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Napolitano e il dl “salvaliste”. Manca il PdL? Non sia mai!

Poteva essere una lezione salutare per tutti, l’assenza del PdL alle Regionali del Lazio, sia pure limitatamente alla provincia di Roma: l’occasione per ristabilire, finalmente, l’elementare principio che le leggi sono leggi e chi le viola se ne assume la responsabilità fino in fondo, senza alcun margine di manovra per aggiustamenti capziosi e sanatorie a posteriori. Se fosse andata così, e se fosse stato chiaro che non si trattava di un rigore estemporaneo ma di una ritrovata saldezza, d’ora in avanti l’Alfredo Milioni di turno avrebbe fatto quello che fanno tutte le persone, mediamente responsabili, che abbiano ricevuto l’incarico di provvedere a un certo adempimento entro un determinato termine, preciso e perentorio. Si preparano scrupolosamente, verificando che la documentazione da consegnare sia a prova di riscontro, e si muovono con congruo anticipo, per mettersi al riparo da possibili imprevisti. Oppure, naturalmente, ne pagano le conseguenze. Nel caso specifico, ad esempio, non solo quelle prettamente politiche, sotto forma di sanzioni disciplinari comminate dal partito e di uno screditamento per manifesta inaffidabilità, ma anche quelle patrimoniali, a partire dal risarcimento del danno causato ai candidati che avevano già sostenuto dei costi per la propria campagna elettorale.

Era questo, il vero interesse pubblico da tutelare. Era la semplice, adamantina certezza che almeno in alcuni ambiti le regole sono tassative. Non, come ha scritto Napolitano dopo aver firmato il decreto legge partorito dal governo Berlusconi, il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi”. Tale diritto, infatti, va considerato non già come assoluto ma come potenziale:  i cittadini hanno sì tutto il diritto di scegliere, ma solo tra quelle liste che abbiano provveduto a iscriversi alla competizione elettorale nelle forme e nei tempi prescritti. Se la tesi di Napolitano fosse corretta, del resto, ne dovrebbe discendere una sorta di automatismo: una volta che si sia presentato un determinato soggetto, quello “alternativo” andrebbe accreditato d’ufficio. Oplà: siccome c’è la lista “Andiamo di qua”, che è di centrosinistra, allora è da considerarsi accettata a priori anche la lista “Andiamo di là”, che invece è di centrodestra. Dopo di che, seguendo la stessa logica, resta da chiedersi cosa si intenda per “alternativo”. Prendiamo l’Udc, per esempio: il partito di Casini è alternativo al Pd o al PdL, visto che nelle diverse regioni si allea ora con l’uno e ora con l’altro?

La verità è ben diversa. Napolitano, nella migliore delle ipotesi, ha ritenuto che questo fosse un caso del tutto eccezionale e, nel presupposto che un siffatto pasticcio non abbia a verificarsi mai più, ha non solo consentito ma addirittura difeso un provvedimento altrettanto eccezionale. Nonché talmente specifico, e specioso, da ben meritare l’appellativo di decreto legge “ad listam”. È un grave errore: è l’avallo dell’idea, tipicamente berlusconiana, che non si governa sulla base delle leggi, ma che si legifera in base alle esigenze di governo. O meglio: di chi sta al governo in quel determinato momento. 

Federico Zamboni 

Secondo i quotidiani del 08/03/2010

Conferma: la democrazia non c'è