Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 02/03/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “La Lombardia dopo il Lazio: caos nelle liste del Pdl”. Editoriale di Sergio Rizzo: “Una promessa da mantenere”. Di spalla: “Anticorruzione. Norme estese ai parlamentari”. Al centro foto-notizia: “Cile sotto choc per le violenze” e “I giudici: il Consiglio dei ministri non è legittimo impedimento. L’indignazione di Berlusconi”, con il commento di Pierluigi Battista: “Se il buonsenso viene meno”. E in un box: “Napolitano evita l’ambasciatore in Belgio”. In taglio basso: “Balotelli non è pronto? Lippi ci ripensi”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Liste, escluso anche Formigoni”. A sinistra: “La rivolta dei conduttori ‘Muore la tv’ ”. Editoriale di Francesco Merlo: “Il silenzio fazioso”. Di spalla: “La scienza e i segreti della Terra che si spacca” e “Il mio Cile chiuso fino a nuovo avviso”. A centro pagina: “Mediaset, i giudici: ‘Il premier in aula’ ”, con il retroscena di Liana Milella: “L’ira del Guardasigilli: ‘Ci stanno sfidando’ ” e la foto-notizia: “Gli immigrati: ‘Uomini come voi’ ”. In taglio basso: “Il sogno di Manhattan, sfrattare le auto” e “Obama, svolta sul disarmo ‘Ridurrò le atomiche’ ”.  

LA STAMPA – In apertura: “Caos liste, fuori Formigoni” e in due box: “No al premier 

dal tribunale” e “Di Girolamo si dimette dal Senato: ‘Non sono un mostro, ora la verità’ ”. Editoriale di Paolo Mastrolilli: “Se la politica ha paura della Tivù”. Di spalla: “Salvate il soldato Bonelli”. Al centro foto-notizia: “Il mercato senza gli immigrati” e “È boom fallimenti imprese falcidiate”. In un box: “Hillary oggi a Santiago”. A fondo pagina: “Martina che non voleva dormire”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Vogliono buttare fuori Formigoni”, con l’editoriale di Vittorio Feltri, e foto-notizia con due commenti: “Noi con le tribune vivevamo benissimo” e “Gad che abbaia non morde”. Al centro: “Adesso il Cavaliere dia una sveglia al Pdl”, “se il Consiglio dei ministri vale una gita fuoriporta”; “Il ricatto dei radicali travestito da digiuno”. A fondo pagina: “Così si mette ko l’intellettuale di sinistra” e “Agli immigrati fate sapere che fuori dall’Italia è peggio”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “La sterlina sotto attacco” e in taglio alto: “Negli appalti una white list delle imprese. Casini: sospendere per un anno gli studi di settore” e “Cda Rai: fino al voto congelati i talk show”. Editoriale di Luigi Zingales: “Lasciar sola la Grecia per unire l’Europa”. Di spalla: “Iscriversi a un Albo e rischiare la vita”. Al centro foto-notizia: “Made in Italy. Il rilancio delle calzature alla prova del Micam”. In taglio basso: “A gennaio -307mila posti. Disoccupazione all’8,6 per cento” e “Elezioni Camera e Senato: i condannati per corruzione non possono candidarsi”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Roma e Milano, caos per le liste” e in un box: “I giudici: il consiglio dei ministri non è un legittimo impedimento”. Editoriale di Paolo Pombeni: “La corruzione si affronta con pene certe e rapide”. Al centro foto-notizia: “Via all’indagine sulla mezz’ora dei misteri nella stanza ‘23’ ”, con il commento di Mario Ajello “Dramma italiano”, e “Corruzione: pene severe e ineleggibilità in Parlamento per chi è stato condannato”. In un box: “Riciclaggio, si dimette Di Girolamo”. In taglio basso: “Rai, talk show vietati per un mese” e “Trionfa la commedia italiana”.  

IL TEMPO - In apertura: “Pdl, qui le firme ci sono”, con l’editoriale di Mario Sechi. In taglio alto: “Il Campidoglio cerca esperti gestione entrate”. In taglio basso foto-notizia: “Polverini mobilita la piazza” e “Di Girolamo si dimette: ‘Non sono un mostro’ ”. In un box: “Se i giudici vanno contro il Governo”.  

LIBERO - In apertura: “Pdl = Polli della libertà”, con l’editoriale di Maurizio Belpietro e l’analisi di Franco Bechis: “Come trasformare un trionfo in farsa”. Al centro con vignetta: “La par condicio scoppia in faccia alla sinistra” e “Vogliono arrestare pure il consiglio dei ministri”, “Crolla il mito Tangentopoli”. Di spalla: “Cara Brambilla, scrivimi di Travaglio” e “Per il Papa Bertolaso resta un eroe”. A fondo pagina: “Al Qaeda ha una lista di nomi da colpire in Italia”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Polveroni”. A fondo pagina: “Rivoluzione gialla. E l’Italia si ferma con gli immigrati” e “Il Pil mai cos’ male dal 1971. Aumenta il peso delle tasse”.  

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Tremonti, il rischio greco e l’idea di un Super Fondo europeo”. In apertura a destra: “Il Pdl romano s’accampa per gridare al golpe tra yuppie e gladiatori”. Al centro: “Missione compiuta” e “I guru del clima fanno autodafè”. (red)

2. Berlusconi: no a “leggine” e fiducia nel Tar

Roma - “Se anche lui è stato tentato dall’ipotesi di una leggina - scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - di un decreto lampo per risolvere il pasticcio delle liste, deve essersi alla fine convinto del contrario. È stato infatti anche Berlusconi, ieri mattina, a far capire ai suoi uomini, ai vertici del partito, ad alcuni ministri che chiedevano, che di soluzioni legislative, per il caso del Lazio, non ne esistono. L’unica via d’uscita è per il presidente del Consiglio, al momento, il ricorso al Tar. È uno strano destino quello che è si prodotto ieri, per il capo del governo. Mentre prende atto che l’unica istituzione in cui riporre fiducia è quella della magistratura amministrativa, mentre mostra ottimismo ai ministri che lo interpellano sul caso, o dà consigli e suggerimenti ad altri colleghi di governo perché seguano sino in fondo la vicenda del ricorso, riflette e condivide le parole che in Consiglio dei ministri ha appena pronunciato Angelino Alfano , contro altre toghe, quelle di Milano. Il Guardasigilli nella riunione del governo prende la parola per dirsi convinto che l’ultima decisione dei magistrati di Milano, che non hanno riconosciuto come legittimo impedimento del premier la riunione dell’esecutivo, meriterebbe una risposta molto dura: sollevare un conflitto di attribuzioni, davanti dalla Corte Costituzionale, per conflitto fra poteri dello Stato. ‘Hai perfettamente ragione’, Berlusconi lo ascolta e non aggiunge altro, allarga le braccia come per dire che condivide pienamente l’analisi, che a sua volta viene fatta propria anche dal ministro Roberto Calderoli. Insomma il governo è riunito e discute se denunciare la magistratura di fronte a un altro potere dello Stato, la Consulta. Ovviamente - prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - non è detto che avvenga, ma che il passaggio sia delicato è confermato dalle considerazioni che il presidente del Consiglio aggiunge: sul caso Mills ricorda che ha già giurato la sua innocenza sui propri figli, che è dal ’94 che è oggetto di una persecuzione, che le toghe milanesi non si stancheranno mai di perseguitarlo con un’interpretazione del codice propria da guerra politica prima che giuridica. In questo clima si vara il disegno di legge sulla corruzione, è la cosa più importante della giornata, ma il pasticcio delle liste, cui si aggiunge il caso simile in Lombardia, sommato alla decisione della magistratura milanese, fa scivolare in secondo piano il provvedimento. Ulteriori riflessioni il capo del governo le dedica al capo dello Stato, anche queste nella cornice del riserbo, convinto che non possano costituire (almeno per il momento) materia per il pubblico dibattito. Riflessioni all’insegna di un rammarico e di una lamentela, che individuano nel modo di agire della prima carica dello Stato un eccesso di timidezza, per non dire delle omissioni. Napolitano che è garante della Costituzione, che presiede il Csm, nei ragionamenti del Cavaliere, avrebbe non solo il sacrosanto dovere di auspicare un confronto sereno e produttivo fra istituzioni ma anche quello di stigmatizzare, proprio nell’interesse del Paese e delle funzioni di governo, quei comportamenti delle toghe che al Cavaliere appaiono come veri e propri atti di una guerra politica. Non avviene come e quanto il premier vorrebbe e dunque, lo stesso Cavaliere, se ne duole”, conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

3. Liste escluse, il Cavaliere studia una leggina

Roma - “Preoccupato, incredulo, allibito. I ministri - riporta Carmelo Lo Papa su LA REPUBBLICA - si sbizzarriscono nel definire l’umore del ‘Presidente’, nel momento in cui a metà giornata, appena finito il consiglio dei ministri, plana su Palazzo Chigi la notizia dell’esclusione anche della lista di sostegno a Roberto Formigoni, in Lombardia. Di complotti, di attacco alla democrazia, per adesso il premier Berlusconi preferisce non parlare: ci sono i ricorsi amministrativi in ballo, troppo delicato il momento per lasciarsi andare a nuovi j’accuse contro i magistrati e i responsabili delle corti d’appello. Certo, ora che una regione che il Pdl riteneva già in cassaforte come il Lazio finisce in bilico, complica tutto. I nervi sono a fior di pelle. L’atmosfera in consiglio dei ministri è tesissima, racconta chi vi ha preso parte. Anche per questo, per non dare la stura alle recriminazioni reciproche, del caso Polverini non si parla nel plenum di Palazzo Chigi. Un Berlusconi accigliato si chiude subito dopo in disparte per affrontare l’affaire con il sindaco di Roma Alemanno, col ministro dell’Interno Maroni, alla Difesa La Russa, alle Politiche comunitarie Andrea Ronchi, col sottosegretario Gianni Letta. ‘Fatemi capire come stanno le cose’ chiede in prima istanza il premier. Lo stato maggiore degli ex An spiega, racconta. ‘Ma se le cose stanno così come mi dite, allora ci sono ancora margini per spuntarla coi ricorsi’ avrebbe commentato quindi Berlusconi. Ma nulla è scontato. Ecco allora farsi strada nel caminetto ristretto l’idea del decreto o della ‘leggina’ ad hoc. Idea appena abbozzata e per ora congelata, il premier non è per niente convinto. Anche perché una norma per sanare quel pasticcio romano, data la delicatezza della materia elettorale e l’imminenza del voto, richiederebbe un’intesa preventiva col Pd e il resto dell’opposizione. ‘Si tratterebbe di un accordo tra gentiluomini per giocare alla pari nel Lazio’ spiega il primo sponsor di questa soluzione, il ministro Gianfranco Rotondi. Berlusconi - prosegue Lo Papa su LA REPUBBLICA - vede una prospettiva del genere come ‘ultima spiaggia’, qualora anche i ricorsi all’Ufficio elettorale centrale e poi al Tar dovessero fallire. L’incarico di sondare le disponibilità dell’opposizione verrebbe affidato in quel caso al ministro dell’Interno Maroni. Con chance di riuscita già pressoché nulle. Come spiegano nell’entourage del segretario Pd, Bersani stroncherebbe sul nascere una richiesta del genere: ‘Non siamo d’accordo’. Come pure sembra preclusa, agli occhi del Cavaliere, la via di un decreto per rinviare il voto nel solo Lazio. Sull’una come sull’altra soluzione graverebbero le perplessità, se non la netta avversione, del Quirinale. Il ‘non decido io’, pronunciato ieri dal presidente Napolitano, è stato accolto come una doccia gelata a Palazzo Chigi. Sullo sfondo, il caso liste moltiplica gli effetti dello scontro tra berlusconiani e finiani, dentro il Pdl. L’ultimo spettro è alimentato dall’eventualità di un successo della Polverini nonostante l’esclusione della lista di partito. ‘Ci auguriamo venga accolto il ricorso, ma se così non fosse e lei vincesse, potremmo sentirci dire che la vittoria è merito dell’area finiana e dell’Udc e non sarebbe gradevole’ racconta l’ex forzista Osvaldo Napoli dando voce agli ultimi boatos di Via dell’Umiltà. Anche perché una vittoria con handicap (senza la lista Pdl) finirebbe col rafforzare l’asse Casini-Fini, vissuto da Berlusconi sempre più come un bastone tra le ruote del suo governo. L’ultima prova del ‘complotto’ in atto, per la cerchia ristretta del premier, è stato il pranzo di giovedì scorso tra il presidente della Camera, il leader Udc e Beppe Pisanu, anche lui sempre più critico sulla gestione del partito. L’attacco sferrato dal coordinatore Sandro Bondi e pubblicato ieri dal ‘Giornale’ - conclude Lo Papa su LA REPUBBLICA - rende bene l’idea di cosa pensi il presidente del Consiglio dei tre: poco più che degli ingrati. ‘Solo grazie allo scudo Berlusconi - scrive il ministro - esponenti della Dc come Casini e Pisanu possono continuare a svolgere un ruolo di primo piano e un leader come Fini ha potuto traghettare un partito dal post-fascismo verso la piena legittimità democratica’”. (red)

4. Berlusconi perde le staffe: “Un branco di incapaci”

Roma - “Ora che la frittata è fatta - scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - e il Pdl nel Lazio deve sperare solo nel ricorso amministrativo per recuperare le sue liste, fioriscono i sospetti e i rumors più fantasiosi. Addirittura che Silvio Berlusconi, sotto sotto, sia contento che Renata Polverini rischi il capitombolo perché troppo amica di Gianfranco Fini e dei ‘pierini’ di Farefuturo. ‘Come se fossimo dei masochisti e non avessimo tutto l’interesse a far correre i nostri candidati. Se la lista non viene riammessa verrebbe spazzata via un’intera classe dirigente di provenienza Forza Italia’, spiega e smentisce Beatrice Lorenzin, deputata superberlusconiana e portavoce del comitato elettorale della Polverini. Viene pure smentita l’altra versione secondo cui il pasticciaccio romano sia il frutto delle lotte fratricide romane, del gioco delle tre carte con candidati sbianchettati e sostituiti da altri all’ultimo momento utile. Rimane il fatto che la campagna elettorale del centrodestra corre in salita, anche in Lombardia se dovesse rimanere tagliata fuori la lista Formigoni. E tutto quello che è accaduto lascia il Cavaliere ‘sbalordito, incredulo’. Ieri, dopo il Consiglio dei ministri, ha fatto il punto con alcuni ministri (Maroni, La Russa, Ronchi) e il sindaco di Roma Alemanno. E’ stato escluso un intervento legislativo ad hoc per recuperare la lista Pdl nel Lazio (anche perché il Quirinale è contrario e il Capo dello Stato non vuole essere tirato in ballo in questa storia). Ma la furia di Berlusconi è tracimata in uno sfogo contro i responsabili locali del partito. ‘Sono una manica di coglioni, dei veri deficienti che non sanno fare bene il loro lavoro perché non sono abituati a lavorare’. Il premier non alza spesso la voce e di solito non usa termini volgari. ‘Ma in questo caso definire coglioni chi ci ha messo in questa situazione - assicura uno dei più stretti collaboratori di Berlusconi - è sacrosanto...’. E un po’ di guai li sta passando Guido Podestà, coordinatore lombardo ex Fi, per le firme irregolari contestate dai Radicali (la vera ‘bestia nera’ del centrodestra in questa tornata elettorale). Quelli di An a Milano - prosegue La Mattina su LA STAMPA - dicono che appena Ignazio La Russa non si è occupato delle cose organizzative è successo il patatrac. Sono piccoli fendenti che però richiamano le grandi tensioni nel Pdl tra Berlusconi e Fini. ‘Danno il senso - sostiene Osvaldo Napoli, riferendosi ai fatti di queste ore - come di una dissipazione e di una stanchezza, manifestazioni tipiche di quelle stagioni in cui la politica smarrisce o vede appannarsi le proprie ragioni e si risolve in una lotta quotidiana di potere’. I berlusconiani mettono sul banco degli imputati il presidente della Camera e plaudono alla nomina di Daniela Santanché a sottosegretaria per l’Attuazione del Programma: l’ingresso nel governo della ‘pasionaria anti-islam’ è considerato uno schiaffo in faccia a Fini, che la voleva emarginata. Ma per il premier questo non è il momento di polemizzare. A chi ieri lo ha sentito ha detto che bisogna impegnarsi nella campagna elettorale senza risparmio di energie. Anche nel Lazio, accanto a Renata Polverini, perché la battaglia in questa Regione ha una valenza nazionale. Lo ha promesso ieri al sindaco Alemanno e alla stessa candidata finiana (è prevista un'iniziativa a sorpresa nei prossimi giorni). ‘Ci metterò la faccia in queste regionali e come sempre alla fine i voti li prenderò io’. Berlusconi vuole trasformare l’appuntamento di fine marzo in ‘un referendum pro o contro’ se stesso, la sua immagine, la sua azione di governo. Ed è convinto della vittoria, pure in quelle Regioni come il Piemonte dove il risultato è in bilico. Poi, a urne chiuse, si faranno i conti con chi rema contro, cioè il solito Fini attratto dalle ‘sirene centriste’ di Casini e Pisanu. E il Pdl non sarà più lo stesso, con il tira e molla sui candidati, le correnti, le ‘finte fondazioni’. Sono questi - conclude La Mattina su LA STAMPA - gli umori che i falchi berlusconiani attribuiscono al leader, che adesso però chiede a tutti di lavorare ventre a terra per vincere le regionali”. (red)

5. Vogliono buttare fuori Formigoni

Roma - “Quelli di Roma - scrive Vittorio Feltri su IL GIORNALE - non sono capaci neanche di presentare in tempo utile le liste elettorali e vanno messi sotto osservazione in attesa di passare al trattamento sanitario obbligatorio. E questo è l’unico dato quasi certo. Il resto è tutto da verificare. Mi segnalano che la Polverini si aggira sconvolta per Roma mormorando frasi sconnesse in un linguaggio oscuro di ceppo probabilmente non indoeuropeo. I dirigenti di An, che passano per esperti in materia elettorale, attraversano un momento delicato: sono in preda a crisi esistenziale. Quelli del ramo Forza Italia sembrano in gramaglie ma se si trovano fra loro, lontano da occhi e orecchi indiscreti, cominciano a ridere e non la finiscono più. Forse nessuno si rende conto che la situazione nella sua gravita è poco seria. Non c’è niente di peggio che suscitare un sentimento oscillante tra la pena e la compassione. Eppur bisogna andare avanti. La politica, come la vita, non si ferma. Anche se ieri, in Lombardia, gli amici di Formigoni, presidente uscente e rientrante, sono stati colti da una sincope a causa di una ferale notizia: il listino di Roberto non vale. Come non vale? Mancano i timbri accanto a circa cinquecento firme. E adesso che si fa? Cosa succede? Sono trascorse ore burrascose. Giravano le ipotesi più nere, e fantasiose. Formigoni a questo punto è tagliato fuori, non può presentarsi. Oddio che sciagura. No. Non è così. Rimane candidato del centrodestra per cui al massimo perderà qualche consigliere, ma vincerà lo stesso. Telefonate, consultazioni, discussioni. Attimi di eccitazione seguiti da attimi di panico in un alternarsi di visioni ottimistiche e pessimistiche. L’unico ad aver conservato un minimo di aplomb dal principio alla fine delle tribolazioni è stato lui, il presidente uscente e rientrante. Che con voce calma e profonda ha sempre rassicurato la sua équipe: non vi agitate, quello dei timbri è un falso problema, un dettaglio burocratico irrilevante. Pare che Formigoni avesse ragione. Il ricorso inoltrato è destinato ad essere accolto. E il listino ci sarà. Sperém. Un’altra giornata, comunque - prosegue Feltri su IL GIORNALE - all’insegna del nervosismo, per non dire angoscia. Non si era mai assistito a nulla di simile. Segno che alle prossime regionali tutti annettono una importanza eccessiva, come fossero una sorta di referendum sul governo. Non è così, ovvio, mala valenza politica prevale, nella presente circostanza, sul carattere locale della votazione. Questo fa pensare che Silvio Berlusconi, quando la data fatidica sarà vicina, porterà la lotta sul terreno a lui più consono, quello della scelta epocale fra lui e i suoi avversari. E dirà ai cittadini in ogni sede (tivù, radio, piazze, giornali): qui è in ballo non solo il colore delle regioni, ma anche la vita del governo; quindi o date il suffragio a me, ai miei uomini e alle mie donne, oppure vi beccate il peggio che vi sia, la sinistra. Scommettiamo che l’ultima settimana di campagna propagandistica sarà improntata al solito dilemma: con o contro Berlusconi? Non si parlerà di problematiche casarecce bensì di massimi sistemi; il premier darà fondo alle proprie risorse di trascinatore e cercherà, come ha sempre fatto nelle grandi occasioni, di trasformare un voto di per sé routinario e ininfluente sulla guida del Paese in una conta degli amici e dei nemici. L’esasperazione della battaglia dovrebbe far dimenticare ai cittadini i pasticci del Pdl, le beghe interne tra finiani e antifiniani, gli scandali veri o presunti, le massaggiatrici e le escort, e indurii a decidere che tutto sommato il Cavaliere rappresenta ancora il meglio a disposizione sul mercato politico. La strategia - continua Feltri su IL GIORNALE - potrebbe rivelarsi azzeccata, perché gli italiani sono tifosi e sensibili alle ragioni del cuore e della bandiera: o vanno di là o stanno di qua. Aborrono le mezze misure, non sono tiepidi e si mobilitano soltanto se percepiscono di ricoprire un ruolo importante. Nessuno si appassiona a programmi amministrativi, ma tutti si infervorano se si tratta di optare per il bianco o il rosso. Coppi o Bartali, Milan o Inter, Juve o Toro, Roma o Lazio : in Italia è sempre derby. E se derby non è, chissenefrega, il popolo si astiene. Ecco perché - ma è un’interpretazione personale - il Consiglio di amministrazione della Rai ha deliberato, a maggioranza, di sospendere qualsiasi talk show di informazione, a prescindere dalla cosiddetta par condicio di scalfariana memoria. Nel dubbio di favorire questo o quello (schieramento) o di svantaggiare questo o quest’altro ha tagliato per un mese ogni trasmissione giornalistica del servizio pubblico: da Porta a porta ad Annozero a Ballarò e affini. Naturalmente la disposizione è limitata ai palinsesti Rai. Le emittenti private si comporteranno invece come desiderano, ma nel rispetto della suddetta par condicio che è legge dello Stato. Giusto o sbagliato? Sulle prime, ci è parso un provvedimento dispotico. Ma a ben vedere, piuttosto che andare incontro a polemiche interminabili sul minutaggio riservato a un candidato o ad un altro, conviene evitare qualsiasi contenzioso abolendo - temporaneamente - le mele della (possibile) discordia. Se il clima, come supponiamo, non sarà quello di un normale confronto su argomenti regionali, ma infocato, tipico degli eventi politici nazionali, molto meglio affidare alla Rai il compito di riorganizzare le vecchie care tribune politiche secondo lo stile spartitorio di conduttori storici: Zatterin, per ricordarne uno famoso. Cosicché agli abbonati saranno risparmiati spettacoli del genere sangue e arena in cui trionfano i prepotenti e i maleducati, coloro che interrompono gli interlocutori e sovrappongono la propria voce a quella di altri. Chi vorrà scannarsi lo farà quando gli pare e dove gli pare tranne che in Rai, notoriamente finanziata dal canone pagato dalla gente. Prepariamoci ad affrontare un . mese di lotte, di insulti e colpi bassi. Non sarà una passeggiata ma una rissa continua. Piaccia o no - conclude Feltri su IL GIORNALE - a questo si è ridotta la nostra politica: o forse è sempre stata così e talvolta peggio, ad esempio negli anni Settanta e Ottanta, quando i protagonisti veri delle campagne elettorali erano i terroristi rossi e neri, soprattutto rossi. Quale sarà l’esito delle urne non sappiamo. Ma sappiamo che Berlusconi più impervio è il camminamento più lontano va. Buon viaggio”. (red)

6. Polli della Libertà

Roma - “Era inevitabile - osserva Maurizio Belpietro su LIBERO - che a forza di prendersi a schiaffi i cofondatori del PdL si facessero male. Ed ecco che, sgambetto dopo sgambetto, rischiano di perdersi il Lazio. Dicono sia colpa dei radicali e forse pure del giudice che non ha chiuso un occhio sul ritardo nella presentazione delle liste. Può essere che invece di offrire una rosa nel pugno i seguaci di Pannella si siano limitati ai pugni e anche che il magistrato fosse un tifoso del Pd sotto mentite spoglie, ciononostante non si può nascondere che il Popolo della Libertà ci ha messo del suo. Così come ce lo sta mettendo in altre Regioni. Risultato: quella che sembrava una marcia trionfale, con relativa conquista di sei o forse più governatori e ribaltamento dei rapporti di forza all’interno della conferenza Stato-Regioni, rischia di essere un corteo funebre. Già il Cavaliere ha messo le mani avanti, dicendo che è importante il numero di votanti mica quello delle amministrazioni conquistate, ma le prospettive non sono tranquillizzanti. A partire dal Lazio, dove probabilmente non sarà vero che questo è un tiro mancino degli ex di Forza Italia i quali non vedono di buon occhio una seguace di Fini al posto di Marrazzo, sta di fatto che nei confronti della Polverini gli azzurri sono sempre stati tiepidi. Sin dall’inizio ne hanno sparlato, poi al momento di darsi da fare per propagandarne l’immagine se ne stanno al mare. Non sappiamo se ciò che è accaduto venerdì sia frutto di calcolo - noi tendiamo a non crederlo - ma di certo è il risultato di uno sfilacciamento e di una disorganizzazione che regnano sovrani. Se nel Lazio si rischia, in Piemonte non si sta meglio. Gli ex di Alleanza nazionale e anche qualche forzista non hanno mandato giù la candidatura di un leghista e, senza arrivare a quanto è successo a Roma, si capisce che qualcosa non va. Non tutti - prosegue Belpietro su LIBERO - remano nella stessa direzione, ma anzi, sotto sotto, c’è perfino qualcuno a cui non dispiacerebbe poi tanto se Cola fosse sconfitto e vincesse nuovamente la zarina Mercedes Bresso. In Puglia non si spingono a fare il tifo per Vendola, ma dentro il Popolo della Libertà hanno fatto di tutto per ribaltare un pronostico che pareva essere scontato e favorevole al centrodestra. Per vecchie liti e altrettanto vecchie ambizioni, i colonnelli hanno sbarrato la strada ad Adriana Poli Bortone, che certo è una testa calda e forse anche un po’ matta, ma forse era l’unica in grado di non far rischiare la sconfitta. Al contrario, per non avere problemi con lei una volta eletta, si è preferito metterne a repentaglio la vittoria. Che dentro la maggioranza di governo qualcosa non funzioni e le diverse anime mal si sopportino si capisce anche dalle dichiarazioni dei giorni scorsi dell’attuale governatore del Veneto, costretto a cedere la poltrona a un leghista. Giancarlo Galan pur salvando Luca. Zaia non ha avuto parole tenere sul Carroccio e non solo per un risentimento che cova verso chi gli ha soffiato il posto, ma anche per dar voce a un pezzo di partito che non si sente rappresentato dagli uomini di Bossi. Il problema è che a forza di dispetti e diffidenza, quella che doveva essere una gioiosa macchina da guerra capace di dare al centrodestra la guida della maggioranza delle regioni italiane, rischia di trasformarsi in un macinino da caffè. A cominciare dai capi per scendere ai funzionari e prima che non sia troppo tardi converrà dunque che si diano una regolata e mettano da parte gli sgambetti. Diversamente - conclude Belpietro su LIBERO - visto che continuando così finiranno per rianimare una sinistra moribonda regalandole la guida di molte regioni, permettano a noi di Libero di cambiare il nome del loro partito: da Popolo della Libertà a Polli in Libertà. Per non dire pirla”. (red)

7. Come trasformare un trionfo in farsa

Roma - “L’ultima chicca - scrive Franco Bechis su LIBERO - arriva a 96 km di distanza da quel tribunale di Roma in cui si è consumato il pasticciaccio brutto dell’esclusione del PdL dalle regionali 2010 in Lazio. A Viterbo il PdL è pronto a ricorrere al Tar contro il candidato PdL alla presidenza della provincia, Marcello Meroi. Lo accusano di avere siglato l’ultima notte possibile, all’insaputa dei vertici del partito, un apparentamento con l’Udc. Il mattino dopo gliene hanno dette di tutti i colori, perché a Viterbo in casa PdL l’Udc è vista peggio del partito di Antonio Di Pietro. Poi il partito di Meroi ha fatto ricorso contro Meroi alla commissione elettorale provinciale. E l’ha perso. Ora 21 candidati della lista PdL sono pronti a dimettersi, con il risultato di escludere per guerra intestina il partito dalle provinciali. Sarà un caso periferico, ma a specchiarsi lì è proprio lo stesso partito che pasticciaccio dopo pasticciaccio rischia di restare escluso dalla competizione elettorale in Lazio e forse anche in Lombardia (dove qualche speranza in più resta). Dove non fa guai l’incapacità dei propri dirigenti e la confusione totale di ruoli e decisioni, a complicare la vita al PdL ci si mette pure una certa iella. Lontani mille miglia dall’immaginare quel che avrebbe combinato il proprio presentatore di lista a Roma, Alfredo Milioni, lo stato maggiore del PdL poche ore prima dell’incidente si è riunito in via dell’Umiltà proprio per decidere la migliore strategia elettorale in Lazio. Da qualcuno era arrivata la proposta di unire al nome di Renata Polverina (che ha sempre avuto rispetto a Emma Bonino un deficit di notorietà) il simbolo già disegnato con i colori del PdL e la scritta ‘Berlusconi per Polverina’. In riunione si è alzato uno dei dirigenti azzurri e ha lanciato l’allarme: ‘già, così tiriamo il voto alla Polverina e rischiamo di portarne via al partito! Bel capolavoro!’. Applausi degli astanti e accantonata un’ipotesi che oggi invece servirebbe come il pane se i vari ricorsi contro l’esclusione del PdL a Roma dovessero fare un buco nell’acqua. Perché gli elettori tifosi del Cavaliere a Roma e provincia (quindi nella maggiore parte del Lazio) non troveranno sulla scheda elettorale né simboli né slogan che possano portare a Berlusconi. E con le tv (il maggiore mezzo di comunicazione) di fatto escluse dalla campagna elettorale, l’handicap potrebbe rivelarsi insuperabile. In Lombardia - prosegue Bechis su LIBERO - dove la disfatta sarebbe totale con l’esclusione non solo di Roberto Formigoni e della sua lista, ma di tutti i simboli collegati, c’è ancora qualche robusta speranza. I radicali avrebbero vinto una battaglia giuridica, ma secondo gli sconfitti errori veri non ce ne sono stati e le frecce al loro arco sono in grado di capovolgere l’esito della contesa. Per questo non si sono aperti processi, anche se lo choc dell’elettorato è già grande lì, nella roccaforte PdL dove rischi del genere non bisognerebbe proprio prendersi. Eppure dall’attentato della Madonnina di cui Silvio Berlusconi è stato vittima prima di Natale alla data fatidica del deposito delle liste di candidati per la tornata delle regionali e amministrative nel PdL è sembrata dilagare quella sindrome di Tafazzi celebre per essere da anni la malattia principale del centro-sinistra. E se a Natale la popolarità del presidente del Consiglio e della sua maggioranza era tornata a livelli altissimi, il caos delle regionali in poche settimane l’ha picconata e non poco. Il Cavaliere ha lasciato le briglia sciolte ai suoi colonnelli, di tanto in tanto è tornato ad occuparsene in prima persona, ha reso pubblici i suoi orientamenti, poi si è ritirato e i suoi hanno continuato a fare come volevano in ogni piazza. Con il risultato di fare sembrare la campagna elettorale del centro destra una, maionese impazzita. Si pensi all’altalena dei rapporti con l’Udc di Pierferdinando Casini (quella che ha scatenato il grottesco caso di Viterbo). Il Cavaliere prima ha accarezzato quel matrimonio, poi l’ha maledetto pubblicamente. Più o meno negli stessi giorni in cui la Polverini si apparentava all’Udc nel Lazio e i dirigenti campani e calabresi preparavano le stesse nozze. In Campania il Cavaliere ha tenuto duro su Nicola Cosentino. Poi ha mollato la presa e appoggiato la candidatura più scolorita ma non sgradita di Stefano Caldoro. Cosentino ha avuto certezza di potersi muovere su candidature locali, ma a Caserta è stato smentito dal suo partito che senza dirglielo aveva concesso all’Udc la presidenza della provincia. Caos, dimissioni di Cosentino, intervento di Berlusconi, ri-immissione di Cosentino. E l’elettorato non ha capito granchè. Non è andata diversamente in Puglia, dove a poche ore dalla ufficializzazione della candidatura di Rocco Palese, proprio Berlusconi se ne è uscito pubblicamente con l’annuncio di una candidatura del magistrato Stefano Dambruoso. Poi il Cavaliere ha abbozzato, pure facendo circolare perplessità su Palese. Il giorno dopo ne ha, chiesto il ritiro volontario dalla, competizione insieme ad Adriana Poli Bortone per scegliere insieme il candidato migliore per battere Nichi Vendola. Di fronte al no più o meno chiaro dei protagonisti, dopo averlo azzoppato il cavaliere ha puntato su Palese ‘che è il migliore candidato possibile e vincerà’. Fra tira e molla, candidature decise in privato e tenute nascoste ai vertici del partito, pasticciacci burocratici che anche un bimbo avrebbe saputo evitare, il partito più amato dagli italiani è riuscito fin qui soprattutto a picconare un patrimonio che sembrava impossibile da dilapidare. C’è ancora un mese di campagna elettorale. Per finire il pasticcio o recuperare quel che si può”, conclude Bechis su LIBERO. (red)

8. Il Cavaliere dia una sveglia al Pdl

Roma - “Avete presente - osserva Paolo Del Debbio su IL GIORNALE - uno che perde l’incontro della sua vita perché si è dimenticato di mettere la sveglia? Ecco il Pdl a queste elezioni. Ma vi sembra mai possibile che il primo partito italiano, tra l’altro al governo del Paese, rischi di non poter presentare le liste nelle due capitali d’Italia, Roma e Milano? Ma vi pare mai pensabile che mettiamo in forse due candidati come Roberto Formigoni e Renata Polverini, come se potessimo perdere candidature di questo livello? Non sappiamo perché sia successo e non vogliamo assolutamente pensare il peggio: guerre tra faide interne, perché qui più che tra faide si tratterebbe di una ben più volgare guerricciola tra straccioni. E se il motivo è l’inefficienza dell’organizzazione, sempre di straccioni si tratta. Sarà bene che il Cavaliere, se possibile una volta per tutte, dopo queste elezioni regionali, metta mano a questo fantomatico partito. La questione è molto semplice: evidentemente in molti non hanno capito di che patrimonio stiamo parlando. Lo ricordiamo brevemente. Primo. Sfugge a costoro che il programma del centro destra italiano è, ad oggi, in Italia, l’unico programma di riformismo possibile. E chiaro o no? Certo, ci saranno sbavature, smagliature ma il cuore del programma rappresenta un unicum. E, a nostro modesto avviso, sbaglia chi pensa che quel programma vada rivisto perché ha paura che sia poco chic o, peggio ancora, non adeguato ai tempi. Non è così a partire dall’immigrazione per arrivare alla riforma fiscale. Il problema non è cambiarlo, è attuarlo. Secondo. Ciò che il centrodestra si è dato come programma politico è ciò che la maggioranza degli italiani, ben al di là della rappresentanza politica, vuole, desidera: ciò di cui ha bisogno da anni. Di fronte a farse come quelle di questi giorni - prosegue Del Debbio su IL GIORNALE - per non considerare le baruffe dei mesi scorsi, il popolo di centrodestra non voltale spalle al programma ma a chi indegnamente lo rappresenta. Terzo. Nel centrodestra italiano, checché ne dicano vari, non esiste qualcosa di simile a ciò che la sinistra antagonista rappresenta nel centrosinistra. Anche in questo caso la coalizione guidata da Silvio Berlusconi non è indenne da intemperanze di vario tipo da parte di qualcuno: passi in avanti, sparate varie ma soprattutto uscite fatte solo per la propria base elettorale senza pensare agli interessi della coalizione. Questo è, in sintesi, il grandioso patrimonio di cui dispone il centrodestra italiano. Vi pare poco? Vi pare che possa essere allegramente dissipato? Chi ricorda, in altre epoche storiche, un patrimonio politico di tale dimensioni e di tale radicamento? Chi ne ha potuto disporre? Ma veramente qualcuno, nella dirigenza alta del Pdl, pensa che la strada giusta sia quella di smembrare questo patrimonio? Per andare dove? Per farne cosa dei pezzetti che risulterebbero da questa scellerata operazione? Ovviamente il caos fatto nella presentazione delle liste è solo la manifestazione di un malessere e chi pensa che si tratti di malessere organizzativo si sbaglia di grosso. L’organizzazione del Pdl fa acqua ma qui il problema è il pozzo che la contiene. Solo un cretino potrebbe fermarsi all’acqua e non interessarsi del pozzo. Se non se ne occupa nessuno è chiesto a Berlusconi di farlo. O lo fa lui o alla fine lo fanno gli italiani che non andranno più a votare piuttosto che dover scegliere tra chi a sinistra non li rappresenta e chi a destra ha deciso di buttare a mare un tesoro. Per chi, nell’ultimo fine settimana, ha visto la cronaca politica in tv ha percepito Pierluigi Bersani come un mostro di capacità comunicative: poche parole, chiare, pungenti. Ovviamente questo non è dovuto a Bersani ma al vuoto pneumatico rappresentato dai suoi avversari di centrodestra che balbettavano, sembravano confusi, non si capiva cosa dicessero. Caro Presidente - conclude Del Debbio su IL GIORNALE - qui bisogna serrare le file. Magari non è quello che le va di più di fare ma se non lo fa lei abbiamo l’impressione che non lo possa fare più nessuno. Nessuno”. (red)

 9. Napolitano e l’appello: verifica spetta ai giudici

Roma - “Il ‘passo formale’ - riporta Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - con cui il Pdl gli chiedeva di intervenire sull’esclusione dei 41 candidati della lista di Renata Polverini, l’ha fatto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, attraverso una lettera recapitata al Quirinale ieri mattina. Ma, ancora prima che il testo di quella missiva fosse reso pubblico, Giorgio Napolitano aveva scritto di proprio pugno la risposta. Un testo di poche righe, per ufficializzare un’impotenza già riservatamente anticipata ad alcuni emissari di Palazzo Chigi domenica pomeriggio. Scrive il capo dello Stato: ‘La preoccupazione di una piena rappresentanza - nella competizione elettorale regionale in Lazio come dovunque - delle forze politiche che intendono concorrervi, non può che essere compresa e condivisa dal presidente della Repubblica’. Un preambolo di adesione alle ansie del Popolo della libertà, al quale segue però la laconica, e scontata, soluzione del dilemma per il quale ci si era appellati a lui: ‘Spetta solo alle competenti sedi giudiziarie la verifica del rispetto delle condizioni e procedure previste dalla legge’. Insomma: non si può considerare Napolitano, magari in forza del suo ruolo di presidente del Consiglio superiore della magistratura, come una sorta di super-Cassazione o di super-Tar. Non si può chiamarlo in causa, istillando nei cittadini aspettative sbagliate, per dirimere una controversia che appare incentrata sui regolamenti elettorali. Certo - spiega Breda sul CORRIERE DELLA SERA - il Colle non rimane insensibile al nodo di come si possa garantire che siano rappresentate al voto tutte le formazioni politiche, e comunque non gli sfugge che il Pdl è la prima nel Lazio, con il 40 per cento dei consensi. Tuttavia, sentiti anche i suoi consiglieri giuridici (perché qui sono in gioco diritti costituzionalmente tutelati, senza contare il peso dell’incognita astensione), spiega che il problema delle competenze rimane insormontabile. E non soltanto per un’interpretazione di questa controversia ‘in chiave puramente formalistica’ e burocratica, come segnala nella sua lettera Alemanno, dichiarando con grande allarme di temere ‘una distorsione irrimediabile’ del voto. Infatti, in questo caso particolare, la forma è sostanza. Ciò che dovrebbe suggerire ai ricorrenti di rivolgersi alla giustizia ordinaria. Che resta l’ultima carta davvero giocabile per sgombrare i dubbi su questo pasticcio. ‘Un pasticcio inenarrabile’. Così - conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA - rincara la dose la candidata del centrosinistra e concorrente diretta della Polverini al governo del Lazio, che aveva anch’essa incalzato il Quirinale sulla stessa questione ma ovviamente con intenti opposti. ‘Noi - spiega - l’appello a Napolitano l’avevamo fatto perché la legge fosse rispettata, loro lo fanno perché un abuso sia coperto. La legge dev’essere uguale per tutti’”. (red)

10. Maroni: Vulnus a democrazia, appalti con white list

Roma - Intervista del SOLE 24 ORE al ministro dell’Interno, Roberto Maroni. “‘Un brutto pasticcio’. Roberto Maroni guarda sullo schermo del pc al Viminale le notizie sulle liste elettorali, mentre sul suo tavolo ci sono gli ultimi dati sulla sicurezza, che consolidano un trend positivo (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). Il titolare dell’Interno ha chiesto un rapporto al prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, sulla dinamica della presentazione della lista Pdl nel Lazio al tribunale di Roma. E dice: ‘Ci sono stati comportamenti censurabili da parte di tutti, tranne le forze dell’ordine’. Ministro Maroni, piovono annullamenti e ricorsi sulle liste per le regionali: prima il Lazio, ora quella del candidato presidente Roberto Formigoni in Lombardia. ‘Nel caso di Milano credo si tratti di vizi formali che si potranno di certo sanare senza particolari problemi’. Nel Lazio, però, la questione non è così semplice. Il Governo interverrà? ‘Escludo un nostro decreto o comunque un provvedimento ad hoc. Ho avuto semmai un rapporto dell’Arma che descrive l’andamento dei fatti durante la presentazione delle liste. Sono stati commessi errori, ingenuità e anche violenze. Ma non tocca a me valutarli’. All’atto pratico, il rischio è che salti la lista del Popolo delle Libertà. ‘Sarebbe un vulnus alla democrazia. Mi auguro che prevalgano ragioni di sostanza’. La scadenza delle urne si era rivelata già problematica anche per altri motivi, come la presentabilità dei candidati. ‘Abbiamo infatti approvato in Consiglio dei ministri un disegno di legge che prevede anche, con una proposta della Lega, liste ‘pulite’ per i parlamentari, escludendo i condannati invia definitiva per corruzione, concussione e altri reati contro la pubblica amministrazione’. Non è che è stato chiuso il recinto mentre i buoi sono già scappati? ‘La Lega ha già nel suo statuto la previsione di non candidabilità di soggetti condannati per reati contro la pubblica amministrazione. Il problema, in realtà, va affrontato proprio sul piano della prevenzione’. Non sembra ci sia stata, nel caso dell’elezione all’estero del senatore Nicola Di Girolamo. ‘Attenzione: il principio di presunzione di innocenza sancito dalla Costituzione deve valere sempre. Anche nel caso di Di Girolamo. Il problema ora è sapere, in tempi rapidi, se il senatore è colpevole oppure no, non tra dieci anni com’è accaduto in certi casi. Ecco perché siamo favorevoli al cosiddetto ‘processo breve’. Io comunque rimango garantista’. La vicenda che coinvolge Di Girolamo ha connotati inquietanti di intrecci tra le elezioni politiche e la malavita organizzata, la ‘ndrangheta in particolare. Il Governo ha varato un piano straordinario antimafia, ma cosa c’è da attendersi in concreto? ‘E’ uno dei miei impegni principali: dare attuazione a quel progetto. A cominciare dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, una novità assoluta, che avrà sede a Reggio Calabria’. Ci sono novità rispetto al disegno concepito all’inizio per questa struttura? ‘Sono allo studio alcune modifiche di natura tecnica per migliorare l’efficacia del provvedimento’. Le misure patrimoniali contro mafia, camorra e’ndrangheta sono quasi più efficaci della stessa cattura dei latitanti, comunque molto temute dagli interessati come si rileva da diverse intercettazioni. C’è modo di allargare il campo d’azione di questa azione? ‘Sto pensando di esportare sul piano internazionale il nostro sistema di controffensiva a Cosa nostra. Ci sono tutte le ragioni per farlo: le associazioni criminali si sono globalizzate, hanno propaggini all’estero e affari, proprietà e presenze in Europa e nel resto del mondo. Per questo alla fine di maggio si svolgerà a Varese una riunione del G6 (Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Spagna e Polonia, n.d.r.) con la presenza di Janet Napolitano, segretario per la sicurezza del territorio nazionale degli Stati uniti. Spiegherò loro quanto sia decisivo per tutti estendere all’estero la legislazione antimafia italiana, a cominciare da sequestri, confische e 41 bis’. Ma non sono le uniche misure a breve in questo settore. ‘No, proprio perché la prevenzione è un fattore decisivo contro la criminalità organizzata. Ricordo il programma già avviato delle sezioni specializzate di controllo antimafia poste a sorveglianza di tre eventi a rischio di inquinamento mafioso: ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo, Expo di Milano, Ponte sullo Stretto di Messina’. Il tema degli appalti rimane una nota dolente e al momento irrisolta, sul piano della lotta a Cosa Nostra. ‘Intanto, una novità a cui tengo molto è la creazione di white list di imprese: aziende pulite, con tutti i requisiti per partecipare alle gare pubbliche senza avere alcun problema di inquinamento o condizionamento coni mafiosi. Abbiamo già le black list, ora dobbiamo fare anche le white list. In questo modo gli appalti possono affrontare procedure più garantite, per la pubblica amministrazione e per i cittadini’. Molti addetti ai lavori chiedono più controlli sui flussi finanziari legati agli appalti. ‘Infatti un altro impegno a cui sto dando attuazione è la tracciabilità piena e integrale delle risorse economiche che viaggiano in una gara pubblica. L’obiettivo è scontato: evitare che in qualunque momento i soldi pubblici finiscano in mano ai mafiosi’. Sul piano internazionale rimane poi la minaccia del terrorismo di matrice fondamentalista, come ricorda anche l’ultima relazione dei nostri servizi segreti. ‘Non ci sono dubbi sul fatto che in Italia la minaccia terroristica più insidiosa provenga da quello che è stato definito il terrorismo ‘in franchising’ di Al Qaeda, di cui abbiamo avuto l’esempio recente dell’attentato alla caserma di Milano’. E allora cosa sta facendo il Viminale per aumentare il livello di sicurezza? ‘Stiamo aggiornando la mappa dei rischi, visti i nuovi scenari in cui ci stiamo muovendo. I controlli sono al massimo dell’intensità possibile. Esiste però anche la necessità di capire se in Italia c’è un rischio banlieu, come a Parigi. Per questo a maggio sarà ultimata una ricerca svolta con l’università Cattolica di Milano. È evidente, inoltre, che serve una collaborazione forte con gli Enti locali, i Comuni innanzitutto. Stiamo poi aumentando il livello di intesa e cooperazione con i paesi di origine dei presunti terroristi. E il controllo delle moschee è un altro capitolo sempre all’ordine del giorno’. Terrorismo a parte, c’è chi sostiene che non è vero che gli immigrati commettano più delitti degli altri. ‘Non è così. Gli stranieri presenti in Italia, pari al 5 per cento della popolazione, commettono il 10 per cento dei reati complessivi’. E qual è la tendenza dei reati commessi dagli stranieri in questi ultimi anni? ‘C’è un dato che colpisce: nel 2008 sono scesi dell’un per cento rispetto all’anno prima. Ma nel 2009 il calo è del 14 per cento’. Qual è la spiegazione? ‘Le misure che abbiamo varato hanno certo contribuito. La causa ore maggiore, però, credo sia il fatto che abbiamo azzerato, in pratica, gli sbarchi di clandestini, 30mila in meno rispetto all’anno prima’. Restano però le polemiche, mai sopite del tutto, sui rischi di xenofobia e razzismo della politica sull’immigrazione di questo governo. ‘In realtà chi aveva titolo per esprime una censura del genere, cioè la Commissione europea, non ha avuto alcun motivo per farlo. In ogni caso, ho fatto pubblicare un documento in inglese, francese e italiano, che farò distribuire, a riprova che i nostri interventi in materia di sicurezza, immigrazione e asilo sono ineccepibili’. Quali sono gli altri obiettivi a breve del Viminale nel 2010? ‘Il decollo e l’attuazione concreta di progetti che durano anche da dieci anni: la carta di identità elettronica, il passaporto elettronico, il permesso di soggiorno elettronico. Inutile aggiungere che liberano uomini da destinare al controllo del territorio e sono molto più efficaci nella lotta al terrorismo’”. (red)

11. Capolavoro Radicali, specialisti in falsa democrazia

Roma - “Firme fasulle e moduli taroccati per la presentazione di liste elettorali, candidati o quesiti referendari non sono una novità. ‘Loro’, cioè i politici di ogni parte, lo sanno benissimo. Verginelle non ce ne sono. Questo - osserva Iuri Maria Prado su LIBERO - non significa che sia giusto o ammissibile legittimare il malcostume (chiamiamolo così). Il timbro che manca o la firma contraffatta costano al cittadino, in qualsiasi sua pratica, impedimenti, processi e multe: e non si vede dunque per quale motivo mancanze o difetti analoghi dovrebbero passare per gratuiti formalismi, da accantonare o superare in nome di non si capisce quale interesse superiore giusto perché ci sono di mezzo elezioni piuttosto che un normale adempimento, normalmente affrontato dai cittadini per quanto normalmente gravato da richieste burocratiche sfiancanti e cervellotiche. Se dunque ci sono state irregolarità commesse da questo o quel presentatore di liste e candidati (e gli uffici competenti hanno accertato che ci sono state), la conseguenza deve essere quella di legge: la non ammissione, salvi chiaramente le impugnazioni e i ricorsi consentiti a chi si ritenga ingiustamente escluso. Fare di tutto questo una battaglia capitale di ‘legalità’ suona tuttavia stonato. I radicali, per esempio, hanno fatto bene a contestare le presunte irregolarità che attualmente determinano l’esclusione della lista di Formigoni in Lombardia (non l’hanno fatto solo loro, peraltro), ma in questo caso certi toni da tragedia democratica e conseguente consacrazione del ripristino dello Stato di diritto perché è stata scoperta la magagna del timbro mancante appaiono per così dire eccessivi. Non è per ridurre la portata della questione, che effettivamente esiste. Ma appunto: farne il centro politico di queste elezioni, pretendendo che ‘firme pulite’ esaurisca la scena della competizione, costituisce una (sia pur legittima) forzatura. Gli amici radicali - prosegue Prado su LIBERO - replicherebbero che un’illegalità di ‘origine’ come questa vizia tutto, avvelena la stessa possibilità di una competizione democratica, e che lasciar correre certe cose turba in modo irrimediabile ogni rapporto di affidabilità con le istituzioni, compromette la tenuta dell’ordinamento civile, lede il ‘patto’ tra cittadini e potere governante. Ed è tutto vero, ma le ragioni di sconfitta politica di quelli che (come i radicali) denunciano questo andazzo non risiedono nell’illegalità diffusa nel paese e nelle istituzioni. Su questo occorrerebbe essere onesti. La mancata riforma del paese in senso liberale, l’insufficiente tutela dei diritti della persona, la non buona difesa della laicità dello Stato: tutto questo non si deve alla indiscutibile (chi lo nega?) abitudine del potere all’illegalità, ma a una resistenza politica del paese, dei partiti (anche i partiti alleati dei radicali), delle corporazioni a che quelle riforme siano fatte. Confondere i due piani della contestazione serve solo, appunto, a far confusione. Ti rispondono che siccome non cavi un ragno dal buco stai a menarla coi timbri e le firme. E se te lo dice l’avversario politico è una slealtà anche un po’ volgare, ma se è la reazione del cittadino a cui chiedi i voti significa che qualcosa non fila per il verso giusto nei tuoi modi di comunicare: e vai a spiegargli che la colpa è del ‘regime’”, conclude Prado su LIBERO. (red)

12. L’erosione padana

Roma - “Ripulita l’aria dalla domenica a piedi, nel primo pomeriggio di lunedì - scrive IL FOGLIO - un fulmine a ciel sereno ha colpito il trentesimo piano del Pirellone. Sulla scorta di un ricorso presentato dai radicali, i giudici della Corte d’appello di Milano hanno svolto un controllo formale delle firme e hanno deciso di escludere per irregolarità la ‘Lista per la Lombardia’ di Roberto Formigoni, il cosiddetto ‘listino’ del presidente. La contestazione riguarderebbe l’autenticazione di alcune firme e alcuni timbri. Si tratterebbe, secondo il capo dello staff di Roberto Formigoni, l’eurodeputato Mario Mauro, di questioni marginali e comunque sanabili, e c’è tempo fino alle 14 di oggi pomeriggio per presentare ricorso: ‘Nessun problema, le firme valide che abbiamo presentato sono più che sufficienti e abbiamo già verificato che più sentenze del Consiglio di stato rendono irrilevanti alcune specifiche che invece la Corte di Appello di Milano ha ritenuto indispensabili’. Ciò non toglie imbarazzo e irritazione. Soprattutto perché, dopo la campagna dei radicali delle scorse settimane proprio sulla questione della raccolta delle firme (in Lombardia la lista guidata da Marco Cappato non è stata accettata) e ancor più dopo il caso Roma il timore di un irrigidimento formalistico della magistratura è più alto che in passato. Una complicazione in più, su un fronte del nord che per il Pdl non è completamente tranquillo. Se infatti a Roma la défaillance sulla presentazione della lista del Pdl evidenzia quantomeno un problema di comunicazione interna tra le due componenti, quella ex FI e quella ex An, nelle regioni del nord le frizioni riguardano il rapporto del Pdl con il suo alleato, la Lega nord, data in crescita di consensi su tutto il territorio. Con una forza che lentamente ma inesorabilmente sembra erodere il consenso del Pdl. E se Silvio Berlusconi, venerdì a Torino per l’apertura della campagna di Roberto Cota, ha fatto buon viso affermando che ‘non ci sono problemi tra di noi ove la Lega dovesse aumentare il suo peso nei governi locali’, in Lombardia Formigoni non la pensa propriamente allo stesso modo. I rilevamenti più recenti sono concordi ad attribuire al partito di Umberto Bossi un consenso nazionale oltre il ‘muro psicologico’ del 10 per cento, con un’ulteriore crescita rispetto alle ultime Europee. In Veneto - prosegue IL FOGLIO - il sorpasso sul Pdl, mancato di un soffio alle Europee, è pressoché scontato e in Piemonte la candidatura di Cota potrebbe avere un effetto trascinante. A ciò si aggiunge (come rilevato anche dall’analisi dei flussi elettorali commentata dal Foglio giovedi scorso) che il ‘mercato’ elettorale della Lega è in buona parte quello interno alla coalizione, cioè il Pdl. Un classico travaso dei voti. Il che è la cosa che più ha innervosito nei giorni scorsi Formigoni, assieme ai dissapori ormai aperti con l’altra star del Pdl meneghino, il sindaco Letizia Moratti. ‘A Milano, la nostra distanza dall’avversario è dimezzata rispetto al resto della Lombardia’, ha detto Formigoni aprendo la campagna elettorale, con una critica non dissimulata rispetto alla situazione politica della città: ‘Ci sono zone dove va fatto uno sforzo maggiore, come nella città e nella provincia di Milano dove il mio vantaggio è dimezzato’. E se il vantaggio complessivo in città (Pdl e Lega) dovrebbe essere sopra a 55 per cento, resta il fatto che rispetto alle Regionali di cinqua anni fa, quanto il movimento di Bossi aveva conquistato il 16 per cento dei voti, contro il 26 per cento di FI e il quasi 9 di An, alle ultime Europee la Lega è arrivata al 22,7 contro il 33,9 per cento del Pdl. Un balzo in avanti notevole, che tutti gli osservatori tendono a confermare per la prossima tornata amministrativa. E se il balzo in avanti avvenisse anche il provincia di Milano e in città, cioè ben al di là della fascia pedemontana storica roccaforte leghista, il segnale per Formigoni e il Pdl non sarebbe dei migliori. In via Bellerio, quartier generale della Lega, lo sanno benissimo. Ma con l’ormai consolidata prudenza tattica evitano di alzare i toni della competizione interna: gli obiettivi sempre dichiarati dai leghisti sono governare ‘a casa propria’ e ottenere a Roma le riforme. Essere forti al nord quasi come l’alleato è un aiuto. Ma indebolire troppo un Pdl già lacerato di suo, sarebbe controproducente”, conclude IL FOGLIO. (red)

13. I giudici: Cdm non è “legittimo impedimento”

Roma - “Il Consiglio dei ministri - riporta Luigi Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - può certamente costituire per il premier Silvio Berlusconi un ‘assoluto legittimo impedimento’ a comparire in giudizio, tanto più in ossequio alle sentenze della Corte costituzionale del 2001 e 2005 sul caso Previti ispirate al principio di ‘leale collaborazione tra poteri dello Stato’ nel bilanciamento tra le esigenze dei calendari di udienza e l’esistenza di concomitanti impegni parlamentari e di governo: ma, una volta che lo scorso 25 gennaio e su indicazione dello stesso Berlusconi, il Tribunale del processo per frode fiscale sui diritti tv Mediaset ha accettato di sopprimere tre udienze e ne ha programmata un’altra per ieri 1 marzo, la sopravvenuta fissazione di un Consiglio dei ministri, convocato il 24 febbraio successivamente al calendario concordato, deve fondarsi sulla prova della ‘specifica’ e ‘inderogabile necessità della sovrapposizione dei due impegni’. Ma questa prova ieri non è stata data, e per questo la prima sezione penale non accoglie come ‘legittimo’ l’impedimento assoluto addotto da Berlusconi per chiedere la cancellazione dell’udienza. ‘Altrimenti— osserva il Tribunale —, il contemperamento tra gli opposti interessi di rilievo costituzionale’, da un lato ‘allo svolgimento in tempi ragionevolmente rapidi del processo’ e dall’altro ‘all’esercizio delle funzionali parlamentari e governative’ di Berlusconi, ‘verrebbe a essere risolto nel dare esclusiva rilevanza al secondo di tali interessi’, con la conseguenza che ‘la funzione giudiziaria verrebbe ad essere svilita’. Risultato: i giudici D’Avossa-Guadagnino-Lupo proseguono a celebrare l’udienza come previsto e ascoltano i primi 4 testimoni stranieri della difesa del coimputato del premier, il produttore tv Frank Agrama, scatenando le ire dei difensori di Berlusconi, Ghedini e Longo. Dopo aver fatto trasparire a verbale in aula - prosegue Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - la possibilità che la presidenza del Consiglio decida di sollevare innanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato con il Tribunale di Milano, in corridoio Ghedini aggiunge: ‘Il Tribunale ha preso una decisione totalmente fuori dal sistema, fuori dalle sentenze della Consulta, fuori dalla decisione della Cassazione su Bossi e Maroni’, quella che nel 2004 ammise come legittimo impedimento anche ‘ogni ulteriore attività coessenziale alla funzione tipica di governo’. Per Ghedini, ‘il Consiglio dei ministri non è qualcosa di preventivabile di giorno in giorno: era stato convocato venerdì ma poi, per una serie di ragioni eccezionali, è stato spostato a lunedì, è come se io prendessi un impegno e poi però fossi colto da un’influenza... I giudici avrebbero potuto rinviare, tanto la prescrizione sarebbe stata sospesa; o avrebbero potuto mettere udienza domani o sabato. Invece hanno adottato una decisione gravissima: da ora in poi tutta l’istruttoria che seguirà sarà nulla, e la Cassazione non potrà che annullare il processo. Poi non si dica che è colpa nostra...’. Al Tribunale che obiettava che ‘nulla è stato dedotto circa la necessità di fissare il 24 febbraio una riunione del Consiglio dei ministri per la data del 1° marzo coincidente con l’udienza già concordata’, Ghedini risponde che le ‘ragioni eccezionali’ per le quali il Consiglio dei ministri è slittato da venerdì a ieri sarebbero state ‘collegate a situazioni politiche che richiedevano approfondimenti sul primo punto all’ordine del giorno’ (e cioè il disegno di legge anti-corruzione), nonché ‘alla chiusura delle liste per le elezioni regionali, che è attività squisitamente politica’. La prossima data già programmata nel calendario concordato tra le parti il 25 gennaio sarebbe ora l’8 marzo. Ma per quella data - conclude Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - gli avvocati Ghedini e Longo anticipano già che, nel frattempo, è maturato per Berlusconi un importante impegno all’estero che gli impedirà di comparire in Tribunale: un viaggio di Stato in Brasile”. (red)

14. Se il buon senso viene meno

Roma - “I processi sono importanti - osserva Pierluigi Battista sul CORRIERE DELLA SERA - però anche una riunione ufficiale del governo lo è. Il potere giudiziario è una funzione essenziale dello Stato, ma anche il potere esecutivo non è un orpello da buttare via. E poi anche nello scontro ci vuole ragionevolezza, buonsenso, equilibrio. Sostenere, come fanno i giudici del Tribunale di Milano nell’ordinanza che dichiara Berlusconi preventivamente contumace, che presiedere un Consiglio dei ministri non è configurabile come ‘legittimo impedimento’, trasmette la sensazione di un braccio di ferro, non di un verdetto equanime. Rappresenta un’esagerazione inutile e controproducente. Aumenta a dismisura il valore politico di una vicenda giudiziaria. Implicitamente, autorizza il presidente del Consiglio a scorgere un accanimento negli atti di chi lo deve giudicare. Berlusconi non è autorizzato a definire i magistrati ‘peggio dei talebani’: è la sua funzione che glielo impedisce. Ed è evidente, prima ancora che venga emanata una legge ad hoc, che le ragioni del ‘legittimo impedimento’ possono essere usate come un espediente dilatorio, un ostacolo allo sviluppo del processo. Ma rispondere con una delegittimazione preventiva - prosegue Battista sul CORRIERE DELLA SERA - di una riunione del Consiglio dei ministri vuol dire ridurre agli occhi dell’opinione pubblica il governo di un Paese a un optional. Si censura l’abuso, ma si trascina nella polemica anche un’istituzione dello Stato la cui attività non è un passatempo, una cerimonia vuota, una copertura per altre occupazioni. Nello scontro tra le istituzioni, il Capo del governo non può demolire la credibilità della magistratura. Ma, nessuno, nella magistratura, può revocare a priori ogni credibilità al governo. L’appello di Giorgio Napolitano è proprio ispirato dalla preoccupazione per questi eccessi, duplici ed incrociati. Non è cosa buona che i cittadini assistano a un processo come fosse un derby, se non altro perché l’imparzialità di chi accusa e giudica e dispone della libertà dei cittadini non consente tifoserie né dalla curva né dai protagonisti. I magistrati non devono ‘vincere’ nulla: devono solo portare avanti i processi rispettando le garanzie di tutti. Le antipatie politiche, legittime in interiore homine, non possono invece trasformarsi in atti giudiziari. Che aumentano la febbre, anziché placarla. Per il male di tutti”, conclude Battista sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

15. “Così salta il principio di leale collaborazione”

Roma - Intervista del CORRIERE DELLA SERA al Professor Piero Alberto Capotosti (ex presidente della Corte Costituzionale ed ex vicepresidente del Csm): “Cosa pensa della decisione dei giudici di Milano di non concedere il legittimo impedimento a Berlusconi? ‘Se nuove esigenze sono sopraggiunte per un giorno già fissato, credo che nello spirito di leale collaborazione si possa spostare o differire l’udienza. Il Consiglio dei ministri doveva varare il disegno di legge anticorruzione, un provvedimento importante, la cui approvazione era già slittata, insomma...’. Di Pietro, invece, si schiera con il tribunale e ‘bolla’ quelli di Berlusconi come ‘patetici raggiri’. ‘È molto difficile dimostrare che il Consiglio dei ministri sia stato spostato apposta ieri per evitare l’udienza milanese. Sostenere che il Consiglio dei ministri sia stato spostato ad arte mi sembra un po’ eccessivo. Se i provvedimenti legislativi non erano pronti venerdì, era sicuramente nel potere del premier di riconvocare il Consiglio. Solo se una situazione del genere si fosse già prodotta non una, ma più volte, allora i giudici potrebbero avere una giustificazione’. La Consulta si è già espressa su una materia simile? ‘Sì, quasi dieci anni fa. Mi riferisco in particolare ad una pronuncia del 2001 e non tanto alla sentenza con cui la Corte ha bocciato il Lodo Alfano perché aveva una prospettiva completamente diversa’. E cosa ha detto la Corte in quella occasione? ‘Ha detto che è vero che non esiste una gerarchia tra poteri dello Stato, che sono tutti sullo stesso piano, quello giudiziario, quello parlamentare e anche l’esecutivo. Ha affermato cioè che non si può sempre e comunque privilegiare o l’esercizio del potere giudiziario o l’esercizio del potere politico. Ma ha anche aggiunto che esiste il principio di leale collaborazione tra poteri in base al quale e secondo il prudente apprezzamento del giudice ieri, a mio parere, non era così improponibile lo slittamento di un’udienza’. Il ministro Roberto Calderoli ha preannunciato un possibile ricorso del governo alla Corte costituzionale, sollevando conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato. Se ciò avvenisse cosa accadrà? ‘Naturalmente dovrebbe essere lo stesso presidente del Consiglio a proporre il ricorso per conflitto davanti alla Corte costituzionale’. Se la Corte accogliesse il conflitto, il processo Mediaset sarebbe dichiarato nullo? ‘No, la Corte potrebbe dichiarare la nullità dell’udienza, ma l’effetto sul processo saranno gli stessi giudici di Milano a determinarlo’. La prossima settimana il Senato è chiamato a varare definitivamente il provvedimento sul legittimo impedimento, già approvato dalla Camera. Che ne pensa? ‘Proprio alla luce di quello che è successo ieri penso che quel disegno di legge possa essere opportuno, anche se secondo me il meccanismo individuato è troppo rigido e sbilanciato a favore dell’esecutivo, sia pure per il tempo limitato di 18 mesi’”. (red)

16. L’ira del Guardasigilli: “Ci stanno sfidando”

Roma - “‘Ma questi provocano’ (i giudici). ‘Vogliono la guerra’. ‘Cercano di non farci governare’. ‘Per certo è una sfida in vista del definitivo sì alla nostra legge sul legittimo impedimento’. ‘E noi gli solleviamo un bel ricorso alla Consulta’. Alfano - riporta Liana Milella su LA REPUBBLICA - non si tiene per difendere il premier. Parla come lui parlerebbe, e come poi in effetti parla. Un ministro incurante delle raccomandazioni di Giorgio Napolitano, indifferente alla sua funzione istituzionale, quella di Guardasigilli. In lui prevale la dedizione al ‘suo’ Cavaliere. Quando comincia il consiglio dei ministri, sono le 11 e 50 minuti, il ‘fattaccio’ di Mediaset è accaduto da meno di un’ora. Impossibile non parlarne subito. Berlusconi ha l’aria soddisfatta di chi in fondo ha incassato un assist, lo dice prima di cominciare a presiedere, ‘ma sì, dai, oggi mi hanno fatto un regalo, chi può credere che una riunione come questa, dedicata giusto alla corruzione, non sia un valido legittimo impedimento?’. Potrebbe parlare per primo, polemizzare coi giudici, ma aspetta che sia Angelino Alfano a dare il là. Il ministro è deciso: ‘Quello che è avvenuto oggi a Milano ha veramente dell’incredibile. Gli avvocati avevano spiegato fin troppo bene ai giudici che tu dovevi partecipare a un importante riunione del consiglio dei ministri che non si era potuta tenere venerdì scorso per la chiusura delle liste. E che hanno fatto? Non hanno voluto riconoscere a questo impegno istituzionale il rango di un legittimo impedimento. È inaudito’. È soddisfatto il capo del governo. Ascolta dire proprio quello che lui pensa. Alfano prosegue: ‘A questo punto non resta che seguire la via di un ricorso alla Consulta per salvaguardare non tanto la persona di Berlusconi quanto l’istituzione’. Il premier approva. Un giro di tavolo gli conferma che tutti sono d’accordo, forse solo Bossi preferisce prendere tempo. Gli altri riflettono sul fatto che tra dieci giorni, quando il legittimo impedimento sarà legge (va in aula al Senato per l’ultima lettura il 9 marzo), se fossero sotto processo, potrebbero trovarsi in questa situazione. È la teoria della provocazione, del segnale preventivo dei giudici. Su questo medita Berlusconi. ‘Ci mandano a dire che, anche se approviamo la legge, comunque dovranno essere loro ad applicare il legittimo impedimento. E potranno, ogni volta, dire sì o no’. Lo scontro con le toghe - prosegue Milella su LA REPUBBLICA - si ripete, identico, da 15 anni. Lo ricorda il Cavaliere: ‘È sempre la stessa storia, mi attaccano dal ‘94, aggressioni mirate contro di me. Ma stavolta hanno passato il segno, perché così mi impediscono anche di governare’. Passa in rassegna gli episodi più recenti che, a suo dire, dimostrano il suo assunto: gli interventi sulle liste di Milano e di Roma, il tentativo di bloccarle, le inchieste sulla corruzione che scattano giusto adesso sotto elezioni, l’ultimo segnale di Milano. Più volte, quasi ossessivamente, ripete: ‘Ma come si fa a non considerare questo consiglio dei ministri un valido legittimo impedimento?’. Posta la domanda retorica, prosegue con la requisitoria contro i magistrati che ‘talebani’ erano stati definiti appena tre giorni fa, e ‘talebani’ restano. Anche se il Csm si appresta a proteggerli. ‘Continuano a mettermi sotto processo, ma io continuo sempre a uscirne pulito’. Incassa la solidarietà dei ministri, uno dopo l’altro. Nessuno si dissocia. I magistrati e il Colle. È l’ultimo capitolo della sua reazione. Napolitano lo ha richiamato all’ordine appena sabato. Ha chiesto rispetto reciproco delle istituzioni. Lui adesso può dire: ‘E che rispetto è stato quello di oggi? Un tribunale può negare che il presidente dei consiglio abbia diritto di convocare i suoi ministri quando l’emergenza lo richiede?’. Si dà la risposta che vuole, anche se nella mente gli serpeggia un sospetto. Che anche stavolta la prossima legge sul legittimo impedimento non sia quell’invenzione perfetta che lui aveva chiesto e che i suoi Alfano e Ghedini vorrebbero vendergli, non sia la definitiva bacchetta magica per metterlo al riparo dai processi, che lui sia ancora nudo nelle mani dei giudici. E con questa preoccupazione autorizza a ricorrere il più presto possibile alla Consulta”, conclude Milella su LA REPUBBLICA. (red)

17. La doppia verità che dal 1994 blocca il Paese

Roma - “La decisione dei giudici del tribunale di Milano - scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - per i quali ieri Silvio Berlusconi, impegnato a Roma nel Consiglio dei ministri, era assente ingiustificato al processo che lo vede imputato, è figlia di due verità inconciliabili. Anzi, verrebbe da dire di due pregiudizi che si perpetuano, con i risultati perversi sotto gli occhi di tutti. C’è il pregiudizio dei magistrati, convinti che il presidente del Consiglio stia sottraendosi alla giustizia, inventando scuse. E c’è quello di Berlusconi, per il quale la Procura milanese lo perseguita per motivi politici dal 1994, costringendolo a difendersi. In fondo, ormai conta relativamente quanto sia vero, e chi abbia cominciato. Ma lo scontro fra Palazzo Chigi e le procure diventa una campagna elettorale parallela. Il premier si mostra incline a delegittimare chi lo processa. E la Procura fa lo stesso contestando gli impegni di governo. Il rifiuto di giustificare l’assenza di Berlusconi all’udienza di ieri sui ‘fondi neri’ per i diritti di Mediaset si inserisce in una guerra che non prevede armistizi o tregue. Gli appelli ad abbassare i toni venuti dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, cadono nel vuoto. Il Consiglio superiore della magistratura deciderà in settimana sulle parole del premier contro i ‘pm talebani’. E il governo non esclude di sollevare un conflitto di attribuzione fra poteri davanti alla Consulta, per protesta contro i giudici di Milano. Il capo della Lega, Umberto Bossi, si limita ad ammettere l’ipotesi, senza farla propria. Ma nel Consiglio dei ministri di ieri - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - se ne è discusso a lungo: segno che sulle Regionali rimane l’ombra dei processi. La Procura ricorda che la riunione del Cdm è stata fissata ‘dallo stesso imputato che la presiede’. Antonio Di Pietro dell’Idv ricorda che c’era stato un accordo con i giudici sulla data. Ma poi Berlusconi l’ha spostata ‘in via del tutto eccezionale’ a lunedì. Replica del ministro della Giustizia, Angelo Alfano: ‘Se non è legittimo impedimento un Consiglio dei Ministri, cos’è legittimo impedimento?’. Difficile contestare, almeno in linea di principio, la possibilità che siano sorti problemi tali da cambiare il giorno della riunione. La reazione della Procura si spiega nell’ottica di reciproca e totale diffidenza con Palazzo Chigi. D’altronde, Berlusconi non fa nulla per nasconderla. ‘È sempre la stessa storia, va avanti dal 1994’, anno del suo primo governo, ha detto ieri. È ‘da quando sono sceso in politica che cercano di attaccarmi’. Ma si tratta di un conflitto istituzionale pericoloso e scivoloso, che a tratti sembra bloccare il Paese. E, configurandosi come una guerra dei nervi, promette di esasperare le posizioni: almeno fino a che il Parlamento non prenderà una decisione per rimediare: per quanto contestata”, conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

18. Ddl anticorruzione, ineleggibilità dei condannati

Roma - “Ddl anticorruzione, c’è il via libera del governo - riporta Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - ma ‘il testo è ancora da assemblare’. La precisazione arriva dopo la sortita del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli (Lega), che in piena seduta del Consiglio dei ministri fa diramare un comunicato per rivendicare ‘l’inserimento nel ddl della proposta sull’ineleggibilità a deputato e senatore per 5 anni per i condannati con sentenza definitiva per i reati previsti dall’articolo 58 del Testo unico sugli enti locali’. In altre parole, la Lega mette le mani sulla proposta lanciata da Gianfranco Fini (fuori dalle liste i candidati condannati per corruzione, concussione, e altri reati contro la Pubblica amministrazione) che però ora non se la prende più di tanto per lo ‘scippo’. Anzi, il presidente della Camera si complimenta: ‘La proposta è un buon esempio, sono lieto che sia stata approvata. Non ha senso dire chi l’ha avanzata per primo; ha senso invece farla approvare dal Parlamento. Non alziamo la bandierina sulle cose giuste, non dividiamoci’. Anche il Guardasigilli Angelino Alfano conferma che il ddl ha ottenuto finalmente ‘il pieno sostegno del Pdl e della Lega, in seguito alla volontà ferma del presidente del Consiglio di procedere ad un’ampia normativa che riguarda non solo l’inasprimento delle sanzioni ma anche l’efficienza delle pubbliche amministrazioni’. In ogni caso - prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - ‘abbiamo esteso all’ambito parlamentare’ la regola secondo cui ‘in caso di condanna non ci si potrà candidare negli enti locali’. In realtà, tutto nasce con l’inchiesta che ha investito la Protezione civile e il sottosegretario Guido Bertolaso: da quel momento, il governo accelera sul ddl anticorruzione ma tra iministri (Alfano, Brunetta, Calderoli, Sacconi) parte un braccio di ferro sull’estensione dell’incandidabilità dei condannati a livello nazionale. Fini insiste sulle ‘liste pulite’ anche per Camera e Senato ma dall’ufficio legislativo di via Arenula arrivano mille dubbi sulla compatibilità costituzionale (articoli 51 e 65) di una norma che comprimerebbe il diritto di elettorato passivo. A questo punto, però - conclude Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - la Lega strappa la bandierina ai finiani e chiede un accordo politico sull’incandidabilità dei deputati e dei senatori condannati. La via d’uscita, suggerisce Calderoli, è la temporaneità del divieto: ‘ Per ora si parla di ineleggibilità per 5 anni. Quella perpetua era troppo. Ma ci sarà poi la discussione in Parlamento...’. Ma l’idea non era di Fini? ‘La proposta è del governo. Io ce l’avevo già in testa e ne avevo anche parlato ai tavoli tecnici’, risponde Calderoli”. (red)

19. Napolitano evita l’ambasciatore in Belgio

Roma - “Mancano 7 ore - riporta Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - all’arrivo di Giorgio Napolitano nella capitale d’Europa e del Belgio, quando una email parte da una palazzina in via Claus. Quattro righe asciutte: ‘Si informa che il ricevimento in onore del sig. presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, previsto giovedì 4 marzo 2010 alle ore 17.00, è stato annullato a causa di sopravvenuti impegni istituzionali’. Firmato: ‘Ambasciata d’Italia - segreteria’. Non una parola in più, su quali siano gli impegni ‘sopravvenuti’ nell’agenda del Quirinale. Anche se per quel ricevimento nella nostra elegante residenza diplomatica, preparato da giorni, erano già stati stampati e inviati 200 inviti. Ma passa ancora qualche ora, e l’aereo presidenziale è già in volo, quando arriva la spiegazione: ad accogliere in aeroporto il presidente della Repubblica italiana non ci sarà l’ambasciatore della stessa Repubblica italiana, Sandro Maria Siggia, come invece vorrebbe il protocollo. Non ci sarà, perché ‘convocato a Roma per consultazioni’. Richiamato dalla Farnesina. E per più di qualche ora: per questo, dunque, il ricevimento di giovedì sarebbe stato annullato. I ‘sopravvenuti impegni istituzionali’ non sarebbero quelli di Napolitano, ma quelli dell’ambasciatore, rientrato improvvisamente in Patria. A questo punto, le fonti ufficiali tacciono del tutto. E partono, incontrollabili, i tam-tam della comunità italiana. Che dicono, in due parole: tutto questo è accaduto per via della ‘Di Girolamo story’, è lo strascico di una vicenda politico-giudiziaria in cui va a incappare una visita internazionale del presidente in Perù, in Bangladesh e a Saigon durante la disfatta delle truppe americane. Nei giorni scorsi ha evitato ogni commento o contatto con la stampa. Ma a chi gli stava accanto avrebbe ripetuto la sua versione: con Di Girolamo nessun legame di amicizia o di altro genere ma un solo incontro caldeggiato da Ferretti, l’ex collega nell’ufficio di Tremaglia; un incontro motivato dai doveri istituzionali di ogni ambasciatore nei confronti di un candidato italiano all’estero. Poi, dopo il voto, vi sarebbe stata una telefonata di cortesia, di complimenti, fra l’ambasciatore e quello stesso candidato ormai eletto, una telefonata probabilmente finita fra le intercettazioni dell’inchiesta. I rapporti sarebbero finiti qui. E su questi e altri fatti - prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo avrebbe indagato più tardi, venendo anche qui a Bruxelles. In questa stessa Bruxelles, in questa stessa atmosfera non proprio serena, è giunto ora Giorgio Napolitano. Gli appuntamenti della sua visita erano e sono tutti lì, immutati sulla carta: l’incontro con il re e la regina Paola di Liegi, i colloqui con i leader dell’Unione europea e con quelli della Nato, e la parte privata assieme alla moglie Clio, con le visite a un museo o la cena al ristorante pugliese ‘I Trulli’, che spesso ebbe ospite il Napolitano eurodeputato. Tutto questo è rimasto. Ma il ricevimento dai 200 inviti, no. Il presidente incontrerà comunque gli esponenti più rappresentativi della comunità italiana: in albergo, però, all’hotel Amigo dove risiederà, e non all’ambasciata del suo Paese. della Repubblica. E quella stessa vicenda, se i soliti tam-tam hanno ragione, sfocia ora in un caso diplomatico: i consiglieri del presidente Napolitano avrebbero cambiato il programma della sua visita, esercitando delle caute pressioni sulla Farnesina, per evitare al capo dello Stato qualche imbarazzo istituzionale; e per prendere le distanze dall’ambasciatore Siggia, il cui nome collegato a quello del senatore Nicola Di Girolamo è finito prima nei verbali dell’inchiesta di Roma, e poi negli articoli dei giornali. Siggia, secondo alcuni testi, sarebbe stato infatti uno dei principali ‘contatti’ che a Bruxelles avrebbero aiutato Di Girolamo a ottenere una finta residenza, e quindi il via libera per candidarsi in un collegio elettorale all’estero. Nelle carte dell’inchiesta romana, il punto più delicato per l’ambasciatore sarebbe questo: ‘Attraverso i contatti del Mokbel con Andrini Stefano e Gianluigi Ferretti - già segretario dell’onorevole Tremaglia ma ormai in rotta con lo stesso, in quanto ne aveva ostacolato la candidatura, e che proprio per questo si presta a ‘lavorare’ per Di Girolamo - viene individuata Bruxelles come città dove organizzare la finta residenza all’estero del Di Girolamo in quanto Andrini Stefano, motore della candidatura in questione, conosce bene l’ambasciatore italiano in Belgio’. Siggia, 64 anni, è considerato un diplomatico ‘all’antica’, persona colta e garbata con una carriera lineare e finora senza un’ombra che lo ha portato in Cina, in Perù, in Bangladesh e a Saigon durante la disfatta delle truppe americane. Nei giorni scorsi - continua Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - ha evitato ogni commento o contatto con la stampa. Ma a chi gli stava accanto avrebbe ripetuto la sua versione: con Di Girolamo nessun legame di amicizia o di altro genere ma un solo incontro caldeggiato da Ferretti, l’ex collega nell’ufficio di Tremaglia; un incontro motivato dai doveri istituzionali di ogni ambasciatore nei confronti di un candidato italiano all’estero. Poi, dopo il voto, vi sarebbe stata una telefonata di cortesia, di complimenti, fra l’ambasciatore e quello stesso candidato ormai eletto, una telefonata probabilmente finita fra le intercettazioni dell’inchiesta. I rapporti sarebbero finiti qui. E su questi e altri fatti, il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo avrebbe indagato più tardi, venendo anche qui a Bruxelles. In questa stessa Bruxelles, in questa stessa atmosfera non proprio serena, è giunto ora Giorgio Napolitano. Gli appuntamenti della sua visita erano e sono tutti lì, immutati sulla carta: l’incontro con il re e la regina Paola di Liegi, i colloqui con i leader dell’Unione europea e con quelli della Nato, e la parte privata assieme alla moglie Clio, con le visite a un museo o la cena al ristorante pugliese ‘I Trulli’, che spesso ebbe ospite il Napolitano eurodeputato. Tutto questo è rimasto. Ma il ricevimento dai 200 inviti, no. Il presidente incontrerà comunque gli esponenti più rappresentativi della comunità italiana: in albergo, però, all’hotel Amigo dove risiederà, e non all’ambasciata del suo Paese”, conclude Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

20. Una promessa da mantenere

Roma - “Ieri - scrive Sergio Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - ci hanno promesso che la corruzione verrà colpita senza esitazione e che i parlamentari condannati non potranno essere candidati. Una promessa è una promessa e anche se i nostri politici non sono famosi per mantenerle, stavolta vogliamo crederci. Nel comunicato stampa di palazzo Chigi c’è una frase chiara: le iniziative contenute nel disegno di legge contro la corruzione ‘rispondono alla domanda di trasparenza e controllo proveniente dai cittadini’. Pare di capire che senza gli scandali a ripetizione di queste settimane che hanno indignato l’opinione pubblica e riesumato il fantasma di Tangentopoli non si sarebbe fatto nulla. La credibilità del sistema politico non è mai stata così bassa dalla fine della cosiddetta prima repubblica. E l’unica cosa che può forse evitarle di precipitare definitivamente sotto i piedi è una legge che mostri in modo inequivocabile la volontà di rialzare il livello morale. Per questo la promessa merita attenzione. Ma l’istinto di sopravvivenza dei politici riuscirà a fare il miracolo? Purtroppo la strada è ancora molto lunga. Come è lunga quella dei disegni di legge che al pari di questo devono superare nell’identico testo l’esame della Camera e del Senato. Dove i parlamentari nei guai con la giustizia non mancano, e questo non è un presupposto ideale per immaginare un percorso in discesa. Ma soprattutto dove è passato il concetto che si possano pacificamente aggirare tutte le regole di ineleggibilità e incompatibilità semplicemente interpretando le leggi. E questo - prosegue Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - è un problema forse ancora più difficile da risolvere. Roberto Calderoli avrà dunque il suo da fare per convincere molti colleghi a votare l’emendamento che equipara le regole per le candidature a Camera e Senato a quelle previste per gli amministratori locali. Qualcuno, è vero, avrebbe voluto misure ancora più drastiche. Come l’ineleggibilità perpetua per i corrotti. ‘Era troppo’, ha ammesso il ministro della Semplificazione. Si tratta comunque di paletti molto più rigidi rispetto a quelli (praticamente inesistenti) che finora devono superare gli onorevoli, visto che vietano l’elezione ai condannati in via definitiva per una serie di gravi reati, quali sono quelli contro la pubblica amministrazione. Ma che nemmeno ora, proprio mentre la politica italiana è alle prese con uno dei passaggi più difficili dalle inchieste di Mani pulite, hanno potuto evitare il solito brutto spettacolo. Basta dare un’occhiata alle liste per le elezioni regionali chiuse poche ore prima che il Consiglio dei ministri approvasse il disegno di legge. Dalla Campania, dove la capolista del Pdl Mara Carfagna, ministro delle Pari opportunità, si è battuta con impegno (‘applicheremo il codice etico in maniera diffusa’), arriva purtroppo una lezione assai istruttiva. Lì si è presentato, questa volta con il centrodestra, un consigliere regionale ex centrosinistra condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa già sospeso dall’incarico a maggio per decreto della presidenza del Consiglio. La sua candidatura è stata addirittura sconfessata dal possibile futuro governatore del suo schieramento, Stefano Caldoro, che ha pubblicamente dichiarato: ‘Non voglio i suoi voti’. Ma Roberto Conte ha avuto ugualmente il posto in lista. E il vicepresidente del Consiglio regionale Salvatore Ronghi, dell’Mpa, per protesta non si è candidato. Sempre in Campania sono stati poi riproposti in lista due esponenti del centrodestra e uno del centrosinistra ‘avvisati’ con l’ipotesi che abbiano riscosso indebiti rimborsi chilometrici dal Consiglio regionale. Per non parlare - conclude Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - della polemica innescata dalla presidente del Consiglio, Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella. Destinataria di un ‘divieto di dimora’ nell’ambito di un’inchiesta per cui è indagata, si è comunque ripresentata capolista dell’Udeur a Napoli e Benevento. Farà la campagna elettorale da Roma, e siccome non gli va giù se l’è presa con il candidato governatore della sinistra Vincenzo De Luca: ‘Lui può fare la sua campagna elettorale come se nulla fosse, nonostante abbia due procedimenti giudiziari in corso e io invece sono costretta all’esilio dalla mia terra’. Che spettacolo! D’accordo che in base alle regole attuali l’ineleggibilità alla Regione scatta solo in caso di condanna definitiva. Ma la domanda finale resta: tutti segnali coerenti con le promesse?” (red)

21. La Rai ferma i talk show, conduttori in rivolta

Roma - “Nemmeno un’ora di riunione. Tanto è bastato - riporta Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA - al Consiglio di amministrazione Rai per decidere a maggioranza ‘in applicazione del regolamento della Vigilanza, la sospensione temporanea, per il periodo relativo alla seconda fase della campagna elettorale, della messa in onda dei programmi di approfondimento informativo Porta a Porta (Raiuno), Annozero e L’ultima parola (Raidue), Ballarò (Raitre), sostituendoli, ove possibile, con tribune elettorali’. La proposta del direttore generale Mauro Masi è stata approvata dai cinque consiglieri di maggioranza e col no del presidente Paolo Garimberti, dei due consiglieri Pd e del terzo Udc. Commento di Garimberti: ‘Ho fatto tutto il possibile perché non si arrivasse a questo, compreso il tentativo di avere dalla Vigilanza un’interpretazione utile per un’applicazione meno dannosa del regolamento. Tutto questo è un danno agli utenti e alla Rai’. Garimberti ha anche ipotizzato un ‘danno erariale’. La direzione generale replica: ‘Era l’unica decisione concretamente possibile per evitare il rischio di sanzioni per l’azienda’. Masi avrebbe di fatto adottato l’ipotesi estrema suggerita dall’ufficio legale Rai dopo la lettura del regolamento Beltrandi (‘sospensione delle trasmissioni’). Ma proprio Beltrandi - prosegue Conti sul CORRIERE DELLA SERA -chiarisce: ‘La decisione del Cda Rai è una scelta interamente aziendale, per nulla obbligata, né richiesta, neppure incoraggiata dal regolamento sulla par condicio approvato il 9 febbraio scorso in Vigilanza’. Aggiunge il presidente della commissione Sergio Zavoli: ‘Se la Rai avesse dedicato le stesse nostre energie alla ricerca di un ragionevole compromesso, oggi non dovremmo lamentare un così drastico e semplicistico risultato’. Prima reazione. Oggi alle 20 presidio della federazione nazionale della stampa davanti all’ingresso di via Teulada, dove erano previsti sia Ballarò che Porta a Porta. Conduttori furiosi. Michele Santoro: ‘Qui si va oltre un regolamento già illegittimo, è una prova di forza del governo per far capire la legge del più forte ma anche la reazione dell’opposizione è debole. Una commissione parlamentare si è sostituita al Parlamento e ha fatto una nuova legge sulla par condicio. Questo è il cuore del problema’. Giovanni Floris: ‘Sta accadendo qualcosa di unico nella storia della realtà occidentale. Questo è un film di cui ormai non dobbiamo vedere il come va avanti ma dove finisce’. Lucia Annunziata: ‘Impossibile lavorare in queste condizioni, mi autosospendo per tutta la durata del provvedimento’. Domenica, dunque, nessuna puntata sull’Iraq di In mezz’ora. Santoro sta immaginando uno ‘sciopero bianco’, cioè una puntata da realizzare il 25 marzo (a poche ore dalle elezioni) da mettere ‘a disposizione di chi vorrà trasmettere’. Youdem si è già detta pronta a farlo. Il presidente della Federazione nazionale della stampa, Roberto Natale, parla di ‘clima fetido sull’informazione’. Il segretario dell’Usigrai, Carlo Verna, annuncia di aver chiesto ai legali del sindacato di studiare la possibilità di bloccare la delibera”, conclude Conti sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

22. Vespa: “Paghiamo tutti per Santoro”

Roma - Intervista del CORRIERE DELLA SERA a Bruno Vespa: “Cosa pensa di questa decisione del Consiglio Rai? ‘È una decisione grave, ingiusta e sorprendente, pur nel rispetto di un indirizzo del Parlamento. Pensavo che ci sarebbero stati spazi di mediazione per evitare una situazione che non ha precedenti nella storia italiana. La Rai subisce un danno enorme: nel bilancio, per il calo pubblicitario, e soprattutto nell’immagine. Quale tv pubblica al mondo abolisce i programmi politici nel momento in cui servono di più?’. Sarà un mese di tribune politiche ininterrotte. Ci sarà una trasmigrazione di ascolti verso Mediaset e Sky... ‘Credo e spero che il Tar accolga il ricorso delle tv commerciali contro la delibera dell’Autorità garante che impedisce anche a loro di occuparsi di politica. Vado contro i miei interessi ma la libertà d’espressione conta di più. Capisco l’imbarazzo di Mediaset, ma come si fa a togliere ai privati la libertà di parola? In ogni caso, il fatto che vadano in onda le trasmissioni concorrenti delle nostre, anche senza parlare di politica, per noi è un danno enorme’. Lei ha detto recentemente: ‘Noi abbiamo sempre rispettato la par condicio, ad altri è stato concesso il diritto di scorreria, hanno calpestato le regole’. Si riferiva aMichele Santoro, a Giovanni Floris? Ritiene che abbiano una ‘responsabilità’ nell’inasprimento del clima sulla par condicio? ‘Vogliamo essere onesti? La decisione della Rai, come quella della Vigilanza, ha un nome e un cognome: Michele Santoro. È un eccellente professionista, uscirà dalla Rai con una magnifica buonuscita per rientrarvi come autore di preziose docufiction (io sono uscito dopo 39 anni con 300 milioni di lire) Ma intanto è passato sulla par condicio con il garbo di Attila. Con accenti diversi, l’ha massacrata nell’arco dei decenni. Vorrei che mi si dicesse in quale grande tv pubblica e anche privata al mondo esiste un programma di prima serata in cui la vittima è costantemente la stessa parte politica, che stia al governo o all’opposizione…’. Quindi? Dove vuole arrivare? ‘Quindi non potendo sospendere solo Santoro in campagna elettorale, nonostante non rispetti le regole (basti rivedere i programmi del 2001) hanno cancellato anche le nostre trasmissioni. L’azienda ha una sola giustificazione: Santoro è lì per ordine del magistrato. Anche qui: trovate un Paese in cui il giudice ordina la collocazione perpetua di un programma in prima serata’. La sinistra parla di censura e dice: è la prova che il vero obiettivo era abolire i talk show. Ammetterà che la decisione somiglia ai desideri di Berlusconi: ‘Basta con le risse da pollaio’. Alla Rai dicono che il ‘suggerimento’ a Masi per la chiusura delle trasmissioni sia partito da Berlusconi. ‘Meglio il pollaio che il silenzio. Berlusconi ha fondato un partito che ha la Libertà nel suo nome. Non lo dimentichi mai. Detto questo, fin dai tempi dell’"editto bulgaro", ho sempre difeso il diritto di Santoro ad andare in onda, ma mi rifiuto di credere che senza le violazioni di "Annozero" in Italia non ci sia libertà di stampa’. Non trova paradossale che il suo collega Emilio Fede mantenga il suo spazio a Mediaset mentre voi chiudete bottega? ‘Spero che Emilio e i colleghi di Mediaset non facciano campagna elettorale, per ragioni intuibili, anche se dovessero vincere il ricorso contro il veto dell’Autorità. Ieri la Rai ha stabilito un precedente molto preoccupante: i principali conduttori di programmi di approfondimento non sono abilitati ad occuparsi di politica quando sarebbe più necessario. Si azzera tutto perché non si ha il coraggio di dire a uno: amico, rispetta anche tu le regole altrimenti stai a casa…’. Lucia Annunziata ha deciso di non andare in onda, pur potendolo fare. Cosa ne pensa? ‘Gesto nobile. Ma la situazione resta grottesca. Riccardo Iacona continuerà ad andare in onda con "Presa diretta" ogni domenica in prima serata su Raitre. Bene, l’altro ieri lui ha potuto occuparsi di un tema delicato come la magistratura, ieri sera io ho dovuto cancellare un programma con i metereologi per capire le ragioni di questo inverno eccezionale. Ma si può?’. E adesso, cosa farà per un mese? ‘Registreremo un paio di puntate per il magazzino, visto che non ne abbiamo mai il tempo. Poi me ne andrò in montagna. Aggiungo un’ultima cosa. La maggioranza politica ha contratto un debito verso la Rai. Se Berlusconi è l’uomo della libertà, non può soffocare la mia azienda. Giace da tempo sul suo tavolo il progetto per inserire il canone, riducendolo, nella bolletta della luce in modo da ridurre l’enorme, clamorosa evasione. Mandi avanti questo progetto e dimostrerà di voler mantenere l’equilibrio tra i principali gruppi televisivi del Paese’”. (red)

23. Santoro: “Così uccidono la tv pubblica”

Roma - Intervista di REPUBBLICA a Michele Santoro: “‘Berlusconi lo ha capito da tempo: ormai c’è un rapporto diretto tra opinione pubblica e leader. Ma i cittadini cambiano idea, danno il consenso e lo tolgono. Per questo ha bisogno di mettere alla telecamera una calza senza smagliature, di costruire un racconto della realtà che non intacchi l’immagine del capo. Non sono ammesse trasmissioni che pongono interrogativi, sollevano dubbi, spiegano che l’inceneritore di Napoli non funziona o che all’Aquila c’è qualche problema’. Stavolta la battaglia di Michele Santoro non è solitaria. Il conduttore di Annozero ha deciso di combatterla con gli altri: con la Fnsi, il sindacato, Floris, Gianluigi Paragone, persino con Vespa che pure gli dà la colpa di aver creato il clima che oggi porta alla cancellazione di quattro programmi Rai. Che differenze ci sono, Santoro, tra questo momento e l’editto di Sofia? ‘Che la Rai oggi, come soggetto editoriale, è più debole di prima. Che è un’azienda che sta morendo. E non l’ho detto io, l’ha detto il presidente Garimberti. Che gli spazi di autonomia di tutta la televisione sono ancora più stretti perché ai partiti non è rimasto niente dell’eredità della Prima repubblica: ideologia e cultura. Sono gruppi di potere e basta’. Ma è l’azienda ad aver deciso la chiusura dei vostri programmi. Il regolamento della Vigilanza non era così drastico. ‘Certo, l’azienda, il direttore generale... Mentre eravamo tutti agitati per il regolamento uscito dalla commissione, lui stava in vacanza. È chiaro: non aveva bisogno di essere qui. La decisione era già stata presa e non a Viale Mazzini’. Lei dice che i partiti vogliono far valere la legge del più forte. È solo questo il punto? ‘La par condicio è un pretesto, come le elezioni regionali. La questione è più grande. Da un po’ assistiamo a un attacco senza precedenti ai poteri di controllo: la magistratura, l’informazione, la burocrazia, come nel caso della Protezione civile. Cercano una militarizzazione della società. Di questo disegno Berlusconi è il principale architetto. Ma non agisce da solo’. In che senso? ‘I partiti della sinistra si oppongono alla cancellazione dei programmi perché si devono opporre, per inerzia. Ma sono ancora in attesa di assistere alla loro svolta liberale. La verità è che c’è ancora molto comunismo in quella parte politica. Anche loro vogliono governare le cose dall’alto. Tentano di assomigliare a Berlusconi, quello è il modello, mentre il vero modello dovrebbe essere la democrazia. Capisco che ai partiti piaccia l’ordine, ma cultura e informazione, per loro natura, sono disordinate’. Andrete in onda lo stesso? ‘Condurrò la battaglia insieme con i colleghi e con la Fnsi. Poi faremo una puntata di Annozero il 25 marzo, alla vigilia delle elezioni. Non so dove, né come. In piazza, su Internet, ma la faremo’. Cosa teme Berlusconi dai vostri programmi? ‘È più facile togliere il consenso a un leader che a un partito. Dunque l’immagine che Berlusconi si è costruito non va in alcun modo intaccata’. Meglio il filtro dei telegiornali. Del Tg1. ‘Il percorso narrativo dei tg è molto prevedibile. Non ci sono grandi differenze tra di loro. La forza del telegiornale non sta in come racconta una notizia, ma nel dettare l’agenda della realtà a una grande massa di persone’. Oggi con Vespa siete sulla stessa barca. Ma il conduttore di Porta a porta la accusa in sostanza di aver indotto la politica a questo black out. ‘Annozero esprime un pezzo di opinione pubblica che Berlusconi non vorrebbe che fosse rappresentato. A noi però ci guardano a sinistra e a destra. Basta leggere i giornali di quella parte che dedicano 20 pagine ogni settimana a me e alla trasmissione. Certo, se tutti fossero simili a Vespa forse il problema della cancellazione non si sarebbe posto. Ma la differenza tra me e lui è che io farei le barricate per difendere il suo diritto di esprimersi, lui non restituirebbe il favore. È la cosa più sgradevole. Poi, va aggiunto uno sprazzo di verità. La trasmissione di Vespa è vecchia e in affanno. Nessuno lo dice perché è la terza camera dello Stato. Ma i dati d’ascolto parlano chiaro. Penso ci sia un collegamento tra le sue accuse ad Annozero e i numeri dell’Auditel’”. (red)

24. Agli immigrati dite che fuori dall’Italia è peggio

Roma - “Lo sciopero degli immigrati che si è svolto ieri - osserva Francesco Forte su IL GIORNALE - è una manifestazione priva non solo di obiettivi sindacali ma anche di ogni altro obiettivo concreto. E in sostanza una manifestazione pre elettorale. Che fa parte del sistema di agitazioni e di furberie messo in atto dalla sinistra per cercare di supplire alla sua mancanza di voti. Non a caso hanno aderito a questo sciopero il Pd, Rifondazione comunista, l’Arci, i Cobas, i soliti gruppettari della sinistra movimentista, l’Onda. Il colore ufficiale è il giallo, un brutto colore per un sindacato, perché è quello che una volta usavano i sindacati crumiri. Ma il loro vero colore è il rosso post-comunista e comunista. L’obbiettivo dello sciopero è di dire ‘no al razzismo’ e di ‘chieder agli italiani una migliore convivenza’. Una persona normale penserebbe che gli scioperi si facciano contro qualcuno, per chiedergli qualcosa di oggettivo. Lo sciopero, quello genuino, in effetti si fa contro il datore di lavoro, per il rinnovo del contratto, per l’aumento di paga, le condizioni di lavoro e così via. Poi la cosa è andata degenerando e si sono fatti gli scioperi politici contro le leggi del governo, per chiedere maggiori pensioni o altri benefici. Ma uno sciopero contro gli italiani nel complesso non lo si era mai visto. E anche la richiesta agli italiani come un tutto unico è singolare. Ci si accusa complessivamente di razzismo. Una accusa che non ci meritiamo. I 56 milioni di cittadini italiani, nel giro di pochi anni, hanno accolto i 4 milioni di stranieri regolari in modo civile ed umano. E ci sono anche uno-due milioni di clandestini che campano in Italia. Le manifestazioni di insofferenza, quando ci sono, riguardano i malfattori, i ‘viados’ maschi e femmine, i clandestini in accampamenti abusivi che creano disordine pubblico, non le famiglie dei lavoratori immigrati e gli studenti stranieri. I datori di lavoro, la cui fabbrica viene fermata per qualche ora, per questo sciopero, come la Ducati di Bologna, han tutto il diritto di dire che si tratta di una azione insensata. L’azienda riceve un danno del tutto gratuito, per contestazioni che non la riguardano. Aggiungo - prosegue Forte su IL GIORNALE - che invece che scioperare perché gli italiani non li trattano abbastanza bene, gli immigrati farebbero bene a ringraziare il cielo di avere trovato lavoro in Italia. Qui da noi gli immigrati hanno diritto alla assistenza sanitaria gratuita completa, allo stesso modo degli italiani. Ed essa viene prestata anche ai clandestini con una discutibile interpretazione della legge. Gli immigrati hanno diritto a frequentare le scuole dell’obbligo italiane ove non consta che siano in alcun modo discriminati o ghettizzati. Il ministro Gelmini, anzi, si è preoccupato di fare in modo che le classi abbiano una composizione equilibrata fra italiani e stranieri, per evitare tale effetto. E a quanto risulta, non viene neppure chiesto ai bambini se sono figli di immigrati regolari o clandestini. Non risulta che gli immigrati che usano i mezzi pubblici subiscano discriminazioni. Gli immigrati hanno difficoltà a trovare alloggio nelle grandi e medie città. I clandestini non hanno però diritto di lamentarsene. Per gli immigrati regolari, va osservato che il problema del caro alloggio non lo hanno solo loro, lo hanno anche gli italiani, che vivono nelle città di maggiore dimensione. Così molti fanno i pendolari. E se qualcuno degli immigrati ha un disagio, come pendolare, saprà che tutti i pendolari spesso hanno disagi. L’Italia sessanta anni fa era un Paese povero, faceva parte di quelli meno sviluppati, non solo per il Sud, anche per tutto il resto della nazione, tranne il triangolo Nord-Occidentale. Le donne venete facevano le cameriere (ora si dice colf) a Milano e Torino, i maschi erano immigrati nell’edilizia. Ora il Veneto è ricco, ma si è fatto da sé. Ha diritto a chiedere che ciascuno, che qui va a stare, faccia la sua parte. L’Italia è un Paese industriale giovane con molti problemi, come tutte le nazioni cresciute rapidamente. Ma in Italia la grande crisi non ha dato luogo a licenziamenti in massa, il tasso di disoccupazione è aumentato solo di un punto e mezzo, passando all’8,6 percento, ossia 334mila persone in più rispetto a gennaio 2009, contro una media europea del 9,9 per cento. Il sistema ha tenuto e tiene, perché il governo ha messo in atto il massimo di ammortizzatori sociali, la politica economica è stata prudente, le imprese si sono date da fare. I due milioni di lavoratori stranieri che lavorano in Italia hanno condiviso questa vicenda positiva. In generale - conclude Forte su IL GIORNALE - i lavoratori in Italia perciò si sono stretti attorno alle loro aziende, hanno capito che questo non è il momento delle agitazioni, ma del massimo impegno per difendere il posto di lavoro tutti assieme, lavorando, non manifestando. Volete un consiglio? Buttate le uova marce da un’altra parte”. (red)

25. Dati bruttini, ma non orrendi

Roma - “I dati che l’Istat ha comunicato sulla disoccupazione di gennaio, oltre che su deficit, debito e pil del 2009, non sono buoni - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - ma risultano migliori sia rispetto a precedenti stime che nei confronti internazionali. Il prodotto interno lordo è sceso infatti del 5 per cento. Una flessione pari a quella registrata in Germania. Non solo. Poiché il tasso di inflazione del 2009 è pari all’1 per cento, se ne potrebbe desumere che in termini reali la flessione del nostro pil nel 2009 sia stata effettivamente pari al 4 per cento. Il rapporto deficit/pil per l’anno passato è invece stimato al 5,3 per cento. Il Fondo monetario internazionale lo aveva valutato al 5,6. A parte la Germania, che è rimasta a un deficit del 3 per cento, tutti gli altri paesi europei hanno avuto nel 2009 un deficit maggiore di quello italiano. Discorso simile si può fare per il tasso di disoccupazione, che in Italia ha raggiunto, nel gennaio 2010, l’8,6 per cento, mentre è superiore in quasi tutti i paesi europei e perfino negli Stati Uniti. In sostanza, mentre l’Italia nel 2009 non ha effettuato alcuna manovra di spesa in deficit di tipo neokeynesiano – nel nostro caso infatti l’aumento del deficit e del debito si spiegano solo con la flessione del pil – l’aumento della disoccupazione è rimasto largamente al di sotto di quello degli altri stati, e anche di quello che ci si potrebbe aspettare con una crisi internazionale e con una caduta del pil così accentuate. Ciò si spiega in parte con il buon funzionamento degli ammortizzatori sociali, in parte con il fatto che le imprese hanno preferito, dove è stato possibile, tenersi la propria forza lavoro per essere pronte per la ripresa, in parte infine con il fatto che il pil calcolato in base ai prezzi del 2008 sopravvaluta l’effettivo rallentamento del nostro sistema. Queste osservazioni non indulgono alla tesi che ora non bisogna fare nulla per stimolare la ripresa. Si argomenta piuttosto - conclude IL FOGLIO - che il tessuto economico è sano e che a maggior ragione, in questo momento, appare possibile ed efficace una politica accorta di stimolo della domanda e dell’offerta, senza deficit spending, per sostenere la ripartenza”. (red)

26. Tremonti, rischio greco e idea di un Super Fondo Ue

Roma - “Con un prodotto interno lordo sceso nel 2009 del 5 per cento, un rapporto tra deficit e pil certificato ieri dall’Istat al 5,3 e un debito pubblico volato di dieci punti al 115,8 - scrive IL FOGLIO a pagina 1 - ieri Giulio Tremonti scrutava per lo più lo stato dell’economia italiana che non considera disperante, anzi. Ma il titolare del Tesoro segue anche un eventuale piano franco-tedesco di salvataggio della Grecia. A condizione però, secondo la ricostruzione del Foglio, che il progetto – del quale al ministero dell’Economia i dettagli risultano ancora indistinti – se posto in questi termini, resti appunto una questione renana. Cioè non costi nulla all’Italia. Diversamente, in caso cioè di intervento coordinato europeo, Tremonti continuerebbe a preferire strumenti del tipo ‘Union bond’: prestiti strutturali da finanziare con le riserve della Bce; e da destinare non solo ad aiuti in extremis, ma anche al finanziamento di piani di infrastrutture che stimolino l’uscita dalla crisi. Una prospettiva che non sembra quella seguita dal commissario europeo agli Affari monetari, Olli Rehn, che ieri era ad Atene, dove il governo ha accettato un nuovo giro di vite su tasse e salari. Il ministro, inoltre, guarda con attenzione alla creazione di un super Fondo europeo, nuovo organo destinato ad affiancare la Banca centrale e la commissione per gestire appunto questo tipo di iniziative, ma le cui leve di comando siano affidate ai governi, con precise e dichiarate scelte di politica economica, anziché a qualche non elettiva istituzione comunitaria. Magari la denominazione può cambiare, e diventare fondo sovrano europeo. A Roma, peraltro, come in molte altri capitali dell’Ue, il progetto di salvare la Grecia seguita ad apparire come un assemblaggio di indiscrezioni più che una questione da discutere con gli altri partner. Certo, ambienti del Tesoro osservano che nel piano renano esiste anche una sorta di ‘segreteria’ affidata al presidente lussemburghese dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, e dunque a un’istituzione ufficiale. Ma questo, osserva qualche esperto più malizioso, perché la conferma di Juncker faceva parte del pacchetto di nomine deciso a fine 2009 tra Merkel e Sarkò. Piuttosto fonti governative e bancarie italiane fanno rilevare come gli istituti tedeschi siano esposti nei Pigs per 500 miliardi di euro, tra titoli pubblici e privati. E come, riguardo alla sola Grecia, le banche francesi abbiano un’esposizione di 80 miliardi, e quelle tedesche di 40. Complessivamente - prosegue IL FOGLIO - il sistema bancario renano ha in mano l’equivalente della metà del pil di Atene. Le Monde rivela che Deutsche Bank e Bnp sarebbero quelli che premono di più sulla Cancelleria e sull’Eliseo, e che Sarkozy vorrebbe coinvolgere la Cassa depositi e prestiti francese per mantenere il controllo politico dell’operazione. Al contrario, Angela Merkel ha molte remore a far scendere in pista l’equivalente tedesco KfW per timore di una reazione dei contribuenti. Tutto ciò, dicono in ambienti del governo italiano, dimostra come al rigore finanziario sempre predicato da Germania e Francia non si sia accompagnato un’analoga oculatezza delle loro banche. Che ora, in sostanza, i governi di Berlino e Parigi sono chiamati a soccorrere una seconda volta. C’è anche chi osserva come nel portafoglio titoli pubblici di Allianz, il colosso di Monaco considerato il miglior valutatore mondiale del rapporto tra rischio e beneficio, i Btp siano al primo posto con un investimento di 7,6 miliardi di euro, davanti ai Bund tedeschi e agli Oat francesi. In altri termini, uscita dall’area Pigs, l’Italia potrebbe beneficiare delle difficoltà di Atene, Madrid e Dublino, piazzando più agevolmente i propri titoli di debito. Certo, Tremonti mira da tempo a una vera iniziativa europea; e ieri si è messo sulla sua lunghezza d’onda Romano Prodi, il quale ha anche giudicato ‘non scandaloso un intervento del Fmi’. Per Tremonti un’azione congiunta dovrebbe comprendere un nuovo patto di stabilità, includendovi un’analisi non meramente contabile dell’economia reale, tenendo conto anche del livello del debito privato. Per questo il patto franco-tedesco per una Maastricht-2 che sarebbe allo studio di Berlino e Parigi non trova in linea di principio ostilità al Tesoro, purché non si penalizzino altri paesi. L’Italia, non più pig ma neppure sufficientemente strong, per ora sta dunque in scia, a distanza, di Germania e Francia”, conclude IL FOGLIO. (red)

27. Cellule islamiche pronte a colpire in Italia

Roma - “L’Italia nel mirino. Secondo la nostra intelligence, che ieri ha presentato la relazione annuale al Parlamento - riporta Virginia Piccolillo sul CORRIERE DELLA SERA - il terrorismo islamico considera il nostro Paese un ‘obiettivo remunerativo’. Perché è il centro della cristianità. Ma anche per ‘l’impegno e la partecipazione alle missioni internazionali, per la determinazione a contrastare il terrorismo ribadita anche in sede internazionale’. E, come nel resto d’Europa, per i servizi, ‘cellule non organiche ad al Qaeda’ dedite al ‘supporto logistico’ sarebbero pronte a passare alla ‘fase operativa e d’attacco’. Il rischio paventato è che soggetti di ideologia salafita-jihadista possano decidere azioni ostili qui. E convogliare sentimenti anti-occidentali contro ‘personalità istituzionali o personaggi noti ritenuti colpevoli di comportamenti dissacratori nei confronti dell’Islam’. Il viaggio in Israele del premier Berlusconi, e dei ministri Franco Frattini e Andrea Ronchi, per la solidarietà offerta al popolo iraniano e per l’inserimento nella black-list dei pasdaran, aveva suscitato fibrillazioni tra gli integralisti islamici. Nella relazione si paventano però anche rischi all’estero. A cominciare dall’Afghanistan, dove anche nel settore italiano si registra un ‘crescente attivismo dell’insorgenza’ che potrebbe ‘accentuare la propria aggressività con l’uso intensivo di Ied (ordigni esplosivi improvvisati) e il ricorso ad attentatori suicidi’. A leggere il testo quella di Antonio Colazzo sembra una morte annunciata. E a lui si pensa quando nel testo si afferma: ‘Gli agenti dei servizi segreti italiani all’estero, in particolare in Afghanistan, hanno scongiurato con la loro attività informativa attentati sia nei confronti dei contingenti nazionali che di quelli alleati’. I livelli di rischio che l’Italia sia oggetto di attentati, comunque, vengono definiti dalla stessa intelligence ‘vari e variabili’. E del resto - prosegue Piccolillo sul CORRIERE DELLA SERA - l’allarme viene lanciato assieme ai molti altri enumerati anche quest’anno nella relazione. Vanno dall’’attenzione predatoria’ della mafia per gli appalti post-terremoto in Abruzzo, a una possibile guerra tra cosche del sud e del nord, alle possibili tensioni in carcere dovute all’alta presenza in cella di ‘leadership’ mafiose. Dal pericolo ‘sempre attuale’ di un ritorno della violenza br, alla minaccia cibernetica, fino alla crescenti scorrerie di spie straniere nel nostro Paese. Dopo aver segnalato il ‘persistente’ pericolo di ‘rilancio della lotta armata’ dell’area brigatista e l’aumentata minaccia anarco-insurrezionalista, i servizi si concentrano sul pericolo mafioso. Si segnala la ricerca di Cosa Nostra di recuperare capimafia e si prevede l’ascesa di Matteo Messina Denaro. Ma soprattutto si accende un faro sulla ‘capacità dei sodalizi di inquinare e condizionare l’economia’. Si parla di ‘veri e propri comitati affaristici finalizzati a veicolare gli interessi mafiosi verso i settori di intervento più remunerativi’. E tra questi si citano gli appalti nella ricostruzione post-terremoto in Abruzzo, l’Expo 2015, la Tav, i lavori stradali e autostradali, il settore energetico e il ponte sullo Stretto. Ma anche la grande distribuzione, il ciclo rifiuti, il turismo. Occorre innalzare il livello di attenzione preventiva”, conclude Piccolillo sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

28. Morire da italiani

Roma - “Pietro Antonio Colazzo, servitore dello stato - scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - è tornato ieri da Kabul in una bara: morto da eroe nella lotta contro il terrorismo. Durante un assalto di miliziani ha avuto il sangue freddo per fornire le informazioni utili al contrattacco delle forze regolari afghane e internazionali, sapeva di rischiare la vita, ma col suo comportamento ha permesso di contenere gli effetti dell’aggressione, salvando così numerose vite. Non la sua. I servizi di sicurezza e di intelligence italiani, che in patria vengono spesso dileggiati e talora accusati anche dalla magistratura dei più efferati crimini, sono rispettati all’estero per la loro professionalità e per il coraggio personale dei funzionari. L’eroismo di queste persone, che esercitano funzioni delicatissime in modo riservato, senza compiacenze e senza esposizioni mediatiche, emerge solo in casi tragici come quello che ha portato al sacrificio di Colazzo. Per una volta anche i giornali dell’establishment ne hanno dato conto, come per la verità avevano fatto in un primo tempo anche con Fabrizio Quattrocchi, il body guard massacrato dai tagliagole iracheni ai quali rispose con l’inusuale e sincero orgoglio di chi sa ‘morire da italiano’. Sono bastati, in quell’occasione, pochi giorni per veder spuntare la solita inchiesta giudiziaria che voleva trasformare un eroe in ‘mercenario’. E per vedere l’opinione perbenista - prosegue IL FOGLIO - accodarsi alla logica dell’oblio per l’eroe, al cui nome non fu possibile intitolare una strada. C’è da sperare che non avvenga così anche per Colazzo. Da noi infangare gli atti di eccezionale valore personale è una moda permanente, forse il riflesso di un atteggiamento di deprecazione autolesionistica che ha radici antiche. Quattrocchi è morto inneggiando alla patria, Colazzo per difenderla dall’insidia globale del terrorismo. Quattrocchi, per lo meno, è stato poi insignito della medaglia d’oro al valore civile, che sarebbe giusto conferire anche a Colazzo. La sensibilità di Giorgio Napolitano non ha bisogno di suggerimenti, ma sarebbe il caso che quando si conferirà alla memoria di Colazzo il riconoscimento dello stato che ha servito con onore si colga l’occasione per ricordare agli italiani non solo una persona dal comportamento eroico, ma l’azione discreta e silenziosa di tanti che si sacrificano per difendere la nostra sicurezza. In fondo - conclude IL FOGLIO - la retorica della difesa della Patria è sempre meglio di quella della sua sistematica denigrazione”. (red)

29. Missione compiuta

Roma - “Questa è la copertina di Newsweek uscita ieri negli Stati Uniti. Il settimanale simbolo della cultura liberal americana - scrive IL FOGLIO a pagina 1 - che dal 2003 si è opposta con tutte le sue forze all’intervento armato contro Saddam Hussein riconosce che alla fine aveva ragione George W. Bush. Ha vinto il presidente repubblicano con il suo piano di esportazione della democrazia in Iraq – ma Newsweek sceglie di uscire con questa copertina celebratoria soltanto ora, molto oltre la fine del suo doppio mandato. ‘Mission accomplished’, missione compiuta, era lo slogan prematuro che campeggiava sulla portaerei alle spalle di Bush durante il discorso di ringraziamento alle truppe nel maggio 2003 e che gli è stato rinfacciato fino alla fine della sua Amministrazione. Ma oggi in copertina finisce quello e non l’altro, quello che spiccava alla testa delle marce pacifiste: ‘No blood for oil’, che nessuno cita più semplicemente perché si trattava di una bufala: gli Stati Uniti non hanno cavato una goccia di petrolio in più dalla guerra in Iraq (semmai ne hanno guadagnato gli stati che alla guerra si opponevano e le cui compagnie di stato adesso si litigano i diritti sui pozzi iracheni più grandi: Cina e Russia). Newsweek concede la vittoria americana in Iraq ora perché domenica si elegge il nuovo Parlamento di Baghdad: ‘Ci saranno 6.100 candidati appartenenti a tutte le grandi tradizioni religiose del paese e a molti partiti differenti. I candidati hanno interessi e ambizioni che contrastano selvaggiamente tra loro. Ma negli ultimi due anni questi politici hanno cominciato a considerarsi come parte dello stesso club, dove la politica dura ha rimpiazzato la guerra civile e le leggi sono forgiate anche se con lentezza e difficoltà attraverso compromessi – non per decreto dittatoriale o, per quel che può contare, per ingiunzione degli occupanti americani. Anche se protetta, incoraggiata e talvolta consigliata da Washington, la classe politica irachena sta dando forma al proprio sistema politico’. E’ il sistema - spiega IL FOGLIO - che due settimane fa il generale David H. Petraeus, il padre militare della stabilizzazione irachena, ha definito ‘Iraqrazia’: è imperfetto, ma sta trovando il suo modo di funzionare. Gli scossoni non mancano. Il partito sunnita più importante ha appena annullato il suo appello al boicottaggio elettorale, dopo che una commissione governativa aveva escluso 500 candidati dalle elezioni accusandoli di essere ex del regime baathista. Poi il governo ha ridotto il numero degli esclusi a 140, ha arruolato di colpo migliaia di giovani sunniti in attesa da anni nella polizia e nell’esercito e i sunniti hanno smesso di protestare. Anzi, i sunniti della provincia grande di Anbar, quelli che hanno combattuto prima contro gli americani e poi contro al Qaida, hanno storto il naso alla proposta di boicottaggio arrivata dai sunniti della capitale: ‘Quelli chi rappresentano? Hanno combattuto come noi contro i terroristi?’. I sunniti di Anbar, per la cronaca, hanno stretto un’alleanza elettorale con il primo ministro sciita Nouri al Maliki. Tre anni fa il premier non sarebbe neanche andato in visita nella provincia dei suoi attuali compagni di lista, perché era una delle più violente: sarebbe stata una missione suicida. I compromessi politici, che un tempo erano considerati dentro gli schieramenti poco meno di un tradimento, oggi sono diventati moneta corrente, scrive Newsweek. Gli sciiti si accordano con i curdi, o con i sunniti, e viceversa, anche soltanto per approvare una singola legge. Mosawama, compromesso in arabo, non è più una parola vergognosa. E le linee di divisione etniche e religiose contano sempre meno. E’ così che nell’ultimo anno sono passate cinquanta nuove leggi, e soltanto tre sono state respinte. E’ l’Iraqrazia. Certo, come dice il gemello al dipartimento di stato del generale Petraeus, l’ex ambasciatore a Baghdad Ryan Crocker, ‘il vero test per la democrazia in Iraq non sarà il comportamento dei vincitori, è come si comporteranno i vinti’. Newsweek scrive che l’estremismo sunnita capeggiato da al Qaida e i suoi attentati orrendi non sono più una minaccia esistenziale per il governo di Baghdad come lo erano negli anni passati. Ma il malcontento sunnita si farà sentire. Sabato - conclude IL FOGLIO - la polizia di Fallujah ha fermato un autobus che trasportava una tonnellata e mezzo di esplosivo al plastico, una quantità enorme pronta per essere impiegata in attentati contro le elezioni”. (red)

30. Medvedev sull’Iran, sì a “sanzioni intelligenti”

Roma - “Quattrocento icone sacre, cento oligarchi e la moglie Svetlana: per il suo primo viaggio ufficiale in Francia - riporta il CORRIERE DELLA SERA - Dmitri Medvedev, 44 anni, è arrivato in folta compagnia. Tre giorni di incontri, un riavvicinamento ‘spettacolare e inatteso - scrive il Nouvel Observateur - che inquieta diversi responsabili di governo a Parigi, dal ministero degli Esteri al controspionaggio allo stesso Eliseo’. Certo non inquieta il primo cittadino, Nicolas Sarkozy, novello fautore dell’asse Parigi-Mosca (nel solco di Chirac). ‘Civilizzerò i russi’, avrebbe detto Sarko ai collaboratori, mentre sempre secondo il Nouvel Obs sarebbero i russi ‘ad aver attirato Sarkozy’ in un piano di legittimazione internazionale. L’alleanza conviene a entrambi, visti gli esiti dell’incontro di un’ora svoltosi nel tardo pomeriggio all’Eliseo. Sorrisi e abbracci: al termine, Sarkozy si è rallegrato per ‘la grande coincidenza di vedute sui grandi dossier, Iran compreso’. D’altra parte ‘i rapporti con l’amico Nicolas sono eccellenti’, aveva raccontato il capo del Cremlino alla vigilia. L’appuntamento forse più importante di questa visita - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - è già avvenuto, dietro le quinte: riguarda il protocollo d’intesa tra il gigante transalpino dell’energia pubblica Gdf Suez e il russo Gazprom. I francesi entrano con il 9 per cento del capitale nel progetto Nord Stream, il gasdotto che unirà la Russia all’Europa passando per il Mar Baltico (lavori al via ad aprile). Parigi mette un piede, in extremis, nel grande affare russo-tedesco. ‘Era ora che seguissimo la scelta fatta dalla Germania molto tempo fa - applaude Le Figaro -. Siamo dietro anche all’Italia. Settimo investitore, nono esportatore: la Francia può fare di più ‘ . E voilà: l’Alstom entra al 25 per cento nel capitale del costruttore di treni Transmshholding, Renault annuncia il raddoppio della produzione di auto a Mosca. Sul tavolo della politica Sarkozy ha chiesto ai russi di appoggiare il rafforzamento delle sanzioni contro l’Iran. ‘Disponibili a nuove sanzioni ponderate e intelligenti, a condizione che non producano un dramma umanitario’ ha risposto Medvedev, il quale ha anche annunciato che Russia e Stati Uniti sono ‘vicini a un accordo’ nel negoziato per il trattato di disarmo nucleare che dovrà subentrare all’accordo Start 1 concluso nel 1991. Medvedev conta su Parigi per spingere il nuovo Patto di Sicurezza europea proposto da Putin e per l’ingresso nel Wto. Sarkozy ha annunciato ‘negoziati esclusivi’ sulla vendita a Mosca di quattro navi anfibie di classe Mistral (malvista dalla Nato). Nell’attesa di una firma, spazio alla cultura: oggi Medvedev e Sarkozy inaugurano una mostra al Louvre. Il titolo è tutto dire: ‘Santa Russia’”. (red)

31. I guru del clima fanno autodafè

Roma - “C’è modo e modo - scrive IL FOGLIO a pagina 1 - di fare autocritica, e quello scelto dagli scienziati dell’Ipcc sul Wall Street Journal di ieri la dice lunga sulle difficoltà che il catastrofismo climatico sta passando. Travolti dallo scandalo delle e-mail che rivelavano accordi tra climatologi per truccare i dati delle temperature globali e dalle previsioni sballate sullo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, gli esperti delle Nazioni Unite hanno deciso di ristrutturare l’Ipcc. L’ex infallibile consesso di studiosi sarà ‘commissariato’ da un comitato indipendente di esperti che dovrà studiare le migliorie necessarie a recuperare la credibilità perduta. Saranno raddoppiati i controlli sugli studi scientifici citati e i report dovranno riflettere i diversi punti di vista quando non si raggiungerà il consenso; soprattutto, chi scriverà i report dovrà evitare in ogni modo di suggerire azioni politiche per combattere i cambiamenti climatici. I correttivi annunciati dal presidente Rajendra Pachauri si sono resi necessari dopo che in tanti avevano osservato come l’Ipcc si fosse trasformato negli ultimi tempi da analista scientifico in attore politico, danneggiando seriamente la causa ambientalista, mai così poco nel cuore della gente. Abbiamo semplificato troppo, questo il mea culpa degli esperti dell’Ipcc a chi li accusa di avere venduto come certezze previsioni che certe non erano affatto. La colpa sarebbe principalmente dei politici, che non si accontentano di documenti con previsioni troppo vaghe. ‘Si possono avere numeri più precisi?’, questa la domanda che i politici fanno in continuazione agli scienziati. I quali hanno due strade percorribili: cercare di spiegare loro che raramente la scienza dà la risposta esatta sul da farsi oppure dare quei numeri. Pressati da più parti - prosegue IL FOGLIO - in questi anni troppi scienziati hanno spacciato versioni ipersemplificate dei problemi come sicure soluzioni agli stessi. Nascondendo i dubbi. Tra i politici che più hanno fatto questo tipo di pressione c’è Al Gore. L’ex vicepresidente americano nel 2007 ha vinto un Oscar per un documentario sul riscaldamento globale zeppo di errori e si è aggiudicato il Nobel per la Pace in condivisione con l’Ipcc. Gore ha fatto la sua fortuna con un paio di libri e un tour di conferenze in cui, semplificando parecchio, spiegava come il mondo stesse andando verso rapida fine per colpa delle emissioni di gas serra prodotte dagli uomini. Per salvare il pianeta dall’autocombustione bisogna investire in energie rinnovabili. Al Gore ha fatto significativi investimenti in molte imprese che producono questo tipo di energia. Sbugiardato al congresso di Copenaghen sul clima per avere previsto lo scioglimento del Polo Nord basandosi sulle semplici dichiarazioni di uno scienziato, Al Gore è tornato a scaldare gli animi con un editoriale sul New York Times di domenica, riproponendo il personaggio che più ama interpretare: il sacerdote di una nuova religione salvifica, l’ambientalismo catastrofista. ‘Sarebbe un grande sollievo – scrive Gore – se i recenti attacchi alla scienza che studia il global warming ci dicessero che non dovremo più affrontare una calamità inimmaginabile’. Al Gore ammette che ultimamente qualche colpo è andato a vuoto, ma ciò non toglie che il clima sta cambiando in modo repentino e la colpa è delle emissioni prodotte dall’uomo. Compito dei governanti è ‘usare le leggi come strumento di redenzione umana’ imponendo la diminuzione di gas serra. Cosa che spesso porta più danni che vantaggi: ieri il Times ha pubblicato uno studio commissionato dal governo inglese sull’impatto ambientale dei biocarburanti. Si è scoperto che sono più dannosi della benzina tradizionale: un litro di carburante verde riduce le emissioni di CO2 del 35 per cento, ma trasformare le foreste di Indonesia e Malesia in piantagioni in cui si produce il biofuel fa aumentare le emissioni del 31 per cento, danneggia l’ecosistema e rende l’aria irrespirabile”, conclude IL FOGLIO. (red)

Che bell’assolo, Mauro Pagani! Il lucidissimo intervento sulla droga dell’ex PFM ad Annozero

Prima Pagina 01 marzo 2010