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Il Grande Gioco

“Il Grande gioco”: no non è l’ultima versione estrema del Texas Hold ‘em, ma un eccellente libro edito da Adelphi che tratta della “partita a scacchi” giocata fra Russia e Inghilterra in Asia centrale nel secolo XIX per il controllo delle vie verso l’India. Il “Grande Gioco”, appunto. 

È un saggio importante, ponderoso, ma scritto con un’agilità da romanzo, avvincente come un romanzo, eppure è gioco facile se gli scenari sono gli stessi che hanno fatto grande Kipling: esotici luoghi di leggenda d’altri tempi che portano i moni di Samarcanda e Buchara, di Kabul e Herat. Ma Kabul e Herat, dove sono di stanza i nostri ragazzi, non sono più luoghi d’altri tempi, né sono luoghi di leggenda: ma di cronaca. Qui è la forza e l’attualità del libro: il Grande Gioco è ancora in corso. In corso con altri giocatori, con altre poste in palio, ma i luoghi sono ancora quelli, compreso lo scenario secondario: il Caucaso, quello che ancora impedisce sia resa giustizia al popolo armeno. 

È un libro che parla di altri tempi, quelli di Michele Strogoff e Kim, del grande romanzo d’avventura, ma quei tempi non hanno mai cessato di essere attuali, anzi oggi lo sono come e più di allora, con meno fascino certo, ma marcano i nostri tempi e le politiche internazionali come e più di allora. Qui resiede l’importanza dell’opera di Peter Hopkirk: dal passato possiamo trovare le chiavi per leggere il presente. 

Un passato che gli analisti del Pentagono pare non abbiano approfondito abbastanza.  Sembra di rivedere gli stessi errori, la stessa incapacità di comprensione delle mentalità aliene anglosassone che portò Elphinstone al massacro di Kabul e sembra avviata a ripetere un eguale fallimento. Di fronte all’Inghilterra allora stava l’abilità russa, e oggi potrebbe essere un ripetersi, che, se pur fallì nell’impossibile missione di aprirsi una via verso l’India, portò al controllo dell’Asia centrale ponendo delle basi a un impero che, nonostante tutto, ancora non è crollato. Un’espansione imperialista, quella russa che, però, liberò dalla schiavitù molti europei. Già, nel XIX secolo l’essere schiavi non era un’esclusiva degli “afroamericani”: la fine del poter essere ridotti in schiavitù per bianchi e neri è, grossomodo, contemporanea.  

Il “Grande gioco”: dal “Leone di Tashkent” a Connoly e Stoddard, una pagina di storia raccontata con la forza di un romanzo, un libro dal leggere per poter trovare le chiavi dell’interpretazione delle attuali propagande incrociate, non solo sull’Asia centrale, ma anche su quello scacchiere secondario caucasico che vide il “Padre di tutti i genocidi moderni”, il Metz Yeghern, e che rischia di infiammarsi di nuovo.

 

Ferdinando Menconi

 

Dopo le Regionali. Da dove ripartiamo

Prima Pagina 29 marzo 2010