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Donne senza uomini

Donne senza uomini: Leone d’argento per la regia a Venezia et pour cause. Shirin Neshat, cineasta di origine iraniana, conduce il suo film con rara maestria, sempre al limite del punto in cui una sola sbavatura potrebbe trasformare la pellicola in uno spocchioso esercizio di onanismo intellettualistico, limite che però lei non supera mai e ne esce un capolavoro. 

Scene che sono come dei ben bilanciati dipinti, piene di poesia e simbolismo, che potremmo definire di delicata durezza, sorrette da una fotografia come raramente si incontra su pellicola. I dialoghi sono ridotti all’osso, ma non servono: Shirin Neshat trasmette emozioni con la sola forza delle immagini. Cinema allo stato puro che ha saputo creare nel pubblico di una sala di Trastevere, in un fine settimana qualunque, la palpabile tensione che si incontra solo alle prime, e neppure sempre. 

Una storia di donne raccontate da una donna che ben conosce la condizione femminile nel suo paese. La politica nel film c’è, ma in sottofondo, e per questo ancora più sentita e dominante. Siamo alla vigilia del colpo di stato del 1953, orchestrato dalla CIA e dalle multinazionali del petrolio anglo-statunitensi, che rovesciò il legittimo governo di Mohammad Mossadegh e restaurò la tirannia del “Trono del pavone”. Mossadegh, l’ultima occasione che ebbe l’Iran di diventare un paese non solo “democratico” (sappiamo quanto questo termine sia abusato e fallace) ma, soprattutto, laico, forse l’unica possibilità per le donne iraniane di poter vivere la loro vita. Certo oggi l’Iran non dipende più dall’occidente, che comunque reitera sempre i suoi tentativi di ristabilire un’indebita ingerenza sul petrolio del popolo iraniano, ma è uno stato vergognosamente ben lungi dal rispettare i requisiti minimi di libertà che appartengono alla tradizione indoeuropea.

Una tradizione tradita fin dai tempi di Zoroastro e ancor più oggi: non è certo un caso se all’inizio del film la regista fa suicidare una delle protagoniste mentre il minareto lancia il suo Allah Akbar. 

Suicida, sì, una delle protagoniste del film si suicida all’inizio del film, che poi va a chiudersi in maniera circolare su quello stesso suicidio, splendidamente e delicatamente reso, ma, nonostante ciò continua ad essere presente nel film “vivendo” finalmente quella vita che le è stata negata dal bigottismo religioso del fratello che non ha potuto. C’è una forte componente onirico surreale nella narrazione, ma non stona, non sa di stantio come di solito accade nelle troppe pecionate da delirio commercial new age o di finali incartati da regista turco prodotto in Italia. È una componente che suona come una fiaba triste uscita da un racconto dell’antica Persia. 

“Donne senza uomini” è un film corale, sorretto da eccellenti interpretazioni femminili, come nel nostro cinema si fanno sempre più rare. Shirin Neshat racconta lo stato della donna negli anni 50 dell’Iran, quando c’era un’arretratezza destinata incredibilmente a peggiorare di molto. La regista racconta uno stato di dolore e disperazione senza urlarlo, come fa il femminismo d’accatto, e descrive una sofferenza sorda in maniera femminilmente empatica riuscendo così a comunicare e far condividere l’ingiustizia. 

Quello di Shirin Neshat è un film di quelli che necessitano la concentrazione, e la definizione, vista la grande fotografia, da sala cinematografica, e quindi è consigliabile sbrigarsi prima che il film esca dal circuito, rapidamente come quasi sempre capita al buon cinema, la visione su Dvd o in TV non trasmetterebbe la stessa poesia e la stessa tensione condivisa. 

Ferdinando Menconi


Le gang e i loro perché

Secondo i quotidiani del 23/03/2010