Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 26/03/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “”Silenzio sugli abusi”, attacco al Papa”. Editoriale di Pierluigi Battista: “Il trauma e il coraggio”. Al centro: “Berlusconi: noi decidiamo a maggioranza”, con foto notizia: “Santoro show. Il premier: obrobrio” e “Scandalo sul prezzo dei farmaci. Indagato un senatore del Pdl”. Di spalla: “Il patto franco-tedesco sblocca l’accordo sul salvataggio di Atene” e “Un insuccesso mascherato”. In basso: “Salviamo il teatro (e un po’ noi stessi)”, con foto notizia “Prosperini crolla e tenta il suicidio” e la risposta del ministro Angelino Alfano a Veltroni sul caso Pasolini “Alfano: su Pasolini indagine da riaprire”.  

LA STAMPA – In apertura: “Scontro tra premier e Udc”. A sinistra: “Preti pedofili. Dagli Usa attacco al Papa”. Editoriale di Gian Enrico Rusconi: “La strada sbagliata del diritto canonico”. Di spalla, con foto notizia: “Casini: il Cavaliere è un leader confuso”. A centro pagina, con foto notizia: “Sopravvissuta alla mia autopsia” di Mina, “Piano Merckel-Sarkozy per salvare la Grecia” e “”Se Berlino divorzia dalla Bce”. In basso il buongiorno di Massimo Gramellini: “Omerutti”.  

LA REPUBBLICA – In apertura: “Pedofilia, accuse al Papa dagli Usa”. A destra: “Chi imponeva l’omertà”. Al centro, con foto notizia: “Gli esiliati della tv” di Curzio Maltese, “Il pericolo astensione” e “Aiuti alla Grecia. Intesa Merkel-Sarkò”. Di spalla: “Le oligarchie dei “giri” che infettano la democrazia”. In basso: “Fenomenologia di Lady Gaga così si costruisce un successo” e “I pm: il viceparroco seppe a gennaio del cadavere in chiesa”.  

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Intesa sugli aiuti alla Grecia”. Editoriale di Mertin Feldstein: “Rassegnatevi l’euro è debole ma destinato a tornare forte”. Al centro: “Bonifico delle poste per rimborsare gli incentivi ai consumi” e, con foto notizia: “Dubai. Accordo con i creditori, evitato il default”. Di spalla: “Su internet mi ritrovo con i grandi e i dimenticati” di Gianni Riotta.  

ITALIA OGGI – In apertura: “Grandi imprese sotto tiro”. Al centro: “In Lazio la sanità ha tolto fondi ai malati di Sla e li ha girati a favore di trans e gay” e, in un riquadro: “Ecco che cosa chiederà Bossi dopo aver stravinto le elezioni”. In basso: “La p.a. perde 4 liti fiscali su 10”.  

MF – In apertura: “Bce costretta a ingoiare l’Fmi”. Al centro: “Alleanza Hera-Techint nei rifiuti”. In basso: “Gamberale studia causa contro Citi” e “Unipol svaluta e va in rosso. Pronto aumento da 500mln”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Polverini-Bonino, la sfida dei fatti”. In alto a sinistra: “Sacerdoti pedofili, accuse al Papa. Vaticano: ignobile”. Editoriale di Francesco Paolo Casavola: “La forza della verità”. Al centro: “Berlusconi indagato a Roma. Par condicio, multe a Tg1 e Tg5”, con foto notizia: “Ancelotti: Roma sta attenta, Inter micidiale in contropiede” e “Aiuti alla Grecia, accordo in Europa”. In basso: “”Così filmai Marrazzo a casa del trans””, “Claps, il cadavere fu scoperto a gennaio. Le donne delle pulizie: il viceparroco sapeva” e il diario di primavera di Maurizio Costanzo.  

IL GIORNALE – In apertura: “Ci siamo liberati di Santoro” di Alessandro Sallusti. Al centro, con foto notizia: “Ecco di Pietro che se la spassa con il boss”, “Casini e il non voto, trappole per l’Italia”. Di spalla: “Un attacco al Papa dietro le false accuse del New York Times” e “E ci mancava solo il parroco occulta-cadaveri”. In basso: “Calcio in diretta, il digitale fa gol al satellite”.  

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “La notte della Rai liberata”. Di spalla: “Peggio il ricattato” di Marco Travaglio. Al centro: “Pedofilia, bufera sul Papa” e, con foto notizia: “Un’altra festa a Palazzo Grazioli”. In basso: “Calderoli e la truffa di carta” di Furio Colombo. (red)

2. Pedofilia, accuse al Papa dagli Usa 

Roma - “Il nuovo scandalo di pedofilia e di omertà colpisce il Vaticano in un momento già difficile per le controversie in Germania. E scoppia nel paese dove la reputazione della Chiesa cattolica fu tramortita già nel 2002 dagli abusi sessuali nella diocesi di Boston, scrive Federico Rampini a pagina 2 di REPUBBLICA. Ma a differenza di Boston, nel caso che rivela il New York Times i vertici locali della Chiesa nel Wisconsin lanciarono degli allarmi, che furono insabbiati dalla Santa Sede. In un duro editoriale il quotidiano parla di ‘rivelazioni che turbano’, sottolinea il fatto che Ratzinger fu ‘personalmente avvertito’, ma che la preoccupazione fu di ‘proteggere la Chiesa invece dei bambini’.Al centro dell´ultimo caso c´è la figura del reverendo Lawrence Murphy (morto nel 1998), in particolare per il periodo dal 1950 al 1974 quando lavorava alla Saint John´s School for the Deaf, un istituto per sordomuti vicino a Milwaukee, nel Wisconsin. Fin dagli anni ‘50 si accumularono contro di lui le denunce di molestie. I documenti dei legali delle vittime dimostrano che già allora era noto ai suoi superiori come un ‘predatore sessuale’. Le descrizioni dei bambini sono concordanti, raccontano episodi in cui il sacerdote li denudava per toccargli i genitali durante la confessione, nel suo ufficio, in automobile, a casa sua, nei dormitori, o durante le gite scolastiche. Una serie di aggressioni tanto più atroci perché compiute su bambini con un handicap fisico. In una delle lettere più scabrose rese pubbliche dai legali, una ex vittima scrive: ‘Padre Murphy mi convocò in camera sua, mi frustò con la cintura e cominciò a toccarmi il pene e spiegarmi il sesso. Giocava con il mio pene quando mi confessava. Nella gita scolastica a New York e Washington giocava con me nella stanza d´albergo. Nei miei sei anni alla Saint John´s School ho sofferto duramente da padre Murphy’. Le testimonianze restituiscono l´immagine di una personalità complessa, capace di affascinare le sue vittime. Una delle sue vittime, Arthur Budzinski oggi 61enne, ricorda che ‘era amichevole e comprensivo, faceva del male e non ci potevo credere’. Gary Smith, che dall´età di 12 anni fu molestato cinquanta volte, ne è rimasto segnato: ‘Uscii da quella scuola che ero un uomo in preda alla rabbia’. Eppure il reverendo Murphy non fu mai oggetto di sanzioni di nessun tipo, ed è qui che lo scandalo coinvolge il Vaticano. Nella ricostruzione del New York Times, ‘tre arcivescovi del Wisconsin furono avvertiti che padre Murphy abusava sessualmente i bambini, ma non lo denunciarono mai alle autorità civili o alla magistratura’. Il quotidiano precisa che la stessa polizia ‘ignorò gli esposti delle vittime’ che furono archiviati senza conseguenze. Ma le gerarchie cattoliche locali furono quasi sul punto di sanzionarlo. Nel 1996 l´arcivescovo di Milwaukee, Rembert Weakland, tentò di espellere Murphy dal clero. In una lettera al cardinale Ratzinger - in quanto responsabile della Congregazione della dottrina della fede - il prelato americano spiegò che spretare Murphy era necessario per placare l´ira delle sue vittime e riparare la loro fiducia nella Chiesa. Non avendo ricevuto risposta da Ratzinger, l´arcivescovo di Milwaukee scrisse di nuovo al Vaticano nel marzo 1997, stavolta avvertendo che una causa giudiziaria era in arrivo e che ‘un vero scandalo’ stava diventando ‘possibile’. Il numero due di Ratzinger nella Congregazione, il cardinale Tarcisio Bertone, diede via libera ai vescovi del Wisconsin per un processo canonico segreto. Questo poteva sfociare nell´espulsione di Murphy. Ma il procedimento venne bloccato, dopo che il reverendo Murphy scrisse a Ratzinger protestando di aver già manifestato il suo pentimento. ‘Voglio solo - scrisse Murphy - vivere il tempo che mi rimane nella dignità del sacerdozio e chiedo per questo la vostra assistenza’. Nei documenti ritrovati dal New York Times non compare una risposta di Ratzinger. Fino alla sua morte nel 1998, Murphy non solo rimase sacerdote e non fu colpito da alcuna sanzione, ma continuò a occuparsi di bambini in diverse parrocchie, scuole, e in un centro per minorenni delinquenti. Per l´America la rivelazione-shock rievoca l´enorme scandalo di molestie sessuali che travolse la diocesi di Boston otto anni fa. Ma neppure in quel caso le potenziali diramazioni arrivarono così in alto. Alle reazioni suscitate in Vaticano dal dossier pubblicato, il giornale nella notte ha confermato l´impianto dell´inchiesta: ‘Ogni ruolo che l´attuale Papa può aver rivestito nella vicenda riveste un aspetto importante di questa storia’” (red)

3. La Chiesa mette in campo squadra anti-molestie 

Roma - “L’essenziale è ‘stabilire una linea comune’. L’idea della diocesi di Bolzano, che invitava a denunciare gli abusi sul suo sito, è stata accolta dal gelo - annota Gian Guido Vechi a pagina 5 del CORRIERE DELLA SERA. Così la Cei ha deciso di creare una task force sul tema pedofilia. La ‘commissione’ antipedofilia della Cei sarà composta da vescovi ed esperti, filtra dal consiglio permanente che si è chiuso ieri, e avrà l’incarico di «studiare un fenomeno così complesso»: in altre parole, dovrà definire la linea di comportamento per affrontare casi e polemiche. È «impensabile», spiega un vescovo, ‘che di una faccenda simile possano parlare 250 pastori senza un criterio di riferimento’. Già nella prossima assemblea generale di vescovi italiani, a maggio, la Cei stabilirà le ‘linee comuni’ di intervento. E più in là verrà organizzato un seminario. Del resto, il cardinale Angelo Bagnasco aveva aperto il consiglio dei vescovi scandendo: ‘La Chiesa impara dal Papa a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla. Questo, però, non significa subire strategie di discredito generalizzato’. In questi giorni i vescovi hanno discusso, c’è chi è arrivato a definire troppo ‘politically correct’ l’iniziativa di Bolzano, chi ritiene sia ‘una follia mettere sotto accusa gli episcopati’.Alla Cei, in questi giorni, si ripete che ‘il problema non è mai stato sottovalutato’ e ‘la prevenzione c’è da tempo’. Certo, la lettera del Papa agli irlandesi testimonia di ‘una Chiesa che non sta sulla difensiva’ e invita a ‘non nascondere nulla’, diceva Bagnasco. Ma con criterio. ‘Fino a che punto ci dobbiamo spingere nella trasparenza?’, si chiede un altro vescovo. ‘E la discrezione necessaria quando la chiedono le stesse vittime? E le persone chiaramente malate?’. E poi d’accordo la ‘tolleranza zero’, ma questo non al prezzo ‘di farsi prendere a sberle: la pedofilia va ben oltre la Chiesa’. Anche in Vaticano, d’altra parte, non è che ci sia un senso d’accerchiamento, la percezione di un attacco concentrico: ‘Ma quale percezione: l’accerchiamento c’è, è nei fatti’. Se le reazioni ufficiali sono dure, quelle sottotraccia, ai piani alti della Santa Sede, arrivano a definire ‘sconcia’ l’idea che Ratzinger e Bertone abbiano potuto ‘insabbiare’ un caso di venticinque anni prima già archiviato dalla giustizia civile e affrontato dall’ex Sant’Uffizio derogando alla prescrizione. E ricordano il titolo d’un libro di Jean-Marie Guénois: ‘Il Papa che non avrebbe dovuto essere eletto’. C’è l’idea che Benedetto XVI disorienti e dia fastidio ‘a tutti coloro cui fa comodo dipingere la Chiesa come retrograda, omertosa e quant’altro: con il suo pontificato, Benedetto XVI sta smentendo nella realtà tutti questi cliché’. A cominciare dalla pedofilia, ‘la Chiesa è l’unica istituzione che stia facendo davvero i conti con questo fenomeno’. E i dati dei vescovi Usa ‘dimostrano quanto si stia riducendo proprio negli ultimi anni, grazie alle misure già prese’. Certo, ‘il clima è cambiato: sta cambiando tutto, e proprio su impulso di Ratzinger’. Una volta non era così, e forse qualche traccia della mentalità passata si può rintracciare in una frase sfuggita ieri davanti ai giornalisti al cardinale in pensione José Saraiva Martins, che nel parlare di una ‘macchinazione complessiva’ ha aggiunto: ‘Perché dei vescovi hanno taciuto? Cerchiamo solo d’essere intelligenti e onesti: se in una famiglia c’è un membro mascalzone, chi è che in quella famiglia va in piazza a denunciare e metterlo alla berlina? Semmai si cerca di salvaguardare il buon nome della famiglia’. Certo, ha chiarito, ‘sono il primo a dire che i vescovi non devono coprire, che i preti pedofili devono essere processati, tuttavia invito all’obiettività’. Lavare i panni sporchi in famiglia? Benedetto XVI ha detto una cosa ben diversa: ‘C’è stata una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali’. Il Papa è sereno, ieri ha incontrato 50 mila giovani in piazza San Pietro. E l’unica reazione agli ‘attacchi’ sarà proseguire nella linea di ‘trasparenza e chiarezza’”. (red)

4. Santoro-show: Sanzioni se ha violato l'esclusiva 

Roma - “Secondo alcuni legali interni Michele Santoro può avere violato la par condicio e il contratto di esclusiva. Valuteremo in mattinata. Se ci saranno infrazioni proporrò in Cda di sanzionarlo’. A Raiperunanotte, Antonio Verro, consigliere Rai di area berlusconiana, ieri sera ha preferito il film Happy Family, annota il CORRIERE DELLA SERA a pagina 9 . Ma prima di infilarsi in un taxi promette battaglia contro la diretta di Santoro. Ma perché? La Rai non lo ha voluto mandare in onda e ora ne rivendica l’esclusiva? ‘Santoro è un signore dipendente Rai. Che percepisce uno stipendio dall’azienda ed è tenuto a rispettare obblighi contrattuali’. Rainews24 è comunque dell’azienda. ‘Ma SkyTg24 ed altre tv locali no. Quindi secondo alcuni nostri esperti in diretta questa violazione potrebbe esserci’. Santoro ha fatto un grande intervento in una manifestazione sindacale. Questo sposta i termini del problema? ‘Per lui no. Per Rainews24 sì. Perché in periodo di par condicio non sono permesse dirette di manifestazioni sindacali. Ma solo finestre informative’. Proprio oggi (ieri ndr) l’Agcom ha multato il Tg1 per violazioni alla par condicio. Quelle per Santoro non sono preoccupazioni un po’ a senso unico? ‘Quello è un fuoco di paglia. Abbiamo fatto ricorso. Ma la sensazione è che all’Agcom siano stati più realisti del re. Comunque vedremo. Valuteremo la trasmissione a posteriori’. A posteriori. Nelle telefonate intercettate era quella la soluzione per intervenire contro Santoro escogitata dal membro Agcom Giancarlo Innocenzi che tentava di placare l’ira del premier. Sono giunte telefonate anche questa volta? ‘No. Non ho mai ricevuto telefonate da Berlusconi. Poi, certo, so come la pensa’. Le ha provocato imbarazzo che Berlusconi rivendicasse le pressioni? ‘Ha rivendicato la sua coerenza. Sul linguaggio bisogna conoscere Berlusconi: lo fa affettuosamente. E poi lo spoil system non l’ha inventato lui’. E la vicinanza fra controllati e controllori? ‘Da che mondo è mondo le regole sono queste. Allora cambiamo il mondo’”. (red)

5. Regionali, Agcom multa Tg1 e Tg5 

Roma - “Berlusconi onnipresente in televisione: nell´ultima settimana, in piena campagna elettorale, è comparso sul piccolo schermo per 3 ore e 45 minuti. Popolo della libertà straripante, scrive Alberto D’Argenio a pagina 7 di REPUBBLICA: al Tg1 occupa il 60% dello spazio riservato ai partiti, al Tg5 il 40%. Dati che ieri hanno spinto l´Autorità garante per le comunicazioni a punire con una multa di 100 mila euro ciascuno i telegiornali guidati da Augusto Minzolini e Clemente J. Mimum. Motivo: ‘C´è un perdurante squilibrio tra Pdl e Pd’ al quale si aggiunge una ‘marginale presenza delle nuove liste’ in corsa per le regionali. Il tutto calpestando i richiami già rivolti alle due testate. Alla multa ha fatto seguito l´invito ad attuare un ‘immediato riequilibrio’. Non ci stanno Rai e Mediaset, che annunciando due distinti ricorsi al Tar hanno parlato di telegiornali ‘equilibrati’ e sanzioni ‘ingiustificate’. E mentre l´Agcom ha replicato di andarsi a vedere i dati sulle presenze dei partiti nei Tg, è scoppiata la polemica. Il leader del Pd Pier Luigi Bersani ha accolto la notizia con un ‘era ora!’, mentre Emma Bonino, candidata del centrosinistra alla Regione Lazio, ha denunciato ‘percentuali bielorusse’ nella presenza televisiva della maggioranza. Per protestare contro «lo squilibrio dell´informazione’ ieri sera Radicali e Pd hanno dato il via ad un sit-in a oltranza davanti alla sede Rai di Viale Mazzini. Schermaglie anche all´interno della tv pubblica. I membri di minoranza del Cda, Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, hanno puntato il dito contro ‘la faziosità e la subalternità agli interessi di Berlusconi’ con cui Minzolini guida il Tg1. Per il loro collega di maggioranza, Antonio Verro, invece, il Tar ‘annullerà le sanzioni dell´Agcom’. Eppure i dati parlano chiaro. La scorsa settimana, la penultima di campagna elettorale, Berlusconi ha avuto la parola all´interno di tutti i Tg italiani (Sky compresa) per 3 ore e 45 minuti (in sette giorni più della metà dell´intero mese precedente). Bersani, invece, ha parlato poco più di un´ora e mezza. Al Tg1 il premier ha avuto la parola per 11 minuti e 13 secondi, il leader del Pd per 4 minuti e 25. Nel Tg2 il rapporto è tra 10 e 4 minuti. Dagli schermi del Tg5, poi, il Cavaliere è andato in onda per 21 minuti, Bersani per 2,43. Il Tg4 di Emilio Fede ha esposto il premier per un totale di 35 minuti contro i 3,28 riservati al segretario pd. Uno squilibro accentuatosi in campagna elettorale, ma proveniente da lontano: nell´intero mese di febbraio Berlusconi è comparso sul Tg1 per 21 minuti, sul Tg4 per più di un´ora, sul Tg5 per 45 minuti per un totale tra tutti i telegiornali del Paese di quasi sette ore. Anche considerando i rapporti tra partiti le cose non vanno meglio: la settimana scorsa il Tg1 ha trasmesso notizie e interventi relativi al Pdl per uno spazio pari al 60% di quello riservato a tutti i partiti, contro il 19,5% del Pd. Percentuali simili per il Tg4, mentre il Tg5 al Pd ha concesso solo il 9% del tempo contro il 40% del Pdl. E ieri l´Agcom ha avviato anche un´istruttoria sulla soppressione dei talk show Rai come Annozero, Ballarò e Porta a Porta fino alle regionali. L´iniziativa è partita in seguito a numerosi esposti. La Rai ha replicato ricordando che lo scorso 23 marzo il Consiglio di Stato aveva stabilito che lo stop agli approfondimenti ‘non poteva far desumere un danno al diritto di informazione”. (red)

6. Agcom, premier indagato a Roma

Roma - "Iscrizione fotocopia. A ventiquattrore dall´arrivo di atti e intercettazioni, la procura di Roma ricalca le accuse formulate a Trani, annota Elsa Vinci a pagina 9 di REPUBBLICA. Silvio Berlusconi è indagato per concussione e violenza o minaccia per le telefonate a Giancarlo Innocenzi, commissario dell´Agcom e membro di nomina Pdl dell´Authority. Il premier 'voleva imporre' il 'telebavaglio' a trasmissioni, giornalisti e politici sgraditi, e sospendere «Annozero» di Michele Santoro. Dopo una prima veloce lettura del carteggio, l´iscrizione è stata decisa ieri mattina nell´ufficio del procuratore capo Giovanni Ferrara durante una riunione con l´aggiunto Alberto Caperna e i pm delegati. Avevano trascorso parte della notte leggendo gli atti. Mille pagine, raccolte in due faldoni, arrivate nella capitale mercoledì mattina per mano di un messo della polizia, che aveva preso la consegna dai magistrati pugliesi. Entro quindici giorni la procura di Roma dovrà trasmettere il fascicolo al tribunale dei ministri con richiesta di indagine o di archiviazione. Nonostante la formalizzazione decisa ieri, l´esame delle carte potrebbe suggerire ai pm altri reati. Se sarà sollecitato un approfondimento dovranno essere indicati specifici atti istruttori. Se non ci sarà archiviazione, il tribunale dei ministri, che esercita la funzione inquirente, entro 90 giorni dovrà restituire il dossier alla procura. Saranno così formulate le richieste conclusive: o di rinvio a giudizio dell´indagato o di proscioglimento. 'I reati di cui è accusato Berlusconi sono gravi, la concussione non è uno scherzo. Se si rivelassero inesistenti mi piacerebbe che chi li ha formulati, pagasse le conseguenze', ha commentato il ministro dell´Interno Maroni alla trasmissione on line 'Mentana condicio'. Il ministro non ha voluto dare giudizi sul 'rapporto di quel tipo instaurato tra il governo e l´autorità garante'. Ma riferendosi alla magistratura di Trani che ha avviato le indagini, Maroni ha dichiarato: 'Certo che se iscrivo sul registro degli indagati il presidente del consiglio, rischiando di far cadere il governo, mettendo in crisi il sistema istituzionale e poi si scopre che l´ho fatto con leggerezza, credo che questo magistrato dovrebbe subire delle conseguenze'. Le intercettazioni? «Utili ma bisogna impedire gli abusi».Resta in Puglia la parte dell´inchiesta che riguarda Innocenzi e il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, accusato di rivelazione di segreti sul procedimento penale. Quando nel dicembre scorso, Minzolini fu ascoltato a Trani su pressioni ricevute per non mandare in onda una notizia su un giro di revolving card dell´American Express a cui venivano applicati tassi usurai, lui subito, appena fuori dalla procura, chiamò Roma. E raccontò i fatti dell´indagine. L´arrivo nella capitale dell´inchiesta sul premier è stato preceduto da un incontro dei suoi legali, Ghedini e Palumbo, con il procuratore di Trani. L´incontro «di cortesia» in realtà è servito ad accertare che tutti gli atti su Berlusconi fossero destinati alla procura di Roma, titolare del caso per competenza territoriale". (red)

7. Caso Marrazzo, carabiniere confessa: Lo filmammo noi 

Roma - “L’ha saputo dai giornali di essere indagato per l’omicidio di Gianguerino Cafasso, il pusher del caso Marazzo stroncato lo scorso settembre da una dose di droga tagliata male in una stanza d’albergo, scrive Patricia Tagliaferri a pagina 20 del GIORNALE. Finora il maresciallo Nicola Testini era considerato solo l’organizzatore del video-ricatto all’ex presidente della Regione Lazio. Ora i magistrati hanno alzato il tiro, credono che sia stato lui a consegnare a Cafasso il mix letale di cocaina ed eroina. Per toglierlo di mezzo, perché non era riuscito a piazzare sul mercato il filmato di Marrazzo in compagnia di un trans come gli era stato chiesto dalla banda di carabinieri infedeli e ormai sapeva troppo del tentativo di ricatto in corso. È stata la fidanzata del pusher, il trans Jennifer, a raccontare agli investigatori che la droga letale gli era stata fornita da Testini, fornitore abituale di Rino. Anche se non è chiaro perché mai un pusher del livello di Cafasso dovesse rifornirsi proprio da un carabiniere. Forse la cessione dello stupefacente era il compenso per le segnalazioni ricevute dal confidente? E da dove proveniva la droga? I tabulati telefonici, comunque, hanno confermato i contatti tra Cafasso e il militare, altri riscontri sono arrivati e adesso Testini rischia di finire nuovamente in cella con un’accusa ben più pesante di quelle che gli venivano contestate finora. Una richiesta di arresto sarebbe già pronta per lui. Le novità lo hanno lasciato senza parole: ‘È una cosa assurda, non c’entro nulla con tutta questa storia’. Intanto ieri, nel carcere di Regina Coeli, il carabiniere Luciano Simeoni ha confermato la ricostruzione della Procura sul video: «Lo girai io assieme al collega Carlo Tagliente». Finora i militari avevano sempre sostenuto che a filmare Marrazzo in compagnia del trans Natalie fosse stato Cafasso. Ora la loro versione è cambiata e nuovi particolari si sono aggiunti. Il video fu fatto con il cellulare di Tagliente, ma alcune scene furono girate da Simeone. Fu Natalie a chiedere a Cafasso della droga perché stava per incontrarsi con l’ex governatore. Il pusher avrebbe poi girato l’informazione a Tagliente. I pm ritengono che siano stati i carabinieri a lasciare la cocaina sul tavolo dell’appartamento. Simeone ieri ha negato la circostanza ancora una volta: «La trovammo già in casa», lasciando intendere che fosse stato Cafasso a portarcela. Simeone ha negato anche di aver portato via a Marrazzo soldi e assegni. Ma il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli sono di tutt’altro avviso. Risposte ai dubbi su come siano andate davvero le cose il 3 luglio del 2009 in via Gradoli potrebbero arrivare dal video integrale di 12 minuti che gli investigatori cercano disperatamente. Finora, infatti, è stato trovato soltanto un promo molto più breve. I carabinieri del Ros lo sono andati a cercare nello studio dell’avvocato di Cafasso, Marco Cinquegrana, al quale il pusher l’avrebbe consegnato in una pen-drive affinché lo custodisse, come avrebbe raccontato Simeone in un precedente interrogatorio. Gli investigatori hanno portato via l’hard disk del computer e ricopiato la memoria. Dai racconti di alcuni trans di via Due Ponti, dove si trova il monolocale di Brenda, il viado ucciso dal fumo sprigionatosi da un misterioso incendio, emergono voci e sospetti di inquietanti retroscena. «Se Nicola Testini si trova in questa situazione - svelano - è soprattutto a causa di Jennifer, con la quale il carabiniere aveva una storia. È stata lei a convincerlo ad incastrare Marrazzo. Tutto è partito da lei perché era gelosa che Marrazzo, il cliente che pagava meglio, andasse con altri trans. Aveva già tentato due volte di collaborare per incastrare il governatore dando la soffiata ai carabinieri». Rachele, un ex trans ora diventato donna, parla di Carlo Taglente: «Uno dei carabinieri arrestati, Carlo, ha rubato la scorsa estate il mio computer entrando in casa mia di nascosto. Quando l’ho sorpreso e gli ho chiesto di ridarmelo mi ha risposto “vienitelo a prendere in caserma”. Credo che cercasse qualche video compromettente visto che in passato Marrazzo è stato un mio cliente’”. (red)

8. Pdl-Lega: Bossi ha già pronti i segnaposti 

Roma - “Ha un bel rassicurare i suoi, il premier Silvio Berlusconi. Che non ci sarà nessun sorpasso al Nord, che le aspirazioni della Lega, ‘alleato fedele del Pdl’, sono ambiziose ma saranno contenute. L'alleato Umberto Bossi è vero che è fedele, ma la sua fedeltà politica non è mai stata sudditanza, anzi, annota Alessandra Ricciardi a pagina 6 di ITALIA OGGI. E i risultati che il Carroccio si accinge a incassare con il voto alle regionali di fine marzo sono assegni in bianco, che Bossi ha intenzione di riscuotere senza fare nessuno sconto. Anche perché, via via che passano le ore e ci si avvicina alla resa dei conti, la campagna elettorale parla di un Carroccio in trascinante ascesa. Non solo nei feudi leghisti del Veneto, dove la vittoria del candidato governatore, il ministro dell'agricoltura Luca Zaia, è data per scontata, e in Lombardia, dove il Carroccio gioca a sostegno di Roberto Formigoni, ma pure in Piemonte: un arrembante Roberto Cota potrebbe a sorpesa riuscire a spuntarla su Mercedes Bresso, Torino e provincia permettendo. Senza contare poi che la Lega punta a ottenere risultati personali lusinghieri pure in terra rossa di Emilia Romagna, Toscana e Marche, nonostante la coalizione di centrodestra non sia messa bene. Ora bisogna solo fare i conti di quanto vince/ stravince la Lega per definire il numero di nuove bandierine che Bossi metterà nel grande risiko delle poltrone del post elezioni. Ad oggi il Carroccio ha 60 deputati, 26 senatori, 9 europarlamentari, 4 ministri, 5 sottosegretari. Il lider maximo ha blindato l'Agricoltura: anche se non dovesse essere Zaia a mantenere l'incarico, il ministero sarà sempre verde, o con Cota, in caso di mancata vittoria in Piemonte, oppure con altro leghista, sempre del trevigiano però, la stessa terra di Zaia. Per l'uscente governatore del Veneto, Giancarlo Galan, a cui pure Berlusconi ha promesso il dicastero in questione, si è già aperta la caccia a un altro incarico: al governo sono due i posti liberabili, quello della Cultura, dove Sandro Bondi potrebbe lasciare per assumere l'incarico di coordinatore unico del partito, oppure agli Affari regionali. Il destino dell'attuale titolare, Raffaele Fitto, sembra infatti sempre più legato alle sorti di Rocco Palese, che il ministro ha sponsorizzato presso Berlusconi come il candidato vincente a governatore in Puglia nella sfida contro Nichi Vendola. In caso di sconfitta, sempre più nell'aria, per Fitto l'uscita dal governo è quasi certa. Ma se l'appetito vien mangiando, Bossi non è ancora sazio e vuole almeno due nuovi sottosegretariati. Uno è già definito ed è per le montagne e le foreste, un settore che il Senatur vuole valorizzare e tutelare sotto la sua ala. Senza dimenticare che c'è la partita lombarda, dove i posti in giunta valgono almeno quanto quelli nel governo centrale. Il Senatur ha prenotato la vicepresidenza per Andrea Gibelli e tre assessorati: quello della sanità, dove però non sarà certamente confermato Luciano Bresciani, le Infrastrutture, la Cultura e sport. Una postazione importante, quest'ultima, da cui guerreggiare con ‘Roma ladrona’, rea di volersi fare un suo gran premio di Formula 1 ai danni dello storico circuito di Monza, passione di tanti leghisti. Quest'anno la Pasqua del Carroccio si annuncia veramente abbondante”. (red)

9. Caserta, la sfida per la provincia vale doppio 

Roma - “Per il Pd nazionale tentare di aggiudicarsi la provincia di Caserta è diventata una delle sfide prioritarie, al pari di quelle del Lazio, Piemonte o Puglia. Per punire Domenico Zinzi, l'unico candidato di Pier Ferdinando Casini sostenuto anche dal Pdl e dimostrare che l'alleanza tra dei centristi con il partito di Berlusconi non porta da nessuna parte, scrive Antonio Calitri a pagina 4 di ITALIA OGGI. Uno strano interesse è incominciato a girare di colpo intorno al candidato del centrosinistra alla provincia di Caserta, Giuseppe Stellato, da parte di tutto il Pd. Dai dirigenti nazionali al governatore uscente Antonio Bassolino e dello sfidante Vincenzo De Luca, tutti guardano Caserta. Nell'ultima settimana sulla strada della Reggia si è creato un vero e proprio ingorgo da parte di personaggi del centrosinistra. Eppure la provincia, quando ancora si potevano divulgare i sondaggi, veniva data al solo Pdl per oltre il 50%. Se aggiungiamo i voto dell'Udc che dopo un difficile tira e molla ha stretto l'alleanza col partito del premier sul candidato casiniano Zinzi, non ci dovrebbe essere proprio storia. Eppure a Caserta e dintorni, per sostenere Stellato soltanto nell'ultima settimana si sono succeduti i più importanti democratici. Da Walter Veltroni che ieri è andato a sostenere il consigliere regionale uscente Stellato nella sua Santa Maria Capua Vetere, a Enrico Letta che c'è stato il giorno prima e ancora alla presidente del Pd Rosi Bindi. E poi si sta impegnando per lui sia il governatore uscente Bassolino che ha partecipato a diverse manifestazioni con Stellato, sia lo sfidante De Luca con il quale chiuderà la campagna elettorale. E dovrebbe passare a sorpresa, probabilmente oggi, anche Massimo D'Alema. Un po' troppi nomi per una sfida che sulla carta è senza speranza. Però a Caserta il contesto è rapidamente cambiato e il voto potrebbe avere ricadute nazionali. Nel Pdl si nota una certa fiacchezza, un certo disimpegno, forse per troppa sicurezza di vincere, forse per vendetta da parte del Pdl locale. Da Nicola Cosentino a Mario Landolfi, l'apparentamento con l'Udc e il sostegno a Zinzi è stato osteggiato fino all'ultimo momento, anche a costo di far saltare l'alleanza con l'Udc sul candidato governatore Stefano Caldoro. Poi è intervenuto Berlusconi in persona e ha zittito tutti facendo rispettare il patto siglato l'anno scorso con Casini. Al di là della forma però, a sostenere Zinzi non è che il Pdl si stia sprecando troppo. È passata Mara Carfagna, sono andati Cosentino e Bocchino e pochi altri, senza lasciare traccia. Doveva andare Tremonti ma alla fine ha dato forfait. In questo scenario, sembra che il Partito democratico abbia deciso di investire molto su Stellato per tentare il colpaccio non tanto perché ci tenga davvero tanto alla provincia di Caserta. L'obiettivo principale sarebbe quello di punire Casini che in Campania ha deciso diversamente dalla maggior parte delle altre regioni andando con il Pdl e dimostrargli che con quell'alleato non ha nessun futuro. Un fallimento del genere infatti condannerebbe la politica dei due forni dei centristi a vantaggio dell'alleanza stabile con il centrosinistra, oltre a permettere al centrosinistra di avere ancora una provincia campana nel suo carniere”. (red)

11. Scalfaro alle toghe: Isolate colleghi indegni 

Roma - “’Ma vi pare potabile un magistrato che sceglie di entrare in politica nel luogo dove ha esercitato le funzioni? Vi pare saggio? E poi non parliamo di quei giudici che dopo il mandato elettorale decidono di riprendere la toga... Per questo ho molto apprezzato l’appello dell’Associazione nazionale magistrati che responsabilmente ha sollevato il problema’. Il presidente Oscar Luigi Scalfaro, scrive Dino Martirano a pagina 9 del CORRIERE DELLA SERA — ex uditore giudiziario senza funzioni, eletto nel ’46 alla Costituente con ‘una valanga di voti’ dell’Azione Cattolica — dice che a 91 anni ha l’ambizione di essere ancora ottimista. Ma poi lascia intendere che c’è da essere davvero pessimisti, a guardar bene come vanno le cose nel nostro Paese. E quindi aggiunge: ‘Bisogna che i magistrati non tollerino i colleghi che non si comportano degnamente, altrimenti la politica interviene pesantemente. Anzi, come già sta avvenendo, la politica interviene male, con un intento punitivo’.Lo spunto per queste riflessioni controcorrente arriva alla presentazione di un saggio che s’intitola significativamente Quel tintinnar di vendette. Giustizia difficile tra protagonismo dei magistrati e ritorsioni della politica, titolo che ricorda per assonanza il celebre messaggio di fine anno del ’97, quando l’allora Presidente parlò di ‘tintinnar di manette’ riguardo agli eccessi di Tangentopoli. Un libro in cui il giornalista della Rai Guido Dell’Aquila ha raccolto i discorsi pronunciati da Scalfaro nel suo settennato al Quirinale (1992-1999). Così l’ex capo dello Stato, affiancato dal professor Gustavo Zagrebelsky nell’Aula Magna de ‘La Sapienza’, è costretto subito a constatare che ‘i temi di allora sono purtroppo ancora all’ordine del giorno, ma in una forma più patologica’. Dunque, certi eccessi non sono mai stati corretti: intercettazioni disinvolte, avvisi di garanzia usati come sentenze definitive (‘allora però ci si dimetteva mentre oggi non se ne va più nessuno’), ma anche una politica sempre più aggressiva. E un presidente del Consiglio che ha ormai ‘dichiarato guerra ai giudici’: lo ha fatto affermando che lui quando si trova davanti ai magistrati si sente davanti ‘al plotone di esecuzione’. Ecco, incalza l’ex inquilino del Quirinale, ‘davanti a un carro armato che aggredisce tutto, quando si spara nel mucchio, si sfascia ogni cosa trasformando in un’opera impossibile un’azione che sarebbe invece doverosa, essenziale. Ovvero mettere a posto ciò che non va’. E gli eccessi da correggere, spiega Scalfaro, non sono pochi: ‘Al Csm dissi che non avevo mai visto un magistrato inquisito per una fuga di notizie; e che non avevo mai visto neanche un magistrato sospettato di aver fatto qualcosa del genere...’. Ma a proposito delle intercettazioni — che vanno comunque mantenute perché consentono di indagare— Scalfaro pone una domanda: ‘Il magistrato autorizza le intercettazioni ma poi chi è responsabile dell’azione della persona che ogni giorno si inserisce nella comunicazione?’. Infine l’ex Presidente ricorda anche che il sistema dell’avviso di garanzia— nato per tutelare l’indagato— non lo ha mai convinto. La critica agli eccessi che non sono mai stati corretti arriva dunque da una personalità al di sopra di ogni sospetto: ‘Sono stato magistrato, riconosco la colpa di avere ancora la mentalità del magistrato che crede nella sacralità della legge, che crede in quella scritta—"La legge è uguale per tutti" — che purtroppo non ho mai visto messa in pericolo come in questo momento’. Nell’austera Aula Magna de La Sapienza, Scalfaro strappa un lunghissimo applauso riproponendo la Costituzione come architrave irrinunciabile della Repubblica: ‘Sono convinto della sua sacralità. Non è intoccabile, si può e si deve migliorare, ma non si può stravolgere’. E questo deve esser ben chiaro a tutti, non solo a Silvio Berlusconi, ma anche ai partiti che dicono di voler difendere ad oltranza la Carta: ‘Nel 2006 gli italiani chiamati al referendum rispedirono al mittente, con una bocciatura formidabile, il vero sfascio della Costituzione: ovvero quella norma che affidava al premier il potere di sciogliere le Camere, che è invece prerogativa del capo dello Stato’. Ma quella bocciatura sonora sancita dal referendum confermativo, osserva amaro Scalfaro, ‘è passata via come acqua sul marmo anche da parte dei partiti che difendono la Costituzione’. Oggi più che mai, è l’invito finale rivolto dall’ex capo dello Stato agli studenti e ai professori che lo ascoltano in assoluto silenzio, ‘non potete rimanere a guardare alla finestra’. Non è possibile ‘che il popolo italiano rimanga alla finestra perché averlo fatto in passato con il fascismo è costato caro. E solo i milioni di morti causati dalla guerra hanno risvegliato le coscienze’”. (red)

12. Panorama: Di Pietro e le foto con il boss 

Roma - “È una fotografia scattata a tavola, sul mare. Sul Mar Nero, per la precisione. A Zlatni Piasazi, paesino balneare in Bulgaria. Panorama oggi in edicola la spara in copertina, scrive Alessandra Aracri a pagina 11 del CORRIERE DELLA SERA: a quella tavola imbandita, sostiene il settimanale, sono seduti Antonio Di Pietro con un multimilionario in odor di mafia, un leader politico arrestato per terrorismo e un assessore a capo di un clan che faceva affari con droga e prostituzione. Sono certi i cronisti di Panorama: quella fotografia è stata scattata la sera del 19 agosto 2002 al Grand Hotel Internazionale di Zlatni Piasazi. C’era un concorso di bellezza nell’albergo, quella sera. Il leader dell’Italia dei Valori Di Pietro, allora europarlamentare, era in Bulgaria in vacanza. E con chi cenava? A Panorama non hanno dubbi: con Ilia Pavlov, finanziere molto discusso che nemmeno sette mesi dopo, il 7marzo 2003, venne ucciso con un colpo al cuore da un sicario, a Sofia. Secondo il settimanale, Pavlov era considerato il braccio economico della criminalità organizzata. Ma non erano soli i due a tavola, ovviamente. I cronisti del settimanale puntano il dito anche contro gli altri due commensali: Ahmed Dogan, il primo, leader del Movimento per i diritti e libertà, un partito turco. Panorama scrive: ‘Nel 1986 mentre è a capo di un gruppo estremista venne arrestato per attività terroristica. Dogan rimane in galera per sei mesi e quindici giorni. Viene poi condannato a dieci anni. Nel ’89 ottiene l’amnistia’. Ma Niccolò Rinaldi, eurodeputato dell’Idv, smentisce: «Ma di chi stiamo parlando? Ahmed Dogan è lo storico leader del Movement for Rights and Freedom, membro a pieno titolo del Partito europeo dei Liberal-democratici e Riformatori’. C’è anche Ivan Slakov, in quella foto. E chi è? ‘All’epoca era assistente di Dogan, poi fu assessore del Partito Dps a Varna’, scrive il settimanale. Poi aggiunge: ‘Il 17 ottobre 2008 Slakov viene arrestato per sfruttamento della prostituzione, riciclaggio e traffico di droga. Secondo i magistrati bulgari è il capo di un’organizzazione di 80 persone che ha cominciato a delinquere nel 1996. Slakov è tutt’ora in carcere’. Ma Antonio Di Pietro non fa una grinza. Anzi: annuncia una querela a Panorama. Senza incertezze. E spiega: ‘Quelle foto sono del tutto neutre: mi ritraggono con esponenti politici, di governo e imprenditori bulgari, all’epoca in cui io ero parlamentare europeo con delega ai rapporti con i Paesi dell’Est’. E Rinaldi rilancia: ‘C’è anche una foto di Di Pietro con Boyko Borisov tra quelle pubblicate da Panorama. Ovvero con l’attuale primo ministro bulgaro». Di Pietro: «Come al solito anche questa volta a ridosso delle elezioni sulla carta stampata di Berlusconi cercano di infangare il mio nome e quello dell’Italia dei valori imbastendo finti scoop che non hanno nè capo nè coda, mentre farebbero meglio a riferire come vanno a finire queste loro accuse strampalate: la settimana scorsa le società del gruppo Berlusconi sono state condannate a pagarmi due volte per diffamazione: 100 mila euro complessivamente, oltre alle spese processuali’”. (red)

13. Il Pd tentato dalla riforma elettorale 

Roma - “’Il Berlusconi che evoca i gazebo dà l’idea di dove siamo arrivati. Per lui il campo delle riforme è come un supermarket dove compra questa o quella proposta. Per il presidente del Consiglio l’elezione diretta del premier e quella del capo dello Stato sono la stessa cosa, non sa neanche lui quello che propone’: Massimo D’Alema è tagliente, come al solito, scrive Maria Teresa Meli a pagina 13 del CORRIERE DELLA SERA. Anche Pier Luigi Bersani va giù pesante: ‘Berlusconi governa da sette anni su nove e da allora straparla di riforme, ma non le ha mai fatte’. Al di là della polemica politica, i cui toni, in campagna elettorale, si acuiscono sempre, al Partito democratico stanno cercando di capire quali possano essere le future mosse del premier. Il presidente del Copasir continua a ripetere che ‘il Pd non ha niente da controproporre a Berlusconi perché da parte del presidente del Consiglio non c’è nessuna vera proposta’. Bersani (e non solo lui) è pronto a scommettere che ‘in questa legislatura non si farà nulla’. Della stessa idea il vicecapogruppo a palazzo Madama Nicola Latorre: ‘Il premier ha visto nei sondaggi che il presidenzialismo "tira" e quindi si è impossessato di questa bandiera, ma non credo che poi faccia sul serio’. Ciò detto, sia il segretario che gli altri dirigenti del partito non vogliono dare niente per scontato per non trovarsi poi spiazzati. Si rendono conto che se veramente Berlusconi decidesse di cavalcare un tema forte come il presidenzialismo, che ha un suo ‘appeal’ presso l’elettorato, la reazione del Pd non potrebbe essere solo quella di opporre una sfilza di no. È anche per questa ragione, per evitare che il partito venga colto del tutto impreparato dalle sortite berlusconiane, che Massimo D’Alema non ha mai interrotto i rapporti con Gianfranco Fini. Perché sa che il presidente della Camera non è disposto a fare da sponda su tutto e per tutto al premier. I due hanno discusso anche del presidenzialismo, delle riforme istituzionali possibili e di quelle elettorali. ‘Fare Futuro’, la fondazione vicina a Fini, organizza per l’8 aprile un convegno sul tema del presidenzialismo che verrà chiuso da un intervento di Fini. Il quale però ha lasciato intendere nei conversari privati, e anche nelle dichiarazioni pubbliche, che non ritiene che il tema sia all’ordine del giorno di questa legislatura, ed ha più volte sottolineato che le regole non si possono cambiare a maggioranza. Perciò, tra un’accusa e l’altra a Berlusconi, Bersani fa anche capire su quali basi potrebbe avviarsi un confronto. Il segretario punta soprattutto alla riforma elettorale. Mattarellum (preferito dal segretario del Pd che spera così di costringere Pier Ferdinando Casini a una scelta di parte) o sistema tedesco che sia (il quale piace non solo a D’Alema e all’Udc ma anche a quella sinistra che è rimasta fuori dal Parlamento), il Partito democratico cerca di raggiungere l’obiettivo della modifica della legge elettorale. Ma la verità è che Berlusconi ha già detto che questa legge elettorale è ‘ottima e abbondante’. Parrebbe insomma che il presidente del Consiglio non abbia intenzione alcuna di cambiare l’attuale sistema. E un’altra difficoltà per il Pd è rappresentata dall’imprevedibilità di Berlusconi. Nei colloqui informali tra alcuni dirigenti del Partito democratico e i rappresentanti del Pdl — colloqui che continuano, discretamente, anche in questa fase calda della campagna elettorale— non si è fatta chiarezza sull’argomento. Già, pure nel centrodestra non hanno ben capito che cosa voglia realmente fare il premier, se, sul serio, intenda intraprendere la strada del presidenzialismo, o se usi questo tema soltanto tatticamente. Perciò in questo clima di confusione ieri al Pd sono state notate con un certo interesse le parole del ministro dell’Economia Giulio Tremonti: ‘La bozza Violante è un buon modello di riforma su cui c’è stato consenso di destra e di sinistra’. Uno spiraglio di luce nel buio che circonda le intenzioni di Silvio Berlusconi”. (red)

14. Aiuti alla Grecia, passa la ricetta della Merkel 

Roma - “Il pacchetto di aiuti alla Grecia, già preconfezionato da mani tedesche, ha da ieri il timbro europeo. Dopo la cappa di incertezza durata settimane, con l’euro trattato come l’orso del Luna Park, l’accordo è cosa fatta, scrive Rodolfo Parietti a pagina 24 del GIORNALE. Più che di un successo della diplomazia comunitaria, sembra però trattarsi di una vittoria quasi senza sconti incassata dalla Germania. I principali desiderata di Berlino, ribaditi anche ieri dal cancelliere Angela Merkel prima dell’incontro con il presidente Nicolas Sarkozy che ha sbloccato l’impasse, sembrano essere stati sostanzialmente accolti: il soccorso ad Atene prevede prestiti bilaterali europei, ma anche un coinvolgimento del Fondo monetario internazionale. Considerato dal numero uno della Bce, Jean-Claude Trichet, «un segnale molto, molto brutto». Parole che hanno fatto scivolare l’euro sotto quota 1,33 dollari. Il piano di salvataggio, che dovrà essere approvato all’unanimità dai capi di Stato e di governo dell’Eurogruppo, scatterà inoltre solo come estrema ratio, ovvero se la Grecia non riuscirà più a finanziarsi sui mercati.L’intesa franco-tedesca è arrivata nella tarda serata di ieri sul tavolo dei partecipanti alla riunione straordinaria dell’Eurogruppo, che l’hanno approvata, ed oggi verrà esaminata durante il vertice Ue. Anche se ancora da chiarire in più punti, il meccanismo di intervento, subito accolto «con soddisfazione» dal premier greco George Papandreu, appare già sufficientemente delineato. I prestiti da parte dei soci dell’eurozona verranno erogati a tassi non lontani da quelli di mercato. Il livello non è stato ancora precisato, ma sarà certamente inferiore al 6,3% pagato ora dai greci (i tassi medi europei sono al 3,25%). Insomma, niente regalìe a fondo perduto, o quasi, che avrebbero finito per essere assimilate a un vero e proprio salvataggio peraltro non consentito dai Trattati (clausola di no bail-out). «L’obiettivo di questo meccanismo - si legge nella bozza dell’intesa - non sarà quello di fornire finanziamenti ai tassi di interesse medi dell’area euro, ma di fissare incentivi per ritornare al finanziamento sui mercati al più presto possibile al prezzo di rischio adeguato». Ancora sul tavolo diverse opzioni: Berlino punta su una contribuzione volontaria, altri Paesi chiedono che siano proporzionali al peso economico di ciascuno. Non è neppure esclusa la formula che basa il contributo sulla quota posseduta nel capitale della Bce dai Paesi coinvolti nell’operazione. La cifra in gioco dovrebbe essere compresa tra i 20 e i 23 miliardi di euro, sufficiente a mettere al riparo Atene da ogni rischio di mancato rifinanziamento (tra aprile e maggio scadono titoli per 16 miliardi). La stessa Banca centrale è venuta incontro al Paese ellenico con la decisione di mantenere anche nel 2011 le attuali regole sulle garanzie fornite dalle banche in cambio di prestiti, accettando rating fino a BBB-. Una misura, ha spiegato Trichet, che consente di continuare a «proteggere adeguatamente il sistema della zona euro’. Quanto al “peso” del Fondo monetario nel testo dell’accordo franco-tedesco si faceva riferimento al fatto che il contributo finanziario dei Paesi dell’eurogruppo dovesse essere «maggioritario», mentre quello dell’Fmi veniva definito come «sostanziale». Fonti spagnole hanno assicurato che il contributo volontario europeo coprirà i due terzi degli aiuti, mentre al Fmi spetterebbe il resto. L’unica retromarcia compiuta dai tedeschi rispetto alle posizioni di intransigenza manifestate nell’ultimo periodo sembra riguardare l’accantonamento - forse solo temporaneo - della revisione del Trattato. Un passo considerato indispensabile per introdurre una vigilanza più severa sulla gestione dei conti pubblici dei Paesi di Eurolandia, ma impraticabile per la stragrande maggioranza dei partner europei. Ecco perché Parigi rifiuta di ammettere il cedimento nei confronti della Germania. Che sembra però aver ottenuto dall’Europa l’impegno a sanzionare quei Paesi che si dovessero rendere responsabili di una gestione dei conti pubblici non in linea” (red)

15. Sanità, Obama 'rimandato' alla Camera 

Roma - “La Camera costretta a rivotare, il tonfo dei sondaggi e, soprattutto, quelle minacce ai parlamentari che riportano a un clima di odio e violenza. Non c´è pace per Barack Obama e per la rivoluzione sanità, scrive REPUBBLICA a pagina 21. ‘C´è chi predice un altro assedio, altre manovre parlamentari per ritardare l´approvazione del Senato: spero che non sia il caso’. Così parlò Barack Obama nella notte in cui la Camera superò il "magic number" dei 216 sì approvando, 219 a 212, la legge che coprirà 32 milioni di americani in più. Ma ieri i deputati hanno dovuto subire l´affronto e tornare mestamente al voto per dire sì a due correzioni del Senato a quel testo di "riconciliazione" (che lo stesso Senato ha passato a maggioranza semplice, 53 contro 46) senza la cui approvazione il testo firmato dal presidente sarebbe rimasto monco. Minuzie procedurali, certo. Ma quanto basta a macchiare la festa di Obama, che dall´Iowa ha cominciato ieri il tour per illustrare la riforma, cercando di tamponare l´attacco dei repubblicani che grazie a quella stessa criticatissima legge pensano di riconquistare voti a novembre, nelle elezioni di metà mandato. ‘E´ una sfida che accetto volentieri», ha detto Barack apparso comunque rigalvanizzato. ‘Avete definito questa legge un´Armageddon, ma gli americani non vorranno far ritornare le compagnie assicurative sul ponte di comando appena riconquistato’. Eppure il primo sondaggio dopo la firma, realizzato dalla Quinnipiac University, dice che la differenza tra chi disapprova e approva la riforma è di ben 9 punti, 49 a 40. Che abbia ragione Joe Biden? E´ una «fottutissima riforma», «A big fucking deal», si è lasciato sfuggire scatenando un tormentone in tv e nel web, e la Casa Bianca ha subito cercato di fare buon viso al cattivo gioco della gaffe: lo stesso vicepresidente ha detto che Barack, con quello slogan, voleva addirittura farci delle t-shirt. Ma non solo più di una decina di Stati sono già pronti a impugnare la sua costituzionalità: la "fottutissima riforma" adesso sta diventando anche questione di ordine pubblico. Almeno dieci senatori democratici hanno denunciato minacce e intimidazioni, subito condannate dalla speaker della Camera, Nancy Pelosi, e dal capo dei deputati repubblicani. John A. Boehner, che alla vigilia del voto aveva gridato "Vegogna" a tutta l´aula, ieri ha ricordato che «violenze e minacce sono inaccettabili. Non sono nello stile dell´America». No, non sarà l´"American way", come dice l´onorevole, ma va a finire che la rabbia violenta è l´unica espressione bipartisan della legge. Anche il numero tre dei repubblicani, Eric Cantor, ha detto di aver ricevuto minacce di morte: alcuni proiettili sono stati sparati contro il suo ufficio elettorale. Cantor sostiene che, «anche in quanto ebreo», ha ricevuto più volte intimidazioni, ma stavolta accusa i colleghi democratici di «soffiare sul fuoco». E polvere bianca, come ai tempi dell´incubo antrace, viene spedita all´ufficio di un deputato democratico di New York. La Casa Bianca frena. Dice il portavoce Robert Gibbs: l´America è capace di discutere di tutto lasciando fuori la violenza. Ma per ora sembra più un augurio”. (red)

16. Generali, rush finale: Braccio di ferro Geronzi-Nagel 

Roma - “Nell´ultima giornata possibile, i sussurri e le trame a piazzetta Cuccia per rinnovare il cda delle Generali stingono dal consueto surreale al drammatico, scrive REPUBBLICA a pagina 34. A tarda sera le parti contrapposte, "giovani" manager e "vecchi" banchieri, ancora non si parlano. Lo dovranno fare stamattina, per stilare una lista condivisa dei 13 consiglieri di Trieste. Sembra che tutto sia ancora molto aperto, e che il comitato nomine in agenda oggi alle 15,30 potrebbe non essere risolutivo e doversi aggiornare (c´è tempo fino al 6 aprile per decidere, in teoria). Perché, se Cesare Geronzi continua a lavorare per il suo passaggio alla presidenza di Trieste, non è sicuro che in Mediobanca l´attuale dg Renato Pagliaro voglia sostituirlo. E siccome la candidatura "alternativa" di Giovanni Perissinotto alla presidenza di Generali lascia freddo anche il diretto interessato, ecco che sembra riprendere quota il mantenimento della stabilità, attraverso lo status quo, sia a Milano sia a Trieste. Così se oggi pomeriggio, davanti a un comitato nomine incerto o peggio spaccato, il rappresentante dei soci francesi Vincent Bolloré proponesse la conferma dello stimato finanziere parigino – il suo unico neo è l´anagrafe, classe 1924 –, si dice per due anni, a quel punto sarebbe complicato stoppare l´iniziativa. La giornata di ieri non è trascorsa all´insegna della tanto auspicata concordia. Ma in serata, quando Geronzi aveva già lasciato Palazzo Visconti-Ajmi, le forze della mediazione, anche nel timore di un rinvio del nomine in agenda oggi, si sono fatte sentire. Pagliaro, che con Nagel rappresenta la continuità manageriale, gradirebbe un maggiore confronto, come del resto prevede lo statuto interno, che assegna all´ad la compilazione delle liste, «sentito il presidente». Su questa linea si sarebbe speso anche Fabrizio Palenzona, rappresentante di Unicredit e da anni vicino ai due manager. Nelle ultime ore il dominus di Fondazione Crt avrebbe optato per un profilo più basso, che rende remota l´ipotesi di incarichi per lui. Del resto, anche in Piazza Cordusio (con l´ad Alessandro Profumo ancora in road show negli States), filtra la volontà di sostenere il management Mediobanca, ma senza giungere a rotture. Difficile, con queste premesse, che la "resistenza" interna a Geronzi possa coagularsi al punto di trovare valide alternative al suo progetto triestino. Ma è una guerra di nervi, di posizione e di iniziativa; e la maggior parte degli addetti ai lavori, protagonisti e non, fatica a sbilanciarsi sull´esito di una tornata di nomine forse mai tanto incerta nei salotti buoni del capitalismo nazionale. La lista di maggioranza, questo è sicuro, in larga parte ricalcherà quella del triennio precedente, imperniata sui due ad Perissinotto e Balbinot, i soci privati Caltagirone, Del Vecchio, Pellicioli (per conto di De Agostini), e con il nuovo ingresso di Angelo Miglietta, segretario generale di Fondazione Caritorino neo azionista. Altri due posti dovrebbero spettare alla lista di minoranza, che presenterà Assogestioni e dovrebbe essere incardinata sulla figura dell´avvocato Marco Denozza. La grande incognita riguarda Geronzi, che potrebbe essere in lista come futuro presidente”. (red)

Prima Pagina 26 marzo 2010

Conferma: la Grecia sotto usura