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Berlusconi, Mussolini e accostamenti indebiti

Lo psiconano. Testa d’asfalto. Il Banana. Il Caimano. Berluskaz, Berluskaiser o il mafioso di Arcore (queste ultime simpatiche definizioni del Bossi dei tempi d’oro, 1995-1996). In molti modi è stato o è chiamato Silvio Berlusconi. Sarcastici, velenosi, satirici, diffamatori ma legittimi, essendo espressioni di critica politica. Paragonarlo a Mussolini, però, questo no. Ci tireremmo dietro il sospetto del solito antifascista in servizio permanente effettivo, ma ce ne freghiamo e tiriamo diritto (ops, ci è scappata la citazione dal Ventennio). 

Il berlusconismo è altro dal fascismo, così come Berlusconi è diverso da Mussolini. Il regimetto berlusconiano, telecratico, ad personam, fondato su un partito-dependance artefatto dal marketing, tutto interessi privati e vizi sfacciatamente pubblici, ha in comune con quello mussoliniano l’impulso all’illegalità, l’aggressione alle istituzioni, lo strabordante spirito di fazione. Ma il metodo criminoso, nel fascismo, era al servizio della conquista del potere totale (seppur coi noti compromessi con Monarchia, grande industria e Chiesa) ed era praticato a suon di manganellate e omicidi. Era una violenza brutale, ma i suoi autori, gli squadristi, quanto meno rischiavano la pelle o, in misura minore, la galera. Una volta al governo, la fascistizzazione dello Stato fu un’opera costruita secondo il tatticismo tipico di Mussolini ma che mirava a crearne uno, tragicamente e grottescamente totalitario finché si vuole, eppure idealmente ambizioso ed eticamente forte. Oggi, i gerarchetti della corte di Silvio e il suo popolo adorante non rischiano proprio un bel niente, sono una massa di illusi lobotomizzati dalla fobia di comunisti che non ci sono più, e rincitrulliti da trent’anni di ideologia consumistica. Il diluvio di leggi personali, infine, ha l’unico scopo di evitare al dittatorello aziendalista il banale, terrificante carcere. L’idea che anima il berlusconismo non ha nessuna tensione ideale, ma si riduce alla rincorsa al “benessere” materiale (il denaro, il successo) e alla “libertà” di fare quel che mi pare senza l’intralcio di quella fastidiosa cosa chiamata legge. 

Se questo è fascismo, se fossi fascista andrei a dare una lezione a questi usurpatori del nome. Perché, per quanto liberticida e ributtante per il clima da carnevalata staraciana, il regime fascista aveva una sua nera grandezza. Qui siamo alla miseria umana di un imprenditore abbondantemente aiutato dalla politica (Craxi), che oberato di debiti e nel mirino dei magistrati s’inventa un partito di plastica e usa il suo impero mediatico per salvarsi e diventare l’uomo più potente d’Italia, tutto concentrato a soddisfare il proprio puerile e smisurato ego. La Buonanima, i Santoro li faceva bastonare, licenziare e mandare al confino o dietro le sbarre. Questo suo presunto epigono brianzolo si affanna a fare telefonate su telefonate a lacchè, garanti, persino a generali di carabinieri e neppure riesce a far chiudere la trasmissione che l’ossessiona più ancora del penoso declino cui è avviato. Deve ricorrere ad una norma cervellotica e ridicola, la par condicio, in origine redatta dai suoi avversari di sinistra per limitare il suo stesso strapotere televisivo. Questo non è un regime serio, è solo una volgare, arrogante, ignobile buffonata.  

Alessio Mannino


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