Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 22/03/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Sanità, Obama insegue la storia” e in un box: “Idealismo e ambizione di un presidente”. Editoriale di Giovanni Sartori: “Sconnessi e somari”. Di spalla: “I peccatori, l’indulgenza e la forza del Papa”. Al centro foto notizia: “Disfatta di Sarkozy. Tiene solo l’Alsazia”. Sempre al centro: “Pdl contro i numeri della Questura. L’ira di Maroni: quei dati sono seri” e in due box: “‘Il duello tv non si farà’. Lo stop di Berlusconi” e “Se gli italiani all’estero perdono i (loro) giornali”. In basso: “Amore eterno al capo (basta non frequentarlo)” e “Cyberagente tutelerà i ragazzi”.  

LA REPUBBLICA – In apertura: “Sanità, la svolta storica di Obama”. Di spalla: “Piazza Affari e il male oscuro del capitalismo italiano”. Al centro: “Berlusconi: no al duello tv con Bersani”. A fondo pagina: “La guerra tra giovani delle gang multietniche” e “La crociata Disney contro i seni rifatti”. 

LA STAMPA – In apertura: “Sanità, via libera di Obama”. Editoriale di Lucia Annunziata: “Ma le insidie non sono ancora finite”. Al centro la foto-notizia: “Come Bikila, 50 anni dopo” e “Sulla piazza di Berlusconi il Pdl contro la Questura”. In basso: “Il patriarca degli Orfei dal circo alla favela”.  

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Sanità in rosso per 4 miliardi” e l’editoriale: “Un macigno sui nuovi governatori”. A centro pagina: “Regione che vai voto che trovi” e fotonotizia “Professioni emergenti. L’‘home stager’, l’esperto che valorizza la casa in vendita”. Di spalla: “Zone franche in vetrina per attirare le imprese”. In basso: “A lezione di fantasia per recuperare i tagli”.  

IL GIORNALE – In apertura: “Effetto Silvio, il vento è cambiato”. Al centro la foto notizia: “La vera storia della cena D’Alema-Tarantini”; “Basta buchi nell’acqua, il rubinetto ora è libero” e “Attaccano la Chiesa solo per affondarla”. A fondo pagina: “Inter fortissima, peccato non sia italiana”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi: no al duello tv con Bersani”. Editoriale di Giuseppe Mammarella: “Se l’America sceglie la strada del welfare”. Al centro: “Scudetto, la Roma ora deve crederci. La Lazio risorge e sbanca Cagliari” e “Maratona di Roma, Gena vince nel segno di Bikila”. Sempre al centro: “Obama, la notte più lunga per la riforma della sanità” e inun box: “Francia, sinistra pigliatutto. A Sarkozy solo l’Alsazia”. A fondo pagina: “Lazio, lo spreco dei farmaci senza sconto” e “La Chiesa tedesca: abusi coperti per anni”.  

IL TEMPO – In apertura foto-notizia: “L’uomo del popolo”. In basso: “Ministeri morosi non pagano i rifiuti”.  

IL FOGLIO – In apertura: “Vuoi vedere che è la Lega la nuova Dc?”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Sulla bella lettera di Benedetto alla nuova Corinto d’Irlanda”.  

L’UNITÀ – In apertura: “Balle da paura”. In Basso: “Il trionfo della gauche”. (red)

2. Usa, Obama vince la sfida della sanità

Roma - Scrive IL GIORNALE: “In poco più di un anno alla Casa Bianca la riforma sanitaria di Barack Obama è sempre rimasta uno dei punti fermi dell’agenda. ‘Facciamolo per il popolo americano’. Così il presidente ha chiuso il discorso alla Camera dei rappresentanti prima del voto cruciale di ieri. Un voto che si è protratto per ore nel corso della notte, dopo l’approvazione delle regole procedurali. Ma l’impressione, per tutti gli osservatori, era che dopo un anno di battaglie al Congresso, uno dei punti simbolo della campagna elettorale obamiana fosse giunto al traguardo, per riuscire dove già svariati predecessori avevano fallito, ovvero nell’allargare le maglie della sanità americana fino a coprire altri 32 milioni di cittadini, ora senza assicurazione. Battaglie incerte, fatte di 54 discorsi, 13 interventi radio, nove dibattiti pubblici, due summit sulla riforma. E di molte telefonate a decine di deputati indecisi, con un conto alla rovescia continuo in un crescendo di ottimismo culminato con la sicurezza di John Larson, capogruppo democratico alla Camera, che, nella mattinata di ieri, ha detto di avere, ‘al momento’, i 216 sì necessari a superare l’opposizione repubblicana. Che appare all’angolo. David Frum, ex speechwriter di George W. Bush, poco prima del voto era ormai rassegnato: ‘I repubblicani si aspettavano che la riforma sarebbe diventata la Waterloo di Obama, invece ci siamo sbagliati. Seguire le voci più radicali ci ha portati a una sconfitta irreversibile’. Eppure i ‘sì’ sono cresciuti con il contagocce.  

Prudente è stato Steny Hoyer, leader della maggioranza, che aveva assicurato che ‘i voti ci saranno in tarda serata’, dopo due ore di dibattito sulla legge già passata al Senato e la decisione della speaker Nancy Pelosi di andare alla conta sui provvedimenti. E allora, per tutta la domenica, è stata una ridda di annunci, con Obama attaccato al cellulare per strappare l’approvazione ad alcuni deputati all’interno del suo partito e il predecessore Bill Clinton arruolato per convincere gli indecisi. Una serie di contatti che ha portato ad alcuni risultati, come l’annuncio dell’appoggio alla legge di Bart Stupak, democratico anti-abortista del Michigan. Attorno a lui si erano riuniti un gruppo di colleghi, tutti cattolici, che fino all’ultimo avevano tenuto la Casa Bianca sotto scacco, seminando incertezza sul loro voto. Ma il presidente ha dato assicurazioni ai deputati più scettici: emanerà un ordine esecutivo sull’aborto, che ne riaffermerà i limiti, dopo il voto alla Camera. Poco dopo è stato raggiunto un accordo della Casa Bianca con i parlamentari democratici anti-abortisti: voto a favore della riforma sanitaria in cambio del rafforzamento dei divieti di finanziamento per interventi di assistenza medica nei casi di aborto.  

La giornata sarà ricordata per le trattative e per le tensioni. ‘Aspettatevi una serata interessante’, aveva assicurato il deputato repubblicano Mike Pence, promettendo l’uso di ogni arma disponibile per bloccare il cammino della riforma. Tensione fra i partiti che si è riflessa anche nel Paese: sulla soglia del Congresso quattro deputati democratici, tre afroamericani e un omosessuale, sono stati presi di mira da qualche centinaio di persone aderenti ai gruppi conservatori dei ‘Tea Parties’ e sono stati ricoperti di sputi e insulti a sfondo razziale o omofobo. E chissà se quando aveva invitato i suoi uomini a ‘resistere’ per raggiungere l’obiettivo, Obama pensava anche a questo. ‘So che siete sotto pressione - aveva detto alle fila democratiche - ma questo è uno di quei momenti in cui potete dire onestamente a voi stessi: ‘Maledizione, è proprio per questo che sono qui’”. (red)

3. Usa, la firma di Nancy dietro la riforma sanitaria

Roma - “Dall’iniziativa a Capitol Hill alle citazioni di San Giuseppe passando per il duello vinto con Rahm Emanuel e la dura trattativa con i deputati antiabortisti: nei 250 giorni di battaglia sulla riforma della Sanità è stata Nancy Pelosi – scrive LA STAMPA - l’alleata di ferro del presidente Barack Obama. Quando a fine giugno il molto malato Ted Kennedy suggerisce a Obama di prendere l’iniziativa sulla riforma della Sanità e la Casa Bianca decide di spingere il Congresso a muoversi è la Pelosi che brucia sul tempo Harry Reid, capo della maggioranza al Senato, nel presentare il primo testo di legge. È il 14 luglio e Nancy, eletta in uno dei collegi più liberal della California, sfrutta il blitz per inserire nel testo l’opzione publica - cavallo di battaglia dei fan obamiani - affiancandolo però a alcune norme contro l’elargizione di fondi per gli aborti che le permettono il 7 novembre di ottenere il voto favorevole dell’aula con il sostegno dei ‘Blue Dogs’ moderati. L’equilibrio fra approccio liberal alla Sanità e realpolitik sull’aborto è la ricetta che rispecchia la strategia che Obama ha in mente ma poi il tutto si infrange al passaggio al Senato perché qui i democratici prima approvano un testo all’esatto contrario - senza l’opzione pubblica e con i fondi all’aborto - e poi il 19 gennaio perdono la supermaggioranza di 60 voti quando il repubblicano Scott Brown espugna il seggio di Ted Kennedy in Massachusetts. La Casa Bianca si sente con le spalle al muro, anche perché i sondaggi anti-riforma si susseguono.  

Obama tradisce incertezza e a sfruttarla è Rahm Emanuel, capo di gabinetto, che senza informare Pelosi si riunisce con i ‘Blue Dogs’ e concorda un testo della riforma ridotto al minimo, pur di farlo passare. Quando Nancy lo viene a sapere va su tutte le furie, accusa Emanuel di essere un ‘minimalista’ che punta a trasformare la riforma in un ‘Kiddie Care’ (cure per bambini) e preme su Obama fino ad ottenere la ritirata di Emanuel, la cui sconfitta diviene di pubblico dominio quando la Casa Bianca non lo include nella delegazione che il 25 febbraio partecipa al summit con i leader del Congresso che si svolge nella Blair House. La rottura con Emanuel è un passaggio difficile per Pelosi perché fu proprio lui ad affiancarla nella campagna di Midterm del 2006 che portò i democratici alla riconquista del Congresso ma la Sanità oramai è diventato il terreno sul quale ‘Madame Speaker’ - il titolo della presidente della Camera - cementa l’intesa di governo con Obama. ‘Molti ci chiedevano di barattare la riforma con dei passi da bambini ma Nancy non ha mai accettato’ ricorda lo stretto collaboratore Chirs Van Hollen, deputato del Maryland. È la cornice nella quale il presidente, dopo il fallito summit della Blair House con l’opposizione, decide di puntare sulla Camera, e non sul Senato, per la riconciliazione dei due testi.  

Da vera mastina del Campidoglio, oramai liberatasi di Emanuel, è Pelosi che va a trattare con i ‘Blue Dogs’, cedendo senza colpo ferire l’opzione pubblica a cui tanto teneva. Nel finale di partita l’ostacolo che le rimane da superare è il più duro: Bart Stupak, il deputato del Michigan capofila degli antiabortisti sostenuto dalla Conferenza episcopale americana. Per superarlo mette sul piatto la propria identità di italoamericana con le radici nella cultura cattolica e si fa riprendere dalle tv mentre indica in ‘San Giuseppe il Lavoratore’ la bussola dell’iniziativa sulla riforma, citando a più riprese la necessità cristiana di ‘aiutare i poveri e i bisognosi’ con un linguaggio destinato ad ammorbidire le gerarchie ecclesiastiche alle spalle degli antiabortisti. Nella notte fra venerdì e sabato è l’ennesimo colloquio fra Nancy e Barack sull’aborto che la mossa risolutrice: il presidente firmerà un ordine esecutivo per proibire l’elargizione di fondi pubblici all’interruzione della gravidanza che la riforma della Sanità prevede. È un artificio legislativo degno della tradizione di Machiavelli ma Nancy ci crede al punto da affidargli l’ultimo miglio della trattativa, che la obbliga a disertare l’apertura dei lavori nell’aula e il giuramento sulla bandiera per ‘limare assieme linguaggio del testo del presidente’ come lo stesso Stupak si premura di far sapere. Con la battaglia dei 250 giorni oramai in dirittuta d’arrivo nell’aula della Camera è Patrick Kennedy, figlio di Ted, a rendere omaggio a chi l’ha condotta senza mai titubare: ‘Grazie a Pelosi per la leadership dimostrata’. A ‘Madame Speaker’ non resta che festeggiare, venerdì, i suoi 70 anni”. (red)

4. Usa, la vittoria sulla sanità rilancia l’agenda di Obama

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Sembrava che sarebbe stata fatale a Obama, quell’ostinazione a inseguire una riforma sanitaria su cui tutti i suoi predecessori erano stati sconfitti. Nell’estate scorsa lo spauracchio del ‘socialismo medico’ fece nascere il Tea Party Movement, la nuova destra populista e anti-Stato. È a causa dell’impopolarità di questa riforma che uno sconosciuto repubblicano, Scott Brown, a gennaio conquistò il seggio senatoriale del Massachusetts che era stato di Ted Kennedy. Lo stesso presidente durante la controversia sulla salute è sceso per la prima volta sotto il 50% di consensi nei sondaggi. Ma con il voto di ieri – e in attesa dell’ultimo passaggio al Senato – la Casa Bianca ha tirato un sospiro di sollievo. ‘Avete fatto la cosa giusta – ha detto Obama ai deputati – non per calcoli di parte ma nell’interesse del paese’. Eppure il calcolo della ricaduta elettorale è in cima alle preoccupazioni. I repubblicani sono convinti che la ‘statalizzazione della sanità’ li farà stravincere alle elezioni legislative di novembre. Accarezzano il sogno di riprendersi la maggioranza, almeno in uno dei rami del Congresso, e di conquistare così un formidabile potere d’interdizione contro il presidente. Ma Obama, che in questa vicenda ha rivelato anche astuzia tattica, ha calibrato bene la tempistica della riforma.  

Da qui a novembre entreranno in vigore solo gli aspetti più benefici della nuova legge. Da subito le compagnie assicurative non potranno più revocare l’assistenza a chi si ammala: uno degli abusi più scandalosi del sistema attuale. Né potranno rifiutarsi di accettare nuovi ‘clienti’ sulla base della loro cartella medica: non si ripeteranno più i casi di bambini attualmente respinti dalle assicurazioni perché hanno l’asma. D’altra parte la maggioranza degli americani resterà in un sistema di cure mediche privato, e lo spauracchio del ‘socialismo’ si rivelerà una bufala. In quanto ai costi della riforma, che ci sono, Obama li ha scaglionati dopo il 2012. Il conto arriverà dopo che si saranno tenute non solo le elezioni legislative, ma anche le prossime presidenziali. (...) Ora il presidente ne approfitta per rilanciare subito l’offensiva in altre direzioni. Già oggi si apre la battaglia per la riforma delle regole della finanza, i nuovi controlli su banche e derivati, i poteri aggiuntivi agli organi di vigilanza. Su quel terreno Obama punta a far scoppiare le contraddizioni della destra: i populisti del Tea Party denunciano i salvataggi di Wall Street, ma l’establishment repubblicano sta coi banchieri.  

Un’altra riforma era invocata proprio ieri nelle vie di Washington: mentre il Congresso votava sulla sanità, lì davanti sfilava un corteo di latinos per chiedere nuove leggi sull’immigrazione che facilitino la regolarizzazione dei clandestini (11 milioni). Gli ispanici sono una constituency cruciale: sempre più numerosi fra gli elettori americani, nell’ottobre 2008 fu decisivo il loro spostamento in favore di Obama. È in cantiere una riforma scolastica che cambia il sistema di valutazione degli studenti, per recuperare il ritardo accumulato con i concorrenti asiatici nella qualità dell’istruzione. Urge la riforma ambientale, che deve consentire a Obama di rispettare gli impegni presi a Copenaghen per ridurre le emissioni carboniche. E soprattutto, adesso Obama può rimettere al centro della sua azione l’economia, gli stimoli all’occupazione: la preoccupazione numero uno per gli elettori. Per arginare la riscossa repubblicana da qui a novembre, le truppe democratiche ieri hanno capito che Obama non è solo immagine e carisma. Proprio quando pareva sull’orlo di una crisi, il suo partito ha trovato un leader”. (red)

5. Pdl contro Questura sulla piazza, Maroni la difende

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Un milione in piazza, come sostenuto dal centrodestra, o 150mila, come certificato dal questore di Roma? Il giorno dopo la ‘festa di popolo’ in piazza San Giovanni, è scontro sui numeri dei partecipanti fra maggioranza e opposizione. Il Pdl va all’attacco del questore di Roma, il Pd, con il responsabile del Forum sicurezza Emanuele Fiano, lo difende e chiede l’intervento del ministro dell’Interno. E Roberto Maroni non esita a schierarsi dalla parte del responsabile della polizia. È il capogruppo dei deputati, Fabrizio Cicchitto, a dar fuoco alle polveri accusando la Questura romana di ‘aver perso di credibilità’ perché, sostiene, ‘quando piazza San Giovanni è strapiena, il numero dei presenti è più vicino al milione rispetto alla cifra indicata dalla polizia’. ‘Crediamo - è il suo affondo - che alla Questura ci sia qualcosa che non funziona’. A dargli man forte anche il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, che conferma ‘pesanti riserve sul comportamento del Questore, peraltro deludente su tutti i fronti’. A far quadrato attorno al responsabile della Questura, Giuseppe Caruso, tutti i sindacati in coro, da quelli più di destra come il Sap a quelli di area sinistra come il Siulp, passando per l’Associazione funzionari di polizia. Ma è soprattutto Maroni a prendere le difese del Questore da lui stesso nominato nel luglio del 2008.  

‘Poiché i numeri sono numeri - fa sapere il portavoce del ministro dell’Interno - e non essendoci da dubitare che i dati siano stati forniti a casaccio, il titolare del Viminale è dalla parte del Questore’. Centocinquantamila è dunque il dato della Questura avallato dal Viminale. E non un milione come annunciato sabato da Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl. Piazza San Giovanni, del resto, fanno sapere fonti della Questura, misura 39 mila mq: considerando quattro persone a mq, ne può contenere 156 mila. Ma sulla guerra dei numeri si registrano nel centrodestra posizioni più caute rispetto a quella del tandem Cicchitto-Gasparri. È quella dello stesso premier (‘In queste manifestazioni - ammette Berlusconi - tutti danno i numeri che fa comodo dare’), e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, che pare soddisfatto dei dati della Questura: ‘Se in una settimana - precisa - il Pdl riesce a organizzare una manifestazione facendosi certificare dalla polizia 150mila partecipanti, è un grande risultato’. Inferociti con Cicchitto e Gasparri i sindacati. ‘L’attenzione dei politici del centrodestra alla polizia - dichiara Enzo Letizia, leader dei funzionari - è stata di sottrarre nell’ultima Finanziaria il 3,5% di fondi rispetto al 2009’”. (red)

6. Berlusconi snobba Bersani e attacca i giudici “rossi”

Roma - “Nell’ultima domenica di campagna elettorale Silvio Berlusconi si dedica a un tour nelle regioni rosse che, dice, ‘non devono essere chiuse al buon senso e al cambiamento’. Con mattinata a Bologna a fianco della candidata governatrice dell’Emilia Romagna Anna Maria Bernini e pomeriggio a Firenze per sostenere Monica Faenzi alla guida della Toscana. Una giornata – riporta IL GIORNALE - nella quale il Cavaliere, memore della manifestazione di piazza San Giovanni, non sembra perdere il buon umore neanche quando gli comunicano che il Milan ha fallito l’aggancio sull’Inter. Si limita a un sorriso e si lascia scappare un ‘ahi, ahi, ahi’. Per poi riprendere i temi della campagna elettorale. Torna sulla manifestazione non curandosi della guerra sui numeri in corso tra Pdl ed opposizione, elogia i triumviri che l’hanno organizzata, invita a non cadere nella ‘trappola’ dell’astensionismo e dice ‘no’ a un eventuale confronto tv con Pierluigi Bersani. Che, spiega, ‘non credo sia opportuno perché le sue quotidiane dichiarazioni nei miei confronti ci hanno fatto perdere la fiducia che si possa arrivare a un confronto positivo’. Argomento, questo, su cui tornerà più tardi per dire che ‘no’, spazi di ‘dialogo’ con l’opposizione sul fronte riforme proprio non ne vede. Dopo la tornata elettorale, dunque, il Cavaliere è deciso ad andare avanti sulle riforme anche a maggioranza, perché ‘i numeri li abbiamo’.  

‘Se poi - aggiunge - vorranno offrire la loro collaborazione sarà solo un bene’. ‘I tre punti irrinunciabili - spiega il vicecapogruppo del Pdl alla Camera Osvaldo Napoli - saranno elezione diretta del potere esecutivo, completamento del federalismo e riforma della giustizia’. Non sarà rivista, invece, la legge elettorale che, spiega il premier, ‘ha funzionato molto bene’. Di certo, invece, andrà avanti il provvedimento sulle intercettazioni. Che, dice Berlusconi, ‘sono inidonee ad essere considerate mezzi di prova’ perché ‘rendono facilissimo lo sconvolgimento delle carte in tavola visto che sul sonoro si possono tagliare delle frasi arrivando a cambiare il senso di ciò che segue’. ‘Sono invece idonee - aggiunge - ad una esposizione barbara e incivile del privato di un cittadino’. È il caso, è il senso del ragionamento del premier, di quanto accaduto a Denis Verdini, vittima di ‘pura ipocrisia’. ‘Ho potuto esaminare le cose - dice riferendosi all’inchiesta sul G8 - e si è comportato come chiunque altro di noi si sarebbe comportato con un amico’. Il problema, insomma, è che ‘in Italia la sovranità appartiene a Magistratura Democratica’ visto che le leggi che non gradiscono ‘le portano alla Corte Costituzionale che poi le abroga’. D’altra parte, aggiunge, dopo 16 anni di inchieste ‘sono sempre stato assolto tranne nei casi in cui è intervenuta la prescrizione’ che poi, sottolinea, ‘significa che pur nei tempi lunghi dei processi i pm non sono stati capaci di avvalorare la loro tesi accusatoria’.  

Nel day after di piazza San Giovanni, il premier ha parole di elogio per i tre coordinatori del Pdl. Di Verdini, Sandro Bondi e Ignazio La Russa, dice, ‘sono assolutamente soddisfatto’. Con una citazione per il toscano Verdini che è in sala: ‘Lavora instancabilmente dalla mattina alla sera’. Ringraziamenti anche per i Promotori della libertà, con una lettera diretta al loro sito. Non vuole entrare, invece, nella guerra delle cifre: ‘In queste manifestazioni tutti danno i numeri che fa comodo dare. Dico solo che mi sono emozionato nel vedere tanta gente e la qualità di queste persone mi ha riscaldato il cuore’. Di certo, ‘la nostra piazza è diversa’ da quella dell’opposizione. Perché ‘ci sono state frasi miti e civili, nulla che la possa paragonare alla manifestazione del sabato prima dove sono stato paragonato a Saddam Hussein, Hitler, Mussolini e Nerone’. Infine, l’appello contro l’astensione che ‘è certamente un pericolo che esiste’ e che dipende anche ‘da come la politica viene presentata ai cittadini attraverso la stampa e la televisione’. ‘Astenersi - dice - significa dare un voto alla sinistra’. E in Toscana è un voto ‘gettato’ anche quello per l’Udc, visto che i centristi corrono con un loro candidato”. (red)

7. Regionali, Bossi: Se faremo il pieno saremo generosi

Roma - “La voce più roca del solito, Umberto Bossi arringa i piemontesi nell’ennesimo comizio: ‘Non è finita la campagna elettorale, non credete ai sondaggi che dicono che abbiamo già vinto. Bisogna andare a votare, perché si vince dopo che si sono contati i voti. Si conteranno tutti i voti’. È a Novara il leader della Lega e chiude una giornata trascorsa accanto al candidato del centrodestra in Piemonte Roberto Cota. Sul pericolo astensionismo, sceso dal palco assicura: ‘Per la Lega non ci sono problemi. I nostri vanno sempre a votare’. Il timore, infatti, lo ha il Pdl, che già alle scorse Amministrative ha pagato dazio all’alleato verde vedendolo crescere in Comuni e Province. Ma è un Bossi ‘fedele’ quello di questi giorni, come ha dimostrato sabato alla manifestazione del Pdl nella capitale. E come sottolinea a Vercelli, dove nel pomeriggio la pioggia ha quasi rovinato la festa. Il ministro delle Riforme riafferma il saldo legame con Berlusconi, che è un ‘amico’ e prende le distanze da Fini, con il quale ha ‘rapporti abbastanza buoni’. E sulla forza elettorale crescente del proprio partito dà una risposta sibillina a chi gli chiede se il prossimo sindaco di Milano sarà leghista: ‘Ora pensiamo a vincere le Regionali — risponde Bossi —. L’anno prossimo è ancora lontano. Adesso c’è la Moratti, non parliamo di cose futuribili. Tanto poi un accordo io e Berlusconi lo troviamo’.  

Come lo ha trovato nei mesi scorsi, quando è andato a chiedere il Piemonte per la Lega. Lo ricorda davanti alla platea attenta del conservatorio di Novara: ‘Cota è venuto da me e mi ha detto: ‘Prima il Piemonte, poi Roma’. E io gli ho risposto che saremmo andati da Berlusconi, abbiamo trattato e lui ha ceduto’. Ricordi e slogan elettorali, Bossi sfoggia il suo repertorio migliore. La musica che suonano al suo arrivo è il nome del leader scandito più volte: ‘Bos-si, Bos-si’, che il gran capo fa cambiare in ‘Co-ta, Co-ta’. Il primo affondo è per la sinistra, sostenitrice della ‘delocalizzazione delle imprese, una vera sciagura. Cota dovrà andare in Regione con le forbici per dare un taglio agli sprechi e usare quei soldi per le nostre aziende e per dare lavoro ai nostri giovani’. Esplode la sala al grido di ‘Bravo’. Il Senatur suona la sua partitura fino in fondo: ‘La sinistra è disperata, ha perso i voti dei lavoratori e ora pensa di avere trovato la soluzione con gli immigrati. È per questo che vogliono farli votare’. Non poteva mancare un riferimento al caro federalismo fiscale, ‘ormai portato a casa: il primo decreto attuativo— anticipa il ministro — sarà il ritorno a casa dei beni tolti dallo Stato agli Enti locali, palazzi e terreni agricoli…’. E scoppia un altro boato: ‘Bravo’. Bossi dosa slogan e battute: ‘Ad Asti, l'altro giorno, Tremonti ha detto: ‘Se vince Cota mi porta via i soldi, mi andava meglio con la Bresso…’‘. Poi la sintesi che vuole imprimere nella testa degli elettori: ‘La Lega fa sempre quello che promette: abbiamo ottenuto il federalismo fiscale; siamo riusciti a fermare l'immigrazione clandestina. Cota darà le ali al Piemonte’. Il Senatur si tace. È il momento del candidato Roberto Cota: ‘Via ha già detto tutto lui…’, dice. E la platea applaude ancora una volta”. (red)

8. Il day-after di Fini: Al lavoro per cambiare il Pdl

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Non gli è piaciuto il giuramento dei governatori con la mano sul cuore che, come tanti scolaretti, recitavano la promessa del ‘governo del fare’. Né i toni da ‘tifoseria’ di alcuni. E si può immaginare cosa abbia pensato vedendo sul palco di piazza San Giovanni il cantastorie Apicella e Demo Morselli, le majorettes e i cori ‘un presidente, c’è solo un presidente’. Si può solo immaginare appunto, perché Gianfranco Fini sceglie volutamente di non dire una parola sull’appuntamento clou del suo partito, per non esporsi ulteriormente alle critiche del fronte interno. Come quelle del Giornale, che anche ieri non ha mancato di far notare come i predecessori di Fini alla presidenza della Camera - Irene Pivetti, Fausto Bertinotti e Pier Ferdinando Casini - non si siano mai fatti problemi a partecipare ad eventi organizzati dai loro partiti. Quello che pensa Fini lo dirà oggi a Verona, ma ai suoi ha già affidato un ragionamento su quello che sarà lo scenario dopo le regionali: ‘Io lavoro per cambiare il Pdl, ma non sto facendo un altro partito. E non ho intenzione di farmi espellere’. Il presidente della Camera scommette che sarà il tempo a dargli ragione. Soprattutto se le elezioni dovessero andare come prevede che vadano, cioè con uno sfondamento della Lega in tutto il Nord. ‘Anche sul palco di San Giovanni - osserva un esponente finiano - Berlusconi ha offerto uno spot pazzesco alla Lega e a Bossi. Non si capisce, è come se volesse farlo decollare sempre di più’. Ma quando si usano toni da crociata sul problema della clandestinità, quando si imputa a un ‘complotto’ della sinistra l’idea di concedere il voto amministrativo agli immigrati, quando sul palco Bossi e Berlusconi sembrano parlare la stessa lingua, ‘è chiaro che tra la copia e l’originale - commenta Fini - gli elettori scelgono l’originale’.  

Il presidente della Camera, per immaginare il futuro suo e quello del Pdl, aspetta quindi i risultati elettorali. Se le regionali dovessero rivelarsi un trionfo personale per il premier, la sua agibilità politica all’interno sarà ancora più ridotta. È quello che prevedono e sperano anche alcuni osservatori interessati, come Francesco Rutelli: ‘Fini è molto a disagio nel Pdl e si vedrà dopo le elezioni come questo disagio si tradurrà in fatti politici’. Al contrario, se il Pdl dovesse scendere sotto il risultato delle Europee, magari con un magro 34%, se Berlusconi dovesse perdere il ‘tocco elettorale’, la situazione cambierebbe. Ma dall’entourage di Fini sono molto netti nell’escludere che possa esserci un’accelerazione a breve. Anche Generazione Italia, la creatura messa in piedi da Italo Bocchino per dotare Fini di una solida ‘constituency’, al momento resterà all’interno del Pdl. Nessuno strappo. ‘Siamo molto impegnati in campagna elettorale - assicura Adolfo Urso - e tutti gli strumenti, tanto il progetto di ‘Generazione Italia’ cosi come lo è il progetto dei ‘Promotori della Libertà’, annunciato da Berlusconi qualche settimana prima, possono contribuire al dibattito interno’. Del resto ‘non avrebbe senso - spiega uno degli animatori del progetto G.I. - fare una corrente di An dentro il Pdl. Con il rischio di scoprirsi minoranza’.  

Tanto più che persino alcuni esponenti un tempo vicini alle posizioni del presidente della Camera, come si è visto alla manifestazione, ormai sembrano propendere per il premier. Dunque l’idea è quella di aspettare per vedere se Berlusconi accetterà la proposta che Giuliano Ferrara - tra gli applausi dei finiani doc - ha illustrato tre giorni fa: un patto politico tra i due leader, un accordo che consenta alla maggioranza di fare le riforme, a Fini di immaginarsi come candidato premier nel 2013, concedendo in cambio il suo sostegno per l’ascesa del Cavaliere al Quirinale. È chiaro che, al momento, si tratta solo di scenari. E non c’è il minimo sentore che il premier voglia accettare un’intesa del genere. Carmelo Briguglio ammette che, finora, il Cavaliere è andato in una direzione opposta: ‘Prima ha proposto Angelino Alfano come candidato premier, un po’ scherzando e un po’ no. Poi ha lanciato l’elezione diretta del capo dello Stato. Si capisce che, come successore, ha in mente una figura alla François Fillon, un premier che resta in secondo piano rispetto a Sarkozy’. Ma se le regionali dovessero tramutarsi in un bagno elettorale, proprio come in Francia, allora la stella di Fini tornerà a brillare”. (red)

9. G8 Maddalena, nuova beffa per la Sardegna

Roma - “Si nasconde una nuova beffa dietro il G8 mancato nell’arcipelago – scrive LA REPUBBLICA -: dovrà essere la Regione Sardegna a pagare i 400mila euro all’anno di Ici per l’ex arsenale militare trasformato in centro conferenze ed hotel extralusso, non la Mita Resort che se ne è aggiudicata la gestione da qui al 2050 per 60mila euro annui. Motivo: il complesso residenziale che da queste parti avrebbe dovuto rappresentare il volano di un moderno turismo è passato dallo Stato all’amministrazione sarda. E, dato che nel bando di gara predisposto dalla Protezione civile guidata da Bertolaso non si prevedono accordi differenti, l’imposta come avviene sempre per qualsiasi immobile dovrà essere versata al Comune della Maddalena dai proprietari, ossia dalla Regione. Riepilogando. Con denaro pubblico di Stato e Regione sono stati spesi circa 100 dei 320 milioni stanziati nell’arcipelago in vista del summit tra i Grandi per ristrutturare l’arsenale. Il gruppo Marcegaglia per 115mila metri quadrati (27mila solo tra centro conferenze e albergo) dà un affitto di 5mila euro al mese. E nel frattempo l’amministrazione regionale deve versare anche l’Ici. Tutto con un saldo negativo netto di 340mila euro ogni anno. Gli unici sardi a guadagnarci qualcosa, dopo una gara che ha visto la partecipazione della sola Mita Resort, sono quindi gli abitanti della Maddalena: vedranno arrivare nelle casse del loro municipio i soldi dell’imposta comunale, in passato non pagata dalla Marina militare italiana per i cantieri dell’arsenale. 

La nuova messa a fuoco sulle intese previste nel bando di aggiudicazione del grande complesso residenziale al Gruppo Marcegaglia, con la partecipazione del conte Andrea Donà dalle Rose, arriva a pochi giorni da altre notizie accolte con disappunto nell’isola. La prima: da anticipazioni dell’Ispra risulta che le bonifiche in 60mila metri quadrati di mare davanti all’arsenale dovranno essere integrate perché i 31 milioni spesi per il risanamento non hanno garantito una piena bonifica. La seconda: il rigetto del ricorso presentato contro Protezione civile e Mita Resort dagli imprenditori turistici dell’isola Molinas, Muntoni e Peru. Il Tar del Lazio, dopo che il tribunale amministrativo di Cagliari aveva dichiarato la propria incompetenza, proprio di recente ha infatti definito inammissibili le richieste degli operatori sardi. Questi ultimi avevano impugnato il bando sostenendo, fra le altre cose, non soltanto di non aver potuto prendere parte alla gara nei tempi previsti, ma contestando pure le caratteristiche d’urgenza dell’intera procedura, cessate secondo loro col trasferimento del G8 dalla Maddalena all’Aquila. La società del Gruppo Marcegaglia, intanto, procede. In tempi brevi intende assumere decine di dipendenti nel nuovo complesso. E si prepara ad affrontare la prima prova impegnativa: la Vuitton Cup, in programma a partire dal 22 maggio. Sempre che non intervengano altri ostacoli”. (red)

10. Abusi, Papa: Condannare peccato salvare il peccatore

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Il clima generale non è dei migliori, ‘oggi sembrano diffondersi in forma strisciante atteggiamenti di anticristianesimo radicale e micidiale in tutta Europa’, scandisce il cardinale Tarcisio Bertone nell’abbazia benedettina di Montecassino, cuore dell’evangelizzazione europea. Il vescovo di Ratisbona Gerhard Ludwig Müller arriva a evocare il nazismo, ‘ideologia nemica del cristianesimo e dell’uomo ‘ , e dice che ‘ anche ora’ c’è una ‘campagna contro la Chiesa’. Ma Benedetto XVI va avanti sereno, ‘invochiamo umilmente il perdono di Dio per le nostre mancanze e chiediamo la forza per crescere nella santità’, ha detto ancora ieri nel saluto in inglese dopo l’Angelus. All’indomani della lettera ai cattolici irlandesi — la ‘vergogna’, il ‘rimorso’ e le scuse alle vittime, i carnefici chiamati a rispondere dei loro crimini davanti ‘a Dio e ai tribunali’ — il Papa non accenna direttamente alla crisi dei preti pedofili. Però, nel commentare l’episodio evangelico dell’adultera (‘Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra’), ricorda che Gesù ‘vuole condannare il peccato, ma salvare il peccatore ‘ e ‘ smascherare l’ipocrisia’ degli accusatori, e dice ai fedeli: ‘Impariamo dal Signore Gesù a non giudicare e a non condannare il prossimo. Impariamo ad essere intransigenti con il peccato— a partire dal nostro! — e indulgenti con le persone’.  

Sono parole importanti anche per capire lo spirito della lettera. La ‘parresia’ evangelica, il ‘grande coraggio nel dire la verità’, come ha detto il grande teologo e vescovo Bruno Forte a Radio Vaticana, e insieme ‘un velo di misericordia che guarda anche al colpevole, al carnefice, proprio perché ne vuole la redenzione’. La chiarezza non fa difetto nemmeno a Robert Zolltisch, presidente dei vescovi tedeschi, il quale ha ammesso che la Chiesa in Germania ha tenuto nascosti ‘per anni’ gli abusi ai minori, anche se l’insabbiamento non era solo della Chiesa, ha aggiunto, e ‘da anni seguiamo un corso opposto’. Oggi toccherà al cardinale Angelo Bagnasco, che nella prolusione al consiglio permanente dei vescovi italiani non mancherà di richiamare la lettera del Papa e il suo ‘coraggio’. La Cei in questi giorni non è intervenuta, anche perché la regola è non parlare prima del presidente. Di certo l’iniziativa della diocesi di Bolzano, che ha invitato a denunciare i casi di abusi sul proprio sito, è stata accolta con una certa freddezza.  

‘Finora, in Italia, il fenomeno non sembra abbia dimensioni drammatiche’, diceva monsignor Charles J. Scicluna, ‘promotore di giustizia’ dell’ex Sant’Uffizio, che tuttavia si era detto ‘preoccupato’ per ‘una certa cultura del silenzio ancora troppo diffusa’. La Cei non vede comunque una ‘crisi’ italiana, ‘il problema non è mai stato sottovalutato’, e ritiene la situazione ‘sotto controllo’, i casi ‘limitati’ e noti, e le misure di prevenzione, a cominciare dai seminari, ‘prese per tempo, da anni’. Del resto è stato Bagnasco a ricordare due giorni fa che ‘la Chiesa ha una storia luminosa di duemila anni’ che ‘nessuna ombra, per quanto grave e criminosa e odiosa, potrà cancellare’. L’Europa è ancora ‘alla ricerca della propria identità’, diceva ieri il cardinale Bertone, mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini ricordava la ‘battaglia di civiltà e di libertà’ dell’Italia a difesa dei crocifissi nelle scuole. Per il segretario di Stato vaticano, ‘occorre suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente’”. (red)

11. Abusi, in Italia nasce associazione vittime dei preti

Roma - “Il senso del programma è già nel titolo: ‘Anch’io ho subito violenza dal prete’. E il manifesto scelto, solo in apparenza un paradosso: un bambino che porta la sua croce, trascinandola sulla tonaca nera di un sacerdote impassibile. La rabbia delle vittime è tanta, covata a volte per decenni, e le parole forti usate dal Papa nella sua Lettera pastorale contro i preti pedofili sono appena un balsamo sulle ferite ancora aperte. Adesso però basta con il silenzio. Anche in Italia, i genitori di bambini abusati dai sacerdoti hanno deciso di reagire. Gruppi di famiglie si sono mobilitati organizzando, per il 25 settembre, a Verona, il loro primo incontro. E hanno chiamato a raccolta tutti coloro che sono stati abusati, molestati, violentati dai sacerdoti in seminari e parrocchie. Un raduno che avrà come titolo ‘Noi vittime dei preti pedofili’. Nel Nord Italia, fra Brescia, Mantova e Verona, sono tante le persone che stanno iscrivendosi all’incontro, attraverso l’indirizzo mail lacolpalibero. it. Un’iniziativa sorta anche con il contributo dell’Associazione ‘Antonio Provolo’ di Verona, da decenni impegnata nel sostegno a bambini sordi, che lo scorso anno ha denunciato decine di casi di bambini abusati dai sacerdoti.  

Spiega il loro portavoce udente, Marco Lodi Rizzini: ‘Molta gente si vergogna di avere subito violenza, anche se la colpa non è loro. Scopo di questa iniziativa è di dare il coraggio di uscire allo scoperto. Noi indichiamo una strada. Poi la giustizia farà il suo corso’. Agghiacciante è il caso di quest’istituto di Chievo, dove per trent’anni, fino al 1984, molti piccoli sordi e muti furono abusati dai sacerdoti. ‘Bambini - ricorda Lodi Rizzini - messi in istituto dalle famiglie, e che ovviamente non potevano esprimersi e spiegare quel che accadeva’. Sevizie patite nei luoghi più sacri, dentro i confessionali o dietro gli altari. Lo scorso anno 15 di loro, ormai fra i 40 e i 70 anni, hanno infine pubblicato le violenze subite, con tanto di firme e testimonianze video. Per tre anni l’istituto aveva chiesto inutilmente l’intervento della Curia di Verona. Ora il vescovo Giuseppe Zenti, denunciato dall’Associazione, dovrà presentarsi in tribunale per un’udienza fissata dai magistrati il 9 giugno prossimo (...).  

All’incontro di Verona saranno presenti dei professionisti per un confronto sulle questioni psicologiche, sociali e legali. Una mobilitazione concreta anche sul piano operativo. Le famiglie hanno compilato un data-base, con i casi già noti in Italia e pubblicati sui giornali negli ultimi anni, e una bibliografia ragionata su libri e testi che hanno approfondito la pedofilia ecclesiale. 

Ma il fenomeno è trasversale in Italia. E molto spesso è lo stesso fronte cattolico a tenere utilmente conto di numeri, dati e statistiche. La rivista Il Regno, quindicinale di attualità e documenti edita a Bologna dai sacerdoti dehoniani, enumera decine di casi nel periodo 2005-08. L’Associazione ‘Meter’ di don Fortunato Di Noto, da anni attiva a Palermo contro la pedofilia, ha seguito solo lo scorso anno 824 casi di abusi con il supporto psicologico dei propri volontari. E adesso un’altra organizzazione, ‘La caramella buona’, di Reggio Emilia, attraverso il suo presidente Roberto Mirabile vuole di più: ‘Che il Papa vada oltre la giusta presa di posizione sui preti pedofili nel mondo, e chieda ora ai vescovi italiani di fare chiarezza su troppi episodi oscuri a casa nostra’”. (red)

12. Stato, un patrimonio di un miliardo in arredi

Roma - “Quasi 1 miliardo di euro in ‘mobili ed arredi per ufficio’, una cifra praticamente raddoppiata in cinque anni, dal 2004 al 2008. Quasi 2 miliardi di euro tra alloggi di servizio e case popolari. E ancora: mezzi di trasporto aereo per 2,3 miliardi (raddoppiata in un anno: erano 1,1 miliardi). Sono – scrive LA STAMPA - alcuni dei dati contenuti nel documento elaborato dalla Ragioneria Generale dello Stato del ministero dell’Economia. Il Tesoro ha diffuso i dati aggiornati (al 2008) sulla consistenza del patrimonio dello Stato: dalle spiagge ai siti archeologici, dalle divise dei militari agli strumenti delle bande, dalle scrivanie degli uffici alle partecipazioni azionarie. Il patrimonio dello Stato, il conto che appunto misura i gioielli di famiglia, dalle strade ai software dei computer passando per le miniere e i fondi di garanzia, solo per fare alcuni esempi, è peggiorato in quattro anni di oltre 165 miliardi di euro. I dati, nel periodo 2004-2008, ‘evidenziano che le attività, passate da 531.963 a 619.062 milioni di euro, hanno subito un incremento di 87.099 milioni, pari al 16,37%, mentre le passività, passando da 1.870.797 milioni a 2.123.383 milioni, presentano un incremento di 252.586 milioni, pari al 13,50%.  

Pertanto - rileva il documento del Ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti - l’aumento in valore assoluto delle passività, manifestatosi in misura superiore a quello delle attività, ha determinato un peggioramento patrimoniale complessivo pari a 165.487 milioni di euro’. Praticamente congelati dal 2004 gli impianti sportivi pubblici, mentre vola il valore a bilancio dei software in possesso delle amministrazioni pubbliche. Per palestre, piscine e stadi che fanno parte del patrimonio statale il valore indicato nel 2008 è di poco più di 56 milioni di euro (53,6 del 2004). Crescita a tre cifre, invece, per i programmi dei pc presenti ormai nella maggior parte degli uffici pubblici: 6 milioni di euro del 2008 in software scontro gli 845 mila euro del 2004. Altra curiosità: scende in cinque anni il valore dei ‘vestiari civili’ (da 34,1 del 2004 a 25,7 milioni del 2008,) ma schizza verso l’alto quello dei ‘vestiari militari’ (da 72,1 a 228,1 milioni nel quinquennio. Aumenta invece il valore degli oggetti d’arte, che si attesta a quasi 20 miliardi di euro, con un aumento della consistenza per beni ‘storici’, ‘artistici’ e ‘archeologici’. Diminuisce infine il valore degli animali di Stato: nel 2008 accanto alla casella riguardante quadrupedi, pennuti e bestiame vario, sono indicati 7,8 milioni di euro, quasi il 5% in meno dell’anno prima”. (red)

13. Generali, Geronzi gioca tutto nell’ultimo round

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Oggi Cesare Geronzi è atteso a Milano sul presto. Il jet privato con il quale va e torna sulla rotta Roma-Milano lo aspetta come al solito a Ciampino, destinazione Linate, poi Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca. Dove oggi e domani il presidente della banca d’affari avrà la serie di incontri decisivi per la definizione del vertice delle Generali, compagnia di cui Mediobanca è il primo azionista. Nelle ultime ore si è chiarito che il candidato numero uno per sostituire Antoine Bernheim alla presidenza triestina è lo stesso Geronzi: il banchiere romano è venuto allo scoperto negli ultimi giorni, in occasione dei ripetuti incontri avuti con i grandi nomi della finanza meneghina e nazionale, a cominciare dal presidente di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli. Geronzi, a questo punto, si gioca molto: sul suo passaggio a Trieste fa perno una svolta epocale negli equilibri della finanza italiana. Le Generali sono, da oltre cent’anni, la maggiore società finanziaria del Paese, l’unica in grado di confrontarsi alla pari con qualche altro colosso internazionale. Ma fino a oggi la strategia e la guida di Trieste sono state nelle mani di Milano, fatte e disfatte a Mediobanca. Ora Geronzi punta a invertire questa rotta, trasformando Trieste in un potere autonomo. E, giocoforza, depotenziando Mediobanca. Per questo il passaggio non è e non sarà banale. E l’esito, piaccia o meno, decreterà comunque una vittoria o una sconfitta.  

Gli schieramenti sono due: da un lato Geronzi, dall’altro il management che, sia in Mediobanca (leggi l’ad Alberto Nagel insieme con il dg Renato Pagliaro) sia in Generali (i due ad Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot) fanno blocco per negoziare equilibri desiderati. E si capisce: a Nagel, un Geronzi a Trieste non può essere gradito per quanto fin qui detto. Tuttavia l’ipotesi che lo stesso Perissinotto possa essere un’alternativa a Geronzi sembra troppo rischiosa: un’eventuale bocciatura dei soci rischierebbe di far fuori Perissinotto anche dal vertice del gruppo. L’unica alternativa, per Mediobanca, sarebbe quella di pescare un jolly da fuori, come il numero uno di Allianz in Italia, Enrico Cucchiani. Che però sarebbe un ‘esterno’ forte in sella a Trieste, con tutti altri tipi di rischi. Sull’altro fronte, invece, Geronzi andrebbe in Generali accettando di essere sostituito a Milano da Pagliaro, con una soluzione che darebbe respiro ai manager di Mediobanca. La parola, da stamane, ai soci di Mediobanca. Con particolare riferimento ai francesi e a Unicredit: saranno le loro posizioni, alla fine, a determinare l’equilibrio finale.  

Tecnicamente, infatti, decideranno i soci rappresentati nel comitato nomine di Mediobanca: oltre a Geronzi, Nagel e Pagliaro, anche Tronchetti Provera, Vincent Bolloré e Dieter Rampl. Il percorso prevede che entro il 6 aprile Mediobanca presenti la lista dei 15 consiglieri, compreso il presidente (un paio di posti finiranno poi alle liste di minoranza). L’assemblea del 24 aprile voterà le liste. E la compilazione della lista dipende dal comitato nomine, che si dovrà riunire in tempo per rispettare tale scaletta. Di fatto ciò avverrà entro il 31 marzo, cioè prima delle vacanze pasquali. Quindi mancano ancora 10 giorni. Dieci giorni per trovare un accordo. E sul tavolo ci sono due date per il comitato nomine: quella di venerdì 26, e quella di martedì 30, che al momento sembra la più probabile: c’è una settimana intera e pure il week end per ragionare e convocare il comitato il 29. Mentre per fare tutto entro venerdì, l’accordo tra i soci dovrà essere trovato nel giro di 2-3 giorni, perché il comitato va convocato almeno 24 ore prima. Un’ipotesi che al momento sembra difficile”. (red)

14. Fmi: I paesi ricchi devono ridurre il debito

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Si avvicina il momento di tirare i remi in barca, di ridurre gli stimoli che i governi hanno elargito a grandi mani per sostenere l’economia dopo la crisi, aumentando così a dismisura il livello del debito. John Lipsky, vicedirettore del Fondo monetario internazionale, chiede ai Paesi ricchi di tagliare i debiti di bilancio e di consolidare i conti pubblici a cominciare dal 2011, sempre che le previsioni di ripresa vengano confermate. L’Fmi pone dunque una data a quella exit strategy sempre rimandata, lasciando ancora un piccolo margine di manovra: il tempo che manca da qui alla fine del 2010. Poi, aggiunge, ‘sarà bene cominciare a preparare l’opinione pubblica’ a qualche sacrificio. Al contrario, avverte Lipsky, la crescita rischia un rallentamento. ‘Mantenere il livello di debito ai livelli post-crisi - ha detto intervenendo al China Development Forum - potrebbe ridurre la crescita potenziale nelle economie avanzate di 0,5 punti percentuali all’anno rispetto ai livelli pre-crisi’. Non è una novità quella che arriva dall’Fmi. Già il suo direttore, Dominique Strauss-Kahn, parlando qualche giorno fa all’Europarlamento, aveva ribadito la necessità di cominciare a ritirare gradualmente le misure di sostegno. ‘Una sfida difficile’, ammette lo stesso Lipsky, ma necessaria perché i Paesi del G7, se si escludono Germania e Canada, ‘avranno un rapporto debito/Pil superiore al 100% nel 2014’.  

Non solo. Le misure di stimolo, che ‘hanno giocato un ruolo fondamentale nel sostenere la ripresa economica’, potrebbero non produrre più gli effetti sperati. È tempo dunque che i Paesi si mettano all’opera per ridurre il debito, perché già quest’anno il rapporto debito/Pil in alcune economie raggiungerà livelli che non si vedevano dagli anni Cinquanta. Ma allora si era appena usciti da una guerra. La ricetta suggerita prevede interventi sul welfare, riforma delle pensioni (tagli e elevamento dell’età per lasciare il lavoro) e contenimento della spesa sanitaria, da conseguire attraverso una migliore gestione delle risorse. Manovre che dovranno andare di pari passo con una politica fiscale ‘utilizzata attivamente per ridurre eccessivi disavanzi o surplus nella spesa corrente’. L’Europa continua intanto ad avvitarsi sulla crisi greca. L’ipotesi di un intervento congiunto Ue e Fmi è visto bene dal numero uno dell’Ocse, Gurria, che auspica una combinazione di aiuti, prestiti e garanzie. Ma la Germania continua a puntare i piedi. ‘Il vertice Ue di giovedì - ha ribadito ieri la Cancelliera Angela Merkel - non si occuperà di aiuti alla Grecia perché Atene non ne ha chiesti’. Tutto il contrario di quanto pensa il presidente della Commisione Ue, Manuel Barroso, che ha chiamato gli Stati dell’Eurozona a predisporre un sistema di prestiti bilaterali, qualora la Grecia non riuscisse a reperire capitali sul mercato internazionale. Sulla stessa linea il premier Berlusconi. ‘Penso che se all’interno della Ue non ci sia disposizione ad aiutare un Paese in crisi - ha detto parlando a Firenze - allora la Ue non ha motivazione di esistere’”. (red)

15. Grecia, stop della Merkel: Niente aiuti dall’Europa

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Tre frasi, tre colpi di gong, partono da Berlino, poi planano su Bruxelles. E con l’effetto di un ciclone, minacciano di svuotare d’ogni contenuto l’imminente vertice dell’Unione Europea. Parla alla radio Angela Merkel, cancelliere tedesco: primo gong, ‘la Grecia non ha bisogno di soldi, lo conferma anche il suo governo’; secondo, ‘la cosa migliore che Atene può fare è risolvere i suoi problemi da se stessa’; terzo, ‘il tema degli aiuti alla Grecia non sarà all’ordine del giorno del vertice Ue, giovedì’. Punto, tutto qui. Ma il ciclone è scatenato. Anche perché la Merkel concede che Atene ‘potrà sempre essere aiutata a livello bilaterale da altri Stati Ue, anche se ora non se ne vede la necessità’ o ‘potrà rivolgersi all’Fmi, il Fondo monetario internazionale’; ma poi ammonisce a non ‘attizzare turbolenze sui mercati finanziari creando false speranze sugli aiuti, in vista del vertice di giovedì’. Un monito che fa subito il giro delle capitali, e che ora sta come un macigno sul tavolo europeo: è proprio lei, cioè la Germania, il principale azionista della grande impresa chiamata Eurozona, e di tutta la Ue; e senza la firma tedesca, ogni piano di finanziamenti — compreso quel ‘sistema di prestiti bilaterali coordinati’ proposto dal presidente della Commissione europea José Manuel Barroso — avrebbe ben poco significato.  

Ma è vero anche che in queste ore si marcia in ordine sparso, con dichiarazioni contrastanti che arrivano da tutta l’Europa: ‘assolutamente d’accordo’ sull’assistenza Ue ad Atene si dice per esempio il primo ministro italiano Silvio Berlusconi, che rileva come ‘la Ue non ha motivazione per esistere’ se non riesce ad aiutare un Paese dell’Eurozona in difficoltà. Mentre Barroso, in alcune interviste ai giornali tedeschi, preme su Berlino: da un lato si dice ‘ben consapevole che questo tema (l’aiuto a Paesi indebitati, ndr) sia molto sensibile per la politica interna tedesca’; dall’altro, insiste: ‘la Ue deve risolvere subito il problema Grecia, indipendentemente dalle agende politiche degli Stati membri’. Negli ultimi giorni, gran parte dei leader europei — e anche qualcuno vicinissimo alla Merkel: il suo ministro dell’Economia Wolfgang Schauble — avevano detto il contrario di quello che oggi dice la titolare della cancelleria. E cioè: al vertice del 25 marzo bisogna prendere decisioni non più rinviabili; una bancarotta della Grecia può destabilizzare la zona Euro; e la Ue deve intervenire, anche perché Atene non attui la sua minaccia di rivolgersi all’Fmi (il cui vertice si riunirà il 2 aprile).  

Il ricorso di Atene all’Fmi era l’ipotesi caldeggiata proprio dalla Merkel, per due motivi: per le prevedibili obiezioni della Corte costituzionale di Karlsruhe a ogni ‘salvataggio comunitario’ vietato dai Trattati Ue; e per la difficoltà di spiegare alla propria opinione pubblica, a poche settimane dalle importanti elezioni regionali del 9 maggio in Renania Settentrionale-Westfalia, l’idea di correre a rianimare un ‘Paese-cicala’, incappato in un brutto inverno dopo aver ballato ben più di una sola estate. Proprio ieri il vicedirettore dell’Fmi, John Lipsky, ha ricordato che le economie avanzate fronteggiano la ‘difficile sfida’ di ridurre i debiti elevati: ‘Tutti i Paesi del G7, tranne Germania e Canada, avranno un rapporto debito/Pil sopra il 100% nel 2014’, ha avvertito”. (red)

16. Francia, debacle di Sarkozy, vince solo in Alsazia

Roma - Scrive LA STAMPA: “La Francia si è rimessa in movimento, la vittoria della sinistra c’è: rotonda, soda, incontestabile come lo sono soltanto i numeri. Secondo turno delle regionali: coalizione di gauche, socialisti verdi, 54,3 per cento, un vertice storico. Ump e alleati, ovvero il partito del Presidente, fermi al 36 per cento. Altro vincitore è la famiglia Le Pen: padre e figlia hanno ottenuto nelle due regioni dove erano candidati percentuali oltre il 20 per cento, anche se globalmente si sono fermati all’8,9 per cento. È il preoccupante e non fisiologico pedaggio a una Francia xenofoba e furibonda contro tutto e contro tutti. Il presidente e le sue campagne rivolte alle maggioranze silenziose ne hanno gravi responsabilità. Il grande slam non c’è stato per un nonnulla, è vero, nel conteggio delle 22 regioni 21, compresa quella della capitale, sono rosa-verdi. L’Ump conserva l’Alsazia, una specie di irriducibile Verdun del centro destra. Ma il dato politico è netto: ed è in quel fragoroso 54 per cento. Lo ha ammesso il primo ministro Fillon: ‘Non abbiano saputo convincere gli elettori, mi assumo la mia parte di responsabilità in questa sconfitta. Questo voto dobbiamo analizzarlo e rispettarlo ma non si governa la Francia a colpi di elezioni locali, il ritmo lo danno quelle presidenziali. I francesi hanno paura di perdere il loro alto tenore di vita e il sistema di protezione sociale. Il pericolo non sono le riforme, ma il fatto che senza riforme non potremo più finanziare tutto questo’. La destra di governo ha perso anche la regione di Parigi, l’Ile-de-France, con una vistosa vittoria del candidato socialista Jean-Paul Huchon ai danni della ministra dell’Insegnamento superiore, Valérie Précresse.  

Martine Aubry, segretaria socialista, la vincitrice, ha replicato precisa e immisericordiosa: ‘I francesi hanno scelto le regioni amministrate dalla sinistra perché li proteggono e preparano il loro avvenire. E hanno rifiutato una politica ingiusta. Il messaggio deve essere ascoltato, con un cambio politico profondo’. Da oggi a sinistra inizia una fase nuova, visto che la vera battaglia è quella del 2012, quando bisognerà strappare a Sarkozy la presidenza. La Aubry lo ha ribadito con foga: ‘I francesi ci amano uniti’. Con un programma ancora anemico, e questo appunto è il problema, non è detto che la sinistra solidale, plurima e tutta sorrisoni di ieri sera sia ancora lì con gli stessi entusiasmi tra due anni. I socialisti, innanzitutto: il 61 per cento incassato da Ségolène Royal nella sua regione nutre di altra biada le insopprimibili ambizioni di una presidenziabile in servizio permanente. E poi ci sono i Verdi, ormai il terzo partito di Francia. Con due milioni e mezzo di elettori da mobilitare, gestire e allargare. Stamane sul quotidiano ‘Libération’ Dany Cohn-Bendit, geniale suscitatore di rivoluzioni, lancia un appello che definisce ‘uno choc politico’ ai suoi compagni di avventura: ‘I verdi, se non vogliono restare una meteora, devono appoggiarsi a una struttura più larga; non si possono gestire due milioni di elettori con strutture da campionato dilettanti’. Insomma ci vuole un vero partito. A destra il terremoto rischia di essere molto più devastante di quanto Sarkozy non desideri, appigliato com’è a ‘un rimaneggiamento solo tattico’. Stamane c’è un vertice all’Eliseo con Fillon. Adesso tutto diventa più difficile. La riforma delle pensioni, ad esempio, che dovrebbe essere gestita da uno dei ministri, Xavier Darcos, più umiliato dagli elettori”. (red)

17. Gaza, condanna Onu. Martedì Netanyahu negli Usa

Roma - Scrive LA STAMPA: “Dopo le aspre critiche del vicepresidente Usa Joe Biden e dell’Alta responsabile europea Catherine Ashton, ieri è stato il turno del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ad attaccare ruvidamente, durante un sopralluogo nella Regione, la politica del governo israeliano verso i palestinesi. Il prolungato blocco di Gaza, ha affermato Ban Ki-moon durante una visita nella Striscia, ‘infligge sofferenze umane inaccettabili’ a un milione e mezzo di palestinesi, ed è anche ‘controproducente’ perché esasperando la popolazione favorisce le forze estremiste a scapito dei moderati. Proveniente da Gerusalemme, Ban era tuttavia latore di una notizia positiva: per la prima volta da anni, ha spiegato, Israele accetta adesso di introdurre una quantità limitata di materiali per la costruzione di abitazioni. Di conseguenza a Khan Yunes (Gaza) sarà possibile edificare 150 alloggi. ‘Una goccia nel mare’ ha precisato lui stesso. In serata Ban ha incontrato anche Benyamin Netanyahu, che è in partenza per gli Stati Uniti dove martedì sarà ricevuto da Barack Obama. Il progetto edile autorizzato a Khan Yunes rientra in una lista di misure elaborate dal premier per recuperare la fiducia dei palestinesi mentre l’emissario di Obama George Mitchell si sforza di rilanciare negoziati indiretti di pace. Netanyahu suggerisce inoltre la liberazione di detenuti palestinesi e la rimozione di posti di blocco in Cisgiordania. 

Mentre la diplomazia arranca a fatica, il terreno ribolle. Nella zona di Nablus quattro giovani palestinesi sono rimasti uccisi fra sabato e domenica in due incidenti separati con l’esercito israeliano. In entrambi i casi la versione dei militari contrasta con quella degli abitanti, che trovano del tutto ingiustificate quelle morti. L’Anp ha reagito con collera e ha invocato ulteriori pressioni internazionali su Israele, mentre Hamas ha rinnovato gli appelli per un nuova intifada armata in Cisgiordania. Nel frattempo da Gaza tornano a essere sparati razzi verso il Neghev, dove gli abitanti israeliani sono di nuovo costretti a buttarsi nei loro rifugi. Un quadro dunque instabile ed allarmante, mentre Netanyahu e il suo ministro della difesa Ehud Barak partono per gli Stati Uniti per una delicata missione diplomatica in una Casa Bianca sempre più scettica verso il governo israeliano”. 

Riporta IL GIORNALE: “Alla vigilia dell’incontro con il presidente americano Barack Obama, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non cede sulla politica degli insediamenti. Il premier incontrerà il presidente degli Stati Uniti domani a Washington, nel corso di un viaggio che inizierà nelle prossime ore, dopo l’invito ufficiale recapitato dall’inviato speciale Usa per il Medioriente, George Mitchell. Il faccia a faccia arriva dopo le tensioni che si sono consumate nei giorni scorsi tra Israele e Stati Uniti a causa degli insediamenti. Eppure il primo ministro israeliano arriva negli Stati Uniti dopo aver nuovamente confermato ieri la sua intenzione di andare avanti con la politica che favorisce la nascita di nuove colonie e con la decisione del suo governo di costruire 1.600 nuovi alloggi a Ramat Shlomo, nel nordest di Gerusalemme: ‘La nostra politica a Gerusalemme è la stessa di tutti i governi israeliani degli ultimi 42 anni’, ha detto Netanyahu nel corso della riunione di gabinetto in cui ha anche sottolineato che la vera soluzione ai problemi tra israeliani e palestinesi può essere trovata solo con negoziati diretti. 

Nel giorno in cui Benjamin Netanyahu rilancia la sua sfida all’Occidente, confermando la politica coloniale israeliana a Gerusalemme est, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon denuncia il blocco che Israele ha imposto nel 2007 alla Striscia di Gaza e ne chiede la revoca. ‘È causa di sofferenze umane inaccettabili per la popolazione’, ha affermato il leader delle Nazioni Unite, arrivato questa mattina nel territorio controllato da Hamas per portare solidarietà alla gente palestinese. È un monito duro quello che Ban lancia a Israele da Khan Younis. ‘Ho detto chiaramente e in modo ripetuto ai dirigenti israeliani che la loro politica di blocco non è sostenibile ed è dannosa’. Questo provvedimento ‘infligge sofferenze umane inaccettabili alla popolazione di Gaza’, ha spiegato il responsabile Onu. ‘Questa politica è anche controproducente. Indebolisce i moderati e al contrario dà potere agli estremisti’”. (red)

18. Iraq, incertezza sul risultato, Allawi avanti

Roma - “Incertezza e tensioni in Iraq a 2 settimane dalle elezioni: la Commissione elettorale – riporta il CORRIERE DELLA SERA - ha respinto ieri l’istanza avanzata dal premier Nouri al Maliki e dal presidente Jalal Talabani che avevano chiesto un nuovo conteggio dei voti. Con il 95% delle schede scrutinate la lista governativa che fa capo a Maliki (che ha vinto in 8 province sciite del Sud) è stata sorpassata da quella del rivale Iyad Allawi, che subito dopo il voto del 7 marzo aveva parlato di gravi brogli. Adesso le posizioni si sono invertite: il primo ministro si rimangia le dichiarazioni di una settimana fa, quando parlò di voto ‘trasparente’ (i risultati parziali lo davano in vantaggio). Allawi, che guida una coalizione laica che ha ottenuto la maggioranza in 5 province a maggioranza sunnita, è in testa per 11mila voti e non parla più di brogli. I risultati definitivi sono attesi per venerdì”. (red)

19. Italiani all’estero, tagliati i fondi per i giornali

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Amputati del 50% dei finanziamenti con una stilettata in più: il taglio è retroattivo. E i soldi che hanno già speso perché mai avrebbero immaginato che l’Italia li avrebbe traditi? Peggio per loro. Sgombriamo subito il campo da una tema: in un sistema quale quello italiano dove la concorrenza sul mercato pubblicitario è falsata dal noto conflitto di interessi e dove il premier ‘invita’ gli imprenditori a non comprare pubblicità su questo o quel quotidiano, questa o quella rivista, gli aiuti ai giornali di partito o fatti in cooperativa sono di fatto obbligati. Vale per la Padania e per Liberazione, per l’Unità e per il Secolo d’Italia e così via. Immaginare un taglio indiscriminato a tutto e tutti, come era stato sbandierato, non ha senso. Cosa pensiamo degli ultimi residui delle agevolazioni che finiscono anche alla nostra azienda, sia pure concorrendo al bilancio per il 4,4 per mille (per mille!) lo abbiamo già scritto. E sugli aiutini a giornali che sono di partito solo per finta e incassano sotto varie forme di aiuti anche il 20% del fatturato non vogliamo neanche entrare per non spostare l’obiettivo dal tema di oggi: è giusto spingere alla chiusura quei giornali che da decenni mantengono un legame tra noi e i nostri emigrati? E tutto solo perché (questo è il sospetto) non possono spostare voti alle Regionali?  

I quotidiani italiani all’estero, ai quali occorre aggiungere circa 150 fogli periodici più o meno antichi e diffusi, sono cinque: America Oggi negli Usa, La Voce d’Italia in Venezuela, il Corriere Canadese in Canada, il Globo di Melbourne e la Fiamma di Sidney (stesso editore, un contributo) in Australia e Gente d’Italia in Uruguay. Una volta, certo, erano e pesavano di più. Basti ricordare il Progresso italo americano che per decenni, prima della tivù e di Internet, mantenne un filo diretto tra i nostri emigrati e la madrepatria. O Il Vesuvio. The oldest and the most influential paper in Pennsylvania (il più vecchio e influente giornale della Pennsylvania) determinante nel denunciare il linciaggio di cinque italiani a Tallulah, in Louisiana, nel 1899, sollevando l’indignazione di Roma. Ma non si tratta soltanto di vecchi ricordi. Sono stati il Globo e la Fiamma, pochi mesi fa, a ribellarsi contro la volgarità dell’australiano Financial Review, che si era spinto a pubblicare una mappa dell’Italia bollata come ‘Berlusconia’ dove, in italiano maccheronico, al posto di Roma c’era la città di ‘Puta’, al posto di Venezia ‘Venerea’, di Ferrara ‘Merda’, di Taranto ‘Tarantula’, di Crotone ‘Cretino’ e infine al posto della Sicilia l’isola di ‘Mafia’ e al posto della terra dei lombardi quella dei ‘Lombastardi’. Una schifezza. Contro la quale i nostri giornali hanno reagito duramente in difesa dell’onore degli italiani.  

Tutti gli italiani. È successo questa volta in Australia, era successo tante volte a Caracas per merito di quella Voce d’Italia di Gaetano Bafile che Gabriel Garcia Marquez ricorda nel libro Un Giornalista Felice e Sconosciuto con ammirazione. È successo ad America Oggi, sempre pronto a battersi contro gli stereotipi più insultanti (italiani=mafiosi) rovesciati sulla nostra comunità anche attraverso telefilm di successo come i ‘Soprano’. Per capire come è cambiata l’aria da quando la destra definì i nostri emigrati ‘un’enorme risorsa politica, morale, culturale, sociale ed economica’ e Berlusconi— grazie alla legge voluta dal ministro per gli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia — chiese il loro voto alle Politiche 2008 (è su Youtube: ‘Io garantisco che manterremo rapporti sempre più stretti con le vostre comunità’), lasciamo il commento proprio al quotidiano newyorkese che tira 32 mila copie al giorno e viene distribuito in circa 3.000 edicole della costa atlantica, da Boston a New York a Philadelphia. Ha scritto l’altro ieri il direttore Andrea Mantineo: ‘Il Consiglio dei ministri ha approvato il Decreto legge Incentivi inteso a stimolare l’economia, nel quale, tra le altre disposizioni, è stato incluso uno stanziamento di dieci milioni di euro per ‘riparare’ al taglio inflitto dal Decreto Milleproroghe a tv e radio locali. Contrariamente però alle assicurazioni della vigilia, i quotidiani editi e pubblicati all’estero sono stati ancora una volta ignorati’.  

Risultato: un taglio del 50%. Con l’aggravante citata. ‘Questi tagli, approvati dal Parlamento nel 2010, hanno valore retroattivo al 2009’. E dimostrano ‘ancora una volta una totale indifferenza e discriminazione nei confronti degli italiani all’estero’ spingendo ‘a rischio di chiusura America Oggi e gli altri quotidiani in lingua italiana’. Quotidiani che, tra l’altro, sono usati nelle università e nelle scuole canadesi, americane o australiane come testi di studio e aiutano al recupero della nostra lingua, che un tempo era conosciuta e parlata da uomini come Thomas Jefferson e dopo decenni di disinteresse sta tornando ad essere richiesta nelle scuole di mezzo mondo. ‘Non si venga a dire che è una decisione dettata da condizioni economiche — accusa Mantineo —. L’esiguità della cifra risparmiata (5 milioni in tutto) non serve certo a risanare il deficit del bilancio statale. Essa però rischia di lasciare gli italiani residenti negli Stati Uniti, Canada, Australia e Venezuela senza un mezzo di informazione. E il presidente della Repubblica che ne pensa?’. Insomma, come si è chiesta sul Corriere canadese Paola Bernardini, ‘lo sa il governo di Roma che ci sono quasi 64 milioni di italiani nel mondo, con o senza passaporto? Senza nulla togliere a L’Araldo Lomellino o all’Italia ornitologica — salvati in extremis— il Corriere canadese da oltre 54 anni arriva tutte le mattine nelle case degli italiani che risiedono in Canada’. Resta un dubbio. Malizioso: sarebbe stato fatto, il taglio, se al posto delle Regionali fossero in programma le Politiche?” (red)

Dal '94 a oggi: nulla è cambiato (ma l'astensionismo però...)

Prima Pagina 19 marzo 2010