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Contro la famiglia

La famiglia è una sciagura. Deleterio quel suo protettivo grembo materno che, salvando i figli, senz’arte né parte a trent’anni suonati, li perde in una vischiosa, eterna adolescenza. È questo nuovo “familismo amorale” – da madre che divora la prole – la causa prima del “bamboccismo” dilagante. Coccolati, vezzeggiati, viziati, i ragazzi crescono imbranati, paurosi e supponenti. Psicologicamente e socialmente castrati. Completa l’opera l’altra Grande Madre, la macchina schiavistica del mercato e del consumo, che uccide ogni slancio vitale attraverso quel crimine di massa che è la precarietà lavorativa e quella sua suadente pedagogia fatta di frigoriferi pieni e giornate vuote. È in atto la svirilizzazione di un’intera generazione maschile, e una corrispondente de-femminilizzazione delle ragazze fra le quali è raro trovare una che sappia cucinare, che abbia voglia di attendere alle faccende domestiche, che intenda i figli non soltanto come una necessità biologica (la natura si fa sentire più forte nelle femmine) ma come progetto di vita a lungo termine. 

Ed è proprio questo il nucleo del problema. Con la famiglia-tana, la famiglia-gabbia, la famiglia-albergo, un giovane non acquisisce le doti per progettare un’esistenza autonoma: la capacità di prevedere e affrontare i rischi, la tenacia della volontà, l’assunzione di obbiettivi di fondo, la sopportazione di sacrifici e privazioni. E, a coronare e irradiare d’energia il tutto, la fede – la fiducia – nel senso che ciascuno attribuisce alla propria vita. Un senso che il bamboccio ostaggio di mamma e papà fa fatica a mettere a fuoco, se ogni fatica sudata per sé e da sé gli viene sottratta dall’amorevole, malefico, aiuto dei genitori. 

Dice (a dirlo sono soprattutto i cattolici): ma senza la sacra famiglia, questi ragazzi farebbero i barboni in mezzo alla strada, o ben che vada vivrebbero come topi in bugigattoli, soli, in ristrettezze, senza il conforto degli affetti. 

A parte che l’esplosione dei cosiddetti “single” va fatta discendere dalla diseducazione sentimentale di cui è colpevole proprio la famiglia-chioccia, il fatto, di per sé incontestabile, che senza i familiari i precari, disoccupati e cassintegrati di questi anni farebbero la fame, merita un grazie e basta. Un grazie amaro, che sa di sconfitta. Qui non c’è da imitare i modelli anglosassoni e scandinavi del diciottenne che se ne va di casa per poi sprofondare nei gironi della solitudine intermittente, degli psicofarmaci come caramelle, della delinquenza giovanile e dell’alcolismo. Da noi, l’àncora familiare a cui si aggrappano i ragazzi e le ragazze insicure è lo stesso male ma al rovescio: se là si cresce in mare aperto spesso troppo presto, qui si smette di restar rinchiusi nella stiva, grufolando fra le provviste, troppo tardi. In entrambi i casi, il senso di responsabilità e la gioia del traguardo rimangono chimere, immagini deboli e incerte, segnate dall’infantilismo. Venticinque anni sarebbe un’età più che sufficiente per fare i bagagli e buttarsi nella mischia. Dopo, è solo una penosa riedizione della famiglia matriarcale (perché i padri, quelli veri, sono assenti da quel dì), che andava bene nel neolitico, ma che oggi è decisamente fuori tempo. E fuori da ogni vero amore per il futuro. Maledetta famiglia. 

Alessio Mannino


Se Atene piange, l’Occidente non ride

The hurt locker