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Dopo le Regionali. Da dove ripartiamo

Tra tante cattive notizie, peraltro inevitabili considerando le premesse, il voto delle Regionali ce ne porta altre due che sono almeno un po’ promettenti, pensando al futuro. La prima è che l’Italia non è, e con ogni probabilità non sarà mai, un Paese bipolarista, e men che meno bipartitico: l’attuale suddivisione in due blocchi è stata imposta ad arte, dai partiti che miravano ad avvantaggiarsene eliminando il più alto numero possibile di concorrenti, ma non trova alcun riscontro nella realtà. 

Nel centrodestra ci sono non meno di tre componenti distinte e, in prospettiva, inconciliabili, specialmente ai fini di una fusione definitiva in un unico soggetto: la componente PdL che fa capo a Berlusconi, quella capitanata da Gianfranco Fini e, in forte ascesa, la Lega. La loro è un’alleanza tattica, ma strapiena di rivalità personali e di divergenze latenti. Che, o presto o tardi, emergeranno con tale forza da esplodere. 

Il centrosinistra è allo sbando ed è destinato suo malgrado, a forza di subire sconfitte, ad arrivare alle estreme conclusioni: il Pd è un progetto sballato, un ibrido mostruoso (o patetico) che è nato morto. La logica, si fa per dire, del “ma anche” di veltroniana memoria non ha portato e non può portare a nessuna vittoria per la semplicissima e decisiva ragione che è confusa fino a diventare incomprensibile. Nessun elettorato si è mai mobilitato su contenuti che apparissero ambigui, al di là del fatto che poi lo fossero davvero. L’elettorato ha bisogno di parole d’ordine e le infinite sfumature del “ma anche” sono esattamente l’opposto. E sorvoliamo, per ora, sull’enorme problema di una classe dirigente ridotta a mera burocrazia interna e costretta a dover puntare, in una regione dell’importanza del Lazio, su un candidato esterno come Emma Bonino. 

La seconda indicazione promettente, in un’ottica di medio o lungo periodo, è la forte crescita dell’astensionismo. Sulle cause profonde si può discutere, così come sui possibili sviluppi di un sentimento che può facilmente trasformare la sana insofferenza in uno sterile fatalismo, ma il segnale di allontanamento dagli attuali partiti è inequivocabile. Il numero dei cittadini che non si riconoscono più nel quadro politico ha avuto un balzo in avanti. E che si tratti di una reazione di fastidio, o di schifo, lo conferma il dato del Lazio, dove peggiore è stato lo spettacolo preelettorale e dove, puntualmente, è stata più massiccia la diminuzione percentuale dei votanti.

Come si vede, dunque, entrambi i segnali promettenti (promettenti, non ancora positivi) sono da ricondurre alle bugie e al degrado dei partiti: da un lato la loro insormontabile eterogeneità, in parte dovuta a obiettive diversità di contenuti e in parte a contrapposizioni personalistiche, smentisce l’impostazione bipolarista adottata negli ultimi anni con la scusa della governabilità; dall’altro i loro vizi intrinseci ne diminuiscono la credibilità agli occhi dell’elettorato, che in mancanza di opzioni condivisibili si rifiuta di avallare ulteriormente la farsa collettiva messa in scena dal PdL, dal Pd e dai loro comprimari.

Che siano sintomi di debolezza non c’è dubbio. Ciò che è assai dubbio, invece, è che la popolazione italiana sia ancora abbastanza viva, e reattiva, e forte, da poterne fare il presupposto di un affrancamento definitivo e di una ribellione consapevole. 

 

Federico Zamboni

 

Secondo i quotidiani del 30/03/2010

Il Grande Gioco