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Secondo i quotidiani del 30/03/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Vincono Berlusconi e La Lega”. Di spalla l’editoriale di Massimo Franco: “Tre anni senza alibi”. Al centro, uno schema che riassume tutte le sfide regione per regione, e l’articolo: “Bossi sfonda al Nord, ‘e ora voglio Milano”. In basso: “Donne kamikaze, orrore a Mosca”.  

REPUBBLICA – In apertura: “La destra vince sul carro di Bossi”. Di spalla: “Il referendum del Cavaliere” di Massimo Giannini e “La grande Padania” di Alberto Statera. Al centro: “Lo straniero Nichi” di Curzio Maltese. In basso: “Donne kamikaze in metropolitana, strage a Mosca, oltre 30 morti e 100 feriti”. E ancora: “Violentata in classe a 12 anni e il prof non se ne accorge”.  

LA STAMPA – In apertura: “Boom della Lega, Piemonte a Cota”. Di spalla gli editoriali di Federico Geremicca “Berlusconi batte il non voto” e più in basso di Marcello Sorgi “Astensioni, le ragioni di un virus”. Al centro pagina il reportage “il Senatur passa all’incasso, subito il referendum” e l’analisi: “Torino, la sinistra al minimo. Sfida per il dopo-Chiamparino”. In basso “Mosca, la strage delle donne kamikaze”.  

IL MESSAGERO – In apertura: “Regionali, il Lazio alla Polverini”. Di spalla l’editoriale di Paolo Pombeni: “Un altro segnale, il paese chiede governabilità”. Al centro pagina: “Lega boom, Berlusconi avanza”. In basso: “Mosca, strage nella metropolitana” e “Stuprata dal branco in classe”.  

IL SOLE 24ORE- In apertura: “Bene la maggioranza, la Lega vola”. Di spalla gli editoriali di Stefano Folli, “Il Carroccio apre la strada al premier”e di Orazio Carabini, “Ultima chance per rilanciare l’economia”. Al centro pagina una foto della strage nella metro di Mosca. Più in basso: “Alla Grecia altri 5 miliardi ma il costo è elevato”.  

L’UNITA’ – In apertura: “Un paese stanco”. Più in basso: “Torna il terrore nel cuore di Mosca. Strage nel metrò”, e accanto l’iniziativa “l’Aquila per noi. Da giovedì faremo l’Unità in piazza Duomo”.  

LIBERO – In apertura: “Che goduria”. In basso editoriale di Mario Giordano: “Silvio fa fuori anche Bersani, avanti il prossimo”. Accanto “Grillini e Travaglini si mangiano le manette di papàDi Pietro”, di Filippo Facci.  

IL GIORNALE – In apertura: “Berlusconi e Bossi volano”. Al centro uno schema che riassume i risultati delle regionali: “La nuova mappa del potere”. In basso: “A 12 anni stuprata in classe. Il prof, “non mi sono accorto”.  

IL TEMPO – In apertura: “Colpaccio di Silvio. Al centro pagina: “Il Lazio ha scelto Renata”. (red)

2. Regionali, vincono Berlusconi e la Lega

Roma - “Le elezioni regionali 2010 segnano il successo di Berlusconi e della Lega. Il Pd mantiene i governatori in sette regioni ma ne perde quattro. Successo di Vendola in Puglia, alla Lega Piemonte e Veneto. La Polverini conquista la vittoria nel Lazio sul filo di lana. Anche Campania e Calabria passano al centrodestra. Mercedes Bresso ed Emma Bonino sconfitte dopo un lungo testa a testa. La soddisfazione del premier: “Gli italiani sono con me, adesso è l’ora delle riforme” – scrive oggi il Corriere della Sera -. Dopo un testa a testa mozzafiato, a spoglio ultimato, anche due Regioni chiave, Piemonte e Lazio, cambiano di segno politico, passando dal centrosinistra al centrodestra. In Piemonte prevale il leghista Roberto Cota sulla governatrice uscente Mercedes Bresso, sostenuta da una coalizione allargata anche all’Udc: 47,4 per cento contro 46,9 per cento, poco meno di 10mila voti di scarto. Nel Lazio la candidata sostenuta dal Pdl, la sindacalista Renata Polverini, la spunta sull’esponente radicale Emma Bonino: 50,7 contro il 48,8 per cento".  

"In questo appuntamento elettorale si è registrata la più bassa affluenza nel dopoguerra: 64,2 per cento contro il 72 di cinque anni fa. Più bassa anche del dato delle Europee dello scorso anno quando si recò alle urne il 66,5 per cento dei cittadini. Il centrodestra, quando mancano all’appello solo poche sezioni, conquista in tutto sei Regioni (Piemonte, Veneto, Lombardia, Lazio, Campania e Calabria), quattro in più rispetto a quelle guidate nel 2005. Il centrosinistra, che partiva da una posizione di grande vantaggio (era al governo di undici amministrazioni regionali) arretra cedendone quattro (Piemonte, Lazio, Campania e Calabria) – si legge ancora sul Corsera. E così le Regioni che hanno scelto Bersani e i suoi alleati sono: Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Liguria, Marche, Basilicata e Puglia. Il risultato quindi è di 7 a 6. In termini di popolazione, il centrodestra, cioè Pdl più Lega Nord, ha il consenso del doppio rispetto agli elettori del centrosinistra, considerato che nelle regioni dove ha vinto erano stati chiamati alle urne 27 milioni e nelle altre 13 milioni e mezzo. E in questo quadro va rilevata anche la grande affermazione del Carroccio non solo nelle aree settentrionali, dove realizza il bossiano asse del Nord conquistando Piemonte e Veneto con propri uomini, ma anche nelle regioni appenniniche, in particolare in Emilia Romagna e Toscana”. (red)

3. Regionali, ora il Cav. punta sul presidenzialismo

Roma - “Se la Lega avanza per me è la stessa cosa. Umberto è un amico, non un’alternativa”. Eccolo il nocciolo duro della holding di centrodestra, è l’asse Berlusconi-Bossi che esce rafforzato dalle Regionali. E poco importa al premier se il Carroccio stacca il Pdl in Veneto e lo incalza in ogni dove al Nord. La vittoria nel Lazio porta le sue insegne, e le parole del Cavaliere confermano la strategia con la quale si è mosso e intende continuare a muoversi di qui ai prossimi tre anni, e magari anche dopo, “perché la Lega sarà sempre un’alleata affidabile, mai un’avversaria”. Era chiaro ben prima delle Regionali che Berlusconi — assecondando il Senatùr— aveva trasferito una quota del proprio pacchetto politico-azionario sul Carroccio per mettersi al riparo da qualsiasi tentativo di scalata ostile, per quanto altamente improbabile. Il “sì” alle candidature di Zaia e Cota come governatori di Veneto e Piemonte era stato un segnale inequivocabile, una scelta imposta allo stato maggiore del suo stesso partito – si legge sul Corriere della Sera -. Si trattava di una mossa in parte difensiva - dettata dalle difficoltà di governo e dagli attacchi giudiziari e mediatici - e in parte però proiettata già sul futuro. Con il risultato ottenuto nell’arco alpino, Bossi sconfigge l’idea di un ‘arco costituzionale» che Pd, Udc e un pezzo di Pdl stavano studiando a Roma per sterilizzare in prospettiva il Carroccio. Ora la Lega sarà determinante per qualsiasi alleanza di governo nazionale. In Veneto addirittura, vista la massa di consensi, potrebbe in teoria decidere se coalizzarsi con il Pdl o con il Pd. E con un alleato così forte anche il premier si sente forte. Quanto sia saldo l’asse tra Berlusconi e Bossi lo si intuisce dal modo in cui il Senatùr ha commentato a caldo la vittoria: “Chiamerò Silvio e gli farò i complimenti per come il suo partito ha retto allo tsunami della Lega”.  

“La prudenza, il profilo apparentemente basso e non di sfida verso il Pdl, serviva (e serve) al capo del Carroccio per non suscitare irritazioni nella coalizione, dato che Bossi si propone di andare all’incasso del federalismo fiscale e non vuole incidenti di percorso con i decreti attuativi. Proprio per questo ha offerto immediatamente in cambio la propria disponibilità su una questione cara al Cavaliere: “La riforma della giustizia va fatta subito”. Così il leader leghista fa anche capire che non lascerà mai Berlusconi con il fianco scoperto, qualora dovessero profilarsi nuove “scosse” giudiziarie ai danni del premier. Le parole di Bossi sulla necessità di ristabilire l’antico confine costituzionale tra il potere politico e l’ordine della magistratura sono state accolte con soddisfazione dal Guardasigilli, che discutendone con i suoi collaboratori ha sottolineato come il Senatùr ‘non mira a destabilizzare»: ‘Non è come Casini, che avrebbe già chiesto la verifica e un nuovo governo. Bossi— ha commentato Alfano— bada al sodo, vuole che si parta al più presto con le riforme”. (red)

4. Regionali, il Carroccio apre la strada al premier

Roma - “Dopo due anni di legislatura e con una crisi economica molto seria tra le mani, nessuno si sarebbe meravigliato se Silvio Berlusconi avesse perso le elezioni regionali. Altrove in Europa accade così. Ne sa qualcosa il francese Nicolas Sarkozy che in un passaggio elettorale analogo, pochi giorni fa, è rimasto schiacciato sotto l'astensionismo e ha visto scivolare a sinistra l'intera nazione, tranne l'Alsazia. Viceversa – scrive Stefano Folli, in un editoriale sul Sole 24 Ore, il presidente del Consiglio si è destreggiato con la consueta spregiudicatezza in una campagna elettorale pessima nei toni e nei contenuti. Ed è riuscito persino a evitare le trappole di un'astensione che ha raggiunto livelli senza precedenti per la tradizione italiana. Alla resa dei conti, il Popolo della Libertà esce dalle urne con un'affermazione evidente. Sei regioni (Lombardia, Veneto, Piemonte, Campania, Calabria e Lazio), tutte di notevole rilievo, contro sette del centrosinistra ( Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata). Emma Bonino sconfitta a Roma per un pugno di voti da Renata Polverini. Una mappa geopolitica del paese in cui la forza del centrodestra si conferma e si ramifica, sia pure con varie contraddizioni. Alla luce di questi dati, se si votasse domani per il Parlamento, la maggioranza sarebbe nel complesso confermata. Nonostante la stagnazione, la disoccupazione, la sfiducia diffusa, le risse, la disaffezione verso la politica... Nonostante tutti questi elementi e altri ancora, Berlusconi - sedici anni dopo sa ancora come raccogliere consenso”.  

“Ma la fotografia dell'Italia emersa ieri notte va definita meglio. Un punto riguarda il successo cruciale della Lega. La concorrenza messa in atto dal Carroccio nel Nord verso il partito berlusconiano ha dato frutti. Bossi non è mai stato così forte in un arco alpino che va dal Veneto al Piemonte. Zaia ha trionfato nel nordest, Cota si è affermato nel nord-ovest; solo Formigoni è riuscito a controllare in Lombardia l'avanzata leghista. Ma non basta, perché la Lega deborda oltre le sue aree di antico insediamento, ottiene risultati a due cifre in Emilia-Romagna, avanza in Liguria, Toscana e Umbria. In altre parole, incalza la sinistra nei suoi territori storici – osserva ancora Folli -. Da oggi il suo messaggio a Berlusconi è molto chiaro. La Lega sostiene con lealtà il premier, ma diventa il motore della maggioranza e del governo. Bossi può chiedere o meglio pretendere le riforme, il federalismo fiscale, un assetto più snello dello Stato. In un certo senso assume la veste di presidente del Consiglio «ombra», con il preciso intento di difendere le ragioni e gli interessi del Nord. Spetterà a lui limitarsi a questa missione, con tutti i rischi connessi per l'unità nazionale, oppure fare un passo avanti. Proprio in virtù della sua grande forza, Bossi potrebbe essere il mediatore di un nuovo patto politico-istituzionale offerto all'opposizione, a cominciare dal Pd”.  

“Una simile iniziativa porrebbe il tema delle riforme al centro di una legislatura davvero «costituente». Ma avrebbe riflessi su tutti gli assetti consolidati, prima di tutto all'interno del Pdl. Si vedrà. Quel che è certo, la maggioranza da ieri sera ha un po' cambiato la sua natura. Berlusconi ne è il leader e ha appena confermato la sua capacità rabdomantica di orientarsi tra le virtù e i vizi del paese. Ma Bossi ora è più che un partner: è il detentore delle chiavi del Nord più di quanto non sia mai stato in passato. Tutti dovranno fare i conti con lui. Primo fra tutti, Berlusconi. Quanto all'opposizione, l'Udc ha confermato più o meno le sue percentuali dove si è presentata da sola. Ha dimostrato in qualche caso (la Puglia) che con il suo appoggio il centrodestra avrebbe vinto. Come è accaduto nel Lazio. Al Nord ha tentato senza riuscirvi (in Piemonte) di costruire un muro davanti alla Lega. Ora per Casini comincia un lungo cammino da compiere senza errori verso le scelte del 2013, sapendo che i suoi voti restano importanti, talvolta decisivi. Tanto più che Bersani, nel momento in cui il Pd evita il tracollo e conferma la sua solidità, deve prendere atto del successo dell'Italia dei Valori e anche delle liste “grilline”: le nuove forme del radicalismo. Non sarà facile per il centrosinistra comporre una credibile alternativa di governo, evitando il rischio di logorarsi. Comunque un personaggio nuovo c'è e si chiama Vendola. E in ogni caso la prossima scommessa passa dal rinnovamento del paese. Un tema che riguarda tutti, governo e opposizione. Sarebbe grave lasciarlo nelle mani del solo Bossi”. (red)

5. Regionali, tre anni senza alibi per il governo

Roma - “La diarchia fra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi esce consacrata dalle urne regionali. Il timore dell’astensionismo si è rivelato almeno in parte fondato. Il 7 per cento in meno di elettori rispetto al 2005 rappresenta un avvertimento da non sottovalutare. Ma “l’imparzialità” con la quale il fenomeno ha colpito maggioranza e opposizione dice che si tratta di una disillusione verso entrambi gli schieramenti. Da questo punto di vista, per il governo i risultati sono un successo; e per la Lega addirittura un trionfo. Per il premier il pericolo scampato non nasce soltanto dal fatto che il centrodestra è passato a guidare sei regioni su tredici, da due che ne aveva: si tratta di realtà che “pesano” in termini di popolazione – scrive Massimo Franco, in un editoriale del Corriere della Sera -. La vittoria in Campania, e soprattutto in Lazio e Piemonte dove l’incertezza era totale, ribalta gli equilibri. A rendere più netto il responso sono una consultazione insidiosa per la maggioranza; l’esclusione della lista del Pdl a Roma; e la crisi economica del Paese, simile al resto dell’Ue. Il governo riemerge dunque indenne da una fase confusa anche per sua responsabilità. Forse è esagerato parlare del “mandato pieno” chiesto da Berlusconi; ma certamente la maggioranza ha avuto una nuova legittimazione, e non la sconfessione che gli avversari speravano di veder spuntare fra scandali e inchieste giudiziarie. Il trionfo del Carroccio e la sua penetrazione nelle regioni “rosse” è compensato da quello del Pdl a sud. Per la coalizione, insomma, non si scorgono problemi immediati”.  

“L’asse fra Bossi e Berlusconi stabilizza l’alleanza; e semmai limita gli spazi di manovra degli oppositori interni: a cominciare da Gianfranco Fini. Il sorpasso netto dei lumbard nel Veneto anticipa una trattativa nel governo. E i commenti di Bossi sono scevri da trionfalismi verso gli alleati, puntando solo sul cannibalismo leghista ai danni della sinistra. L’approccio conferma la linea astuta del Carroccio, ma non reprime il malumore del Pdl. Inoltre, i tre anni che il governo ha davanti non offrono più alibi da accampare per l’incapacità di fare le riforme o per le decisioni non prese: il centrodestra deve governare davvero – prosegue Franco -. Eppure, per paradosso è l’opposizione a gestire una fase difficile, nonostante la prevalenza numerica. Le regioni appenniniche somigliano a una ridotta delle giunte rosse assediate a nord dal leghismo e al sud dal berlusconismo. Il Pd non ha ancora trovato un equilibrio fra Udc e Idv. E sembra costretto a guardare a una sinistra estrema che clona spezzoni radicali, come le liste del comico Grillo. È l’opposizione che Berlusconi sogna e che contribuisce a plasmare, con la collaborazione involontaria degli avversari e delle loro pulsioni di retroguardia”. (red)

6. Una lezione a chi dava il Pdl per morto

Roma - “Se era un referendum su Berlusconi, come senza infingimenti ha titolato il giornale del subcomandante Marco Travaglio, si deve concludere che il Cavaliere lo ha vinto e non di poco. Non solo il centrodestra ha trionfato in sei regioni, quattro in più di quelle che aveva in precedenza, ma in alcune lo ha fatto con un pieno di voti da maggioranza bulgara – si legge in un editoriale di Maurizio Belpietro, direttore di Libero -. In Veneto e Lombardia, da sempre in mano a PdL e Lega, i candidati del centrosinistra sono stati doppiati, con 25-30 punti di distacco. In Calabria e Campania, da tempo a guida progressista, non è andata diversamente. A sorpresa il candidato di Bossi ha poi espugnato il Piemonte, regalando il secondo governatore al Carroccio, mentre la Polverini, ce l’ha fatta perfino senza l’aiuto della lista di maggioranza, esclusa dai giudici contro ogni buon senso. Delle regioni per cui si votava, la sinistra resiste in quelle tradizionalmente rosse e in un altro paio, mentre in Puglia vince più per gli errori degli avversari che per meriti suoi. Il centrodestra aveva infatti sottomano la vittoria e per agguantarla non aveva bisogno di fare nulla: sarebbe bastato indicare il candidato naturale, ovvero quella Adriana Poli Bortone che di An era stata tra le fondatrici ricoprendo numerosi incarichi, compreso quello di sindaco di Lecce. Invidie e sospetti hanno però indotto il PdL a contrapporre al candidato di centrosinistra uno sconosciuto, lasciando la Poli Bortone a Casini. L’epilogo era prevedibile: la candidata dell’Udc ha fatto concorrenza al suo ex partito, cui sono mancate alcune decine di migliaia di voti. Incidente pugliese a parte, se qualcuno, pregustando la fine di Berlusconi, si aspettava un risultato alla francese, è rimasto a bocca asciutta. Niente crollo del Pdl, nessuna rimonta della sinistra, anzi semmai un’ulteriore Frammentazione, con la nascita del movimento di Grillo, il quale rischia di erodere consensi al partito di Bersani”. (red)

7. Regionali, l’astensionismo da record colpisce il Pd

Roma - “Quel che stupisce è lo stupore. La vera notizia è che più di un italiano su tre si sia recato alle urne in queste elezioni regionali, nonostante l’assenza assoluta di una campagna elettorale. Caos delle liste, ricorsi a Tar e Consiglio di stato, vicende giudiziarie di assai poco rilievo, tv e par condicio sono stati gli unici temi discussi negli ultimi due mesi che hanno preceduto il voto”, scrive Franco Bechis su Libero, secondo cui “i risultati di ieri hanno introdotto un’altra novità: l’astensionismo di sinistra. Per la prima volta, sono stati penalizzati entrambi gli schieramenti dalla decisione degli elettori di non recarsi alle urne. I dati delle regioni rosse hanno visto una caduta dell’affluenza di poco superiore al 9 per cento e le conseguenze sono state visibili soprattutto nella caduta di consensi per il Pd”. (red)

8. Regionali, il paese chiede governabilità

Roma - “Adesso il test c’è stato, ma, come spesso succede in questo paese, non è stato affatto quel “colpo di bacchetta magica” capace di far svanire tutti i fantasmi evocati nella lunga, rissosa e poco esaltante diatriba della campagna elettorale. Infatti gli elettori non hanno voluto rispondere alla sfida di fare un referendum fra gli angeli e i demoni come, a parti invertite, pretendevano i fans delle due grandi coalizioni che si dividono il paese – si legge sul Messaggero -. È questo il risultato più evidente che emerge dalle urne: sia per il peso di un esteso astensionismo, sia per la conferma che una quota non proprio marginale dell’elettorato rifugge dall’idea che in campo ci siano solo due alternative. In realtà la gente chiede “governabilità”, esige riforme, vuole che chi ha la responsabilità di guidare il Paese lo faccia davvero. E, se vogliamo, premia o punisce giudicando quel che si è fatto e quel che ci si aspetta si potrebbe fare per affrontare i problemi in campo. Basta guardare con un po’ di distacco alla distribuzione dei consensi regione per regione, ai margini di distacco o ai testa a testa che si sono verificati per cogliere questa realtà elementare”.  

“Lo spettacolo della campagna elettorale nel Lazio, scaturito da una guerra di ricorsi, vere e proprie battaglie di carta bollata, coda infinita di polemiche e cancellazione finale della lista Polverini a Roma è, da questo punto di vista, emblematico. Quando si è costretti a constatare che c’è poco meno di un 40% di elettori che si rivelano impermeabili a tutte le drammatizzazioni che si è cercato di favorire, qualcosa vorrà pur dire. Temiamo che la risposta sia fin troppo semplice: quella gente non crede più che la politica possa risolvere i suoi problemi, non crede alle “alternative” che ogni parte propone e rimane chiusa nel suo isolamento. Si può dire che ciò dipende dalla relativa distanza che l’ente regione ha rispetto alla gente (e difatti la partecipazione nelle elezioni comunali dove queste si svolgevano è 15 punti più alta), ma anche questo dovrebbe far riflettere dopo anni in cui parliamo in continuazione di “federalismo”. È evidente che il computo finale delle Regioni attribuite ai due schieramenti non potrà essere sottovalutato per capire fino in fondo qual è il giudizio di questo Paese su chi ci governa". 

"Il 60 per cento abbondante che invece conserva fiducia nella politica si distribuisce su un arco molto ampio di forze politiche e si mostra “bipolare” molto per modo di dire. Non fosse altro perché ci vuole un po’ di buona volontà per considerare che Lega e PDL nonché PD e IDV siano espressioni di un modo diverso per volere la stessa cosa: ma al di là di questo resistono l’UDC, resiste l’estrema sinistra e si affacciano persino nuove forze come i “grillini” che per esempio in Emilia conseguono un risultato di tutto rispetto. Vedendo con distacco questo panorama verrebbe da dire che il paese è più “equilibrato” di quel che forse non credano i gruppi dirigenti dei vari partiti. Lo è almeno nel senso che non si vedono segnali di “crolli” clamorosi né a destra né a sinistra, ma si consolidano, magari con qualche scricchiolio, le tradizionali reti di riferimento. Non che vogliamo negare i movimenti, anche significativi che si sono avuti: la crescita della Lega, la buona tenuta del PDL nonostante un momento non proprio felice di quel partito, la capacità di resistenza del PD nei suoi bastioni tradizionali a dispetto della concorrenza, non sempre proprio limpida del movimentismo radicaloide che gli si muove intorno".  

"Però nulla ci mette davanti un paese che sia pronto per le mitiche “spallate” che sognano i pasdaran di tutti gli schieramenti. Rimaniamo una nazione in cui il consenso si distribuisce lungo molte linee ed è illusorio immaginare che si possa governare con grandi colpi di mano. Ricordiamo da questo punto di vista che da un lato l’evoluzione ormai inevitabile verso forme più strutturate di federalismo e dall’altro il potere già comunque esistente a livello di un organo come la conferenza stato-regioni disegnano già una forma di riequilibrio del peso della maggioranza che era uscita dalle urne delle ultime politiche. Dunque, soprattutto di fronte ad un paese estremamente bisognoso di riforme, sarebbe meglio che tutti capissero che il lavoro da fare è quello di ricucire un clima di confronto misurato: per recuperare la fiducia nella politica da parte di quel 40% di cittadini che si è tenuto lontano dalle urne, per dare al paese quel governo effettivo delle necessità ormai impellenti che da troppo tempo ci manca per l’illusione diffusa che la gente voglia vedere piuttosto fuochi di artificio invece di solidi passi avanti sulla via delle riforme".  

"Sappiamo benissimo che analisi di questo tipo fanno storcere la bocca a più d’uno, perché ci si può sempre raccontare che l’astensionismo sarebbe stato molto più esteso se non si fossero alzati i toni della mobilitazione, che la sinistra e la destra sono premiate dalla scelta per il radicalismo e non da quella per il buon governo, e via almanaccando. Dubitiamo però molto che queste belle favole possano servire a qualcosa di più che a “far sognare” quelli che proprio non vogliono misurarsi con una realtà difficile, ma importante: la gente chiede “governo” e governo equilibrato delle nostre esigenze di riforma (sanità, istruzione, infrastrutture, ecc.). Al centro e nelle regioni la domanda è la stessa e il fatto che tutto sommato il paese rimane distribuito fra diverse forze importanti senza che nessuna possa prevalere totalmente è una lezione da cogliere". (red)

9. Regionali, Berlusconi batte il non voto

Roma - “E così, nonostante l’astensione che avrebbe dovuto penalizzarlo, le inchieste che lo riguardano, l’esclusione della sua lista nella provincia di Roma ed una certa stanchezza nell’azione del governo, Silvio Berlusconi - un po’ a sorpresa rispetto alle ultimissime previsioni - ha largamente vinto anche questa tornata elettorale. Governava in due sole Regioni (rispetto alle 11 del centrosinistra) e da oggi ne amministra sei – si legge in un editoriale di Federico Geremicca su La Stampa -. Conferma, come da pronostico, Lombardia e Veneto; guadagna, come scontato da settimane, Campania e Calabria; ma soprattutto conquista il Lazio - nonostante l’assenza di liste Pdl nella capitale - ed espugna il Piemonte, che da oggi diventa una Regione a trazione leghista. Il Pd perde ma non frana, confermandosi partito-guida in sette Regioni. All’opposto, il Pdl mette nel carniere quattro nuovi governi regionali, ma ottiene un deludente risultato come partito, arretrando non solo rispetto alle europee di un anno fa ma anche alle elezioni regionali del 2005. E se i risultati dei due maggiori partiti in campo sono in qualche modo in chiaroscuro - e si prestano a esser dunque letti in maniera diversa (in ossequio alla nota filosofia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto) - su un dato non sono possibili divagazioni: e il dato è l’avanzata - l’ennesima - della Lega di Umberto Bossi”.  

“Il fatto che il ‘partito padano’ non abbia sorpassato in queste elezioni il Popolo della libertà, è circostanza francamente marginale. Quel che infatti conta sul serio sono le percentuali bulgare raggiunte in Veneto, l’ulteriore crescita in Lombardia, l’insediamento con consenso crescente in Emilia (il Carroccio è il primo partito perfino nel Comune natale di Bersani...) e soprattutto il fatto che, con un proprio candidato, abbia portato il centrodestra alla conquista del Piemonte. Il partito di Bossi governa ora due tra le più importanti e popolose Regioni del Nord, è già ben insediato alla guida di centinaia di amministrazioni e ora si accinge a chiedere il governo di Milano, e forse non solo di Milano. La lunga marcia dei lumbard dunque prosegue: e in assenza di risposte chiare e forti da parte della politica «romana», non si vede cosa possa fermarla – prosegue -. E non è solo il radicalismo leghista a uscir premiato dalle urne. Se si guarda infatti a quel che accade nell’altra metà del campo, è possibile osservare un fenomeno analogo. Il ‘partito giustizialista’ di Antonio Di Pietro, infatti, non esce ridimensionato dal voto e, anzi, importa a livello regionale le alte percentuali raggiunte un anno fa alle elezioni europee; le liste ‘fai da te’ messe in campo da Beppe Grillo vanno quasi ovunque oltre il 3 per cento, con punte di oltre il 6 per cento in Emilia; e non può esser senza significato il risultato importante (e senz’altro inatteso) ottenuto da un candidato “radicale” come Nichi Vendola in Puglia e il successo sfiorato da Emma Bonino nel Lazio. Del resto, non si capisce come possa destare sorpresa il fatto che, dopo un anno di pesante crisi economica e con i partiti tradizionali impegnati in furibonde risse su tutt’altro (dalle escort ai processi brevi e alle intercettazioni), oltre la metà degli italiani abbia deciso di non votare o di sostenere forze estreme o radicali”.  

“E al di là di chi ha vinto di più o di chi ha perso di meno, è questa la scoraggiante fotografia che il voto di ieri consegna alle classi dirigenti del Paese: il livello di sopportazione, il livello di guardia, non è lontano. E se l’altissima percentuale di astensioni ne è una spia, sarebbe errato non considerarne un effetto anche quel 20% di consensi distribuiti tra partiti estremi (come la Lega) e movimenti radicali quasi personali (Di Pietro e Grillo). Chi ha memoria, infatti, non può non ricordare come la Prima Repubblica - al di là delle successive inchieste giudiziarie - cominciò a scricchiolare proprio sotto l’incalzare del fenomeno leghista. E’ giusto, dunque, interrogarsi sul tipo di risposta che sapranno dare a questo evidente disagio i due partiti maggiori, e le dinamiche che il risultato elettorale potrebbe avviare tanto nella coalizione di governo quanto nel fronte dell’opposizione. Ipotizzare una crescita dell’ipoteca leghista sull’esecutivo è fin troppo ovvio: ciò che è ancora difficile da immaginare, invece, è il tipo di risposta che arriverà da Silvio Berlusconi. Così come nient’affatto scontate sono le mosse che deciderà di compiere Gianfranco Fini, sempre più insofferente verso l’ 'egemonia' leghista sul governo e segnalato - un giorno sì e l’altro pure - come ormai in uscita dal Pdl. Dopo questo voto, insomma, molto potrebbe cambiare: e onestamente, alla luce di quanto visto negli ultimi mesi, sarebbe davvero opportuno che molto cambiasse”. (red)

10. Veneto, il brindisi di Zaia: Ora il federalismo

Roma - “’Adesso non penso alle bottiglie da strappare, ma ai 4 milioni e 882 mila veneti’”. Luca Zaia, alle sette del pomeriggio, scende dall’auto ministeriale e s’infila in questa sede di periferia. La festa era cominciata alle tre, a seggi appena chiusi. Non avevano bisogno di aspettare, i leghisti veneti. E nemmeno Zaia – si legge su La Stampa -. Loro sono il partito con più voti in regione, lui il Governatore. Prima dichiarazione, con accanto il sindaco trevigiano Giampaolo Gobbo, eterno segretario della Liga e suo talent scout: «Veneto libero». La seconda è più politica, decisa, ma cauta: “Agli alleati non chiedo fedeltà, ma lealtà. La politica non si fa approfittando delle difficoltà dei compagni di viaggio”. Appunto. Il Pdl veneto si è preso la castigata prevista, si ferma al 24 per cento con la Lega almeno dieci punti più su. Oggi i dati saranno ufficiali, ma il distacco fa impressione. ‘In politica ci sono alti e bassi - si fa cauto Zaia, i capelli rossi della moglie Raffaella alla sua sinistra -. Alle politiche del 2006 noi avevamo appena il 3,4 per cento dei voti. E adesso, invece...’. Adesso è il Governatore più votato d’Italia. «E sarò il Governatore delle Riforme - promettte con il primo calice di prosecco della serata -. So cosa abbiamo fatto e cosa possiamo fare, e so che senza il federalismo questa regione non ha futuro. Abbiamo vinto e il nostro obiettivo è chiaro. Federalismo subito”. (red)

11. Puglia, Vendola in trincea: “Siamo isolati”

Roma - “’Politica del fare? Ha vinto la politica della bellezza’. E dal palco Nichi Vendola viene festeggiato da Michele Emiliano che bagna la folla di champagne come si fa nella Formula 1 - si legge su La Stampa -. Ma Vendola ha già vinto alle tre e mezza del pomeriggio, quando si aprono le vetrate della ‘Fabbrica di Nichi’ e le strade sono transennate già dalla sera prima, e staccato di tre punti sul'avversario Rocco Palese, che a dispetto del nome non si paleserà mai ad ammettere la propria sconfitta. Ma aspetta le nove di sera Vendola, aspetta che il distacco col rivale sia 51,1 a 41,1, come da proiezioni sulla metà dei seggi scrutinati. Aspetta quei dieci punti di distacco, "i dati sono cresciuti di mazze'ora in mazze'ora, senza fermarsi mai", dice lo stratega della campagna elettorale Nicola Frattali, in modo da riassorbire quell'8,2 per cento di Adriana Poli Portone, la candidata che Berlusconi voleva per tutto il centrodestra e che non è riuscito a imporre a Raffaele Fitto detto ‘Lui’, il ministro che della Puglia è il visir. Così, Adriana ha fatto la sua corsa da sola, Palese ha cacciato dalle liste del Pdl le veline berlusconiane, Berlusconi non ha preso la Puglia, e Adriana e l'Udc finiranno comunque in Regione. Stavolta Vendola non ha aspettato la vittoria sdraiato sulla poltrona massaggiante del fratello ascoltando Pavarotti e ‘Nessun dorma’. Stavolta è stato chiuso nell'ufficio di Frattali alla Fabbrica, solo un abbraccio col compagno canadese Ed, un bacio alla mamma Antonietta, e una pacca sulla spalla di Emiliano, l'amico ritrovato Emiliano. Stavolta è stato avvolto tutto il pomeriggio nella preoccupazione: ‘Vinciamo sì, ma la Puglia è isolata con la Lucania in un Mezzogiorno dominato dal centrodestra. E Lazio e Piemonte sono a rischio’. Preoccupazioni condivise con D'Alema, che chiama più volte. Nessun leader nazionale a festeggiare in Puglia stavolta. Perché c'è poco da scherzare. Il Pd è ridotto, anche nel Tavoliere, a dimensione da ‘partito degli Appennini’, la coalizione è a un soffio dal centrodestra. Vendola ha vinto, ha vinto, come dice, ‘il vocabolario dell'alternativa, una proposta di salvezza per il Paese, un Sud che non sta nel cono d'ombra del malaffare ma ha il coraggio di scommettere sul futuro, sulla qualità, sull'innovazione, sui giovani”. (red)

12. Lazio, alla fine è Polverini. “Emma polverizzata”

Roma - “E’stata la campagna elettorale più difficile della mia vita, dice Claudio Velardi mentre piega mille volte un foglietto destinato a diventare origami (‘ho insegnato io a D’Alema come si fanno’). Il sorriso è un addio alla tensione: è tarda sera quando i dati finalmente sciolgono i nervi. ‘Una campagna elettorale è come un concerto, se ti strappano una pagina dello spartito il concerto va a farsi benedire’, dice Velardi adesso che il concerto è riuscito lo stesso. Ora i calcoli complicatissimi sono giunti a soluzione – si legge su La Stampa : il senatore Andrea Augello (nello staff lo canzonano: Wolf, quello che risolve i problemi, come in Pulp Fiction) esce dalle sue stanze col foglietto in mano. Ha misurato quanto Renata Polverini perde in città e quanto guadagna nelle province: «La differenza è a vantaggio nostro», dice sorridendo. Presto, qui nel quartier generale romano del centrodestra, arriverà la Polverini: ‘Ha vinto. E’ il momento che venga’. Ora è notte è c’è entusiasmo. La stanchezza è ostentata nelle cravatte allentate e in qualche scientifica spettinatura. Si brinda con quel che resta ma all’alba del pomeriggio c’erano tensione e pessimismo. ‘I sondaggi ci davano sotto di un punto e mezzo, fino all’ultimo’, dice Beatrice Lorenzin, deputato del Pdl e signora delle periferie. Tanto è vero che quando intorno alle 16.30 è uscita la prima proiezione, e dava la perfetta parità, qui c’è stato il boato e poi l’applauso: come minimo si stava dando un senso alla giornata”.  

“Perché fin lì la musica era tutt’altra. L’impegno massimo era trovare qualcosa da dire, dopo la sconfitta, che non suonasse imbecille. Qualcosa più che altro di minatorio verso Emma Bonino, che si portava a casa la Regione con la frode. Vincenzo Piso, coordinatore regionale del Pdl, stabiliva la tattica, ma poi i numeri hanno rigirato la frittata. ‘Noi, qui, oggi e in queste lunghe settimane, abbiamo fatto qualche cosa che in politologia non è previsto, perché la politologia prevede che si vince se si hanno un leader e un simbolo. Se viene a mancare il leader o se viene a mancare il simbolo, tutto crolla. A noi è venuto a mancare il simbolo ma abbiamo vinto lo stesso. Un capolavoro’, dice ancora Augello. Adesso il miracolo - come lo chiamano qui - ha riunito la squadretta. Mezzi abbracci, strette mano e sorrisi. Ma non è sempre filato tutto liscio. Velardi non lo ammetterà mai, ma il suo arrivo non fu un’epifania. Lo guardavano storto. C’era la questione del simbolo rosso, con Silvio Berlusconi che non ci poteva credere: 'Rosso? Ma è roba di comunisti'. E poi c’erano gli ex di Forza Italia che guardavano storto gli ex di An, ed erano ben ricambiati. E c’era la povera Polverini, pretesa da Gianfranco Fini e da Gianfranco Fini mollata dopo il tempo di un caffè”. (red)

13. Regionali, Bersani ora teme la resa dei conti

Roma - “E ora, tutti dentro. Il modello piazza del Popolo, il palco dell´ultima manifestazione animato dalla nuova union sacrè, alla quale aggiungere un altro ospite: Pier Ferdinando Casini. Tutti insieme appassionatamente per mandare a casa il Cavaliere – si legge su La Repubblica -. La lezione delle regionali, anche trepidando ancora per la Bonino e Bresso, per gli uomini di Bersani c´è già. Enrico Letta, il numero due del Pd, l´ha spiegata e illustrata più o meno così, mentre lo stato maggiore del partito ragiona sul dopo-voto. Abbiamo vinto in posti dove in campo siamo scesi con schemi di gioco opposti. Nelle Marche attacco a tre punte, Pd-Udc-Idv, e niente sinistra. In Puglia, al contrario, dentro i rossi di Vendola e fuori i centristi. Ma la ricetta migliore, la tempesta perfetta per liberarsi del centrodestra l´hanno, secondo il vicesegretario del Pd, concepita a Genova: ‘Claudio Burlando ce l´ha rifatta portando dentro sinistra e centristi, dipietristi e grillini’. E´ il modello Liguria che vince, ingloba e tiene insieme, e che tira di più al Nazareno. Senza i brividi lasciati nelle ossa da Lazio e Piemonte. Le batoste di Calabria e Campania. Del resto, allearsi con Casini da solo? ‘Non ci possiamo legarci mani e piedi a Pier, tiene ma non decolla’, conteggiano gli uomini del segretario scorrendo le performances dell´Udc. Si riparte da Di Pietro, allora? ‘Ottima prova, la sua. Ma un Pd al carro giustizialista e anti-Colle non va da nessuna parte e non lo vedrete’. Portato a casa un risultato, superata la grande paura e messa quasi al sicuro la sua segreteria - in attesa delle conseguenze innescate dall´esito delle battaglie di Roma e Torino - Bersani comincia già a pensare al Pd che verrà. ‘L´atmosfera è di unità, ci siamo ritrovati tutti quanti a seguire passo passo l´andamento del voto, da D´Alema e a Veltroni - ricostruisce Fioroni - ma certo un po´ di problemi da affrontare e risolvere li abbiamo di fronte’”.  

“Tabelle e conti, in tanti del popolo pd non sono andati a votare perfino nel cuore antico della sinistra, Emilia o Marche. I grillini, che colpiscono il Pd, ancora in Emilia o in Piemonte. Ma poi, soprattutto, è la conta sul peso vero del partito che tiene banco. "Attorno al 25 per cento, e quindi sotto il dato delle europee", quantificano quelli di Area democratica, l´opposizione guidata da Franceschini, segretario che dovette lasciare la poltrona proprio per quel risultato. "Balle", taglia corto Migliavacca, capo dell´organizzazione, vanno sommati i voti delle liste civiche del presidente collegate ai democratici. Snocciola le cifre: partito che va avanti, si lascia alle spalle il tonfo del 26 per cento dell´anno scorso. Crisi in Emilia? Falso: Pd è "avanti di due punti". In Umbria di tre. Almeno un punto sopra in Lombardia, Liguria, Piemonte. Solo che i veltroniani tutta questa aria da "inversione di tendenza", come la chiama il segretario, non la sentono soffiare”. (red)

14. Mafia, Lombardo respinge le accuse

Roma - “‘Non mi servono e non li cerco, i voti di Cosa nostra. Sarei non solo un delinquente, ma anche uno stupido se lo facessi’. Chiuso nel suo studio luminoso, all´interno della succursale della Regione fortissimamente voluta nella ‘sua’ Catania, Raffaele Lombardo ha lo sguardo meno impenetrabile del solito. Mostra un filo di stanchezza. E la rabbia accumulata al termine della giornata più difficile da due anni a questa parte, da quando è stato eletto governatore della Sicilia – si legge su La Repubblica - . Una giornata trascorsa a lottare contro gli spettri dell´inchiesta giudiziaria – rivelata da Repubblica – che lo vede indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Va avanti, il presidente, malgrado il sospetto di rapporti con i boss, e qui negli uffici di rappresentanza a due passi di via Etnea trova la solidarietà della sua giunta riunita in seduta straordinaria. Ivi inclusa quella dei magistrati Massimo Russo e Caterina Chinnici, inclusa quella di Marco Venturi, l´espressione della Confindustria siciliana schierata nella lotta al racket. Inclusa quella degli assessori di area Pd, l´economista Mario Centorrino e il burocrate Pier Carmelo Russo, che hanno scelto di sostenere il "governo delle riforme".  

"Lombardo minaccia querele – ai giornalisti di Repubblica autori del servizio e al pentito Maurizio Avola che lo chiama in causa – e fa allusioni 'a falsità da pattumiera: termine che uso non a caso – afferma il governatore - perché qui vicino, a Paternò, abbiamo bloccato la realizzazione di un termovalorizzatore che era, quello sì, infiltrato dalla mafia. Tutto questo non è piaciuto. E i fatti di oggi dimostrano che la strada delle riforme che abbiamo intrapreso è quella giusta'. D´altronde, al tema delle strumentalizzazioni accenna, in modo inconsueto, anche il procuratore di Catania Vincenzo d´Agata, che ‘parla di fuga di notizie determinata da interessi e contrapposizioni di natura politica. Anche se i giornalisti fanno il loro corretto mestiere’. Il riferimento, almeno nelle parole di Lombardo che ha chiesto di poter incontrare subito i magistrati, è al contrasto politico subìto in Sicilia dal Pdl di Alfano e Schifani e dall´Udc dell´ex governatore Totò Cuffaro. Ma da parte loro, ieri, non è giunta alcuna richiesta di dimissioni. Gli unici a chiedere a Lombardo di andare via sono Italia dei Valori, Pdci e Sinistra ecologia e libertà. La bufera giudiziaria ha avuto, alla fine, l´effetto principale di mettere alle corde il Pd siciliano, alle prese con un aspro dibattito interno sull´opportunità di entrare con propri esponenti "politici" nella giunta di Lombardo”. (red)

15. Donne kamikaze nel metrò di Mosca: 38 morti

Roma - “Sembra che si stia alzando ma invece non si muove. E quella chiazza scura che esce da sotto il piumino deve essere sangue. Troppo per avere ancora speranze. I poliziotti in colbacco agitano i manganelli, ci indicano la strada. Ma non ce n´è bisogno: per terra c´è una lunga striscia rossa, già rappresa – si legge su La Repubblica. Deve averla lasciata qualche ferito, segue tutto il marciapiedi e poi i gradini di marmo della stazione Park Cultury, linea rossa numero uno, tappa obbligata per l´università Mghimo, per l´accademia In-jaz , per i prati del Gorkij Park. Il nostro treno si è fermato qui. La voce della radio dice che ci sono problemi tecnici sulla linea e anche alla fermata della Lubjanka, dove invece è scoppiata un´altra bomba. E poi continua a ripetere: ‘Attenzione, le porte si stanno chiudendo’. E´ snervante ma nessuno la spegne. Percorriamo in silenzio il corridoio tra il treno e gli agenti . Dall´altra parte, sul pavimento di marmo, altri corpi immobili. Due giovani in jeans, un uomo anziano in cravatta che stringe i manici di una borsa che non c´è più. Sono stati sbalzati fuori dall´esplosione. Attraverso le porte spalancate si vede di peggio, sedili spezzati, zainetti, maniche di cappotto, una scarpa. Nessuno parla, solo la donna accanto a noi ha una specie di singulto, poi guarda gli agenti quasi per scusarsi e chiede che cosa può fare per arrivare alla stazione successiva. E loro glielo spiegano entrando nei dettagli delle coincidenze dei filobus come se fossimo in una situazione normale, in una mattina come tutte le altre. Mosca ha di nuovo paura ma non vuole che si veda”.  

“Perché quella di ieri è stata comunque una dichiarazione di guerra per la capitale, colpita dopo sei anni di tregua apparente in uno dei suoi punti più vulnerabili e pieni di gente. Due donne kamikaze si sono lasciate esplodere nel pieno dell´ora di punta nelle stazioni più affollate di una delle metropolitane più grandi del mondo, uccidendo 38 persone e facendo un centinaio feriti, di cui almeno venti in condizioni disperate. E con una scelta dei luoghi chiaramente studiata. Alle 7 e 52 (le 5 e 52 in Italia) la prima esplosione alla stazione della Lubjanka, proprio sotto al palazzo più odiato dai cittadini di Mosca sede degli eredi del Kgb, i servizi segreti dell´Fsb che gestiscono direttamente la lotta al terrorismo nel Caucaso. Alle 8 e 37 la seconda esplosione a Park Kultury, piena a quell´ora di giovani che gravitano intorno alle Università e a trecento metri dall´altro destinatario del messaggio di morte: il ministero dell´Interno. Pochi i dubbi sui mandanti. Lo stile e la ricostruzione dell´attentato, ricordano le altre orribili gesta del terrorismo caucasico di Daghestan, Circassia, Inguscezia e Cecenia che già hanno colpito a Mosca con gli stessi schemi fino al 2004. Le telecamere di servizio delle stazioni hanno registrato in entrambe la presenza di due coppie di donne. In tutte e due i casi, una era chiaramente musulmana con foulard viola e un´altra invece dai tratti slavi e dagli abiti occidentali che probabilmente accompagnava e controllava la compagna destinata al martirio. Due scene analoghe, probabilmente provate a lungo. La donna con il foulard è salita sul treno mentre quella slava si allontanava armeggiando con il telefonino. Un particolare non da poco: secondo molti esperti la complice aveva il compito di innescare con il cellulare un comando a distanza per far esplodere le cariche indossate con una cintura dalla kamikaze”.  

“Le "fidanzate di Allah", come le chiamano nel Caucaso, sono ben indottrinate e molto determinate a morire per la causa: ma la prudenza non è mai troppa. L´esplosione della Lubjanka ha colto di sorpresa gli agenti che abitualmente pattugliano quella stazione. Polvere, fumo, urla di dolore. I poliziotti ci hanno messo qualche minuto a rendersi conto della situazione, poi hanno ripreso un copione che non utilizzavano da sei anni. Hanno letteralmente sigillato la stazione mentre un elicottero atterrava sullo spiazzo dove sorgeva la statua di Dherdzhinnskij, abbattuta nel ´91, per cominciare il trasbordo dei feriti. Fino alla seconda esplosione e alla conferma che la guerra del Caucaso è ritornata nella capitale. Il resto è dolore composto della gente che ieri sera sfilava per le due stazioni posando mazzo di fiori. E le dichiarazioni rabbiose e inevitabili del governo. Putin ha tuonato: «Saranno spazzati via, non avranno tregua». Medvedev ha promesso una pronta reazione. Ma sia il premier che il presidente sanno bene come la lotta al terrorismo sia fondamentale per la loro popolarità. La tregua degli ultimi anni è l´unica cosa che perfino gli oppositori riconoscevano al governo. Adesso che la guerra è tornata anche questa fiducia sembra scemare. Ecco perché l´ordine è sopire, dimenticare. In poco più di un´ora la linea rossa è stata ripristinata e le porte del treno abbandonato si sono richiuse”. (red)

16. bond da 5 mld, la Grecia passa il test dei mercati

Roma - Orenove/16. bond da 5 mld, la Grecia passa il test dei mercati. "Atene non ha perso tempo. Appena incassato l’accordo con cui i Paesi Ue si sono impegnati ad allestire, in collaborazione con l’Fmi, una rete di protezione per le finanze elleniche, il governo di George Papandreou ( nella foto) ha lanciato ieri mattina un’emissione di bond per 5 miliardi di euro, con durata di 7 anni e interesse attorno al 6 per cento, circa il doppio rispetto ai bund tedeschi – si legge sul Corriere della Sera. Si tratta di un prestito che ha il valore di un test per capire l’atteggiamento dei mercati rispetto alla tenuta dei conti greci. E, dalle prime indicazioni, emerge che le richieste hanno raggiunto i 7 miliardi di euro, due oltre l’offerta. Pericolo scampato, dunque, anche se le due precedenti emissioni lanciate dal governo greco quest’anno avevano avuto un esito migliore: il bond decennale dello scorso 4 marzo, per esempio, aveva raccolto richieste cinque volte superiori l’offerta. La nuova emissione ha comunque contribuendo a rasserenare la giornata di (quasi) tutte le piazze europee e americane. Ed ha consentito all’euro di rafforzarsi rispetto al dollaro, chiudendo a quota 1,3458. La Borsa di Atene ha invece registrato una flessione di mezzo punto percentuale. E il costo di protezione contro il default del debito greco è lievemente aumentato, con il titolo di riferimento (il cds quinquennale) salito a 303,5 punti base”.  

“Sempre sul debito sovrano dei paesi europei, ieri è arrivato l’annuncio che Standard & Poor’s ha confermato la tripla A sul rating della Gran Bretagna, ma ha anche sottolineato che «senza un programma di forte risanamento fiscale» quel livello potrebbe essere rivisto al ribasso. Buoni segnali giungono invece dall’indice Esi (Economic sentiment indicator) sulla fiducia delle imprese e dei consumatori di Eurolandia e della Ue che, secondo Eurostat, è «migliorato significativamente» in marzo. A fare da traino sono Germania, Polonia, Gran Bretagna e Olanda. Minore ottimismo in Francia e Spagna, mentre in Italia la fiducia si è ‘leggermente deteriorata’”. (red)

17. In Europa stressato un lavoratore su cinque

Roma - “Lo stress da lavoro è tra le cause di malattia più comunemente riferite dai lavoratori (Fondazione europea 2007) e colpisce più di 40 milioni di persone nell’Unione euroapea, ovvero circa il 22 per cento dei lavoratori, con un costo di oltre 20 miliardi. Lo riferisce l’Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro) – si legge sul Corriere della Sera. Dagli studi emerge che una percentuale compresa tra il 50 e il 60 oer cento di tutte le giornate lavorative perse è riconducibile allo stress. In un recente studio dell’European Heart Journal è stato stimato che solo il trattamento sanitario del disturbo depressivo collegato allo stress incide direttamente sull’economia europea per 44 miliardi di euro e indirettamente, con un calo di produttività con una perdita pari a 77 miliardi di euro (Cooper 2009)”. (red)

Prima Pagina 30 marzo 2010

Dopo le Regionali. Da dove ripartiamo