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Boris: l’antifiction

La “fiction”, l’arma di distruzione di massa cerebrale, il ritrovato definitivo di quella che il mitico Bonvi nelle Sturmtruppen chiamava “l’arma finale del dottor Goebbels”. La “fiction”, termine cool che ha ucciso la parola “sceneggiato”, un tempo fiore all’occhiello della Rai che in “Boris” viene chiamata “La Rete”.  

Boris l’antifiction, dunque, esilarante serie arrivata alla terza stagione su FX piattaforma Sky. D’accordo il satellite va pagato, ma così è anche per il digitale terrestre, quella “avanzatissima tecnologia superatissima gratis” che ci fa vedere male pagando quello che prima si vedeva bene gratis. “Cielo”, genialata di marketing per chiamare il canale di Sky sul digitale, però ci permette di vedere “gratis” le stagioni passate facendo quello che fanno i canali del Presidente, che si fa altrettanto pagare sul quel digitale, spacciatoci ipocritamente per gratis, le anteprime dei telefilm che poi spaccia in chiaro.  

Per definire in breve “Boris”, si può dire che sta alla fiction come Fantozzi stava all’imprenditoria nazionale. Anche “Boris” porta al parossismo, al grottesco le situazioni, ma, come Fantozzi, con un profondo sostrato di verità. Ad esempio, nella prima serie, l’attrice principale è soprannominata “Cagna” dal regista per come recita, ma è intoccabile perché maestra dell’arte della fellatio, praticata al responsabile della Rete e quindi rispettata al contrario del personaggio dell’attrice realmente brava della terza serie. 

Sia chiaro “Cagna” come personaggio, perché come recitazione sono impeccabili tutti, e anche questo, visto lo stato della fiction e del cinema, è una provocazione, forse la più grossa. Tutti sono in parte e riescono anche nell’ardua impresa, per un bravo attore, di recitare male. Su tutti spicca Francesco Pannofino (Il regista René Ferretti) su un cast di attori tutti bravissimi. Attori veri, cosa rara nell’Italia della “fiction” e non solo della “fiction”. Deliziosa è anche Caterina Guzzanti, matura anche come attrice e non più solo come cabarettista, chissà che un giorno non riesca a dimostrare le sue potenzialità anche in un ruolo drammatico. 

Puntate brevi, ma intense, che svelano i “misteri” del pressappochismo televisivo, sul cinismo dell’audience, sul non poter fare qualità, che ferisce soprattutto se si ama la macchina da presa e non la si vive come politica e indici di ascolto, ma non di gradimento e passione. Una produzione di quelle che si potrebbero definire “intelligenti”, una Tv che riesce a dare soddisfazione anche ai cinefili più spocchiosi, essendo infarcita di preziose citazioni, sparse con leggerezza senza che pesino nella narrazione. 

Boris forse è il miglior modo di capire i meccanismi perversi che regolano le produzioni televisive di oggi, ma che, nel mostrare l’impossibilità di fare Tv di qualità, contraddice se stesso perché Boris è televisione di qualità. Unire critica e pubblico non è una missione impossibile: è “La” missione.

 

Ferdinando Menconi

 

Nessuno replica a Berlusconi?

Secondo i quotidiani del 17/03/2010