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Il Papa e gli abusi sessuali. Meno parole, più denunce

Più di quattromila parole. Nella sua “lettera pastorale del Santo Padre ai cattolici d’Irlanda” che è stata pubblicata venerdì scorso, Benedetto XVI ha indugiato a lungo sul problema degli abusi sessuali nel mondo della Chiesa. Secondo alcuni osservatori, evidentemente avvezzi alle “complessità” vaticane, si tratta di un grande passo avanti, che finalmente si lascerebbe alle spalle la tradizionale ritrosia delle più alte gerarchie ecclesiastiche, e in particolare del Papa, a occuparsi della questione in modo esplicito e non sommario. Il cardinale Georges Cottier, teologo di fama e antico collaboratore dello stesso Ratzinger, loda il «coraggio» con cui la missiva è stata scritta e sottolinea la «ferma condanna per crimini tanto orrendi». Michael Novak, esponente di primo piano dei teocon statunitensi, ricorda i silenzi pregressi e afferma che «il Pontefice ha dimostrato di aver capito la lezione».

Per chi osservi dall’esterno, e non sia disposto a esaltare il presente solo perché segna un qualche miglioramento rispetto alle troppe, deliberate e colpevoli omertà del passato, il giudizio non può che essere assai meno positivo. Al posto di queste elaborate e meditabonde riflessioni, che nonostante tutto sembrano più preoccupate di riguadagnare fiducia e consenso che non di avviare un repulisti a tutto campo, sarebbe bastato un messaggio assai più sintetico. Tanto stringato quanto inequivocabile. Sarebbe bastato che il Papa dichiarasse, con la forza di un impegno ufficiale, che d’ora in avanti la Chiesa sorveglierà con ben altro rigore il comportamento dei suoi esponenti di ogni ordine e grado, denunciando risolutamente all’autorità giudiziaria qualsiasi reato penale di cui sarà venuta a conoscenza. 

Purtroppo, invece, di questo cambiamento elementare, e però decisivo, non c’è traccia. L’approccio di Benedetto XVI è dolente e problematico, ma al tempo stesso è evasivo. L’assunzione di responsabilità è limitata nella sostanza ed esitante nella forma. Con la scusa di ragionare approfonditamente sulle cause di quanto è accaduto, la “colpa” della Chiesa viene ridotta a un difetto di vigilanza, che esce comunque attenuato dalla corruzione che va dilagando nella società circostante. «In realtà, come molti nel vostro Paese hanno rilevato, il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa. Tuttavia il compito che ora vi sta dinnanzi è quello di affrontare il problema degli abusi verificatosi all’interno della comunità cattolica irlandese e di farlo con coraggio e determinazione. Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti sono stati fatti, ma molto di più resta da fare. C’è bisogno di perseveranza e di preghiera, con grande fiducia nella forza risanatrice della grazia di Dio.»  

Spiacenti, “Santità”: in questo caso non c’è proprio nessun bisogno di scomodare la metafisica e di auspicare un intervento divino. In questo caso, che come Lei ben sa non si esaurisce certo nella vicenda irlandese e non si può affatto declinare al passato, è sufficiente l’intervento degli uomini. È sufficiente che all’interno della Chiesa si accetti, finalmente e una volta per sempre, l’idea che nessuna “Verità” con la V maiuscola può autorizzare l’occultamento della verità quotidiana. Un prete pedofilo non è prima un prete e poi un pedofilo. È un pedofilo e basta. 

 

Federico Zamboni

 

Ecco il testo della lettera pastorale


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