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The hurt locker

Ammettiamo che il film della Bigelow ci era sfuggito alla sua uscita, ma avendo i suoi soldati statunitensi strapazzato i N’avi dell’ex marito durante la notte degli Oscar ci siamo fatti obbligo di riparare all’errore, perché averlo perso errore è stato. 

Stupisce che abbia vinto l’Oscar come film e regia, non stupisce invece che abbia riscosso successi a Venia e Toronto. Per come è girato e per la storia che porta avanti sembra più un film da essere premiato al Sundance. Una prova di coraggio, quindi, per i membri dell’Accademy che hanno preferito la Bigelow, primo Oscar per una regista donna peraltro, a cineasti più, ingiustamente, celebrati come Cameron e Tarantino che, giustamente, se ne sono tornati con le pive nel sacco. 

Finalmente un Oscar che può essere condiviso, non vale il César d’accordo, ma il gap si sta chiudendo: anche negli USA sembra si possano fare bei film e vederseli riconosciuti ufficialmente. La Bigelow è stata la prima donna a ricevere il riconoscimento di migliore regista di Hollywood, ma non lo è stata per “quote rosa”: il suo è un eccellente film. 

Un film riuscito, il primo film riuscito sulla guerra in Iraq. Con la sua particolare regia, affiancata da un montaggio premiato anch’esso, che prevedeva più telecamere a filmare completamente la stessa scena, la Bigelow ha ottimamente reso l’esperienza bellica di un reparto di artificieri. A tratti “The hurt locker” ha il rigore di un documentario, ma un documentario dove non manca l’adrenalina e l’introspezione psicologica. 

Da antologia sono le scene di un duello fra cecchini e lo “sminamento” di un cadavere, e non mancano altre scene forti, di crudo realismo che non vogliamo anticiparvi. Qualche critica, tuttavia, sulla verosimiglianza delle situazioni belliche da parte dei veterani dell’Iraq le ha ricevute, ma rispetto agli standard di realismo rifilati dal cinema di guerra, statunitense e non solo, è ben lungi dall’essere fra i peggiori, anzi. 

Se una critica può essere mossa è invece che nessun approfondimento è svolto sul perché quei soldati siano lì, ma è un film USA, e non si può chiedere troppo, inoltre sono soldati di truppa e il film indaga sulla loro vita. È a livelli più alti che devono essere richieste riflessioni sui perché. I soldati in Iraq, va inoltre ricordato, non sono i ragazzi di leva del Vietnam: sono professionisti che hanno scelto quella vita, obbediscono agli ordini e cercano di condurre al meglio la missione, meglio se restando vivi. 

La guerra come droga, questa è la tesi che il film porta avanti e lo fa con un’efficacia senza moralismi. Adrenalina, come se la guerra fosse uno sport estremo dove, però, la propria vita e quella degli altri la si mette realmente in gioco. “Uno sporco mestiere che qualcuno deve pur fare”: si può contestare la moralità e l’efficacia della politica USA in Iraq (e noi la contestiamo radicalmente, of course) ma quei ragazzi sono lì per il loro paese e per quello combattono, anche a considerarli nemico meritano umano rispetto. Chi forse non lo merita è chi li ha mandati lì e si gode senza rischi i dividendi dello sciagurato intervento in Iraq, che lungi dall’aver stroncato il terrorismo nel paese, lo ha invece nutrito. 

Un film che merita di essere visto ormai solo in Dvd o su Sky, dove sta passando adesso, perché non solo è un signor pezzo di cinematografia, ma anche perché può essere un buon complemento di informazione, su quanto sta succedendo in Iraq dal punto di vista umano. Anche se da una parte sola.

 

Ferdinando Menconi

 

Contro la famiglia

Secondo i quotidiani del 18/03/2010