Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 08/02/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Esplode centrale americana” e in un box: “L'Ucraina sceglie, Mosca si avvicina”. Editoriale di Piero Ostellino: “Il senso di colpa del capitalismo”. Di spalla: “Nessuno pensa al welfare dei figli”. Al centro: “L’Iran rilancia la sfida. Israele muove due navi” e “Alfano: faremo lodo-bis e immunità. ‘Il premier non si sottrarrà ai processi’”. In basso: “L’Italia dei piccoli poteri: creo ostacoli quindi esisto” e “Il telefono che traduce le lingue”.  

LA REPUBBLICA – In apertura: “Giustizia, la sfida di Alfano. Mancino: sì all’immunità”. Al centro: “Valanghe, week end tragico. Il governo: adesso basta” e “Zapatero sotto tiro, la Spagna brucia 4 mila posti al giorno”. In un box: “L’Iran rilancia sul nucleare. La Clinton: Teheran minaccia costante ma temo Al Qaeda”. Di spalla: “Disastro negli Usa, esplode una centrale: ‘È una carneficina’”. A fondo pagina: “Basaglia in tv, l’utopia dei matti”.  

LA STAMPA – In apertura: “La sfida di Teheran”. In taglio alto: “Altro che merito. L’università torna un lusso per ricchi”. Editoriale di Enzo Bettiza: “Grecia, un malanno balcanico”. Al centro la foto-notizia: “Usa, scoppia una centrale” e “Alfano: Berlusconi non sfugge ai giudici”.  

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “La frenata dei professionisti” e “Una selezione naturale con sorprese”. A centro pagina fotonotizia: “Sicurezza stradale. Lampeggianti sempre accesi e tragitti brevi: così la Polizia sembrerà più presente” e “Record per sfratti e ingiunzioni”. In basso: “Rating agli studenti per un posto al liceo”.  

IL GIORNALE – In apertura: “Di Pietro adesso chiede aiuto”. Al centro foto-notizia: “Berlusconi inaugura la sua nuova reggia”, “Bonus, promessa mantenuta: aiutate 5 milioni di famiglie” e “Meloni: ‘Basta aborti facili: difendiamo i diritti dei papà’”. Di spalla: “Santificare Basaglia è vera pazzia” e “Come salvare”. A fondo pagina: “Lotito è diventato un pallone bucato”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Carcere a chi procura valanghe killer” e in un box: “Lassù dove la paura è saggezza”. Editoriale di Paolo Pombeni: “La politica rinuncia al dividendo della paura”. Al centro: “La Roma dei miracoli soffre e poi vola col guizzo di Vucinic” e “Esplode centrale elettrica a gas, morti e feriti negli Stati Uniti”. In un box: “Pirata diciassettenne uccide un muratore, gravi moglie e figlio”. A fondo pagina: “Alfano: mercoledì il decreto per salvare i processi di mafia” e “‘Io, figlio del professor Verdone’”.  

IL TEMPO – In apertura: “Di Pietro si camuffa da moderato”. Editoriale di Giuseppe Pennisi: “Sulle Borse soffia il vento degli Usa”. Al centro: “Senza patente, uccide e fugge” e “Roma corsara, è l’anti Inter. Lazio sconfitta, rischia la B”. In basso: “Sei morti per le valanghe. In arrivo il freddo polare” e “Ciclismo, addio al ct Ballerini”.  

IL FOGLIO – In apertura: “I maiali d’Europa spaventano le Borse”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Se in una storia di corna vediamo la commedia e non il peccato”.  

L’UNITÀ – In apertura: “Beni culturali Spa”. (red) 

2. Alfano: sì lodo e immunità, Cav. a processo dopo mandato

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Innanzitutto, una conferma: mercoledì il Consiglio dei ministri, dice Angelino Alfano, approverà un decreto per evitare le scarcerazioni dei boss e il blocco dei processi di mafia, dopo la recente sentenza della Cassazione. Riparerà, spiega a Lucia Annunziata nella trasmissione di Raitre In mezz’ora, all’‘errore tecnico’ non del governo ma dei giudici che, dopo l’inasprimento delle pene del 2005, non hanno disposto il giudizio di fronte alle Corti d’Assise. Per impedire guai, il provvedimento d’urgenza ‘ribadirà che la competenza è dei tribunali’. Poi, il Guardasigilli esamina il tema delicato delle norme che consentiranno al premier di non affrontare i suoi processi. Con una premessa: ‘Berlusconi non si sottrarrà alla giustizia, lui vorrebbe andare in tribunale sempre, ma per difendersi dovrebbe togliere tempo al governo. Quando avrà finito di governare si farà processare’. Il primo provvedimento, quello più vicino al varo dopo il sì della Camera, è il legittimo impedimento. ‘Non è ad personam - sostiene il ministro -, né pone Berlusconi al riparo dalla giustizia’. Quanto al processo breve, Alfano non lo vede come Gianfranco Fini su un ‘binario morto’, dopo l’approvazione del Senato. Ma conviene che ‘non ha nessuna urgenza di essere approvato’. Quello che sarà salvato, sottolinea il ministro, è ‘il principio che i cittadini debbano sapere il momento in cui si è condannati o dichiarati innocenti’. Insomma, processo certo, più che breve. 

E dopo i 18 mesi della legge-ponte sul legittimo impedimento, quale strada imboccherà il Pdl? Per Alfano non c’è un bivio tra Lodo bis costituzionale (per sospendere i processi alle quattro massime cariche dello Stato e forse anche ai ministri) e immunità parlamentare. Si possono fare entrambe le riforme. Alfano è convinto che si debba ‘restituire alla Costituzione repubblicana la sua struttura originaria, cioè che l’argine che separa il potere legislativo e l’ordine giudiziario sia ricostruito’. Dunque, un ritorno con dovute modifiche all’articolo 68, abolito nel ’93. Ma questo non esclude un nuovo Lodo Alfano costituzionale, anche perché il premier potrebbe non essere parlamentare. Il Guardasigilli non chiude all’idea della ex An Giulia Bongiorno, che al lodo preferisce una ‘immunità rigorosa con alcuni paletti’, che sia introdotta ‘parallelamente a una nuova legge elettorale’ e ‘non preveda coperture per i reati contestati prima dell’assunzione del mandato parlamentare’. Se ne può discutere, assicura il ministro. Con la presidente della commissione Giustizia della Camera Alfano concorda su un fatto: ‘L’obiettivo è quello di non sottrarre nessuno alla giustizia e al giusto processo’. Scudo sì, ma solo fino alla fine del mandato. Il ministro non si sbilancia, però, sul momento in cui deve entrare in funzione la copertura: se da quando inizia la carica o anche per reati precedenti. 

La Annunziata butta sul tavolo un altro argomento denso di polemiche: il ddl proposto dall’ex An Giuseppe Valentino, per modificare la legislazione sull’uso dei collaboratori di giustizia, definito un’iniziativa personale da non mandare avanti da Alfano e dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Il Guardasigilli ribadisce: ‘Non ne sapevo niente e sono contrario ad interventi del genere. Non credo che i pentiti siano il Vangelo. Sono utili nella lotta alla mafia, ma di solito sono criminali. Quindi, bisogna maneggiarli con cura’. Ma per questo, secondo Alfano, bastano le leggi esistenti. Quanto alle polemiche sulla politicizzazione e il protagonismo delle toghe, Alfano ripete che la libertà di espressione non si tocca, ma i magistrati ‘più appaiono terzi, più sono sobri e più nobilitano il decoro della loro funzione’. Chi fa la politica giudiziaria del Pdl, c’è un antagonismo con Niccolò Ghedini? Alfano nega: sono due funzioni e due mestieri ‘differenti’. Infine, una stoccata ad Antonio Di Pietro, reduce dal Congresso della svolta ‘responsabile’. Il Guardasigilli è ironico, nota piuttosto che ha candidato in Campania il ‘plurimputato’ Vincenzo De Luca. ‘Per me lui è un presunto innocente, ma altrettanto Di Pietro è un conclamato incoerente’”. (red)

3. Giustizia, Mancino: Sì all’immunità, ma non sia acritica

Roma - “Fu lui, negli anni Novanta, a mettere su carta la necessità di abolire l’autorizzazione a procedere. E Nicola Mancino, oggi vice presidente del Csm, con Repubblica ammette che ‘il desiderio di tornare indietro non è mai passato’. Dice sì all’immunità – in una intervista a REPUBBLICA -, ma con paletti ben precisi e rigidi. Che ‘la proposta arrivi non dal governo ma dal Parlamento’, che ‘si preveda una maggioranza qualificata, oscillante tra il 60 e il 65 per cento, per respingere le richieste di autorizzazione dei magistrati’, che agli stessi ‘si dia la possibilità di portare avanti le indagini’. E comunque, dopo il legittimo impedimento, sarebbe allo stato naturale ‘fare solo il lodo’. (...) È stato lei, prima di diventare ministro dell’Interno, a presentare la modifica del 68. Fu avversata? ‘La modifica era diventata inevitabile sotto l’incalzare di Tangentopoli. Certo, la tutela della funzione parlamentare fu introdotta nella carta costituzionale, ma con un spirito diverso. Lì c’era la saggezza del costituente. L’abuso era divenuto ricorrente quando un’istanza approdava in assemblea. Si andava in aula e si diceva no alle richieste dei magistrati, spesso anche con convergenze tra maggioranza e opposizione. Nel ‘93 la mia proposta fu ripresa dal compianto senatore Elia e fu approvata. Anche a malincuore, ma lo fu’. 

È possibile fare immunità e lodo, come Alfano annuncia che il governo vuol fare? ‘Per me è preferibile che siano i parlamentari a presentare modifiche di norme costituzionali, piuttosto che irrigidirle come attività di governo e quindi di maggioranza, perché ciò condizionerebbe, sin dalla partenza, il libero dibattito parlamentare’. Lei è favorevole o contrario a ripristinare l’immunità? ‘Se c’è la previsione di un quorum elevato, magari tra il 60 e il 65 per cento, per negare l’autorizzazione una volta che le indagini sono completate, io potrei anche convenire con la necessità di un ritocco all’attuale 68. Ma c’è sempre un limite: non torniamo all’impunità acritica’. Ma è possibile farli tutti e due? ‘Tecnicamente si può fare, ma sono le forze politiche a stabilire se è possibile farlo simultaneamente, oppure in tempi separati, o ancora se farne soltanto una’. Dopo la legge sul legittimo impedimento quale strada vedrebbe di più? ‘Il lodo coperto costituzionalmente’. Ma non c’è il rischio che la Consulta comunque lo bocci? ‘Per il lodo bisogna fare comunque i conti con le pronunce della Corte, secondo cui una nuova norma della Costituzione deve rispettare il fondamentale principio d’uguaglianza stabilito dall’articolo 3. Ne consegue che la Consulta potrebbe sempre intervenire su una legge, pur di rango costituzionale, se essa appare in contrasto con un principio fondamentale della Carta medesima’.  

Le due protezioni garantirebbero maggiore uguaglianza? ‘Alfano ha presentato un lodo, e dopo la pronuncia della Consulta, può proporre una legge con la copertura costituzionale, necessità imprescindibile che io ho sostenuto sin dall’inizio. Non mi meraviglierei che sia lo stesso ministro a presentare una proposta di lodo, mentre per l’immunità starei più attento perché si tratta di tutela, di privilegi, di limiti che è preferibile partano da un’iniziativa parlamentare’. L’immunità votata dalla sola maggioranza è una forzatura? ‘Norme a tutela della funzione dovrebbero essere condivise anche dall’opposizione. Adesso io non dico che sia, o non sia giusto, perché spetta al Parlamento verificare se ci sono le condizioni per rivedere il 68. Ma, per evitare gli abusi che ci sono stati in passato nel negare l’autorizzazione anche solo ad avviare un’indagine, si potrebbe lasciare libertà di iniziativa da parte dei magistrati durante tutta la fase istruttoria e rimettere nelle mani del Parlamento la valutazione dell’eventuale fumus persecutionis. A indagine completata, il Parlamento sarà posto nella condizione di valutare se emerge il fumus, oppure se vi sono gravi indizi di colpevolezza a carico del parlamentare’.  

Fini apre all’immunità, ma sostiene che dovrà essere qualcosa di molto diverso da quella passata, e Giulia Bongiorno pone delle condizioni tra cui quella di escludere i reati commessi prima di assumere la carica e anche di stabilire per quali si ha diritto a questo privilegio. Sono vie percorribili? ‘Concordo con Fini. Ma, se si decide di introdurre una norma a tutela della funzione, non vedo come si possa fare la differenza tra reati commessi prima di essere eletti e reati commessi nell’esercizio della funzione parlamentare. Quando sento dire che si vuole rinunciare all’immunità, non si tiene conto che questa è a tutela della funzione, e quindi non dipende dalla volontà del singolo’”. (red)

4. Di Pietro rieletto presidente riparte all’attacco

Roma - “Rieletto presidente, come previsto, anzi, acclamato dai quasi 4000 delegati in piedi, nel comizio di chiusura del suo primo congresso Di Pietro – scrive LA STAMPA - ribadisce ‘la svolta’ dell’Idv ritrovando i toni di sempre. ‘Finora abbiamo fatto resistenza, resistenza resistenza, che ci voleva a un regime piduista, ma ora siamo pronti al governo del Paese’, dice, rivendicando la strada dell’’alternativa’, di una ‘rinnovata alleanza di cui l’Idv diventa co-fondatore’ insieme al Pd, già a partire dalle prossime regionali, ‘la seconda gamba sulla quale mettere in piedi il nuovo tavolo della coalizione’. ‘Si poteva fare una scelta diversa, io ci ho messo la faccia’, aggiunge. Una svolta apprezzata dal Pd (ancora ieri da Penati e Monaco) ma che preoccupa e imbarazza Casini per il quale l’Idv è ‘un macigno su qualsiasi alternativa credibile a Berlusconi’. La svolta comporta altre novità. Da movimento di piazza diventare un vero partito, che si strutturerà sul territorio (ci saranno congressi locali e regionali). Avrà un codice etico e un programma, con vari punti: primo, la trasparenza, poi snellimento della burocrazia, economia solidale, giustizia uguale per tutti, difesa del territorio, pace e solidarietà in politica estera, diritti civili e laicità. E più Europa, sottolinea, ricordando l’appartenenza dell’Idv all’Alde, il terzo gruppo a Strasburgo.  

Governo, ma ancora resistenza. L’Idv della svolta non ammaina affatto la bandiera dell’opposizione ‘ferma’. Opposizione ‘in Parlamento e nelle piazze’. Indispensabile. ‘Se c’è un Vanna Marchi della politica, bisogna convincere gli elettori che questo governo è un bluff’. Esempio: ‘Ancora ieri Berlusconi ha detto che siamo usciti meglio di altri dalla crisi e che abbiamo ridotto le tasse. Non è vero. Ma se tutte le tv avallano, i cittadini pensano che sono fessi loro se non mangiano. Invece non è colpa loro, è colpa del governo che pensa solo a sé, alle caste e ai ceti forti’. Sui ‘compagni di viaggio’, poi, richiamo al pragmatismo: ‘Niente steccati, alleanze anche nell’area laica, liberale, del non voto, di tutti quelli che vedono riconosciuti i loro diritti nella Costituzione’. E, anche a questo fine, par di capire che un ruolo avrà De Magistris, molto defilato al congresso di fatto egemonizzato da Di Pietro e, anzi, oggetto di qualche frecciata. L’ex pm napoletano però ha un grande seguito fra i delegati, ‘se si fosse candidato contro Di Pietro il partito si sarebbe spaccato’, sostiene uno di loro. Lui, alla fine incontra i cronisti, tranquillo. ‘È stato un congresso bello. Ora bisogna trovare una sintesi di opinioni diverse’, dice. Nega di dissentire ma si dice contrario ad ‘alleanze alla Brancaleone, pur di battere Berlusconi’. ‘Mi iscriverò, attraverso un percorso politico che non abbiamo individuato in questo congresso’”. (red)

5. Berlusconi inaugura la sua nuova “reggia”

Roma - “Tre enormi salotti, un quarto con camino, una grande sala da pranzo, corridoio, stanza da letto, guardaroba e bagno. A dominare tappezzerie e arredamento colori molto caldi, dall’oro al bordeaux. Al primo piano di Villa Gernetto - a metà strada tra Arcore e Macherio - è ormai tutto pronto, tanto che Berlusconi ha già iniziato a prendersi personalmente cura degli ultimi dettagli. È lì, infatti – scrive IL GIORNALE -, che sono finite le statue di bronzo di nudi di donna acquistate in compagnia della figlia Marina durante la sua visita a Saint-Paul-de-Vence, in Provenza. E forse pure la litografia di Brainwash raffigurante Obama nei panni di Superman. Pur essendo destinata ad accogliere la futura Università del pensiero liberale, dunque, a Villa Gernetto il Cavaliere s’è voluto ritagliare un ampio spazio per i suoi alloggi privati, tentato - racconta chi ci ha parlato nelle ultime settimane - di trasferirsi lì armi e bagagli e riservare ad Arcore il ruolo di residenza-ufficio un po’ come a Roma lo è Palazzo Grazioli. E quanto Berlusconi accarezzi l’idea lo racconta la cura maniacale con cui negli ultimi mesi ha seguito i lavori di ristrutturazione, ormai agli sgoccioli se gli operai sono rimasti ad armeggiare solo nell’immenso salone del piano terra che sarà destinato ad accogliere gli ospiti nel caso di occasioni mondane. Già pronto, invece, il ristorante con le pareti decorate da decine di trompe l’oeil che lo scorso dicembre ha mostrato al presidente vietnamita Minh Triet e che probabilmente oggi farà vedere anche al primo ministro croato Kosor.  

Già, perché il battesimo ufficiale della nuova residenza del premier è previsto per questo pomeriggio, quando i due si presenteranno ai giornalisti per fare il punto sulla loro colazione di lavoro. Un appuntamento istituzionale e non politico, perché Berlusconi è deciso a dare a Villa Gernetto un profilo diverso da Villa San Martino ad Arcore o da Palazzo Grazioli a Roma. Tanto da aver già scartato l’ipotesi di tenerci dei vertici del Pdl o le consuete cene del lunedì con Bossi e la nutrita pattuglia leghista, mentre l’unico che l’ha utilizzata per ragioni strettamente politiche - il presidente della provincia di Milano Guido Podestà, che sta organizzando un cena di raccolta fondi per il 15 febbraio - ha comunque dovuto pagare l’affitto alla Idra, la società immobiliare proprietaria di tutte le residenze del Cavaliere (Villa Certosa compresa). Chi ha visitato il complesso tardo neoclassico sulla valle del Lambro ne parla come di una reggia. Costruita nella seconda metà del Settecento, compreso giardino terrazzato e bosco arriverebbe a contare oltre 350mila metri quadrati. Che il premier ha già in buona parte girato, visto che pare non perda occasione per concedersi un po’ di jogging tra gli alberi.  

Ed è anche questo che pare abbia affascinato Berlusconi, che ha voluto che i lavori fossero il più accurati possibili anche nelle zone destinate all’Università: l’aula magna, la sala professori, la mensa per gli studenti e le aule per le lezioni. Curatissimi - sotto la supervisione dell’architetta Chiaverano, che già si è occupata di Macherio, e del geometra Trombini - anche i cinque appartamenti che sono stati ricavati nella torre belvedere, destinati ad accogliere statisti ed ex primi ministri che verranno a tenere i corsi. Non è un mistero che Berlusconi abbia già contattato nomi del calibro di Aznar, Blair, Bush, Koizumi, Gorbaciov e Bill Gates. Insomma, dopo Macherio (dove ormai vive l’ex moglie Veronica) e Arcore (dove domani non è in programma nessun pranzo con tutti e cinque i figli, come riportato da alcuni giornali), il Cavaliere accarezza l’idea di spostarsi a Lesmo. Di certo, anche se alla fine non sarà un trasloco tout court, Villa Gernetto è destinata ad ospitare il premier sempre più spesso. E forse, almeno per il momento, sostituirà Villa Certosa, dove dopo le polemiche dello scorso anno il premier non va più troppo volentieri. Il buen retiro di Porto Rotondo, infatti, è sul mercato da qualche mese, anche se è chiaro che trovare un acquirente non è cosa facile né rapida”. (red) 

6. Valanghe, governo: Carcere a chi le provoca

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Sei morti nel weekend: le valanghe hanno fatto una strage. Spontanee e innescate dagli sci alpinisti, hanno provocato vittime e disastri nell’interno arco alpino, dal Piemonte al Veneto. Tre i morti registrati ieri (più un dispero e una decina di feriti), tre sabato. (...) E mentre su tutte le Alpi continua il pericolo, con il rischio valanghe di grado 3, da mercoledì saranno possibili altre precipitazioni, nevose fino a fondovalle. Intanto il governo prepara un emendamento al decreto legge sulle emergenze: carcere per chi, provocando una valanga, si rende responsabile della morte di altre persone e cinquemila euro di ammenda per chi scia fuori pista o compie escursioni in montagna quando c’è una situazione di pericolo indicata nei bollettini”. (red)

7. Bonus, aiutate 5 milioni di famiglie

Roma - “Si è praticamente conclusa, e con successo - manca soltanto l’esame di alcune domande -, l’operazione ‘bonus famiglia’, varata dal governo nel 2008 per venire incontro ai nuclei familiari a basso reddito. Si tratta di un bonus, un contributo una tantum variabile fra un minimo di 200 e un massimo di 1000 euro, a seconda della condizione di reddito del richiedente, da distribuire alle famiglie meno abbienti. A fine 2009 – riporta IL GIORNALE - l’Agenzia delle Entrate ha ricevuto circa 5 milioni di richieste, per un miliardo e 685 milioni di euro. Il 95,2% delle domande presentate è stato accettato, e le Entrate hanno pagato durante il 2009 quasi un miliardo e mezzo di euro. Non si tratta, tuttavia, della cifra definitiva. La fetta conclusiva dei bonus richiesti, ad esempio tramite il modello Unico (quando non utilizzati in compensazione delle imposte da versare), sarà pagata molto presto, entro il prossimo mese di marzo: in queste settimane si stanno concludendo i controlli incrociati del Fisco per riscontrare eventuali irregolarità, quindi saranno versati gli importi. Il termine ultimo per la richiesta del bonus era stato fissato al 30 settembre 2009. Con l’esame delle ultime domande, il mese prossimo - si legge nel sito FiscoOggi, la rivista telematica dell’Agenzia delle Entrate - si concluderà dunque il pagamento. Alla fine dell’operazione bonus, prevedono le Entrate, lo Stato avrà versato circa 1,6 miliardi di euro ai cittadini più deboli.  

Il bonus famiglia era stato varato con il decreto legge ‘anticrisi’ del 29 novembre 2008, accompagnato da altre misure per aiutare i nuclei familiari ad affrontare la crisi che già si manifestava sui mercati internazionali, con conseguenze pesanti sull’economia reale. In precedenza, con la manovra estiva, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva anche istituito la cosiddetta social card, una carta acquisti da 120 euro valida per i mesi di ottobre, novembre e dicembre 2008, più 80 euro per i mesi di gennaio e febbraio 2009, con possibilità di ulteriori ‘ricariche’. Quest’ultimo intervento si indirizzava alla fascia più bisognosa della popolazione, in particolare i pensionati al minimo: ne avevano diritto i cittadini oltre i 65 anni, con reddito non superiore ai 6mila euro, e i genitori di bambini d’età inferiore ai tre anni.  

Diversa, invece, la ratio del bonus famiglia. Si è trattato di un contributo una tantum alle famiglie (ma allargato anche ai pensionati soli, con reddito fino a 15mila euro), del valore variabile fra i 200 euro e i 1000 euro. L’entità del contributo variava rispetto al reddito complessivo familiare ed al numero dei componenti del nucleo: per ottenere il massimo, mille euro appunto, il nucleo familiare doveva superare i 5 componenti, mentre il reddito (2007 o 2008, a scelta del richiedente) non doveva superare i 22mila euro, la somma cresceva fino a 35mila euro se in famiglia vi erano figli portatori di handicap. Nel decreto dell’autunno 2008, il governo in realtà aveva previsto un esborso ben superiore al miliardo e mezzo già erogato. La cifra finanziata dal provvedimento era infatti di 2,4 miliardi di euro. Il fatto che finora siano stati spesi 900 milioni in meno, potrebbe significare che le famiglie italiane in condizione di bisogno sono in numero inferiore alle stime (ma non si può neppure escludere che qualcuno non abbia presentato la domanda, ad esempio per scarsa informazione)”. (red)

8. Maddalena, indagine sui lavori del G8 mancato

Roma - “Gli appalti d’oro e gli intrecci d’affari per il G8 della Maddalena. Sulle opere da 300 milioni mai terminate per il summit dei potenti del pianeta, che doveva svolgersi a luglio 2009, in Sardegna ora indaga la procura di Roma”: lo rende noto LA REPUBBLICA. “Tra le ipotesi di reato al vaglio, abuso d’ufficio e corruzione. Nel mirino dell’inchiesta sono finite le procedure firmate dall’allora commissario straordinario, l’ingegnere Angelo Balducci, ex numero due della Protezione Civile, l’uomo più potente dopo Guido Bertolaso, poi promosso presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Il fascicolo è ancora contro ignoti. Ma presto potrebbero essere iscritti i primi indagati. L’inchiesta, coordinata dal procuratore Giovanni Ferrara e dal sostituto Sergio Colaiocco, vuole fare luce su rapporti d’affari e legami più o meno diretti tra Balducci, suoi familiari e le società di costruzione che avrebbero dovuto trasformare l’ex base Nato in un villaggio a cinque stelle, in occasione del vertice, prima che venisse trasferito a L’Aquila.  

La nuova indagine dei pm romani potrebbe anche assorbire, per competenza territoriale, il filone fiorentino nato dalle intercettazioni dei carabinieri del Ros sugli appalti a favore del costruttore Ligresti e quello di Tempio Pausania sul recupero, mai eseguito, dei fari sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria. Sulle opere fantasma alla Maddalena, dopo l’inchiesta di Repubblica, sono state presentate interrogazioni parlamentari e una denuncia alla Corte dei conti. L’inchiesta dei pm romani, affidata alla Finanza, ha preso avvio invece dagli accertamenti sulle presunte irregolarità commesse dai commissari straordinari nominati per i Mondiali di nuoto e il G8. In entrambi i casi l’ingegnere Balducci ne sarebbe stato un protagonista con il gruppo Anemone che, oltre a essersi accaparrato la riconversione dell’ex arsenale della Maddalena (un appalto da 100 milioni), aveva messo le mani su uno dei poli natatori privati più importanti della capitale, il Salaria Sport Village, ampliato per i Mondiali proprio grazie alle deroghe urbanistiche concesse dai commissari (...)”. (red) 

9. Fiat, Marchionne in Messico e Usa

Roma - “La questione degli stabilimenti e del piano industriale italiano da mettere a punto entro aprile. E l’integrazione con Chrysler. Sergio Marchionne – riporta il CORRIERE DELLA SERA - è ripartito ieri da Torino, prima tappa il Messico, poi un passaggio a Washington, da dove proseguirà per il salone di Chicago, per fermarsi qualche giorno a Detroit e ritornare a Torino, fra una decina di giorni. La questione sindacale aperta in Italia si intreccia dunque sempre di più con la partita americana. Anche dopo il confronto che c’è stato tra il Lingotto e il governo sulla questione incentivi. Certo il presidente della Fiat, Luca di Montezemolo, ha ricordato l’impegno sociale per cercare con governo, sindacati e Regione di salvaguardare l’occupazione. Quindi la Fiat sembra viaggiare su due livelli, da un lato marce forzate verso l’integrazione con il gruppo Usa. Dall’altro una difficile trattativa che per il momento è affidata alle diplomazie, visto che sulla carta il confronto tecnico dovrà riprendere il 5marzo. Ma è chiaro che strategie industriali e negoziati sindacali vanno di pari passo. A Toluca, nello stabilimento Chrysler, stanno approntando la linea di montaggio per la Fiat 500 che sbarcherà a fine 2010, ad Auburn Hills. Adesso che l’integrazione va avanti è necessario ritoccare le strategie con Olivier Francois, il capo del marchio Chrysler, anche lui in partenza per gli Stati Uniti.  

Aggiustamenti indispensabili per predisporre il piano industriale italiano che Marchionne presenterà a metà aprile. Ma le dichiarazioni del presidente Fiat, Luca di Montezemolo, hanno confermato che la produzione della Panda verrà trasferita dalla fabbrica di Tychy, in Polonia (dove si costruiscono anche la 500 e la Ford Ka) a quella di Pomigliano d’Arco. Un passaggio di una vettura leader (nel 2009 ne sono state vendute oltre 330 mila), mirato a confermare l’impegno della Fiat in Italia. La nuova Giulietta è stata destinata allo stabilimento di Cassino e se il marchio Alfa Romeo andrà in America, una decisione che Marchionne potrebbe anche prendere in questi giorni, nessuna vettura può proporsi meglio della Giulia, che sostituirà la 159. Sarebbe la prima vettura ad avvalersi della tecnologia della piattaforma Fiat Compact, ed è probabile che sia destinato il sito industriale della Chrysler, in Canada, a Windsor. Il marchio del Biscione potrebbe trovare il giusto impulso proprio dall’altra parte dell’Atlantico, un salto che permetterebbe di sfiorare una produzione di 200 mila unità all’anno e di soddisfare la richiesta di Marchionne, che pretende da parte dell’Alfa ‘un business plan convincente da presentare alla Chrysler’”. (red)

10. Il G7 non aiuta, Borse temono effetto Grecia

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Si saprà oggi, alla riapertura dei mercati, se il messaggio di fiducia lanciato dal G7 di Iqaluit funziona o no. I Grandi hanno lasciato la piccola cittadina nell’estremo nord del Canada, a due passi dal circolo polare artico, dichiarandosi certi che la Grecia, al centro delle turbolenze dei mercati, riuscirà a rimettere in ordine i propri conti pubblici entro il 2012. Il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, che in queste ore è in volo per l’Australia, ha assicurato che l’Europa manterrà uno stretto monitoraggio sulle mosse del governo di Atene. E tutti i leader dei governi europei, presenti al vertice, hanno detto no a qualsiasi intervento di sostegno del Fondo monetario internazionale o di altre istituzioni. L’Europa, questo il succo delle loro dichiarazioni, può e deve risolvere da sola i propri problemi. In realtà le cose sono un tantino più complesse di come sembra. La speculazione pare voler mettere alla prova la forza della linea di rigore varata dal governo di Papandreu. Non si sa bene fino a che punto la resistenza potrà durare. Tra gli analisti prevalgono i dubbi sulla reazione dei mercati al G7. ‘Non c’è ancora un piano concreto per il problema della Grecia’, afferma ad esempio Boris Schlossberg, direttore di FX Research at GFT. ‘I commenti di Junker suggeriscono che l’Europa farà qualcosa per aiutare la Grecia ma non so se questo rassicurerà i mercati’, aggiunge Axel Merk, presidente di Merk Investments. ‘Il problema in Europa è che non c’è un unico segretario al Tesoro che possa coordinare’. A queste perplessità si aggiungono i timori che il focolaio innescato dai dissesti di paesi come Grecia e Spagna possa non essere facilmente circoscritto.  

Durante il G7 il caso Grecia ha infatti dominato le discussioni informali tra i ministri e i governatori. Si è anche parlato di un possibile vertice di emergenza della Bce (subito smentito) da tenersi proprio a Iqaluit. Poi i Grandi se ne sono andati, assicurando che la ripresa economica è ormai iniziata ovunque, che ci sono segnali economici incoraggianti dappertutto e che le banche dovranno fare la loro parte. Contemporaneamente hanno promesso che andranno avanti nella definizione della nuova architettura finanziaria del domani. I guai della Grecia, però, sono rimasti tutti sul tappeto. ‘Gli europei faranno di tutto per far sì che il governo di Papandreu riesca a portare avanti il suo progetto di risanamento’, ha dichiarato ancora ieri la francese Christine Lagarde, lasciando il summit. E in effetti Atene sta facendo il possibile per riuscire a persuadere i mercati. L’andamento dell’euro però e anche lo spread tra i titoli greci e il bund tedesco durante la settimana, hanno dimostrato il contrario. La moneta unica ha perso il 4,5% del suo valore contro il dollaro, negli ultimi sette giorni e il temuto differenziale tra i due titoli, da sempre un indicatore di tensioni sotterranee, ha raggiunto il record storico”. (red)

11. Banche, “mea culpa” degli Usa

Roma - “‘Siamo in ritardo con la riforma delle banche, ma garantisco che la faremo entro il prossimo dicembre’. È l'ultima delle ammissioni di ‘mea culpa’ di Timothy Geithner, il ministro ‘settevite’ che sta dimostrando davvero una resistenza non comune alla seggiola. La ‘precisazione’ sui tempi lunghi della sistemazione dei guasti delle banche – riporta LA STAMPA - l’ha fatta in occasione del meeting in Canada dei ministri economici del G7, quando ha detto che ‘noi tutti condividiamo un profondo impegno nel cercare di muoverci in avanti e di raggiungere un accordo su un forte e comprensivo insieme di riforme finanziarie, secondo il calendario sottoscritto lo scorso settembre’. Come dire, sei mesi dopo siamo ancora qui con nulla in mano, ma con l’obiettivo di ‘accordarci su un nuovo set di requisiti di capitale per le maggiori istituzioni finanziarie globali entro la fine dell'anno’. Gli Stati Uniti, che peraltro sono ancora in alto mare nella definizione di leggi organiche di trasformazione delle banche, possono solo presentare il reboante annuncio di qualche settimana fa del presidente sulle tasse riparatorie inflitte agli istituti di credito e alle assicurazioni di maggiori dimensioni.  

La legge relativa dovrà però passare sotto le forche caudine di un Senato in cui i Democratici hanno perso la supermaggioranza di 60 voti dopo che Scott Brown ha preso il seggio di Ted Kennedy in Massachusetts. E Geithner, che se ne farà paladino, dovrà anche mandare giù il boccone amarissimo della nuova, in realtà resuscitata, filosofia della separatezza tra le banche. Da una parte le commerciali, che hanno i depositi delle famiglie, e dall’altra le banche d’affari, che gestiscono hedge funds, investimenti in proprio, derivati e rischi ad alta remunerazione e ad altrettanto elevata esposizione a fare la fine della Lehman Brothers. Obama ha infatti alla fine sposato pari pari le indicazioni in questo senso dell’ex presidente della Fed Paul Volcker, che era stato presentato alla inaugurazione del gennaio 2009 come il Grande Saggio del team presidenziale, per essere poi messo ai margini dal duo Geithner-Larry Summers. Geithner, prima della nomina a ministro obamiano, era capo della Federal Reserve di New York durante l’amministrazione Bush, perfettamente organico al mondo di Wall Street delle banche ‘troppo grandi per fallire’. Non è un mistero che, con Robert Rubin, ex ministro di Clinton ed ex consulente della Citigroup, e con lo stesso Summers, facesse parte del nocciolo duro dei politici-banchieri dell’establishment newyorkese.  

Ora Obama ha scelto le banche, che hanno finanziato più generosamente i democratici che non i repubblicani alle ultime elezioni, come target dei suoi attacchi populisti. Ha calcolato però che l’attacco non può essere frontale al punto da coinvolgere la sua cerchia più stretta di uomini che sono il naturale, e riservato, tramite con le stesse banche. Per questo, dopo essersi battuto contro i critici di destra e di sinistra in Congresso per far conservare a Ben Bernanke la carica di governatore della Fed, non può certo, o almeno non in questo momento, licenziare Geithner. Il quale gode di questa inamovibilità, e non fa una piega. Anzi, ieri in Tv ha messo la sua faccia a garanzia del rating a Tripla A del debito americano. ‘Assolutamente no, ciò non capiterà mai a questo Paese’, ha risposto Geithner al giornalista di Abc News che chiedeva un commento alla ipotesi, avanzata da Moody’s, del rischio dei bond di Washington di perdere il voto massimo (...)”. (red)

12. Ambiente, l’Ue taglia l’acqua alle docce

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Al culmine del consumismo, sfrigola e brilla la doccia con l’acqua che cambia colore a seconda della temperatura: ‘Così potrai entrare in doccia quando la temperatura è giusta per te— spiega la pubblicità— se la temperatura è inferiore a 33 gradi l’acqua si colora di verde, tra i 33 e i 41 gradi diventa blu, tra i 42 e i 45 gradi si colora di rosso, e se la temperatura supera i 45 gradi inizia a lampeggiare..’. Una vera ‘lussuria idrica’: ‘E se sei un albergatore, con questo fantastico oggetto stupirai i tuoi clienti!’. All’estremo opposto, riservata ai più severi cultori dell’eco-efficienza, ecco invece la ‘doccia al risparmio’: un soffione dai buchi più piccoli, l’acqua che si mescola a particelle d’aria così da venire economizzata (‘ma senza che ne diminuisca la portata’, precisano i fabbricanti, ‘e senza che la persona sotto il getto si accorga di nulla’). Dunque: meno consumo di energia usata per riscaldare quella stessa acqua, e anche minor produzione di CO2 , il diossido di carbonio. Le lampadine, le lavatrici, e tutti i prodotti che consumano direttamente energia, sono già protagonisti delle direttive sull’’eco-efficienza’ varate dall’Unione europea.  

Ma ora anche i rubinetti o i soffioni delle docce, cioè prodotti che hanno un impatto solo indiretto sul consumo energetico, dovranno rispondere alle regole fissate da Bruxelles: indicazioni generali di fabbricazione, certificate probabilmente da un’etichetta, e che varranno solo per i prodotti fabbricati in Europa. La burocrazia della Ue vuole frugare nei nostri bagni e imporci perfino le misure di quei soffioni, protestano giornali euroscettici come il tedesco Der Spiegel. Non è così, almeno per ora: niente limiti fissi, libertà (condizionale) di rubinetto. Ma il tema, come si dice, è all’ordine del giorno: secondo dati Ue, l’acqua calda dei bagni ruba il 25% dell’energia consumata da uno stabile. ‘Anch’io, quando facevo la doccia nell’appartamento qui a Bruxelles— parole del commissario uscente Ue all’Energia, Andris Piebalgs — cercavo di non sprecare l’acqua calda. Che ci vuole?’. Ammonisce l’Agenzia europea per l’ambiente: ‘Investi in un bulbo della doccia a basso flusso’. E niente approcci alla vasca, naturalmente: ‘Scegli di fare una doccia anziché un bagno. Basta un terzo dell’acqua necessaria per un bagno! Sempre che la doccia duri meno di 5minuti. Lavati rapidamente, dunque, e usa un timer per controllare la durata della prossima doccia!’.  

I dispositivi già sul mercato si chiamano Ebf (‘Erogatori per doccia a basso flusso’): sono ‘rompigetto areati’ o miscelatori di aria e acqua, grandi come una moneta da pochi centesimi, che — sempre a dar retta ai produttori — consentono un risparmio di acqua e di energia intorno al 50%. Un recente progetto patrocinato dal governo italiano prevede l’introduzione degli Ebf negli impianti sportivi, nelle scuole, nelle piscine della Liguria. Tagli previsti per l’acqua, sul 30-50%: e oltre 100 chili in meno di CO2 prodotti ogni anno. L’ultimissima novità sul mercato non è però un soffione da doccia ma quello che i depliant presentano come ‘l’orinatoio a zero flusso d’acqua, che consente di risparmiare oltre 150.000 litri di acqua fresca, ogni anno. E che può essere usato per 15.000 volte di seguito, prima che richieda manutenzione’. Come avvenga tutto ciò, i depliant non lo spiegano: ma forse è meglio così”. (red)

13. Usa, strage per esplosione centrale a gas

Roma - “Cinquantuno operai travolti dalle macerie, almeno cinque vittime già recuperate e circa 200 feriti. È il bilancio ancora parziale della massiccia esplosione avvenuta ieri alle 11.30 del mattino a Middletown, in Connecticut – riporta LA STAMPA -, in un cantiere della centrale elettrica Kleen Energy System in costruzione lungo il fiume che dà nome allo Stato. Secondo le prime ricostruzioni alcuni operai stavano testando il sistema di approvvigionamento energetico Siemens della centrale - che adopera tanto il gas che petrolio - quando qualcosa è andato storto, provocando l’esplosione di un gasdotto che a sua volta ha poi innescato la detonazione del gas naturale conservato nella centrale. La caratteristica di questo impianto - che ancora non produce energia - è di adoperare con il ciclo a gas naturale turbine che poi sono in grado di riutilizzare il calore andato perduto, aumentando in questo modo tanto l’efficienza che il risparmio energetico. Ma sarebbe stato proprio questo meccanismo di nuova generazione a causare l’esplosione. Alcuni testimoni assicurano che il maggior edificio dell’impianto è andato completamente distrutto e che in quel momento vi si trovavano da 100 a 300 persone con almeno 51 nelle immediate prossimità del luogo dell’incidente. L’esplosione ha causato un violento smottamento del terreno che è stato sentito a fino a 16 km di distanza, facendo temere ad alcune famiglie un violento terremoto, mentre un’alta colonna di fumo bianca si è levata verso il cielo facendosi vedere a una considerevole distanza.  

Ad accorrere sono stati il personale di emergenza, con almeno 20 autombulante provenienti dalle località vicine, alcuni elicotteri di servizio e le unità di soccorso della polizia del Connecticut, che con l’aiuto di cani cerca-persone hanno tentato di recuperare possibili sopravvissuti sotto le macerie lavorando tutta la notte. Il governatore del Connecticut, Jodi Rell, ha creato una task force di emergenza, impiegando i reparti della Guardia Nazionale e ordinando l’impiego di oltre cento pompieri al fine di domare le fiamme. Il vicecapo dei pompieri, Al Santostefano, ha parlato di ‘esplosione massiccia’ e confermato la ‘presenza di vittime nell’edificio crollato’ senza però voler anticipare numeri in considerazione della necessità di ‘informare prima le famiglie di chi ha perduto la vita’. Ma ha comunque detto che, quando è arrivato, si è trovato di fronte allo spettacolo spettrale di ‘un luogo disseminato di corpi umani’, lasciando intendere che il bilancio potrebbe essere pesante. Eddie Reilly, presidente della Camera di Commercio di Hartford, dice di ‘temere per la sorte dei 51 che si trovavano nei pressi del luogo dove c’è stato il danno’.  

Non si può escludere che l’incidente sia stato causato dalla volontà dei costruttori di accelerare i lavori per riuscire a centrare l’obiettivo di terminare la realizzazione dell’impianto entro fine maggio o al massimo inizio giugno. ‘Era questa la data che ci avevano dato - ha dichiarato Ronald Klattenberg, consigliere comunale di Middletown - ma adesso dobbiamo chiarire quali sono state le cause della catastrofe e di chi sono le responsabilità’. Il dubbio riguarda in particolare la potenza della centrale: nel 2002 era stata autorizzata ad avere una potenza massima di 520 megawatt, ma nel 2006 i proprietari avevano chiesto di poter arrivare a 620 megawatt per distribuire energia a un più ampio numero di famiglie. A indagare è anche l’Fbi, giunta nella cittadina del Nord-Est con un team di specialisti. Fra le prima cose da appurare è se ciò che resta in piedi di Kleen Energy dovrà essere demolito oppure potrà essere riutilizzato per terminare i lavori, una volta stabilite le cause della tragedia”. (red)

14. Iran, nuova sfida sul nucleare

Roma - “‘Sii un leone in patria e una volpe all’estero’, recita un proverbio persiano. E chissà che i vertici della Repubblica Islamica non si inspirino a questa massima. Ma se la ‘furbizia’ con cui Teheran ha gestito finora il dossier nucleare le ha fatto guadagnare tempo, ora le cose stanno cambiando – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Nel mirino Mahmud Ahmadinejad, 54 anni, durante una visita a un impianto ‘incriminato’: ieri in diretta tv il presidente iraniano ha annunciato un’accelerazione nel programma nucleare. Ieri mattina il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha dato mandato in diretta tv all’agenzia atomica nazionale (Oiea) di procedere con l’arricchimento dell’uranio fino al 20%. E in serata il capo dell’Oiea, Ali Akbar Salehi, ha risposto alla chiamata annunciando che le operazioni cominceranno già domani, martedì 9 febbraio, alla centrale di Natanz. Cambio di marcia, inversione a U: pochi giorni fa lo stesso Ahmadinejad e il ministro degli Esteri Mottaki avevano detto di essere pronti ad inviare all’estero materiale arricchito al 3,5% per riceverne in cambio combustibile al 20%. Ovvero avevano tardivamente e almeno in apparenza accettato il piano presentato in ottobre dai 5+1 (Usa, Francia, Regno Unito, Russia e Cina più la Germania), dopo averlo sprezzantemente rifiutato in gennaio. Non a caso le diplomazie del mondo pochi giorni fa avevano reagito con uno scettico ‘vedremo’. E la 5° Flotta Usa ha iniziato a posizionarsi nel Golfo per ‘esercitazioni’, a cui si uniranno due navi della Marina israeliana (non si sa se con armi atomiche a bordo), già transitate da Suez con l’appoggio degli egiziani. Se è vero che per la Bomba l’uranio deve venir arricchito al 90% e che molti dubitano che Teheran con il suo scarso know how riesca perfino ad arrivare al 20% (necessario per scopi medici), l’annuncio di ieri è stato considerato una chiara provocazione.  

Una mossa che può solo facilitare chi preme per nuove sanzioni in sede Onu: tutti i Grandi meno Pechino, contraria, eMosca, riluttante. Da Roma il capo del Pentagono Robert Gates ha chiesto alla comunità internazionale di reagire compatta. Da Londra, il Foreign Office ha definito l’uscita di Ahmadinejad ‘una deliberata, preoccupante infrazione di cinque risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu’. Allarme da altre capitali e daMonaco di Baviera, dove ieri si è chiusa la Conferenza sulla Sicurezza, presente anche Mottaki che ha ribadito la disponibilità a un’intesa. Lo stesso Ahmadinejad, peraltro, ha detto che ‘le porte del negoziato restano aperte’. I segnali contradditori lanciati dal governo iraniano sono stati giudicati ‘svianti’ perfino dalla Commissione esteri del Parlamento, schierato contro ogni invio di uranio in Occidente. ‘Non abbiamo mai riscontrato sincerità nei 5+1’, ha dichiarato alla MehrNews il portavoce Kazem Jalali. ‘Le posizioni espresse dall’Amministrazione sembrano parole senza senso’. ‘In realtà Teheran lancia chiari segnali per dire che il regime è forte’ è invece il parere di Mustafa Alani, direttore del Gulf Research Center di Dubai. L’11 febbraio, anniversario della Rivoluzione, l’Onda Verde si è data appuntamento in piazza per altre proteste nonostante la durissima repressione. La doppia strategia ‘volpe-leone’ sembra per Teheran sempre meno efficace”. (red)

15. Iran, Gates a Roma: Occidente sia unito su sanzioni

Roma - “Teheran ha ‘molto deluso’ le aspettative dell’Occidente per un accordo sul nucleare iraniano e gli Stati Uniti non nascondono la loro insoddisfazione – riporta IL GIORNALE -: ‘Occorre restare uniti e fare di più’ per costringere l’Iran a un’intesa soddisfacente per tutte le parti, ha detto il ministro della Difesa americano Robert Gates, in Italia da sabato. L’appello è stato raccolto dal ministro della Difesa italiano, che ha incontrato ieri il suo omologo a Roma. Ignazio La Russa ha concordato sulla necessità di ‘non lasciare nulla di intentato per convincere il governo iraniano a desistere dall’escalation che sta mettendo in campo nei rapporti internazionali’. Soltanto ‘l’opzione militare è esclusa’, ha precisato La Russa e ‘non è stata presa minimamente in considerazione’. Il pressing americano sugli alleati si è fatto serrato nelle ultime settimane, ora che la presidenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è passata dalla Cina, tradizionalmente contraria a nuove sanzioni contro Teheran, alla Francia che spinge invece per un loro rafforzamento. E mentre da Teheran è arrivata la notizia che Mahmoud Ahmadinejad ha chiesto all’Organizzazione iraniana dell’energia atomica (Aiea) di ‘avviare la produzione di uranio arricchito al 20 per cento’, Gates ha ricordato che ‘la comunità internazionale ha offerto molteplici possibilità all’Iran di rassicurare sulle sue intenzioni riguardo al programma nucleare, ma i risultati sono stati molto deludenti’. Di qui, l’invito di Gates all’unità: ‘Se la comunità internazionale rimane unita, allora c’è la possibilità che le pressioni e le sanzioni abbiano l’effetto desiderato’.  

A Roma non si è parlato soltanto di Iran, ma anche dell’impegno italiano in Afghanistan. Con la decisione di inviare altri mille uomini nel Paese, l’Italia ‘ha fatto più di ogni altro alleato’ da quando, a dicembre, il presidente Barack Obama ha annunciato la sua nuova strategia per la stabilizzazione del Paese. Una pronta risposta per la quale gli Stati Uniti hanno espresso ‘gratitudine’, riconoscendo all’Italia e, in particolare agli ‘eccellenti’ carabinieri, il ‘ruolo vitale’ svolto in Afghanistan. Tanto da scegliere Roma come prima tappa del tour europeo che Gates, proveniente dalla riunione dei ministri Nato a Istanbul, ha avviato sabato incontrando il premier Silvio Berlusconi. L’impegno di inviare mille nuovi soldati tra maggio e giugno è stato confermato dal ministro della Difesa La Russa, ricevendo il collega nella sede dello Stato Maggiore della Marina. L’Italia è pronta ‘già da domani (oggi, ndr)’ a inviare in Afghanistan più di cento carabinieri con il compito di formare le forze afghane, ha aggiunto La Russa. ‘Obiettivo comune’ di Italia e Stati Uniti - ha quindi sottolineato il ministro - è quello di offrire nel più breve tempo possibile al governo afghano ‘la possibilità di avere la governance del territorio e la capacità di rispondere agli attacchi’ dei talebani”. (red)

16. Ucraina, il filo-russo Yanukovich nuovo presidente

Roma - Riporta LA REPUBBLICA: “Yiulia la Tigre non ci sta. Cinque exit poll su cinque hanno assegnato ieri al suo rivale, il filo russo Viktor Yanukovich, la presidenza della Repubblica ucraina, ma la Tymoshenko rifiuta di ammettere la sconfitta: ‘Aspetteremo fino all’ultima scheda, siamo in vantaggio noi’. ‘Troppo presto e troppi brogli - fa poi spiegare al suo portavoce, mandato in sala stampa a gelare la festa dei rivali - siamo sicuri che i cittadini ucraini non accetteranno criminalità e banditismo al potere’. E’ un invito chiaro ad una rivolta di popolo che ripercorra le gesta della rivoluzione arancione di cinque anni fa ma Yanukovich covava da troppo tempo la rivincita e si è organizzato a dovere. Ieri mattina, mentre cominciavano le operazioni di voto, decine e decine di pullman carichi di baldi giovanotti dall’aria aggressiva giungevano dall’est filo russo del paese e convergevano strategicamente nelle due tendopoli sorte improvvisamente di fronte al Parlamento e al Consiglio dei ministri di Kiev. Tute sportive e giacche mimetiche, sguardi duri e risposte infastidite. Oggi sfileranno in città, dicono, ‘per festeggiare la vittoria delle persone oneste’. In realtà per mettere in guardia chiunque che una seconda rivoluzione arancione non avrebbe l’esito festoso e non violento del 2005. Cosa faranno "quelli di Yiulia"?  

La domanda domina una notte di tensione, la prima di una campagna elettorale finora praticamente ignorata dalla gente e snobbata perfino dai media. Il nervosismo è arrivato anche al quartier generale di Yanukovich dove il rifiuto della Tymoshenko ha fatto sospendere il primo giro di vodka avviato subito dopo gli exit poll. Per gli istituti di sondaggio più accreditati il leader del Partito delle regioni avrebbe conquistato il 49,8 per cento dei voti contro il 45,2 della ex paladina della rivoluzione arancione. Altri danno addirittura un vantaggio superiore ai cinque punti. Per questo a tarda notte Yanukovich ha deciso di andare avanti sa solo, proclamarsi vincitore e annunciare al più presto le riforme economiche, la sola cosa che la gente, devastata dalla crisi si aspetta al più presto possibile. Anche su questo gli exit poll parlano chiaro. Alle elezioni è previsto, oltre al voto per uno dei due candidati, anche di barrare la casella "nessuno dei due". E per la prima volta nella storia del Paese la voce "contro tutti", come la chiamano qui, avrebbe ottenuto addirittura il 10 per cento.  

Ma i tempi rischiano comunque di essere lunghi. Se non dovesse tentare un’azione di piazza il gruppo Tymoshenko punterebbe comunque sulle vie legali. Nella vecchia fabbrica adibita a ufficio elettorale hanno lavorato tutta la notte per preparare ricorsi e proteste che rischiano di paralizzare la situazione in una lunga querelle alla Corte suprema. Sicuramente contesteranno il conteggio dei voti nel Donbass, la regione mineraria da sempre fedele a Yanukovich e l’esito del voto in almeno mille sezioni. E intanto lasciano filtrare voci non confermate di scontri e violenze. Addirittura l’assassino di un giovane attivista del partito che sarebbe stato pestato a morte nei pressi di un seggio nella lontana Ivano-Frankivsk. La polizia smentisce, il partito non insiste ma prepara dossier e denunce pubbliche. La notte finisce nel dubbio con la polizia che presidia la Maidan, la piazza che vide i giorni di gloria della rivoluzione arancione, e con l’idolo caduto di allora, il presidente uscente Yushenko che tenta la frase storica: ‘Comunque vada sarà da vergognarci ma è la democrazia’”. (red)

17. Settimana bianca, paga l’Europa

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Gli inglesi, si sa, non amano l’Europa: ‘Nebbia sulla Manica, il continente isolato’ è una loro vecchia battuta che lo testimonia. Ancora meno amano l’Unione Europea, di cui fanno parte ma che non hanno mai digerito del tutto: perché ricorda alla Gran Bretagna che non è più il British Empire, l’impero più grande della storia, ma solo uno dei 27 membri, seppure importante, di una libera associazione fra stati. Dunque non perdono occasione di criticare la Ue, denunciandone, se possono, gli sprechi, la burocrazia, le assurde - almeno ai loro occhi - regole. Qualche volta, anzi spesso, esagerano, rivelando soltanto le dimensioni un po’ paranoiche del loro euroscetticismo. Ma ogni tanto ci prendono in pieno. Tale sembra il caso della notizia pubblicata ieri dal più importante giornale domenicale del regno, il Sunday Times.  

L’illustre giornale londinese ha scoperto che i figli di circa 80 dipendenti dell’Unione Europea, ovvero figli di funzionari e impiegati di vario livello, faranno una settimana di vacanza sugli sci, una "settimana bianca" come la chiamiamo noi sul continente, a spese dei contribuenti europei, quindi in certa misura anche a spese dei contribuenti britannici. Possibile che la Ue spenda in modo così demenziale i nostri soldi? Possibile. Esiste infatti un fondo di 234 mila euro annuali stanziati per pagare le vacanze ai figli del personale della Ue. Verrebbero utilizzati sia per la settimana bianca, sia per quattro vacanze estive in campeggi e campi scuola di vario genere. Trovare la prova di questa spesa non è facile, perché figura nei conti del parlamento europeo sotto la voce, vaga e onnicomprensiva, di "servizi e interventi sociali". Ma qualche europarlamentare particolarmente solerte, spulciando tra le scartoffie, si è incuriosito, ha chiesto e ottenuto di avere maggiori informazioni su quella voce misteriosa, infine ha presentato un’interrogazione sull’uso delle spese di questo tipo da parte dei dipendenti della Ue.  

L’europarlamento si è difeso affermando che il fondo era stato creato per il solo scopo di aiutare il personale con gli stipendi più bassi, in modo che anch’essi, o meglio anche i loro figli, potessero andare in vacanza. E in ogni modo, ha precisato un portavoce, sempre secondo il Times, il "fondo per le vacanze dei bambini" è stato ora messo in revisione, per cui può anche darsi che in futuro verrà usato diversamente, o chissà, addirittura cancellato. Si tratterebbe insomma di una specie di "fringe benefit", un beneficio assistenziale che viene (o veniva) fornito ai dipendenti Ue, specie a quelli il cui salario è più basso. Un incentivo a venire a lavorare a Strasburgo o a Bruxelles per l’Unione Europea. Ma a Londra, e forse non solo a Londra, la notizia che con le tasse dei cittadini della Ue si paghino le vacanze sulle nevi ai figli degli impiegati dell’europarlamento suscita ilarità prima e sdegno poi. Gli euroscettici inglesi strepiterebbero ancora di più, se non fosse che è appena stato reso noto il rapporto sulle note spese truccate dei loro deputati, quelli di Westminster: più della metà rubavano, anche in questo caso soldi dei contribuenti. Mal comune, mezzo gaudio?” (red)

18. Il Festival di Sanremo vuole Bill Clinton

Roma - “Sfumata Carla Bruni, si punta su Bill Clinton – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. L’ex presidente degli Stati Uniti potrebbe essere uno degli ospiti del prossimo Sanremo. O forse no. Il ‘caso’ Morgan. Mazzi ha ribadito che no, il cantante non parteciperà più alla gara. E questa — come ha spiegato anche il direttore — era una ‘decisione presa dalla Rai giorni fa’. Mazzi l’ha motivata: ‘Questa vicenda potrebbe falsare la gara: c’è il meccanismo di voto da casa, la partecipazione di Morgan a Sanremo avrebbe potuto falsarlo’. Quindi niente concorso. Nonostante l’invocata dichiarazione di pentimento chiesta al musicista sia arrivata puntuale nei giorni scorsi a mezzo video (‘Porta a porta’), radio (Radio Gioventù) e stampa (ovunque). La novità è che non è prevista nemmeno una sostituzione: ‘È una forma di rispetto artistico verso di lui che aveva fatto un lavoro di grande impegno’. Ma l’incognita più grossa della vicenda resta inesorabilmente aperta: Morgan ospite a Sanremo? Mazzi non lo sa, ha dichiarato che di questa ipotesi si potrebbe parlare nei prossimi giorni. Questione Carla Bruni. Il direttore artistico ha ribadito che non è colpa di Cristicchi se la signora Sarkozy non sarà all’Ariston: ‘La trattativa era in stato avanzato, si pensava fosse conclusa. Ad un certo punto si è interrotta, non so perché. Non credo sia per la canzone di Cristicchi, la moglie del presidente francese può avere impegni dell’ultimo minuto’. 

Della partecipazione al Festival di Paolo Rossi, invece, non si sa più nulla. Tra gli ospiti annunciati e che resistono, ci sono Susan Boyle, Rania di Giordania, l’attrice di Avatar Michelle Rodriguez e i Tokio Hotel. Ma, come ha ricordato sempre ieri Mazzi: ‘A Sanremo si lavora fino all’ultimo giorno su tutto’. Per fortuna il 16 è sempre più vicino. Fino a ieri, l’unico ad esserne assolutamente sicuro era Massimo Giletti. Il conduttore, durante la sua ‘Arena’, su Raiuno, forse ingolosito dallo ‘scoop’, non ha lasciato spazio a tentennamenti: ‘Ho la certezza che sul palco dell’Ariston ci sarà Bill Clinton’. Per ora, ce l’ha solo lui. Il direttore artistico del Festival, Gianmarco Mazzi, che era in collegamento, non ha smentito. Anzi. Non solo Clinton è il nuovo nome internazionale su cui puntano in Rai per dare lustro alla kermesse, ma, come ha spiegato Mazzi, ‘la trattativa è in corso ed è molto avanzata’. Poi, una frenatina. Probabilmente per cautelarsi, il direttore ha preferito smorzare gli entusiasmi: ‘Della sua presenza ho la stessa certezza che avevo per Carla Bruni’. E visto che la première dame — come è noto — non andrà a Sanremo, c’è da aspettarsi che, alla fine, nemmeno Clinton lo farà. Intanto, le sibilline dichiarazioni hanno fatto scattare l’inevitabile ‘toto-Clinton’: ci sarà? Non ci sarà? Le percentuali — ufficialmente — sono scarse. Ambienti vicino alla direzione del Festival hanno fatto sapere che ci sarebbe un 20% di possibilità che l’operazione riesca e che si sta trattando con la fondazione dell’ex presidente. Per ora nulla più. Nel frattempo, sempre ieri, sono stati messi alcuni punti (ma solo alcuni) su altre questioni sanremesi che sembravano incerte”. (red)

6 Nazioni differito: la RAI dov'è?

Prima Pagina 05 febbraio 2010