Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 03/03/2010

1. Le prime pagine 

Roma - IL CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Così spiavano l’inchiesta”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “Il fantasma di un partito”. In un box: “I cristiani martiri di Mossul”. Al centro: “Polverini, fuori anche il listino. Fini: questo Pdl non mi piace”. Fotonotizia: “Se Teheran arresta i registi”. In basso: “L’Europa apre alla super-patata Ogm”.  

REPUBBLICA - In apertura: “Liste, altro stop alla Polverini”. Fotonotizia di spalla: “Dalle Ue via libera agli Ogm. L’Italia: da noi restano proibiti”. Due box: “Rai, protestano i giornalisti. ‘Colpita la Costituzione’” e “Appalti G8, la cricca aveva una talpa nella Finanza”. Al centro: “Licenziamenti, arriva la legge per aggirare l’articolo 18”. In basso: “Siamo il Paese dei figli di papà”.  

LA STAMPA - Fotonotizia in taglio alto: “L’Europa decreta la fine all’embargo delle colture Ogm”. Al centro: “Liste, stop anche alla Polverini”. Editoriale di Mario Calabresi: “Basta fatti, vogliamo promesse”. Fotonotizia: “Iran, arrestato Panahi”. Al centro: “Balducci, spunta la prostituzione”.  

IL GIORNALE - Apertura a tutta pagina: “Fini: ‘Il Pdl non mi va più’, segue l’editoriale di Alessandro Sallusti. In un box: “Ma ora aboliamo la par condicio”. Fotonotizia centrale: “Fuori un’altra: Polverini esclusa dalle elezioni”. Al centro: “Richieste hard de nei nuovi verbali”. In basso: “Che fesseria la prova video sulla bestemmia”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Bene il rigore ma ora i tagli”. Editoriale di Enrico Brivio: “Perché non si deve temere la patata Ogm”. Di spalla: “Crocefisso in aula: l’Europa accoglie il ricorso di Roma” e “L’elefante indiano galoppa oltre la crisi” di Martin Wolf. Al centro: “Atene vara misure per altri 4 miliardi. I derivati al vaglio Ue”.  

IL MESSAGGERO - In apertura: “Lazio, stop al listino Polverini”. Editoriale di Alberto Oliverio sugli Ogm: “Le paure da vincere, i confini invalicabili”. In un box: “Via libera a patate e mais geneticamente modificati: sì del Vaticano, no dell’Italia”. Al centro: “Balducci, le relazioni pericolose” e in un box: “Scaglia: mai conosciuto Mokbel, Fastweb vittima”. In taglio basso: “Roma, uccise la moglie malata: condannato a quattordici anni” e “Prime squalifiche per bestemmia”.  

L’UNITA’ - Apertura a tutta pagina sulle Regionali: “La casa dei veleni”. Di spalla: “I conduttori in rivolta: ‘No alla Rai censurata’”.  

IL TEMPO - Apertura a tutta pagina sulle Regionali: “Polverizzati” a firma di Mario Sechi. Due box: “Voto Bonino se sciopera per Renata” e “Il Pd appoggi la battaglia del Pdl”. In basso: “Ranieri: ‘Dopo Roma la nazionale’”.  

AVVENIRE - In apertura: “L’amaro frutto dell’aborto”. Editoriale di Paola Ricci Sindoni: “Gli appelli generici non bastano più”. Fotonotizia di spalla: “Crocifisso, Strasburgo ammette il ricorso di Roma”. Al centro: “Regionali, nuovo ‘colpo’ nel Lazio. Fuori (per ora) pure il listino Polverini”. 

In basso: “Cile, ecco gli aiuti. Cibo e farmaci nelle zone devastate” e “Uganda, il fango cancella tre villaggi: scavi a mani nude”. (red)

2. Regionali, Alemanno: Mai pensato di cambiare i nomi

Roma - “Signor direttore, non posso certo nascondere lo sconcerto che mi ha preso quando, in un giornale autorevole come il Suo, ho visto dare spazio — in seconda e terza pagina con richiamo in prima nazionale— a una illazione tanto grave e offensiva quanto infondata e inverosimile”. Con quieste parole il sindaco di Roma Gianni Alemanno si rivolge al CORRIERE DELLA SERA, che pubblica la sua lettera. “La mancata accettazione della lista del Pdl a Roma è un evento tanto traumatico quanto incredibile, che genera frustrazione e rabbia per il rischio di non poter votare liberamente in elezioni così importanti come quelle regionali. Anche come primo cittadino della Capitale, al di sopra di ogni spirito di parte, sono francamente preoccupato delle conseguenze che avrebbe una elezione così alterata nella forma e nella sostanza. Ma ipotizzare che alla base di questo incidente ci sia stato un mio personale tentativo di sostituire il capolista per favorire un candidato da me sostenuto, è veramente una cosa inaccettabile. Non si tratta solo di un’accusa offensiva che viene avanzata esclusivamente sulla base di presunte voci senza uno straccio di indizio concreto. Siamo di fronte - prosegue il sindaco della capitale - a una ricostruzione dei fatti che risulta impossibile dal punto di vista razionale e materiale. Come hanno spiegato i responsabili del Pdl romano e laziale, per alterare l’ordine dei candidati di una lista è necessario modificare almeno duecento moduli di presentazione reinserendovi tutte le firme dei presentatari. Che tutto questo possa avvenire nel corridoio di un ufficio elettorale è chiaramente impossibile e non può avere neanche la dignità di un’ipotesi”. (red)

3. Regionali, ex An contro ex Fi per i listini esclusi

Roma - “A incrociare i deputati del Pdl indaffarati nei capannelli di Montecitorio non ce n’è uno che non abbia la sua personale ricetta per risollevare il Popolo della libertà dallo stato di catalessi cronica in cui versa. Soprattutto - si legge sul GIORNALE - , non ce n’è uno che guardi con un pizzico di ottimismo al dopo regionali, non tanto per il risultato che uscirà dalle urne quanto perché convinti che sarà quello il momento del redde rationem. Il pasticcio del Lazio, d’altra parte, è solo l’ultimo atto di un continuo braccio di ferro che va avanti ormai da più di un anno. Nato inizialmente come un fisiologico scontro tra due partiti con storie e tradizioni diverse, allargatosi presto ai due leader che più volte si sono trovati su posizioni diverse e infine - come fosse un’onda anomala - tornato a cascata prima sui triumviri Bondi-La Russa-Verdini (che negli ultimi mesi di motivi di frizione ne hanno avuti molti), poi sui dirigenti di prima fascia (sintomatico il caso Campania con lo scontro Bocchino-Cosentino) e infine sulle ultime file. Quelli che Berlusconi nella cena di domenica scorsa a Villa Gernetto non ha esitato a definire ‘una massa di cretini’. Già, perché la vicenda del Lazio fotografa alla perfezione lo stato dell’arte. C’è il dualismo tra Berlusconi e Fini (il primo avrebbe volentieri candidato la Todini, il secondo ha spuntato la Polverini), ci sono i potentati che si muovono (sotto accusa è soprattutto Alemanno) e ci sono le piccole guerre tra bande (da una parte gli ex Forza Italia Pallone e Sammarco, dall’altra l’ex An Piso) che hanno causato materialmente il pasticcio. C’è, ovviamente, lo scaribarile e il rinfacciarsi a vicenda responsabilità. Anche ai massimi livelli. Berlusconi, infatti, è convinto che il problema sia di Fini, perché la Polverini era stata voluta da lui e perché il coordinatore regionale del Pdl nel Lazio è un ex An”.  

“Mentre il presidente della Camera, pur non contento dell’operato dei suoi, punta il dito sugli ex azzurri. Di certo, c’è che tutti e due ce l’hanno con Alemanno. Il Cavaliere in particolare, visto che ancora ieri il sindaco capitolino s’è sorbito l’ennesima ramanzina: ‘Ti ho fatto vincere a Roma e mi combini un casino del genere. Ma come ti è venuto in mente?’. Non contenti, le divisioni restano anche sulle contromosse. Se Bondi, La Russa e Verdini sono uniti nel dire che ‘escludere il Pdl sarebbe un grave vulnus’, l’appello alla mobilitazione di piazza di Alemanno viene rispedito al mittente da tutta la componente azzurra del Pdl. ‘Portare la rabbia in piazza per nascondere negligenze o inadempienze - dice Napoli, vicepresidente dei deputati - non sta nelle corde di chi un tempo è stato democristiano, socialista, repubblicano o liberale’. Come dire che è roba da fascisti. Uno spaccato che dà la misura di quanto in questi mesi la situazione sia degenerata. Perché Forza Italia e An sono rimasti due separati in casa senza mai davvero amalgamarsi, ma - fanno notare a Palazzo Grazioli - anche per i continui distinguo del presidente della Camera. Già, perché forse ieri per la prima volta da un anno Berlusconi e Fini si sono trovati paradossalmente d’accordo sulla necessità di rimettere mano al Pdl. Il punto è che al di là delle parole, i due continuano ad avere idee diametralmente opposte su quale possa essere la cura. Il premier - e lo dimostra la recente iniziativa dei Protettori del voto insieme alla Brambilla - immaginare un partito leggero e snello, Fini pensa a un soggetto più strutturato. Insomma, ancora una volta non sono d’accordo. Tanto che dopo l’ultima uscita dell’ex leader di An sullo Stato di polizia, in privato il Cavaliere era stato eloquente: ‘Ma ci sarà una cosa su cui la pensa come me? Dico una sola cosa...’. Domanda che si fanno in molti se due giorni fa Fini è stato preso di mira pure dalla vignetta di Giannelli sulla prima pagina del Corriere”.  

“E al di là delle lotte tra correnti e degli scontri tra bande e potentati locali - si legge ancora -, sono in molti a pensare che sia questo il vero punto di caduta del Pdl. Certo, il partito va rivisto dalle fondamenta e Berlusconi parla sempre più spesso della necessità di ‘dare uno scossone’ e ‘azzerare’ tutto perché - confidava in privato - ‘non c’è un dirigente che non pensi al suo cadreghino piuttosto che all’interesse comune’. Il punto è capire quando e in che modo. Ma, spiegava ieri ai suoi, ‘non si può continuare così’. Perché se Fini è intenzionato a seguire le tracce di Follini - è il ragionamento del premier - allora è meglio far saltare il banco. E certo non depongono a favore dell’ex leader di An i pranzi e gli incontri con Casini, Rutelli, Pisanu, D’Alema, varie ed eventuali. Che non solo al premier hanno dato l’impressione che si sia rimessa in moto la macchina di chi lavora al dopo Cavaliere. Berlusconi, però, è deciso a non farsi cuocere a fuoco lento, a costo di presentarsi davanti agli italiani per dire che c’è chi non lo vuole far governare come accadde nel ’94 e chiedendo su questo una scelta di campo netta”. (red)

4. Regionali, Bonino: Regole e legalità sono cose concrete

Roma - “‘Ci battiamo da anni contro regolamenti elettorali burocratici a livello demenziale e anti-storici, visto che nell’era di internet l'immagine di uno Stato che affida la legittimità della selezione della sua classe politica a carte, penne e faldoni fa ridere. Ma non mi si chieda ora solidarietà per sanare violazioni pacchiane di leggi che nessuno, a parte noi, ha combattuto finora’. Da tre giorni ha ricominciato a bere e la sua voce è tornata tonica e vibrante nel rivendicare quanto fosse opportuna una battaglia per la legalità sostenuta solo da Bersani ‘il più lucido dei miei alleati’. Ma Emma Bonino - scrive LA STAMPA che l’ha intervistata - ne ha viste troppe per sentirsi la vittoria in tasca grazie ai guai degli avversari e ricorda cosa produsse l’arrivo del Cavaliere in Sardegna a fianco di Cappellacci: ‘tre minuti in tv per Soru e tre ore al premier’. Faccia una previsione. Come finirà con la lista del Pdl e con il listino della Polverini? ‘Non lo so, sul listino si vedrà. Certo non mi rallegro dell’assenza della principale lista opposta alla mia, così come non mi rallegro dell’assenza delle altre nostre liste escluse in tutta Italia. Sulla lista del Pdl è diverso, perché semplicemente non c’è e non so cosa si inventeranno. E sul caso Formigoni ricordo che nel 1994 fummo esclusi dal Veneto perché Vesce si era dimenticato fuori le accettazioni delle candidature e non poter uscire per andarle a prendere. E noi non facemmo neanche ricorso perché la legge è tassativa’. Il messaggio di questi giorni sembra essere che con i Radicali in campo non si scherza. Ma perché proprio questa volta la vostra battaglia ha avuto un ritorno immediato? ‘A volte ci sono contesti esterni che puoi cogliere, ma a condizione che stai sul pezzo. Si premia la nostra solitaria cocciutaggine a resistere anche quando ti dicono ‘parliamo di cose concrete’. Per me non c’è nulla di più concreto che regole e legalità. Noi possiamo avere anche il programma più bello ma se i metodi restano quelli finisce per essere infangato tutto. E’ stupefacente come ad un incontro con i consorzi in periferia, i borgatari non mi ha chiesto più soldi o più impegno, ma l’applicazione delle leggi esistenti. Come si vede, non mi occupo di temi elitari che alla gente non interessano, al contrario, la gente vede che ci sono potenti e prepotenti perché lo stato di diritto serve per proteggere i fragili. E senza lo stato di diritto anche l’economia ne risente, come ha notato giustamente la Marcegaglia. Siccome siamo così inaffidabili sulla giustizia civile, non attiriamo capitali stranieri. E quando parlo di trasparenza e legalità non parlo di cose astratte. O no?’”.  

“A destra - chiede ancora il giornale di Torino - qualcuno dice che il senso politico vero di quanto sta accadendo è un attacco mirato per non far giocare l’avversario. ‘Per me invece è un insieme di sciatteria, di senso di impunità e probabilmente una lite di fondo sui candidati fino all’ultimo’. Pensa di avere più chances ora? E che sapore avrebbe una vittoria senza tutti i giocatori in campo? ‘Quello di far sapere a tutti che la degenerazione italiana obbliga a voltare pagina. Poi è vero che abbiamo assestato un colpo, ma sono abituata a vedere di tutto in questo paese. Vado avanti con determinazione ma so che c’è da aspettarsi ancora molte cose, come insegna il caso Berlusconi in Sardegna. Ma è indubbio che c’è molta confusione e delusione nel Pdl, il partito del fare si riduce al partito del fare male’. Ultima domanda: con gli alleati non è tutto rose e fiori. Quando si è sentita criticare dalla Bindi cosa ha pensato? ‘Che non aveva colto la portata politica e l’utilità della mia battaglia, fino a pochi giorni fa considerata un’anomalia dei Radicali. Bersani si è dimostrato il più lucido e ora c’è un rispetto maggiore del Pd verso di noi di quanto non vi fosse con la gestione Veltroni o Franceschini’”. (red)

5. Regionali, Baccini: Troppa ostilità e personalismi

Roma - “Prima la lista del Pdl. Ora è fuori anche il listino Polverini. Onorevole Mario Baccini che cosa sta succedendo?”. Questa la prima delle domande poste al leader della Federazione dei Cristiano popolari da parte del GIORNALE. ‘Le regole vanno rispettate - risponde Baccini - . Ricordo però che quelle regole hanno lo scopo di garantire la legittima partecipazione democratica al voto. Mi sembra assurdo che finiscano per ottenere il risultato contrario. La partecipazione del più grande partito italiano non può esser impedita da cavilli’. Soltanto cavilli? ‘Beh certo ora che anche il listino Polverini è stato ricusato qualche sospetto può nascere. Escludo il complotto. Mi pare però ci sia una certa ostilità formale da parte di chi deve accogliere le domande e garantire il corretto svolgimento delle elezioni’. Esiste o no una precisa responsabilità da parte di chi nel Pdl ha presentato le liste? ‘Il problema di come il Pld ha gestito tutta l’operazione esiste anche se non c’entra nulla con la legittimità o meno della partecipazione alle elezioni. Il Pdl è un grande partito con grandi responsabilità e non può ridursi a presentare le liste mezz’ora prima delle chiusura né prestarsi a certi giochetti’. Quali giochetti? ‘Quello che - prosegue Baccini - entra, lascia il faldone, esce per telefonare. Dimostra un’assenza di senso della responsabilità sconcertante. Tutto questo riguarda un retrobottega della politica che non ha nulla a che fare con il progetto di riforma proposto dal Pdl. Siamo di fronte ad una superficialità imbarazzante: si agisce in modo irresponsabile pensando poi che tanto risolve tutto Berlusconi. Si pensa troppo agli equilibri interni invece che a guardare avanti’”.  

“Equilibri interni esplosi proprio alle regionali. ‘Le tensioni - riprende Baccini - sono le stesse anche a livello nazionale. Certamente c’è un maggiore senso di responsabilità rispetto al dovere di governare e si resta nei limiti mentre a livello locale scoppiano le grane. Sembra di trovarsi di fronte a un partito mai nato. In questo senso è illuminante la gestione delle liste da parte dei comitati elettorali che si sono comportati non come un partito ma come gruppi separati di persone’. Che cosa occorre fare? ‘Le decisioni le deve prendere Berlusconi che potrebbe fare come con il Milan. La squadra non funziona? Allora si cambia allenatore’. Chi dovrebbe mandare a casa? ‘Non tanto quelli che hanno presentato le liste ma chi li ha messi lì, i dirigenti. Non posso pensare che il Pdl si sia fatto incartare dai radicali neanche fossero un gruppo di dilettanti allo sbaraglio’. Anche le candidature sono state piuttosto tormentate. ‘Troppi personalismi. Le liste regionali invece di funzionare come un valore aggiunto hanno pesato come una sottrazione al valore Berlusconi: non va bene. Sa che cosa mi dispiace davvero? Lo sciagurato governo di centrosinistra e la vicenda Marrazzo sono dimenticate e invece non si fa che parlare di errori nelle liste. Assurdo, come se quelle fossero le colpe gravi. Così facciamo un regalo ai dirigenti del centrosinistra ai quali non pare vero di eludere un confronto leale e tentare la scorciatoia dell’esclusione. Ma se davvero il Pdl fosse estromesso non si dovrà andare alle elezioni, sarebbe inaccettabile’”. (red)

6. Fini: Questo Pdl non mi piace

Roma - “Mentre a Roma infuriano le polemiche per l´esclusione dei candidati del Popolo della libertà dalle regionali, da Oristano Gianfranco Fini torna a far salire la tensione interna ad un partito che, dice, non gli piace più. ‘Avendo contribuito a fondarlo sono affezionato al Pdl - afferma il presidente della Camera ripreso da REPUBBLICA - Mi sono assunto la responsabilità di consegnare al giudizio della storia 50 anni di vita nazionale, dall´Msi ad An, perché credevamo nel bipolarismo, nell´alternanza e nell´europeismo. Ma se mi chiedete se mi piace così come è adesso, la risposta credo l´abbiano capita tutti, non c´è bisogno di ripeterla’. Quindi l´ex leader di An torna sui temi che in questi mesi hanno diviso le due componenti del Pdl: immigrazione (‘non solo sicurezza, ma anche integrazione’), giustizia (‘mi rifaccio al capo dello Stato che richiamava al reciproco rispetto tra poteri’) e integrazione interna al partito. Tasto oggi più dolente che mai, dopo l´esclusione dei candidati a sostegno di Renata Polverini, aspirante governatore fortemente voluta da Fini: ‘Il partito ha commesso degli errori perché è nato da poco e ha ancora bisogno di unire e omogeneizzare esperienze diverse che si sono mescolate’, dice il presidente della Camera. Parole incendiarie che il coordinatore Ignazio La Russa cerca di raffreddare, se non altro per allontanare il sospetto che questo attacco sia legato al pasticcio delle regionali: ‘Non credo si riferisse alla mancata presentazione delle liste, comunque tutti vorremmo un Pdl più bello e più forte’. Ma la frenata non basta ad evitare le polemiche. Ribatte l´ex forzista Maurizio Lupi: ‘A Fini il Pdl non piace? Credo che ognuno senta la necessità di migliorarsi, ma per farlo c´è bisogno di tutti’. Ancora più diretto il vicepresidente dei deputati pdl, Osvaldo Napoli: ‘Nel galateo della politica non è prevista la gratitudine, ma neppure l´obbligo del calcio dell´asino. Il voto del 28 marzo non lascerà le cose così come le abbiamo viste fino a oggi’. Come dire, dopo le elezioni ci sarà la resa dei conti. Addirittura lapidario Giancarlo Lehner: ‘Ci si prende e ci si lascia. A Fini non sta più bene il Pdl e a me lui non piace più’. E ad attaccare il Popolo della libertà è anche il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: ‘Il partito del predellino alla prima curva mostra dei problemi’, dice riferendosi ad esclusione delle liste e successive polemiche fratricide. Per poi rilanciare le voci su una faida interna alla base della presentazione fuori tempo massimo dei nomi dei candidati: ‘Non credo che siano diventati tutti dilettanti, credo piuttosto che ci siano delle divisioni, della confusione’. Ad ogni modo, aggiunge, il Partito democratico ‘non festeggia’ perché l´esclusione dei candidati del centrodestra ‘introdurrebbe un elemento non positivo e un turbamento nell´ordinato svolgimento delle elezioni’”. (red)

7. Scaglia: Mokbel e Di Girolamo? Mai conosciuti

Roma - “‘Non sapevo nulla e non avevo ragione di sospettare illeciti o operazioni poco chiare’. Silvio Scaglia - riferisce LA STAMPA -, l’ex ad di Fastweb difende se stesso e il vertice della società, i direttori generali che rispondevano direttamente a lui, nelle due ore di domande del gip Aldo Morgigni, ieri durante l’interrogatorio di garanzia, alla presenza del procuratore aggiunto, Gianfranco Capaldo, e dei pm, Giovanni Di Leo e Francesca Passaniti. ‘L’idea che dovesse presumere visto il suo ruolo’, spiegano i legali di Scaglia (Piermaria Corso e Antonio Fiorella) ‘è assurda’. Insomma secondo la difesa il postulato ‘non poteva non sapere’ non è giuridicamente rilevante. ‘E non ci sono prove, né intercettazioni che facciano desumere che Scaglia sapesse. Anzi in un colloquio tra Carlo Focarelli, figura chiave nell’inchiesta della Procura di Roma sul riciclaggio, con Dario Panozzo, altra figura dell’organizzazione, si capirebbe chiaramente che Scaglia era all’oscuro del traffico, dopo che sui giornali nel 2007 era uscita la notizia dell’inchiesta sul traffico telefonico fittizio che gonfiava i fatturati e creava crediti d’Iva. Scaglia blocca tutto e Focarelli spiega al suo compare che la decisione è di Scaglia e che quindi non c’è niente da fare ‘visto che è un calvinista’. Scaglia ha affermato di non aver mai conosciuto Gennaro Mokbel, né Carlo Focarelli e nemmeno il senatore Di Girolamo. Per quanto riguarda Focarelli, per Scaglia, spiega l’avvocato, ‘si trattava di un consulente esterno, un procacciatore di affari che ha avuto rapporti con qualche dirigente non di alto livello, ma non con Scaglia direttamente’. E qui si arriva alla divisione commerciale dell’azienda, quella che aveva rapporti con Focarelli dove nell’organigramma troviamo Roberto Contin e sotto di lui, Bruno Zito e Giuseppe Crudele, tutti e tre travolti dall’inchiesta”.  

“E Scaglia ha ricostruito con i suoi avvocati i meccanismi di cessione dell’uso della rete telefonica di Fastweb a società estere. ‘La nostra sede commerciale - ha detto - mette la rete a disposizione del committente. Quanto avviene a valle non è di nostra pertinenza’. ‘Noi abbiamo verificato che esistevano non solo il segnale telefonico, ma anche il traffico’. Il fondatore di Fastweb ha quindi sottolineato che, all’epoca dei fatti, non ‘sono apparsi elementi tali da far pensare ad un’attività illecita delle società estere che usufruivano della nostra struttura’. Al riguardo, Scaglia ha citato un caso, quella della creazione, nel 2003, della ‘Fancard’ (tramite la quale si accedeva ad un sito porno) che determinò l’interruzione della fornitura. E sull’evasione fiscale ha detto: ‘Abbiamo pagato le tasse, tutta l’Iva dovuta, se altri non lo hanno fatto noi dobbiamo essere considerati vittime’. Tutte spiegazioni che, secondo fonti della Procura, non avrebbero però convinto gli inquirenti. L’idea dei pm, invece, come si legge anche nell’ordinanza del Gip, è che il coinvolgimento dell’ex amministratore delegato di Fastweb nelle presunte attività di riciclaggio sarebbe stato diretto. Ma i legali del fondatore di Fastweb chiariscono che per Scaglia ‘nei capi di imputazione non c’è il riciclaggio’. Ma non tira una buona aria per la richiesta di scarcerazione o, in subordine, di concessione dei domiciliari avanzata al gip dai difensori di Scaglia. Intanto gli è stato revocato l’isolamento e ha potuto avere i libri di lingua cinese. Nuovi business a oriente?”. (red)

8. Why Not, Loiero assolto, cade teorema di De Magistris

Roma - “L’inchiesta Why Not sui presunti illeciti nella gestione di finanziamenti comunitari, che ha fatto tremare i palazzi del potere e ha avuto sviluppi giudiziari senza precedenti, è finita con una raffica di assoluzioni per gran parte dei politici e degli imprenditori coinvolti”. Lo scrive il CORRIERE DELLA SERA. Il sistema di collusioni immaginato dall’allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris, oggi deputato europeo dell’Idv, è stato considerato infondato dal gup Abigail Mellace, che ha assolto 34 dei 42 imputati accusati di peculato, truffa e abuso d’ufficio, nel processo celebrato con rito abbreviato. Ventisette, invece, i rinvii a giudizio e 28 le assoluzioni tra chi ha scelto il giudizio ordinario. Tra i politici, assolti il Governatore della Calabria Agazio Loiero e il suo predecessore Giuseppe Chiaravalloti, attuale vicepresidente dell’Authority sulla privacy. Condannato a due anni di reclusione, per il solo abuso d’ufficio, il principale imputato del processo, Antonio Saladino, ex presidente regionale della Compagnia delle Opere. Rinviata a giudizio, invece, Caterina Merante, la teste d’accusa che ha dato il via all’indagine. ‘Per me finisce un calvario, sono stato intercettato, ho subito perquisizioni sotto gli occhi dei miei familiari, è stata un’esperienza umiliante’. Loiero ha commentato così la sua assoluzione. ‘Non ho mai inveito contro la magistratura, perché si tratta di persone che in Calabria fanno un lavoro difficile e rischioso. Però c’è una sparuta minoranza di pm che talvolta porta avanti inchieste immaginarie per fare carriere politiche’, ha detto ancora il governatore della Calabria, con un chiaro riferimento a De Magistris. L’inchiesta Why Not è durata tre anni ed è costata circa 5 milioni di euro. Molti i personaggi eccellenti della politica nazionale trascinati nell’indagine. Tra questi l’ex premier Romano Prodi e l’allora Guardasigilli Clemente Mastella, accusati dall’ex pm di aver fatto parte di un comitato d’affari e di una loggia massonica segreta con sede a San Marino. Accuse che il gip Tiziana Macrì, nel prosciogliere i due politici, bollò come ‘fantasiose’. L’aspetto dirompente in questa inchiesta è stato però lo scontro tra le Procure di Catanzaro e Salerno, quest’ultima competente a indagare sui colleghi calabresi coinvolti in Why Not. I magistrati di Catanzaro si opposero al trasferimento degli atti necessari ai rinvii a giudizio. La Procura di Salerno decise quindi con un blitz improvviso di sequestrare le carte e di perquisire le abitazioni dei colleghi impegnati nell’inchiesta. Seguì poi il contro sequestro da parte dei magistrati di Catanzaro. Il terremoto giudiziario provocò il trasferimento di due magistrati campani e due calabresi. Il procuratore di Salerno, Apicella, si dimise dalla magistratura. Prima ancora il Csm aveva trasferito d’ufficio De Magistris per incompatibilità ambientale. Lunedì il gip di Salerno ha archiviato l’inchiesta per abuso d’ufficio continuato contro l’ex pm”. (red)

9. Ogm, Zaia non esclude un referendum 

Roma - “Forte - scrive IL CORRIERE DELLA SERA - si leva la voce di Luca Zaia, ministro per le Politiche agricole: ‘Finché ci sarò io al ministero gli Ogm non varcheranno il soglio nazionale’. Ma altre voci all’interno del governo tacciono. Bruxelles, dopo dodici anni, ha sdoganato la coltivazione della patata transgenica Amflora. E il ministro leghista dell’Agricoltura ieri non ha risparmiato il fiato per contestare questa decisione. Ha detto, infatti Zaia: ‘L’Europa non può surrogare la sovranità degli Stati membri, che è sacrosanta. Non può imporre agli stati la piantumazione di cibi transgenici, quindi di semi transgenici’. E non ha escluso il ricorso al referendum contro gli Ogm. La sua collega all’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, va più cauta nel giudizio: ‘Il tema degli Ogm non può essere affrontato con un approccio ideologico. Ci deve essere un’evidenza scientifica’. Ma l’evidenza scientifica non convince il ministro Prestigiacomo: ‘La decisione della Ue poggia su un parere dell’Efsa con diversi profili di problematicità. La Commissione europea avrebbe fatto bene a non forzare i tempi di un dibattito che va avanti da un decennio senza avere sufficienti garanzie. Dobbiamo approfondire gli effetti di questa decisione che, comunque, non è una direttiva’. Durante tutta la giornata le reazioni negative alla decisione di Bruxelles si sono susseguite, a valanga. Tra i più severi i giudizi della Cia, la Confederazione italiana agricoltori: ‘Le decisioni prese dall’Unione europea sono gravi, pericolose, dannose e frettolose, delle quali non sentivamo alcun bisogno’ commenta infatti Giuseppe Politi, il presidente. Poi aggiunge: ‘Non ci possono essere imposizioni. Va garantita la sovranità e l’autonomia dei singoli Stati’”.  

“Praticamente identico il commento che arriva dalla Federconsumatori: ‘È estremamente grave la decisione della Commissione europea sulla patata transgenica Amflora’, viene scritto in una nota dove si spiega anche che quando si parla di Ogm non c’è soltanto un problema di sicurezza alimentare, ma anche una questione di ricaduta sulla salute dei cittadini. Il parere del medico, però, non conferma la preoccupazione di Federconsumatori. Perlomeno non lo conferma il parere di Umberto Tirelli che è il direttore del dipartimento di oncologia medica dell’Istituto nazionale tumori di Aviano. Non esita l’oncologo Tirelli: ‘Va detto con molta chiarezza che i controlli fatti dagli organismi internazionali, quali l’Organizzazione mondiale della sanità e la Fao, confermano che non c’è alcun grado di tossicità degli Ogm vegetali in commercio. Ormai è noto: in molte parti del mondo si sta mangiando cibo con Ogm. Non solo negli Stati Uniti e in Canada, ma anche in Brasile, in India, in Cina e in Australia: nessuno ha notato alcunché di anomalo’. Ma la verità è che anche a livello locale le preoccupazioni per le coltivazioni Ogm si sommano. A Bolzano, ad esempio: la provincia autonoma teme un effetto domino dopo l’autorizzazione alla patata transgenica. E nella regione Toscana: ‘Il parere della Commissione europea è davvero un brutto segnale che ribalta la politica fino ad ora qui seguita dalla Ue: la coltivazione di Ogm era al bando dal 1998’, commenta Claudio Martini, il governatore. E dall’opposizione è Nicodemo Oliviero, capogruppo Pd in commissione agricoltura alla Camera, che fa un appello: ‘Il governo dica categoricamente no agli Ogm in Italia’”. (red)

10. Contro l’evasione le Entrate recuperano 9,1 mld

Roma - “Risultati record per la lotta all’evasione fiscale nel 2009: gli incassi - ricorda IL GIORNALE -sono stati pari a 9,1 miliardi di euro, il 32% in più rispetto al 2008 che già aveva segnato un’ottima performance con 7 miliardi riportati nelle casse dell’erario. È quanto ha reso noto ieri l’Agenzia delle Entrate sottolineando che l’anno scorso sono stati effettuati oltre 700mila controlli (il 10% in più rispetto al 2008). I risultati raggiunti ‘sono il frutto dell’impegno e della professionalità dei nostri 36mila dipendenti’, ha detto il direttore dell’Agenzia Attilio Befera. Per quanto riguarda lo scudo fiscale, Befera ha evidenziato che la riapertura dei termini sta riguardando soprattutto ‘grandi patrimoni e beni immobiliari’. I dati arriveranno all’ultimo momento perché si tratta di operazioni più complesse rispetto a quelle della prima fase. Nell’ambito dell’attività del 2009, la maggiore imposta accertata è stata pari a 26,338 miliardi (+30% su base annua). Cresce il riscosso dall’utilizzo degli istituti definitori dell’adesione e dell’acquiescenza (4,3 miliardi di euro), con un aumento del 72% rispetto al 2008. In questi casi una volta accertata l’evasione da parte dell’Agenzia il contribuente accetta i rilievi e paga senza arrivare al contenzioso. Crescita a due cifre anche per gli accertamenti sintetici, quelli condotti grazie al cosiddetto ‘redditometro’: +81% i controlli eseguiti (oltre 28mila) e +61% per la maggiore imposta accertata (460 milioni). ‘L’accertamento sintetico - ha aggiunto Befera - sta svolgendo un ruolo importante nell’attività di controllo dell’Agenzia perché permette di definire la reale capacità di spesa sulla base di elementi quali investimenti patrimoniali, conferimenti di somme di danaro, acquisto di beni di lusso’. I controlli assistiti da indagini finanziarie sono stati 9mila, il 25% in più rispetto al 2008. I controlli mirati, comunemente noti come ‘blitz degli ispettori del fisco’ sono stati 9mila, con un risultato sia in termini di maggiore Iva, pari a 673 milioni di euro sia di rilievi ai fini di imposte dirette e Irap, pari, rispettivamente, a quasi 6,9 miliardi e a 5,4 miliardi. Per il 2010 si punterà ‘al consolidamento dei risultati - ha detto il direttore vicario Marco Di Capua riferendosi alla lotta all’evasione - ma anche alla centralità del rapporto con il contribuente’ per evitare quella che Befera ha definito ‘evasione da burocrazia’. La recente inchiesta sul riciclaggio condotta dalla Procura di Roma ha portato alla luce un sistema di frodi Iva. Befera ha rilevato come ‘la stretta collaborazione con Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e organismi nazionali e internazionali stia determinando buoni risultati’. Il direttore dell’Accertamento Luigi Magistro ha ricordato che ‘all’Agenzia delle Entrate toccherà recuperare il maltolto e questi denari torneranno a vantaggio della collettività: il fatto che le frodi siano state scoperte significa che le strategie messe in campo funzionano’”. (red)

11. Sterlina giù, Cameron: È colpa del Labour

Roma - “‘State meglio oggi di come stavate cinque anni fa? Chiedetevelo e votate di conseguenza’. David Cameron resuscita il quesito che nel 1980 diede la Casa Bianca a Ronald Reagan, nella speranza che gli serva a mettere fine al lungo regno (tredici anni) dei laburisti a Downing street. Il leader del partito conservatore - scrive REPUBBLICA che lo ha incontrato - inizia la volata finale verso le elezioni britanniche in programma fra due mesi con l´improvvisa paura di perderle: fino a qualche mese fa la sua vittoria contro il primo ministro Gordon Brown veniva data per certa, ma ora i Tory perdono quota e per la prima volta i sondaggi prevedono una conferma al potere del Labour. Perciò Cameron non punta più solo sui propri pregi di uomo politico nuovo, giovanile, carismatico, un clone di centro-destra di Tony Blair ("Tory Blair" era appunto il suo soprannome), quanto sul disastro economico lasciato in eredità al Regno Unito dal suo avversario, come fece Reagan per spodestare Jimmy Carter. ‘L´economia è la chiave del voto’, afferma Cameron in questo incontro con la stampa londinese organizzato dall´agenzia Thomson Reuters, a cui si presenta con George Osborne e Kenneth Clarke, suoi principali consiglieri economici e futuri ministri, se il 6 maggio vincerà lui la sfida alle urne. Signor Cameron, perché la gente dovrebbe fidarsi di voi per uscire dalla crisi economica? ‘Perché il deficit creato da Brown è una nube nera sul futuro del paese e il Labour non ha un piano per dissolverla. Noi abbiamo una squadra economica unita, e loro litigano uno con l´altro, Brown e il ministro del Tesoro Darling ormai non si rivolgono più la parola. Noi abbiamo un piano per ridurre il deficit con un budget di emergenza, e loro fingono che il problema non esista. Noi siamo pronti a prendere decisioni difficili, e loro propongono tagli di secondaria importanza. La Gran Bretagna ha bisogno di cambiamento, di andare in una nuova direzione’. Eppure loro guadagnano terreno nei sondaggi e voi lo perdete. Come mai, se il vostro piano per uscire dalla crisi è quello giusto? ‘Perché il nostro è un messaggio duro e difficile da digerire. Ma preferiamo dire la verità, fiduciosi che la gente ci darà ragione, capendo che altri cinque anni di Gordon Brown sarebbero disastrosi. Già ci danno ragione i mercati: è bastato qualche sondaggio su un parlamento senza netta maggioranza o addirittura su una possibile vittoria laburista, ed è crollata la sterlina. Potete immaginare cosa accadrebbe se fosse il Labour a vincere le elezioni: tassi di interesse alle stelle e sterlina al collasso, non riusciremmo mai a rialzarci dalla crisi’”.  

“Brown - chiede ancora il giornale di Largo Fochetti - sostiene che, in tempi di crisi, lo stato deve pompare denaro nel sistema a costo di indebitare il paese, per salvare posti di lavoro e rilanciare l´economia. ‘Fino a un certo punto siamo stati d´accordo, e abbiamo appoggiato il premier nella decisione di nazionalizzare le banche per salvarle dal fallimento. Ma il deficit è triplicato rispetto a un decennio fa e se non lo azzeriamo strozzerà il nostro futuro. Bisogna ridurre le tasse, incoraggiare gli investimenti, aiutare le piccole imprese, tagliare gli sprechi pubblici. L´idea che qualsiasi riduzione del debito pubblico riporterebbe automaticamente il paese in recessione è errata’. A proposito di tasse, come commenta la scoperta che un vostro finanziatore ed alto esponente, Lord Ashcroft, avrebbe evaso più di cento milioni di sterline dal fisco dichiarandosi non residente in Gran Bretagna, pur sedendo in parlamento come membro della camera dei Lord? ‘Lord Ashcroft si è impegnato a risolvere questa contraddizione e io accolgo con soddisfazione la sua decisione. Voglio però fare notare che vi sono esponenti laburisti che si trovano in una situazione analoga, il suo non è un caso isolato’. Ci sono lezioni anche per la Gran Bretagna in quello che sta accadendo nel resto d´Europa, in particolare in Grecia? ‘Noi fortunatamente non siamo nella stessa situazione, ma stiamo prendendo denaro in prestito allo stesso ritmo forsennato della Grecia e il problema vale per tutti: c´è una connessione tra il deficit accumulato da un paese e lo standard di vita della gente, non si può fingere di ignorarla. È come quando ricevi il rendiconto della carta di credito: se continui a rinviare di mese in mese il saldo dei tuoi debiti, il problema non scompare bensì aumenta, fino a diventare insostenibile’. Come risponde ai timori che una vittoria del vostro partito distanzierebbe ancora di più la Gran Bretagna dall´Europa? ‘È un´accusa assurda. Per cominciare, ho ottimi rapporti con il presidente francese Sarkozy e con il cancelliere tedesco Angela Merkel. In secondo luogo, siamo stati sempre favorevoli all´allargamento dell´Unione Europea. Infine è vero che ci battiamo per un´agenda che rispetti gli interessi britannici, ma sulle grandi questioni, energia, sicurezza, cambiamento climatico, rilancio dell´economia, resterete sorpresi da quanto saremo positivamente attivi e coinvolti con l´Europa’”. (red)

12. Napolitano alla Nato: Aprire a Mosca

Roma - “Napolitano chiede alla Nato di "aprire" alla Russia. E viceversa. ‘Abbiamo bisogno che la Russia sia "dentro" non "fuori"‘. Dice proprio così il presidente della Repubblica - scrive l’inviato di REPUBBLICA - nel corso della sua visita al quartier generale della Nato, dove è stato accolto dal segretario generale Anders Fogh Rasmussen, prima di partecipare a una sessione straordinaria del Consiglio Atlantico. In quella sorta di accampamento militare alle porte di Bruxelles, protetto da una segretezza super blindata (vistosi cartelli invitano a non scambiarsi confidenze "classificate" all´interno di certe aree ristrette) Giorgio Napolitano è arrivato ieri pomeriggio, cominciando proprio da lì i suoi tre giorni in Belgio. Nonostante le apparenze, il linguaggio aperturista del presidente punta a ottenere dalla Nato, in linea con le posizioni assunte dal governo italiano anni fa a Pratica di Mare, alle porte di Roma, una sostanziale "rivitalizzazione" di quella struttura militare-politica. ‘No, non parlerei di rifondazione’, dice il presidente in serata spiegandosi coi giornalisti. Una Nato da rivitalizzare dunque, non da ricostruire. ‘Per quanto difficile’ dice il presidente della Repubblica al termine del Consiglio Atlantico, ‘dobbiamo adoperarci affinché la Russia entri in una relazione cooperativa di reciproco sostegno con la Nato’. Cooperazione e reciproco sostegno, dice Napolitano ai militari di Bruxelles. Ai quali ricorda che Russia e Nato già oggi ‘condividono molte preoccupazioni di sicurezza, immediate e future, ma sono tuttora separate da un deficit di fiducia’. Recenti comportamenti della Russia, dice, ‘sono motivo di preoccupazione’, tuttavia il nuovo concetto strategico della Nato ‘deve guardare avanti. La Russia è parte dell´Europa, e quindi della comunità atlantica’. Ecco perché, dice chiaro il presidente italiano ‘la sicurezza dell´Europa non sarà mai pienamente acquisita senza un coinvolgimento costruttivo di Mosca nella architettura europea’. Abbiamo bisogno insomma ‘che la Russia sia ‘dentro’ non ‘fuori’. E ci attendiamo egualmente dalla leadership russa atteggiamenti aperti e risposte incoraggianti’. Il fatto è che per la Nato ‘l´Unione europea non può essere soltanto una delle molte organizzazioni internazionali con cui lavorare. Tra la Nato e una forte Unione europea (come ha detto recentemente Hillary Clinton nel suo viaggio per le capitali del vecchio continente) può essere solidamente stabilita non una semplice cooperazione, ma una cosiddetta divisione del lavoro, e una reale sinergia’. Nel colloquio serale col segretario generale Rasmussen si è parlato anche dell´Afganistan. ‘Siamo lì anche per difendere gli interessi italiani ed europei’, ha detto Napolitano. E Rasmussen ne ha approfittato per ringraziare l´Italia per il ‘ruolo cruciale’ svolto a fianco degli Alleati. Il segretario generale della Nato ha espresso solidarietà per la morte dell´agente italiano Antonio Colazzo, ucciso nei giorni scorsi a Kabul”. (red)

13. Iran, il regime incarcera il regista Panahi

Roma - “Decine di poliziotti in borghese hanno fatto irruzione nell’abitazione del regista Jafar Panahi alle dieci della sera di lunedì. Quindici persone arrestate, una retata di intellettuali, attivisti dell’Onda verde che stavano cenando tranquillamente”. Lo riferisce LA STAMPA. “Tra loro anche la sorella del premio Nobel Shirin Ebadi e un altro cineasta, Mohammad Rasoulof. L’obiettivo principale era però Panahi, Leone d’Oro a Venezia con ‘Il Cerchio’, una voce del dissenso dentro il cinema iraniano. Gli agenti, alcuni forse appartenenti alla milizia dei basiji, non hanno dato spiegazioni per l’arresto. Il procuratore di Teheran Abbas Jafari Dolatabadi ha parlato, alcune ore dopo, di ‘vari crimini’, senza specificare nulla, se non che Panahi ‘non è stato arrestato per la sua attività artistica o per ragioni politiche’. Il nuovo giro di vite della Repubblica islamica contro i dissidenti che dal 12 giugno contestano la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad aveva in realtà un obiettivo ben preciso, un pericolo imminente da fermare. Panahi stava girando un documentario sulle proteste del giugno scorso. Quelle immagini, anche diffuse clandestinamente, magari attraverso Internet, potevano avere un effetto dirompente. Due gli episodi che fanno paura al regime. La morte di Neda Agha Soltan, la ragazza 26enne simbolo della rivolta, colpita alla testa da un basiji. E l’assalto dei miliziani al dormitorio dell’università di Teheran, seguito da pestaggi e torture. Il blitz voleva fermare il lavoro del regista, conferma il figlio, Panah. ‘Sono piombati nel salotto, hanno preso tutti, poi hanno setacciato la casa, portato via i computer, appunti di mio padre’. Panah ha diffuso la notizia dell’arresto attraverso i siti online dell’opposizione, come ‘Rahesabz’ e ‘Peykeiran’. I commenti su Internet puntano il dito sul ‘nervosismo’ tra i vertici della polizia per la diffusione di un filmato di 18 minuti da parte della Bbc in persiano, che potrebbe essere parte del materiale che Panahi intendeva utilizzare per il documentario. Nel filmato si sente il comandante della polizia Azizollah Rajabzadeh dare ordini e condurre l’assalto all’università”.  

“Gli studenti vennero poi rinchiusi nel centro di detenzione di Kahrizak, una delle prigioni ‘cilene’ della repressione, che poi la stessa guida suprema Khamenei fu costretto a chiudere per l’enormità delle violazioni. È una delle crepe nella verità sui fatti di giugno raccontata dalle autorità khomeiniste. Ma Panahi stava lavorando anche sulla vicenda di Neda Soltan. Ed era già stato arrestato (con la moglie Tahereh e la figlia Solmaz) lo scorso luglio, per aver partecipato alla commemorazione di Neda nel cimitero Beheshte Zahra di Teheran. In febbraio gli era stato proibito di lasciare il Paese per partecipare al Festival di Berlino. Per Panahi, il regista che probabilmente ha raccontato meglio di tutti la condizione femminile nell’Iran teocratico, Neda era un’icona formidabile da mettere al servizio della causa dell’opposizione, dell’Onda verde guidata da Mir Hossein Mousavi, che Panahi aveva apertamente sostenuto. Per l’informazione carbonara su Internet l’arresto del regista è il segno che il governo non può permettere che l’immagine della giovane morente sull’asfalto torni a suscitare indignazione e infondere coraggio nella società civile. Un segno di debolezza, secondo gli oppositori”. (red)

14. De Rita (Censis): Lo Stato ha perso autorità morale

Roma - “Nella reazione dell’opinione pubblica ai ripetuti scandali degli ultimi mesi, c’è una sorta di rassegnazione al peggio, un atteggiamento diverso rispetto all’era Tangentopoli, eppure questo approccio non stupisce il presidente del Censis Giuseppe De Rita: ‘Sì, in giro - spiega a LA STAMPA che lo ha intervistato - c’è una rassegnazione vera, ma anche furba. Chiunque di noi può ascoltare grandi dichiarazioni indignate: “Qui sono tutti mascalzoni!”. La gente ragiona così: sento tutti parlare male di tutti e anche io faccio lo stesso. Dopodiché però non scatta la molla: e io che faccio? Non scatta per l’assenza di codici ai quali ubbidire. Non scatta perché non c’è più un vincolo collettivo. Tutto può essere fatto se io stesso ritengo giusto che sia fatto’. La profondità e l’autorevolezza della sua lettura della società e del costume italiano già da tempo hanno fatto di Giuseppe De Rita un’autorità morale, una dei pochissimi intellettuali italiani che è impossibile incasellare. Si comincia a dire: siamo di nuovo a Tangentopoli. L’illegalità più recente le pare diversa da quella del passato? ‘Siamo passati dal grande delitto ai piccoli delitti. Dall’Enimont al piccolo appalto. Ma questa è la metafora del Paese. A furia di frammentare, anche i reati sono diventati più piccoli e ciascuno se li assolve come vuole. E’ entrato in crisi il senso del peccato, ma lo Stato che dovrebbe regolare i comportamenti sconvenienti, non ha più l’autorità morale per dire: quel reato è veramente grave. E allora salta lo Stato. Come sta accadendo adesso’. Tangentopoli non è stata un’occasione mancata? L’opinione pubblica, città come Milano e Palermo, hanno sostenuto con convinzione la magistratura, ma al tempo stessi tutti si sono autoassolti: non è mancato un esame di coscienza collettivo che si paga ancora oggi? ‘Se sei un piccolo ladruncolo, cosa c’è di meglio che prendersela col grande ladro? Se fai illegalmente il secondo lavoro da impiegato pubblico, poter dire che quelli lì erano ladri e si sono mangiati tutto, non è un alibi, ma è una messa in canto della propria debolezza. Le formichine italiane hanno fatto il Paese, ma hanno preso tutto quello che era possibile dal corpaccione pubblico. Noi che predicavamo le privatizzazioni ‘alte’, non abbiamo capito che il modo italico di privatizzare era tradurre in interesse privato qualsiasi cosa. Un fenomeno di massa: ognuno si è preso il suo pezzetto di risorsa pubblica’”.  

“Se dopo Tangentopoli non c’è stata una ripresa dell’etica collettiva, la colpa non è dei politici della transizione? ‘Non potevano farlo - riprende De Rita -. La classe dirigente della Seconda Repubblica non è stata soltanto la ‘serie B’ della Prima, ma le sono mancati riferimenti di autorità morale. Una classe dirigente si forma sotto una qualche autorità etica. De Gasperi si era formato nell’Austria-Ungheria, il resto della classe dirigente democristiana, diciamoci la verità, si è formata in parrocchia. La classe dirigente comunista si era formata in galera o nella singolare moralità del partito’. Quando inizia questa realtà di illegalità diffusa? ‘Tutto ha inizio con don Lorenzo Milani...’. Con don Milani? ‘Con don Milani e l’obiezione di coscienza. Ci voleva una autorità morale come la sua per dire che la norma della comunità e dello Stato è meno importante della mia coscienza. E’ da lì che inizia la stagione del soggettivismo etico. Un’avventura che prende tre strade. La prima: la libertà dei diritti civili. Prima di allora non dovevi divorziare, non dovevi abortire, dovevi fare il militare, dovevi obbedire allo Stato e poi sei diventato libero di fare tutto questo. Seconda strada: la soggettività economica, ciascuno ha voluto essere padrone della propria vita, non vado sotto padrone, mi metto in proprio. E’ il boom delle imprese. La terza strada, la più ambigua: la libertà di essere se stessi e quindi di poter giudicare tutto in base ad un criterio personale. Il marito è mio e lo cambio se voglio, il figlio è mio e lo abortisco se voglio. L’azienda è mia e la gestisco io. Io stesso, certe volte parlando con i miei figli, dico: il peccato è mio, me lo ‘gestisco’ io. Questi tre processi iniziano 50 anni fa e arrivano ad oggi’. Con quale effetto sull’etica pubblica delle classi dirigenti? ‘Che oramai si decide in proprio se si è peccato o no, se si è fatto reato o no, se quel magistrato vada bene o no’. De Rita, l’Italia è rimasta senza classi dirigenti? ‘Non c’è ricambio. E una società senza ricambio, è difficile che non imploda. Ognuno recita la sua soggettività. Si sa già cosa diranno Berlusconi, Fini o Casini e la gente a quel punto non ci crede più. Ho letto l’elenco completo degli ottocento candidati per le Regionali ma io che sono nato e vissuto a Roma, ne ho riconosciuti tre. E’ gente in cerca di pubblicità, di affari, non lo so. Ma potenziali leader non possono essere dei perfetti sconosciuti’”. (red)

Prima Pagina 03 marzo 2010

Immigrati a go-go? Il rimedio sbagliato per un modello sballato