Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 10/03/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Nuovo no alla lista Pdl di Roma. Berlusconi: scendiamo in piazza”. Editoriale di Angelo Panebianco: “Un partito prigioniero”. A centro pagina: “Suicida il portiere di via Poma: ‘Troppi sospetti’”. “Insediamenti israeliani, condanna di Obama”. A fondo pagina: “Al liceo il distributore di profilattici”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Lista, l’ira di Berlusconi”. Intervista a Walter Veltroni: “Il premier può diventare il Caimano”. In un riquadro: “Via Poma, il suicidio di Vanacore”. A centro pagina: “La Cassa integrazione si allunga di sei mesi”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Sei mesi in più di Cig”. Editoriale di Martin Wolf: “La Germania parlerà greco pur di uscire dalla crisi”. In un riquadro: “Un altro no alla lista Pdl a Roma”. A centro pagina: “Bruxelles prepara la stretta sui ‘Cds’”.  

LA STAMPA - In apertura: “Berlusconi: ‘Pdl in piazza per salvare la democrazia’”. In alto: “Delitto di via Poma. Il portiere Vanacore si uccide in mare”. Editoriale di Alberto Bisin: “Fme, attento ai trucchi della politica”. In un riquadro: “Torna l’inverno, allarme neve sull’Italia”.  

IL MESSAGGERO - In apertura: “Roma, la lista Pdl resta fuori”. Editoriale di Giorgio Israel: “Università e merito misurato a spanne”. In un riquadro: “Via Poma shock, Vanacore si uccide: ‘Vent’anni di martirio senza colpa’”. A centro pagina: “Legittimo impedimento, il governo pone la fiducia”. A fondo pagina: “‘A Roma il Gran Premio nel 2013’”.  

LIBERO - In apertura: “Ora basta, votiamo” di Maurizio Belpietro. In un riquadro: “Vanacore suicida accusa i giudici”. A centro pagina: “Tremonti premier. All’estero”. A fondo pagina: “Il trucco del Brasile per non darci Battisti”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Caro Silvio, ora basta: pensi al voto” di Vittorio Feltri. A centro pagina: “Il dossier su Di Pietro che il tribunale nasconde”. “Tutti gli impresentabili nelle liste di Casini”. A fondo pagina: “Vanacore, il suicida ucciso dalla non giustizia”.  

L’UNITA’ - In apertura: “A volte ritornano”. Di spalla: “Delitto Cesaroni. Si suicida Vanacore”. “Foer, biblico e vegetariano: ‘Mangiare carne è disumano’”. 

IL TEMPO - In apertura: “È affogata la verità” di Mario Sechi. A fondo pagina: “Pdl fuori. Resta solo Silvio in piazza”. “L’Italia del FT è sbagliata” e “L’Ue fa poco contro l’Iran”.  

AVVENIRE - In apertura: “Carte bollate. E piazze”. In un riquadro: “Accesso più facile alle terapie contro il dolore”. “Pedofili, Chiesa chiara e decisa”. “Il giallo di via Poma ha fatto un’altra vittima”. (red)

2. Regionali, nuovo no alla lista Pdl di Roma

Roma - L’ufficio elettorale del Tribunale non ha accettato l’iscrizione della lista per la provincia di Roma del Pdl. È il secondo no, dopo quello del Tar del Lazio di due giorni fa. Berlusconi attacca: “Un sopruso, difenderemo la democrazia”. E pensa a una grande manifestazione. Il Tar Lombardia conferma la riammissione della lista Formigoni. Scrive il CORRIERE DELLA SERA. “Bocciata. Ancora una volta. Prima il Tar, adesso l’ufficio elettorale circoscrizionale presso il Tribunale. Cambiano i giudici, il risultato no: la lista del Pdl, a Roma e provincia, resta fuori dalle Regionali del Lazio. La nuova decisione è di ieri sera, intorno alle 20, quando Piazzale Clodio ha notificato ad Alfredo Milioni, presentatore della lista pdl, la sua decisione: il protagonista di questi giorni, poi, è fuggito via dal tribunale sotto la pioggia, senza parlare. La motivazione ricalca in parte quella del Tar: ‘Non esiste la prova che alle ore 12 di sabato 27 febbraio, i rappresentanti del Pdl Milioni e Polesi fossero dentro il tribunale con la predetta documentazione’. E, nello specifico: ‘Nella scatola presentata c’erano solo i certificati elettorali e l’elenco delle firme, ed è irrilevante il tempestivo ingresso nel tribunale dei delegati del Pdl. Solo alle 17 veniva fatta istanza per completare la documentazione, dando così implicita conferma dell’incompletezza di quanto presentato’. In un punto - prosegue il quotidiano di via Solferino - la commissione differisce dal Tar: il tribunale ha valutato le carte presentate dal centrodestra, dando per buona (‘diversamente opinando’, si legge nella sentenza) la validità del decreto legge. Ma ugualmente, la lista resta fuori. Il Pdl, ora, studia le prossime mosse. Il ricorso al Consiglio di Stato è pronto, ma oggi si deciderà se presentarlo. ‘C’è un nuovo provvedimento, che cambia tutto’, spiegano i legali del Pdl. Palazzo Spada, cioè, potrebbe anche decretare ‘improcedibile’ il ricorso, perché dopo il Tar è intervenuto l’ufficio elettorale. Sicuramente, il pool di legali coordinato da Ignazio Abrignani farà ricorso all’ufficio centrale regionale presso la Corte d’Appello: oggi la presentazione, entro 48 ore la discussione. ‘La documentazione era incompleta perché non ce l’hanno fatta presentare’, la difesa. Proprio nella sentenza del Tar, paradossalmente, gli avvocati del centrodestra hanno trovato un piccolo appiglio: ‘Il competente ufficio elettorale — si legge nel provvedimento — avrebbe comunque dovuto dichiarare non valida la lista di parte ricorrente in quanto depositata in ritardo’. Il Consiglio di Stato, comunque, deciderebbe solo sulla richiesta di sospensiva bocciata dal Tar. Mentre per un giudizio sul merito, invece, si dovrà aspettare maggio. Ecco perché, anche in caso di riammissione del Pdl, le elezioni rischierebbero di svolgersi ‘sub judice(...)’”. (red)

3. Regionali, in Lombardia confermato l'ok a Formigoni

Roma - Dopo aver concesso sabato la sospensiva, il Tar della Lombardia ha confermato ieri anche nel merito la sua decisione di riammettere il listino del governatore lombardo Roberto Formigoni. “Nelle motivazioni della sentenza - scrive LA REPUBBLICA - il Tribunale amministrativo spiega che l´ufficio centrale presso la Corte d´Appello di Milano ‘aveva ormai esaurito i suoi poteri di decisione’ quando il 28 marzo ha escluso dalle elezioni la lista ‘Per la Lombardia’. Per questo motivo, ‘i radicali non erano legittimati a presentare il ricorso’. Il Tar non ha tenuto conto del contenuto del decreto "salvaliste" approvato venerdì scorso dal governo perché non era stato ancora pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Esulta Formigoni: ‘Ci hanno dato straragione su ciò che avevo sempre sostenuto. Ora concentriamoci sui contenuti che stanno a cuore alla gente’. Ma il vice coordinatore lombardo del Pdl accusa la Corte d´Appello: ‘Giustizia è fatta. Hanno usato due pesi e due misure’. Cresce comunque in Lombardia il malumore della base del Popolo della libertà e della Lega per come i dirigenti del Pdl hanno gestito la presentazione delle liste e gli scambi di accuse interni. Il candidato del centrosinistra alla guida della Lombardia, Filippo Penati non ci sta e annuncia: ‘Al nostro tavolo si è seduto un baro. Non ci resta che ricorrere al Consiglio di Stato’. Durissimo anche il radicale Marco Cappato: ‘Il Tar dà il proprio avallo alla strategia formigoniana di nascondersi dietro a un cavillo di dubbio fondamento giuridico per coprire l´illegalità delle sue firme’. E il candidato presidente dell´Udc Savino Pezzotta: ‘Il decreto non serviva, è stata fatta una forzatura inutile che ha creato solo tensione e un clima di sospetto anche tra i cittadini(...)’”. (red)

4. Regionali, Berlusconi: Non vogliono farci votare

Roma - Duro il commento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Berlusconi, che in un videomessaggio apparso sul sito web dei Promotori della Libertà va all’attacco: “Si è cercato di estrometterci dal voto per le regionali in Lombardia, nella città di Roma e nella sua provincia. Vogliono impedire a milioni di persone di votare per il Pdl. È un sopruso violento e inaccettabile, che in parte abbiamo respinto. A Milano, sia pure con un ritardo di una settimana, la nostra correttezza è stata pienamente riconosciuta. A Roma, invece, abbiamo subìto una duplice ingiustizia. Ai nostri incaricati, che erano presenti in orario nell’ufficio preposto, è stato impedito di consegnare le liste del Pdl da coloro che hanno il dovere di ritirarle”. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Un fiume in piena. Chi ha provato a fare osservazioni, a Palazzo Grazioli, è stato travolto da quella furia che conosce bene: il Cavaliere che ha preso una decisione va avanti come un treno, convinto in questo caso che non ci sia più tempo per esaminare la situazione, per fare riunioni, per evitare agli elettori l’immagine scomposta di un partito che non sa fare le liste e di un governo (ancora peggio) che non è in grado di metterci una toppa nemmeno per decreto legge. Nessun rinvio delle elezioni dunque. Non vuole nemmeno sentirne parlare. Gli avvocati vanno lasciati al loro lavoro. Se produrrà frutti utili bene, viceversa poco male: si va avanti comunque, e da subito, con la campagna elettorale. È questo quello che ha deciso ieri il presidente del Consiglio. Doveva tornare a Roma oggi, ha anticipato di un giorno. La decisione l’ha presa sull’onda dell’incavolatura per la pronuncia del Tar. Il decreto non è servito a nulla e ora il capo del governo si chiede anche di quali uffici giuridici dispone l’esecutivo, quale lavoro sia stato realmente fatto di concerto con il Quirinale: domande legittime visto che un giudice amministrativo ha detto, in sostanza, che la norma interpretativa urgente è stata scritta in modo sbagliato, in riferimento a una legge che ha nulla a che fare con il Lazio. Oggi Berlusconi terrà una conferenza stampa. Dirà agli italiani come sono andate le cose dal suo punto di vista, accuserà i magistrati, farà riferimento a quelle presunte prove di una discriminazione che ieri ha pubblicato il Giornale edito dal fratello: due pesi e due misure, in tema di bolli e di firme sulle liste, per la lista di Formigoni e per quella di Penati (...)”. (red)

5. Regionali, Polverini: Non mi fermo e vado avanti

Roma - La decisione era nell’aria già da lunedì, quando il Tar aveva bocciato la richiesta di riammissione della lista Pdl di Roma: se l’ufficio elettorale del Lazio presso il Tribunale non avesse ribaltato la decisione (il che veniva considerato piuttosto difficile anche dai promotori del ricorso), la strada delle carte bollate, dei decreti notturni, delle contestazioni che tanti consensi e credibilità sembra abbiano fatto perdere in termini percentuali al centrodestra, sarebbe stata abbandonata. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “L’aveva detto chiaramente, d’altronde, il ministro degli Interni Maroni proprio lunedì, e prima della pronuncia del Tribunale amministrativo del Lazio: ‘Se il Tar decide che una lista è fuori, decreto o non decreto quella lista è fuori’. Lo ripeteva ieri mattina il ministro leghista Luca Zaia, candidato in Veneto: ‘Quella del caos liste è una pagina tristissima che si deve chiudere immediatamente’. Lo intimava senza mezzi termini ieri sera il ministro Roberto Calderoli, pure a nome del Carroccio: ‘Andiamo al voto, mettendo da parte leggine, ricorsi e cavilli: sarà il popolo a cancellare il regime e ristabilire la democrazia’.Così ieri pomeriggio, in un summit convocato d’urgenza a Palazzo Grazioli tra il premier e i coordinatori del Pdl Bondi, La Russa e Verdini, la candidata nel Lazio Renata Polverini con tutto il suo staff e i vertici del partito romano, la decisione è stata presa. Si andrà avanti con il ricorso al Consiglio di Stato, doveroso per dimostrare che tutte le strade possibili sono state percorse: ‘Abbiamo fiducia che ci diano ragione’, dicono facendosi coraggio i candidati della lista bocciata. La stessa Polverini ostenta ottimismo: ‘Io non mi fermo, vado avanti con lo stesso entusiasmo’. Ma di fatto, in attesa di eventuali riammissioni da parte del Consiglio di Stato (decisione attesa entro sabato), di riaperture dei termini e comunque dell’esito di una elezione che potrebbe essere comunque sub iudice, ci si tuffa nella campagna elettorale senza più indugi (...)”. (red)

6. Veltroni: "Il premier può diventare il Caimano"

Roma - “Considero il decreto salva-liste l´episodio più grave della parabola berlusconiana”. Walter Veltroni, in un’intervista a REPUBBLICA, “sembra alludere al punto di non ritorno. ‘Cos´altro dobbiamo temere dopo un provvedimento che interviene nella materia elettorale per sanare i propri errori? Lì dentro c´è la concezione delle istituzioni che ha il premier e il senso proprietario dei suoi comportamenti. Direi che è la prova più lampante della strategia del caos perseguita da Berlusconi’. Il Cavaliere annuncia ora una manifestazione del Pdl, denuncia il sopruso violento e una sinistra che semina solo odio. Siamo al momento dello show down? ‘Berlusconi vuole radicalizzare il confronto. Noi non dobbiamo cadere nella trappola proponendo al Paese un messaggio positivo e di unità. Loro invece continuano a non fare l´unica cosa giusta: chiedere scusa agli italiani per averlo precipitato in questo pasticcio. Contro chi manifestano? Contro il signor Milioni o contro chi ha varato un decreto che non ha risolto il problema?’. Parla del decreto come dell´episodio più grave del berlusconismo. Non era già tutto chiaro con le leggi ad personam? ‘Senza dubbio. È sempre stato evidente che il premier puntasse a piegare le regole del gioco a suo piacimento. Lo ha fatto per tutelare gli interessi della sua azienda e per risolvere i problemi giudiziari. Ora però si spinge fino al punto costituzionalmente delicatissimo di un intervento sulle leggi elettorali, cioè sul principale istituto di garanzia del sistema democratico. Faccio un passo indietro, come nei romanzi di appendice: non è nemmeno la prima volta che mette in discussione queste regole fondamentali. Nel 2006 reintrodusse nella politica italiana il tema dei brogli. Sarà la storia, se non il giornalismo, a occuparsi delle concitate ore che seguirono lo spoglio di quel voto (...)’. Come tramonterà allora il berlusconismo? ‘Il finale del "Caimano" di Moretti era un incubo inquietante. Tutte le persone responsabili devono far sì che non diventi una preveggenza’”. (red)

7. Legittimo impedimento, il governo mette la fiducia

Roma - “Ostruzionismo da una parte, fiducia dall’altra. In questi due diversi atteggiamenti, il primo dell’opposizione, il secondo della maggioranza è racchiuso il senso della giornata di ieri al Senato dove era in discussione il provvedimento sul legittimo impedimento. Che il clima fosse bollente - scrive LA STAMPA - lo si era capito sin dal mattino con la protesta delle senatrici del Pd. Poi, l’affondo più duro con la presentazione di 1700 emendamenti al disegno di legge in discussione. Quindi, la prima votazione con la quale vengono respinte le cinque pregiudiziali di costituzionalità presentate dall’opposizione. Il resto è solo cronaca di uno scontro parlamentare annunciato, con il presidente del Senato Renato Schifani costretto per ben due volte a sospendere la seduta per mancanza del numero legale. Alle 18 in punto, la svolta della giornata. Il ministro Elio Vito ‘considerando l’alto numero di emendamenti’ pone la questione di fiducia che si comincerà a votare a partire dalle 17 di oggi. Dichiarazioni di voto alle 19 con voto finale, così come annunciato da Schifani, che si concluderà entro le 21. E’ la trentesima volta dal suo insediamento che il governo pone la fiducia sui provvedimenti. Elemento che non ha certo contribuito a rasserenare gli animi e i rapporti tra i due poli. Tanto che la capogruppo al Senato del Pd, Anna Finocchiaro ha sostenuto che ‘poiché il legittimo impedimento non è previsto nel programma con cui è diventato presidente del Consiglio, occorrerà che il premier venga a spiegarci le ragioni per cui individua in questo provvedimento il punto essenziale di attuazione del proprio programma’. Una richiesta che non ha scosso più di tanto il Pdl. ‘Non ci scandalizziamo per questo’ ha replicato il vice capogruppo al Senato, Gaetano Quagliarello, ‘ma dai toni usati traspare arroganza. E questo - sottolinea il vice capogruppo del Pdl - ci fa pensare che sia una strategia legittima ma la cui malafede traspare evidente, e cioè indurre a chiedere la fiducia e poi strapparsi le vesti perché la fiducia, di fronte a 1700 emendamenti, sia stata chiesta’. E di arroganza parla anche Pier Luigi Bersani. Per il segretario del Pd infatti, ‘avanti così, a picconare il principio di legalità in questo Paese. Credo che, in questo modo di procedere, ci sia un’arroganza senza limiti’. Insomma, il corpo a corpo anche ieri c’è stato. E stamattina alle 9,30 riprende la discussione. Con una premessa da parte del presidente Schifani: ‘Pur essendo legittima la richiesta della presenza del premier, le regole non mi impongono di pretendere la presenza del presidente del Consiglio’”. (red)

8. Pd: sabato in piazza tutti i leader, no di Follini

Roma - Sabato il Pd andrà in piazza del Popolo contro quel ‘trucco inaccettabile’ che è il decreto salva—liste. E non sarà facile, per il segretario Pier Luigi Bersani, tenere assieme dal palco il no ai ‘trucchi’ di Berlusconi e la firma di Napolitano. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Una sfida che sta tutta nel monito del numero due del partito, Enrico Letta: ‘Vigileremo, affinché la manifestazione sia contro il governo e a favore del capo dello Stato’. Con l’evocazione dell’ ‘impeachment’ per Giorgio Napolitano, Antonio Di Pietro ha innescato tra i parlamentari e i dirigenti del Pd una catena di imbarazzi e distinguo, che Bersani ha provato a stemperare ‘regionalizzando’ la manifestazione. I democratici daranno vita a sit—in anche in altre città, tra cui Milano, ma il cuore della protesta è a Roma. ‘La piazza con Di Pietro la lascio a chi ci crede — prende le distanze Marco Follini —. Quel decreto è barbarico, ma se noi siamo i custodi della civiltà istituzionale dobbiamo stare attenti alle persone con cui ci accompagniamo’. La cautela di Follini è anche quella degli ex popolari: Beppe Fioroni sarà in Puglia e Franco Marini volerà in Armenia (...)”. (red)

9. Di Pietro gela Bersani: Sabato dico quello che voglio

Roma - Tirarsi indietro ormai è impossibile, ma per il Pd la manifestazione di sabato contro il decreto salva-liste si sta rivelando una prova insidiosa. E non solo perché in piazza le critiche al presidente della Repubblica si sprecheranno. Certo , scrive il CORRIERE DELLA SERA, “questo è uno degli aspetti che imbarazzano non poco il Partito democratico. Antonio Di Pietro non ha dato nessuna garanzia. La moratoria su Napolitano che il Pd aveva chiesto all’ex magistrato di rispettare difficilmente verrà portata avanti. Lo si è visto ieri, quando il leader dell’Italia dei Valori, intervistato da Sky è tornato all’attacco dell’inquilino del Colle: ‘Il presidente della Repubblica io lo vedo come un padre della Costituzione, un padre della legalità e se scopro che mio padre stava lì, nottetempo, insieme a chi mi vuole far male, a scrivere quella norma, io dico: papà se mi tradisci pure tu, da chi vado?’. E ancora: ‘Del resto noi diciamo sempre le cose in maniera diretta, non ci stiamo alle ipocrisie di tanti commentatori che dicono che questo decreto è una pessima legge ma il presidente ha fatto benissimo a firmarla: è una contraddizione in termini, è come dire che a una persona servono gli occhiali ma ci vede benissimo’. Così Di Pietro. E Luigi De Magistris va anche molto più in là. Sul suo blog l’eurodeputato dell’Italia dei Valori lancia questa accusa: ‘Il presidente sta avallando l’attuazione del piano di rinascita democratica ideato da Gelli e oggi realizzato dal premier piduista Berlusconi. Il capo dello Stato non sta facendo nulla per evitare che la Costituzione venga svuotata’. Insomma, di motivi di preoccupazione per il rapporto con il presidente della Repubblica il Pd di Bersani ne ha iosa. Ma il Partito democratico ha anche un’altra ragione per stare sulle spine. E al momento è questo il punto che più impensierisce il segretario e gli altri vertici del Pd. Il rischio, infatti, è che a piazza del Popolo non si fischi solo Napolitano, ma che un analogo trattamento subiscano anche i dirigenti del Partito democratico. Mosso da questo timore, il segretario ieri, prima di andare dai radicali riuniti nella loro assemblea nazionale, ha agganciato Di Pietro alla buvette di Montecitorio e gli fatto questa proposta: ‘E’ meglio che alla manifestazione non parlino i leader nazionali, ma alcuni esponenti di partito, oltre alla società civile. Noi, per esempio, potremmo far intervenire Rosy Bindi’. Già, la presidente del Pd non è invisa al ‘popolo viola’, anzi. Il leader dell’Italia dei Valori, però, è stato irremovibile: ‘Voi fate quello che vi pare, ma io parlo, per il resto sono problemi vostri’. Problemi di non facile soluzione (...)”. (red)

10. Iran, Biden rassicura Israele

Roma - Quando si parla della sicurezza dello Stato ebraico, “non c´è distanza alcuna tra Stati Uniti e Israele”, dice il vicepresidente americano Joe Biden volato in Israele con il triplice obbiettivo di rassicurare, smussare, chiarire. “Rassicurare l´alleato israeliano che - scrive LA REPUBBLICA - in caso di bisogno, gli Stati Uniti saranno sempre al suo fianco. Smussare le divergenze e le incomprensioni esplose tra il presidente Obama e il premier Netanyahu sul processo di pace tra israeliani e palestinesi. Chiarire che gli Stati Uniti non desiderano che Israele s´imbarchi in un rischiosissimo attacco militare contro l´Iran nel momento in cui la diplomazia americana sta cercando di creare una vasta coalizione internazionale a favore di nuove sanzioni contro Teheran. Per una coincidenza forse voluta, forse no, mentre Biden sbarcava all´aeroporto Ben Gurion, il senatore George Mitchell, l´inviato dell´Amministrazione americana incaricato della pace in medio Oriente, faceva le valige, dopo aver annunciato senza fanfare che israeliani e palestinesi sono pronti a riprendere il negoziato nella forma bizzarra e vacua dei "colloqui indiretti". In realtà, dove, come e quando inizieranno i "colloqui indiretti" non è stato ancora deciso. Né quale sarà la cornice del nuovo negoziato, se così si può chiamare. Mitchell tornerà la prossima settimana. Lasciando campo libero al governo Netanyahu di proseguire nella sua tattica ambigua e dilatoria, manifestando, da un lato, la disponibilità a negoziare e dall´altro annunciando, ieri la costruzione 120 nuove unità abitative nell´insediamento di Betar Illit e oggi di 1.600 nuove case nell´insediamento di Ramat Shlomo, un quartiere edificato su territorio palestinese unilateralmente annesso a Gerusalemme. Annuncio, quest´ultimo, che ha suscitato le prevedibili proteste da parte palestinese, ma soprattutto irritato il vicepresidente americano, secondo cui la decisione di costruire nuove case a Gerusalemme est ‘mina la fiducia necessaria per riprendere i colloqui (...)’” (red)

11. Iraq, sconfitta la lista "iraniana"

Roma - Per il più ‘iraniano’ tra gli schieramenti in lizza alle elezioni irachene di domenica si profila una sconfitta clamorosa. L’Iraqi National Alliance (Ina) dell’ex primo ministro Ibrahim Jaafari, scrive LA STAMPA, “secondo un exit poll pubblicato dall’Istituto indipendente Ayn (l’Occhio), avrebbe raccolto soltanto un misero 14 per cento e conterebbe poco più di un terzo dei voti raccolti dalla coalizione del primo ministro in carica Nouri Al Maliki, data al 35 per cento. Uno smacco per il Supremo consiglio islamico che sta dietro l’Ina di Jaafari ed è l’organismo politico-culturale più influenzato da Teheran, tanto che molti dei religiosi che lo compongono sono addirittura nati nel vicino Paese sciita. Si allontana quindi la possibilità di un’alleanza tra i due maggiori partiti sciiti e diventa più probabile quella tra Al Maliki e la coalizione Iraqiya di Iyed Allawi, pure lui sciita ma che ha saputo intercettare il voto dei sunniti tornati alle urne dopo la massiccia astensione delle precedenti elezioni. Secondo l’exit poll, Al Maliki ha fatto il pieno nelle province del profondo Sud sciita, a Najaf, Kerbala, con oltre il 50 per cento dei consensi, mentre a Bassora, sul Golfo Persico, avrebbe ottenuto il 46 per cento. Allawi si è invece imposto nelle province sunnite come Anbar e Ninive, con addirittura il 75 per cento, e in quelle miste come Diyala, con il 49 per cento. L’esclusione dai giochi di Jafaari è dirompente. Premier dalle elezioni del dicembre 2005 fino al maggio del 2006, eletto anche con i voti del religioso radicale Muqtada al Sadr, anti-americano, appassionato lettore dei saggi di Noam Chomsky ed estremamente inviso a George W. Bush, Jaafari fu di fatto costretto a dimettersi dagli Stati Uniti per le disastrose condizioni di sicurezza in cui versava il Paese, ma cedette soltanto dopo l’intervento personale del potentissimo Ayatollah Ali al Sistani. Se risultati finali confermeranno le prime proiezioni, per Washington sarà un grande successo. Resta però l’incognita della formazione del nuovo governo (...)”. (red)

12. Clima, Cina e India firmano l'accordo

Roma - Alla fine anche Cindia è salita sul treno di Copenaghen. A quasi tre mesi dal vertice sul clima - con un ritardo che cominciava a suscitare dietrologie e nervosismi - i governi di Pechino e New Delhi ieri hanno inviato simultaneamente due lettere alle Nazioni Unite, chiedendo di far parte dei paesi inclusi nell´Accordo di Copenaghen. “Per quanto quel testo a dicembre sia stato giudicato deludente dalle ong ambientaliste e da molti governi europei - scrive LA REPUBBLICA - la firma di Cina e India è un approdo importante. È un sollievo per Barack Obama, che proprio ieri ha convocato alla Casa Bianca i senatori democratici e repubblicani per cercare di sbloccare l´iter legislativo del suo Energy Bill, la riforma che deve ridurre le emissioni carboniche degli Stati Uniti. La Cina è diventata da due anni la principale generatrice di CO2 nell´atmosfera terrestre, e per la velocità del suo sviluppo economico è destinata a staccare gli Stati Uniti di molte lunghezze nei prossimi anni. Anche le emissioni carboniche dell´India crescono velocemente, in parallelo con un aumento del Pil che l´anno scorso è stato dell´8 per cento. Perciò la mancata adesione all´Accordo di Copenaghen da parte dei due colossi asiatici avrebbe fornito ulteriori alibi a chi - come i repubblicani al Congresso di Washington - si oppone a interventi consistenti sull´inquinamento. Firmato finora da un centinaio di Stati (sui 192 che parteciparono al vertice a dicembre), l´Accordo di Copenaghen prevede un´azione coordinata per limitare il surriscaldamento globale del clima a due gradi centigradi. Il testo prevede inoltre che i paesi di vecchia industrializzazione - Stati Uniti, Unione europea e Giappone - stanzino 100 miliardi di dollari all´anno per finanziare la riconversione delle nazioni emergenti alle energie rinnovabili. Todd Stern, capo della delegazione americana a Copenaghen, ieri ha salutato l´adesione di Cina e India come un ‘passo avanti significativo, perché a questo punto tutte le maggiori economie mondiali, che insieme rappresentano l´80 per cento delle emissioni carboniche, hanno presentato degli impegni di riduzione (...)’”. (red)

13. Grecia, via libera di Obama al piano anti speculazione

Roma - “‘Il presidente Barack Obama ha risposto in modo molto positivo alle nostre richieste di interventi contro la speculazione’. Così il premier greco Georgios Papandreou, spiega REPUBBLICA, è emerso ieri da un delicato e controverso vertice alla Casa Bianca. Un summit senza conferenza stampa, per evitare di urtare le suscettibilità europee sulle "interferenze" di Washington (attraverso il Fondo monetario internazionale) nella crisi di sfiducia che destabilizza l´euro. Ma l´incidente c´è stato comunque: l´incontro che non doveva esserci, tra il ministro delle Finanze greco e i dirigenti del Fmi, in realtà si è tenuto proprio ieri in parallelo con i colloqui Obama-Papandreou. E a conferma delle incertezze che ancora circondano la crisi di solvibilità di Atene, dall´Europa sono giunti segnali di ripensamenti e retromarce sull´ipotesi di un Fondo monetario europeo, da dotare di poteri analoghi al Fmi per fronteggiare le crisi di Stati membri dell´Unione monetaria. Tentennamenti che subito hanno indebolito l´euro. Papandreou ieri ha cercato di attenersi al copione. ‘Non ero venuto qui per chiedere aiuti all´America - ha dichiarato laconicamente uscendo dalla Casa Bianca - perché la Grecia dovrebbe essere in grado di finanziarsi sui mercati, a tassi inferiori a quelli attuali’. Certo, per questo ‘un intervento europeo può essere necessario’, ha aggiunto. Da parte sua la Casa Bianca ha fatto il possibile per depotenziare ogni dietrologia sul summit bilaterale. ‘Quello della Grecia - ha dichiarato ieri il portavoce di Obama, Robert Gibbs - è un problema che riguarda l´Unione europea. Siamo convinti che abbia le capacità per risolverlo’. Esercizi di diplomazia per evitare i sospetti europei che Papandreou, forte delle sue ottime relazioni con l´America (dove ha vissuto), cerchi di by-passare Bruxelles e di sottrarsi alle richieste di austerità che vengono da Berlino, per chiedere aiuti al Fmi dove gli Stati Uniti restano il singolo azionista più grosso. Un´ipotesi inaccettabile per la Commissione europea, per la Bce, e per Nicolas Sarkozy dato che al vertice del Fmi c´è il socialista Dominique Strauss-Kahn, suo potenziale rivale per le prossime elezioni presidenziali francesi. Dunque ieri Papandreou ha voluto disinnescare la mina, ha insistito di aver discusso con Obama l´unico tema sul quale l´aiuto americano è benvenuto: limitare la speculazione, in particolare il ruolo degli hedge fund e dei Credit default swap, derivati assicurativi che in realtà servono a "scommettere" sulla bancarotta (di un´impresa o di uno Stato sovrano)(...)”. (red)

14. Barroso: subito aiuto alla Grecia, per Fme serve tempo

Roma - La Commissione europea, nella sua riunione mensile a Strasburgo, ha dato il via allo studio del progetto di un Fondo monetario europeo (Fme) per la zona euro, che dovrebbe essere valutato da un punto di vista politico nel vertice dei capi di governo del 25 marzo prossimo ed essere poi finalizzato tecnicamente in giugno. Non sarà quindi utilizzabile per l’emergenza del rischio di insolvenza del governo di Atene, che dovrebbe essere fronteggiata proponendo lunedì prossimo un piano specifico da attuare solo in caso di necessità. Scrive il CORRIERE DELLA SERA. “La Commissione europea, su sollecitazione della Francia e della Germania, punta a intervenire al più presto soprattutto contro la speculazione scatenatasi nell’attacco alla Grecia e all’euro. Il progetto di Bruxelles è di portare sul tavolo del G20 il divieto delle vendite allo scoperto dei credit default swap e l'introduzione di rigidi controlli sugli altri prodotti finanziari derivati, nati in genere con fini assicurativi e poi usati per scommettere gonfiando bolle spesso solo di carta. La cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’incontro a Lussemburgo con il presidente dell’Eurogruppo e premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, ha appoggiato il progetto di Fme sollecitato dal suo connazionale e ministro delle Finanze Wolfgand Schaueble. L’opposizione è guidata dalla Banca centrale europea (Bce), che teme la difficile integrazione con questo nuovo organismo e una riduzione della sua autonomia. Perfino il governatore della Banca centrale tedesca e membro della Bce, Axel Weber, ha definito “controproducente” il progetto di un fondo di sostegno ai Paesi della zona euro in difficoltà, dissociandosi dalla Merkel, che lo considera utile anche ‘a scoraggiare la speculazione finanziaria’. La Francia resta prudente perché non condivide con Berlino l’introduzione di sanzioni per gli Stati bisognosi degli aiuti. Il presidente della Commissione, il portoghese Josè Manuel Barroso, ha cercato di attenuare le diversità sul Fme definendolo un ‘progetto a lungo termine’ ancora aperto alla discussione. Già lunedì prossimo, nella riunione dei ministri finanziari della zona euro, è attesa l’iniziativa in appoggio al governo di Atene, studiata dai tecnici del commissario per gli Affari economici, il finlandese Olli Rehn, e dall'Eurogruppo. Merkel e Juncker hanno però ribadito che la Grecia non avrebbe necessità di aiuti finanziari immediati”. (red)

15. Crisi, la Camera allunga la Cig di sei mesi

Roma - La crisi si allunga e la cassa integrazione si adegua, almeno nelle intenzioni bipartisan dei parlamentari: ieri, con un emendamento votato in Commissione Lavoro alla Camera sia dalla maggioranza che dalla opposizione, la sua durata è stata estesa di sei mesi, passando dalle attuali 52 settimane a 78, in pratica da un anno ad un anno e mezzo. “Dopo poche ore - scrive REPUBBLICA - è arrivata la doccia fredda da parte del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: ‘Con le nuove norme i lavoratori non sono affatto più tutelati’. Tra Cig ordinaria, Cig straordinaria e cassa in deroga - spiega il ministro - disponiamo di ‘un pacchetto che di fatto già copre ben oltre i 18 mesi ipotizzati dall´emendamento’. Sacconi ha fatto anche capire che la norma sarà probabilmente bocciata in aula. Per la Cgil - che venerdì sciopererà proprio sulle politiche del lavoro e sul fisco - l´aumento dei sei mesi di Cig sarebbe comunque solo un primo, insufficiente passo verso il raddoppio chiesto da tempo. Il ministro Tremonti, intanto, presenta la bozza dell´"Atto d´indirizzo" della politica fiscale del prossimo biennio, dove si promettono ‘misure di sostegno alle famiglie’, lotta all´evasione fiscale e interventi a favore delle imprese per affiancarle nel recupero della produttività. Parole cui il Pd crede poco - ‘è il solito spot elettorale’ ha commentato il responsabile per l´economia Fassina - e ancor meno la Cgil. Il sindacato di Epifani ha proclamato, da solo, uno sciopero generale di quattro ore per venerdì prossimo proprio contro l´inattività del governo davanti alla crisi. Le motivazioni della protesta vanno dalla richiesta di una politica industriale per un 2010 ‘che sarà peggiore del 2009’; a quella di una riforma fiscale che elimini la iniquità di un prelievo che pesa soprattutto redditi da lavoro e pensione; ad una politica per i migranti che includa e non escluda. Ma tema principe dello sciopero è anche l´introduzione nei processi di lavoro dell´arbitrato in alternativa all´articolo 18 (...)” (red)

16. Crisi, Tremonti: Priorità è il sostegno alle famiglie

Roma - Obiettivi prioritari del Fisco nel 2010 sono: aiutare le famiglie e le piccole imprese a superare la crisi; rafforzare la lotta all'evasione fiscale, con una particolare attenzione ai cittadini e alle società italiane che hanno la residenza all'estero. È scritto, scrive il CORRIERE DELLA SERA, “nelle linee programmatiche delle politiche fiscali inserite nell'‘Atto di indirizzo per il conseguimento degli obiettivi di politica fiscale per gli anni 2010-2012’ firmato dal ministro dell' Economia Giulio Tremonti. Per favorire la ripresa economica ‘saranno assicurate misure di sostegno alle famiglie, necessarie al proseguimento del mantenimento della capacità d'acquisto’, si legge nel documento, ma non si specifica quali. Si sottolinea inoltre la necessità di sostenere la produttività del lavoro e di avere un ‘particolare riguardo all'imprenditoria giovanile e femminile’. Saranno anche ‘valutate ulteriori misure’ per semplificare gli adempimenti e per assicurare la liquidità alle imprese medie e piccole. Sul fronte della lotta all'evasione fiscale, invece, si punta ancora sui paradisi fiscali. ‘Le dimensioni internazionali che progressivamente assumono i fenomeni evasivi rendono necessario intensificare l'attività di controllo nei confronti degli italiani residenti stabilmente all'estero’, afferma il ministro Tremonti, aggiungendo che nell'azione ci sarà ‘particolare riguardo’ per i ‘soggetti societari che hanno la propria sede o quella di società controllate/collegate in Paesi a fiscalità privilegiata o che intrattengono rapporti commerciali con soggetti ivi aventi sede’. Altro capitolo centrale è quello delle frodi Iva. Tra gli obiettivi definiti nell' Atto di indirizzo figura la ‘definizione di specifici piani operativi e dimetodologie di prevenzione e contrasto dei fenomeni fraudolenti in materia di Iva nazionale e comunitaria’. Torna alla ribalta anche il ‘redditometro’. Ci sarà infatti un ‘incremento dei controlli’ con particolare riferimento ai grandi contribuenti e ‘all'incremento degli accertamenti con determinazione sintetica del reddito’. Infine tra gli obiettivi per il triennio 2010-2012 c'è il contrasto al gioco illecito, attraverso anche la ‘trasformazione dell'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato in Agenzia fiscale’. Duro il commento del Pd, con Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del partito: ‘ A tre settimane dal voto, arriva puntuale lo spot elettorale del ministro Tremonti. Fino a ieri, sulle tasse non si poteva fare nulla a causa del nostro elevato debito pubblico. Oggi, si può fare di tutto e di più’. Chiedono a Tremonti provvedimenti concreti, cioè di passare dalle parole ai fatti, anche i sindacati”. (red)

17. Verso una maxi-lista per Generali

Roma - Si profila anche la partecipazione di alcuni grandi soci di Generali - tra di loro il gruppo Caltagirone, Luxottica e De Agostini, tutti con percentuali comprese tra il 2,7 per cento e l’1 per cento - alla lista di maggioranza che Mediobanca presenterà entro il 30 marzo per il consiglio d’amministrazione delle Generali. Scrive LA STAMPA. “Nel momento in cui per la prima volta il principale azionista - piazzetta Cuccia ha il 14,7 per cento della compagnia - presenta la sua lista, finora proposta dal cda uscente, sono in corso contatti che dovrebbero appunto portare a un’aggregazione di questi soci alla compagine che prevedibilmente farà l’en plein dei posti disponibili, lasciando alla lista di minoranza uno o al massimo due posti. Mentre non risulta che, al momento - e a sole tre settimane dalla scadenza per le liste - questi azionisti abbiano avviato contatti per creare essi stessi una lista di minoranza. Sulla governance delle Generali restano però aperte altre due incognite di non poco conto. La prima riguarda il numero di componenti del nuovo cda, oggi a 19 membri. Nelle intenzioni del management Mediobanca il cda dovrebbe essere reso più snello ed operativo, riducendo idealmente il numero di membri a 15 e mantenendo un equilibrio tra i rappresentanti degli azionisti e i manager. La seconda incognita, riguarda invece l’arrivo o meno alla presidenza di Cesare Geronzi, oggi presidente di Mediobanca. Il tormentone dura da tempo e non accenna a trovare una soluzione e in questo modo sono due le caselle che virtualmente restano aperte. Finché Geronzi non si pronuncerà chiaramente sulla sua intenzione - che molti danno per sicura, ma che negli ultimi giorni potrebbe aver subito una pausa di riflessione - di spostarsi alla presidenza delle Generali, nessun nome di peso verrà realmente candidato alla guida del colosso assicurativo, sebbene alcuni soci stiano pensando a una presidenza affidata all’attuale amministratore delegato Giovanni Perissinotto. E allo stesso tempo, nessun candidato concreto potrà apparire all’orizzonte del soglio di Mediobanca prima che si sappia se Geronzi intende davvero lasciare quella presidenza, sebbene in questo caso il candidato più probabile appaia l’attuale direttore generale Renato Pagliaro. Tra le poche certezze che circolano c’è quella che il presidente uscente a Trieste, Antoine Bernheim, non sarà riconfermato. Ieri sul Financial Times è apparso un articolo in cui si suggerisce di lasciare Bernheim al suo posto ancora per un anno, tenendo in caldo la presidenza delle Generali per un candidato prestigiosissimo come Mario Draghi nel caso al sua corsa alla guida della Bce dovesse fallire. Ma la proposta ha tutti i connotati di una manovra di lobbying destinata a non avere seguito (...)”. (red)

18. Airbus, addio maxi commessa del Pentagono

Roma - Non ci sarà più un altro duello tra Boeing e Northrop-Airbus per la maxi-commessa da 40 miliardi di dollari per gli aerei-cisterna del Pentagono. Dopo un decennio di duri confronti e di manovre segrete, infatti, e dopo aver vinto due anni fa la gara che poi fu annullata dal governo americano, la Northrop Grumman ha deciso di gettare la spugna. Scrive la REPUBBLICA. “‘Il bando del Pentagono favorisce chiaramente gli aerei-cisterna più piccoli prodotti dalla Boeing e a questo punto la nostra partecipazione sarebbe solo una perdita di soldi’, ha spiegato Wes Bush, da due mesi chief executive del gruppo aerospaziale di Los Angeles. Bush non presenterà neanche un appello: ‘Il programma - ha spiegato - è già troppo in ritardo’. In mancanza del partner americano, gli europei della Eads- Airbus sanno bene di non avere alcuna chance soprattutto a livello politico-parlamentare, e hanno confermato di non volersi muovere in modo autonomo. Così di fatto la Boeing resta l´unica concorrente in pista con la quasi-sicurezza di aggiudicarsi la commessa a prescindere dal prezzo: una circostanza, questa, che pone in una situazione imbarazzante la Casa Bianca. Barack Obama aveva infatti promesso più trasparenza e competizione nelle spese militari, in modo anche da contenere i bilanci. La vicenda degli aerei-cisterna è diventata una metafora per gli sprechi e le pressioni clientelari, per i ritardi e le tentazioni protezionistiche che affliggono l´attività del Pentagono. L´Air Force, che si serve ancora per i rifornimenti in volo della flotta che risale ai tempi di Eisenhower, ha da tempo varato un programma di ammodernamento. Fu la Boeing a vincere la prima gara nel 2002 per gli aerei-cisterna di nuova generazione. Ma poco dopo, grazie a un´azione del senatore repubblicano John McCain, si scoprì che quella vittoria era stata macchiata da episodi di corruzione e si ricominciò da zero. Ad aggiudicarsi la seconda competizione nel 2008 fu il consorzio tra gli americani della Northrop e gli europei della Eads-Airbus. Puntava a una versione militare dell´Airbus A330 che sarebbe stato costruito in Alabama. Ad appoggiare questa soluzione erano tutti i parlamentari del Sud; a opporsi invece quelli dello stato di Washington, dove si trovano gli impianti industriali della Boeing. Quest´ultima fece ricorso al Pentagono e lo vinse. Di qui la terza gara indetta nel settembre scorso. A differenza del passato, l´Air Force chiede ora aerei più piccoli, meno capienti e con un minor consumo di carburante: insomma, il bando sembra fatto apposta per la versione militare del Boeing 767. Di qui l´irritazione della Northrop-Airbus e la decisione di ritirarsi. Dall´Europa, ovviamente, c´è chi denuncia il protezionismo strisciante di Washington. ‘E in questa crisi economica - ha avvertito il ministro tedesco dell´economia Rainer Briederle - ogni cedimento al protezionismo è molto pericoloso(...)’”. (red)

Di Iraq si parla a casaccio (come sempre)

Prima Pagina 09 marzo 2010