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Flop Cina: disoccupazione e povertà

La Cina è un gigante dai piedi d’argilla. 37 milioni di operai dopo le ferie di inizio primavera non hanno fatto rientro al lavoro (ebbene sì, esiste la disoccupazione anche sotto il giogo del più grande partito comunista del mondo). 58 milioni di bambini le cui famiglie non hanno i mezzi per pagar loro la scuola. 1 milione di neolaureati che non trovano sbocchi sul mercato delle assunzioni. 200 milioni di figli di contadini, immigrati nelle città, la cui permanenza nelle caotiche e inquinatissime megalopoli è appeso ad un permesso di soggiorno che li classifica come agricoltori anche se non hanno usato la vanga un solo giorno in vita loro. 800 milioni di abitanti delle campagna con un reddito medio di 17 euro al mese contro una minoranza privilegiata di 50 milioni di funzionari statali e di partito che assieme a 89 supermiliardari (89!) gestiscono il potere e la ricchezza di un paese di 1 miliardo e 300 milioni di persone. Sono solo alcuni, parziali ma significativi dati per comprendere l’altra faccia, quella della disuguaglianza, del mastodontico e rapidissimo sviluppo cinese (il più veloce della storia dell’industrialismo, se pensiamo che il popolo del dragone ha impiegato trent’anni, dai tempi di Deng Xiaoping a oggi, per diventare il secondo paese al mondo sia per ceto medio che per percentuale di iper ricchi, là dove Europa e Stati Uniti, che sono al primo posto in entrambi i record, dalla prima Rivoluzione Industriale in Inghilterra ci hanno messo trecento anni). 

Ma dopotutto è risaputo che il processo di industrializzazione, con la creazione di un mercato di consumo ad alto indice di produzione di beni di massa, porta con sé squilibri inizialmente molto marcati. A maggior ragione se con tassi crescita così elevati ed accelerati (l’8%, con lieve flessione rispetto al 9% durato fino a due anni fa). Il fattore, centrale, che rende deboli le basi su cui poggia l’ascesa economica di Pechino sta in un dato comunemente sottovalutato. Si tratta di ciò che potremmo chiamare, dando una definizione peculiare del modello cinese, “capital-comunismo”. Per stroncare sul nascere gli effetti della crisi finanziaria globale, il regime ha iniettato una mostruosa dose di denaro pubblico investendolo in infrastrutture ed edilizia: 586 miliardi di euro. I terreni su cui ha fatto costruire ferrovie, fabbriche e grattacieli sono pubblici, così come le banche che concedono i prestiti ai privati. La distribuzione di lotti residenziali che ne è derivata è andata, assieme ad appalti e fidi, a 75 milioni di iscritti al partito. Il risultato è che il 70% del Pil è fatto con soldi che lo Stato, direttamente o indirettamente, gira a sé stesso. Le conseguenze sono che la bolla immobiliare è un artificio messo in piedi per ordine dell’onnipotente partito unico, e le esportazioni, architrave dell’intero sistema produttivo, dipendono dai consumi stranieri dato che una vera e propria domanda interna ancora non c’è. 

Quanto potrà durare questo immane azzardo? Fino a quando la nomenclatura rossa terrà i suoi sudditi sotto controllo, mantenendo ben salde la censura sull’informazione, la repressione politica e lo stato di indigenza o, al massimo, di semi-povertà in cui sopravvive la maggior parte della popolazione. La chiave della potenza cinese sta tutta nella più spaventosa formula di assoggettamento e, avrebbe detto Marx, di alienazione mai realizzata in epoca moderna. Che un magnate di Shangai riassume in maniera perfetta con le seguenti parole: «Comunismo e capitalismo prosperano se ignorano il popolo. Noi li abbiamo fusi, per imitare Russia e Stati Uniti. Entrambi i modelli sono esauriti e non sappiamo cosa inventare» (Repubblica, “La grande muraglia che divide ricchi e poveri”, 19 marzo 2010). Quando il popolo reclamerà la sua fetta di benessere e libertà, i glaciali gerarchi del capital-comunismo qualcosa dovranno inventarsela, e alla svelta.  

Alessio Mannino


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