Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 08/03/2010

1. Le prime pagine 

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Decreto, Berlusconi attacca”. Editoriale di Giovanni Sartori: “Himalaya bene, il resto male”. Di spalla: “La piazza e l’errore (grave) del Pd”. Al centro foto notizia: “Il coraggio degli iracheni: alle urne tra le bombe” e “Nella stanza dello 007 eroe”. In basso: “La fedeltà non è un dovere ma rende l’amore completo” e “‘La vita è bella anche dopo i 70 anni’”.  

LA REPUBBLICA – In apertura: “In piazza contro il salva-liste” e “La reazione al sopruso”. Di spalla: “Così incontrai la mia spia venuta dal freddo”. Al centro: “Iraq, seggi pieni malgrado le bombe” e “Nigeria, massacro infinito tra cristiani e musulmani”. A fondo pagina: “A che punto è l’8 marzo”.  

LA STAMPA – In apertura: “Napolitano, scontro Pd-Di Pietro”. Editoriale di Luigi La Spina: “L’ultimo referendum”. Al centro le foto-notizia: “Iraq, il voto batte anche il terrorismo”. A destra: “Buste paga, in Italia donne più vicine agli uomini” e “L’8 marzo e la violenza senza colpe”. In basso: “L’avvocato che difende mucche e conigli”. 

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Stretta sui permessi agli statali” e l’editoriale: “Sempre aperto il cantiere della riforma”. A centro pagina: “In banca il ritorno dei mutui” e fotonotizia “Consumi. Il boom dei televisori Lcd salva le vendite dell’elettronica”. Di spalla: “In nove ambasciate la diplomazia delle donne”. In basso: “Un registro o un albo non si nega a nessuno”.  

IL GIORNALE – In apertura: “Truffano e fanno le vittime”. Al centro: “I vescovi scaricano il monsignore che critica le norme elettorali” e “Dopo il decreto salva liste ci vuole una legge salva cittadini”. Di spalla: “Donne ribellatevi ai corpi nudi usati in copertina” e “Bush aveva ragione. Ora gli iracheni sono davvero liberi”. A fondo pagina: “Chiamparino come il Toro, in saldo”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Liste, duello Berlusconi-Bersani” e in due box: “Parlare con il leader? Il sogno del web-elettore è realtà” e “Il Colle e l’altolà a governo e partiti che nessuno potrà più ignorare”. Editoriale di Giuseppe Mammarella: “Se l’Iraq è lasciato al suo destino”. Al centro: “‘Io con gli iracheni: così ho partecipato al voto tra libertà e bombe’” e “Bruxelles è pronta a varare un Fondo monetario europeo”. In un box: “Una risposta agli euroscettici”. A fondo pagina: “Furti di rame a Roma, treni a rischio” e “8 marzo, un po’ di rabbia non guasta”.  

IL TEMPO – In apertura foto notizia di Bonino e Pannella: “Attenti a questi due”. In basso: “La banda voleva appalti a Roma” e “Sulle macerie carriola rossa non la trionferà”.  

IL FOGLIO – In apertura: “Cosa potrà mai essere la Fiat senza auto?”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Bersani è riuscito a salvare un Pdl che meritava di straperdere”.  

L’UNITÀ – In apertura: “Gli Oscar della notte”. (red)

2. Regionali, sinistra divisa sulla protesta di piazza

Roma - Scrive LA STAMPA: “‘Sarebbe sbagliato dare occasione al centrodestra di nascondersi dietro al Quirinale. Noi sappiamo bene quali sono le prerogative del Capo dello Stato. La responsabilità di questo decreto è totalmente del governo e se non teniamo ben fermo questo punto viene meno ogni discorso ragionevole sulla manifestazione’. Alle otto di sera, prima di entrare al vertice dei big del Pd con D’Alema, Veltroni, Marini e Franceschini, Pier Luigi Bersani già tirava il freno a mano. L’arrivo in piazza sabato in tandem con Di Pietro dopo il secondo giorno di bombardamenti dell’alleato contro il Colle non era più affatto scontato: la manifestazione unitaria del 13 marzo - questo il ragionamento di Bersani - dovrà esser capace di parlare all’elettorato del centrosinistra, ma anche a una area più vasta. E un’ora dopo, nel chiuso delle stanze del partito, con i suoi interlocutori il leader del Pd era ancora più esplicito, ‘perché se Tonino vuole trasformare questa piazza in una cosa contro Napolitano allora ognuno si fa la sua manifestazione per conto proprio’. Dunque oggi ci sarà una riunione di tutto il centrosinistra, compreso l’Idv, per capire se ci sono i margini per procedere compatti.  

E in sovrappiù, in serata, arrivava pure il ricorso della Regione Lazio alla Corte Costituzionale per un conflitto di competenza col governo sul decreto, di cui si chiede l’immediata sospensione. ‘La paura fa novanta’, reagiva sdegnato il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto. Il vero fronte caldo, però, è con Tonino. ‘Non sono io che ho permesso di far nascondere il governo dietro il Colle - contrattacca il leader dell’Idv - è stato lo stesso Napolitano che si è messo a ruota del Pdl, mortificando la sua funzione e il suo ruolo. E su questa vicenda, caro Bersani, non accettiamo lezioni e andremo direttamente dagli elettori a chiedere conto dell’operato di un governo golpista e di chi ha messo la firma e la faccia su questo vergognoso provvedimento’. D’altronde per i vertici Democrats la visione dei telegiornali già all’ora di pranzo era stata la prima doccia fredda della giornata. Dopo aver bollato chi lo attaccava come ‘pavido e ipocrita’, Di Pietro si lanciava in una replica del copione del giorno prima, in cui evitava di pronunciare la parola “impeachment”, come unica concessione agli alleati: ‘Mi spiace constatare che, di fronte ad uno sfregio così evidente alla democrazia, serpeggiano l’ipocrisia e il falso perbenismo di coloro che sostengono che la colpa sia solo di chi ha commesso questo fatto grave lasciando fuori le responsabilità di chi doveva fare il controllore’.  

Ai leader del Pd arrivava qualche sollievo da piazza Navona, dove la protesta del “popolo viola” non prendeva di mira il Colle se non di striscio: ‘Abbiamo cambiato il modo di comunicare del Presidente della Repubblica, visto che adesso ci risponde su Internet. Siamo pronti alla rivoluzione’. Ma l’esser passati da una posizione di presunto vantaggio mediatico a una condizione di evidente imbarazzo per non riuscire a tenere a freno l’alleato scomodo, produceva troppa irritazione, tanto più che i primi sondaggi avevano portato buone notizie: i dati di Mannheimer pubblicati dal Corriere mostrano infatti che il gradimento del governo ha perso negli ultimi giorni 4 punti, scendendo al 39%, rispetto al 50% dei giorni successivi all’aggressione di Berlusconi a Milano. E quindi il momento è propizio affinché il centrosinistra sappia ‘interpretare in modo combattivo e propositivo’ questo turbamento. Senza offrire al paese uno spettacolo già visto, come le polemiche sul capo dello Stato a due settimane da un voto decisivo come le regionali”. (red)

3. Regionali, Bersani vuole neutralizzare Di Pietro

Roma - Scrive Umberto Rosso in un retroscena su LA REPUBBLICA: “Bersani la mette così: proviamoci ad andare in piazza insieme a Tonino contro il decreto della vergogna. Ma con i ‘paletti’, per evitare che il torrente dipietrista possa travolgere il corso della manifestazione e deviarla contro il Colle. ‘Chiamiamo subito a raccolta tutte le altre forze politiche contrarie al salva-liste, e che non hanno lanciato attacchi a testa bassa contro Napolitano’. Messo insieme il pacchetto di mischia, spiega il segretario al caminetto del partito riunito all’ora di cena, a quel punto scatterà il braccio di ferro con l’Idv. ‘Di Pietro dovrà convergere sulla piattaforma sottoscritta da tutti, chiara e netta nella battaglia al governo e non certo al presidente d ella Repubblica. Se non ci sta, se ne assume la responsabilità e rischia di restare isolato’. Si parte già oggi, con una prima riunione con i vendoliani di Sel, da allargare poi altri pezzi della sinistra, i verdi, i socialisti, per cominciare a lavorare all’organizzazione, alla scaletta e gli slogan. E l’Udc, che ha sparato contro il decreto? ‘Sarebbe bello ma mi pare difficile assai’. Non solo perché Casini in piazza non scende ma perché nel Lazio corre giusto con la Polverini. Eccolo, allora, il piano che il segretario illustra allo stato maggiore del partito riunito al gran completo, Veltroni e D’Alema compresi. Clima preoccupato come non mai, teso, con l’incubo di ‘nuovi trucchi’ dal cappello del premier evocato dallo stesso Bersani. E il percorso disegnato per arrivare all’appuntamento di sabato, provando a tenere dentro Di Pietro ma ‘sterilizzato’ nella sua offensiva anti-Quirinale, in riunione alla fine incassa anche il sì dei più dubbiosi e scettici nel coordinamento del partito.  

Enrico Letta, il numero due, è netto: non possono convivere nella stessa piazza due strategie diverse, ‘la nostra e quella assurda che se la prende con il Quirinale invece che con Berlusconi’, dunque ‘bisogna prestare grandissima attenzione a come organizziamo la manifestazione’, ai contenuti. ‘E se Di Pietro ci sta su questa linea, va benissimo’. Solo che al Nazareno, mentre il Pd mette a punto la strategia anti-decreto - che prevede anche fuoco alzo zero contro il legittimo impedimento che domani arriva in aula al Senato e il sostegno all’impugnativa della Regione Lazio alla Consulta - arrivano le bordate di Antonio Di Pietro, che dal Pd ‘di Bersani e Letta’ non accetta lezioni. Più o meno quel che aveva anticipato nel pomeriggio nelle telefonate, piuttosto concitate, scambiate con il segretario pd. Il feeling con Bersani, sbocciato al congresso dell’Idv, vacilla dopo il nuovo affondo a Napolitano. Ma in riunione aleggia anche un caso D’Alema. Ha raccontato di una soluzione politica forse a portata di mano, prima che il decreto del governo travolgesse tutto. Ha svelato, in un colloquio al ‘Riformista’, dei contatti in corso con Gianni Letta e il ministro Maroni per tentare la strada del rinvio delle elezioni in Lombardia. Nel Pd tutti però adesso cadono dalle nuvole. Non ne sapeva nulla l’opposizione interna, che esclude anche che lo stesso Bersani fosse informato delle mosse di D’Alema. 

Si lamentano i veltroniani come Giorgio Tonini, ‘francamente sono rimasto molto stupito dalle parole di D’Alema, che potevano anche sembrare in sottile polemica col Colle, senza dire che sulle liste abbiamo sempre mantenuto una rotta ufficiale: sia la magistratura a decidere sulle regolarità’. Sul sentiero stretto, fra l’offensiva contro il decreto e la difesa del Colle, il caminetto del partito decide che non possono essere margini di errore. ‘Alla nostra manifestazione - insiste perciò Enrico Morando, anima liberal del partito - si va con le parole d’ordine del Pd. Se rischiamo di creare confusione con le intenzioni altrui, su un tema delicatissimo come il ruolo del Colle, allora meglio che Di Pietro vada per conto suo’. La piazza ma anche il Parlamento, ovviamente. E qui tocca a Franceschini e alla Finocchiaro. Che qualche dubbio sull’efficacia dell’ostruzionismo ce l’ha. Martedì sbarca a Palazzo Madama il legittimo impedimento, ‘faremo le barricate certo – annuncia la presidente dei senatori – ma siccome le abbiamo già fatte sulla Finanziaria e sul decreto mille proroghe, a questo punto, di fronte ad un decreto che stravolge la democrazia, serve davvero qualcosa di più e di diverso’. Il gruppo del Pd al Senato è convocato in mattinata, deciderà come dare battaglia”. (red)

4. Regionali, la piazza e l’errore del Pd

Roma - “Sarà bene essere chiari nella premessa – scrive Paolo Franchi sul CORRIERE DELLA SERA -. Le opposizioni hanno tutto il diritto di protestare contro un decreto che, per quanto venga definito ‘interpretativo’, rischia di far passare un principio pericoloso. In virtù del quale le regole del gioco valgono sì, ma fino a un certo punto; e dunque possono essere manipolate da chi dispone della maggioranza mentre il gioco è in corso. Ma per le opposizioni, e più precisamente per il Partito democratico, i problemi cominciano qui. Per sabato il Pd ha indetto a Roma, ‘con le altre forze di centrosinistra’, una grande manifestazione nazionale, già annunciata da un manifesto che recita: ‘Per vincere, sì alle regole, no ai trucchi’. Basta intendersi su chi è che difende le regole e chi, invece, trucca le carte, o non fa la propria parte per impedire che vengano truccate. Pier Luigi Bersani, e come lui tutti o quasi i dirigenti del Pd fin qui intervenuti, sembrano non avere dubbi. Magari in cuor loro non sono convinti della decisione di Giorgio Napolitano di apporre la sua firma alla versione finale del decreto dopo essersi opposto, e con successo, agli intenti diciamo così più sbrigativi di Silvio Berlusconi. Ma, insistono, il capo dello Stato non c'entra e deve essere lasciato al di fuori delle polemiche. Benissimo. Chi è però che non si limita, come è ovviamente lecito, a criticare Napolitano, e nemmeno ad attaccarlo, ma lo addita alla pubblica esecrazione? Tra ‘le forze di centrosinistra’ in piazza con il Pd dovrebbe esserci, salvo sorprese, anche l’Italia dei Valori.  

Il cui leader Antonio Di Pietro ha pensato bene, sabato, non solo di contestare duramente il presidente della Repubblica ma, già che c’era, di chiederne l’impeachment; e ieri ha provveduto a dare degli ‘ipocriti’ e dei ‘falsi perbenisti’ a tutti quelli, dirigenti del Pd evidentemente compresi, che, pur polemizzando aspramente con il governo, sono stati attentissimi a non chiamare in causa il Quirinale, e quando dicono: ‘Basta attacchi a Napolitano’ evidentemente si rivolgono in primo luogo a lui. E non è solo questione di Di Pietro. ‘Giù le mani da Giorgio’, titolava ieri, un po’ alla maniera dei vecchi goliardi, un giornale dichiaratamente di destra come il Tempo. Sul fronte opposto, non si è mancato di dargli paradossalmente ragione. Sul Fatto quotidiano i lettori-militanti, assieme a una quantità di rampogne al capo dello Stato, hanno avuto modo di godersi il tradizionale articolo di Marco Travaglio. Stavolta in forma di lettera aperta di uno pseudo Napolitano ai cittadini che rispettano le leggi: ‘Care pirla, cari pirla’… Si potrebbe proseguire a lungo, fermiamoci qui. La questione è aperta sin da quando Walter Veltroni decise, alla vigilia delle elezioni politiche, di fare un’eccezione all’autosufficienza del suo Pd per Di Pietro e solo per Di Pietro. Seppure con andamenti alterni, è rimasta irrisolta per i successivi due anni. Nessuna seria battaglia politica e ideale è stata condotta contro simili posizioni, in tutto o in parte condivise in zone non sapremmo dire quanto estese, ma sicuramente vaste, dell’elettorato di centrosinistra: tanto più, si capisce, dopo il varo di un decreto come questo.  

E adesso? Non si può certo chiedere a Bersani di ignorare l’indignazione della sua gente e la concorrenza di Di Pietro. Ma si può e si deve chiedergli, proprio perché siamo a un passo da una crisi democratica, di stare molto attento a chi scherza con il fuoco. Il segretario che non vuole recidere le radici del suo partito faccia tesoro, se serve, persino dell’esperienza del vecchio Pci nelle ore più difficili della storia repubblicana: calma e gesso. Protestare fermamente contro il decreto, e contestare duramente chi lo ha voluto, è, ci mancherebbe, nel suo pieno diritto. Ma a condizione che si tracci una linea di demarcazione finalmente netta, finalmente chiara, nei confronti di chi da questo trae partito per andare lancia in resta all’attacco degli istituti di garanzia, primo tra tutti il Quirinale, come se a strattonarli pericolosamente non provvedesse già il centrodestra. Si è detto che il centrosinistra si è condannato da solo alla sconfitta anche per la tendenza, connaturata e irrefrenabile, a dividersi. Vero. Ma è ancora più vero che ci sono anche momenti in cui la chiarezza degli obiettivi viene prima di ogni altra cosa, e fare un’aperta lotta politica, e nel caso dividersi, bisogna: apertamente, senza infingimenti, senza temere di lavorare così per il re di Prussia. Bene, non solo il Pd, ma la democrazia italiana sta vivendo uno di questi momenti”. (red)

5. Regionali, E.Letta: Dove è scritto che la piazza è una?

Roma - “‘È ovvio a questo punto che il dibattito sulla crisi mercoledì alla Camera con Tremonti si trasformerà in una corrida’. Enrico Letta, vicesegretario del Pd, esce dalla riunione del coordinamento dei Big del partito, convocato in notturna per decidere le prossime mosse e come prima cosa – in una intervista a LA STAMPA - si duole che ‘il tema di questa intervista sia Di Pietro, perché stare qui a parlare dell’opposizione divisa è un regalo a Berlusconi che ci potevamo risparmiare’. Ma il rischio che l’ex pm e i movimenti trasformino la piazza di sabato in un processo a Napolitano esiste, al punto che il numero due del Pd lascia intendere che nulla è scontato, perché ‘ancora non è stato deciso quante e dove saranno le piazze che protesteranno contro questo scempio del governo’. Siete ancora convinti di marciare a braccetto con Di Pietro? ‘Il grado di durezza della risposta deve essere molto alto e abbiamo la responsabilità di dimostrare agli italiani che non siamo un’accozzaglia di fischiatori di professione, ma un’opposizione matura per l’alternativa’.  

Ma l’esempio di queste ore non è che trasmetta proprio questa impressione. ‘Bisogna fare un appello a Di Pietro perché ora è troppo importante che l’opposizione sia unita. Nelle prossime ore bisognerà stabilire una linea comune per la manifestazione. Detto questo ognuno si assume le proprie responsabilità: la nostra è di alzare al massimo i toni, di far saltare in Parlamento questo decreto e far di tutto perché il risultato delle regionali sia una risposta democratica a questi atteggiamenti’. Come farete ostruzionismo uniti se Di Pietro porterà in Parlamento la sua richiesta di impeachment a Napolitano? ‘Credo che quelle siano parole cui non seguiranno fatti e confido che lui tornerà sui suoi passi’. Ma ancora non c’è stata alcuna marcia indietro. Anzi vi accusa di essere pavidi e ipocriti. Non è troppo grande la frattura tra voi? ‘Anche se ci fosse una frattura, ciò non dovrebbe impedirci di fare la nostra parte contro questa vicenda vergognosa. Di Pietro sbaglia, così sposta l’attenzione da Berlusconi a Napolitano e trasmette al Paese l’idea che il Quirinale sia un contropotere sullo stesso livello del governo, non è così. La firma del Presidente non è un avallo di merito e non impedisce all’opposizione di fare il suo lavoro’.  

Quindi secondo voi Napolitano ha fatto bene a non ingaggiare un braccio di ferro con il governo? ‘Difendo Napolitano, ha fatto quello che ha ritenuto utile fare e va bene così, punto. Dopodiché la nostra sarà un’opposizione totale’. Dica la verità: state pensando a separarvi da Di Pietro sabato? ‘No, dobbiamo stare uniti, però se quella sarà una piazza contro Napolitano non sarà la nostra. E poi la mobilitazione contro il decreto ci farà suonare uno spartito con molte note. La prima è l’ostruzionismo in Parlamento dove da martedì gli faremo vedere i sorci verdi. Secondo, le azioni di protesta, le cui modalità sono ancora da decidere, non si sa se la piazza sarà una o cento. Terzo, ci sarà una spada di Damocle sul voto del Lazio, perché un ricorso alla Consulta potrebbe annullare tutto: lo scandalo vero non è la vicenda delle due candidature Formigoni e Polverini, ma il tentativo di sovvertire una vicenda indecorosa dove la lista del Pdl non c’era’”. (red)

6. Regionali, il Foglio: Bersani è riuscito a salvare il Pdl

Roma - “La situazione è questa – scrive IL FOGLIO -. La destra a Milano e a Roma si era autoeliminata dalle elezioni per un misto di scemenza e arroganza. La sinistra poteva incassare, cuocere a fuoco lento l’avversario in disperata condizione di bisogno, e al momento giusto ripescarlo indebolito al punto giusto e salvarlo con un gesto di magnanimità repubblicana e di responsabile omaggio allo spirito pubblico, in perfetta intesa con il presidente della Repubblica, nel nome del buonsenso: non è bello vincere contro nessuno, giocare contro i fantasmi, segnare punti a tavolino escludendo mezzo paese dalle urne, dunque bisogna rimediare e riportare in gioco questi saltimbanchi, seguendo vecchi precedenti di deroga e di proroga (in particolare quei precedenti che coccolarono i ritardi dei radicali e dei referendari). Queste poche parole nessuno a sinistra, salvo Massimo Cacciari e pochi altri pensanti, le ha pronunciate. Risultato. Di Pietro prende ora la testa della protesta, quei quattro marrazzoni Viola diventano il soggetto scalciante manovrabile prediletto da Repubblica, si fissa una manifestazione contro il capo dello stato che dividerà il centrosinistra in modo sanguinoso, e i radicali fanno il loro show morettiano (mi si noterà di più se ci vado o se non ci vado, alla festa elettorale?) citando a vanvera, sciagurati, il liberale sostanzialista Benedetto Croce, uno che avrebbe preso a calci nel sedere i formalisti etici desiderosi di giocare da soli la partita delle regionali. Dopo le botte prese in Puglia, dopo l’esclusione dalla nomenclatura europea, l’impressione è che al Pd, già mutilato di una qualsiasi significativa presenza politica ex democristiana, venga a mancare anche una qualche presenza culturale e politica d’alemiana, postcomunista, e allora il povero Bersani fa figura di un Re Tentenna che alla fine si fa trascinare dalle Bonino, dai Viola, da Di Pietro e dall’ultimo untorello di passaggio. Un’esplosione di demenza e una grave carenza di professionalità, perfino più grave di quella dei presentatori di lista affamati, che si allontanano per un panino. Il Pdl meritava di straperdere le elezioni. Il centrosinistra e il Pd sono riusciti a salvarlo e a rilanciarlo”. (red)

7. Regionali, mons. Mogavero critica dl, Cei smentisce

Roma - Riporta LA REPUBBLICA: “Monsignor Domenico Mogavero, responsabile degli Affari giuridici della Cei dice che è ‘altamente scorretto cambiare le regole del gioco mentre il gioco è già in atto’. Un duro attacco contro il decreto ‘salva-liste’ che però la Conferenza Episcopale nel suo complesso non condivide. Il portavoce, monsignor Domenico Pompili, si è infatti affrettato a puntualizzare di ‘non aver espresso’ e di’non ritenere di dover esprimere valutazioni al riguardo’. L’attacco di monsignor Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo è arrivato ieri mattina dalla frequenze della Radio Vaticana. ‘Cambiare le regole del gioco mentre il gioco è già in atto è altamente scorretto, perché si legittima ogni intervento arbitrario con la motivazione che ragioni più o meno intrinseche o pertinenti mettono in gioco il valore della partecipazione’ ha spiegato Mogavero. Che anche aggiunto, a microfoni spenti, che siamo di fronte ad un ‘brutto precedente’ e di ‘atteggiamento arrogante della maggioranza’. ‘La definizione giusta - ha aggiunto - è quella data dal presidente della Repubblica, quando ha parlato di un grandissimo pasticcio’. A questo punto dalla Cei è arrivata la sostanziale retromarcia che sconfessa Mogavero. ‘Le questioni di procedura elettorale hanno natura squisitamente tecnico-giuridica ed hanno assunto nelle vicende degli ultimi giorni ricadute di tipo politico ed istituzionale’ su cui la Conferenza ‘non esprime valutazioni’. Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato, ha subito rivendicato ‘piena sintonia’ con la Chiesa. Il pd David Sassoli ha invece detto che ‘la Chiesa italiana fa bene a ricordare che la democrazia è un sistema fragile da proteggere’”. (red)

8. Regionali, la Bonino tentata dal ritiro

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Emma Bonino (in tour elettorale tra Sora, Cassino e Ceccano) ammette: ‘Sì, ho effettivamente preso in esame la possibilità di dimettermi da candidata’. Marco Pannella aggiunge: ‘Decidere, stavolta, non è semplice’. Si capisce dalla voce del grande capo dai capelli bianchi: un filo di tormento, c’è. Sale sul taxi, tossisce, spiega meglio: ‘Possiamo decidere di continuare a partecipare alla competizione elettorale con Emma Bonino e tutti gli altri nostri candidati, così come però possiamo anche dire che non ci sono più le condizioni per restare in corsa, e così arrivederci a tutti, i radicali hanno una loro dignità, e se ne vanno’. Percentuali? ‘Le giuro che stiamo ancora ragionando, valutando, soppesando, e che anch’io, pure se lei ha l’aria di non credermi, anch’io sto cercando di capire quale possa essere la soluzione migliore’. I compagni di partito sospettano, o sanno, anche altro: e spiegano che Marco Pannella starebbe in realtà pensando anche a una terza via, una terza soluzione da presentare domani all’assemblea nazionale convocata a Roma in un teatro di piazza Santa Chiara, a pochi passi dal Pantheon. Marco Beltrandi, deputato radicale eletto nelle liste del Pd e relatore, in commissione di Vigilanza Rai, del regolamento sulla par condicio varato dal centrodestra, è praticamente sicuro che ‘Pannella sia capacissimo di inventarsi qualcosa. Che cosa? No, questo davvero non riesco a immaginarlo. Del resto, come è noto, di Pannella ne esiste, non casualmente, uno’.  

E lei, Beltrandi, quale pensa possa essere l’orientamento dell’assemblea? ‘Penso che davvero mai come stavolta, può accadere di tutto’. Può fornire un elemento meno vago? ‘Io dico che, in ogni caso, abbiamo un obbligo’. Quale? ‘Dobbiamo dare un segnale forte, ma forte sul serio’. ‘La domanda - s’interroga Mario Staderini, il segretario dei Radicali italiani - è questa: la lotta per la legalità finisce qui, con quello che è accaduto, o piuttosto può diventare più forte?’. L’assemblea nazionale si annuncia assai affollata. ‘Ci sarà tutta la nostra galassia, dai Radicali italiani a ‘Nessuno tocchi Caino’ fino all’Associazione Coscioni... Dirigenti, deputati, militanti... Sarà uno di quegli eventi che rendono il nostro partito un partito assolutamente unico’. Quale crede potrà essere l’orientamento dell’assemblea? ‘Fare previsioni mi sembra un azzardo. Di certo, sarà importante capire bene cosa ci sta accadendo intorno’. Importante, rifletteva sabato Rita Bernardini, ‘per noi radicali è comunque anche essere dentro le cose. Voglio dire che poi per battersi, come facciamo noi, per provare a cambiare, a migliorare questa società e questo Stato, io credo che sia decisivo essere in qualche modo dentro la scena, e non fuori’. Considerazioni che sabato trovavano una perfetta sintonia con quanto affermato dalla Bonino, in piazza del Pantheon, innanzi al cosiddetto popolo viola: ‘Non realizzeremo sterili e perdenti Aventini’. Ma poi dev’essere accaduto qualcosa. La Bonino ora parla di ‘un’angoscia vera, che mi attanaglia dentro...’”. (red)

9. Regionali, nel Lazio la sinistra ricorre alla Consulta

Roma - “In barba al riposo domenicale – scrive IL GIORNALE -, la giunta laziale di centrosinistra affila i coltelli e, dopo una riunione straordinaria, annuncia la guerra a suon di carte bollate. Sarà ricorso alla Corte costituzionale per affossare il cosiddetto decreto salva-liste. Sebbene il vicepresidente reggente della Regione Lazio Esterino Montino si danni per definire la decisione ‘scelta istituzionale, non politica, che riafferma il principio del rispetto delle prerogative della Regione’, è chiaro l’intento del governo laziale: espellere una delle due forze in campo. Montino spiega: ‘Riteniamo illegittimo il decreto legge varato dal governo, perché va oltre le proprie competenze, invadendo le prerogative della Regione’. E ancora: ‘La legge elettorale non ha mai avuto bisogno di interpretazioni in tanti anni ma la si interpreta solo adesso’. La candidata del Pdl, Renata Polverini, intanto fa spallucce: ‘Montino farà i passi che ritiene opportuno fare. Mi meraviglia però che la battaglia non sia sui temi elettorali’. Nel centrodestra sembra che l’ottimismo non manchi. Ostenta ufficiale sicurezza, la Polverini, sulla sentenza del Tar del Lazio che oggi pomeriggio dovrebbe riammettere la lista romana del Pdl. L’udienza davanti ai giudici della II sezione bis comincia alle 9,30. Entro le 16 andranno poi ripresentate le liste. Altrimenti sarà caos. Una giornata campale perché l’eventuale riammissione farebbe recuperare punti persi dall’ex sindacalista nel marasma dei giorni passati. Ma il tempo stringe e l’elettorato mormora. Nel frattempo l’attuale giunta annuncia il ricorso alla Consulta per conflitto di competenze e l’italico teatrino prosegue più folcloristico che mai. Ma la Polverini non si demoralizza e pronostica: ‘Ho detto da subito che ero fiduciosa, mi pare che stiamo andando verso la soluzione. E una volta riammessi, da domani si torna a lottare ad armi pari’.  

I tempi del Tar saranno brevi. La sentenza sarà emessa ‘in forma semplificata’, ovvero con abbreviazione dei termini. Nella prima mattinata si riuniranno i legali in attesa della Camera di consiglio del Tar. Pochi nel partito hanno dubbi su quale sarà l’orientamento dei giudici amministrativi, alla luce del cosiddetto decreto salva-liste. Qualcuno rileva però come, dando il decreto delle indicazioni di orario, questo darebbe in ogni caso indicazione all’Ufficio centrale circoscrizionale (cioè dove vanno consegnate le carte) di tenere aperto fino alle 20 e quindi di accogliere le liste, a prescindere dal pronunciamento. In giornata sarà depositata l’istanza con cui il Pdl richiede ai carabinieri di farsi restituire il plico con le firme e le liste, rimasto in Tribunale da sabato scorso, che sarà dissigillato pubblicamente per allontanare ogni sospetto come anticipato dal coordinatore regionale Vincenzo Piso. Il plico, che sarà ritirato da Piso assieme al responsabile elettorale Pdl Abrignani e con i due presentatori di sabato scorso Alfredo Milioni e Giorgio Polesi, sarà poi depositato in Tribunale, che a quel punto si prenderà 24 ore per esaminarlo e approvarlo. Ma nel Pdl c’è la volontà di chiudere oggi, perché questi sono i tempi previsti dal decreto. Se oggi al Tar il giudice accettasse di ricorrere alla Corte costituzionale la confusione diverrebbe enorme. Il decreto interpretativo andrebbe alla Consulta e il procedimento verrebbe sospeso”. (red)

10. Regionali, Bossi preoccupato: Il caos fa perdere voti

Roma - Scrive IL GIORNALE: “La popolarità del governo Berlusconi ha raggiunto il suo punto più basso con l’apprezzamento di uno striminzito 39% degli elettori. Ma ciò che più risalta è il calo del gradimento nel popolo leghista, sceso dall’83% di febbraio a un più modesto 57%. Circa un elettore del Carroccio su quattro, soprattutto nel Nord-Est, ha cambiato opinione sull’esecutivo. Il tam tam delle Procure e il ‘pasticciaccio’ delle liste non hanno giovato. ‘Non bisogna surriscaldare il clima politico perché ciò fa perdere voti’, ha commentato Bossi sottolineando che ‘la gente è abbastanza equilibrata e vuole serenità anche in politica. La gente capisce che il casino è il contrario delle proposte’. Non si tratta solo di comune buon senso, c’è dell’altro. Se, almeno in questa fase, la disaffezione verso Palazzo Chigi non si traduce in un’immediata perdita di consensi (in tutti i sondaggi il Carroccio è stabilmente sopra il 10% e in Veneto sopravanza il Pdl), ciò non implica che la situazione sia immutabile. Basti pensare al cambiamento di linea imposto al partito dal Senatùr dopo la bocciatura della lista Formigoni. I ‘dilettanti allo sbaraglio’ si sono trasformati negli artefici di una ‘soluzione politica’ dopo l’approvazione del decreto legge.  

Perché la Lombardia è il cuore dell’attività leghista e, persa quella, per il movimento padano verrebbe meno la propria ragione sociale. Come si porrebbe Bossi nei confronti della propria base senza il Pirellone? Come tenere a freno gli homines novi del Veneto senza Milano? Eventualità inimmaginabile. ‘È il Corriere che insiste nei nostri confronti: io la disaffezione della nostra base non la vedo proprio’, spiega il deputato Giacomo Stucchi sottolineando che tanto Bossi quanto il coordinatore delle segreterie Calderoli ‘sono attenti agli equilibri tra le diverse anime della Lega’ e, anche dopo le Regionali, ‘chiederemo la nostra giusta visibilità’. L’allusione non è casuale. Le due candidature di Roberto Cota in Piemonte e del ministro Luca Zaia in Veneto imporranno, in caso di vittoria di entrambi, un opportuno riequilibrio della compagine governativa. Alle Politiche agricole dovrebbe approdare un altro esponente veneto. Almeno sulla carta. In Piemonte, ad esempio, il Pdl si è messo in moto per sostenere Cota, mentre, soprattutto a Torino, la Lega e la sua base appaiono un po’ latitanti. Effetti della disaffezione verso il governo? Possibile. Ma anche un eccesso di fiducia nei propri mezzi. ‘Se il centrodestra vincerà, sarà merito della Lega. Se perderà, sarà colpa del Pdl’, si mormora in ambienti pidiellini del Nord. Stando alle voci di corridoio, infatti, non è così sicuro che il sostituto di Zaia, sicuro della vittoria, possa essere un leghista ‘serenissimo’. In caso di sconfitta a Torino, proprio Cota potrebbe prendere quel posto. I delicati equilibri ‘federali’ interni ne risentirebbero”. (red)

11. Regionali, Berlusconi: Sinistra ammanettata da Di Pietro

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “La sinistra? Capace solo di ‘dire no’ e di tassare le gente mentre ‘noi siamo il governo del fare’, quello che ‘risolve le emergenze’. Il giorno dopo la bufera sul decreto che aggiusta il pasticcio delle liste del centrodestra non ammesse, Silvio Berlusconi non affronta l’argomento, ma entra invece con forza in campagna elettorale. Per ora lo fa ‘a distanza’, con una telefonata a Napoli e un video-messaggio a Torino, parlando ai sostenitori dei candidati alle regionali, ma fa subito capire che i toni dell’offensiva elettorale saranno di fuoco. Passa la mattina a Roma, poi si trasferisce a Milano e, nel pomeriggio, corrono anche voci su una sua possibile partecipazione all’udienza che si terrà oggi per il processo sui diritti tv, subito smentite però dai suoi collaboratori. Prima si era scatenato al telefono con la platea dell’appuntamento elettorale del candidato alla presidenza della Campania, Stefano Caldoro: ‘Anche questa volta siamo di fronte a una scelta di campo tra il Pdl, che è al governo, che sa lavorare, e il Pd che sa solo insultare e criticare. Noi risolviamo l’emergenze e la sinistra sa solo dire di no’. Se il centrosinistra andasse al governo per Berlusconi ‘farebbe solo cose negative: reintrodurrebbe l’Ici sulla prima casa, raddoppierebbe le tasse su Bot e Cct, introdurrebbe imposte patrimoniali anche su immobili piccoli per ridurre il debito nazionale, limiterebbe i pagamenti in contanti a soli 100 euro, e questo significherebbe precipitare in uno stato di polizia tributaria’.  

E ancora: ‘L’opposizione vuole dare ai pm le intercettazioni per tutti e su qualunque cosa, in spregio a un diritto, fondamentale per noi, alla riservatezza, alla nostra privacy e questo vorrebbe dire precipitare in uno stato di polizia’. Poi introduce di nuovo nei suoi attacchi il tema dell’immigrazione, che invece Gianfranco Fini ha più volte raccomandato di tenere fuori dalla campagna elettorale: ‘La sinistra vuole non frontiere aperte, ma spalancate, perché possano arrivare quanti più immigrati possibile nella speranza di poter ribaltare la minaccia elettorale consentendo loro di votare e facendo diventare gli italiani moderati, che sono la maggioranza, la minoranza del paese’. Il presidente del Consiglio tenta anche di ‘sedurre’ l’elettorato sulla base della convenienza: ‘Con noi al governo anche nelle regioni, in sintonia con il governo nazionale, ci sarebbe ampia collaborazione’. E da questa ‘ampia collaborazione’ scaturirebbe ‘l’attuazione del piano casa, che tutti aspettano e lo snellimento delle procedure burocratiche’. La scelta, ribadisce ancora, è tra una ‘cultura dell’amore’ e una ‘cultura dell’odio’. Infine, in serata, interviene con un messaggio registrato ad un incontro pubblico del Pdl a Torino: ‘La sinistra ormai si è ammanettata a Di Pietro che è il partito dell’odio e dell’invidia sociale. La nostra missione quindi, ancora una volta, è quella di opporci a questo disegno illiberale per difendere la democrazia e per difendere la libertà nell’interesse di tutti’”. (red)

12. Legittimo impedimento, Pd e Idv affilano le armi

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Pd e Idv affilano ‘le armi’ sul legittimo impedimento, l’ennesima legge ad personam per Berlusconi. E si preparano a uno scontro duro in aula. La legge fotocopia del lodo Alfano, ma ancora senza la necessaria copertura costituzionale, non poteva capitare nella settimana peggiore. Stretta tra la polemica sul decreto salva-liste e la manifestazione in piazza di sabato. In mezzo, al Senato, tra domani e giovedì, ci sono le 14 ore di dibattito che la maggioranza ha concesso, col parere contrario di Pd e Idv, per varare il nuovo scudo per Berlusconi. Il premier ha fretta. Incombono le udienze del processo Mediaset. ‘Non c’è più tempo da perdere’, ha detto ai suoi, dopo quello che è avvenuto una settimana fa, quando il tribunale di Milano ha proseguito l’udienza e non ha ammesso la richiesta di rinvio per via del consiglio dei ministri dedicato al ddl sulla corruzione. Oggi ce n’è un’altra, l’avvocato del premier Niccolò Ghedini smentisce con un secco ‘no’ la voce insistente che gira da giorni e che ancora ieri preannunciava un possibile blitz del premier per una testimonianza spontanea in cui ribadire la sua completa innocenza. Sarebbe, per lui, l’ultima occasione. Perché il processo è di fatto destinato a un’interruzione, se non addirittura allo stralcio della sua posizione per non pregiudicare una sentenza in tempi giusti per l’altra dozzina di imputati. Ma quella di oggi, assicura Ghedini, sarà solo un confronto tecnico coi giudici per stabilire la futura lista dei testi della difesa.  

Quindi, assicura Ghedini, nessuno spazio per un intervento del Cavaliere. Poi il dibattimento finirà nel cono d’ombra del legittimo impedimento, una legge che consente al premier e ai ministri di chiedere il rinvio delle udienze sulla base di un’autocertificazione della presidenza del Consiglio. Stop fino a sei mesi, perché l’impegno istituzionale può anche essere ‘continuativo’. Una legge per cinque ragioni incostituzionale, ha scritto su Repubblica il costituzionalista Alessandro Pace (la presunzione ‘assoluta’ dell’impedimento; l’attribuzione di una ‘prerogativa’; l’assenza di un supporto costituzionale; la prevaricazione della politica sulla giustizia; l’anomalia della legge ponte). Una legge su cui l’Udc, come conferma il capogruppo Gianpiero D’Alia, si asterrà perché non soddisfa appieno il leader Casini che pure l’ha proposta come alternativa al processo breve. Una legge che Pd e Idv si accingono a contestare in aula dove sono stati presentati 350 emendamenti. Dice il dipietrista Luigi Li Gotti: ‘Il decreto salva-liste è uno spartiacque, d’ora in avanti questa maggioranza dovrà ‘sudarsi’ ogni riga dei suoi provvedimenti’. Non è da meno il Pd. La presidente dei senatori Anna Finocchiaro domani riunirà il gruppo per decidere la strategia. Che rispecchierà quanto la stessa Finocchiaro e l’omologo alla Camera Dario Franceschini hanno preannunciato in una lettera formale a Schifani e Fini. Dov’era scritto: ‘Il decreto costituisce un gravissimo precedente nella storia repubblicana. È evidente che esso avrà immediate conseguenze sul nostro atteggiamento parlamentare’. A partire dal legittimo impedimento”. (red)

13. Iraq, al voto sfidando le bombe

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Hanno votato. Nonostante la minaccia delle bombe. Nonostante l’insicurezza, le tensioni interreligiose e l’instabilità di un Paese che, a sette anni dall’invasione anglo-americana, è ancora ben lontano dalla normalizzazione. Il dato più rilevante sembra essere che, a differenza dalle parlamentari del 2005, questa seconda volta dalla guerra del 2003 anche i sunniti sono andati alle urne. Se fosse vero sarebbe un successo. Quel successo che sogna anche l’amministrazione americana. Ieri sera, forse forzando i tempi, Barack Obama si è precipitato a complimentarsi con gli iracheni ‘per il coraggio dimostrato’. Il presidente Usa non nasconde l’impazienza di ritirare presto le proprie truppe. E loda ‘ il successo ‘ dei quasi 800.000 tra poliziotti e militari iracheni, che si sono impegnati per garantire le operazioni di voto, segnando ‘una pietra miliare’ nella storia del Paese. Ma non nasconde che l’Iraq ha ancora davanti giorni ‘molto difficili’. I risultati sono da venire. A Bagdad gli osservatori internazionali parlano di ‘due o tre giorni’ per le prime indicazioni credibili. Quelle ufficiali potrebbero prendere settimane. Emesi la formazione del prossimo governo.  

Un dato che circolava in serata tra le tv locali era che il 60 per cento dei 19 milioni di iracheni aventi diritto al voto sarebbe andato alle urne. Circa l’8 per cento in più rispetto al 2005. Altre indicazioni erano che la formazione ‘Stato di diritto’ del premier sciita Nouri Al Maliki sarebbe andata molto bene nel Sud, comprese le città sante sciite di Karbala e Najaf, che si credeva fossero dominate dalle liste religiose più conservatrici. Quelle sunnite di Falluja e Ramadi, oltre a quelle della provincia di Diyala sino al polo petrolifero di Mossul, si sarebbero orientate in massa per i l partito ‘Iraqia’ dell’ex premier Iyad Allawi. Ma questi dati sono ancora inaffidabili. ‘Per il momento non abbiamo risultati credibili. Nulla è certo’, osservano i responsabili della Commissione elettorale irachena. Allawi ha comunque già voluto mettere le mani avanti, ipotizzando l’eventualità di brogli e minacciando l’ombra di un’inchiesta. La giornata era cominciata male. Già prima dell’apertura dei seggi, alle sette di mattina, i colpi di mortaio hanno terrorizzato la capitale: una cinquantina in meno di due ore. Uno di questi ha centrato in pieno una palazzina, causando la morte di una ventina di persone.  

Bombe sono esplose anche a Falluja, Tikrit, Mossul. Del resto lo avevano minacciato i gruppi estremisti vicini ad Al Qaeda meno di tre settimane fa: ‘Trasformeremo la giornata elettorale in un inferno’. Ma l’inferno non c’è stato. Nonostante i 38 morti e la settantina di feriti per gli attentati in tutto il Paese, verso le 11 di mattina la situazione si è stabilizzata. E la gente ha iniziato a votare più numerosa. ‘La mia scheda contro il terrorismo, per la stabilizzazione’, sosteneva fiero Feras Samarrai, 34 anni, mentre con la moglie, il figlio di due anni, e altri quattro parenti scendeva a piedi il lungo Tigri per raggiungere il seggio. ‘Ho grande speranza nella ventata laica che vorrebbe imprimere Allawi. Magari finalmente l’Iraq vedrà la fine delle guerre settarie interne’, aggiungeva Hasher Rashid, un pensionato 62enne. Altri erano meno ottimisti. ‘Ci vorranno decenni per cambiare la situazione. Ci manca la cultura della democrazia. L’economia è in ginocchio. Iran e Stati Uniti si fanno la guerra a nostre spese’, diceva un capitano della polizia ai seggi, Samir Shellah (55 anni), senza nascondere la sua nostalgia per Saddam Hussein. Nelle zone curde del Nord non sono stati registrati incidenti. E la popolazione ha votato in massa”. (red)

14. Nigeria, 300 cristiani uccisi a colpi di machete

Roma - “La mattanza è cominciata alle 3 di notte – riporta il CORRIERE DELLA SERA -, come il peggiore degli incubi che si trasforma in realtà. Il silenzio spettrale del villaggio di Dogo Nahawa, cinque chilometri a sud della martoriata città di Jos, Nigeria centrale, è stato rotto improvvisamente dalle urla degli aguzzini scesi dalle colline circostanti. Spari, confusione, sangue: gli abitanti del villaggio hanno cercato scampo nella fuga. Pochi ce l’hanno fatta. Gli assalitori, pastori nomadi musulmani, di etnia Fulani, hanno colpito i loro ‘nemici’, contadini cristiani, con la ferocia dei predatori affamati. Al mattino, quando finalmente sono arrivati nella zona i militari che da anni cercano invano di frapporsi tra le etnie, le strade erano ricoperte di cadaveri, l’aria oscurata da nugoli di mosche attirati dall’odore della morte. Grehory Yenlong, commissario dello Stato del Plateau per l’Informazione, ha parlato di almeno 300 cadaveri, la maggior parte donne e bambini, quasi tutti uccisi a colpi di machete. Ad alcuni era stato dato fuoco. Si è consumata così l’ultima strage partorita dall’odio religioso in un Paese, la Nigeria, che appare come un immenso patchwork di etnie e confessioni. Jos, la capitale dello Stato federale di Plateau, è percorsa dalla paura. Il presidente ad interim, Goodluck Jonathan, che sostituisce il leader malato Umaru Yar’Adua, ha dichiarato di aver ‘collocato tutte le forze di sicurezza a Plateau e nelle regioni vicine in stato di massima allerta in modo di evitare qualsiasi estensione del conflitto’. Jonathan ha ordinato l’arresto ‘dei responsabili’ del massacro. La polizia ha confermato che decine di famiglie (musulmane) stanno lasciando la città per timore di rappresaglie.  

Lo scorso gennaio, proprio a Jos, trecento cittadini islamici erano stati uccisi durante scontri con i cristiani. Ma la strage di ieri, secondo alcuni testimoni locali, potrebbe avere un’altra genesi. ‘Una quindicina di giorni fa sono stati i cristiani di etnia Bérom ad attaccare i Fulani— ha detto un abitante musulmano di Jos —. Quattro pastori avevano perso la vita’. Certo, negli ultimi anni, l’incrociarsi di vendette e rappresaglie, tra le comunità della nazione più popolosa dell’Africa (150 milioni di abitanti), è talmente fitto che appare impossibile stabilire un ordine tra aggressori e aggrediti. L’unica cosa certa è che le violenze inter-religiose hanno provocato dal 2000 a oggi diverse migliaia di vittime e sempre più profughi in fuga: Jos, in particolare, appare come la città più colpita. Al centro del Paese, è nel crocevia tra Nord a maggioranza musulmana e Sud a maggioranza cristiana. Frequenti le frizioni, gli scontri tra appartenenti alle due maggiori confessioni religiose che in un battibaleno si tramutano in faide combattute a colpi di kalashnikov, machete e coltello. Ma i problemi, in una Nigeria ricca di petrolio e di interessi, possono avere in questo caso anche una colorazione politica. Goodluck Jonathan (cristiano) ha assunto le funzioni di capo dello Stato ad interim lo scorso 9 febbraio in seguito alla malattia del presidente Umaru Yar’Adua (musulmano) che, tornato in patria poco più di dieci giorni fa dopo tre mesi trascorsi in un ospedale dell’Arabia Saudita, non è ancora comparso in pubblico ma già reclamerebbe la restituzione dello scettro. Jonathan non pare volersi fare da parte: non prima delle elezioni previste per il 2011”. (red)

15. Brasile, Lula non consegnerà Battisti

Roma - “La notizia – scrive LA STAMPA - arriva come un macigno in un momento delicato nelle relazioni diplomatiche tra Italia e Brasile, dopo l’annullamento della prima visita ufficiale di Silvio Berlusconi nel paese verde oro. Cesare Battisti, per decisione del presidente Lula, non sarà estradato in Italia ma resterà libero di godersi il sole di Copacabana. La notizia, apparsa sul portale di R7, di proprietà della Record - dopo la Globo il più grosso gruppo media verdeoro - è firmata dal giornalista Eduardo Marini. Secondo quanto pubblicato sarebbe ‘sicura’ la decisione del governo brasiliano di mantenere lo status di rifugiato politico a Battisti. Dunque: l’ex terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo condannato in Italia per 4 omicidi e in carcere in Brasile dal marzo del 2007 non sarebbe più restituito all’Italia. Il condizionale resta, perché il giornalista non rivela le fonti, ma parla solo di due membri del PT di Lula di ‘alto grado’ che gli avrebbero ‘garantito che questa sarà la decisione del presidente Lula’. Ma le sue fonti potrebbero essere membri del PT legati agli avvocati difensori di Battisti, con l’evidente scopo di esercitare pressioni sullo stesso Lula o qualcuno a lui molto vicino per testare quali sarebbero, in tal caso, le reazioni dell’Italia. Secondo quanto scrive Marini la decisione del presidente di mantenere Battisti in Brasile sarà presa entro aprile, cioè dopo la pubblicazione delle motivazioni del Supremo Tribunale Federale (STF) che, al momento, sono ancora ‘top secret’.  

Bisogna ricordare che il STF (organo giuridico omologabile alla nostra Corte Costituzionale), lo scorso novembre aveva annullato il rifugio concesso a Battisti dall’ex ministro Tarso Genro ma, contemporaneamente, aveva scelto di decidere a metà, lasciando la parola finale a Lula. A tutto questo si aggiunge la strana coincidenza che poche ore prima del presunto scoop di Marini un giudice di Rio de Janeiro ha condannato Battisti in primo grado a ‘due anni di prigione in regime aperto’, simile alla nostra semi-libertà, a causa del passaporto falso con cui era entrato in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia. Ma ‘intanto a causa del regime aperto - spiega a La Stampa uno dei principi del foro di Brasilia che chiede di rimanere anonimo - assisteremo ad una serie di richieste da parte della difesa di Battisti per farlo uscire dal carcere in libertà provvisoria’. Il rischio paventato da molti è un’ennesima fuga. La decisione del Tribunale di Rio permette però a Lula di avere un motivo in più per tenere dentro Battisti in un anno decisivo per il Brasile che a ottobre rinnoverà presidente e governatori. Il presidente più pragmatico della storia del Brasile potrebbe così decidere di non decidere, lasciando la patata bollente al suo successore”. (red)

16. Grecia, soluzione europea. Sostegno da Sarkò

Roma - Scrive IL GIORNALE: “L’Europa non ha alternative: deve sostenere lo sforzo della Grecia per non mettere a repentaglio la moneta unica. Il presidente francese Nicolas Sarkozy riceve all’Eliseo il premier ellenico Georges Papandreu e gli conferma la più ampia solidarietà in questo momento di difficoltà. ‘Gli Stati dell’Eurozona rispetteranno gli impegni presi, se sarà necessario’, dice Sarkozy al termine del faccia a faccia, mentre Papandreu ricorda che ‘l’attacco speculativo alla Grecia rappresenta un test per l’Europa e l’euro, da affrontare con decisione’. Per la Grecia, dice ancora Papandreu, ‘vogliamo una soluzione europea e non un ricorso al Fondo monetario internazionale’. A questo fine, la Commissione di Bruxelles sta lavorando per proporre la creazione di un ‘Fondo monetario europeo’, una istituzione che disponga dell’esperienza e dei poteri d’intervento analoghi a quelli del Fmi. ‘Ne stiamo discutendo con la Germania, la Francia e gli altri Paesi dell’Eurozona’, dice in un’intervista il commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn. E il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, conferma che si sta studiando questo tipo di soluzione ‘per la stabilità della zona euro’. Per Atene, spiega il primo ministro greco, l’obiettivo è di ritornare alla normalità sui mercati e a tassi non lontani da quelli praticati sulle emissioni di altri titoli europei, dopo il varo del pacchetto aggiuntivo di misure antideficit per 4,8 miliardi di euro.  

Sarkozy rivela di aver parlato nella mattinata di ieri con Angela Merkel, aggiungendo che ‘i principali protagonisti sullo stage europeo sono determinati a fare il necessario per non lasciare isolata la Grecia’. Il cancelliere tedesco ha chiarito, nel recentissimo incontro con Papandreu, che la Germania appoggia gli sforzi greci, ma è contraria a ogni forma di salvataggio ‘attraverso aiuti finanziari diretti. Va da sé che, nei sondaggi, la Merkel è il leader europeo ‘meno amato’ dai greci. Sempre secondo i sondaggi pubblicati sulla stampa, il 46,6% dei greci appoggia il pacchetto di austerità varato dal governo, mentre il 47,9% è contrario. La stragrande maggioranza (l’86,9%) ritiene, comunque, che le norme antideficit approvate dal Parlamento causeranno un pesante disagio sociale. Per mercoledì i sindacati hanno fissato uno sciopero generale. Diversi economisti continuano a ritenere che il pericolo di contagio tra la Grecia e gli altri Paesi del Sud Europa ad alto debito pubblico non sia superato. L’eventuale default di Atene potrebbe avere effetti ‘disastrosi’ su Paesi come Spagna, Portogallo e Italia, scrive il capo economista della Deutsche Bank, Thomas Mayer, su un quotidiano tedesco. ‘La situazione sarebbe simile - spiega - a quella della Lehman Brothers’, la banca statunitense fallita nel settembre 2008. Un default della Grecia, così come della Spagna e del Portogallo, appare però ‘improbabile’ agli analisti di Bnp Paribas. Allo stesso tempo, sono poco credibili gli impegni di riportare il deficit al 3% del Pil entro due o tre anni. La Grecia, spiega il report della banca francese, è alle prese con un aumento della speranza di vita e, allo stesso tempo, con un calo della natalità. Questo significa che è necessaria una riforma radicale del sistema pensionistico, altrimenti ‘la deriva delle finanze pubbliche è inevitabile’”. (red)

17. Islanda, Londra e L’Aja cercano di trattare

Roma - Incassato il risultato del referendum sulla restituzione del debito islandese - la legge Icesave ha ricevuto il 93% di no - Reykjavik spera nella ripresa dei negoziati con Londra e L’Aja forse già la prossima settimana. I rimborsi ai risparmiatori britannici e olandesi travolti dal crac delle banche islandesi non arriveranno subito, insomma, né tutti insieme: ma ci sono buone possibilità che si arrivi a un piano di rientro concordato tra i tre Paesi, anche perché tanto da Londra quanto dall’Aja, dopo la tensione delle scorse settimane, ieri sono arrivati segnali di apertura. Anche l’Unione europea getta acqua sul fuoco, assicurando dhe il risultato del referendum non avrà riflessi negativi nel processo di ammissione dell’Islanda all’Ue previsto per il 2012. La situazione resta comunque molto incerta. Il governo della premier Johanna Sigurdardottir ammette la sconfitta e sottolinea che ‘è un dovere ben preciso dell’esecutivo trovare una nuova intesa presto’, perchè più tempo passa e più il conto da pagare diventa salato. Anche perchè più ci si avvicina alle elezioni politiche in Gran Bretagna e in Olanda (rispettivamente il 6 maggio e il 9 giugno), più diventerà difficile strappare un’intesa soddisfacente. E anche il presidente, Olafur Ragnar Grimsson (che rifiutando di firmare la legge Icesave ha proclamato il referendum) lancia ora un appello al premier britannico, Gordon Brown: ‘Prenda immediatamente un’iniziativa’ perchè si arrivi ad un accordo accettabile per il popolo islandese.  

Gli elettori hanno respinto il provvedimento varato dal governo islandese che prevedeva il rimborso, da qui al 2024, di 3,9 miliardi di euro ai circa 300 mila cittadini del Regno Unito e dei Paesi Bassi che avevano aperto il conto corrente presso la Icesave, banca on line del secondo gruppo bancario dell’isola, la Landsbanki. Una legge giudicata dai più insostenibile, perchè costringerebbe le famiglie islandesi a pagare oltre 40 mila euro a testa, e per di più in un periodo di recessione senza precedenti per l’Islanda. Ma il vero motivo per cui gli islandesi si rifiutano di pagare a quelle condizioni è che si trovano costretti a risanare debiti fatti da una banca privata. ‘Gli islandesi vogliono rimborsare chi ha perso i suoi soldi, ma vogliono un accordo giusto’, ha sottolineato il presidente Grimsson, che in queste ore si profla come il vero vincitore della vicenda, almeno dal punto di vista della politica interna islandese. E per ‘accordo giusto’, ha spiegato nei giorni scorsi il presidente, si intende il pagamento della quota di garanzia sui depositi. Dal conto loro Londra e L’Aja hanno cambiato atteggiamento. Fino alla vigilia del referendum hanno accusato senza troppi giri di parole le autorità islandesi di avere a suo tempo taciuto e mentito sulla situazione delle banche dell’isola.  

Sembravano, inglesi ed olandesi, pronti ad ostacolare il processo di adesione dell’Islanda alla Ue. Fatta la frittata - constatato cioé il no secco a un rimborso tout court - ora entrambi i paesi sembrano più disposti alla ricerca di un compromesso. Anche perché l’alternativa è perdere tutto, e nessuno ha intenzione di andare al voto presentando agli elettori una sconfitta sonora senza prospettive di ribaltare la situazione. Stando ad alcune fonti che lavorano al dossier la traccia per un accordo potrebbe già essere stato abbozzata nei giorni scorsi: si tratterebbe di tagliare il tasso di interesse sui rimborsi e congelare per due anni il pagamento degli interessi. ‘Siamo pronti a mostraci più flessibili’, ha garantito il ministro delle finanze britannico, Alistair Darling. ‘Non possiamo dire a un piccolo Paese come l’Islanda ‘rimborsateci subito’. Dobbiamo essere ragionevoli, sappiamo che per riavere i nostri soldi ci vorranno molti, molti anni’. Anche perchè un accordo insostenibile per gli islandesi non converrebbe a nessuno: il rischio è quello di una vera e propria bancarotta del’intero Paese che potrebbe ripercuotersi anche sulla Ue”. (red)

18. Sarkò la spunta: cena a casa di Obama

Roma - Scrive LA STAMPA: “I britannici ironizzano: ‘L’ambizioso sogno del presidente Sarkozy di soppiantare la Gran Bretagna nel ruolo di alleato principale degli Stati Uniti è di un passo più vicino a diventare realtà’. Ma ride storto il Sunday Times, sottolineano sulla Rive droite parigina: è costretto a riconoscere che una cenetta negli appartamenti privati della Casa Bianca, come quella in programma il 30 marzo prossimo durante la visita ufficiale del capo di Stato francese in America, è ‘un onore raro’. Gordon Brown e la Merkel si sono dovuti accontentare delle chiacchiere nell’Ufficio Ovale. A Parigi si esulta. Tanto che la notizia della cena privata a quattr’occhi, i due leader e le deliziose appendici Michelle e Carla, a ciacolare di chitarre e beneficenza, è stata presentata come la perla della trasferta americana. Ben più delle inevitabili discussioni su Afghanistan, Iran e la ripresa. E’ la ‘revanche’. A Parigi è stata vissuta come umiliazione un’altra cena, quella mancata: in visita a Parigi, Obama snobbò l’invito della coppia Nicolas-Carla e andò in una banale rosticceria. Dietro ai sorrisi e ai complimenti, quelli tra Obama e Sarkozy sono rapporti complicati. Il presidente americano, che pronuncia ‘Nicolasss’, fa sempre l’elogio della ‘creatività e della immaginazione’ del suo omologo. Ma con una bella punta di humour: ‘E’ così coraggioso su tanti fronti che è difficile enumerarli tutti...’. A Obama non piace essere spintonato, come quando il presidente francese ha minacciato di sbattere la porta al G20 o al summit di Copenhagen in assenza di risultati.  

O quando rifiuta di spedire rinforzi in Afghanistan o resiste alle proposte di disarmo nucleare totale. E poi tutte quelle pressioni per essere i primi a venire ricevuti alla Casa Bianca (favore rifiutato) e fotografati con la coppia Obama. A Washington non vogliono confondere amabilità e familiarità, due parole che per Sarkozy, quando gli servono, hanno lo stesso significato. Sarkozy, poi, è geloso. Durante la campagna elettorale Usa c’è stata tanta ‘obamania’ nella gauche francese da insospettirlo. Tanto che ironizzava su un uomo ‘che non ha proprio nulla di un socialdemocratico lussemburghese’. Da presidente eletto gli è parso troppo attivo. Aveva scommesso su una lunghissima ‘gavetta’ del debuttante di Oltreoceano, per guadagnar spazio sulla scena. Da qui altro veleno, soffiato a giornalisti facendo finta di far confidenze a microfoni spenti: ‘Io ho vinto tutte le elezioni, lui ne ha già perse tre’. Il guaio di Sarkozy è che si vede Grande ma la Francia sul piano internazionale si è raggrinzita, conta poco. Le sue istigazioni a bonificare il capitalismo (anglosassone ovviamente) sono rimaste parole, a Londra e a Washington non gli danno retta, anche l’ecologista universale e implacabile è già in ritirata. Il salvatore della Georgia e il domatore dei russi è obbligato a corteggiare la coppia Putin-Medvedev per strappare qualche contrattuccio. Gli resta una cena alla Casa Bianca: grazie Obama”. (red)

19. Gb: imbarazzo per Cameron, la moglie vota i laburisti

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Si sapeva che Cherie Blair è più di sinistra di suo marito Tony: era contraria alla guerra in Iraq, si opponeva alle leggi speciali contro il terrorismo e George W. Bush non le è mai piaciuto, dicono da tempo le indiscrezioni. Ma adesso il mondo politico britannico è scosso da una rivelazione ancora più piccante: e cioè che Samantha Cameron, moglie di David Cameron, leader dei conservatori e possibile futuro primo ministro se vincesse le elezioni del maggio prossimo, ha votato per i laburisti in passato, per la precisione per Blair, e potrebbe addirittura votare Labour anche alle prossime elezioni, preferendo Gordon Brown al suo legittimo consorte. A raccontarlo è uno che conosce bene i coniugi Cameron: Ed Vaizey, deputato conservatore, ex-compagno di studi di David a Oxford, membro del cosiddetto ‘Notting Hill set’, il gruppo di giovani Tory che hanno rinnovato il partito negli ultimi anni, residenti in uno dei quartieri più alla moda di Londra. Vaizey ha fatto le sue rivelazioni nel corso di un programma televisivo di Channel Four intitolato ‘Cameron uncovered’ (Cameron smascherato), a cura di Andrew Rawnsley, un noto giornalista laburista, il cui ultimo libro ha recentemente accusato Gordon Brown di bullismo nei confronti dei suoi subordinati.  

Rawnsley sa sciogliere la bocca ai suoi interlocutori, perché Vaizey prima gli ha detto che Samantha Cameron avrebbe votato Labour in passato, poi ha aggiunto: ‘Andrà alle prossime elezioni pensando, la scelta giusta è Cameron o dovrei restare fedele a Brown?’, non proprio ciò che ci si aspetterebbe dalla possibile first-lady di un governo conservatore. E non finisce qui, perché un’altra fonte del programma, Danny Kruger, ex-speechwriter di Cameron, ex-compagno di scuola di Cameron a Eton, rincara la dose rivelando che fu Samantha a ispirare a David la frase simbolo della sua rottura con il Thatcherismo, pronunciata appena nominato leader, nel 2007: ‘La società esiste, eccome se esiste’. Per la ‘lady di ferro’ la società non esisteva, la sua politica anti-statalista prevedeva che ognuno si arrangiasse da solo; posizione da cui Cameron ha preso le distanze, difendendo la sanità pubblica e il welfare. Ebbene, Kruger afferma che un giorno, sentendo David che preparava il discorso dell’investitura, Samantha gli disse: ‘Quello che intendi dire è questo’, e gli sciorinò la frase sulla ‘società che esiste’. David commentò, ‘hai proprio ragione’, e la inserì nel discorso.  

Le rivelazioni del programma tv sono state anticipate ieri in prima pagina dal Mail on Sunday, grande giornale conservatore, dimostrando che la voglia di fare uno scoop e vendere copie, da queste parti, ha la precedenza sui favori ai politici di riferimento. Naturalmente, Samantha Cameron ‘è stata costretta a smentire’, come scrive il Mail, di avere mai votato per il Labour: ma il solo dubbio che l’abbia fatto è un’ennesima complicazione per suo marito David, che dopo avere dominato per mesi i sondaggi ora viene dato in calo e a rischio di essere battuto dal pur opaco e scarsamente carismatico laburista Brown. Lo stesso Cameron, del resto, una volta ammise qualche bisticcio in politica con la moglie: ‘Ma quando andiamo a letto, le dico che la amo lo stesso’, tagliò corto. Chissà se glielo direbbe anche dopo un’eventuale sconfitta alle urne, con il sospetto che la moglie abbia votato per il Labour. Samantha, figlia di un aristocratico, non sarebbe ‘nata’ laburista, ma potrebbe esserlo diventata, secondo il Mail, negli anni del liceo. Ce n’è abbastanza per teorizzare che, nella politica contemporanea, le first-lady sono sempre più di sinistra dei mariti: da Cherie Blair a Carla Bruni, senza dimenticare Veronica Lario”. (red)

Prima Pagina 08 marzo 2010

Napolitano e il dl “salvaliste”. Manca il PdL? Non sia mai!