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Minzolini non è il problema

Minzolini andrebbe radiato dall'Ordine dei Giornalisti. Se l'Ordine ha ancora un senso. La notizia è nota: in una edizione del Tg1, per ben due volte, è stata data la notizia dell'assoluzione di Mills in merito alla corruzione (di cui Berlusconi sarebbe il corruttore).

La notizia è falsa. Perché Mills è stato prescritto, non assolto, che è cosa un tantino - e in modo dirimente - diversa. Ma non è questo il punto. Il fatto che un telegiornale possa dare una notizia non confermata, o riferita male, è aspetto relativo alla sciatteria e alla incapacità del giornalista, e del direttore che è responsabile della testata.

Il punto è che la notizia della prescrizione di Mills non solo ha fatto il giro di molti giornali e agenzie di stampa per la ovvia importanza, ma che si tratti di una notizia la cui comunicazione corretta è essenziale nella percezione pubblica di quanto accaduto.

Il direttore responsabile della più importante testata giornalistica del nostro Paese, testata pubblica, peraltro, ha pertanto commesso un errore imperdonabile. Errore da dimissioni, per intenderci, se non proprio da intervento dell'Odg.

Eppure il punto non è neanche questo. E a nulla vale la raccolta di firme sui vari Facebook e Repubblica per stigmatizzare il comportamento di Minzolini. Per essere chiari, tali raccolte di firme, pur suscitate da uno sdegno comprensibile e giusto, come al solito, quando manca una riflessione più profonda, non colgono l'obiettivo principale. Chiedere la rimozione di Minzolini non serve a nulla, se poi allo stesso succederà un altro giornalista nominato dalla stessa politica che ha messo Minzolini in quel posto.

Il punto non è la rimozione di Minzolini: è ovvio che una nomina politica per un giornalista è, per ciò stesso, il rovesciamento totale della professione. È ovvio che oggi, dove la professione appare finita sul serio tranne che in piccoli e piccolissimi casi, i giornalisti che dirigono le testate più importanti siano espressioni di chi tali testate possiede. Si tratti di cordate e lobbies economiche o politiche, ammesso e non concesso che tra le due cose vi sia differenza.

È ovvio che la nomina a direttore del Tg1 avviene solo ed esclusivamente su chiamata di parte politica del nostro Paese, ovvero la maggioranza, e che tale nomina venga fatta solo ed esclusivamente nell'interesse della maggioranza stessa che l'ha compiuta. Il giornalista nominato da poteri economici e politici non è il "cane da guardia" come professione vuole. Ma diventa il "cane da lecco" del salotto stesso che gli ha permesso e concesso tale posizione. 

Ratio corretta vorrebbe che la nomina a direttore del telegiornale di un servizio pubblico di tutti, proprio perché "di tutti", venisse invece fatta in modo del tutto avulso da meccanismi politici. Non sarebbe male farla attraverso referendum. Perché la carica che il direttore del TG1 ricopre è fondamentale. È alla base stessa della nostra democrazia. Che infatti non c'è. 

Il punto non è dunque Minzolini sì o no. Il punto è che un servizio pubblico ridotto in questo modo è un servizio fatiscente. E varrebbe la pena oscurarlo. Almeno dalla propria dieta mediatica quotidiana. Ma di questo parleremo diffusamente nell'edizione mensile de La voce del Ribelle.

Per ora, aspettiamo con ansia il prossimo bollettino di rinnovo del canone Rai... 

Valerio Lo Monaco

Scandalo per nulla scandaloso al Corriere

Invictus