà. Una mossa che mi fece pensare a logiche ambigue, di forzature e quasi di dispetti... Ecco su quali emozioni era maturata la faccenda della foto. Poi ho avuto modo di valutare Napolitano alla prova dei fatti e di verificare come si sia confrontato nel tempo anche con la mia maggioranza di governo. E adesso, sì, riconosco che ha cercato sempre di mostrare equilibrio e che è davvero un arbitro imparziale. Cosa che non credevo facile, vista la sua provenienza politica’”. (red)

19. Bari, D'Addario indagata. Pool diviso su Vendola

Roma - “Una settimana dopo, la storia si ripete. Il periodico Panorama racconta nel numero oggi in edicola che Patrizia D´Addario è indagata dalla procura di Bari, insieme con un´altra dozzina di persone, per associazione a delinquere - scrive REPUBBLICA -: l´ipotesi è quella che avrebbero ordito un complotto contro il premier. Così come sette giorni fa, però, fonti investigative smentiscono che dietro l´indagine ci sia un reato associativo. Appare invece molto probabile che la escort sia indagata, non fosse altro perché contro di lei c´è stata una denuncia del suo ex convivente, Giuseppe Barba (detto "Pinuccio spaghetto"), l´uomo che fu arrestato con l´accusa di averla sfruttata come prostituta. Barba ha parlato ai magistrati di una possibile manovra dietro l´incontro della D´Addario con il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E di conti cifrati della donna all´estero. È a ai soldi che mirerebbe l´indagine secondo Panorama che - citando altri quotidiani - racconta anche come l´inchiesta della Procura punterebbe a capire se, nel mese di maggio e cioè nei giorni immediatamente precedenti all´interrogatorio di Patrizia D´Addario e alla sua intervista sul Corriere della Sera, ci sarebbero stati una serie di incontri tra magistrati, politici e giornalisti che proverebbe il complotto. Ipotesi suggestiva ma supportata soltanto da foto e video girati da un investigatore privato (forse assoldato da Tarantini) e, casualmente, dalla polizia giudiziaria, che testimonierebbero in qualche modo la trama. Tra videotape segreti, scoop e smentite, indagini sulle fughe di notizie, quello che appare chiaro è il clima avvelenato che si respira a Bari in queste settimane e in particolare attorno al Palazzo di giustizia. L´ennesima controprova la si è avuta ieri quando è venuta fuori una fortissima spaccatura tra i tre magistrati che conducono l´indagine, assai delicata, sul sistema sanitario pugliese”.  

“Tra gli indagati c´è anche il Governatore, Nichi Vendola. Ed è proprio attorno al suo nome che i magistrati si sono divisi: i sostituti Francesco Bretone e Marcello Quercia, dopo una richiesta del procuratore Antonio Laudati, hanno sostenuto che la posizione del Governatore era da archiviare perché nell´informativa dei Carabinieri non emergevano suoi comportamenti penalmente rilevanti. Di tutto altro avviso la collega Desirèe Digeronimo, che conduce l´indagine dal principio, che si è invece opposta ritenendo che sia nella nomina dei primari sia nella scelta dei manager sanitari il comportamento di Vendola meritasse per lo meno la prosecuzione delle indagini. Ora la palla passerà di nuovo nelle mani di Laudati che dovrà decidere il da farsi. Intanto proseguono gli accertamenti su Gianpaolo Tarantini, ancora ai domiciliari. Ieri è stato depositato il suo ultimo verbale nel quale ammette che i regali fatti a Lea Cosentino, l´ex dg della Asl di Bari, non erano una cosa tra amici (come sostiene il gip) ma un tentativo per rabbonirla professionalmente. Agli atti ci sono alcune intercettazioni ambientali: in una si sente Tarantini ricevere una telefonata dal presidente Berlusconi con il quale parla in tono più che amichevole. È l´11 novembre del 2008 - conclude REPUBBLICA -, qualche minuto dopo Gianpaolo si vanterà (o millanterà) con i suoi commensali. ‘Vado in Turchia con Berlusconi (...) mannaggia non posso parlare... Perché vado? Magari andassi solo per business...’”. (red)

20. Telecom, Berluscon sdogana Telefonica

Roma - “Non c’è ‘sul tavolo nessuna proposta o progetto per quanto riguarda Telecom Italia’, ma ‘per quanto riguarda la sostanza di qualche proposta ricordo che siamo un governo liberale e che viviamo, e crediamo che sia giusto così, in un’economia di libero mercato’. Silvio Berlusconi fa capire che il governo non si prepara certo a ostacolare un’operazione fra Telecom Italia e Telefonica e il titolo dell’operatore telefonico riprende immediatamente vigore in Borsa - riporta LA STAMPA -. Poi chiuderà comunque in ribasso (-1,81 per cento), travolto dalla valanga delle Borse europee, ma in ogni caso il messaggio al massimo livello governativo è dato. Del resto non sono poche le voci che in queste settimane raccontano di un sostanziale accordo tra Berlusconi e il premier spagnolo José Luis Zapatero, a margine dell’ultimo summit tra Roma e Madrid, per sistemare tutte le partite aperte, compresa appunto quella di Telecom, non appena si sarà trovata una soluzione per salvaguardare l’’italianità’ della rete. la politica si posiziona in vista di possibili soluzioni, dunque, anche se come ieri l’amministratore delegato di Telecom Franco Bernabé ha voluto chiarire in un colloquio con il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, per il momento la società italiana procede secondo le linee guida del suo piano industriale, senza ipotizzare operazioni di alcun tipo con gli spagnoli. Su quello che sarà il comportamento del governo arrivano indicazioni anche dall’intervento del sottosegretario all’Economia Luigi Casero, che ieri alla Camera ha risposto a un’interrogazione proprio sull’ipotesi di fusione Telecom-Telefonica. Parlando della golden share che lo Stato ha in Telecom, Casero spiega che eventualmente, ‘dopo le determinazioni della società’, il governo potrà opporre ‘il potere di veto in relazione al concreto pregiudizio arrecato agli interessi vitali dello Stato’. La golden share, peraltro osteggiatissima dall’Unione europea, sta dunque per ora in un cassetto, pronta a essere tirata fuori se il tema della rete dovesse diventare davvero controverso tra gli azionisti di Telecom e Telefonica e il governo italiano”.  

“Di rete parlano anche Scajola e l’amministratore delegato Bernabé. L’incontro, assai pubblicizzato, si risolve in realtà in un scambio di idee che dura appena quaranta minuti. Poco, per un esame approfondito, ma abbastanza per lanciare alcuni messaggi. Per Scajola è l’occasione per ribadire che ‘la rete è un asset strategico per lo sviluppo del paese’, diluendo però i tempi - si parla ‘dei prossimi dieci anni’ perchè la banda larga si diffonda nel paese. Il ministro spiega anche che Bernabé ‘mi ha comunicato che Telecom Italia sta proseguendo nella realizzazione del proprio progetto industriale, comprese le sinergie con Telefonica già inserite nel proprio piano e che sarà cura del vertice Telecom informare tempestivamente il governo di ogni elemento che ne dovesse modificare il corso’. Dunque, Bernabè prosegue con il suo piano, che dal periodo 2009-2011 si estenderà fino al 2012 - lo approverà il cda Telecom il 25 febbraio - il che significa che al momento con Telefonica non c’è nulla di nuovo. Eppure, tra i grandi soci riuniti in Telco, la holding che controlla il 22,5 per cento di Telecom, quella spagnola appare come l’opzione più praticabile, anche se certo non immediata. Freddezza, invece, su qualsiasi ipotesi di aumento di capitale - che pure l’ad non chiede. Non solo perché mettere mano al portafoglio è oneroso, ma anche perchè - come spiegano fonti finanziarie - quello che preoccupa è la discesa dell’Ebitda, ossia l’utile operativo prima di debiti e ammortamenti, trimestre su trimestre. In una situazione di questo genere - si sostiene - l’aumento di capitale non serve; potrebbe essere proposto ed accettato solo nel caso di un’operazione straordinaria - conclude LA STAMPA -. che al momento non pare alle viste”. (red)

21. Enel, effeto Endesa, nel 2009 ricavi per 64 mld

Roma - “Enel vive ancora di rendita grazie all’acquisizione della spagnola Endesa che consente al gruppo guidato dall’Ad Fulvio Conti di superare indenne un anno di recessione mondiale. Ieri il Cda del colosso elettrico ha approvato i risultati preliminari - scrive LA STAMPA -: i ricavi a fine 2009 ammontano a 64 miliardi (+4,6 per cento rispetto al 2008) e spiega Enel, ‘beneficiano del cambio di metodo di consolidamento dell’utility spagnola Endesa (da proporzionale a integrale) adottato a partire da fine giugno 2009’. Il margine operativo lordo è 16 miliardi (+11,9 per cento), ‘per effetto principalmente del consolidamento integrale dei risultati conseguiti da Endesa e per il miglioramento della gestione operativa del gruppo’. Cresce, però, anche l’indebitamento, che a fine 2009 sale a 51 miliardi rispetto ai 50 miliardi del dicembre 2008 (ma cala rispetto ai 54 miliardi di settembre 2009 e si rivela nettamente migliore delle attese del mercato), sempre a seguito dell’acquisto di un ulteriore 25 per cento del gruppo spagnolo, il cui impatto è stato però ridotto e assorbito dall’aumento di capitale da 8 miliardi , varato la scorsa primavera, e e dai benefici derivanti dalle cessioni della rete ad alta tensione e di quella del gas . A marzo, Enel annunciò un piano di cessioni da 10 miliardi per portare l’indebitamento a 45 miliardi entro fine 2010. Un obiettivo che rimane valido. ‘Stiamo proseguendo nella politica di riduzione del debito - ha detto ieri Conti - che ci consentirà di assorbire l’acquisizione di Endesa e di mantenere il nostro impegno a ridurre l’indebitamento a 45 miliardi di euro entro fine anno’. L’espansione internazionale, ha concluso l’Ad dell’Enel, ha consentito al gruppo di ‘conseguire risultati operativi in netto miglioramento rispetto allo scorso anno, pur in un contesto economico sfavorevole’”. (red)

22. Berlusconi in Israele, Teheran attacca il Cav.

Roma - “‘Servigi fatti ai padroni israeliani’. Anzi: ‘il completamento di tutta una serie di servigi’ resi al Piccolo Satana da parte del presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. È con la consueta retorica belligerante che la Tv di Stato della Repubblica Islamica, l’Irib, ha attaccato ieri l’intervento tenuto mercoledì dal premier italiano al Parlamento israeliano - scrive il CORRIERE DELLA SERA -. ‘Berlusconi, che prima e durante la visita in Israele ha rivolto all’Iran tutte le accuse possibili ad iniziare da quella di voler sviluppare armi nucleari, alla Knesset si è davvero superato —, si legge nel sito in italiano della Tv —. Ha definito "esempio di democrazia e libertà" il regime israeliano, nato con la forza bruta sulla terra altrui e che si è macchiato dei crimini più orrendi e che da tre anni ha assediato e murato un milione e mezzo di persone a Gaza. Ma non è tutto, Berlusconi ha definito giusta la guerra contro Gaza e ha anche sventolato con orgoglio il no dell’Italia all’Onu al rapporto Goldstone che condannava i crimini di guerra israeliani a Gaza’. La forte irritazione di Teheran nei confronti di Berlusconi per il suo sostegno all'opposizione iraniana e a ‘sanzioni forti’ in chiave antinucleare era già emersa mercoledì: Kazem Jalali, portavoce della commissione Esteri del Parlamento, aveva denunciato ‘l’aperta interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano’. E se nessun commento è arrivato da Teheran sulle altre parole di Berlusconi (Israele nell’Ue, Ahmadinejad come Hitler, drastica riduzione del business italiano in Iran), è evidente che i rapporti bilaterali sono a un passo dalla crisi diplomatica”.  

“I tempi in cui Ahmadinejad dichiarava che ‘l’Italia è un Paese amico, il più amico di tutti’ sono lontani. Eppure quella frase risale solo al 2008, quando il presidente iraniano incontrò a Roma una delegazione di operatori economici e ricordò i lunghi anni di ottimi rapporti tra i due Paesi, a partire da Enrico Mattei. ‘Noi siamo al servigio dei nostri valori e dei nostri ideali. Questi dicono che l’Olocausto è stata la più grande tragedia dell’umanità e che Israele è uno Stato libero e democratico che va difeso —, ha replicato ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini —. Le reazioni dell’Iran mostrano la debolezza di un regime a cui abbiamo detto molte volte "vogliamo un negoziato serio". L'Unione Europea, gli Usa e i Paesi arabi continueranno a lavorare insieme per indicare che l'unica strada percorribile è quella del dialogo e della rinuncia al programma nucleare per scopi militari’. In realtà, visto l’insuccesso di ogni negoziato con Teheran, la maggior parte dei Paesi occidentali (Italia compresa) punta ormai a varare nuove sanzioni Onu entro la fine di marzo. Impresa non solo dagli esiti incerti (l’Iran sopravvive da anni alle sanzioni) ma anche di difficile attuazione: ieri la Cina ha ribadito che punire in tal modo l’Iran sarebbe solo ‘controproducente’. delle sezioni. Vive e respira nella casa di ogni iraniano che crede nella parità di diritti. Molte attiviste - conclude il CORRIERE -, sono state picchiate e arrestate, ma la brutalità del regime non ha potuto bloccare le manifestazioni pacifiche. (red)

23. Iran, Frattini: Siamo al servizio dei nostri ideali

Roma - “Franco Frattini, il ministro degli Esteri che in questi mesi faticosamente ha provato a tenere uniti i fili di quel dialogo difficile, ieri ha difeso le scelte elaborate assieme al presidente del Consiglio - riporta REPUBBLICA -. ‘Noi siamo al servizio dei nostri ideali e dei nostri valori. Questi dicono che l´Olocausto è stata la più grande tragedia dell´umanità. Confermiamo che Israele è uno stato libero e democratico’. Come dire: non siamo "servi" di Israele, e confermiamo che per noi quello Stato non è un mostro, ma un alleato. Un governo Berlusconi, quello del 2001-2006, aveva rinunciato a mediare con l´Iran sul programma nucleare. Dopo essersene pentiti, gli stessi Berlusconi e Frattini avevano fatto di tutto per provare a rientrare nel gioco, facendo allargare all´Italia il gruppo degli "Eu3" che era stato formato nel frattempo da Francia, Germania e Gran Bretagna. Dopo le elezioni del giugno 2008, dopo la lunga repressione che da allora imprigiona il paese, i termini della partita sono cambiati: un vero negoziato sembra ormai impossibile: l´unica cosa da discutere sembrano essere le sanzioni e la loro effettiva efficacia. E in vista di possibili sanzioni da far votare all´Onu ieri la Casa Bianca ha dato dimostrazione di grande ottimismo: in una fase caldissima nelle relazioni con la Cina (Dalai Lama, Google, Taiwan eccetera), Washington sostiene che ‘la Cina continuerà a cooperare con gli Usa per esaminare i prossi-mi passi sul nucleare iraniano’. Che tradotto significa che Pechino - secondo gli Usa - non bloccherà nuove sanzioni da far votare all´Onu”. (red)

24. Iran, l'Eni: Con loro tutto finito

Roma - “‘Onoreremo i contratti in essere con l’Iran, ma non ne negozieremo di nuovi’. Paolo Scaroni risponde senza esitazioni quando, nella conferenza stampa a Palazzo Berlaymont in cui annuncia la decisione di cedere tre gasdotti per chiudere un contenzioso con l’Antitrust europeo, salta fuori la domanda sul premier Berlusconi e il blocco proposto alle relazioni economiche con Teheran - scrive LA STAMPA -. ‘Le intese sono sacre - dice l’ad del colosso energetico -: per questo rispetteremo gli impegni firmati nel 2000 e nel 2001, è giusto farlo e il governo conosce la nostra posizione’. Detto questo, però, ‘non ne prenderemo altri in futuro’. Cala il sipario sulla lunga avventura dell’Eni in Iran, una storia nata fra mille controversie nel marzo 1957 proprio per volontà del fondatore del gruppo del cane a sei zampe, Enrico Mattei. Allora la mossa fece infuriare le multinazionali, ma contribuì anche a dare una svolta alla politica estera e industriale dell’Italia. Oggi il governo invita a serrare i rubinetti in aperta polemica contro il regime di Ahmadinejad. ‘Gli ultimi accordi risalgono ai tempi di Rafsanjani, quando non si parlava di sanzioni per Teheran - riepiloga Scaroni -. Il primo contratto è quasi concluso, forniamo solo assistenza. Il secondo terminerà in marzo e poi, anche qui, ci limiteremo all’assistenza’. L’alternativa, hanno suggerito il premier e il ministro degli esteri Frattini, potrebbe essere Israele. Si vedrà. Intanto gli analisti stimano che la rinuncia all’Iran non dovrebbe costituire un problema per l’Eni, visto che i due contratti di cui si parla valgono grosso modo 26 mila boe (barili di petrolio equivalenti) di gas al giorno. La correttezza dei rapporti, viene fatto notare, appare comunque una regola imprescindibile, anche perché sul territorio ci sono cinquanta italiani addetti all’assistenza ai giacimenti che Teheran deve pagare per qualche anno. Altro discorso per i gasdotti della partita europea. Dopo tre anni di negoziato, l’Eni ha firmato la pace con Bruxelles e trovato un compromesso che evita il rischio di un diktat a dodici stelle e una multa che, secondo gli esperti, sarebbe potata arrivare a 500 milioni di euro”.  

“‘Abbiamo ritenuto fosse meglio per i nostri azionisti prendere una decisione da soli’, ha spiegato Scaroni. Detto fatto. A Neelie Kroes, sceriffo europeo della concorrenza, che lo aveva accusato di avere una posizione dominate nella distribuzione del gas naturale, il gruppo italiano ha risposto vincolandosi a vendere le reti della discordia ‘nel giro di qualche mese’. Così ha chiuso il caso. Il programma prevede che Eni venda le quote del gasdotto Tnp (attraverso la Germania porta il metano dai Paesi Bassi) e del gasdotto Transitgas (collega l’Italia alla Germania via Svizzera). Le società energetiche azionisti nazionali hanno un diritto di prelazione, dunque i primi a poter fare un’offerta saranno - rispettivamente - la E.On e la Suisse Gas. La terza infrastruttura - il Tag - seguirà un destino differente. Giudicata ‘strategica’ dal governo, la linea in cui transita il gas russo tagliando la Slovacchia e l’Austria, resterà italiana. ‘Molto probabilmente - spiega Scaroni - finirà alla Cassa Depositi e Prestiti’. Nel complesso, le tre dismissioni porteranno 1,5 miliardi, circa 800 milioni dei quali sono da riferirsi al Tag. ‘Una scelta dolorosa - ha ammesso l’ad dell’Eni - anche se è lo è più dal punto di vista concettuale che da quello pratico’. La cessione delle tre reti, assicura, non cambia la strategia del gruppo, perché ‘quello che ci avrebbe fatto veramente male sarebbe stato essere costretti a vendere i diritti di trasporto sui tre gasdotti che invece manteniamo’. La Signora Kroes - conclude LA STAMPA -, s’è detta soddisfatta della proposta italiana ‘che promuove la concorrenza sul mercato italiano’ e ha annunciato entro Pasqua una decisione finale per renderla obbligatoria”. (red)

25. Parigi, riparte il motore franco-tedesco

Roma - “Ottanta proposte di collaborazione in vari ambiti - dall'ambiente alla società civile, dalla ricerca scientifica agli scambi economici e culturali, dai programmi aerospaziali alla cooperazione fra polizie, dagli asili bilingue ai programmi scolastici - sono un titolo ambizioso per il rilancio dell'asse-franco tedesco e per l' orizzonte del prossimo decennio - riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Non è il libro dei sogni, ma un'agenda concreta, ‘perché il tempo delle dichiarazioni deve fare spazio alle cose concrete’, come hanno detto ieri a Parigi il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera Angela Merkel. Un'agenda al servizio dell' Europa e di una nuova regolazione del mondo, alla cui ‘concretezza’ l'asse franco-tedesco è indispensabile. Il fatto che il piano sia presentato alla vigilia del consiglio europeo sottolinea le intenzioni di Parigi e Berlino e lo stato dei rapporti fra Sarkozy e la Merkel, nella cornice degli ormai abituali incontri bilaterali. Ma quando gli aspetti simbolici e la dimensione socio-culturale lasciano il posto alla politica economica si comprende che i rapporti intensi non appianano le divergenze di approccio. Per quanto uniti nello sforzo di costruire una migliore ‘governance’ sulla scena europea, è diversa la strategia d'uscita dalla crisi. Il deficit francese viaggia oltre l' 8 per cento del Pil mentre la Germania (3 per cento) si conferma l'allievo modello d'Europa. Parigi lascia correre la spesa pubblica. Berlino ha iscritto nella costituzione il limite del deficit pubblico e abbassa le tasse. Fra Sarkozy e la Merkel c'è impegno a studiare ‘nuovi indicatori economici’, con un occhio all'ambiente e alla ‘crescita sostenibile’, ma un criterio per il futuro non modifica la realtà dei conti”.  

“Sul piano dell'immagine, è stata un successo la riunione congiunta dei due governi nel famoso salone Murat, all'Eliseo, cui seguirà l'impegno - una volta all'anno - della presenza congiunta in consiglio dei ministri dei rispettivi ministri degli affari europei. Ma è per il momento accantonata (perché contraddittoria rispetto al dettato costituzionale della Germania) la proposta sostenuta da Parigi di creare un ministero franco-tedesco con l'ambizione di coordinare la politica dei due governi. A livello diplomatico, le intese sono più concrete. Il presidente Sarkozy si è impegnato a sostenere l'ambizione di Berlino per un seggio permanente al consiglio di sicurezza dell'Onu. ‘La Francia e la Germania - ha detto il ministro degli esteri Guido Westerwelle in un'intervista a Le Monde - vogliono andare oltre l'intesa e agire insieme sulla scena internazionale’. Quanto alle architetture istituzionali, ha spiegato che mentre una proposta francese può trovare applicazione immediata, l'equilibrio dei poteri federali in Germania rende l'introduzione di cambiamenti istituzionali più complicata. Nella conferenza stampa congiunta, la Merkel e Sarkozy hanno espresso apertamente la loro delusione per gli esiti del summit sul clima di Copenhagen. ‘Non permetteremo più che le cose si svolgano in questo modo’, hanno detto i due leader, entrambi impegnati in una coraggiosa politica ecologica nei rispettivi Paesi. Un altro punto di convergenza riguarda lo sforzo di trovare soluzioni rapide per il rilancio del velivolo militare A400M, anche se il progetto, gravato da forti ritardi produttivi e notevoli costi supplementari, non è che la conseguenza - conclude il CORRIERE -, degli ormai storici problemi di gestione e coordinamento al vertice bicefalo del consorzio Eads”. (red)

26. Cina, gli 007 Usa in difesa di Google

Roma - “Google chiama, gli 007 rispondono - riporta REPUBBLICA -. Una santa alleanza tra l´operatore più grande e più usato di Internet e la più grande agenzia di sorveglianza delle comunicazioni non si era mai vista. Ma la paura del Dragone fa questo e altro: e solleva anche un gigantesco problema di privacy. Proprio l´attacco venuto dalla Cina ha costretto gli esperti di Google ad andare a bussare alle porte del servizio segreto reso famoso dal primo giallo di Dan Brown, quel ‘Digital Fortress’ che in italiano è diventato ‘Crypto’. Peccato che questo non sia un romanzo: è un pasticciaccio internazionale che l´altro giorno Dennis Blair, il direttore della National Intelligence, cioè l´organismo che dovrebbe sovrintendere a tutti i servizi segreti, ha definito l´allarme più pericoloso dopo Al Qaeda, evocando una ‘Cyber Pearl Harbour’ che potrebbe provocare un disastro. L´attacco del l´11 gennaio l´ha dimostrato. Oltre al colosso del web, sono state colpite una trentina di compagnie specializzate in hi-tech, media, difesa ed energia: come dire il cuore pulsante dell´economia Usa. Google non ha confermato l´indiscrezione del Washington Post. Ma il portavoce della Nsa, Judi Emmel, ha detto al giornale della capitale che l´assistenza ai network privati fa parte della ‘missione’ dello squadrone di 007 creato da Henry Truman agli inizi degli anni Cinquanta, in piena Guerra Fredda con l´Unione Sovietica. Adesso il nemico - con cui sempre il Washington Post ieri invitava Barack Obama a mostrare di più i muscoli - si chiama Cina. L´autunno scorso un dossier presentato al Congresso puntava direttamente il dito sui cinesi campioni di hackeraggio. Risposta a muso duro: smettetela di guardarci con ‘occhi distorti’. Poi sono venute le critiche di Hillary Clinton alla censura di Pechino e l´attacco al colosso del web. Che fare? Gli 007 della Nsa, spiegano gli esperti, dovranno aiutare Google a scoprire i metodi che gli hacker hanno usato per penetrare nei codici”. 

“Google però dovrà aprire alle spie i suoi cassetti per mostrare i danni. E qui comincia la parte che ci tocca tutti più da vicino. Google è il motore di ricerca e il servizio di posta elettronica più usato del mondo. Contiene centina di milioni di dati personali di ciascuno di noi. Che ne sarà della privacy? Quelle informazione resteranno riservate, assicurano le fonti rigorosamente anonime. Tra l´altro, dicono, l´alleanza strategica non sarebbe finalizzata a scoprire chi c´è dietro agli attacchi (tanto lo sanno tutti, no?) ma a prevenire quelli nuovi. C´è da fidarsi? Non è un caso che tra la denuncia di Google, la guerra Usa-Cina e l´allarme sui cyberattacchi, le uniche a godere siano le compagnie specializzate nella sicurezza dei computer, quelle che si palesano a intermittenza sullo schermo per ricordarti che il tuo pc non è protetto, quali rischi corri, eccetera. I pericoli sono veri: una delle aziende leader del settore, la McAfee, ha quantificato in 6 milioni di dollari al giorno le perdite per il cybercrimine. Ben altri sono però i dati che arrivano dalla Borsa: le compagnie di sicurezza in questi giorni hanno fatto registrare a Wall Street impennate record intorno al 20 per cento. Già prima dell´allarme Google, la spesa per difendersi era salita nel 2009 del 6 per cento. E per quest´anno, dice Usa Today, si aspetta un altro balzo del 9 per cento: per la bellezza di 29.3 miliardi di dollari. Un dato che colpisce ancora di più se raffrontato alla spesa totale per la tecnologia, scesa l´anno scorso del 4,5 per cento. Anche questo è un regalo degli hacker: riuscirà a fermarli la santa alleanza del web? Intanto - conclude REPUBBLICA -, l´amministrazione Obama ha confermato che il Dalai Lama sarà ricevuto alla Casa Bianca. Il leader tibetano - la cui visita al presidente Usa ha suscitato le proteste cinesi - sarà a Washington il 17 e il 18 febbraio”. (red)

27. Europa e Obama, il divorzo atlantico

Roma - “La visita di Silvio Berlusconi in Israele non è stata solo un successo personale del premier italiano. Non ha soltanto ribadito agli israeliani (e ai loro nemici), ma anche all’opinione pubblica italiana, che il deciso schieramento dell’Italia a fianco del ‘più grande esempio di democrazia e libertà del Medio Oriente’ rappresenta — come ha osservato giustamente Peppino Caldarola sul Riformista — la più forte discontinuità di politica estera fra i governi del centrodestra berlusconiano e tutti i precedenti governi italiani. Quella visita - scrive Angelo Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA -, che dà ulteriore forza alla posizione energica assunta sulle questioni della difesa di Israele e del nucleare iraniano dal cancelliere tedesco Angela Merkel, ha anche varie implicazioni di politica internazionale. Soprattutto, contribuisce a segnalare all’Amministrazione Obama che la distratta negligenza con cui il presidente ha trattato gli storici alleati europei dell’America nel suo primo anno di governo è stata forse uno dei suoi più gravi errori politici (da cui non sembra abbia voglia di emendarsi, come dimostrerebbe, se venisse confermato, anche il recente annullamento della sua visita in occasione del prossimo vertice, fissato per maggio, fra Unione Europea e Stati Uniti). Noi europei, per lo più con ragione, siamo soliti lamentarci di noi stessi, della nostra incapacità di darci quel tanto di coesione necessaria per parlare al mondo con una sola voce (continua a mancare quel numero telefonico unico che Henry Kissinger non trovava quando voleva comunicare con l’Europa). E sappiamo che questo stato di cose durerà probabilmente ancora per generazioni, se mai finirà. Inoltre, è più che lecito, e anche Obama ha ragione a farlo, rimproverare gli europei per la loro mancanza di nerbo quando si tratta di concorrere con l’America a fronteggiare le minacce”.  

“I tanti ‘no’, soprattutto tedeschi e francesi, alla disperata richiesta di Obama di un maggiore impegno in Afghanistan, stanno lì a dimostrare di quanta poca determinazione alcuni dei principali Paesi europei siano dotati quando ci sono in gioco questioni cruciali per la sorte del mondo occidentale, come il contenimento dell’islamismo radicale o la stessa sopravvivenza della Nato. Detto tutto il male che si può dire dell’Europa - prosegue Panebianco -, resta però il fatto che Obama, fin dai primi giorni del suo insediamento, ha probabilmente sbagliato i calcoli. Ha pensato che fosse ormai tempo di ridimensionare il peso e il ruolo di quella speciale ‘relazione transatlantica’ fra Stati Uniti ed Europa, che è stata, per cinquant’anni, uno dei pilastri della stessa potenza americana nel mondo. Non si è reso conto che se andasse in pezzi la ‘comunità euro-atlantica’, il declino americano, comunque in atto (un declino che spaventa tanti e rallegra tanti altri) potrebbe solo subire un’accelerazione. Nonostante i suoi continui omaggi al multilateralismo, Obama è stato fin qui altrettanto ‘unilateralista’ del suo predecessore Bush. Ha pensato che i vecchi alleati democratici fossero solo un ingombro, non un punto di forza, per le relazioni internazionali dell’America. Come ha osservato Robert Kagan in un recente scritto molto critico sull'attuale Presidenza, la svalutazione delle relazioni euro-atlantiche da parte di Obama discende, almeno in parte, da una visione che, volendo liquidare l'eredità wilsoniana (la tradizione di interventismo democratico che si fa risalire al presidente Woodrow Wilson) in tutte le varianti, assume l'alleanza e il rapporto privilegiato con le democrazie (europee, ma non solo) come non più vitale per gli interessi dell'America. Per Obama, nel suo primo anno di Presidenza, era invece vitale solo cercare intese realistiche con chiunque (persino all'Iran è stata tesa la mano, ed è stata ritirata solo perché gli iraniani l'hanno morsa) sulla base dell'irenico, e sbagliato, presupposto che sia sempre possibile mettersi d'accordo, trovare comunque una convergenza su interessi comuni. Gli esiti non sono stati fin qui brillanti. Il rapporto privilegiato che Obama pensava di stabilire con la Cina (il G2) non ha soltanto spaventato altri Paesi asiatici (come l'India), è anche stato privo di buoni frutti. I cinesi hanno detto ‘no’ a tutte le richieste americane (il viaggio di Obama a Pechino fu per molti versi umiliante). Adesso fa la voce grossa (forniture d'armi a Taiwan, scontro su Internet, visita preannunciata del Dalai Lama a Washington), ma sapendo bene di non poter rompere con il principale creditore dell'America”.  

“L'indecisione strategica è evidente. Così come è evidente nel caso dell'Iran. Si è passati da una fase in cui, alla ricerca di chissà quali concessioni del regime iraniano, si scelse di non sostenere la rivolta popolare, a una fase in cui si torna a un atteggiamento duro e deciso (sperando che la Russia, ma soprattutto la Cina, non impediscano un'azione concertata della comunità internazionale contro il nucleare iraniano). La grande forza dell'America, dopo la seconda guerra mondiale, è sempre consistita nel fatto che, pur trattando e negoziando con le tirannie, essa non perdeva di vista l'importanza del suo rapporto privilegiato con le altre democrazie, europee in primo luogo. L'Amministrazione Obama sembra non averlo capito. Per giunta, e nonostante le tante magagne dell'Europa, quale altro vero alleato l'America potrebbe mai trovare per contrastare la minaccia del terrorismo islamico? Tenuto conto che l'Europa, per geografia, risorse e storia, è, da un lato, la più esposta al pericolo e, dall'altro, quella dotata della migliore expertise per muoversi con una qualche efficacia nello scenario mediorientale. Forse il declino della potenza americana è inarrestabile, come molti ritengono, a causa del deterioramento della forza economica che la sosteneva e dell'emergere di altre potenze. Forse, come pensano altri, non c'è nulla di già scritto, di predeterminato, in queste faccende. E' però plausibile - conclude Panebianco -, aspettarsi un'accelerazione del declino se la dirigenza americana penserà di poter fare a meno di quel rapporto con l'Europa che per tanto tempo ha contribuito ad assicurare a noi la libertà e agli Stati Uniti il primato”. (red)

28. Haiti, i morti sono oltre 200 mila

Roma - “A oltre tre settimane dal terremoto che ha devastato Haiti, emergono in tutta la loro portata le cifre del disastro - scrive LA STAMPA -. E sono da catastrofe epocale. Oltre 200 mila mila persone sono morte per il sisma e 300 mila feriti sono ricoverati in ospedali e centri di assistenza, secondo quanto ha reso noto il premier Jean Max Bellerive. Un totale quindi di mezzo milione di persone colpite, in un paese con poco più di 9 milioni di abitanti. Bellerive ha tracciato un quadro drammatico sulla situazione in cui si trova il Paese. Circa 250 mila abitazioni e 30 mila negozi non esistono più. Dei 300 mila feriti, più di 4 mila hanno subito amputazioni e hanno bisogno di assistenza speciale. ‘È un disastro mondiale che non può essere gestito solo da Haiti’, ha detto il premier. A rendere ancora più preoccupante lo scenario sono altri dati forniti dalle organizzazioni internazionali. L’Onu ha comunicato di aver censito 482 mila persone che hanno lasciato Port-au-Prince dopo il terremoto, per recarsi da parenti e amici altrove, e che ora sono in attese di venire rilocate. Ann Veneman, capo dell’Unicef, è arrivata ieri ad Haiti per un sopralluogo sulla situazione dei bambini. Quella in corso potrebbe rivelarsi la più grave crisi mai gestita dall’organizzazione. Già prima del terremoto del 12 gennaio risultavano 300 mila bambini negli orfanotrofi dell’isola, e ora la situazione è precipitata, anche se i numeri devono essere ancora quantificati. ‘Il 45 per cento della popolazione di Haiti - ha ricordato Hilde Johnson, vicedirettrice dell’Unicef - è costituto da bambini e ragazzi’. Di fronte a questo scenario, la comunità internazionale cerca risposte di lungo periodo, che vadano oltre l’emergenza. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto all’ex presidente americano Bill Clinton di coordinare gli aiuti internazionali. Clinton e un altro ex presidente, George W.Bush, sono già stati incaricati da Barack Obama di far fronte alla crisi sul piano degli interventi americani. L’Onu sta anche facendo pressioni, attraverso il proprio esperto indipendente Cephas Lumina, per liberare Haiti dal debito estero. Lumina ha proposto la cancellazione ‘immediata’ degli 890 milioni di dollari che il Paese caraibico deve ai creditori internazionali”.  (red)

29. Vaticano, il Papa vuole il dossier Boffo

Roma - “L´occhio attento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, non ha perso un movimento e mancato una parola della doppia omelia pronunciata ieri nella Basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma. Ma nelle due celebrazioni svoltesi una di seguito all´altra, la prima del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, e la seconda del presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), Angelo Bagnasco, non una frase è stata detta sulla polemica che sta scuotendo i Sacri Palazzi - scrive REPUBBLICA -. Eppure il Papa, da ieri, ha preso in mano in prima persona il caso Boffo, l´ex direttore di Avvenire, il quotidiano della Cei, dimessosi dopo le accuse di molestie pubblicate dal quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi, e rivelatesi poi infondate. Benedetto XVI ha infatti chiesto una dettagliata relazione sugli ultimi sviluppi della questione. Una richiesta esplicita, rivolta ai suoi più stretti collaboratori, sulla scia delle nuove polemiche nate dopo il pranzo "riparatore" di lunedì a Milano fra Dino Boffo e il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri. Un incontro chiarificatore, a 5 mesi dalle traumatiche dimissioni del primo. Il Papa, nonostante l´intensità degli impegni e le udienze, si dimostra tutt´altro che assente dalla vicenda. I piani alti del Palazzo Apostolico lo descrivono anzi come ‘molto attento al caso’. Ha ottenuto, ‘per cercare di capire di più’, una lunga nota esplicativa dagli uffici della Segreteria di Stato. E anche per prendere - eventualmente - qualche decisione in merito. Un intervento discreto - ‘ma molto, molto deciso’ - , che Benedetto XVI sta preparando nell´Appartamento papale, forse indotto dalle voci, circolate con insistenza sui giornali, secondo cui a fornire a Feltri il falso documento sarebbe stato un ‘esponente istituzionale’ della Santa Sede”.  

“C´è chi si è spinto ad indicare come ipotetico "ispiratore" dell´iniziativa ai danni di Boffo il direttore dell´Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, su "mandato" del cardinale segretario di Stato Bertone. Come dire: una manovra tutta ecclesial-vaticana ordita per colpire il direttore di Avvenire e, indirettamente, indebolire l´alleanza fra i cardinali Angelo Bagnasco e Camillo Ruini, suo predecessore alla Cei: in sostanza i due più importanti esponenti del governo centrale della Chiesa italiana. Un caso - se vero - clamoroso, che tuttavia non ha suscitato alcuna reazione ufficiale dagli organi competenti della Santa Sede. Tace la Sala Stampa vaticana, così pure la Radio Vaticana e l´Osservatore Romano. Come pure il quotidiano dei vescovi Avvenire che, nemmeno oggi, riferirà del ritorno in auge del caso Boffo-Feltri e degli scomodi risvolti che ha prodotto. Malgrado i silenzi ufficiali, però, Papa Ratzinger ha adesso sul tavolo del suo studio la pratica Boffo-Feltri sotto forma di nota esplicativa, su cui sono stati delineati tutti i termini della questione. Benedetto XVI la sta studiando attentamente. Chiede lumi in Segreteria di Stato. Convoca nella sua residenza presuli e porporati per scambi di opinioni e punti di vista. Nella basilica di San Giovanni stracolma di fedeli, intanto, il sottosegretario Letta, in prima fila, non si è perso una battuta dall´altare. Ma né il cardinale Bertone né il suo collega Bagnasco - i due si sono mancati solo per una manciata di minuti in canonica - successori uno all´altro nell´Arcidiocesi di Genova, hanno fatto il minimo riferimento al caso. Al bel ricevimento che ha seguito la messa per i 42 anni dell´attività della Comunità di Sant´Egidio, con una grande partecipazione popolare, il cardinale Bagnasco ha salutato con grande cordialità Vian. Grandi sorrisi e strette di mano. Ma le bocche - conclude REPUBBLICA -, sono rimaste cucite”. (red)

30. Nucleare, duello governo-Regioni

Roma - “Tra governo e Regioni è scontro istituzionale - riporta REPUBBLICA -. Palazzo Chigi ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi con le quali Campania, Puglia e Basilicata avevano bloccato la costruzione di centrali nucleari sul loro territorio. I presidenti delle Regioni annunciano che andranno avanti, rivendicando il diritto di decidere che tipo di impianti di produzione elettrica ospitare. Il responsabile dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha spiegato ieri la decisione del Consiglio dei ministri sostenendo che le tre leggi regionali ‘intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato, cioè la produzione, il trasporto e la distribuzione dell´energia elettrica, e non riconoscono l´esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell´ambiente. Non impugnarle avrebbe costituito un precedente pericoloso’. Il 10 febbraio il governo approverà i criteri per la localizzazione delle centrali nucleari. ‘La destra, che a Bari finge di essere ambientalista votando a favore della legge che io ho voluto fortemente per la denuclearizzazione della Puglia, a Roma diventa ferocemente nemica dell´ambiente’, ha ribattuto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. ‘Saremo la regione più disobbediente d´Italia e continueremo a dire no al nucleare’. Intanto il conflitto sull´atomo divide il centrodestra: la Sicilia ribadisce il suo no e quattro parlamentari pdl della Basilicata (Guido Viceconte, Cosimo Latronico, Egidio Digilio e Vincenzo Taddei) chiamano la loro Regione fuori dalla mischia: ‘La Basilicata può stare tranquilla: non ci sono le caratteristiche territoriali ed ambientali per realizzare lì una centrale nucleare o un deposito di rifiuti radioattivi’”.  

“I senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante si chiedono se ‘veramente l´esecutivo pensa di mandare avanti il suo programma nucleare a tappe forzate contro le Regioni, i Comuni, le Province e i cittadini, contando solo sull´esercito’. Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli ha definito la richiesta di annullare le leggi regionali ‘un atto fuori dalla democrazia’. Per il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, è imbarazzante il livello di contraddizioni di un governo ‘che ha fatto del federalismo la sua bandiera e vuole centralizzare in modo arrogante e militarista le politiche energetiche’. Alla vigilia delle regionali, mentre il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani chiede di rendere noto l´elenco dei siti nucleari, il conflitto sul ritorno dell´Italia nel club dell´atomo fa salire di tono anche la campagna elettorale. Nel Lazio Emma Bonino, candidata del centrosinistra, ha dichiarato che ‘lo sviluppo non passa attraverso la ripresa obsoleta del nucleare. Sono due i punti nodali per portare lavoro e ripresa economica: efficienza energetica e energie rinnovabili’; mentre la candidata Pdl Renata Polverini - conclude REPUBBLICA -, non ha preso una posizione netta definendo ‘legittimo il ricorso del governo alla Corte costituzionale’, ma ‘impensabile realizzare impianti nucleari senza il consenso delle Regioni’”. (red)

Prima Pagina 05 febbraio 2010

Israele, Iran, arma atomica: disinformatia in azione