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Marzo nell’Agorà

La giornata della donna è appena trascorsa fra vuota retorica, ruffiani da mimosa e, soprattutto, consumismo d’accatto. L’8 marzo, tesi discordanti sul perché di questa data convenzionale: una fabbrica bruciata, però il 25, con le operaie chiuse dentro dal padrone; un corteo di donne che innesca la rivoluzione di febbraio, che in effetti era di marzo; o altre ipotesi di minoranza. Anche se sappiamo che certamente non è così preferiamo pensare che sia perché un giorno di marzo del 415 era volgare e 1168 di Roma venne lapidata, se non addirittura scorticata viva, Ipazia di Alessandria, filosofa e astronoma fra i maggiori del suo tempo, ma anche, purtroppo per lei, pagana e donna. 

Alejandro Amenabar in un film, che uscirà in Italia solo a fine aprile, per pressioni vaticane si dice, e che in Spagna ha sbancato il botteghino, le rende omaggio in uno splendido film di grande impatto. Pagana e donna non sottomessa, due qualità intollerabili per i cristiani delle origini, così simili all’integralismo islamico dei nostri giorni, che risolsero il problema a colpi di pietra. Colpi di pietra che la rendono ancora maledettamente attuale, perché la lapidazione è una pratica ancora in voga in un mondo che credevamo fosse scomparso ed invece è in espansione.  

Donna di scienza al passo con i suoi tempi e contemporaneamente in anticipo di mille anni, perché dopo gli editti di Teodosio, che vietarono ogni culto che non fosse quello cristiano, la scienza fece un balzo indietro di mille anni. Il monito di Ipazia è che, allora come oggi, non possiamo dare per scontato quello abbiamo, che la scienza e la libertà siano acquisite una volta per tutte: come accadde allora può accadere di nuovo, il fanatismo ottuso è sempre all’opera. Il fanatismo che uccise Ipazia e quello che bruciò la biblioteca di Alessandria, mandando perduta la conoscenza del mondo antico e cercando di annichilire la tensione dell’uomo verso la conoscenza. Ci sono voluti secoli e secoli per ricostruire almeno una parte di quanto andato perduto e poi ricominciare a progredire, non possiamo permetterci accada di nuovo. 

Ipazia non è solo una delle tante martiri pagane, non appartiene a una sola religione appartiene all’intera umanità, o almeno a quella parte dell’umanità che crede nella libertà, quella che non teme il pensiero, che non teme di pensare e mettere in discussione in discussione tutto, fosse anche se stessa o un dio. Forse Ipazia è il simbolo più bello che si potrebbe prendere per il giorno di marzo dedicato alla donna, lei che in un mondo di uomini seppe guadagnarsi da viva il rispetto delle migliori menti di Alessandria può riuscire farne guadagnare alle donne di oggi da morta. 

Se Ipazia ebbe un difetto fu la sua innata tolleranza pagana che arrivò ad applicare anche agli intolleranti, ma anche dai suoi errori possiamo imparare: non ci si può permettere di essere tolleranti con gli intolleranti.

 

Ferdinando Menconi


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Prima Pagina 08 marzo 2010