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Unità d'Italia: dove? Festeggiare cosa?

Ieri sul Corriere l’ineffabile Galli della Loggia, senza fornire uno straccio di argomento, metteva in guardia dalla critica al Risorgimento e all’Unità d’Italia in quanto tale. Sommo delitto, ma legittima offesa: dove sta scritto, chi l’ha deciso il divieto di discussione sull’unificazione di questo Stato raccogliticcio e privo di nerbo nazionale? L’editorialista delle cause vincenti per una volta si è fatto avvocato di una causa persa, quella del 150° anniversario che si celebrerà l’anno venturo, di cui lui, storico, in teoria dovrebbe occuparsi in mezzo a un variopinto comitato di garanti dalle competenze storiografiche alquanto discutibili (alcuni nomi: l’ubiquo Gianni Letta, il giurista Gustavo Zagrebelsky, la scrittrice Dacia Maraini, il filosofo Marcello Veneziani – successivamente dimessosi – il giornalista Pietrangelo Buttafuoco, il ballerino Roberto Bolle). In teoria, dicevamo, perché la cassa è vuota. A pensar bene di svuotarla è stato il ministro dell’economia Giulio Tremonti (per una volta: bravo!). Il budget messo a disposizione in origine per i 350 festeggiamenti sparsi per la penisola era assai cospicuo: ben 1 miliardo di euro. Già a metà 2009, Tremonti dichiarava che quel miliardo non c’era più. Nel settembre scorso il suo collega alla cultura, il poeta Sandro Bondi, presentava al Capo dello Stato, l’ex comunista internazionalista Giorgio Napolitano, il calendario ufficiale del rito: ridotto a misera cosa rispetto agli intenti iniziali. Il piano originario era un faraonico elenco di elargizioni che con la ricorrenza c’entravano poco, ma c’entravano molto con il consenso: 6 milioni per un museo dell’arte nuragica a Cagliari, 100 milioni per la nuova sede dell’Istat a Roma, 42 per i restauri di Palazzo d’Accursio a Bologna, 17 al Polo archeologico di Canosa di Puglia, 8 per i restauri dell’Istituto per le Relazioni con l’Oriente di Macerata, 8 per la nuova sede dell’Herbarium Mediterraneo a Palermo, 7 per il restauro dell’hotel del Parco del Valentino a Torino, persino 10 per i “nemici” storici del Centro studi della Mitteleuropa di Udine. Dopo le forbici tremontiane, sono rimaste in piedi solamente undici opere: 7 già iniziate, altre 4 da finanziare integralmente. Queste ultime vale la pena di elencarle: l’Auditorium del Maggio Fiorentino (100 milioni previsti), il Palazzo del Cinema a Venezia, il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, l’Auditorium di Isernia (30 milioni previsti). Come si vede, il legame con la proclamazione del Regno d’Italia nell’anno di grazia 1861 resta opinabile. Ma tant’è: trattandosi dell’Italia, siamo di fronte ad una festa all’italiana. Dove si arraffa quel che si può sfruttando l’occasione propizia. 

E l’occasione è il mito dell’Unità. Ci provano, a inculcare l’idea di un’unanimità corale per un sentimento di Patria che non c’è, ma basta grattare un poco e si scorge subito la cartapesta. L’Italia è oggi qualcosa di definibile come “terra dei padri” (chè questo significa “patria”)? È nel qui e ora che si dovrebbe trovare quel collante immediato, naturale, comune, profondamente e diffusamente sentito che è il patriottismo. Un collante che negli Italiani non esiste. E non esiste per il semplice motivo che non possediamo un'immagine condivisa e rispettata del passato unitario. Per forza: l'unificazione risorgimentale è stata affare di sparute minoranze idealiste e soprattutto campo di manovra di una potenza regionale, il Piemonte dei Savoia, che ha fatto e disfatto tutto il possibile per mangiarsi lo Stivale. Plebisciti taroccati, repressioni contro i ribelli (fatti passare per "briganti"), centralismo schiacciasassi su una plurisecolare realtà di ricchi particolarismi, terra bruciata dell'economia meridionale a tutto vantaggio di quella lombardo-piemontese, negazione della questione sociale (differenza fra paese reale e paese legale) e della questione locale (le tradizioni politiche, civili e culturali pre-unitarie): fu una strage, voluta e programmata, di ciò che i popoli italici erano stati fino a quel momento.

Attenzione: fino ad allora, il senso patrio per quei popoli era dato non dalle conformazioni statali che nei secoli si succedettero caoticamente, magari sotto il tallone dello straniero (francese, spagnolo, austriaco, etc). Tranne eccezioni, come la Serenissima Repubblica di Venezia, i regni si erano creati e rimescolati sulla base di convenienze ed esigenze di pura realpolitik. Tuttavia resisteva rigoglioso un sostrato costituito dalle molto più solide e popolari usanze comunitarie, che solo la modernità e lo Stato unitario hanno in gran parte spazzato via in questi ultimi centocinquant’anni. Gl'italiani, in altre parole, non hanno mai avuto una patria intesa come identificazione di Stato, Nazione, Popolo. Né quando era un crogiolo di rissosi staterelli, né tanto meno quando venne inglobata come un carciofo nel regno sabaudo. Hanno sempre e solo avuto attaccamento per il proprio piccolo microcosmo di volta in volta municipale, regionale o altro. 

Da un punto di vista politico, insomma, non esistettero mai nemmeno le cosiddette piccole patrie. Se non per riconoscenza che le popolazioni davano agli Stati pre-risorgimentali in cambio della più o meno larga possibilità che essi lasciavano alla particolarità locali per sussistere e prosperare (in questo, e solo in questo senso, secondo noi, andrebbe recuperato e attualizzato il concetto di piccola patria). Ciò che rendeva italiani gl'Italiani prima del 1861 era il fatto che, giustamente, se ne stavano abbarbicati sulle proprie specificità difendendole gelosamente dall'ingerenza del potere statale di turno. L'italiano era tale per definizione perchè si sentiva un non-italiano. Era milanese, fiorentino, romano, genovese, salentino, sardo, siciliano. Ma italiano, no. E neppure asburgico, borbonico, papalino o devoto al reuccio sopra di lui. 

Bisognerebbe prendere atto in primo luogo che tale localismo allergico all'amor di qualsiasi autorità è rimasto - anche se oggi, inquinato alle midolla, si mischia con l'individualismo consumistico tipico dell'Occidente moderno, demolitore di ogni tradizione e memoria, e perciò di ogni rispetto patrio. E in secondo luogo che esso, fatto di campanili, piane, valli e al massimo regioni linguistiche (dialettali), è l'autentica ricchezza dell'espressione geografica chiamata Italia. D'Azeglio ha perso: gl'Italiani non si sono mai fatti. Quale Unità… 

Alessio Mannino

Protezione Civile e Investimento Privato

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