Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Cuba, intolleranza mondiale, e puntini sulle "i"

L’intolleranza delle idee altrui è sempre sintomo della debolezza delle proprie. Come riferisce il Tirreno di qualche giorno fa, Gordiano Lupi, direttore editoriale di una piccola casa editrice di Piombino, Il Foglio, ha ricevuto due email intimidatorie nel giro di 24 ore per la sua attività pubblicistica contro il regime comunista di Cuba. Lo accusano di far parte di un’organizzazione non meglio precisata, l’Usaid, e di essere al soldo della Cia. Il suo sospetto è che queste minacce, secondo lui partite da attivisti dell’associazione filo-castrista Italia-Cuba, si riferiscano in modo specifico alle sue traduzioni degli articoli della blogger cubana dissidente Yoani Sanchez per il quotidiano La Stampa, e più in generale per la divulgazione dei suoi scritti nel nostro paese. Da parte sua, Italia-Cuba rinvia al mittente l’accusa e annuncia querela, descrivendo Lupi come un ex dirigente rinnegato di stampo “capezzoniano” che “spara menzogne su Cuba e veleni sui partiti di sinistra italiani”, rinfacciandogli uno scritto apparso sul mensile Nigrizia in cui lo scrittore toscano prendeva di mira la benevola opinione che della dittatura di Castro ha Frei Betto, uno dei padri della teologia della liberazione (“Italia-Cuba non c’entra con le minacce a Lupi via e-mail”, Il Tirreno, 23 marzo 2010). 

Per esperienza anche personale, possiamo dire che di invasati accecati dall’odio ideologico ne circola un certo numero, pronti a vomitare insulti e minacciare violenza in preda a ricostruzioni della realtà che stanno solo nella loro testa. Magari fanno parte di qualche gruppuscolo di irriducibili nostalgici della lotta armata, o persino di una rispettabile e pacifica associazione culturale. Ma non è questo che ci interessa, qui (tenuta ferma la solidarietà umana e civile a Lupi, che ci pare doverosa). Ci preme invece richiamare l’attenzione su un equivoco in cui regolarmente scade il dibattito europeo, e in particolare italiano, riguardo l’isola cubana. La residuale sinistra vetero-marxista ne dà un’immagine idilliaca, a tratti oleografica (la scuola gratuita e di buon livello, la sanità efficiente e alla portata di tutti), facendo il tifo per l’ultimo baluardo del comunismo autentico, che non si è venduto come in Cina al capitalismo globale. L’egemone destra occidentalizzante ne parla come di un incubo concentrazionario, dove la libertà di dissenso viene chiusa a chiave in galera e ai cittadini viene fatto divieto di muoversi e andare all’estero. Entrambe le versioni colgono una parte di verità, ma se ci si inchioda ad una sola di esse non se ne esce. 

La via d’uscita si trova, forse, nel cambiare paradigma. Cuba, 11 milioni di abitanti, priva di materie prime strategiche a meno di non considerare tali il tabacco (con cui vengono prodotti i famosi sigari) e la canna da zucchero, innocua e isolata da quando l’Unione Sovietica non esiste più, in un’area senza nessuna vera importanza geopolitica se non l’essere nel “cortile di casa” degli Usa, rappresenta un pericolo per l’ordine mondiale dell’Occidente a guida americana solo per l’insaziabile volontà imperiale di quest’ultimo di annettersi l’intero pianeta (si veda l’occupazione “umanitaria” di Haiti). Replicherebbe un Lupi: già, ma come la mettiamo con gli oppositori incarcerati e la mancanza di democrazia? Chi ci legge sa che non siamo marxisti, ma l’ingerenza democratica di chi vuole imporre il nostro sistema politico in ogni angolo del globo la lasciamo volentieri all’arroganza di Washington e dei suoi scherani di Londra e, ahinoi, di Roma. Il socialismo reale cubano, complice e causa principale proprio l’embargo statunitense, è diventato una sorta di patriottismo rosso che ha il suo idolo in Fidel, già trapassato a mito essendo più morto che vivo (il “fidelismo”). La maggioranza di un popolo non la si può comprimere e reprimere a lungo a forza di manganello e carcere. La verità è che gran parte dei cubani, nonostante tutto, accetta il regime, magari lo vorrebbe diverso e più aperto (internet è arrivato anche lì, come dimostrano i blogger, per altro sovradimensionati come maitres-à-penser), ma non dà segno di volerlo rovesciare. E sebbene l’oppressione poliziesca delle opinioni ci faccia ribrezzo e chi la minimizzi pure, non lo consideriamo un argomento valido per sognare di sostituirci alla gente di Cuba nel suo esclusivo diritto di decidere da sé il proprio destino. Lupi, in conclusione, fa benissimo a raccontare la faccia brutale e liberticida del castrismo. Ma, per favore, non consideriamola un pretesto per l’ennesima invasione sociale ed economica sulla punta delle baionette. Come è stato per l’Afghanistan, e come qualcuno vorrebbe per l’Iran. 

 

Alessio Mannino


Conferma: la Grecia sotto usura

Reavanche