Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 11/03/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il legittimo impediemnto è legge”. Editoriale di Francesco Giavazzi: “Più che un fondo serve il coraggio”. In primo piano: “Babele di ricorsi: parola ai giudici in sei regioni su 13” e “Di Pietro esulta: Sabato parleranno tutti i segretari”. Foto-notizia con il titolo: Notte al gelo sull’autostrada per L’Aquila”. Al centro: “Inchiesta bloccata. La pm di Roma accusa il procuratore Ferrara” per gli appalti del G8. A fondo pagina: “La Chiesa tedesca indaga sugli abusi”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Liste, Berlusconi accusa i giudici”. Editoriale di massimo Giannini: “Il potere irresponsabile”. Al centro: “Stop alla cassa integrazione lunga”. A fondo pagina: “Il mio Oscar nato tra le bombe vere”,in cui la regista di “Hurt Locker” racconta la genesi del film sugli artificieri in Iraq. Di spalla le interviste a Gordon Brown e Jaques Delors: “Serve una politica globalizzata. Vincerò le elezioni” e “L’Europa guidi l’economia o rischi declino”. In un box: “La cricca aveva una lista di 350 escort a disposizione”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Produzione ok, male il pil”. Di spalla: Berlusconi, sulle liste nuove ricorso. Nel Lazio Pdl sotto”. A fondo pagina: “Comuni in fuga dai derivati”. Editoriale di Stefano Folli: “Il buon senso si è smarrito nel labirinto delle risse”.  

LA STAMPA - In apertura: “Liste, Berlusconi accusa giudici e partito radicale”. In due box: “Mancava solo Carlomagno” e “Pd, nostalgia dell’Unione”. Editoriale di Irene Tinagli: “L’emergenza dei giovani senza lavoro”. Al centro: “L’uomo più ricco è messicano”. 

IL MESSAGGERO - In apertura: “Il legittimo impedimento è legge”. Editoriale di Enrico Cisnetto: Il fondo che serve davvero all’Europa”. In primo piano: “Berlusconi, ci hanno bloccato la lista. Bersani, fantasie”. Al centro: "L’urlo di Vanacore: mio figlio non c’entra”. Foto-notizia con il titolo: “Bloccati dalla neve sull’A24: rabbia, inchieste e polemiche”. A fondo Pagina: “Sacerdoti pedofili, altri casi in Europa” e “Orlandi, indagato l’autista di De Pedis”.  

LIBERO - In apertura: “Silvio spara ai ladri di voti”. Di spalla: “Legittimo impedimento. Una legittima reazione”.  

IL GIORNALE - In apertura: “350 escort in appalto”. Di spalla: “Berlusconi all’attacco: Ci hanno boicottato ma vinceremo lo stesso”. Editoriale di Giordano Bruno Guerri: “Sinistra spiazzata”. Foto-notizia con il titolo: Sarkozy e Carlà, tradimento reciproco”. Al centro: Cgil tratta da schiavi i suoi lavoratori”. A fondo pagina: “In metrò più smog che in città. Lo fermiamo?”. In due box: “ecco perchè Sparkle non va commissariata” e “La tristezza dei tribuni rimasti senza tv”.  

IL TEMPO - In apertura: “Via Poma torna a galla”. Al centro: “L’autista di De Pedis indagato per l’omicidio di Emanuela Orlandi”. A fondo pagina: “Caos condoni, la carica dei diecimila”.  

AVVENIRE - In apertura: “Premier e ministri ottengono lo scudo”. Editoriale di Luigi Geninazzi: “E’ proprio tempo che Obama batta un colpo”. Al centro: “Letta: Se Di Pietro attacca il Colle l’alleanza con il Pd non reggerà”. (red)

2. Regionali, Berlusconi rilancia: Boicottati sulle liste

Roma - “Berlusconi assolve con formula piena gli uomini del Pdl, tutta la colpa del disastro delle Liste è dei radicali e dei magistrati. Naturalmente sul banco degli imputati c´è anche la sinistra ‘antidemocratica e meschina’ che ‘voleva correre da sola come in Urss’, come ‘una squadra di calcio che ha l´arbitro amico e ha chiuso gli avversari nello spogliatoio’. Nel piccolo cortile coperto di via dell´Umiltà, sede del Pdl, Silvio Berlusconi mette in scena il suo mondo alla rovescia, dove la realtà dei fatti - fotografata, videoripresa, certificata da sentenze del Tar e dell´ufficio elettorale - si trasforma in un complotto ai suoi danni. Da quando ha capito che la guerra delle carte bollate gli costava troppo, Berlusconi passa all´attacco, in vista della manifestazione della prossima settimana, ‘per reagire all´assoluta disinformazione che è stata data: non vi è stata alcuna responsabilità dei nostri dirigenti e funzionari’. Ma si fa presto a dire manifestazione: da qualche tempo, infatti, sembra che nel Pdl ci sia qualche problema di tipo organizzativo”. Lo scrive [CLa Repubblica. “Già Berlusconi in conferenza stampa ha sbagliato data annunciandola per il 20 aprile - continua -: sarebbe abbondantemente fuori tempo massimo. In realtà era annunciata per sabato 20 marzo, ma il Pdl non ha considerato che nella stessa data è in programma una manifestazione per l´acqua. Allora il 21 marzo. Ma c´è la Maratona di Roma. Torna in ballo sabato 20 a San Giovanni, autorizzazione permettendo. I big del centrodestra non sembrano però così entusiasti. Fini non ci andrà perché, spiega ‘il presidente della Camera non partecipa mai, in campagna elettorale, a manifestazioni organizzate dai partiti’. Berlusconi, che segue i consigli alla prudenza del suo collaboratore Sestino Giacomoni, captati dal microfono, incassa: ‘È o no il presidente della Camera che è la terza carica dello Stato?’. Quanto al Senatur, ‘quando me lo chiede Berlusconi di andare in piazza, gli rispondo’. Però, avverte Bossi, ‘la Lega è una carta pesante. Forse perfino troppo pesante’. Poi, in serata, dà l´annuncio sulla presenza leghista: ‘Non abbandoniamo Berlusconi’. Il premier difende il decreto salvaliste ‘che porta la firma di Napolitano’ e di cui ‘Letta aveva avvisato Bersani’. Per dimostrare la teoria del complotto, il premier si inoltra in una minuziosa descrizione, minuto per minuto, di ciò che - secondo questa versione - venne messo in atto per impedire alla lista del Pdl di partecipare alle elezioni regionali. ‘Gazzarra dei radicali’, ‘errori marchiani’ dei giudici ed ‘eccessivo fiscalismo’. Berlusconi inorridisce quando ricorda che un magistrato dell´ufficio elettorale, per spiegare l´esclusione del Pdl ‘rispose che tutte le liste sono uguali, grandi e piccole’. La par condicio proprio non gli piace. Insomma ‘non c´è stato alcuno sbaglio da parte dei nostri rappresentanti del partito. E´ stato un atteggiamento inaccettabile da parte dell´ufficio circoscrizionale’, accusa Berlusconi che annuncia una nuova iniziativa giudiziaria: ‘Con questa ricostruzione precisa, documentata e certificata, noi faremo un nuovo ricorso e sono sicuro che non potranno darci torto. Se così non fosse sosterremo la Polverini e la lista civica’. Insomma all´ennesimo ricorso non crede troppo nemmeno lo stesso Berlusconi che si dichiara ‘ottimista, nonostante mi renda conto che c´è stato un danno alla nostra immagine sia all´interno che all´esterno’. Tuttavia ‘non prevediamo uno slittamento’ del voto ‘non lo abbiamo mai pensato e in caso di estromissione’ della lista del Pdl di Roma ‘concentreremo tutti gli sforzi per far prevalere Renata Polverini’”. (red)

3. Regionali, anche Bossi arruolato per ultima battaglia

Roma - “Le truppe sono spiazzate, scoraggiate, frastornate. Non sono nemmeno galvanizzati dalla discesa in campo di Berlusconi, che ha indossato l’elmetto di capopopolo e capopartito (oggi addirittura partecipa a una riunione di quadri e dirigenti del Pdl di Roma e provincia). Per far capire l’aria che tira tra i parlamentari della maggioranza, ieri pomeriggio alla Camera girava la seguente gag sarcastica sul caos liste e sulla squadra del Cavaliere. ‘Ma lo sai che il Milan ha perso a tavolino la partita con il Manchester?’, dice un deputato al collega. ‘No, e come mai?’. ‘Leonardo non ha presentato all’arbitro la lista dei giocatori’. Con il morale sotto i tacchi e soli dieci giorni a disposizione, le truppe dovranno riempire l’enorme piazza San Giovanni. Per non parlare poi della confusione delle date: il 20 o il 21 marzo? In entrambi i casi c’è il rischio ingorgo perché il 20 nella capitale è già prevista la manifestazione del Forum del Movimento per l’Acqua che si mobilita contro le privatizzazioni; il 21 si corre la Maratona di Roma”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “‘Ma come è possibile - dicevano sempre i buontemponi della battuta sul Milan - che il sindaco Alemanno, che è stato il responsabile oggettivo del casino delle liste, non sapesse di queste due altre manifestazioni?’. In questo incartamento del centrodestra c’è un aspetto più pesante e politico. Umberto Bossi non sembra felice di dover mandare i suoi candidati-governatori sul palco di piazza San Giovanni per manifestare vicinanza e solidarietà agli elettori laziali e ai dirigenti locali del Pdl che hanno commesso il pasticciaccio romano. Quando gli hanno chiesto se la Lega ci sarà, ha risposto scocciato di aspettare l’invito di Berlusconi. ‘La Lega è una carta pesante. Potrebbe essere perfino troppo pesante, anche se Berlusconi ha ragione a preoccuparsi perché fanno le elezioni senza un partito come il suo. Però la Lega deve ancora valutare, soppesare bene’. Tra l’altro, fanno notare i leghisti, non è cosa da poco togliere ai candidati l’ultimo fine settimana di campagna elettorale. Portare poi il popolo leghista con i pullman a Roma è un’impresa titanica. In serata però, dopo una telefonata del premier, Bossi ha confermato che ci sarà. ‘Non abbandoniamo Berlusconi’. Gianfranco Fini, ovviamente, non ci sarà: non si è mai visto in piazza un presidente della Camera. Ma almeno condivide l’iniziativa? ‘Non le dico cosa penso di questa domanda solo perché lei è una signora...’, è stata la sua risposta a una giornalista. La terza carica dello Stato è d’accordo a fare la manifestazione, ma la sua preoccupazione è che i toni siamo dirompenti, che il premier vada giù duro contro i magistrati. E un assaggio lo ha dato ieri alla conferenza stampa quando il Cavaliere, oltre a prendersela con ‘la sinistra antidemocratica e meschina’, ha accusato i magistrati dell’ufficio elettorale di ‘non aver ristabilito l’ordine’, di avere tenuto fuori i rappresentanti del Pdl, disegnando ‘una linea in terra, larga un centimetro, mai definita prima’. Insomma, a Fini una manifestazione di protesta non piace e allora sono stati i coordinatori a spiegare che sarà ‘squisitamente di proposta: saranno presenti insieme a Berlusconi i 13 candidati governatori che si impegneranno a realizzare alcuni punti programmatici in sinergia con il ‘governo del fare’. In effetti lo aveva precisato lo stesso premier “bucolico” in conferenza stampa. ‘Chiameremo a un patto i nostri candidati perché si impegnino sul piano casa e per piantare milioni di alberi’. Rimarrà però il leit-motiv principale, cioè scendere in piazza per difendere la democrazia e il diritto al voto. Berlusconi deve radicalizzare lo scontro per recuperare il danno e i consensi persi. Recuperare quegli 800 mila voti della lista Pdl che non c’è a Roma e dirottarli sulla lista Polverini quasi sconosciuta. Un lavoro da far tremare le vene ai polsi, ma il premier ha accettato la sfida. E questo, dicono i berlusconiani, mentre gli altri (leggi Fini) fanno le ‘belle fighe’. ‘O ci salva San Silvio - spiega Osvaldo Napoli - o qui siamo spacciati. Una parte di An lo critica e si differenza ma poi chiedono soccorso al premier’”. (red)

4. Immunità: Colle promette "molta attenzione"

Roma - “La strada delle riforme (in particolare quelle sulla giustizia) va percorsa ‘con spirito costruttivo, pur nel confronto serrato delle opinioni, senza cedere a contrapposizioni sterili e preconcette il cui unico effetto è quello di creare tensioni istituzionali e sfiducia e sconcerto tra i cittadini’. Giorgio Napolitano scrive un messaggio di saluto per l’inaugurazione dell’anno giudiziario dell’ordine forense — cioè l’avvocatura — e dalle sue parole affiora l’apprensione di questi giorni. Il pasticcio delle liste fa lievitare nel Paese un clima che è esattamente quello da lui descritto. Di ‘tensioni, sfiducia e sconcerto’, appunto. Per arginare i quali l’unico colpo d’ala a suo avviso necessario è: trovare la giusta misura e dialogare”. Lo scrive il Corriere dellla sera, che prosegue: “Colpisce la tempistica dell’appello. Che cade quasi in coincidenza con la seduta del Csm, convocato per valutare alcune aspre critiche di Berlusconi contro una parte della magistratura. E poche ore prima che il governo varasse, blindandolo con il trentunesimo ricorso al voto di fiducia e con relativa bagarre in aula, il ‘legittimo impedimento’. Appuntamenti politicamente assai caldi, che si sono sommati all’escalation di polemiche e attacchi incendiari, caduti negli ultimi giorni anche sul Quirinale. Da oggi il dibattito parlamentare e l’attenzione di Napolitano si concentreranno su due diversi fronti: 1) la ratifica del provvedimento nato per consentire al premier di scansare le udienze del processo Mills, a Milano; 2) le contrapposte manifestazioni di piazza annunciate sul caso delle liste. Sul primo punto per il capo dello Stato, strattonato con toni perfino insolenti da Di Pietro (‘non lo avalli se vuole dimostrare la sua buona fede’), si è già aperto il gioco al ‘firma o boccia’? Dal Colle naturalmente si segnala che il presidente non decide in base alle opportunità politiche, ma valutando soltanto i requisiti della costituzionalità. E si aggiunge che il testo del provvedimento sarà soppesato in ogni dettaglio, ‘con molta attenzione’. Infatti, come stabilisce l’articolo 73 della Carta, i tempi per arrivare alla promulgazione di un disegno di legge (unica eccezione, la conversione di un decreto legge, pena la scadenza), potrebbero dilatarsi fino a un mese. Ora, si sa che esistono diversi aspetti critici, sotto la lente dei giuristi. Gli esempi di possibile dubbio sono più d’uno. Valga per tutti l’effetto di ‘sospensione’ dei processi in corso che, trascinandosi fino a sei mesi rinnovabili (ma anche ben oltre quel termine), si tramuterebbe in una sorta di immunità sostanziale per quanti chiedano di beneficiare del ‘legittimo impedimento’. Di qui le obiezioni di chi sostiene l’obbligatorietà di un passaggio da legge costituzionale, per un provvedimento del genere. Nodi delicati, da sciogliere con un esame rigoroso, anche se si può già dare per scontato un pressing del governo a fare presto. L’aria che tira è pesante. Lo dimostra il fatto che il Colle è stato tirato in ballo, impropriamente, anche a proposito dell’ordine del giorno del Csm, riunito per le cosiddette ‘pratiche a tutela’ delle toghe finite sotto attacco da parte di Berlusconi. Il capo dello Stato, che ha pure la veste di presidente dell’organo di autogoverno della magistratura, secondo Michele Saponara, consigliere laico di Palazzo dei Marescialli, non avrebbe dovuto approvare la discussione del plenum, per evitare ‘riflessi’ sulla vicenda salva liste. Una polemica obliqua, spenta da Nicola Mancino, il quale ha dovuto spiegare che l’ordine del giorno era stato fissato una settimana prima, quando la nuova querelle non era ancora esplosa. In questo clima da nervi tesissimi, comunque, il Quirinale ieri un risultato utile lo ha conseguito. Nella riunione del Consiglio supremo di difesa, presenti il premier e parecchi ministri, oltre a confermare tutte le missioni all’estero in cui sono impegnati nostri soldati, ha adottato la proposta anticipata da Napolitano la settimana scorsa alla Nato e all’Ue. L’Italia, detta in sintesi, avvierà ‘una concreta iniziativa’ per sviluppare a livello europeo ‘uno strumento politico-militare comune più efficace dal punto di vista operativo e più economico’”. (red)

5. La mossa di Bersani: Stop a tutti i ricorsi

Roma - “‘Cerchiamo di creare un clima nel quale finalmente sia possibile parlare delle cose che interessano la gente’: alle quattro del pomeriggio, Pierluigi Bersani interrompe la lunga giornata di presidio “Democratico” alla Camera, per lanciare una proposta di “disarmo” bilaterale alle guarnigioni nemiche. ‘Ora basta mettiamo un punto, fermiamo tutti i ricorsi elettorali: il centrodestra rinunci a proseguire il contenzioso nel Lazio al Consiglio di Stato e noi siamo pronti a fermare il nostro ricorso in Lombardia contro Formigoni’”. Lo scrive La Stampa, che aggiunge: “Una mossa discussa già martedì mattina dai vari livelli del partito, accolta con una certa freddezza dalla minoranza interna di Franceschini, incerto se in questo momento sia utile trasmettere l’immagine ‘che noi siamo buoni’. Ma comunque sbandierata dal leader del Pd, una volta rotti gli indugi, come gesto distensivo per riportare un minimo di serenità nel confronto politico prima di andare alle urne. Peccato che a stretto giro, dal campo avverso, arrivi una levata di scudi, con i coordinatori del Pdl pronti a ribattere che è solo propaganda perché a Milano il ricorso del Pd è contro una lista avversaria, mentre quello di Roma del centrodestra è mirato a far correre una propria lista. Bersani, che già nella mattinata aveva in animo di convocare i giornalisti per dare questo segnale, evita quindi di alzare troppo i toni quando deve replicare alla dettagliata cronistoria del premier sul caso liste e alla sua sfuriata contro le opposizioni. Obietta che quella di Berlusconi è ‘una ricostruzione dei fatti fantasiosa’, che addirittura prescinde dal fatto che ‘esiste un verbale dei carabinieri’ e quindi ‘bisogna lasciare operare chi deve perché in questa vicenda ci sono errori e limiti di arroganza del Pdl’. Un surplus di indignazione, il segretario del Pd lo riserva a quanti criticano la scelta di manifestare sabato, perché casomai ‘la cosa strana è il governo che scende in piazza. Una cosa curiosissima, un governo che porta attacchi violenti alle istituzioni. Ci siamo assuefatti a tutto? In Italia si ribalta l’universo. Cosa deve succedere, che l’opposizione si mette le pantofole e il governo gli anfibi?’. Ma proprio la manifestazione di sabato resta il punto dolente per i Democratici, perché Di Pietro ieri ha puntato di nuovo il Colle, chiedendo a Napolitano di non firmare la legge sul legittimo impedimento, come suggerimento per ‘riscattarsi’ dopo aver subito ‘un raggiro’ sul decreto salva-liste. E dunque gran lavorio al tavolo degli organizzatori, con i vari partiti in campo, per decidere chi dovrà parlare dal palco visto che Di Pietro, malgrado il pressing del Pd, vuole dire la sua a tutti i costi. E se parla Tonino, difficile che il segretario del Pd possa tirarsi indietro: dunque l’orientamento è che parlino tutti i leader dei partiti, insieme a personaggi della società civile, con una serie di messaggi video dei candidati governatori sparpagliati nelle varie regioni. Imboccando a tarda sera il portone di Montecitorio, Bersani spiega dunque di aver tutta l’intenzione di ‘girare la manifestazione di sabato in positivo, sulle proposte per uscire dalla crisi e sui temi del lavoro. Certo, poi ci sarà la parte delle critiche ai pasticci del governo’, ma bisogna innanzitutto parlare dei problemi dei cittadini, appunto. E’ evidente l’auspicio che sabato le polemiche sul decreto e sul caos liste siano un po’ superate. Comunque sia, per evitare l’effetto boomerang, gli sherpa del centrosinistra ieri hanno stilato un documento che tiene al riparo Napolitano dalle critiche della piazza, vergando nero su bianco che la colpa del decreto è tutta del governo. Dopo aver assicurato che sabato attaccherà solo ‘il vero Lucifero che è Berlusconi’, che quella piazza casomai ‘sarà il rilancio della nuova coalizione’, Di Pietro sguscia via quando gli si chiede cosa farà non appena la legge sul legittimo impedimento uscirà sulla Gazzetta Ufficiale con la firma del Presidente. E si fa una risata sul tema palco sì-palco no: ‘Certo che io salgo’. E il Pd? ‘E’ felicissimo’”. (red)

6. I sospetti di Bersani su Di Pietro

Roma - “Spera che tutto fili liscio, che ‘partiti e associazioni restino nei confini della piattaforma che abbiamo preparato’. Ma Pierluigi Bersani non ha chiesto e dunque non ha avuto garanzie da Antonio Di Pietro. ‘Ci siamo sentiti venti volte in questi giorni. Gli ho detto che una manifestazione così importante non ammette sbavature - raccontava ieri il segretario del Pd parlando con i dirigenti riuniti nella sua stanza -. E penso che non ci saranno problemi. Se mi sbaglio lo vedremo sabato’. La sbavatura naturalmente è un attacco dell´ex pm a Giorgio Napolitano per la firma sul decreto salva-liste. Basta una battuta e la figuraccia del centrodestra può virare in una divisione plastica del centrosinistra”. Lo scrive La Repubblica, che spiega: “Sulla piazza di sabato ci sono molti occhi puntati. E anche qualche "fucile". Fuori dal Partito democratico ma anche dentro. Franco Marini, nel coordinamento di domenica sera, ha perorato la causa dell´annullamento. Con parole pesanti sul popolo viola. Accenni espliciti a un colore che non porta affatto bene. ‘È il colore delle cerimonie funebri, sarebbe meglio starne alla larga...’, ha spiegato l´ex presidente del Senato. Però Di Pietro non agita i sonni di Bersani, malgrado la totale imprevedibilità del personaggio. ‘È maggiorenne, si prenderà la responsabilità delle sue parole. Comunque sabato a Piazza del Popolo non ci sarà solo lui. Hanno aderito tanti partiti e ancora più associazioni, dall´Anpi ad Articolo 21 - spiega il leader democratico -. Tutti si riconoscono in un documento che individua la piena responsabilità di Berlusconi per il decreto’. Napolitano non deve essere messo in discussione, deve restare fuori dalla contesa. Una piccola garanzia è stata ottenuta sulla scaletta. Di Pietro parlerà, come gli altri segretari dei partiti aderenti, ma Bersani avrà l´ultima parola della manifestazione. Il suo intervento chiuderà la lista dei discorsi. ‘Se ci sono sbavature, ci dissoceremo’, taglia corto il segretario. Walter Veltroni ricorda il precedente di piazza Navona quando dalla manifestazione dell´Idv partirono bordate all´indirizzo del Quirinale per la firma sul lodo Alfano. ‘La mia rottura con l´Italia dei Valori avvenne in quell´occasione’, dice l´ex segretario. Che quindi mette in guardia il partito da un eventuale bis, sollecita il gruppo dirigente ad avere i riflessi pronti. Serviranno, perché con l´Idv le sorprese sono spesso dietro l´angolo. Raccontava il segretario regionale Stefano Pedica: ‘Abbiamo prenotato anche piazza San Giovanni, se le adesioni sono molte ci trasferiremo lì. La decisione finale oggi, prima delle 18’. L´ufficio stampa dell´Idv smentiva la "prenotazione" che però risulta in Questura. ‘Facciamo sempre così - spiega Di Pietro -. Prenotiamo tanti luoghi, in questo caso anche piazza del Duomo a Milano’. Nega di aver pensato a una manifestazione alternativa nel caso di uno stop al suo discorso. ‘Per carità, la piazza dev´essere una sola’.  

Bersani ha spiegato in tutte le salse al leader dell´Idv che la manifestazione di sabato, dopo la vittoria nei Tar e negli uffici elettorali regionali, non si può limitare al decreto salva-liste. Democrazia e lavoro sono i fili conduttori. Per questo il Pd non si fermerà a piazza del Popolo, le sue piazze saranno 100. In tutta Italia si dirà che il vero dramma dei provvedimenti ad personam è l´oscuramento dei problemi sociali, delle lacune del governo sui problemi veri dei cittadini. La frammentazione dei cortei serve a sfruttare l´appuntamento di sabato per la campagna elettorale delle regionali. E ad evitare che il Partito democratico sia associato solo all´abbraccio con Di Pietro nel corteo romano. Bersani però sembra il meno preoccupato di tutti: ‘Se non andiamo in piazza veniamo criticati perché non difendiamo abbastanza la democrazia, se ci andiamo perché siamo estremisti. Facciamo quello che sentiamo. E se manifesta la maggioranza è il colmo che non possa farlo l´opposizione. Qualcuno vorrebbe la minoranza in pantofole e il governo con gli anfibi. Beh, questo è il colmo’”. (red)

7. Partito Fini? Sarà colorato di grigio

Roma - “Il partito sulla carta c’è. È una suggestione, una tentazione, una possibilità. Ma si farà. Qualcuno dice che dipende dal voto: se il Pdl inciampa e la Polverini s’inabissa allora bye bye. Un altro sostiene che ormai è inevitabile. Gli intimi smentiscono, i meno intimi sussurrano, gli informati te lo raccontano, tutti gli altri ne parlano. Ma solo una cosa è certa: le elezioni sono uno spartiacque. Come dice un ex senatore di An: il partito di Fini è qui davanti a noi. Basta immaginarlo. Eccolo, in chiaroscuro”. Lo scrive Il Giornale, che prosegue: “Il primo problema è il colore. Non è che ce ne siano tanti liberi in circolazione. Il rosso? Occupato da almeno due secoli. Il nero? Anarchico o fascista e poi Gianfranco ha già dato. L’azzurro è di Berlusconi. Il blu confonde. Il verde se l’è preso la Lega, il bianco è della Dc e dei suoi balenotteri, il viola è giacobino, l’arcobaleno è pacifista, il tricolore va bene con la nazione ma sa troppo di Forza Italia, il marrone ricorda le camice brune, l’arancione è riformista, ucraini e Hare Krishna, il giallo è degli immigrati (e quasi quasi potrebbe andare bene). Niente mezze tinte, un partito non può andare in giro con i colori pastello, indaco, lilla o cose così. Gli elettori non capirebbero. Che resta? Resta il grigio. Magari un grigio progresso, metallico, quasi argento. Ma un grigio. Poi sopra ci puoi anche mettere la cravatta gialla. Grigio Fini. Grigio giacca di Fini. Grigio sopra con i blue jeans sotto, nel weekend. 

Sul nome bisogna lavorarci. Il partito della nazione non va bene. Sa di vintage. E poi lo ha tirato in ballo Casini quando pensava di fare il comitato di liberazione nazionale. Troppo antiberlusconiano. Servirebbe qualcosa di liberista, liberale e libertario. Ma quanto si fa pagare Pannella per il partito radicale? Non è in vendita. Il vecchio Marco, al massimo, ti cede un franchising, ma poi comanda lui. Tutto il resto è serio. Idee, uomini e identità. Il partito ha un leader e su questo non ci sono dubbi. Fini a casa sua sarà padre e padrone. Quando dice che non ha bisogno di un nuovo partito perché ce l’aveva già non bisogna credergli fino in fondo. An non era più il suo partito. Non lo sentiva come suo. Non ci si riconosceva. Fine di un amore. E certe storie non puoi tirarle avanti sperando di cambiare qualcosa. Troppo compromesse. La verità l’ha detta Granata a Micromega intervistato da Camilleri. Quel partito aveva già perso la sua identità. Si era berlusconizzato. Gasparri, La Russa, Matteoli, e via via gli altri: tutti berlusconizzati. Gli elettori? Pure. A quel punto tanto vale fondare il Pdl con lui, con Berlusconi. Aspetti, speri, poi ti scocci, litighi, non ci stai più, non ti convince più, non ti ci vedi più e pensi ad altro, al futuro. Cominci a pensare a un nuovo partito e sorridi. Ovunque vai, qualsiasi cosa fai, non ci sono santi: quelli, i colonnelli, non te li porti appresso. Il futuro riparte con Bocchino, Urso, Granata, la Perina e Della Vedova come fuori quota. Alemanno non lo vorrebbe, ma non ne può fare a meno. Quello ha i voti di Roma e le porte aperte in Vaticano. Il resto è quasi una zavorra. La scommessa è sul dopo Berlusconi. È lontano, ma Fini vuole prepararsi. Senza Cavaliere il sistema politico italiano impazzisce. La sinistra si ritrova nuda, la destra senza sole. A quel punto Fini con la sua scialuppa indica un punto fermo da cui ricominciare. Chissà se funziona. Se deve scegliersi un alleato è pronto Casini. Due cuori e due partiti. Poi un sistema istituzionale alla francese aggiusta tutto. In cambio si becca la simpatia di Caltagirone”. (red)

8. L'ira di Biden con Israele: Mina la fiducia

Roma - “Israele ha minato alla base la fiducia necessaria per le rilanciare le trattative con i palestinesi. Lo ha severamente stabilito ieri il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, al termine di un incontro a Ramallah con il presidente palestinese Abu Mazen svoltosi in un clima preoccupato per la decisione israeliana annunciata a sorpresa il giorno precedente di estendere un rione ebraico di Gerusalemme Est con 1600 nuove abitazioni. Abu Mazen, da parte sua, ha chiesto ad Israele di annullare quel progetto”. Lo scrive La Stampa, che aggiunge: “Biden ha parlato del diritto dei palestinesi a ‘uno Stato palestinese governabile e contiguo’ e di una soluzione - quella dei ‘due Stati per due popoli - a cui ‘non c’è alternativa’. E ha ammonito che ‘è compito di entrambe le parti costruire un clima di sostegno alle trattative’. Fiducia ‘minata’ dai nuovi insediamenti. Leggendo tuttavia fra le righe il testo dell’intervento di Biden appare che malgrado la palese irritazione verso il premier Benyamin Netanyahu il vicepresidente americano ritiene che sia sempre possibile dare il via ai negoziati israelo-palestinesi. Lo stesso Abu Mazen ha fatto ieri appello agli israeliani a non farsi ‘sfuggire l’occasione’. Dunque, la mediazione dell’americano George Mitchell non è naufragata. In Israele si sono visti ieri volti lunghi. ‘Abbiamo perso Biden - ha scritto Maariv in prima pagina -. L’uomo ritenuto a Washington il più vicino a Netanyahu ha ricevuto qua il solito “trattamento” dopo il quale tornerà nella sua capitale furioso, umiliato, nervoso, assetato di vendetta. Come al solito, la causa prima è stata “tecnica”. Ma vedi caso, questi incidenti tecnici si ripetono spesso’. Che negli ingranaggi del governo qualcosa non funzioni lo ha ammesso lo stesso Zvi Hauser, il segretario del gabinetto. Netanyahu ha sospettato che i progetti di Ramat Shlomo siano venuti a galla per volere del ministro degli interni Ely Ishai, leader del partito ortodosso Shas. Questi ha replicato di essere stato pure sorpreso dall’annuncio. Ma Biden non si è lasciato convincere che l’incidente fosse da attribuire a funzionari di basso rango e ha esplicitamente polemizzato contro ‘la decisione del governo israeliano’. Nel tentativo di contenere i danni dell’episodio, Israele ha ribattuto che anche i palestinesi minano la fiducia reciproca per aver progettato di dedicare una piazza di Ramallah a Dallal Mughrabi, una terrorista che nel 1978 alla guida di un commando di al-Fatah dirottò un autobus israeliano in cui morirono 35 israeliani. La cerimonia di Ramallah è stata annullata, in segno di rispetto a Biden. Nell’ufficio di Netanyahu tutti concordano comunque che la visita di Biden, che doveva segnare il recupero di relazioni cordiali fra Israele e l’amministrazione di Obama, è andata storta. Oggi Biden terrà un atteso discorso all’Università di Tel Aviv. Doveva essere un inno alla salda amicizia fra i due Paesi. Adesso Netanyahu teme che al contrario evidenzierà il fossato che lo separa dall’Amministrazione”. (red)

9. I giudici attaccano Obama: basta critiche

Roma - “Botta e risposta fra il presidente della Corte Suprema e quello degli Stati Uniti in un raro episodio di aspro confronto diretto fra il potere giudiziario e quello esecutivo. John Roberts, capo della Corte, giunto a Tuscaloosa per una conferenza all’Università dell’Alabama, affonda i colpi su Barack Obama durante il botta e risposta con gli studenti. La miccia è la domanda di un giovane che gli chiede di commentare le critiche fatte alla Corte da Obama durante l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, allorché condannò la revisione del metodo di finanziamento delle campagne elettorali in quanto aboliva i limiti alle donazioni delle corporation. ‘Con questa decisione la Corte Suprema ha rovesciato un secolo di giurisprudenza’, disse Obama, con di fronte a lui seduti i giudici togati, incluso Samuel Alito che rispose polemicamente ‘non è vero’. Allora Roberts scelse di tacere ma ora parla con voluta chiarezza: ‘Il problema è nel fatto che i discorsi sullo Stato dell’Unione sono diventati dei comizi elettorali, al punto da sollevare il dubbio se sia opportuna la nostra presenza nell’aula del Congresso’. Per rafforzare il messaggio, Roberts aggiunge: ‘Mi inquieta molto quanto avvenuto’. L’obiezione è strutturale: ‘Non ho nulla in contrario a che vengano criticate le decisioni della Corte Suprema ma c’è un problema di decoro e di immagine’. A Roberts, che fu nominato da Bush nel 2005, non piace che ‘noi giudici stiamo seduti davanti al presidente obbligati a non esprimere opinioni dai nostri regolamenti mentre siamo circondati da membri del governo che applaudono e gridano come se fossimo in campagna elettorale’. L’affondo è contro il clima partigiano che pervade il confronto fra partiti a Washington e nel quale la Corte Suprema non vuole restare imbrigliata. ‘A dimostrarlo è anche il fatto che quando il Senato deve confermare un candidato giudice gli vengono fatte domande pressanti, quesiti ai quali non può rispondere per ragioni di etica giuridica’, aggiunge”. Lo scrive La Stampa, che spiega: “La risposta della Casa Bianca arriva poco dopo dal portavoce Robert Gibbs: ‘Ciò che inquieta è la decisione con cui la Corte Suprea ha autorizzato i fondi delle corporation ad allagare le elezioni’. La tensione istituzionale è tale da far ipotizzare che il prossimo febbraio, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione di Obama, i giudici della Corte Suprema possano decidere di dare forfait con una protesta che sarebbe clamorosa. L’unico giudice che al momento diserta lo stato dell’Unione proprio per questi motivi è Antonin Scalia ma finora era rimasto isolato”. (red)

10. Brown: Un governo globalizzato contro terrorismo

Roma - “‘Il mondo ha globalizzato l´economia ma ora deve globalizzare anche la politica, se vuole evitare il ripetersi di una grande recessione come quella degli ultimi due anni. E io mi batterò per questo’. Battagliero e fiducioso, Gordon Brown entra nella volata finale della campagna elettorale con la speranza di conservare il posto: i sondaggi lo danno in rimonta sui conservatori, si moltiplicano le previsioni che, sebbene di un soffio, seppure solo formando un governo di coalizione con i liberal-democratici, il 59enne primo ministro laburista potrebbe uscire vincitore dal voto del 6 maggio prossimo. Subentrato nel 2007 a Tony Blair dopo un decennio come ministro del Tesoro, ripetutamente criticato per lo scarso carisma e il carattere irascibile, Brown recupera consensi perché la gente sembra fidarsi più di lui, per affrontare le insidie dell´economia, che dei conservatori rinnovati da David Cameron. ‘Non deluderò chi crede in me’, promette il premier in questo incontro con la stampa organizzato dalla Thompson Reuters Newsmaker”. Inizia così l’intervista di Repubblica a Gordon Brown, che prosegue: 

“Signor primo ministro, ci sono errori che si rimprovera nei lunghi anni trascorsi al governo? E quale è stato il più grande? 

‘Mostratemi un soldato che non ha commesso errori, disse Churchill, e vi mostrerò un soldato che non ha combattuto alcuna battaglia. Dunque certo che ne ho fatti anch´io. Quello che più mi rimprovero è non avere costruito un coordinamento economico mondiale, a fine anni Novanta, dopo la crisi scoppiata nei paesi asiatici, campanello d´allarme di quello che è avvenuto nell´ultimo biennio a livello globale. Non potevo farlo da solo, ma dalla mia postazione di ministro del Tesoro britannico partecipai a numerose riunioni per creare una struttura mondiale in grado di arginare il collasso dell´economia. Però non lo facemmo, non facemmo abbastanza, in ogni caso non ci riuscimmo’. 

E che lezioni ha tratto da quell´errore? 

‘Che il mondo ha globalizzato l´economia, ma ora deve globalizzare anche la politica. Occorre creare un coordinamento globale a ogni livello, perché i problemi non sono più nazionali ma internazionali. Occorre una supervisione globale non solo dell´economia, ma per la proliferazione nucleare, il cambiamento climatico, il terrorismo e la sicurezza. Il ritmo della globalizzazione richiede in ogni campo risposte globali’. 

Si candida lei a trovarle, le risposte globali? 

‘Sono stato tra i primi a battermi per una risposta globale alla crisi finanziaria ed economica degli ultimi due anni, e la risposta coordinata del G20, ovvero dei paesi che rappresentano l´80 per cento dell´economia mondiale, è servita ad arginare il problema. Ora ci stiamo muovendo, sempre a livello del G20, in vista del summit di giugno, per promuovere una regulation globale dell´economica che ci metta al riparo dal ripetersi degli eccessi che hanno provocato questa crisi. È un´iniziativa in cui credo fermamente e continuerò a battermi per portarla avanti’. 

Negli ultimi tempi lei è stato pesantemente criticato per il suo carattere. Pensa di avere una personalità migliore di David Cameron? 

‘Sta agli elettori giudicare. Alcuni dicono che le prossime elezioni saranno decise dal carattere dei due candidati. Altri dicono che saranno decisivi i nostri programmi. Per me, carattere e programma sono una cosa sola. Gli elettori devono chiedersi se vogliono un leader che dice quello che è necessario dire, non quello che alla gente piace sentire. Un leader che vuole ridurre il deficit, ma senza togliere il sostegno a un´economia che rischia altrimenti di ricadere nella recessione da cui è appena uscita. Un leader che vuole una Gran Bretagna decisa a giocare un ruolo attivo in Europa, e non propensa a richiudersi su se stessa’. 

I sondaggi ipotizzano che dalle urne esca un "hung parliament", in cui né voi né i conservatori avrete la maggioranza assoluta, ma in cui il suo Labour potrebbe governare in una coalizione con il terzo partito britannico, i liberal-democratici. Sarebbe disposto a formare un´alleanza con loro? 

‘Risponderò a questa domanda, se sarà necessaria, tra un paio di mesi. Per adesso, dico che spero e credo che il partito laburista possa vincere e governare da solo, come è ovvio che dica qualsiasi partito in campagna elettorale. Mi dispiace, ma per ora non posso rispondere diversamente’. 

Visto che ci incontriamo nella City, continuerà a sostenere e a proteggere Londra come capitale della finanza mondiale? 

‘Assolutamente sì, perché è uno dei punti di forza della nostra economia. Ne ricaviamo grandi vantaggi. Ed è un ruolo che solo noi, insieme a New York, possiamo svolgere, per la lingua inglese che è la lingua globale, per una legislazione che è un punto di riferimento internazionale in materia finanziaria, per gli alti standard di affidabilità, per la competitività e la libertà. Al tempo stesso, stiamo lavorando affinché anche altri settori della nostra economia si risollevino e giochino un ruolo importante in futuro. Per questo stiamo facendo grandi investimenti nel settore del digitale, delle biotecnologie, dell´energia sostenibile’. 

Signor primo ministro, la crisi economica è davvero superata? 

‘Il peggio della bufera è passata. Ma restano nubi sulla strada per uscirne. Ci saranno altri incidenti di percorso. Ma a mio parere siamo a un punto di svolta, sia sulla via della ripresa interna britannica, sia su quella della governance globale. Per questo dico che le prossime elezioni, qui nel Regno Unito, saranno le prime elezioni dell´era globale. E io sono qui per vince (red)

11. Salta l'ambasciatore a Bruxelles

Roma - “Franco Frattini ha destituito l’ambasciatore italiano in Belgio, Sandro Maria Siggia, coinvolto nell’inchiesta su Nicola Di Girolamo. Già richiamato d’urgenza a Roma per consultazioni la scorsa settimana, Siggia era stato sottoposto a una «inchiesta» interna. E’ stato lo stesso ministro degli Esteri ad annunciarlo, ieri, durante un’audizione alla Camera: il nome del nuovo ambasciatore a Bruxelles sarà annunciato «questa settimana o la prossima» al consiglio dei ministri”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “La scadenza dell’incarico di Siggia - 65 anni il prossimo aprile e a Bruxelles dal 14 giugno 2006, dopo una carriera che lo ha portato fra l’altro in Vietnam, Cina, Bangladesh, Germania, Perù e Senegal - era prevista a giugno. Ma la comparsa del suo nome nelle intercettazioni del caso Di Girolamo ha spinto il ministro a destituirlo. Secondo alcune testimonianze raccolte dalla Procura di Roma Siggia, nelle sue vesti di capo della nostra sede diplomatica a Bruxelles, avrebbe aiutato il senatore accusato di riciclaggio a ottenere i documenti necessari per dimostrare di essere residente in Belgio, e potere dunque essere inserito nelle liste Pdl della circoscrizione Europa, alle elezioni del 2008. L’inchiesta della magistratura ha dimostrato che l’indirizzo autocertificato da Di Girolamo in Belgio era una residenza di comodo. Una frase agli atti dell’inchiesta romana, in particolare, è imbarazzante per Siggia: ‘Attraverso i contatti del Mokbel (considerato dal giudice per le indagini preliminari il capo del gruppo criminale che ha sottratto 365 milioni di euro al fisco, ndr) con Stefano Sandrini e Gianluigi Ferretti viene individuata Bruxelles come città dove organizzare la finta residenza all’estero del Di Girolamo, in quanto Andrini conosce bene l’ambasciatore a Bruxelles». Dopo la pubblicazione di una sua conversazione con il senatore sotto inchiesta, intercettata dalla magistratura, Siggia era stato richiamato a Roma: ufficialmente per non mettere in imbarazzo il Capo dello Stato, in arrivo a Bruxelles per una visita ufficiale. Di fatto, per essere sottoposto a un’indagine interna che ha portato alla sua destituzione, annunciata da Frattini durante un’audizione organizzata per illustrare la riforma della Farnesina, che dovrebbe diventare operativa entro l’estate. Il progetto prevede la diminuzione del numero delle Direzioni generali, che hanno ora competenze geografiche e tematiche, e che saranno divise per «macroaree tematiche, coincidenti con le grandi priorità della nostra politica estera»: Affari politici e sicurezza, Mondializzazione e questioni globali, Promozione del sistema Paese e Unione europea, alle quali si aggiungono due Direzioni già esistenti: per gli italiani all’estero e per la Cooperazione allo sviluppo”. (red)

12. Delors: Europa guidi economia o rischia declino

Roma - “Quando sento che all´ultimo Consiglio europeo si è parlato di governo comune dell´economia, mi viene da ridere. Si passa da un eccesso all´altro. Non ho mai creduto che l´Unione politica fosse alle porte. Né ho mai chiesto un governo economico. Ma un coordinamento delle politiche economiche, quello sì. È indispensabile. Il vero tallone d´Achille dell´Europa è la mancanza di cooperazione. E se non c´è cooperazione, c´è declino’. A 85 anni, Jacques Delors non ha perso quel magico mix di realismo quasi cinico e di idealismo quasi religioso che hanno fatto di lui uno dei Padri dell´Europa e senza dubbio l´artefice più efficace della sua integrazione”. Inizia così l’intervista di Repubblica a Jacques Delors, che prosegue: 

“Anche il Presidente della Repubblica Napolitano ha espresso recentemente la sua preoccupazione per il futuro dell´Europa. Siamo davvero condannati al declino? 

‘Se non c´è cooperazione, lo ripeto, temo di sì. Sarà un declino lungo, intendiamoci, perché partiamo da un livello molto alto. Ma sarà inevitabile’. 

Napolitano crede ancora nella possibilità di una piena integrazione politica. Lei, invece, sembra più scettico. 

‘Quando nell´89 presentammo il "Rapporto Delors" che fu alla base dell´unione monetaria, la parte dedicata all´economia era più importante di quella dedicata alla moneta. Contrariamente a quello che sostengono certi osservatori anglosassoni un po´ prevenuti, ero e sono convinto che si potesse fare l´unione economica e monetaria senza bisogno di avere un´unione politica. All´unione politica non ho mai creduto: le divergenze in politica estera erano troppo importanti, come poi la guerra in Iraq ha dimostrato. Ma la moneta unica non può sopravvivere senza un forte coordinamento delle politiche economiche’. 

E lei ci ha provato? 

‘A Maastricht ho perso un battaglia. Avevo chiesto che tra i criteri ce ne fossero due sul lavoro: disoccupazione giovanile e lavoratori oltre i sessant´anni. Ma li hanno bocciati. Sono rimasti solo parametri relativi ai bilanci pubblici. Nel ‘97, come presidente di Notre Europe, ho proposto che si desse vita a un coordinamento delle politiche economiche che bilanciasse il potere della Banca Centrale europea. Ma i tedeschi non hanno voluto, per paura che facesse ombra alla Bce. E questo è il risultato’. 

Era prevedibile, secondo lei? 

‘Lo pensavo allora e lo penso adesso: si può avere una moneta unica senza unione politica, ma non senza un vero coordinamento delle economie. Nel Libro bianco del ‘93, avevamo proposto gli eurobond e un piano di grandi lavori pubblici europei. E´ stato approvato dai capi di governo, ma non si è fatto nulla. I ministri delle finanze non ne hanno mai voluto discutere. Se oggi avessimo gli eurobond, potremmo acquistare denaro al tre, tre e mezzo per cento e prestarlo alla Grecia, che invece paga il cinque e mezzo, sei per cento di interessi. Anche la speculazione, di fronte a titoli di Stato europei, si darebbe una calmata’. 

Secondo lei i mercati speculano contro l´Europa? 

‘Il grande business internazionale, soprattutto quello di matrice anglosassone, non ha mai amato l´euro. Era scettico prima. Ostile dopo. Ancora oggi esiste un rancore degli anglosassoni contro la moneta unica europea. Vergognoso, se si pensa ai miliardi che abbiamo perso per salvare il loro sistema’. 

E perché è successo tutto questo? Perché l´unione economica non è mai nata? 

‘E´ venuta meno la voglia di cooperare. La maggior parte dei capi di governo ignora come funziona l´Europa e disprezza il metodo comunitario. Lasciamo pure stare Kohl e Mitterrand, ma l´euro è stato tenuto a battesimo anche da leader come Lubbers, Andreotti, Dehaene. Il progetto europeo è stato colpito da due fattori: la mondializzazione e il culto dell´immediato. I mass media ogni giorno rincorrono una nuova emergenza, come se quella del giorno prima fosse risolta. I cittadini sono persi tra la dimensione locale e quella mondiale e per molti di loro la risposta identitaria è quella del localismo e del populismo. E i governi li assecondano e li inseguono. Nessuno più ha la capacità culturale di indicare l´Europa come un modello a cui rifarsi. Abbiamo perso la memoria di dove veniamo. Come possiamo avere la visione di dove vogliamo andare?’. 

I governi inseguono gli elettori: non è questa la democrazia? 

‘Guardi, da Mendes France ho imparato una grande lezione: è meglio perdere una elezione che perdere l´anima e il senso della propria direzione. Una elezione si può rivincere dopo cinque anni, che vuole che sia? Ma se si perde la bussola, o se si perde l´anima, per ritrovarle ci vogliono generazioni’. 

E l´Europa? Come si esce da questa crisi? 

‘Bisogna ristabilire l´equilibrio tra l´unione economica e quella monetaria. Occorre che i membri del club dell´euro accettino di mettere in discussione le loro strutture economiche. I governi devono scegliere. O dicono "ne abbiamo abbastanza", e allora si torna alle monete nazionali. Oppure si sceglie di restare nella moneta unica, ma allora si condividono davvero le politiche economiche. L´euro ci ha protetto, anche da grosse stupidaggini. Ma non ci ha stimolati. Può anche darsi che a bordo della moneta unica ci fossero un paio di clandestini, come la Grecia o la Spagna, che non avevano pagato il biglietto per intero. Ma è anche vero che chi sta al timone, come la Germania, non ha dovuto subire svalutazioni competitive e ha potuto migliorare la propria competitività a spese degli altri’. 

E allora? 

‘Allora, come sempre, bisogna ripartire dai piccoli passi. Non chiedo grandi fughe in avanti. Un po´ di riavvicinamento delle politiche fiscali. Un po´ di investimenti comuni nella ricerca. Una politica unica dell´energia. Occorre ripristinare il metodo comunitario. Quando sento che si vuole riunire il Consiglio europeo tutti i mesi, mi sembra che si voglia riproporre la Società delle Nazioni. Non è questa l´Europa che funziona’. 

Dica la verità, presidente, lei un po´ si vergogna di questa Europa? 

‘I nostri Paesi sono davvero in pericolo di perdere la loro identità e il loro livello di vita nei prossimi vent´anni. Vergognarmi? Non so. Ma non avrei mai creduto che si sarebbe arrivati ad una situazione così difficile’. rle. Non deluderò’”. (red)

13. Pil giù del 5,1%, ma riparte l’industria

Roma - “L’Istat corregge al ribasso i calcoli e dopo il provvisorio diffonde il dato definitivo sulla recessione dello scorso anno: nel 2009 il Prodotto interno lordo è diminuito del 5,1%. Per l’economia italiana è il risultato peggiore di sempre anche se il riferimento resta il 1971, anno della prima misurazione statistica. Non consolano le notizie provenienti da Parigi dove gli economisti dell’Ocse hanno messo in luce come l’Italia, ormai al ventesimo posto su 30 per il Pil pro capite, rischi di essere nel medio e lungo termine tra i paesi più colpiti dalla crisi con un taglio di 4,1 punti del Pil (di cui 1,9 causati per la disoccupazione) rispetto ad un calo medio per il resto di Eurolandia di 3,9 punti. Il fatto è che, scrive l’Ocse, ‘i risultati dell'Italia sulla produttività sono rimasti mediocri’. Eppure è proprio su questo fronte che ieri sono arrivati gli unici segnali positivi: in gennaio, infatti, la produzione industriale è aumentata del 2,6% rispetto a dicembre 2009 ed è diminuita del 3,3% rispetto a un anno prima. Se però si corregge tale variazione sulla base dei giorni effettivamente lavorati, si registra un aumento dello 0,1% che è, dice l’Istat, il primo dato tendenziale positivo dall'aprile del 2008. È ‘un’ulteriore conferma dell’avvio della ripresa’ afferma il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, sottolineando che l’Isae ha stimato un aumento del 3,5% della produzione nel primo trimestre. Diversamente per Susanna Camusso, segretaria confederale Cgil, ‘il crollo della produzione industriale resta drammatico’. Secondo Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria ‘è necessario concentrarsi sulla crescita: bisogna soprattutto investire in ricerca, innovazione, scuola e infrastrutture, ridurre la spesa pubblica improduttiva, trovare risorse per abbassare le tasse su lavoratori e imprese’”. Lo scrive il Corriere della sera, che prosegue: “La recessione ‘ha lasciato profonde cicatrici’ scrive nel rapporto Ocse il segretario generale Angel Gurria. Cicatrici che, aggiunge il capo economista dell’organizzazione parigina, Pier Carlo Padoan ‘resteranno visibili per molti anni ancora’. Soprattutto per l’Italia a cui l’Ocse raccomanda di ridurre le tasse su lavoro e pensioni, di ampliare le deduzioni Irap e di porre fine ai condoni fiscali, di riprendere a privatizzare e di abolire, laddove esiste ancora, la golden share e rafforzare l'Antitrust. E poi ancora di ‘migliorare il tasso di scolarizzazione’, visto che l’Italia ha la più bassa mobilità sociale, e di riformare la governance delle imprese. Quanto alle azioni anticrisi infine, intesa raggiunta ieri sul provvedimento incentivi dopo un vertice col premier Silvio Berlusconi: il decreto che dovrebbe stanziare 300-350 milioni di bonus all’industria sarà varato la prossima settimana”. (red)

14. Ecco perchè Sparkle non va commissariata

Roma - “Il numero uno della Telecom, Franco Bernabè, difende le gestioni che lo hanno preceduto di Marco Tronchetti Provera e di Guido Rossi, e così difende se stesso. E soprattutto rinfresca un principio giuridico, che se dovesse venire accolto, avrebbe grandi ripercussioni nel futuro. Il principio è molto semplice e per molti versi forse banale: non è detto che il presidente, o il consiglio di amministrazione, sia automaticamente e oggettivamente responsabile di una reato commesso all’interno della propria azienda o da propri dirigenti infedeli. Insomma, può capitare che una truffa sia fatta senza che il capo lo sappia. Stiamo ovviamente parlando della vicenda Telecom Italia Sparkle, per la quale sono state indagate più di cinquanta persone, e che avrebbe generato quasi due miliardi di fatturato fittizio e circa 350 milioni di finti crediti d’Iva. Ma andiamo per ordine. I legali di Telecom, la professoressa Paola Severino e il professor Filippo Minacci, hanno costruito una difesa di una trentina di pagine, di cui il Giornale, è venuto in possesso, che cerca di allontanare lo spettro dell’interdizione e dell’eventuale commissariamento della società Telecom Italia Sparkle. In Italia, infatti, da qualche anno c’è una legge, la 231, che disciplina la responsabilità amministrativa degli enti per gli illeciti commessi dai suoi esponenti di vertice. Si tratta di una bomba. Scrivono gli avvocati di Bernabè: ‘Mentre la misura cautelare personale comprime ma non annulla definitivamente la libertà dell’individuo, al contrario l’interdizione nelle sue varie forme e ancorché disposta per un periodo limitato è idonea a produrre effetti letali non voluti e quindi estranei e sproporzionati rispetto alla finalità della cautela’”. Lo scrive Il Giornale, che spiega: “Abbastanza chiari: se colpite Sparkle (ma il discorso vale ovviamente anche per Fastweb, sotto tiro per la medesima norma) rischiate di far fuori, uccidere legalmente una persona giuridica. Insomma una condanna di morte, senza ancora un giudizio definitivo. E per di più ad anni di distanza dal reato commesso. Gli avvocati di Telecom sostengono, inoltre, che oggi ‘manca del tutto il pericolo di reiterazione dell’illecito amministrativo’. Si tratta anche in questo caso di posizione tutta da valutare. Basti pensare che per la medesima inchiesta sono in carcere (è il caso del fondatore di Fastweb Scaglia) manager che non sono più in azienda da anni e che per di più si sono presentati con le loro gambe alle porte della cella. Se la durezza dei magistrati colpisce le persone fisiche, c’è da temere che altrettanta intransigenza possa toccare anche alle meno ‘sensibili’, nel senso di umane, persone giuridiche. Ma questo è ovviamente un altro discorso. Ritorniamo alla difesa di Sparkle. Posto che la legge è in grado di prevedere una pena di morte per gli enti, i due professionisti si sono affrettati a elencare tutte le precauzioni che Telecom aveva adottato nel passato per evitare comportamenti truffaldini dei suoi dipendenti. Insomma, più chiaramente e semplificando: la 231 ti porta al patibolo, ma c’è una via d’uscita. Essa nasce quando un’azienda può dimostrare di aver fatto tutto quanto in suo potere per evitare il generarsi di una truffa. D’altronde anche nelle migliori famiglie ci può essere un figlio birichino. Ecco, gli avvocati di Bernabè hanno costruito la loro difesa non già negando l’esistenza del figlio birichino, ma cercando di dimostrare che Telecom era la migliore famiglia possibile, in termini di controlli e accortezze. Severino e Dinacci scrivono: ‘Sparkle ha adottato sin dal 3 novembre del 2003 (gestione Tronchetti per intendersi) e dunque in epoca antecedente gli illeciti contestati, un modello organizzativo volto a prevenire il compimento di reati che possano dare luogo a responsabilità ex 231 della Società’. Insomma, Tronchetti Provera e i suoi avevano già costruito in tempi non sospetti una diga. E si elencano tutte le previsioni: il codice etico, i principi generali di controllo interno, i principi di comportamento, i sistemi di controllo, il sistema disciplinare e un organismo di vigilanza. Quest’ultimo organismo di vigilanza non era una barzelletta (come spesso sono i codici etici, che tutti sottoscrivono), ‘ma si poteva avvalere di tutte le strutture interne della società e del Telecom Italia Audit’. Vabbè il concetto è chiaro. Così come l’innervosimento di qualcuno che è arrivato a leggere fino a questo punto. Ma come, si chiederà il lettore, tutte queste previsioni, questi orpelli organizzativi e le truffe come si sono realizzate? Ecco, questo il punto. Tutta la 231 e l’impalcatura di cui abbiamo parlato in perfetto stile bizantino in realtà non possono mettere una società al riparo da comportamenti truffaldini di un proprio dipendente. Ma può garantire che ciò non sia fatto con la connivenza dei vertici. È esattamente il punto su cui insistono gli avvocati di Bernabè. La Telecom da anni aveva un sistema di controlli talmente ben fatto, che gli eventuali illeciti commessi, sono stati fatti con i vertici della società necessariamente inconsapevoli, Ecco perché non si deve interdire Telecom Sparkle: essa è vittima dei truffatori perché ex ante ha fatto di tutto perché non si verificassero truffe”. (red)

15. Un giro di escort per la cricca

Roma - “Un giro di escort d´alto bordo, circa 350, con tanto di nomi e cognomi e con tariffe che oscillavano tra i 500 ed i 700 euro, è finito nel grande calderone dell´inchiesta sul G8 della Maddalena, sui Grandi eventi e sulla Scuola marescalli di Firenze. Escort pagate dagli imprenditori amici della "cricca" (Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola), i costruttori Diego Anemone, Guido Ballari ed altri in corso di identificazione da parte dei carabinieri del Ros e dei magistrati delle procure di Perugia e di Firenze. Escort sparse ed a disposizione in tutta Italia per i principali funzionari pubblici arrestati tranne che per Angelo Balducci che, come hanno messo in luce le intercettazioni telefoniche, aveva un altro giro, quello gestito dal corista del Vaticano (subito messo alla porta quando è venuta fuori la storia), che procurava a Balducci uomini, soprattutto di colore, che si prostituivano. Fino ad ora le escort citate nei faldoni della monumentale inchiesta di Firenze e Perugia, erano tre o quattro. Le loro apparizioni sono documentate dalle intercettazioni telefoniche relative ai viaggi di Fabio De Santis e Mauro Della Giovanpaola a Venezia, i due funzionari pubblici arrestati”. Lo scrive La Repubblica, che prosegue: “Tra di loro le chiamavano ‘zoccole’, ma all´imprenditore Diego Anemone costavano come squillo di lusso, anche 5 mila euro a incontro. Ma il giro scoperto è molto più grosso, centinaia di escort di lusso da portare dovunque, ai ricevimenti, alle serate ufficiali, alle inaugurazioni ed ai sopralluoghi dei lavori del G8 tra Sardegna, Lazio e Toscana. Ragazze di varie nazionalità (russe, ucraine, venezuelane, cubane) ben inserite nella Roma bene con un ampio carnet di clienti facoltosi: attori, calciatori, politici e, naturalmente i grandi funzionari dei lavori pubblici dei vari ministeri. Più volte i carabinieri del Ros, nelle loro intercettazioni, hanno ascoltato Fabio De Santis intrattanersi con amici mentre si dilungava in racconti piccanti ed esaltava la qualità delle prestazioni di varie squillo. Ed è proprio seguendo De Santis che gli investigatori hanno scoperto un´altra storia molto curiosa per via della quale il funzionario del ministero avrebbe potuto passare guai seri. La storia è questa. L´imprenditore Guido Ballari, anche lui beneficiato dalla "cricca" si adopera per trovare a Fabio De Santis una escort particolare, nel quartiere della Balduina a Roma. Contatta la escort, stabilisce il prezzo (oltre 500 euro) e poi dà l´indirizzo a De Santis. Il funzionario va all´appuntamento e dopo qualche ora va via lasciando la escort a casa. Alcuni minuti dopo Ballari chiama al telefono De Santis e lo informa di essere scampato ad un serio pericolo: ‘Minchia Fabio, siamo stati fortunati, cinque minuti dopo che sei uscito da quella casa è rientrato il marito’. ‘Il marito di chi?’ domanda De Santis: ‘Della zoccola che sei andato a trovare...’. La donna era una escort-casalinga che svolgeva il lavoro, stando alle intercettazioni, all´insaputa del marito. Non sono soltanto Diego Anemone e Guido Ballari, ad aver pagato le prestazioni delle escort. Altri imprenditori amici della "cricca" si sarebbero adoperati per procacciare ragazze agli amici dei ministeri. Di certo, seguendo il filo delle intercettazioni, gli investigatori sono arrivati a Venezia dove De Santis e Della Giovampaola erano andati al Festival del Cinema. In quell´occasione Diego Anemone incarica il fratello Daniele di rallegrare la serata dei due. Daniele Anemone contatta Simone Rossetti (l´organizzatore della serata di massaggi al Salaria Sport Village per Guido Bertolaso) e gli chiede di ingaggiare due escort da mandare in laguna. C´è qualche difficoltà ma alla fine la risposta via sms è rassicurante: ‘Due zoccole per Venezia si rimediano, non c´è problema’. Quella serata a Diego Anemone costa intorno ai 5 mila euro: 1.500 per l´albergo, e 1.500 a testa per le due escort alle quali viene chiesto di vestirsi in modo elegante. Rossetti rassicura: ‘Ci ho una russa, occhi azzurri, capelli biondi, avrà poco più di 20 anni. E poi queste russe parlano poco, non sbroccano e non fanno casino’. Qualcuno ha fatto anche una classifica sugli "utilizzatori finali" del giro di prostitute. Ha vinto Fabio De Santis: oltre 150 "contatti" con le escort, soltanto nel periodo delle intercettazioni”. (red)

16. Stop alla cassa integrazione lunga

Roma - “L´allungamento della cassa integrazione non ci sarà: approvato con un emendamento bipartisan dalla Commissione Lavoro alla Camera, già contestato dal ministro Sacconi, il provvedimento è stato definitivamente affossato dalla Ragioneria Generale dello Stato. Di quei sei mesi di copertura in più (le settimane dovevano passare dalle attuali 62 a 78) non se ne farà nulla. La Ragioneria ha fatto sapere che l´allungamento non ha copertura: mancano gli 850 milioni all´anno necessari a garantirla. Non solo, commenta la Ragioneria: l´aggiunta sarebbe andata a tutto vantaggio dei settori già tutelati e sottrarrebbe risorse alle piccole imprese che possono usufruirne solo in parte. 

Bocciato quindi il testo che aveva messo d´accordo maggioranza e opposizione, il governo tenta di rifarsi grazie ad un passo avanti sugli incentivi ai consumi. Dopo i contrasti dei giorni scorsi Tremonti, ministro dell´Economia, e Scajola, dello Sviluppo, hanno trovato un accordo sulle risorse da mettere nel piatto: dai 300 ai 350 milioni. Il provvedimento, dunque, dovrebbe arrivare al Consiglio dei ministri la prossima settimana anche se la Marcegaglia, leader di Confindustria, resta scettica: ‘Di misure di sostegno se ne parla e non si decide mai - ha detto - siamo preoccupati e delusi’”. Lo scrive La Repubblica, che aggiunge: “Basteranno questi interventi per far fronte alla crisi? A sentire l´Ocse no. Al contrario di certe ottimistiche letture, l´organizzazione non pensa affatto che stiamo meglio degli altri: l´Italia - assicura - è uno dei paesi più colpiti dalla crisi. Ventesimi fra i trenta paesi Ocse quanto a Pil pro capite, se non ci diamo una mossa rischiamo di scivolare ulteriormente. I numeri messi in fila nel rapporto ‘Obiettivo crescita 2010’ parlano chiaro. Considerando gli effetti sul lungo periodo, mentre la media dei paesi Ocse pagherà la crisi con un taglio del 3,9 per cento del Pil, per l´Italia lo scotto sale al meno 4,1 (peggio di noi, in Europa, solo Polonia, Irlanda e Spagna). Né per il futuro sono previsti miglioramenti, a partire dalla produttività: ‘i risultati italiani sono mediocri - recita il rapporto - anzi lo scarto con la fascia alta dei paesi Ocse è aumentato’. Che fare? I consigli dati sono tanti. Prima di tutto abbandonare la politica dei condoni e procedere piuttosto ad una potente lotta contro l´evasione fiscale. Poi abbassare i contributi e le tasse, quelle sul lavoro e sulle pensioni sono ‘troppo elevate’. Un esempio: per una persona sposata, con medio reddito e due figli, si arriva al 35 per cento, contro una media Ocse del 27. Ancora: accelerare le privatizzazioni, quelle delle public utilities in particolare, e rafforzare l´Antitrust per garantire la concorrenza. Che le cose non siano messe bene lo conferma anche l´Istat: è vero che c´è stata una lieve ripresa della produzione industriale (a gennaio più 2,6 per cento rispetto a dicembre), ma nel 2009 in Pil ha perso il 5,1 per cento”. (red)

Mine vaganti

Prima Pagina 10 marzo 2010