Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 31/03/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Fisco, ecco i punti della riforma”. Di spalla l’editoriale di Angelo Panebianco: “Il nuovo voto della Lega/ Popolare e Borghese”. Al centro, uno schema che riassume tutte i risultati delle regionali e comunali. A centro pagina: “Brunetta battuto a Veneziaaccusa. In basso: Scienza, il Cern di Ginevra “All’inseguimento della ‘particella di Dio”.  

REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi: Cambio giustizia e fisco”. Editoriale di Ezio Mauro: “La partita da giocare”. Al centro: “Fini un patto a tre per fare le riforme”. In basso: “Se crolla la Domus Aurea, la casa maledetta di Nerone”. E ancora: “Balotelli, ragazzo ribelle che non chiede scusa”.  

LA STAMPA – In apertura: “Berlusconi: adesso le riforme”. Di spalla l’editoriali di Mario Calabresi “Le emozioni, la ragione e la realtà”. Al centro pagina con foto “Venezia, Brunetta sconfitto attacca la Lega”. In basso “Crolla la meraviglia di Nerone”.  

IL MESSAGERO – In apertura: “Berlusconi. Ora le riforme”. Di spalla l’editoriale di Giovanni Sabatucci “Dalle promesse alla prova dei fatti”. Al centro pagina: “Lazio, Polverini: le mie priorità”. In basso: “Crolla una volta della Domus Aurea”.  

IL SOLE 24ORE- In apertura: “Maroni, ora il federalismo fiscale”. Di spalla l’editoriali di Guido Gentili “Tre anni per ritrovare le parole ”. Al centro pagina: “Fmi, In Italia ripresa fragile ma risposta giusta alla crisi”. Accanto: “La sfida di Bernheim: Dopo la guida delle Generali sono pronto a nuovi progetti”.  

L’UNITA’ – In apertura: “Il cammino” “Berlusconi accelera sulle riforme a senso unico grazie al patto di ferro con Bossi e la Lega. Più in basso: “Ripartire da L’Aquila”, e accanto “Roma, crolla la Domus Aurea”.  

LIBERO – In apertura: “Forza Silvio, ora o mai più”. L’ editoriale di Gianpaolo Pansa: “E’ finalmente iniziata la Terza Repubblica”. Al centro con vignetta di Benny: “Grillo fa perdere il Pd. E si becca un vaffa”. Sotto: “Cadono Brunetta e Castelli. Prime scintille Pdl-Lega”. In Basso: “Bassolino cerca pace in Tibet”.  

IL GIORNALE – In apertura: “Ora Silvio vada giù duro” editoriale di Vittorio Feltri. Al centro grande vignetta di Forattini con Berlusconi a cavallo di Bossi. Sotto: I flussi elettorali “Ma neanche il Carroccio guadagna voti”. In basso: “Loiero, contratto d’oro all’amico giornalista”.  

IL TEMPO – In apertura: “Il vincitore e i vinti” editoriale di mario Sechi. Al centro con foto “Polverini story. E la piccola Renata sogna già in grande”.  

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Con questi qui non vinceremo mai. Quattro regioni in meno ma Bersani giura che il Pd non ha perso. Ricordate il grido di Nanni Moretti?”. L’Editoriale di marco Travaglio: “In poche parole, un’altra Caporetto”.  (red)

 2. Berlusconi: Cambio giustizia e fisco 

Roma - “‘Il voto ha premiato il mio governo, adesso farò le riforme’. Il giorno dopo il verdetto delle Regionali trasformate in referendum vittorioso sulla sua persona, Berlusconi fissa la road map per i prossimi tre anni, fondata su una alleanza sempre più ferrea con Bossi. La giornata del Cavaliere – scrive LA REPUBBLICA - comincia con una telefonata al nuovo sindaco di Montenero di Bisaccia che ha conquistato al centrodestra il Comune di nascita del nemico Antonio Di Pietro, prosegue con un caffè con la nuova presidente del Lazio Polverini che gli rende omaggio a Palazzo Grazioli. E ringrazia ‘anche Fini’. Quindi il bilancio del voto (un risultato che spiana la strada dei prossimi tre anni), che definisce ‘il miglior riconoscimento per l´attività svolta dal governo, per le prospettive di stabilità del sistema politico e per la possibilità di realizzare, nella seconda parte della legislatura, le riforme per l´ammodernamento e lo sviluppo del Paese’. Dopo aver ricordato che ‘gli elettori moderati si sono riconfermati maggioranza anche nel Lazio nonostante sia stata impedita la presentazione del simbolo del Pdl’, ecco il timbro se mai ce ne fosse stato bisogno sul patto di ferro con Bossi. ‘L´alleanza del Pdl con la Lega si conferma una robusta forza di cambiamento nelle Regioni più importanti, garanzia del rinnovamento e della modernizzazione del Paese’. Berlusconi non rinuncia poi al suo ruolo preferito di ‘vittima’ dell´’odio comunista’ e ringrazia ‘di cuore tutti gli elettori che ci hanno sostenuto con la loro fiducia e con il loro voto nonostante la terribile campagna di calunnie e di diffamazioni che ci è stata scagliata contro negli ultimi due mesi’. Infine lo slogan di questa campagna elettorale che, a dispetto delle ironie, è piaciuto a moltitudini di popolo: ‘Ancora una volta l´amore ha vinto sull´invidia e sull´odio. Grazie a tutti’. Sia la nota di Berlusconi che le dichiarazioni di Bossi, Calderoli e Maroni assicurano che la sintonia è assoluta, ma già sulla sostituzione di Zaia al ministero dell´Agricoltura, con il conseguente rimpasto di governo, si vedrà se tutto filerà liscio. L´accordo con Bossi si baserà sullo scambio Federalismo (con dentro l´elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica) e Giustizia. Resta da capire se Berlusconi intende fare le riforme da solo, oppure anche con il concorso dell´opposizione. Su questo Berlusconi non si è espresso, ma sia l´editoriale del direttore del Tg1certamente non sconosciuto al premier sia la dichiarazione del portavoce Paolo Bonaiuti, aprono al dialogo. La condizione, naturalmente, è che Bersani rompa con Di Pietro. Ieri il presidente del Consiglio si è sentito con Bossi e anche con Fini. Il premier vuole accelerare i tempi. Ha incaricato il ministro Alfano di presentare la riforma della Giustizia al prossimo consiglio dei ministri (o al massimo subito dopo Pasqua). ‘Chiederò l´immediata calendarizzazione del ddl intercettazioni al Parlamento’, è stata la pronta risposta del Guardasigilli. A Palazzo Grazioli Berlusconi ha incontrato Tremonti per impostare la riforma fiscale. Anche se l´Europa lancerà l´allarme per i conti pubblici dell´Italia, Berlusconi ha fissato un obiettivo: vuole portare la pressione fiscale complessiva sotto al 40 per cento (adesso è attorno al 44-45). Sarebbe nelle intenzioni del Cavaliere l´assicurazione per rivincere le elezioni nel 2013.” (red)

3. Maroni: Ora il federalismo fiscale

Roma - “Per il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, la questione va messa in positivo: ‘A noi preme la riforma dello stato. Federalismo fiscale, quindi, e più poteri a comuni, province e regioni, meno al governo centrale’. All'indomani delle elezioni regionali, Maroni - intervistato da IL SOLE 24 ORE - considera un ‘risultato storico’ quello ‘raggiunto dalla Lega’. E traccia le prospettive di lavoro ‘dei prossimi tré anni: perché, fuori dall'assillo elettorale, possiamo fare davvero le riforme’.  

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiede ancora una volta che siano condivise.  

Adesso si possono e si devono, credo, fare in questo modo.  

Non bastano gli auspici, però. C'è un percorso concreto? 

Vorrei suggerire il ‘modello Viminale’ che proprio oggi (ieri per chi legge, ndr), al Senato, ottiene l'ok all'unanimità, maggioranza e opposizione, sull'istituzione dell'agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. Alla Camera ha già avuto analogo consenso. 

Qual è l'arcano di questo metodo? 

Nessun segreto: una proposta del governo, discussa e modificata in parlamento. Con grande concretezza. In questo modo abbiamo realizzato una struttura unica al mondo.  

Converrà, ministro, che se si parla della riforma della giustizia o del federalismo, non è così facile. Io sono ottimista e ci sono anche i tempi necessari per processi di questo genere. Poi, nel dibattito si capirà chi ci sta e chi no. 

 La Lega mette al primo posto il federalismo: riuscirà a condurlo in porto? Lo scenario è cambiato e le vittorie in Piemonte e Veneto sono strategiche, direi decisive. Roberto Gota e Luca Zaia saranno i primi a dare attuazione al federalismo. Anche perché, come in ogni parto, c'è chi spinge e chi deve aiutare a estrarre il nascituro. Le due regioni che abbiamo mo compito. 

 Cambiano anche gli equilibri nella Conferenza stato regioni. 

Mi auguro che il prossimo presidente della conferenza appartenga alla maggioranza. Comunque, ormai siamo quasi alla pari e potranno venir meno o ridursi certe posizioni pregiudiziali a priori, frutto solo di scontro politico.  

Qual'è il ruolo del Viminale per il decollo dell'attuazione federalista? L'ordine di scuderia è fare un gioco di squadra, così come è già stato finora, con il ministero delle Riforme, guidato da Umberto Bossi, e quello della Semplificazione, con Roberto Calderoli. 

 Ma i decreti attuativi a che punto stanno? Sono quasi pronti. 

 Nel Pdl, intanto, torna la spinta per introdurre il presidenzialismo. È l'altra faccia della medaglia delle riforme. Va bene qualunque cosa, se passa la riforma federale. Si tratti dell'elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica, là priorità per noi è la revisione della forma di stato. Più poteri agli organi di governo del territorio, meno a quello centrale. 

 Il Pdl ha altre priorità, ma in ogni caso: il risultato elettorale sposta i rapporti di forza con la Lega? 

 No. Non c'è mai stata e non ci sarà una discussione in questo senso. 

Gianfranco Fini dice: sia il Pdl a dettare l'agenda, e non il Carroccio. 

C'è un patto di governo tra noi e il Pdl. Nessuno detta l'agenda all'altro. 

 Intanto Luca Zaia deve lasciare il ministero dell'agricoltura. Anche il successore deve essere un leghista? 

Zaia è stato il miglior responsabile di quel dicastero. La Lega è la garanzia di un buon governo. Decideranno, comunque, Bossi e Berlusconi. 

Il leader del Carroccio, poi, prenota il posto di sindaco di Milano.  

Abbiamo davanti un anno. E non sarebbe la prima volta della Lega a palazzo Marino, visto che c'è già stato Marco Formentini. 

A chi dovrebbe toccare, stavolta?  

Un fatto è certo: nelle nostre fila è cresciuta una generazione di amministratori locali capaci, concreti, determinati, in grado di rispondere alle esigenze del territorio e, sottolineo, persone perbene.  

Un esempio per tutti? 

Flavio Tosi, primo cittadino di Verona. Perciò, siamo pronti anche per guidare Milano.  

Difficile, del resto, che nel 2011 manchino i consensi alla Lega. Ma tornando a queste elezioni, come spiega il risultato? Per la Lega, è proprio la risposta a scelte di concretezza e di determinazione. Quelle sulla sicurezza, l'immigrazione e la lotta alla mafia, per esempio. Senza indugi, incertezze o marce indietro.  

E stata sconfitta la linea di opposizione rilanciata più voi-1 tè da Fini sugli stranieri?  

Il presidente della Camera ha firmato la principale legge sulla materia, la Bossi-Fini. Poi, lui ha una posizione diversa da quella della maggioranza su un aspetto specifico, cioè la cittadinanza. 

L'esito delle urne alle regionali, secondo lei, è dunque anche una legittimazione dell'azione di governo.  

Mi pare difficile negarlo. Nonostante tutte le accuse più incredibili, come quella di essere collusi con la mafia, i cittadini ci hanno premiato. Un'altra risposta chiara è stata la sconfitta del candidato Pd alle provinciali dell'Aquila: al di là del cosiddetto movimento delle carriole, i nostri sforzi e il nostro impegno per la ricostruzione sono stati apprezzati.  

Però il sottosegretario Castelli ha perso la corsa a sindaco di Lecco. E Renato Brunetta non ce l'ha fatta a Venezia, accusando il Carroccio di non averlo votato.  

Con Brunetta abbiamo fatto il nostro dovere lealmente come sempre. Mi dispiace per la sconfitta di Roberto Castelli: purtroppo il suo carisma e la sua energia non sono stati sufficienti. Siamo stati puniti perché la coalizione che non ha saputo governare è andata in crisi, ma il motivo della sconfitta è assolutamente locale’. 

 In ogni caso, ministro, un livello di astensione alle elezioni mai così alto chiama in causa tutti. Esecutivo compreso.  

Ho detto fin da subito che il fatto mi preoccupa. Sulla disaffezione dei cittadini dobbiamo riflettere tutti. Va da sé che, visti i risultati, il fenomeno certo non ha toccato la Lega.  

Ma è stata comunque una risposta molto critica e trasversale ai partiti. Non ha avuto, però, l'effetto francese che ha punito il governo di Sarkozy. Sono state smentite certe solite previsioni, che ipotizzavano avrebbe favorito l'opposizione. 

Riconoscerà, come ha scritto ieri il Sole 24 Ore, che si è trattato di una delle più brutte campagne elettorali.  

Adesso siamo fuori dalle scadenze ravvicinate delle urne e, ripeto, abbiamo tre anni davanti: con la calma, la forza e la lucidità, spero, per recuperare la disaffezione dei cittadini. Occorre fare i conti anche con un sistema di imprese, come quello italiano, che attende da anni riforme efficaci. La nostra avanzata anche nelle regioni "rosse" lo dimostra: il ceto produttivo ha capito che le scelte della Lega sono valide. Vorrei ricordare che per ceto produttivo noi consideriamo sia i datori di lavoro, sia i lavoratori, due soggetti che non devono sentirsi contrapposti. Bossi lo scrisse 15 anni fa, parlando anche di ceto parassitario. 

Vale a dire? 

 Le imprese che accedono alle sovvenzioni statali. Per questo, quando ero al Welfare, ho introdotto la cassa integrazione in deroga, per le aziende con meno di 15 dipendenti. 

L'economia del Nord, in particolare, vede la presenza di numerose fondazioni bancarie. I leghisti sono pronti a entrare? 

 Sì. Ma non si tratta di un'occupazione di poltrone, non ci interessa il manuale Cencelli. In gioco, invece, dobbiamo mettere l'uso di ingenti risorse non per destinarle ad acquisizioni societarie o altre speculazioni finanziarie, ma per investire sul territorio.  

Proviamo a fare un esempio concreto.  

Ce n'è già uno recente. In Lombardia la fondazione Carinìo, d'accordo con il Viminale e una provincia che per ora non posso citare, hanno stretto un accordo: la fondazione acquisterà un bene confiscato, necessario alla provincia per fini pubblici, e lo darà all'ente, che non lo avrebbe potuto comprare. (red)

4. E Silvio fissa le sue priorità 

Roma - “Con aria scettica, Berlusconi ha gettato uno sguardo al dispaccio di agenzia con le condizioni di Bersani per riforme condivise. ‘Non mi sembra una porta in faccia’, gli ha fatto notare soft il portavoce Bonaiuti, del re-sto che altro avrebbe potuto dire il segretario Pd, reduce da un weekend così poco esaltante? Ripartire dalla bozza Violante, appunto... Il Cavaliere - racconta Ugo Magri su LA Stampa - ha scosso la testa: ‘Non ci credo molto, comunque vedremo’. Deve ragionarci su, anzi ci sta già pensando. Ma non ha deciso .come procedere. La ‘road map’ verso una Terza Repubblica berlusconiana è tutta da definire. Lascerà trascorrere Pasqua, ne parlerà con Bossi, dovrà regolarsi con Fini, forse si riuniranno in conclave loro tre insieme. Nel frattempo il premier ragiona con Tremonti, invitato a pranzo, su come dare corso ai decreti attuativi del federalismo fiscale, rimasti in sospeso. Nell'entourage siamo già ai ‘falchi contro colombe’. Quelli che gli tirano la giacca, ‘Silvio non ti fidare dei comunisti, detta la tua agenda e procedi a colpi di maggioranza’. E gli altri che decantano le virtù del dialogo (concetto cui il premier non crede troppo) ma soprattutto fanno presente al Capo che così gradirebbe la Lega, per non dire di Fini. Ieri, ad esempio, nel Pdl ciascuno ha espresso la sua in un coro abbastanza sgraziato. Bonaiuti non aveva ancora finito di gettare un ponte verso Bersani, che già Bondi lo imbottiva di tritolo, così pure Capezzone. Vista la piega, Cicchitto è corso a piantare un paio di paletti: primo, ‘da sinistra debbono scordarsi la logica dei veti’ e, secondo, ‘basta con le demonizzazioni del premier’, altrimenti nemmeno si incomincia la trattativa. La verità, tuttavia, è che la maggioranza deve far pace con se stessa. Intendersi su dove parare. La giustizia, ad esempio: nei giorni più caldi dello scontro elettorale il Cavaliere aveva promesso di ripartire da lì, il ministro Alfano avrebbe varato una grande rivoluzione entro un mese tutt'al più. Eppure nulla risulta a quanti ne sarebbero direttamente coinvolti, capigruppo, vicecapigruppo, presidenti di commissione, tra di loro non circolano bozze o brogliacci. Idem sul presidenzialismo. Falso che Fini sia contrario, tra l'altro (fanno notare i suoi) lo predica da una vita. Semmai, da grande appassionato della materia, vorrebbe capire meglio di che si tratta, perché lo schema americano non è identico a quello francese, e il premierato rappresenta un'altra soluzione ancora. Il presidente della Camera avrebbe qualche suggerimento in proposito ma, appunto, occorre sedersi intorno a un tavolo. C'è vasta concordia, viceversa, con riferimento al partito. Nel senso che, dopo l'esito delle Regionali, i ‘triumviri’ escono dal mirino. Ieri Berlusconi ha voluto sapere com'è andata davvero e da via dell’Umiltà gli hanno spedito una folla di grafici dove risulta (autore è Verdini) che il centrodestra amministra il 70,1 per cento della popolazione italiana mentre prima era il 40,2, che il Pdl è primo partito in 8 delle 13 regioni al voto, che il crollo segnalato da Bersani non ci sarebbe perché con le varie liste connesse verrebbe raggiunta quota 33,7 per cento, solo un paio di punti meno delle Europee... Pare che il premier se ne sia stato appagato, caso Puglia a parte. Quanto alle richieste fìniane di riunire gli organismi interni, ecco la novità: entro l'estate si riuniranno Ufficio di presidenza, Direzione e Consiglio nazionale. Quest'ultimo praticamente un congresso (ne fanno parte un migliaio di mèmbri) chiamato a sancire le scelte strategiche del prossimo triennio nonché una tregua tra i cofondatori.” (red)

5. Napolitano agli eletti: avanti con il federalismo 

Roma - “Un ‘cordiale augurio’ di buon lavoro ai nuovi governatori e ai componenti delle assemblee locali, che subito diventa uri richiamo alla responsabilità. Nella speranza che tutti si impegnino a rendere finalmente operative certe riforme rimaste incompiute, in primo luogo quelle sul Titolo V della Costituzione, in cui si disciplinano i poteri delle autonomie. E nell'auspicio che ci si lavori cercando il consenso più largo possibile (com'è successo in Parlamento proprio per questo particolare capitolo della Carta fondamentale), così da recuperare anche in questo modo gli elementi di difficoltà della politica e di disaffezione dalla cosa pubblica sfociati in allarmanti percentuali d'assenteismo alle urne. E' questo - si legge sul CORRIERE DELLA SERA - il senso del saluto che il presidente della Repubblica ha inviato ieri agli eletti del voto del 28 marzo. Un messaggio che si potrebbe sintetizzare nell'invito a far prevalere, nell'incompiuta transizione italiana, il senso dello Stato sulla da più parti proclamata crisi dello Stato. Esordisce Giorgio Napolitano, nel suo esortativo memorandum: ‘Le autonomie regionali e locali sono parte essenziale del sistema dei poteri repubblicani, qual è stato stabilito dalla Costituzione del 1948 e dalle sue successive revisioni. Si tratta di un ordinamento che, per potersi considerare compiuto e per rafforzarsi nei suoi equilibri, richiede ulteriori riforme, in parte già avviate e in corso di realizzazione, e per altri aspetti già delineate e apparse condivise in Parlamento nel corso della precedente legislatura’. n capo dello Stato fa dunque affidamento sulla parte che le autonomie possono avere, attraverso il varo dei decreti attuativi, nel completamento della riforma del Titolo V. Che va appunto resa operativa. Per l'ultimo tratto di percorso che ancora resta da compiere suggerisce il metodo della condivisione, già fruttuoso davanti alle Camere, senza che si resti schiacciati nella logica del conflitto permanente imposta dal sistema bipolare. Non basta. ‘L'augurio’ del Quirinale è che ‘dai presidenti e dai consigli rappresentativi di tutte le Regioni venga uri sostanziale impulso e contributo allo sviluppo del processo riformatore, su basi autonomistiche e solidali, a miglior presidio dell'unità nazionale e degli equilibri costituzionali’. Ecco: è in certe parole distillate in queste righe ú la solidarietà, l'unità nazionale, gli equilibri costituzionali ú che si concentrano gli invalicabili paletti posti da Napolitano, garante e custode della Carta. Paletti che, se rispettati, potranno ‘concorrere al superamento di fenomeni di distacco dalle istituzioni e dalla partecipazione elettorale’. Vere spie, queste ultime, della crisi della politica e dell'urgenza di contrastarla rendendosi credibili. Un appello al quale ha risposto Berlusconi, con la promessa di dedicare ‘la seconda parte della legislatura alle riforme necessario per l'ammodernamento e lo sviluppo del Paese’. Con la Lega che auspica un dialogo aperto con le opposizioni, per il momento più scettiche che caute e che nel caso del Pd escludono comunque il presidenzialismo. Valga, sopra ogni altra replica del centrosinistra, la sortita di Antonio Di Pietro: ‘Accolgo l'appello di Napolitano, ma non ad occhi chiusi. Vediamo cosa fare e con chi farla... non sono così allocco e non abbocco’. M. Br. L'augurio II presidente della Repubblica ha inviato un messaggio di auguri dopo le amministrative Le regole Solidarietà, unità nazionale ed equilibri costituzionali i ‘paletti’ posti dal Quirinale”. (red)

6. Il Cavaliere sente Fini e riprende il dialogo 

Roma - “Nella vittoria sa di aver perso tre milioni di voti dalle Europee. E come un generale che conta le perdite dopo una battaglia, Berlusconi è consapevole dell'altissimo costo sopportato alle Regionali. Ha capito il messaggio che gli ha inviato il suo elettorato, l'astensionismo che ha debilitato il Pdl nel giorno del successo. Perciò - scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - non è un caso se ieri ha annunciato di voler avviare la stagione delle riforme ‘per l'ammodernamento e lo sviluppo del Paese’. D verdetto delle urne consegna al premier l'occasione di poter muovere da una posizione di forza, ma dovrà riempire di contenuti l'agenda di governo: dalla modifica del sistema istituzionale, alla giustizia, al fisco. Per ora i dossier sono scatole vuote. Eppoi resta da capire se il Cavaliere vorrà ballare da solo o accompagnarsi nella danza con l'opposizione. Sulla scia di Napolitano, Fini e Bossi spingono per il ‘dialogo’. Berlusconi invece appare restio a quello che considera un gioco di società del Palazzo, siccome dietro il concetto delle ‘riforme condivise’ vede celarsi la voglia dell'intrigo, l'eterno desiderio di ribaltarlo. L'ha spiegato ieri ad alcuni rappresentanti del governo: ‘L'opposizione si mostra con due facce diverse al centrodestra. Per loro, voi siete degli avversati. Io invece vengo visto sempre come un nemico’. m ogni dichiarazione legge questa ostilità nei suoi riguardi, nonostante il suo portavo ce Bonaiuti abbia provato a convincerlo che le parole di ' Bersani dopo il voto erano un segnale di apertura ‘nelle condizioni in cui il Pd si trova’, n Cavaliere, che non accetta di farsi dettare la linea, men che meno dagli ‘sconfitti’, non ha fatto pollice verso, e questa è già una notizia. Anche perché ú come riconosce Malleoli ú la prima mossa dev'essere di scuola, scontata quasi come un'apertura nel gioco degli scacchi: ‘È giusto che la maggioranza cerchi inizialmente il dialogo con l'opposizione. Se poi non ci riesce, solo allora, dovrebbe andare avanti da sola. Ma di sicuro le riforme andranno fatte, altrimenti il centrodestra fra tre anni sarebbe condannato al fallimento’. C'è un solo modo per Berlusconi di recuperare quei tre milioni di elettori persi sul fronte dell'astensionismo: mettere alla frusta il governo e tornare a indossare i panni che vestiva il 25 aprile di un anno fa, ai tempi del discorso di Onna sulla pacificazione del'‘ltalia liberata’. Perciò non potrà evitare il rendez vous con il Pd, magari con un dibattito parlamentare che dia rilievo istituzionale all'intenzione di intraprendere la strada dell'‘ammodemamento dello Stato’. A quel punto il Cavaliere capirà se è rimasto un ‘nemico’ o è diventato un ‘avversario’. D'altronde non ci saranno più elezioni fino al 2013, e dalla prossima settimana non ci sarà più tempo per rammentare l'impresa delle Regionali: ‘Cinque mesi fa noi eravamo davanti quasi dappertutto. Due settimane fa eravamo indietro quasi dappertutto. Poi sono sceso in campo io...’. Quando ieri Fini lo ha chiamato per complimentarsi del successo elettorale, insieme hanno stabilito di incontrarsi. ‘Vediamoci’, gli ha detto il presidente della Camera: ‘Dobbiamo stabilire la priorità delle riforme’. ‘Si parte con la giustizia’, ha risposto il premier, deciso a far approvare ‘subito’ la legge sulle intercettazioni ferma al Senato, e sul cui testo l'ex leader di An si è già espresso positivamente: ‘E un buon compromesso’. Non sarà questa la riforma che l'opinione pubblica ritiene prioritaria ai tempi della crisi, ma Berlusconi non accetta di andare per le lunghe. Eppoi per redigere il nuovo sistema fiscale servirà tempo, ‘e servirà pazienza con Tremonti’. Con Fini invece, oltre alla questione delle riforme, dovrà affrontare il tema del partito e del rapporto con la Lega, ‘forza strategica’ nell'alleanza di centrodestra ú a detta del presidente della Camera ú ma che ‘non può dettare l'agenda’. A parte il fatto che Berlusconi considera l'agenda di Bossi molto simile alla sua, ‘perciò Umberto andrà accontentato al più presto sul federalismo fiscale’, sul Pdl è disposto a venire incontro alle richieste dell'altro ‘cofondatore’. Entro l'estate verranno convocati tutti gli organismi, compreso il Consiglio nazionale – un migliaio di componenti - che non è mai stato riunito. È l'idea finiana del ‘partito che discute’. . L'ecumenismo del Cavaliere è figlio del risultato elettorale, ‘e chi pensava che il governo sarebbe andato incontro a uno smottamento sul modello di Sarkcozy - dice Ronchi - ha letto la realtà attraverso la lente deformata dell'anti-berlusconismo’. Così ha buon gioco ora Cicchitto a rispondere a Bersani: ‘Berlusconi non tramonta’. Se facesse davvero le riforme non tramonterebbe nemmeno nel 2013”. (red)

7. Bersani non ammette sconfitte 

Roma - “All'inizio di gennaio nessuno era disposto a scommettere che il centrosinistra avrebbe conquistato 7 regioni su 13’. A gennaio, Pier Luigi Bersani era stato eletto terzo segretario del Pd da due mesi ed è grazie al lavoro fatto e alta strategia adottata – rivendica lui – che ora il partito ha tenuto’, anche se certo ‘questo è un punto di partenza e non di arrivo’. Conferenza stampa a 360 gradi, su tutti i temi post-elezioni, dallo stato di salute del partito alle alleanze e all'offerta berlusconiana di fare insieme le riforme. Il leader Pd - si legge su LA REPUBBLICA - non ci sta a passare per lo sconfitto, ne a farsi processare dalla minoranza interna per avere passato a Berlusconi e alla Lega 4 regioni [Piemonte, Lazio, Campania e Calabria) che erano del centrosinistra: ‘Non è veritiero, non intendo cantare vittoria ma neppure sentire parlare di qualcosa che somiglia a una nostra sconfitta. Non voglio nascondere le difficoltà e i problemi, ma il Pd ha tenuto’. Tanto per dirla in cifre, Bersani fornisce uno schema dove mostra l'avvicinamento tra le coalizioni della sinistra e della destra, ‘fino a dimezzare la distanza’, poiché si è passati dai sei punti distacco delle europee ai tre attuali, n Pd è al 27,4%, un punto circa in più rispetto ai consensi delle europee 2009. Calcolo ottenuto aggiungendo ai voti democratici quelli delle liste dei presidenti Pd (eccetto Vendola e Boriino) nelle 13 regioni. Rispetto al calo del Peti, si può essere soddisfatti per Bersani. Non c'è stato affatto uno sgretolamento di consensi per il centrodestra, però Berlusconi ormai ‘trattiene il presente e non paria più per il fallirò: il suo è un tramonto che può avere elementi di pericolo’. E se le sconfitte di Bonino e Bresso sono amare per il Pd, tuttavia sono come ‘due pali presi al 90esimo nel Lazio e al 93esimo in Piemonte’: qui, il successo della lista Grillo ha fatto la differenza ed è stata ‘una cosa spiacevole con cui però confrontarci’. Prima era stato anche più duro: ‘C'è un "cupio dissolvi" in chi ha votato i grillini facendo vincere Gota: in Piemonte ci ha "rovinati"‘. Analisi autoassolutoria? La minoranza di Franceschini e Veltroni è irritata: ‘È una fotografia edulcorata, irrealistica, altro che avanzamento e inversione di tendenza, il partito è arretrato’, attacca "Area democratica". La resa dei conti si tiene proprio fl.Tregua finita, anche se non ci saranno strappi ne la messa in mora della leadership di Bersani. ‘Deve cambiare linea, siamo andati contro un muro mica a sbattere su un materasso’, incalza Paolo Gentiloni. Decisa la convocazione dell'Assemblea nazionale, dove ci sono tutti gli eletti delle primarie, tra aprile e maggio. D segretario tira dritto e sulle alleanze non si muove di un passo, compresa quella con l'Udc: ‘Il mio discorso resta quello che era, la scelta dei centristi è stata decisiva perno i inPuglia o a Venezia... Discutiamo ma poi lavoriamo’. I malcontenti in realtà serpeggiano nel partito. Ignazio Marino denuncia: ‘Un errore non fare autocritica’. Dall'alleato Di Pietro parte un altro attacco: ‘II Pd è stato apatico, nel Lazio onore alla Boriino... ma i Democratici devono assumere una leadership forte, se no alla fine si tira la monetina’. Un Pd stretto tra i dipietristi a loro volta schiacciati da Grillo, è ‘il disastro perfetto a sinistra’, accusa Francesco Rutelli, ex leader democratico ora dell'Api. Bersani si mostra sicuro e pronto a sciogliere i nodi. Sulle riforme sostiene di essere disponibile a ragionare ‘a patto che siano sui problemi veri, prima c'è l'economia... e no al presidenzialismo, non cincischiamo sulla parola riforme. Si vada in Parlamento e si discuta’. Sul tavolo anche l'ipotesi di Vendola leader del centrosinistra nel 2013: ‘Nessuna preclusione ma per ora non se ne parla’. el 2013: ‘Nessuna preclusione ma per ora non se ne parla’”. (red)

8. Pd, la minoranza apre lo scontro interno 

Roma - “‘La linea politica di Bersani è fallita, l´ossessione delle alleanze ci porta al disastro. La prossima volta che facciamo, chiamiamo al tavolo anche Beppe Grillo?’. Alza il tiro Dario Franceschini, si prende una rivincita sul congresso e attacca: ‘Mi girano le p... se il segretario dice che prima di lui il Pd era morto. I dati sono chiarissimi: il Pd è sotto il risultato delle Europee’. Cioè, quello conquistato da lui. ‘Per di più con un partito unito, compatto. Figurarsi: ho persino digerito la candidatura sbagliata della Bonino’, si sfoga il capogruppo. ‘Irrilevante al Nord, cancellato al Sud. E la strategia dell´intesa con l´Udc miseramente naufragata. Casini governa con il Pdl in Campania, Lazio e Calabria. Quando mai farà un patto con noi a livello nazionale?’, sono i sassolini che si tolgono dalla scarpa i veltroniani interpretando il pensiero del primo segretario democratico. Paolo Gentiloni profetizza: ‘Faremo la fine del Pci. Per sempre all´opposizione, confinati nelle regioni rosse’. È partita la caccia a Pierluigi Bersani. Nessuno ne chiederà la testa. Pretenderanno il resto del corpo. Anche il dna. Linea politica – scrive LA REPUBBLICA -, quella delle alleanze a tutto campo, da azzerare, ritorno sostanziale alla vocazione maggioritaria, ricambio della classe dirigente. Questi i paletti. Un commissariamento in piena regola. Inaccettabile per un leader pienamente legittimato dalle primarie. Si riapre una stagione dei veleni nel Partito democratico. La resa dei conti, lo scontro permanente, le lotte personali. Bersani l´ha messa nel conto. A questa sollevazione immanente si deve una conferenza stampa di commento al voto tutta giocata in difesa, nel rifiuto del termine sconfitta, nella spiegazione articolata dei dati per dimostrare la tenuta. ‘Uno show imbarazzante’, dicono gli avversari interni. Non ha voluto lasciare spiragli all´opposizione interna, il segretario. L´ha affrontata nella riunione notturna del coordinamento, l´organismo in cui siedono Veltroni, D´Alema, Fassino, Marini, Fioroni. Bersani, secondo gli oppositori, dovrebbe oggi far camminare sulle sue gambe la strategia degli sfidanti al congresso. ‘Ma il congresso l´abbiamo vinto noi. Franceschini e Veltroni per tre anni stanno in minoranza’, dice battagliero il dalemiano Matteo Orfini. ‘Se il Pd non lo fa Bersani, lo farà qualcun altro’, avverte però Giorgio Tonini. Lo strumento della Fondazione Democratica, che sta per nascere sotto l´imprimatur di Veltroni, può allargare il suo campo d´azione ancora prima del parto, diventare l´alter-ego del partito, incalzarlo, pungerlo, richiamarlo continuamente alle origini del discorso del Lingotto, frenarlo nella ricerca di intese fuori e dentro il Parlamento come vorrebbe Bersani. Gli elettori scappano dal Pd, dice Gentiloni mostrando un grafico dei flussi elettorali nella riunione della minoranza. Solo il 58 per cento ha rivotato il simbolo con l´Ulivo. ‘L´Emilia si sta nordizzando’, spiega Tonini. Da qui a 3 anni, giurano gli oppositori, nessuno pretende il cambio del segretario. ‘Nel frattempo che facciamo, discutiamo per mesi di Casini, Vendola e Di Pietro? Il Pd ormai è il partito della spesa pubblica, non parliamo ai ceti produttivi, dobbiamo ricominciare daccapo. Bersani resti al suo posto ma non si chiuda a riccio’, insiste Tonini. La minoranza si organizza. Nei prossimi giorni convocherà a Roma un´assemblea dei consiglieri eletti che si rifanno alle proprie posizioni. La maggioranza risponde: Rosy Bindi propone riunioni della direzione e dell´assemblea nazionale. Si rischia una lunga guerra di logoramento. Antonello Soro fa la Cassandra, prevede esiti catastrofici: ‘Se tutti abbandonassero le rispettive storie personali, D´Alema, Veltroni, Franceschini, Fioroni, se ci fosse un sussulto di generosità, Bersani potrebbe guidare il partito riscoprendo lo spirito degli inizi, l´idea di parlare a tutto il Paese senza delegare ad altri pezzi di elettorato. Ma temo che in questo partito, uno sforzo del genere non lo vedremo mai’. (red)

9. Due milioni in fuga dal Pd, un milione dal Pdl 

Roma - “La Lega che raddoppia i consensi, il Pdl che ne perde un milione. E il Pd lascia per strada 2 milioni di voti, mentre l´Italia dei valori moltiplica i suoi per quattro. Con un forte mutamento nei rapporti di forza all´interno delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Sono questi i dati shock - si legge su LA REPUBBLICA - usciti dalle urne delle regionali di domenica e lunedì rielaborati dall´Istituto Cattaneo di Bologna. Partendo dalla maggioranza di governo, rispetto alle regionali del 2005 la Lega è passata da 1 milione 380 mila voti a 2 milioni e 750 mila. Dati da brivido: in Veneto i consensi leghisti sono schizzati del 134%, in Piemonte dell´83% e in Lombardia del 61%. E se si considera che il Pdl di voti ne ha persi un milione e 69 mila, si capisce la portata delle regionali all´interno del centrodestra: nel 2005 i consensi di Forza Italia e An erano 5,1 volte superiori rispetto a quelli dei leghisti. Oggi il rapporto con il Pdl è sceso a 2,2, con il partito di Umberto Bossi che porta il 31% dei voti della maggioranza di governo. L´unica attenuante per il partito del predellino arriva dal Lazio, dove ha perso 600 mila preferenze. Nel 2005 An e Fi solo a Roma e provincia ne avevano incassate 610 mila, risultato in questa tornata impossibile vista l´esclusione della lista pidiellina. Un simile cambiamento di pesi si è verificato nel centrosinistra, dove il Pd ha perso 2 milioni di voti rispetto a quanto raccolto nel 2005 da Ds e Margherita, mentre l´Idv ha quadruplicato i consensi (+1 milione e 227 mila voti). E così il rapporto Pd-Idv muta radicalmente. Se cinque anni fa i voti di Di Pietro erano 23 volte inferiori a quelli del Pd, oggi lo sono solo 3,7 volte. Sale, anzi decolla, il MoVimento 5 stelle di Beppe Grillo: ha raccolto 390 mila consensi nelle 5 regioni in cui si è presentato e se in Emilia Romagna è arrivato al 6%, in Piemonte il suo 3,7% è stato determinante per la sconfitta di Mercedes Bresso, battuta dal leghista Cota di 0,42 punti. Altro grande vincitore è l´astensionismo: con un italiano su tre assente dalle urne, ha fatto segnare il record nella storia della Repubblica. Tuttavia l´effetto punizione per il governo dato dall´astensionismo di massa, in questi giorni ribattezzato "effetto Sarkozy", non ha colpito. Tre i fattori dello scampato pericolo individuati nello studio dell´Istituto Cattaneo: l´assenza talk show ha evitato il dibattito sulla crisi; le amministrative sono arrivate nella prima metà della legislatura; la Lega è riuscita a mobilitare il suo popolo”. (red)

10. Casini ora punta alle riforme: anche con la Lega

Roma - “Da che parte sta l’Udc? La domanda - si legge sul CORRIERE DELLA SERA - toma prepotentemente dopo il voto alle Regionali, non esaltante e neanche negativo, ma l'‘estremo centro’ - che in questa competizione ha scelto di contestare il bipolarismo ‘muscolare’, optando per alleanze a macchia di leopardo - mantiene una posizione autonoma. Pier Ferdinando Casini tiene a riprendere il ruolo di ‘ricucitore’ e invita i partiti a ‘rispondere subito’ alle domande poste dal forte astensionismo e all'appello del presidente dello Stato che chiede riforme: ‘Nessun Aventino ora sarebbe giustificabile: siamo pronti a sederci al tavolo delle riforme e a discutere con tutti, anche con la Lega’. Contro la scelta delle alleanze a geometria variabile si alza la voce di Maurizio Ronconi, responsabile Enti Locali: ‘L'Udc avrebbe dovuto avere un pizzico di coraggio in più e presentarsi da sola in tutte le Regioni: non avremmo avuto assessori, ma molta credibilità’. Ma presentarsi da soli, dicono alla sede di via dei Due Macelli, sarebbe stato un azzardo. E così si è scelto di non appiattirsi ne a destra ne a sinistra, sfruttando le alleanze come un volano per aumentare il peso dei voti. A conti fatti, i consensi complessivi sono scesi rispetto al 2005 (meno 15 per cento, secondo l'Istituto Cananeo), ma non si sono particolarmente spostati rispetto alle Europee del 2009, attestandosi sul 6 per cento. Qualche alleanza è stata premiata con il successo: in Lazio, Campania e Calabria per il centrodestra; in Liguria, Marche e Basilicata per il centrosinistra. Senza dimenticare la corsa solitaria in Puglia, che ha portato alla disfatta di Rocco Palese. E se prima del voto, l'Idv ringhiava contro i centristi e Berlusconi definiva l'Udc ‘il peggio del peggio della vecchia politica’, a urne chiuse i toni sembrano cambiare. Pierluigi Bersani ringrazia l'Udc ú ‘Tra noi c'è un rapporto importante’ ú e confida ancora nel progetto di alleanza, sponsorizzato anche da Massimo D'Alema. E perfino l'Idv, ruvidamente, invita a una scelta di campo. Ma è nel centrodestra che si apre qualche spazio in più. Perché l'elettorato Udc è tradizionalmente moderato e sembra aver apprezzato di più i candidati del Pdl. Tanto che, il viceministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso lo definisce ‘un partner naturale’ per il Pdl: ‘Dove si è presentato con noi ha ottenuto un significativo risultato, mentre dove si è presentato da solo o, peggio, con la sinistra, il suo consenso è diminuito’. Vedi Piemonte. Nessun pentimento ufficiale, per l'appoggio perdente a Mercedes Bresso, ma certo il passaggio a sinistra ha disorientato gli elettori moderati centristi. Facendo perdere voti anche nel Lazio, dove i cattolici non hanno premiato il partito di Casini come ci si aspettava. Per l'Udc stringere ora un'alleanza non avrebbe senso. Perché, salvo sorprese, ci sono davanti tre anni senza elezioni e quindi l'idea è di procedere in proprio, rafforzando il ruolo di forza terza in vista della Costituente di centro. Anche perché entrambi i poli hanno almeno un elemento di ‘populismo’ inconciliabile con l'Udc: a destra la Lega, a sinistra l'Idv, al quale si sono aggiunti ora anche Grillo e popolo Viola. Ferdinando Adornato la mette così: ‘In questi 15 anni abbiamo bipolarizzato il cervello: deve esserci per forza questo bipolarismo militarizzato o può essere innova to?’. Casini, intanto, non chiude del tutto la Bprta alla Lega: ‘Se prevale la sita identità contestataria che specula sugli stati d'animo della gente con proposte come quelle dei medici-spia, non si va da nessuna parte. Se invece prevale la volontà di dialogare sulle riforme, allora accetteremo la sfida’.” (red)

11. Brunetta, l'agguato in laguna 

Roma - “In attesa del toro, hanno arrostito il torello. C'è chi dirà che no, non è vero che i leghisti abituati a festeggiare ogni promozione di Luca Zaia con uno spiedo di tori hanno injfizato apposta Renato Brunetta nella sua corsa a sindaco di Venezia. Dirà che è stato solo un dannato equivoco. Ma i numeri sono numeri. E dicono - scrive Fian Antonio Stella sul CORRIERE DELLA SERA _-che con quei 9 mila voti bossiani misteriosamente svaniti alle Comunali rispetto alle Regionali, il ministro non sarebbe stato buttato fuori al primo turno dalla ‘sua’ città. Lui, il rosolato, fa mostra di averla presa con filosofia. E anche se passa per avere un caratterino fumante (‘Sono passionale e determinato ma buòno come un pezzo di pane’, ha spiegato giorni fa a Manuela Pivello, della Nuova Venezia, ‘Magari sono un po' incazzoso però sono un pezzo di pane’) ieri pomeriggio si è astenuto dal dardeggiare fulmini e saette contro i traditori. E si è messo alla scrivania per spiegare con un piccolo dossier a Berlusconi come mai lui, uno dei ministri di punta, abbia mancato l'obiettivo che pareva a portata di mano: fare filetto. Strappando alla sinistra il capoluogo di una provincia di destra, di un Veneto di destra, di una Padania di destra che proprio a Venezia, dalla famosa discesa del Po del 1996, celebra ogni settembre la sua padanità leghista. Che il Cavaliere ci contasse, lo aveva ripetuto anche nell'ultima telefonata in diretta fatta un attimo prima che si chiudesse la campagna elettorale: ‘Caro Renato, ti avevo promesso che sarei venuto lì, ma sono stato bloccato dai troppi impegni. E pensare che stavo per comprare casa a Venezia ma non volevo mettermi nelle mani di un sindaco rosso e non l'ho più comprata’. Risate in sala. ‘Però adesso che tu vincerai potrò venire in una terra non più ostile’. Conclusione: ‘Invito tutti a commettere un peccatuccio: andate a riscoprire le vecchie fidanzate e convincetele ad andare a votare. Vi auguro di realizzare tutti i vostri sogni. Viva Venezia, viva l'Italia, viva la libertà’. Prima ancora del capo supremo, come ricordò quella sera lo stesso Brunetta con una spolveratina al suo orgoglio, erano venuti a dare il loro appoggio la bellezza di nove ministri: da Giulio Tremonti ad Angiolino Alfano, da Ignazio La Russa ad Altero Matteoli, da Sandro Bondi a Roberto Maroni, da Andrea Ronchi a Maurizio Sacconi fino allo stesso Umberto Bossi. Che nella veste di indiscusso monarca del Carroccio lo aveva incitato, sul palco di Mostre: ‘Caro amico, ti sto aspettando, mancate solo voi’. Al che il protagonista della battaglia contro i fannulloni aveva risposto solenne: ‘La Lega è l'alleato più fedele e altrettanta lealtà avrà da me. L'apprezzamento della Lega nei miei confronti è quasi più alto di quello del Pdl’. Bum! Si mangerebbe la lingua oggi. Renato il rosolato, per aver detto quelle parole. Fatti i conti, allo spoglio finale, al ministro della Funzione pubblica sono mancati circa 9 mila voti che i leghisti di Venezia, Mestre e Marghera, andando a votare domenica e lunedì, hanno dato a Luca Zaia e non a lui. Quanto basta perché l'amica Giustina Destro, già sindaco di Padova e oggi parlamentare berlusconiana, sbotti gridando al tradimento: ‘Mi piacerebbe sentire come se lo spiegano il caso del Comune di Venezia gli amici della Lega così straboccanti di felicità per le "loro" vittorie, che tutte loro non sono, ma altrettanto pronti a scomparire quando si tratta di eleggere un sindaco non loro. Caro Berlusconi, ma sei proprio sicuro che la Lega sia un alleato affidabile?’. ‘Complimenti e un abbraccio affettuoso all'amico Brunetta, colpito da fuoco amico’, è l'epitaffio di Fabio Gava, deputato pdl e già assessore regionale. Un caso? Un disguido? Uno sventurato infortunio? Per niente. La prova è a una settantina di chilometri da Venezia, a Portogruaro. Dove il berlusconiano Angelo Tabaro, segretario regionale alla Cultura, si sentiva ieri mattina già sindaco della cittadina. Come avere dei dubbi? Gli stessi identici elettori votando negli stessi identici giorni negli stessi identici seggi avevano dato a Zaia (non in una provincia come Treviso dove la Lega ha oggi il 49 per cento contro il 15 del Pdl ma in quella di Venezia, la più avara di voti al ‘Govèmador’) la bellezza del 56 per cento. Al quale andavano aggiunti sulla carta i voti dell'Udc e di un altro paio di liste. Mettetevi al posto suo: si sentiva in una botte di ferro. Sapete com'è finita? I leghisti che alle Regionali erano il 24 per cento sono evaporati alle Comunali riducendosi a un misero 8 per cento. Col risultato che, sorpresa sorpresa, ha vinto al primo turno il candidato del centrosinistra Antonio Bertoncello. Va da sé che, dopo aver telefonato la mattina all'amico Luca felicitandosi per il successo alle Regionali, Brunetta non è che si aspettasse che il nuovo presidente facesse una telefonata a lui nel pomeriggio. Sarebbe stata imbarazzante, dopo l'apertura dei seggi delle Comunali con quel risultato clamoroso che dava la vittoria al primo turno all'avversario Giorgio Orsoni. Però, se non altro per cortesia tra ministri dello stesso governo... Certo è che fino alle sette di sera la telefonata non era ancora arrivata. ‘Io il mio l'ho fatto, ho la coscienza tranquilla’, ripete a tutti il responsabile della Funzione pubblica, ‘il Pdl e la mia lista hanno preso alle Comunali intorno al 30 per cento. Sei punti in più che alle Regionali. Quelli che mi sono mancati sono i voti della Lega. È una cosa sulla quale bisognerà riflettere. Mettiamola così: l'elettorato della Lega è egoista, se ha un candidato suo lo vota, sennò si distrae... Certo è che se avessi avuto i voti leghisti che ha avuto Zaia avrei vinto al primo turno’. Ci riproverà una terza volta, dopo aver già subito due delusioni nei tentativi di diventare sindaco della sua città? Neanche a parlarne. Troppo cocente, questa batosta. Arrivata in controtendenza in questi giorni di festa della destra. Resta il tema che già si era profilato ieri dopo i trionfi leghisti in Piemonte e soprattutto in Veneto: davvero un animale politico come Umberto Bossi, avendo alle spalle una storia personale, politica e partitica che dice il contrario, se ne starà buono buono senza passare all'incasso per sfruttare il momento magico? E la metafora del toro davvero lascia dormire tranquillo Silvio Berlusconi? Per ora, con l'aspirante sindaco di Venezia e l'aspirante sindaco di Portogruaro, i leghisti hanno già passato sui carboni ardenti, come dicevamo, un torello e un capretto sacrificale. Ma lo spiedo che prediligono, sia chiaro, è un altro. E una volta accese le braci...” (red)

12. Fitto si dimette, paga il flop in Puglia 

Roma - “Ventiquattr´ore di riflessione dopo la disfatta pugliese, il Pdl locale in rivolta, il premier Berlusconi che non vuol sentire giustificazioni per quella pedina che è costata la mancata, clamorosa vittoria 7-6, anzi pretende l´ammissione di colpa plateale. Così, alle 15, il ministro Raffaele Fitto - scrive LA REPUBBLICA - fa sapere di aver rassegnato le dimissioni dal dicastero degli Affari regionali. Il presidente del Consiglio le tiene sulla scrivania per tutto il giorno. Intenzionato a respingerle, pur tra mille riserve: ‘Ma d´ora in poi terrò conto del criterio meritocratico e Raffaele dovrà lasciare il posto di coordinatore Pdl in Puglia’. Il potente ras del Tavoliere, il ministro in grande ascesa che più di ogni altro si era intestardito sulla candidatura del ‘suo’ Rocco Palese impedendo l´accordo con Adriana Poli Bortone, alla fine ha dovuto gettare la spugna. Insieme all´altro ministro, Renato Brunetta battuto a Venezia, è il grande sconfitto targato Pdl di questa tornata. ‘Rocco chi?’ era sbottato Berlusconi contro il suo delfino pugliese, al momento della presentazione dell´anti-Vendola. Tanto più che il premier un´intesa di massima con la Poli Bortone, la paladina di "Io Sud" poi sostenuta dall´Udc, l´aveva pure raggiunta. Fitto ha detto no e l´ha spuntata. Un conto in sospeso, che ieri mattina il Cavaliere ha preteso venisse pagato fino in fondo. Raccontano fosse più che irritato per quell´unica piazza che gli ha rovinato la festa. ‘È rammaricato, questa cosa della Puglia l´ha un po´ subita’ racconta Francesco Storace, il leader della Destra che in giornata si è intrattenuto un´oretta a Palazzo Grazioli. Se ne occuperà l´ufficio di presidenza del Pdl, sostengono alcuni dirigenti. Molto più probabile che la questione Fitto venga chiusa già nel consiglio dei ministri di domattina. Quel che è certo è che, non a caso, fino a sera da Palazzo Chigi non è stata diramata alcuna nota per respingere le dimissioni. A differenza di quanto era avvenuto il 18 febbraio, quando Berlusconi respingeva di suo pugno il forfait di facciata del sottosegretario al Tesoro Nicola Cosentino. Ieri, Fitto si è dovuto accontentare dell´apprezzamento e dell´invito a ritirarle dai colleghi La Russa, Ronchi, Scajola, da Gasparri. Altri hanno infierito. A cominciare dalla Poli Bortone, forte del suo determinante 8,7 per cento: ‘Dimettersi era il minimo da fare di fronte alla terza sconfitta consecutiva, dopo le regionali 2005 e le amministrative’. Rocco Palese è convinto che ‘qualcuno ha lavorato contro’ di loro. In effetti, il Pdl pugliese è in subbuglio. L´eurodeputato Salvatore Tatarella resta convinto che avrebbero vinto se ‘invece di obbedire a un personale calcolo di potere Fitto avesse accolto il consiglio di Berlusconi’. L´epilogo probabile, prevede già Di Pietro, sarà il respingimento delle dimissioni. Ma sulla giostra del mini-rimpasto del dopo voto per ora finisce anche la poltrona degli Affari regionali. Sulla quale, raccontano nel Pdl, avrebbe messo gli occhi il governatore uscente del Veneto Giancarlo Galan, poco interessato all´Agricoltura lasciata libera da Luca Zaia. Bossi pretende un altro leghista in quel ministero. E in pole position ci sarebbe Federico Bricolo, capogruppo al Senato, altro quarantenne, altro veneto. Ma il premier vuole ‘pochissimi ritocchi’. Le porte del governo (da sottosegretario) potrebbero poi aprirsi anche per Storace, dopo la Santanché. Col premier, a Palazzo Grazioli, non hanno parlato solo della dieta che entrambi hanno intrapreso.” (red)

13. E' già cominciata la sfida di Milano 

Roma - “Il giorno dopo la quarta investitura a presidente della Lombardia, per Roberto Formigoni è già 2011, quando si andrà a votare per il nuovo sindaco di Milano, n governatore vincente annuncia che si prenderà un mese di tempo per formare la nuova giunta ‘perché esaminerò tutti i dati, provincia per provincia, vedrò chi e dove ha preso di più o di meno e ne terrò conto per la composizione della nuova squadra di governo’. Quasi un procedimento alchemico – si legge sul CORRIERE DELLA SERA _- visti i risultati lombardi. Con il Pdl al 31,78 per cento e la Lega che ha fatto il gran balzo al 26,2. Non c'è stato il sorpasso invocato dal Carroccio ma le distanze si sono terribilmente accordate. Così come si sono accordate, anche se in maniera minore a Milano città, con il partito di Berlusconi al 36 per cento e il Carroccio al 14,49. Tanto che lo stesso Umberto Bossi, la sera della vittoria elettorale, jia chiesto per se stesso il posto di Letizia Moratti come sindaco di Milano. A frenare le ambizioni della Lega arriva il coordinatore nazionale del Pdl Ignazio La Russa: ‘Con la Lega non litigheremo, - è l0icipit scherzoso del ministro della Difesa -. Sicuramente quello che rilevo è che a Milano a Pdl è largamente il partito maggioritario. Milano è il cuore del Pdl dato che è la città di Berlusconi’.Conclusione: ‘Il Carroccio sa benissimo che, nonostante la disponibilità del tutto teorica di Bossi a fare il sindaco, Milano non è in discussione’. Anche la Moratti scende in campo. Si difende dalla Lega e dal suo amico Umberto Bossi, ma si difende anche dalle critiche che sono piovute in questi giorni sulla tenuta della sua ' amministrazione e su una possibile sconfitta del centrodestra a Milano. Questa volta, più della Lega il bersaglio è lo stesso Formigoni che ancora ieri ha ripetuto che ‘abbiamo fatto bene a porci il problema di Milano’. ‘Tra le grandi città italiane ú attacca la Moratti ú Milano rappresenta quella dove il Pdl ha conquistato la percentuale più alta’. Una rivendicazione di buon governo, soprattutto dopo l'iscrizione della stessa Moratti al partito di Berlusconi. Ma la partita è ormai aperta. Scende in campo anche Filippo Penati, candidato sconfitto del Pd che vede nella situazione milanese una possibile crepa dove infilarsi. ‘A Milano c'è stata un'inversione di tendenza. La partita è aperta’, il 2011 è alle porte”. (red)

14. Fmi: Bene l'Italia, ma tasse troppo alte 

Roma - “Aumento dell´età pensionabile, contenimento dei dipendenti e degli stipendi pubblici, alleggerimento della ‘alta e sperequata’ pressione fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati. Il Fondo monetario internazionale - scrive LA REPUBBLICA - detta all´Italia l´agenda di quelle che definisce ‘urgenti riforme strutturali’ e punta l´indice sul nostro debito pubblico: il suo alto livello unito ad una bassa crescita rende la Penisola ‘vulnerabile a shock esterni’. Secondo il capo della missione di Washington, Adam Bennet, l´Italia è uno dei paesi ‘con il più alto debito pubblico e continuare a ridurlo è molto importante’. L´Fmi tuttavia promuove la gestione dell´Italia della crisi. I risultati della missione, prevista dall´articolo IV dello statuto del Fondo che impegna alla reciproca sorveglianza, sono stati presentati ieri in un conferenza stampa alla presenza del ministro dell´Economia Tremonti. ‘Raccolgo la sfida delle riforme e la più grande dei prossimi tre anni è quella fiscale’, ha detto il ministro che ha apprezzato la parte del documento di Washington che evoca gli interventi sulla previdenza. Il check-up dell´Azienda Italia, che arriva dopo la crisi, è dipinto a luci e ombre: la nostra ripresa è ‘modesta e fragile’, è basata soprattutto sulla domanda esterna e, visto che i paesi dove esportiamo crescono assai lentamente, questa strada è tutta in salita. La domanda interna, invece, langue anche perché il governo giustamente, secondo l´Fmi ha resistito alle pressioni ‘per un ampio stimolo fiscale’, ha contenuto il deficit ed ha adottato ‘tempestive misure di sicurezza per sostenere il settore finanziario’. Dunque l´economia reale segna il passo, ma i conti pubblici sembrano tenere. Anche se l´Fmi non perde d´occhio il deficit: prende atto che il governo intende ridurre sotto il 3 per cento il deficit-Pil entro il 2012. Ma il percorso non è privo di ostacoli: quest´anno il deficit-Pil sarà intorno al 5 per cento (come lo scorso anno) e nel prossimo biennio il governo intende tagliare l´1,25 per cento del Pil. Tuttavia questo piano deve tener conto che la crescita assunta dall´Italia è, come dice il Fondo, ‘ottimistica’ (1,4 per cento nel 2011), e di conseguenza la manovra potrebbe essere rafforzata. Tant´è che ieri lo stesso Tremonti ha annunciato per il 2011 un intervento pari allo 0,5 per cento del Pil, maggiore dello 0,4 previsto dal Programma di stabilità. L´Fmi si esprime su uno degli argomenti all´ordine del giorno dell´agenda italiana: il federalismo. ‘E´ una opportunità, ma può portare ad un aumento della spesa pubblica’. Ma Tremonti replica: ‘Già abbiamo fatto un pezzo del federalismo, manca la componente fiscale. Finora abbiamo avuto i costi del federalismo, ma in prospettiva servirà a ridurre le spese. I costi standard della sanità non sono un modo per aumentare ma per ridurre. E questo vale anche per i costi del personale”. (red)

15. Staffetta Geronzi-Pagliaro al vertice Mediobanca 

Roma - “Ora è praticamente ufficiale. Con i passaggi di ieri, patto di sindacato Mediobanca e a seguire comitato nomine, ha preso forma la staffetta alla presidenza di piazzetta Cuccia tra Cesare Geronzi e Renato Pagliaro che si concretizzerà materialmente il 24 aprile quando si svolgerà l´assemblea di Generali che porterà il banchiere romano al vertice della compagnia di Trieste. L´accordo trovato venerdi scorso, dunque – si legge su LA REPUBBLICA - , è stato confermato anche attraverso un´ultima trattativa tra le due fazioni che si fronteggiavano, Alberto Nagel, Renato Pagliaro e Dieter Rampl da una parte, Cesare Geronzi, Vincent Bollorè e Marco Tronchetti Provera dall´altra. Il risultato è che nel verbale del comitato nomine è stato scritto che la presidenza di Geronzi in Generali sarà "non esecutiva", cioè senza deleghe operative ma nulla per il momento è stato messo nero su bianco riguardo i poteri dei due amministratori delegati, Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot. Si è ripetuto all´unisono che la governance di Generali va migliorata attraverso una redistribuzione delle deleghe, e secondo gli intendimenti dei manager di Mediobanca tale redistribuzione dovrebbe avvenire nel senso di far diventare Perissinotto group ceo e Balbinot responsabile di tutte le attività assicurative, incluse quelle italiane. Ma questo punto sarà di diretta competenza del consiglio di amministrazione che si riunirà appena dopo l´assemblea del 24 aprile e questo mese di tempo che si ha davanti servirà proprio ad affinare le idee. La nuova governance potrà prevedere anche comitati esecutivi e comitati strategici in cui conterà, come in Mediobanca, l´equilibrio tra manager, consiglieri non esecutivi e rappresentanti degli azionisti. Sulle linee guida indicate dal management di piazzetta Cuccia sembra esservi convergenza tra gli azionisti ma in questo mese Geronzi lavorerà per dare un peso alla sua presidenza non esecutiva. Il suo intendimento, non ancora dichiarato pubblicamente, sarebbe quello di rendere Generali più autonoma da Mediobanca ma bisognerà vedere se e quanto ciò sarà possibile. Intanto, sono già da registrare alcune novità sull´asse Milano-Trieste. Antoine Bernheim rimarrà per il momento nel cda Mediobanca per conto di Generali ma il posto che occupava Geronzi non verrà riassegnato e così il numero totale dei consiglieri scenderà a 21 e a otto la composizione del comitato esecutivo. Il risultato è che proprio nel comitato esecutivo i manager di piazzetta Cuccia si troveranno ancor più in maggioranza, con cinque voti su otto. 

Tuttavia se il management di Mediobanca guadagna "indipendenza" rispetto ai propri azionisti qualche cambiamento potrebbe verificarsi nel modo di gestire la banca. Come da statuto Pagliaro sarà un presidente senza deleghe e dunque occorrerà decidere se nominare un nuovo direttore generale al suo posto al fianco dell´amministratore delegato. Le soluzioni previste da Bankitalia sono tre e tutte sono al momento possibili: si può restare con Nagel ad, si può accorpare la carica di dg a quella di ad, si può nominare un nuovo dg. La decisione non sarà imminente in quanto fino al 24 aprile Geronzi sarà ancora presidente di Mediobanca. L´ultima incognita riguarda i soci francesi i quali non pare siano usciti vittoriosi da questa tornata di nomine e che con l´uscita di Bernheim, a cui verrà offerta la presidenza onoraria, potrebbero rivedere la loro strategia finanziaria”. (red)

16. Riconciliazione fra Obama e Sarkò 

Roma - “‘Sanzioni contro l´Iran entro poche settimane’. È l´annuncio di Barack Obama, che incassa il pieno appoggio di Nicolas Sarkozy nel vertice franco-americano a Washington. ‘Saranno misure forti incalza il presidente francese perché bisogna fermare questa folle corsa di Teheran verso l´armamento nucleare’. La pressione di Obama e Sarkozy - scrive il corrispondente de LA REPUBBLICA da New York - rimette di colpo in movimento i negoziati sulle sanzioni, anche se il presidente americano ammette che ‘bisogna convincere quei paesi che finora hanno dato la precedenza ai propri interessi commerciali’. Cioè la Cina, visto che sull´appoggio russo ormai si può contare. Ma Obama spera che anche i cinesi al massimo si asterranno al Consiglio di sicurezza quando sarà il momento di votare nuove sanzioni, si sbilancia a garantire che ‘entro questa primavera’ la decisione sarà cosa fatta. Sull´Afghanistan Sarkozy promuove a pieni voti l´escalation militare di Obama (‘non c´è altra via, una disfatta sarebbe terribile per la sicurezza del mondo intero’) ma solo dopo avere ottenuto che la Casa Bianca eviti richieste di nuove truppe francesi. L´atmosfera è cordiale ‘complimenti al presidente francese per aver mangiato poco fa un hot dog, lui sì che se ne intende di gastronomia!’ questo è il vertice della riconciliazione franco-americana che deve far dimenticare le passate incomprensioni tra i due leader. Il presidente francese insieme alla moglie Carla Bruni riceve il favore speciale di una cena privata nella residenza di Barack e Michelle. Il vertice bilaterale è l´occasione per divulgare una lettera al G20, firmata dai due presidenti e anche da quello sudcoreano, dal premier britannico e canadese. I cinque membri del comitato direttivo del G20 sono preoccupati: dal vertice di Pittsburgh nel settembre scorso, le promesse non sono state mantenute. Urge passare all´azione. La lettera aperta agli altri membri del G20 esorta a non abbassare la guardia perché i pericoli per l´economia mondiale non sono svaniti. ‘Abbiamo una responsabilità comune scrivono i cinque di realizzare gli impegni presi per risolvere le debolezze che hanno portato alla crisi finanziaria. Dobbiamo essere vigilanti, stare in guardia contro un falso senso di sicurezza mentre le nostre economie si stanno risollevando’. Tra le riforme necessarie, Obama e Sarkozy con gli altri tre leader mettono al primo posto gli obblighi di solvibilità delle banche, la regolazione dei titoli derivati e i tetti agli stipendi dei banchieri. Obama incassa l´appoggio di Sarkozy, e anche segnali positivi da Berlino e Londra, per l´introduzione generalizzata di imposte sulle banche, che devono recuperare i fondi pubblici usati nei salvataggi dei colossi finanziari. È la ‘tassa di responsabilità’ già in cantiere in America, ora entra nell´agenda del G20. Lunedì, a New York per una conferenza alla Columbia University, Sarkozy si era tolto la soddisfazione di dare lezioni agli Stati Uniti. ‘Dovete unirvi a noi europei ha dichiarato per disegnare insieme le regole dell´economia del futuro’. Di fronte allo scetticismo americano sull´euro, accentuato dalle vicissitudini della Grecia, ha ribattuto che ‘il dollaro non è più la sola valuta di statura mondiale’ e ha invocato la creazione di un ‘nuovo ordine monetario internazionale’. Si è congratulato con Obama per il varo della riforma sanitaria, ma ne ha approfittato per rivendicare la superiorità del modello sociale europeo: ‘Cari americani, benvenuti nel club delle nazioni che non abbandonano i malati al loro destino. Noi ci siamo da cinquant´anni’. Per Sarkozy contava soprattutto riparare un problema d´immagine. Il più filo-americano dei presidenti francesi finora non era riuscito a creare un "feeling" con Obama. Nessuno ha dimenticato lo sgarbo dell´anno scorso, quando i coniugi Obama in visita a Parigi preferirono una cenetta romantica a due, snobbando la serata all´Eliseo. E l´invito per la coppia Sarkozy a Washington, per quanto generoso d´intimità, è giunto dopo che c´erano già stati Angela Merkel e Gordon Brown.” (red)

Happy family

Prima Pagina 30 marzo 2010