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Happy family

Happy family, ovverosia Gabriele Salvatores che scherza col Pirandelllo dei “sei personaggi in cerca d’autore” in chiave commedia e che, rigirandoli in “autore in cerca dei suoi personaggi”, centra l’obiettivo in pieno. 

Il suo autore in cerca di personaggi nel manifesto programmatico di inizio film dichiara di voler scrivere un film d’autore, ma non di quelli di “culto”: solo un buon film che piaccia anche alla gente. Esattamente quello che Salvatores vuole fare con “Happy family” e che, contrariamente a molti autori del nostro cinema, riesce a fare: una commedia godibile, leggera, scanzonata, ma non per questo meno profonda. 

Non solo “l’autore” si rivolge direttamente al pubblico nella scrittura del film, ma lo stesso fanno i suoi personaggi in una patente violazione delle leggi del cinema iniziata da Olive Hardy, non a caso musicalmente citato a fine film. Non è la storia a raccontare i personaggi, sono essi stessi a farlo spiegando così la storia. Escamotage narrativo interessante, ma per nulla facile, eppure Salvatores riesce a farlo sembrare tale: sollevato dal peso del kolossal gestisce la macchina da presa con leggerezza e regala dei preziosi momenti di regia.

Il film, ricordiamolo, vuole essere una commedia e ci riesce, di risate ne strappa, senza apparente fatica: gioca sui tic e gli stereotipi della società contemporanea, ma senza la volgarità dei film di Natale.  In “happy family” si ride in maniera intelligente, evento raro, specie nel cinema italiano. Salvatores, però, deve la riuscita del film anche a un ottimo, ben bilanciato, cast che offre, oltre a un De Luigi (l’autore) in piena maturazione, dei fantastici duetti fra Abatantuono e Bentivoglio. I due, ma non solo loro, si vede che si stanno divertendo sul set, e quando gli attori si divertono possono offrire delle vere chicche, come un dialogo che rimanda a “Marrakesh express”: da cineteca. 

Un film leggero e scanzonato ma che sa essere, se si sa guardare oltre la crosta, più trasgressivo di molti. Una scena su tutte: quella in cui Margherita Buy spera che il figlio finalmente si renda conto di essere gay. Lezioni sulla realtà dell’outing/coming out nelle famiglie allargate di oggi  che gli Ozpetec dovrebbero imparare: la “trasgressione” è ormai altrove e Salvatores, garbatamente, la offre. 

In maniera ironica, senza pesantezze psicanalofilosfonaniste, Salvatores rende, col sorriso e la risata, quello che è il rapporto fra un autore e i suoi personaggi: spesso, anzi sempre se sono personaggi “veri”, sono loro a condurre l’autore verso il giusto finale e così accade nel film che di finali ne ha due. Uno sarebbe quello che cerca di imporre l’autore contro la volontà dei suoi personaggi e per compiacenza verso i critici incompetenti, ma i suoi personaggi si rivoltano e gli impongono di riprendere (restate seduti al primo finale!) e il film finisce come essi vogliono. Come, però, vuole anche, senza poterlo ammettere, l’autore. Invece di pretenziosi finali onirici siamo di fronte a un finale ottimista e sentimentale, e un po’ di speranza e sentimento a fronte dello squallore quotidiano in una commedia non stona affatto.

Nonostante sia commedia, infatti, che ricordiamolo è molto più difficile del dramma perché è più facile far piangere che ridere, non mancano momenti di alta regia e anche poesia, come nella scena del concerto dei Notturno Chopin suonati dall’innamorata dell’autore: Cinema con la “C” maiuscola. 

“Happy family”, un film di Salvatores che forse dovrà aspettare del tempo per essere apprezzato in giusta maniera, ma che già da adesso è un’ottima maniera per investire una serata divertente al cinema senza per questo mandare il cervello all’ammasso, anzi.

 

Ferdinando Menconi


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Secondo i quotidiani del 31/03/2010