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Sindrome di Aventinismo: altro che voto utile o meno

Anche fra i nostri lettori, gente smaliziata e con uno sviluppatissimo senso critico, ogni qual volta si tocca il tasto elezioni emerge la tentazione di parteciparvi. È la paura dell’Aventino e il frustrante senso di inazione che la accompagna ad atterrire i ribelli consapevoli o potenziali, e a condurli sulla strada del “meno peggio” (semplificando: la democrazia è un sistema di mafie, ma Di Pietro combatte all’interno facendo la parte del Falcone o Borsellino, perciò lo voto, ad esempio). 

Questo giornale ha sempre sostenuto, a ragione, che la guerra da vincere è di lungo periodo, e riguarda la salutare disgregazione dei luoghi comuni e dei dogmi indimostrati alla base del ricatto “democratico” (o dentro o fuori il recinto partitocratico, e se vuoi restare fuori sei nulla, un paria, una voce nel deserto). Quella che facciamo qui è battaglia culturale, e ha l’ambizione – almeno questa lasciatecela – di preparare il terreno al crollo di domani, pur lontano che sia. Non è, la nostra, attesa messianica e inconcludente perché nel frattempo non stiamo con le mani in mano, e diffondiamo la sana sfiducia contro l’obbligo di fiducia mascherato da senso civico e amor di patria. I mezzi di cui disponiamo non sono le batterie mediatiche dell’anticonformismo molto conformista di chi il sistema, invece di abbatterlo, vorrebbe solo conquistarlo per sé. Ma ciò che facciamo va fatto prima di tutto per non dichiararci colpevoli di fronte al tribunale della nostra coscienza, che è il giudice che ci interessa sopra ogni altro. 

Ribadito il concetto fondamentale, vediamo tuttavia di ragionare sull’obiezione di “aventinismo”. Non è un argomento privo di valore. Il bisogno di azione è comprensibile e va assecondato, in chi ha in corpo una meritatissima indignazione per la melma che ci sommerge. Il cosiddetto “popolo viola” che dalla sterile protesta internettara passa alla piazza (quella vera), i grillini che corrono alle amministrative per dare sfogo politico alle denunce di Beppe Grillo, i dipietristi in buona fede che sventolano la bandiera della legalità sono persone che pur di agire e marcare la propria diversità dal berlusconismo imperante (e darsi così un’identità) non vedono i limiti, enormi, del contentarsene. Che poi si riassume in uno, tragico: evitare di costruire, faticosamente come ogni sforzo di evoluzione richiede, un pensiero al di là dello scandalo contingente e del Berlusconi ormai declinante. È il recupero della fucina intellettuale, palestra indispensabile per allenare ai rivolgimenti futuri, quella che manca drammaticamente agli innocui guastatori della pseudo-democrazia. Non è necessariamente una colpa: è anzitutto incapacità storica, culturale, umana. Alcuni, ideologicamente allineati alla facciata liberaldemocratica, non vogliono spezzare l’incantesimo. Molti, più semplicemente, non ce la fanno, non ci riescono, non sono pronti. 

L’astensionismo come scelta resta la via moralmente più giusta. Su questo non ci sono dubbi. Ieri il direttore di questo giornale poneva la questione di come organizzare la resistenza a questo Stato che, non rispettando più le leggi e i presupposti su cui è fondato, autorizza anche noi a non farlo. Personalmente, e veniamo alla famosa “alternativa del qui e ora”, suggeriamo a tutti un’opzione che se non è guerra, è guerriglia: il boicottaggio quotidiano, nei modi e nelle forme che ognuno sceglie, della tirannide di Roma. Siamo schiavi, no? Allora ogni giorno, sistematicamente, metodicamente, come fosse un dovere verso sé stessi prima che per la comunità, mettiamo i bastoni fra le ruote alla macchina dell’oppressione. Ciascuno secondo le proprie possibilità. Così il malcontento monterà e si propagherà dal basso e quando l’auto-implosione metterà in crisi l’Impero, il concime della ribellione avrà fatto crescere tanti congiurati pronti all’azione. Quella decisiva. Non quella per installare i pannelli solari, imbalsamarci con la Costituzione o seppellire Silvio.  

Alessio Mannino

 

 

 

Prima Pagina 10 marzo 2010

Di Iraq si parla a casaccio (come sempre)