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Il grande partito del "non voto"

Il tema del voto, meglio, del non voto, è stato sollevato giorni addietro su queste stesse pagine da Alessio Mannino e ha suscitato non poco riscontro, in termini di contatti, email ricevute e commenti.

Torniamo brevemente sull'argomento - Massimo Fini, in uno dei suoi libri di maggiore successo, ovvero "Sudditi", ha scritto in merito parole praticamente definitive. 

Partiamo dall'assunto, naturalmente, che un tema del genere interessi unicamente chi non trova, tra i partiti, le liste e le coalizioni che si presentano a una qualunque tornata elettorale, qualcosa che si avvicini anche lontanamente alle idee che gli sono proprie. In caso contrario è inutile insistere: se c'è qualcosa per cui ci si sente di poter e dover votare il discorso non si pone.

Per tutti gli altri invece la cosa è rilevante.

Se non vi è nulla che si avvicini, neanche per sbaglio, a ciò che si intende portare avanti, i casi sono due: si vota per il meno peggio oppure non si vota affatto. 

C'è un terzo caso, che vale la pena chiarire immediatamente: andare a votare e annullare la scheda. Partiamo da quest'ultimo, visto che descrivere l'impatto di tale scelta è di una semplicità assoluta. Dunque, chi decide di andare a votare, ma senza accordare preferenza ad alcuno (ovvero annullando la scheda) ottiene due risultati. Il primo del tutto inutile, il secondo - dal nostro punto di vista - dannoso. L'inutilità risiede nel fatto che il proprio disappunto - annullando la scheda - non viene rilevato in alcun modo. Né nelle percentuali di voto, né nei commenti televisivi e sui giornali, né in termini di spostamento di voto da una parte o da una altra di quelle presenti. Il secondo effetto - che ci importa da vicino - è che l'unica cosa che viene invece rilevata, dunque che ha effetto, andando a votare (anche se annullando la scheda) è l'inclusione nella percentuale dei votanti. In parole molto semplici, la propria scheda annullata viene conteggiata nel totale della percentuale di votanti aventi diritto che si sono recati alle urne. Ovvero che hanno preso parte al gioco. Ci si è recati a votare (anche se in profondo disaccordo con le votazioni e con le forze politiche che vi hanno preso parte) e dunque si rientra nella percentuale di chi ha votato. 

Entrando nella percentuale dei votanti si entra nel numero di chi riconosce la votazione fino al punto da prenderne parte. Aver annullato la scheda, politicamente non conta. Conta invece, appunto, nel dato della affluenza alle urne. Dunque nel numero di chi - questo viene comunicato - ha votato per uno, per un altro o per un altro partito ancora.  

La conclusione logica è che pur essendo in potenza un voto di protesta, si viene conteggiati come un voto tradizionale (in qualche caso proprio non assegnato, in qualche altro caso diviso equamente in base alle percentuali finali di voti utili e dunque assegnato a una forza politica che pure non si è prescelta).

Vediamo gli altri casi, brevemente.

Il primo è di chi vota per il meno peggio: non c'è alcuna preferenza decisa, ma si decide di dare il proprio voto personale a chi si ritiene meno peggio dell'altro. Sul "quanto" meno peggio è inutile insistere: al di là di buotade di campagna elettorale, ci sono alcuni punti (nella nostra ottica) da tenere bene a mente, eventualmente, per accordare un voto: posizione sull'economia della forza di turno, posizione sulla politica estera, posizione sullo stato (sociale), dunque politica interna. Questi i punti che, per un verso o per un altro, includono tutti gli altri.

Quali sono le forze che si avvicinano di più alla nostra idea politica su questi punti? Meglio, visto lo stato attuale, quali sono quelli che vi si discostano meno?

A questo punto si voterà per il meno peggio. Con una evidente implicazione: si voterà affinché nulla cambi. Votare per il meno peggio significa accettare le regole del gioco fino al punto di accordare il proprio voto - che un valore, innegabilmente, lo ha, visto che è una cosa personale alla quale speriamo tutti diano il giusto valore -  a qualcuna delle forze in campo che tali regole, per un verso o per un altro, hanno scritto. Significa perpetrare questo sistema, visto che si vota una forza all'interno di questo sistema, e significa avallare le regole del gioco. Una forza o una altra, da diversi decenni, si sono sempre comportate nel medesimo modo, e hanno - tutte, visto che al governo, in un modo o in un altro, ci sono andate prima o poi tutte - perpetrato né più né meno che lo stato attuale delle cose. Votandole, le si legittima impunemente e costantemente a farlo ancora. Votare per il meno peggio, insomma, è sentirsi parte di questo stato delle cose. 

Chi non vota, invece? Politicamente non ottiene nulla, chiariamolo subito. E per di più, altri avranno deciso per noi. Il che significa anche, però, che chi non ha votato, non avrà contribuito attivamente, con il proprio voto personale, al corso delle cose. Il che, fosse anche solo una questione di coscienza personale, ha il suo valore, ammetterete. 

Togliamoci dalla mente, poi, che il non voto sia menefreghismo, perché è vero esattamente il contrario: chi ragiona così a fondo sul proprio voto, chi gli dà un valore tanto alto da non accordarlo a chi non lo merita è, esattamente al contrario, qualcuno che "pesa" il proprio voto esattamente come andrebbe fatto.

È uno che decide di non scendere su un campo di gioco in cui le regole sono truccate. Metaforicamente, è uno che decide di non prendere parte a un campionato di venti squadre dove si sa già dall'inizio che a vincere sarà una o una altra. Due in tutto e non una di più. Le altre diciotto? Servono a tenere in piedi il campionato, gli sponsor e a far vendere biglietti. Ma la classifica è già decisa, una delle due, di quelle pre-scelte, vincerà il tutto. E manterrà le regole del campionato successivo allo stesso modo (o con poche irrilevanti differenze). 

Ora, fuori di metafora, decidere di partecipare e di fatto legittimare questo stato delle cose con la propria partecipazione può essere al momento evitato unicamente non andando a votare. Non recandosi proprio alle urne. 

Si entrerà, in questo modo, nel numero del "partito" dei non votanti. Persone che, sia chiaro, come abbiamo detto, almeno per quanto ci riguarda non sono non interessati al voto. Al contrario sono tanto interessati da non concederlo a chi non lo merita, da non legittimare chi trucca le regole, da non voler entrare nel numero di quelli che, votando, legittimano la perpetrazione dello status quo, da non voler essere complici attivi dello stato delle cose. 

Per chi avversa in modo radicale questo modello politico (e non solo) non può valere neanche il ragionamento diffuso secondo il quale, visto che al di fuori la battaglia è difficile, tanto vale combatterla dall'interno, anche tappandosi il naso.

Perché una cosa è certa: se dall'esterno la cosa è difficile, difficilissima, ebbene può portare in ogni caso a un risultato, anche se lontano nel tempo. Lottare all'interno, invece, in un sistema truccato, non porta da nessuna parte: continua a far girare su se stessi. E per sempre stavolta, per giunta. 

La percentuale dei non votanti, infatti, dal punto di vista pratico, al momento non conta nulla. Se non a contarsi. Attenzione: a contarsi. Ci sarà differenza, nella presa di coscienza della affezione o meno alla politica - a questa politica - se a una tornata elettorale avranno votato e legittimato questo sistema l'80% degli aventi diritto oppure il 30%?  

Il che serve a poco, naturalmente: anche votasse il solo 10% degli aventi diritto, le elezioni sarebbero comunque valide, visto che non c'è il quorum come in un referendum (ma non è diabolico - e di per sé, decisivo, per capire la situazione - questo?).  

Ebbene, il lavoro metapolitico e culturale che facciamo - che tutti dovrebbero fare - è esattamente quello di far aprire gli occhi a quante persone ci riesce di raggiungere in modo da rendere il partito dei non votanti più grande possibile. Arriverà forse, poi, un giorno, qualche nuova forza politica a essere in grado di intercettare chi a questo sistema non crede, chi non vota, chi non legittima lo stato attuale delle cose. Finché tutti andranno a votare per le forze in campo, nessuna nuova realtà politica potrà farsi largo. 

Nel frattempo però, visto che altro non possiamo fare, noi (almeno) non saremo stati complici. 

Valerio Lo Monaco

 

 

Secondo i quotidiani del 15/03/2010

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