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New Economy, vecchie strategie

Esattamente dieci anni fa, il 10 marzo 2000, il listino del Nasdaq toccò il suo punto più alto, raggiungendo la quota straordinaria, e quasi incredibile, di 5.132 punti. Fu lo zenit di un’ascesa vertiginosa, che aveva portato i titoli tecnologici della cosiddetta “new economy” a moltiplicare a dismisura il proprio valore iniziale. La dinamica era quella classica delle bolle speculative, che più si espandono e più appaiono attraenti. Per un po’ di tempo guadagnano tutti, ed è come un sogno ad occhi aperti. Di colpo la festa finisce, ed è come un incubo dal quale non c’è modo di risvegliarsi. Un anno e mezzo dopo, nell’ottobre 2002, il Nasdaq completò la picchiata precipitando a 1.114 punti. Ieri, infine, la chiusura è stata di 2.341, ampiamente inferiore alla metà di quello che fu il record. 

Lunedì scorso, in uno dei suoi soliti, utilissimi articoli (che se portassero alle estreme conseguenze determinati spunti sarebbero ottimi non solo nelle premesse e in buona parte dello svolgimento ma anche nelle conclusioni) Federico Rampini ha riepilogato sulle pagine di Repubblica ciò che stava accadendo in quel momento e, soprattutto, ciò che è accaduto in seguito. Uno dei passaggi più interessanti, però, non riguarda direttamente quella vicenda, ma le politiche monetarie che accompagnarono dapprima la fase espansiva e poi, un paio d’anni dopo, quella recessiva. Scrive Rampini: “Tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000 la Federal Reserve è costretta ad alzare i tassi d’interesse per ben sei volte, nel tentativo di tamponare gli eccessi di liquidità e la bolla speculativa creata dal denaro facile. Ma presto le azioni di risanamento della banca centrale saranno vanificate da altre emergenze: con l’11 settembre 2001 l’America è sotto la duplice minaccia di un attacco terroristico senza precedenti, insieme con una recessione. La Fed deve tornare a pompare liquidità nel sistema, facilitando così la nascita di una nuova bolla (al posto del Nasdaq, subentra il mercato immobiliare).”

La ricostruzione, sorvolando sul richiamo di routine alla “minaccia di un attacco terroristico senza precedenti”, ha il pregio di ricordarci la rapidità con cui può mutare, in quest’ambito, la posizione delle Banche centrali. A seconda dei casi esse immettono liquidità, abbassando i tassi, oppure la tolgono, spingendoli verso l’alto. La versione ufficiale, o se si preferisce “tecnica”, è che così facendo adempiono a una fondamentale funzione di riequilibrio del sistema. Nelle fasi di forte crescita l’inflazione tende ad accelerare, e allora si cerca di frenarla rendendo meno facile l’accesso al credito, mentre nelle fasi di crescita ridotta, o addirittura di recessione, si procede al contrario. 

Ma c’è un’altra spiegazione, di cui non si parla mai. Questa funzione di riequilibrio, infatti, è più che altro simulata. Essa non ha affatto lo scopo di raggiungere un equilibrio vero e proprio – laddove per equilibrio si intenda una stabile armonia tra le diverse componenti economiche e sociali – ma quello di rendere meno evidenti le conseguenze degli squilibri che si producono. O meglio: che vengono inevitabilmente prodotti dall’iperliberismo in genere e dalle dinamiche speculative in particolare. Alzare e abbassare i tassi serve a creare delle “pause”, delle discontinuità più apparenti che sostanziali, all’interno di una strategia che è assolutamente univoca. E che mira a concentrare la massima forza economica e il massimo potere politico nelle mani di pochi a scapito di tutti gli altri. Il trucco, detto in estrema sintesi, è utilizzare una ricchezza convenzionale quale il denaro per conseguire trasferimenti di ricchezza reale, sotto forma di beni sia materiali che immateriali. Gli uni e gli altri, a loro volta, diventano i presupposti di un controllo tanto materiale quanto immateriale sulle persone. E quindi sui popoli.

La domanda che ci si dovrebbe porre dopo ogni “crisi” è estremamente precisa: ne usciamo proiettati verso una maggiore equità, in senso sia patrimoniale che giuridico, o verso un incremento dell’ingiustizia? Sono questi, i parametri che andrebbero tenuti d’occhio. Gli indici di Borsa, e i tassi d’interesse, sono solo specchietti per le allodole, per far sembrare puramente economico, e per nulla deliberato, e in fin dei conti ineluttabile, un processo di asservimento collettivo che preferisce avanzare un po’ alla volta. Ma che non si ferma mai.   

Federico Zamboni

 

Prima Pagina 11 marzo 2010

Zaia No-Global? Ma per favore...