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TAV: saccheggio alla collettività

Siccome il ritornello sempre uguale dell’Alta Velocità “necessaria allo sviluppo” dobbiamo cuccarcelo una settimana sì e una no, vediamo di fare chiarezza sul meccanismo diabolico che invece di portare sviluppo, cioè quattrini, alla collettività, glieli saccheggia da vent’anni nell’indifferenza generale. Ideatrice della maxi-operazione Tav fra gli ultimi anni ’80 e i primi ’90 fu un’allegra combriccola di manager e politici tutti di lì a poco affogati nell’inchiesta Mani Pulite: l’allora ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino, autore dell’architettura finanziaria; Lorenzo Necci, ex presidente Enimont a capo delle Ferrovie; Pierfrancesco Pacini Battaglia, faccendiere sodale di Necci, al centro di un giro miliardario di mazzette alla Guardia di Finanza. Sono loro a creare la Tav Spa nel 1991, strombazzata come una società prevalentemente privata quando invece altro non era che una controllata pubblica, dato che la maggioranza era detenuta da Fs e istituti di diritto pubblico e il 60% del finanziamento era coperto dallo Stato. Il sistema da loro congegnato è quello dei “general contractor”, concessionari scelti in base a “trattativa privata”, cioè senza una gara trasparente. Il meccanismo di concessione si basa su un trucco: i concessionari hanno tutti i poteri di committenti pubblici – progettazione, eventuali espropriazioni di terreni privati, direzione lavori – ma non la gestione dell’opera. Ossia non devono badare a come reperire le risorse per coprire le spese. Tanto, paga Pantalone. Cioè lo Stato. 

Nel mazzo dei fortunati concessionari, dietro ai tre colossi Iri, Eni e Fiat c’è una schiera numerosa e affamata di gruppi industriali legati fra loro in tutti i grandi business delle costruzioni, come il Ponte sullo Stretto e le basi americane: dalle imprese del defunto Marcellino Gavio (Itinera, Impregilo) alle cooperative rosse (CCC, CMC), dalla Pizzarotti al gruppo Caltagirone, da Maltauro alla Astaldi, solo per fare i nomi più grossi. Un arcipelago vastissimo di interessi economici che si aggiudicano i 26 mila miliardi di lire di giro d’affari (stima ufficiale del 1991), spartendoseli tramite 7 consorzi. A garantire la mega-speculazione per lo Stato era il professor Romano Prodi, fino al 1989 presidente dell’Iri, carica che occuperà di nuovo nel 1993. Si succedono i governi, e nessuno fa una piega di fronte al disastro finanziario di una Tav malnata. Amato, Ciampi, Berlusconi e il “garante” Prodi: tutti a coprire il costo spaventoso per la collettività che cresce di anno in anno, come un tumore. Il sottosegretario Visco ha quantificato in 13 miliardi di euro il debito solo per il periodo dal 2002 al 2005. Procedendo a spanne e per difetto, si può calcolare in oltre 100 miliardi di euro i soldi pubblici polverizzati dal 1991 a oggi. Polverizzati perché tratte pronte si contano sulle dita di una mano, e la linea più importante, il cosiddetto “Corridoio 5” che dovrebbe attraversare l’intero Nord Italia, vede ultimata soltanto una tratta, la Torino-Novara. E sono passati vent’anni. Venti lunghi anni di fumo negli occhi della gente, a cui viene fatta bere la balla della Tav come opera imprescindibile. Ora e sempre, viva i No Tav! 

Alessio Mannino

 

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