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Secondo i quotidiani del 09/03/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il Tar non riammette la lista Pdl a Roma”. Editoriale di Massimo Franco: “Pasticcio (Parte Seconda)”. Di spalla: “Ronchey, il rigore e la passione di un uomo libero”. Al centro foto-notizia: “Oscar, la prima volta di una regista” e “Un fondo monetario dell’Unione Europea. Il piano di Bruxelles”. In taglio alto: “Nigeria, stragi di cristiani: 500 morti” e “Iracheni alle urne: affluenza a sorpresa”. In taglio basso: “I soldi del G8 per arredarsi la casa” e “Cure palliative Legge ostaggio dello scontro in Parlamento”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Il Tar boccia il decreto salva-liste” e “Parla Ciampi ‘È la prova che quel testo è incostituzionale’ ”. Editoriale di Stefano Rodotà: “Una crisi di regime”. A destra foto-notizia: “L’Oscar rosa che umilia Avatar”. A centro pagina: “Fondo monetario europeo la Ue dice sì al progetto”, con il commento di Tito Boeri: “Il fantasma di Lisbona”, e “Allawi dopo il voto ‘Le etnie non contano in Iraq siamo tutti cittadini’ ”. In taglio basso: “Vuoi fare l’avvocato? Corri in Spagna”.  

LA STAMPA – In apertura: “Il Pdl fuori gioco a Roma” e in taglio alto: “Draghi: ‘Regole anti speculatori’ ”. Editoriale di Marcello Sorgi: “Più politici e meno avvocati”. In un box: “Ritorna l’asse tra Fini e Berlusconi”. Di spalla: “Addio all’inventore del fattore K” e “Il signore dei fatti”. Al centro foto-notizia: “L’Oscar premia l’Iraq e le donne”, con il commento di Maurizio Molinari “Tributo agli eroi”, e “Allawi: saremo equidistanti tra Iran e Usa”. A fondo pagina: “Il Popolo della Lentezza”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Manicomio Italia”, con l’editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro foto-notizia: “Firme in Lombardia, ecco le prime foto della vergogna” e “Il giudice che escluse il Pdl in ufficio ha la foto del Che”. In un box i commenti: “A parole sono tutti liberali ma nessuno sa cosa vuol dire” e “L’Ue festeggia l’8 marzo difendendo il diritto al burqa”. A fondo pagina: “Il bestseller cinese: così cancelleremo gli Usa”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Un Fondo per Eurolandia”. In taglio alto: “Bocciatura del Tar: la lista Pdl resta fuori. Berlusconi punta sul sì dell’ufficio elettorale” e “In Puglia Vendola avanti di 4 punti”. Editoriale di Alberto Orioli: “Cercasi leadership per una paese di gente seria”. Di spalla: “Industria e lavoro l’Italia allo specchio”. Al centro foto-notizia: “Donne leader. Kathryn Bigelow prima regista da Oscar” e “Bonus automatici per gli investimenti inferiori al milione”. In un box: “Francia protagonista nel gestire il rilancio dell’energia nucleare”. A fondo pagina: “Nigeria, chi uccide in nome di Dio uccide Dio e gli uomini”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “No del tar alla lista Pdl” e in un box: “Il prezzo amaro che paga il cittadino”. Editoriale di Paolo Pombeni: “Quanto vale la solitudine di un presidente”. Al centro foto-notizia: “Polverini, il giorno più lungo: oggi ci riproviamo in Tribunale”, “scene da teatro dell’assurdo tra Piazzale Clodio e Via Flaminia” e “ ‘G8, così pilotavamo gli appalti’ ”. In un box: “Oscar, la Bigelow affonda Avatar”. In taglio basso: “Roma, rapine e terrore nelle ville” e “Pasolini e il capitolo fantasma”.  

IL TEMPO - In apertura: “Taroccano il voto”, con l’editoriale di Mario Sechi, e in un box “Silvio e il referendum sul ‘governo del fare’ ”. A centro pagina foto-notizia: “Quelle lacrime di sangue”. In un box: “L’investimento Capitale di Tremonti”. 

LIBERO - In apertura: “Vaffa dei giudici al Pdl”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Tra i cuori azzurri tira aria d’astensione” e commento di Giampaolo Pansa: “Caro Mario, alza la voce per tuo papà Calabresi”. Al centro foto-notizia: “Il Pd per vincere s’affida al mago (Pidiello)” e “Rivolta per dire no alla moschea accanto al Duomo”. Di spalla: “Ora sì che il Colle è vittima. Ma di toghe e compagni” e “E adesso una sentenza può annullare i risultati”. A fondo pagina: “Il Matto quotidiano”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Bocciati”.  

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Il Tar boccia Polverini e il Pd (un po’) respira. Ma lo vogliono fare viola”. In apertura a destra: “Sarkozy lancia la sfida del nucleare pulito in simbiosi con l’Italia”. Al centro: “Baghdad redenta”. (red)

2. Pasticcio (Parte Seconda)

Roma - “La sensazione sconfortante - osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è che il decreto sulle liste elettorali alla fine rischi di non servire a nulla. Finora non ha salvato quella del Pdl in provincia di Roma; e le altre due, di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini nel Lazio, sono state riammesse comunque dalla magistratura dopo i ricorsi. Insomma, la forzatura voluta dal centrodestra si è scontrata con il primato della legge regionale. La decisione presa ieri dal Tribunale amministrativo del Lazio complica la strategia di palazzo Chigi. Non è da escludersi per oggi un colpo di scena all’Ufficio elettorale di Roma, in attesa del Consiglio di Stato. Ma rimane la somma di pasticci giuridici e politici che la maggioranza è riuscita ad accumulare nella sua fretta di rimediare agli errori. L’obiettivo di far votare tutti era e rimane giusto. Il modo in cui Silvio Berlusconi e la sua coalizione hanno cercato di perseguirlo si è rivelato subito così segnato dall’affanno da diventare scomposto. Il provvedimento è stato chiesto e ottenuto dal Quirinale dopo un duro braccio di ferro, scartando soluzioni condivise arrivate anche su queste colonne. Il risultato accresce confusione e tensioni; e rispedisce intatta la questione ai mittenti. Le conseguenze più gravi, però, probabilmente sono altre. Intanto - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - il centrodestra non è riuscito ancora a garantire che ognuno possa esercitare il proprio diritto di voto: sebbene si tratti in primo luogo di sostenitori del Pdl. In più, questa vicenda a metà strada fra disprezzo delle regole e farsa ha l’effetto di dilatare l’immagine di una nomenklatura a dir poco pasticciona: incapace di dare soluzioni accettabili anche a problemi che dovrebbero essere i ‘fondamentali’ delle sue competenze. Ormai non si tratta più soltanto delle liste respinte per irregolarità e ritardi. C’è anche il decreto legge fortemente voluto da Berlusconi e controfirmato dopo molte resistenze e limature dal presidente della Repubblica. Quando esponenti del governo rivelano con un candore sconcertante che non si aspettavano la decisione presa dal Tar, aggiungono perplessità a perplessità sulla strategia adottata dalla maggioranza. E questo mentre cominciano a circolare voci su un possibile rinvio delle elezioni regionali nel Lazio: indizi di una situazione che si cerca di riportare sotto controllo. Ma a dover preoccupare non è tanto l’eccesso di potere sfoggiato dal governo: il ‘golpe’ inesistente evocato da un’opposizione rapida solo a imboccare la scorciatoia della ‘piazza’ rivela in realtà un’imprevista fragilità del centrodestra. A colpire, semmai, è il vuoto che accomuna gli schieramenti; e la difficoltà a ritrovare un baricentro che rassicuri l’opinione pubblica. Il disorientamento nasce dalla sproporzione fra il problema tutto sommato minore delle liste e l’enormità del caos che ne è scaturito. Nessun nemico della Seconda Repubblica - conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - sarebbe riuscito ad inventare un piano per delegittimarla più perfetto di questa manifestazione involontaria di dilettantismo”. (red)

3. Crisi di regime

Roma - “Che cosa indica - scrive Stefano Rodotà su LA REPUBBLICA - la decisione del Tar del Lazio che, ritenendo inapplicabile l’assai controverso decreto del Governo, ha confermato l’esclusione della lista del Pdl dalle elezioni regionali in questa regione? In primo luogo rivela l’approssimazione giuridica del Governo e dei suoi consulenti, incapaci di mettere a punto un testo in grado di superare il controllo dei giudici amministrativi. Ma proprio questa superficialità è il segno della protervia politica, che considera le regole qualcosa di manipolabile a proprio piacimento senza farsi troppi scrupoli di legalità. E, poi, vi è una sorta di effetto boomerang, che mette a nudo le contraddizioni di uno schieramento politico che, da una parte, celebra in ogni momento le virtù del federalismo e, dall’altra, appena la convenienza politica lo consiglia, non esita a buttarlo a mare, tornando alla pretesa del centro di disporre anche delle materie affidate alla competenza delle regioni. Proprio su quest’ultima constatazione è sostanzialmente fondata la sentenza del Tar del Lazio. La materia elettorale, hanno sottolineato i giudici, è tra le competenze delle regioni e, partendo appunto da questo dato normativo, la Regione Lazio ha approvato nel 2008 una legge che ha disciplinato questa materia.Lo Stato non può ora invadere questo spazio, sostituendo con proprie norme quelle legittimamente approvate dal Consiglio regionale. Il decreto, in conclusione, non è applicabile nel Lazio. I giudici amministrativi, inoltre - spiega Rodotà su LA REPUBBLICA - hanno messo in evidenza come non sia possibile dimostrare alcune circostanze che, in base al decreto del 5 marzo, rappresentano una condizione necessaria per ritenere ammissibile la lista del Pdl. In quel decreto, infatti, si dice che il termine per la presentazione delle liste si considera rispettato quando ‘i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale’. Il Tar mette in evidenza due fatti. Il primo riguarda l’assenza proprio del delegato della lista che ha chiesto la riammissione. E, seconda osservazione, non è possibile provare che lo stesso delegato, presentatosi in ritardo, avesse con sé il plico contenente la documentazione richiesta. Se il primo rilievo sottolinea l’approssimazione di chi ha scritto il decreto, il secondo svela la volontà di usare il decreto per coprire il ‘pasticcio’ combinato dai rappresentanti del Pdl. Che non è frutto, lo sappiamo, di insipienza. È stato causato da un conflitto interno a quel partito sulla composizione della lista, trascinatosi fino all’ultimo momento, anzi oltre l’ultimo momento fissato per la presentazione della lista. È una morale politica, allora, che deve essere ancora una volta messa in evidenza. Per risolvere le difficoltà di un partito non si è esitato di fronte ad uno stravolgimento delle regole del gioco. La prepotenza ha impedito anche di avere un minimo di pazienza, visto che la riammissione da parte dei giudici dei listini di Formigoni e Polverini ha eliminato il rischio maggiore, quello di impedire in regioni come la Lombardia e il Lazio che il partito di maggioranza avesse un suo candidato. Si dirà che, una volta di più, i giudici comunisti hanno intralciato l’azione di Berlusconi e dei suoi mal assortiti consorti? È possibile. Per il momento, però, dobbiamo riconoscere che proprio i deprecati giudici hanno arrestato, sia pure provvisoriamente (si attende la decisione del Consiglio di Stato), una deriva verso la sospensione di garanzie costituzionali. Non possiamo dimenticare, infatti - prosegue Rodotà su LA REPUBBLICA - che la democrazia è anche procedura: e il decreto del governo manipola proprio le regole del momento chiave della democrazia rappresentativa. La democrazia è tale solo se è assistita da alcune precondizioni: e le sciagurate decisioni della Commissione parlamentare di vigilanza e del Consiglio d’amministrazione della Rai hanno obbligato al silenzio una parte importante dell’informazione, rendendo così precaria proprio la precondizione che, nella società della comunicazione, ha un ruolo decisivo. Non dobbiamo aver paura delle parole, e quindi dobbiamo dire che proprio la congiunzione di questi due fatti, se dovesse permanere, altererebbe a tal punto le dinamiche istituzionali, politiche e sociali da rendere giustificata una descrizione della realtà italiana di oggi come un tempo in cui garanzie costituzionali essenziali sono state sospese. Comunque si concluda questa vicenda, il confine dell’accettabilità democratica è stato comunque varcato. Una crisi di regime era già in atto ed oggi la viviamo in pieno. Nella storia della Repubblica non era mai avvenuto che una costante della vita politica e istituzionale fosse rappresentata dall’ansiosa domanda che accompagna fin dalle sue origini gli atti di questo Governo e della sua maggioranza parlamentare: firmerà il Presidente della Repubblica? Questo vuol dire che è stata deliberatamente scelta la strada della forzatura continua e che si è deciso di agire ai margini della legalità costituzionale (un tempo, quando si diceva che una persona viveva ai margini della legalità, il giudizio era già definitivo). Questa scelta è divenuta la vera componente di una politica della prevaricazione, che Berlusconi ha fatto diventare guerriglia continua, voglia di terra bruciata, pretesa di sottomettere ogni altra istituzione. Da questa storia ben nota è nata l’ultima vicenda, dalla quale nessuno può essere sorpreso e che, lo ripeto, rivela piuttosto quanto profondo sia l’abisso nel quale stiamo precipitando. A questo punto- conclude Rodotà su LA REPUBBLICA - la scelta di Napolitano, ispirata com’è alla tutela di ‘beni’ costituzionali fondamentali, deve assumere anche il valore di un ‘fin qui, e non oltre’, dunque di un presidio dei confini costituzionali che arresti la crisi di regime. Ma non mi illudo che la maggioranza, dopo aver lodato in questi giorni l’essere super partes di Giorgio Napolitano, tenga domani lo stesso atteggiamento di fronte a decisioni sgradite in materie che già sono all’ordine del giorno. Ora i cittadini hanno preso la parola, e bene ha fatto il Presidente della Repubblica a rispondere loro direttamente. Qualcosa si è mosso nella società e tutti sappiamo che la Costituzione vive proprio grazie al sostegno e alla capacità di identificazione dei cittadini. È una novità non da poco, soprattutto dopo anni di ossessivo martellamento contro la Costituzione. Oggi la politica dell’opposizione dev’essere tutta politica ‘costituzionale’. Dopo tante ricerche di identità inventate o costruite per escludere, sarebbe un buon segno se la comune identità costituzionale venisse assunta come la leva per cercar di uscire da una crisi che, altrimenti, davvero ci porterebbe, in modo sempre meno strisciante, a un cambiamento di regime”. (red)

4. Più politici, meno avvocati

Roma - “Questa del Tar di Roma, che doveva riammettere la lista del Pdl per le regionali del Lazio - scrive Marcello Sorgi su LA STAMPA - sarà la quinta o sesta, tra ordinanze e sentenze, che in questa incredibile guerra giudiziaria che ha sostituito la campagna elettorale, finora sono servite solo a rendere incerto anche l’esito finale delle elezioni. Se la vertenza ha avuto come epicentri le due capitali italiane, nessuno infatti può escludere un contagio e un’epidemia di ricorsi anche dopo i risultati. Nell’illusione, per la verità prevedibile fin dall’inizio di questo pasticcio, che a furia di rimettere in discussione - e se possibile annullare qua e là - le votazioni, si possa tornare alle urne e cambiare i risultati finché si vuole. A questo punto l’unica cosa chiara è che il famigerato ‘decreto interpretativo’, che ha portato l’assedio fin sotto il Quirinale, s’è rivelato inutile oltre che controproducente. A Milano, approfittando del fatto che non era stato ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, la magistratura ha preferito prescinderne esplicitamente. A Roma, i giudici amministrativi hanno concluso che, seppure, come diceva il decreto, la presenza dei rappresentanti del Pdl doveva considerarsi sufficiente a presumere che la lista stava per essere presentata, non c’era nessuna prova né che la delegazione del partito fosse materialmente presente, né che fosse pronta a consegnare la documentazione. La verità può essere interpretata, ovviamente. Ma appunto, un’interpretazione vale l’altra, e quella dei giudici ha prevalso. Ma siccome alla follia non c’è limite - e una sorta di tarlo ha ormai preso tutti i contendenti, facendoli sembrare fuori di senno - c’’è perfino chi pensa che la guerra giudiziaria debba continuare. Incuranti del monito del ministro dell’Interno Maroni, che ha consigliato di chiuderla qui, gli esponenti romani del partito di Berlusconi e i sostenitori della candidata Polverini si aspettano che oggi la lista cassata ieri dai giudici amministrativi - che a loro volta avrebbero dovuto contraddire i magistrati della Corte d’Appello - sia riammessa in extremis dall’ufficio elettorale del tribunale romano davanti al quale ieri intanto l’hanno ripresentata. A loro volta gli avversari del Pd - che tramite la giunta regionale di centrosinistra della Regione Lazio hanno fatto ricorso contro il decreto del governo davanti alla Corte Costituzionale - hanno annunciato che se il Tribunale riammetterà la nuova lista del Pdl, loro faranno un altro ricorso al Tar per ottenere la sospensione della riammissione. Ecco perché tenere la contabilità delle istanze, dei ricorsi, degli appelli e delle sentenze - provvisorie perché c’è sempre un tempo supplementare della partita - ormai è impossibile. Non ci riuscirebbe neppure Kafka, lo scrittore che così mirabilmente descrisse la disperazione di un uomo davanti alle contraddizioni della giustizia. Il paradosso - prosegue Sorgi su LA STAMPA - è che ciascuno loda, o impreca contro, i magistrati di varia estrazione a cui è stato affidato il destino politico di queste elezioni, secondo il tenore delle loro decisioni. E ognuno annuncia una carta segreta, una procedura particolare, una norma interposta, e insomma una mossa del cavallo, grazie alla quale il gioco può essere riaperto all’infinito. Non ce n’è uno - uno solo basterebbe! - che invece sia capace di dire a voce alta quel che molti hanno già capito. E cioè che per questa strada, presto o tardi, non è un’esagerazione, si arriva alla morte della democrazia. Quando non c’è più nulla di definito, quando il rispetto dell’avversario sembra venuto meno per sempre, quando le regole non valgono più, tanto si possono cambiare, non c’è neppure chi vince e chi perde, perché nessuno sarà disposto a rispettare il verdetto delle urne. Tutti piuttosto penseranno a sovvertirlo in un modo o nell’altro, chiamando in causa alternativamente, e sperando che tra loro si contraddicano, ora il giudice amministrativo, ora quello civile o quello penale. Di fronte a ciò c’è una sola cosa da chiedere ai politici: tornate a far politica. Sembra ovvio, ma non lo è. E’ assurda l’idea che la gente possa davvero appassionarsi alla telenovela delle aule di tribunale. E Berlusconi, che dice di conoscere la ‘sua’ gente meglio degli altri, dovrebbe saperlo. Dovrebbe dire ai suoi elettori, non solo quello che ha fatto, ma quel che intende fare nel futuro. Ci sarà o no il taglio delle tasse? Il piano casa vedrà la luce? Le province saranno abolite? Queste sono le cose che gli elettori vogliono sapere. Allo stesso modo la Polverini, candidata dotata di buona immagine e carattere forte, potrà rimediare all’esclusione della lista del suo partito se sarà in grado di spiegare agli elettori di centrodestra cosa devono fare per farla vincere anche in una situazione anomala. Ce la farà, se riuscirà a convincerli che, malgrado l’imprevisto a cui è andata incontro, ha la grinta e la passione necessaria per affrontare i problemi del Lazio e far marciare l’elefantiaca macchina amministrativa della Regione. Infine, anche l’opposizione dovrebbe smetterla di passare il suo tempo con gli avvocati. Ora che il decreto salva-liste è diventato inutile - conclude Sorgi su LA STAMPA - anche la manifestazione di sabato è incomprensibile. Bersani dia l’esempio e ci rinunci”. (red)

5. Pessimo formalismo giudiziario

Roma - “La decisione dei giudici del Tar del Lazio, che hanno respinto il ricorso del Popolo della libertà per la riammissione della lista a Roma - scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - ha un significato puramente politico: quello di contrapporre il formalismo giudiziario al buon senso e al diritto democratico degli elettori, uno schiaffo non soltanto al governo, il cui decreto debitamente controfirmato dal capo dello stato è stato ignorato, ma a tutto il sistema istituzionale. Quei magistrati, in sostanza, spingono il loro diritto a interpretare le leggi fino al limite di capovolgerle e non osservarle. I cavilli procedurali ai quali si sono appellati, il gioco di sponda formalistico con la Corte costituzionale, il derisorio rinvio della decisione definitiva a dopo lo svolgimento delle elezioni, sono lampanti esempi di una arrogante volontà di far prevalere le formalità sulla sostanza, il giurisdizionalismo sulla democrazia. L’intervento autorevole e sofferto di Giorgio Napolitano, che puntava a superare una contrapposizione lacerante con un preciso e coraggioso senso istituzionale, non solo non è stato accolto ma è stato frettolosamente archiviato. Il problema dunque - prosegue IL FOGLIO - non è più quello dei pasticci combinati da qualcuno, dei tentativi di porvi rimedio, della validità delle scelte compiute dal governo, è invece quello di una sostanziale dissidenza giudiziaria, di un ordine che vuole prevalere sulle istituzioni elettive, dal Parlamento, al governo, al Quirinale. Il formalismo è l’aspetto esteriore di questa dissidenza, che può provocare conseguenze devastanti sul sistema istituzionale e sull’equilibrio tra i poteri. Rifiutare di attenersi alla legge e contrastare la volontà di equilibrio espressa dal presidente della Repubblica (che è anche capo del Csm) è una lesione grave dei poteri e dei diritti sanciti dalla Costituzione oltre che una beffa per i diritti democratici di tanti cittadini. Insomma - conclude IL FOGLIO - si tratta di una provocazione, tanto più pericolosa perché messa in atto in un clima già teso e alla vigilia di un rilevante confronto elettorale”. (red)

6. Manicomio Italia

Roma - “Il Tar ha bocciato l’ammissione della lista Pdl della provincia di Roma per le elezioni regionali nel Lazio. I giudici amministrativi quindi - scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - hanno ritenuto ininfluente il decreto salva liste varato dal governo e firmato dal Presidente della Repubblica, che dei giudici è anche il capo. Tutto finito dunque per il Pdl laziale? Probabilmente sì, ma non è detto. Oggi la Commissione elettorale romana potrebbe riammettere la lista in forza dello stesso decreto, ma la sua decisione rischia di essere successivamente annullata, su richiesta della sinistra, dallo stesso Tar. Il quale però potrebbe essere smentito dal ricorso che il Pdl si appresta a fare al Consiglio di Stato, ultimo grado della giustizia amministrativa. Ma quest’ultimo dovrebbe altresì tener conto dell’eventuale verdetto, ammesso che arrivi in tempo, della Corte Costituzionale alla quale si sono rivolte le giunte (di sinistra) di Lazio e Piemonte per fare dichiarare illegittimo il decreto governo-Napolitano. Governo contro giudici, giudici contro burocrati, burocrati che smentiscono giudici e Quirinale. Una commedia all’italiana, un vero manicomio. Chi ci capisce qualche cosa è bravo. L’unica cosa certa è che è in corso un accanimento feroce contro il primo partito del Paese. Visto che non riescono a farlo fuori nelle urne, ci provano, tanto per cambiare, per via giudiziaria. È bastato che il Pdl scoprisse un piccolo nervo - prosegue Sallusti su IL GIORNALE - che gli avvoltoi lo hanno agguantato e ora, con gli artigli piantati, non lo mollano più. Ricorsi, carte bollate, picchettaggi, piazze mobilitate, sputtanamenti di tutti, capo dello Stato compreso: la sinistra accecata dall’odio non si ferma davanti a nulla. La legge è uguale per tutti, tuonano. Appunto. Ma oggi (vedi tabella a fianco) vi dimostriamo, documenti alla mano, che così non è. Per identici errori formali nella presentazione delle liste i giudici hanno respinto le firme per Roberto Formigoni e passato quelle per il candidato Pd, Filippo Penati. Non solo. Come vi dimostriamo a pagina 3, i giudici sono indipendenti ma hanno le loro, diciamo così, simpatie. Nell’ufficio della magistrata romana che non ha accolto le liste Pdl c’è una grande fotografia di Che Guevara. Non è reato ma, siamo uomini di mondo, qualche cosa vorrà pur ben dire. È evidente che qualcuno si sta impegnando perché non tutti gli italiani che lo desiderano possano votare Pdl. Che poi è proprio quello che da anni volevano i democratici Bersani, Di Pietro e amici, togati e no”, conclude Sallusti su IL GIORNALE. (red)

7. Tra i cuori azzurri tira aria d’astensione

Roma - “Adesso che il Tar ha ignorato la sostanza del decreto salva-liste approvato per salvare i polli del PdL buggerati dai radicali - scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - sarà bene dire alcune cose franche sullo stato di salute del centrodestra. Da persone che hanno a cuore questo governo non possiamo fingere che tutto vada bene, specie dopo la sentenza di ieri. Intendiamoci: il decreto era un atto dovuto. Fummo infatti tra i primi a sollecitarlo, sostenendo che non sarebbe stato un voto regolare quello in cui nelle principali regioni del Paese non avesse partecipato il partito di maggioranza. Dunque, lasciando perdere il perché e il per come si è arrivati all’esclusione del Popolo della Libertà, era evidente che fosse necessario tentare di rimettere le cose a posto e consentire al PdL di partecipare alla corsa elettorale. L’atto dunque è legittimo e noi non abbiamo avuto dubbi prima né li abbiamo ora e la sottoscrizione del decreto da parte del capo dello Stato la riteniamo un passo coraggioso, ancorché inevitabile. Fatta questa premessa e rinviata a dopo le elezioni la ricerca delle responsabilità di chi stava per impedire al centrodestra di presentarsi, è però opportuno riconoscere che questa faccenda lascia il segno. Non tanto in noi e in chi come noi ne ha viste di tutti i colori, ma fra gli elettori. Un partito al governo che si fa gabbare da quattro militanti radicali e da alcuni giudici che non l’hanno in simpatia è uno spettacolo di cui noi avremmo volentieri fatto a meno e, credo, anche gli italiani. Abituati a un centrodestra in grado di sbrigarsela con i terremoti e le catastrofi ambientali, a vedere un gruppetto di funzionari il quale non sa cavarsela con qualche migliaio di firme c’è da rimanere basiti. La perdita di credibilità dopo ciò che è successo nel Lazio e in Lombardia è giudicata dai sondaggisti nell’ordine di due-tre punti percentuali e questo vuol dire che sfide come quelle In Piemonte, nel Lazio ma anche in Puglia sono a questo punto da considerarsi a rischio sconfitta per il PdL. Già battere Vendola, la Bonino e Mercedes Bresso non era un gioco da ragazzi, ma con la palla al piede di una brutta figura l’impresa diventa ancor più difficile. Fra l’altro - prosegue Belpietro su LIBERO - noi abbiamo la sensazione che gli esperti in rilevazioni demoscopiche non stiano calcolando il rischio astensionismo, ovvero la voglia di molti elettori del centrodestra di disertare le urne, per mandare ai vertici un segnale di scontento per quel che è successo. Il malumore è diffuso e percepibile a chiunque voglia prestarvi attenzione e si accompagna a un po’ di nausea per una gestione affidata a troppi colonnelli senza il carisma del comando. Se ciò avvenisse i candidati del PdL correrebbero il rischio di andare incontro a una sconfitta bruciante e con essi il centrodestra e perfino lo stesso governo, il quale pur non essendo direttamente coinvolto rischierebbe di subirne i contraccolpi. Per questo crediamo sia opportuno che nelle prossime settimane il presidente del Consiglio faccia sentire la sua voce, caricando gli animi di elettori che appaiono un po’ depressi. Sappiamo che ancora una volta tocca a lui caricarsi sulle spalle il peso della campagna elettorale e inventarsi un’idea che rilanci il centrodestra, ma se non lo fa lui non lo fa nessuno. Dunque Cavaliere, ricarichi gli animi dei delusi e li spinga al voto. L’alternativa è perdere e non sappiamo a lei, ma a noi non piace”, conclude Belpietro su LIBERO. (red)

8. Taroccano il voto

Roma - “Cosa sta succedendo? La domanda che si pongono i lettori - scrive Mario Sechi su IL TEMPO - che dopo la decisione del Tar del Lazio hanno cominciato a far squillare i telefoni del nostro giornale. La lista del Pdl è di nuovo fuori dalle elezioni regionali, la politica s’è trasformata in una porta girevole impazzita con la magistratura che ha vestito i panni del buttafuori. Cerco di mettere insieme i pezzi del mosaico, usando la razionalità e l’analisi, anche se mi rendo conto che ormai la vicenda sta piombando in pieno clima da psicodramma. E successo che i poteri irresponsabili, quelli che non hanno la loro legittimazione nel voto popolare, se ne infischiano del contesto in cui prendono le decisioni e procedono come bulldozer alla demolizione della politica. La magistratura da tempo in Italia non è più ordine ma un contropotere. Siamo al compimento di un processo di trasformazione delle toghe che è cominciato nel 1992 con la falsa rivoluzione giudiziaria che prese il nome di Mani Pulite. Oggi questa mutazione genetica è completa e ha raggiunto il suo apice con la giustizia amministrativa che si permette il lusso di passare sopra il Quirinale come un rullo compressore. I parrucconi si riuniscono e comunicano al volgo disperso che bolli e timbri sono diventati più importanti del corpo elettorale e del principio della ‘piena rappresentanza’ a cui Giorgio Napolitano s’era richiamato nel firmare: il decreto interpretativo proposto, dal governo per salvare non una lista, ma la democrazia sostanziale. E’ un balletto dell’assurdo - prosegue Sechi su IL TEMPO - che fa piombare l’Italia in un racconto di Kafka. Con il passare dei giorni, ho capito che stavamo entrando nel clima di tensione assurda mirabilmènte raccontato ne ‘Il processo’, il capolavoro dello scrittore praghese. Qui il protagonista del romanzo, Josef K., si ritrova arrestato e accusato da un tribunale per motivi a lui sconosciuti. Nessuno gli spiega che cosa abbia mai combinato. Josef K. cerca di difendersi con un avvocato, ma anche quest’ultimo non gli fornisce alcuna chiave per capire l’oscuro meccanismo in cui è finito. Alla fine il povero Josef K. licenzia il legale ma così facendo rinuncia alla difesa e con un automatismo inesorabile viene condannato a morte. Due uomini uccidono Josef K. con una coltellata e lui chiude la sua esistenza esclamando: ‘Come un cane!’. I dieci capitoli del romanzo sono. un crescendo di fatti inspiegabili e angoscia che mi fanno pensare a quanto sta accadendo nelle aule dei tribunali in questi giorni. Qui sotto processo non c’è un solo uomo, ma le istituzioni: i partiti, il governo, il Presidente della Repubblica e il corpo elettorale. I tribunali stanno macinando con fredda lucidità tutto ciò che tiene insieme la nazione e mi stupisce che in pochi si siano accorti della gravità di quanto sta accadendo. La deforestazione del bosco repubblicano per mano giudiziaria è in corso e c’è chi invece di preoccuparsi gode. Somigliano maledettamente all’orchestrina che suona mentre il Titanic sta colando a picco. La sentenza del Tar del Lazio sulla lista del Pdl segue di qualche mese una decisione di un altro collegio che mi era apparso un brutto segnale per i destini del nostro Paese. Quando la Consulta bocciò lo scudo per le alte cariche dello Stato (il cosiddetto Lodo Alfano) nonostante il Quirinale avesse messo nero su bianco che Al provvedimento non presentava alcun profilo di incostituzionalità, mi fu chiaro che le magistrature di questo Paese non erano né autonome, né indipendenti, ma irresponsabili. Anche in quel caso infatti la bocciatura investì in pieno il Capo dello Stato. Presi il fattaccio come un segnale di disfacimento della leale collaborazione tra le istituzioni. Non mi sbagliavo. Oggi ci ritroviamo di fronte a un Tribunale amministrativo che ignora una legge dello Stato e se ne fa un baffo dello spirito al quale s’è ispirato il Presidente della Repubblica quando ha firmato il decreto di Palazzo Chigi. La politica ha lascialo un vuoto e i giudici ancora una volta occupano lo spazio e fanno un esproprio istituzionale. Una democrazia che finisce nelle mani della magistratura e non della politica e gravemente malata. É giunto il momento di decidere se curarla con le leggi e le riforme, oppure mandarla al patibolo, circondata dal popolo viola urlante, e farla uccidere a colpi di sentenze”, conclude Sechi su IL TEMPO. (red)

9. Cercasi leadership per un Paese di gente seria

Roma - “C’è una repubblica costituzionale fondata sul lavoro e una materiale fondata sulle chiacchiere. Ai cittadini - come ha ricordato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - preme la prima. Sopra ogni cosa - osserva Alberto Orioli sul SOLE 24 ORE - preoccupa il lavoro, risorsa che la crisi ha reso ancora più scarsa aumentando le file dei disoccupati. È questo che interessa agli italiani: sapere quando ripartirà davvero l’economia e arriverà la ripresa. La conferma viene dai sondaggi che Sole 24 Ore e Ipsos stanno conducendo nelle regioni al centro della contesa elettorale. E stavolta statistica e senso comune vanno a braccetto. Non è la situazione politica a preoccupare se, ad esempio, in Piemonte solo il 25 per cento dice di considerarla un problema grave (è poco di più, il 2,8 per cento, il dato su scala nazionale) contro il 73 per cento che ritiene problema urgente l’occupazione, da associare a un altro 22 per cento che teme per, l’economia in generale. Non interessano le contorsioni interne ai partiti, le camarille di potere che hanno portato al ritardo nella presentazione delle liste del Pdl a Roma e in Lombardia (o quelle che hanno dilaniato per mesi il Pd). Quel grottesco ritardo sulle liste - che ancora adesso richiederebbe almeno delle scuse ‘politiche’ agli elettori tutti - al centro di una difficile correzione di rotta che imbarazza le istituzioni, ha creato una ferita al sistema democratico. E stata prontamente suturata con uno dei cerotti di cui in genere abbonda la cassetta di pronto soccorso della repubblica delle chiacchiere. Una scelta che tuttavia non sembra del tutto impermeabile ai dardi dei Tar e si vedrà se sarà in grado di reggere l’eventuale sindacato di costituzionalità da parte della Consulta. E c’è voluta l’autorevolezza di Napolitano, fatto a segno di strali ingiusti, per evitare il peggio. Si sarebbe potuta scegliere - come ha ricordato Giuliano Amato domenica su queste colonne - la strada del rinvio dei termini e riaprire i giochi per la presentazione delle liste; o spostare la data delle elezioni. In ogni caso - prosegue Orioli sul SOLE 24 ORE - sarebbe stata una forzatura, necessaria perché un paese dove le elezioni si svolgono senza il maggior partito non è certo democratico e si iscrive d’ufficio - per la sbadataggine o la mariuoleria di certi presentatori di liste - nel novero dei paesucoli senza storia. Una qualunque delle strade prospettabili avrebbe in ogni caso significato per l’elettorato il male minore. Tutti hanno capito: l’opposizione che non avrebbe avuto senso vincere senza avversario; la maggioranza che non avrebbe avuto senso mettere il paese a ferro e fuoco per la mancata partecipazione al confronto. Il ‘dilemma democratico’ - che ora finisce al vaglio della Consulta era questo: e ancora una volta la politica, l’esercizio nobile della gestione del bene comune, avrà abdicato agli avvocati la sua missione in nome di una ben più prosaica volontà di sopravvivenza. E mentre la tenzone si fa sempre più di carta, il paese chiede soluzioni vere. Che sono quelle legate all’economia, a una ripresa ancora frammentaria e ritardata, alle infrastrutture carenti - freno allo sviluppo di tutto il territorio -, alle riforme che non arrivano e invece servirebbero a dare slancio alle forze migliori del paese. Come sono, ad esempio, gli industriosi animatori del Club dei 15, il meglio dei distretti italiani, di cui parliamo in prima e a pagina 16: sono un caso di eccellenza, che ha saputo spesso resistere alla crisi ed è replicabile. E questo il paese di cui la politica non parla perché persa nelle fumisterie di schieramento. Un’altra prova? Ancora dal sondaggio piemontese: la Tav, la sofferta tratta ad alta velocità Torino-Lione, è ormai obiettivo più che condiviso anche nella sinistra (del resto il 76 per cento dei cittadini della regione lo considera un beneficio). A questo dunque deve guardare chi chiede consenso. Alla competizione sui grandi temi di modernizzazione del paese. E nemmeno gridare sempre e solo all’emergenza democratica è una strada proficua. È auspicabile che lo comprenda anche il Pd cui alcuni vorrebbero imporre - da spalti d’inchiostro o da tribune web - la soluzione del tirare la corda al massimo della resistenza. Una volta che la corda fosse spezzata, si avrebbe solo un paese diviso in due, ferito e smarrito: Berlusconi a gridare al golpe comunista, i regicidi a cantare vittoria senza i voti per renderla verosimile. Gli italiani a guardare il triste spettacolo. Nessuno paga il biglietto per questo genere di repliche”, conclude Orioli sul SOLE 24 ORE. (red)

10. Sconcerto del premier. Timore di perdere consensi

Roma - “Era sicuro di aver risolto il problema. ‘Ho messo le cose a posto’, la convinzione esternata di ritorno da Roma, due giorni fa, dopo lo scontro con Napolitano, l’estenuante trattativa sul decreto legge, l’incomunicabilità con l’opposizione. Ieri invece la doccia fredda. Il giudice amministrativo - riporta Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - non solo boccia le ragioni del centrodestra, ma schiaffeggia anche la competenza giuridica degli uffici (in primo luogo di Palazzo Chigi) che al decreto salva-liste hanno lavorato. La legge interpretata in modo autentico, dice il Tar, è quella sbagliata. Si doveva mettere una pezza al pasticcio e invece si profila un pasticcio ulteriore. Di fronte a una tale confusione il presidente del Consiglio resta in silenzio. Filtra lo sconcerto per una decisione inattesa, la fiducia per la decisione che potrà eventualmente prendere il Consiglio di Stato, la necessità, in primo luogo, di attendere la decisione dell’ufficio elettorale, che potrebbe ancora una volta ribaltare la situazione. Su tutto, e Berlusconi ne è consapevole, aleggia in modo insistente l’eventualità di un rinvio del voto, almeno nel Lazio. Ieri il capo del governo ha trascorso la giornata ad Arcore. Pranzato, sembra, con alcuni rappresentanti delle sue aziende, con i figli. Trascorso parte del pomeriggio fra appuntamenti politici e studio dell’agenda della campagna elettorale. Campagna che non può partire, né essere modulata sino in fondo, se il pasticcio delle liste non verrà chiarito. Sino a ieri pomeriggio - prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - c’era l’esigenza di dover recuperare tre punti percentuali persi dal Pdl negli ultimi giorni. Ora l’emorragia potrebbe anche aggravarsi, ma ovviamente non c’è modo di intervenire sino a quando non ci sarà una soluzione definitiva. Nello staff del premier si consolano affermando che la decisione del Tar fa piazza pulita di tante accuse ricevute in questi giorni: in testa, la più grave, quella di aver compiuto in sostanza un colpo di Stato, varando il decreto, modificando una regola chiave della democrazia, ovvero che le norme non possono essere interpretate a proprio piacimento e a corsa iniziata. Ovviamente la decisione del Tar autorizza Palazzo Chigi a dire che non c’è stato nulla di tutto questo, che l’indipendenza dei giudici non è stata scalfita, che nessuno in fondo ha deciso nulla visto che la decisione finale — come si è visto — spetta sempre a una toga. È unmodo curioso di consolarsi, mentre la notte passerà nella speranza che la decisione di oggi, dell’ufficio elettorale, possa portare sprazzi di sereno. E nella convinzione, dice chi ieri ha sentito il premier al telefono, che il decreto legge emanato dal presidente della Repubblica è giusto, corretto e perfettamente applicabile al caso in questione. Non c’è in ballo soltanto la questione del Lazio - conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - ma la credibilità della competenza giuridica di parecchie persone che al testo hanno lavorato e che il Tar ha in qualche modo giudicato, almeno giuridicamente, sprovvedute”. (red)

11. Il governo e l’ansia della norma autogol

Roma - “Magari in extremis - scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - il Pdl riuscirà a presentare la lista nel Lazio, magari non ci sarà bisogno di ricorrere al rinvio delle elezioni, ma è proprio il ricorso all’appiglio leguleio che sta arrecando gravi danni d’immagine al centrodestra. E che l’immagine del Pdl sia compromessa lo si intuisce dal modo in cui Fini ieri ha accolto la sentenza del Tar: ‘Che figura’. La battuta del presidente della Camera non è solo dettata dalla preoccupazione di veder compromessa in queste condizioni la corsa della Polverini nel Lazio, ma perché sa che la politica segna il proprio fallimento quando degrada ad una disputa tra azzeccagarbugli. Al pari dell’inquilino di Montecitorio anche Berlusconi ne è consapevole, lui che appena qualche giorno fa aveva avvisato lo stato maggiore del Pdl di un calo nei sondaggi, siccome nell’immaginario collettivo era passata l’idea che ‘non siamo nemmeno in grado di presentare delle liste’. Con il decreto confidava di aver chiuso il conto, invece la sentenza del Tar non solo ha riaperto il caso ma soprattutto è stata valutata come una bocciatura dell’esecutivo, che si sarebbe fatto una sorta di ‘autogol’. Così prende corpo un rischio ulteriore e se possibile ancor più devastante, e cioè che l’opinione pubblica si convinca dell’incapacità del governo di varare un decreto che produca effetti. Poco importa se davvero in mattinata i cofondatori del Pdl fossero ottimisti, e se ieri sera lo scoramento misto a una forte arrabbiatura avessero preso il sopravvento. Al telefono Gianni Letta ha chiesto ai suoi interlocutori di pazientare. Bisognerà intanto capire se il provvedimento - voluto dal premier e controfirmato dal capo dello Stato - sarà in grado di reggere a fronte di un ricorso del Pd contro un’eventuale decisione della corte d’Appello di accogliere la nuova presentazione della lista del Pdl. Ma su questo nessuno fa più affidamento: la bocciatura sembra assicurata. Le speranze - a quanto si dice ben riposte - sono invece affidate al Consiglio di Stato: se annullasse la sentenza del Tar, la Bonino e il Pd non potrebbero presentare ulteriore appello. E il Pdl potrebbe vincere la sfida nel Lazio. Chissà se davvero stanno così le cose - prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - in pochi sono riusciti a seguire Letta nel dedalo del ragionamento, perché nessuno si è mai trovato dinanzi a un simile caos giuridico. Figurarsi gli elettori. Il Cavaliere lo sa. Nei suoi amatissimi sondaggi ha visto crescere in una settimana il senso di disorientamento che i dirigenti locali del Pdl - così come quelli della Lega - hanno verificato sul territorio. La preoccupazione è che di questo passo la flessione nei consensi possa essere superiore ai tre punti finora registrati. Troppo forte lo ‘scossone’ determinato anche nell’opinione pubblica di centrodestra dal braccio di ferro sul decreto, perché l’idea di modificare le regole del gioco a gioco in corso non è stata gradita, ha dato l’idea che ci sia una categoria di ‘intoccabili’ a cui tutto è permesso. Mentre cresce l’aspettativa sull’azione di governo. Di qui il danno d’immagine per l’esecutivo, dunque per il Cavaliere. Ma anche Fini rischia un contraccolpo, e non solo perché il presidente della Camera è stato ‘collaborativo’ - definizione del premier - nel trovare la soluzione del caos delle liste con il decreto, ma soprattutto perché un’eventuale esclusione del Pdl nel Lazio minerebbe la roccaforte di An, con il rischio in prospettiva di un effetto domino sul Campidoglio, guidato oggi da Alemanno. C’è il futuro in ballo, insieme a un presente poco roseo per via di un incrudimento dei rapporti in Parlamento con i democratici, pronti all’ostruzionismo alla Camera sul decreto salvaliste, e intenzionati a dar battaglia in Senato sul legittimo impedimento caro a Berlusconi. È chiaro che il Pd vuole approfittare del momento. Ma ‘che figura’ per il Pdl se il decreto che ha scatenato tutto non è nemmeno servito a nulla”, conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

12. E Berlusconi pensa al rinvio del voto

Roma - “Mobilitare la piazza contro i giudici? Rinviare le elezioni nel Lazio? Le ipotesi - scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - sono tutte sul tavolo del Cavaliere, scettico sulla possibilità che il Tribunale oggi prenda una decisione opposta a quella del Tar del Lazio. Sotto shock per la decisione dei magistrati amministrativi, che hanno rigettato il ricorso per l’ammissione della lista, gli esperti del Pdl si sono riuniti fino a tarda notte per comprendere cosa fare. ‘È un’ordinanza senza capo né coda’, si sfoga amaro Ignazio Abrignani, responsabile elettorale del partito. Berlusconi stesso è rimasto ‘sconcertato’, visto che era convinto con il decreto di aver risolto ogni problema. Ma ha preferito, almeno per ora, tenersi fuori dalla mischia, aspettando la decisione di oggi del Tribunale. Nella speranza, nutrita in verità più dai suoi avvocati, che i giudici dell’ufficio centrale possano ribaltare la valutazione del Tar. ‘Nessuna polemica - ha ordinato il premier, dopo che Paolo Bonaiuti gli ha letto il flash d’agenzia con la notizia del Tar - dite a tutti di stare calmi’. Se non altro, è il ragionamento del Cavaliere che filtra da Arcore, ‘adesso nessuno potrà dire che abbiamo imposto alcunché di incostituzionale ai giudici, tanto è vero che se ne sono infischiati sia del governo che del presidente della Repubblica’. Insomma, per Berlusconi l’ordinanza del Tar dimostra che ‘non c’è stato alcun golpe’ e che ‘scendere in piazza non ha alcun senso’. Certo, lo spettacolo di una campagna elettorale giocata a suon di ricorsi invece che sugli slogan del ‘governo del fare’ a Berlusconi non piace affatto. In queste ore è tornato a lamentare le ‘negligenze’ che ci sono state da parte di chi avrebbe potuto presentare le liste ‘magari con un giorno di anticipo’, irritato per le ‘troppe versioni discordanti’ che gli sono state riferite. E c’è chi, tra gli uomini di Berlusconi, punta il dito sulle ‘lotte tribali tra gli ex An’, che sarebbero alla base degli errori che sono stati commessi. È proprio dentro An che monta la rabbia e la tentazione di buttare per aria tutte le scartoffie degli avvocati. Per questo anche Gianfranco Fini, che ieri è rimasto colpito come tutti dalla notizia, ha predicato con i suoi ‘calma e gesso’. Ma Andrea Augello, coordinatore della campagna elettorale della Polverini, è convinto che il Pdl debba alzare il livello della reazione: ‘Certo, in teoria il Consiglio di Stato, con un rito d’urgenza, la prossima settimana potrebbe ribaltare l’ordinanza del Tar. Ma a questo punto - commenta a caldo Augello - bisogna ragionare politicamente: basta con le carte bollate, basta con l’atteggiamento olimpico di chi pensa solo alla Regione, prendiamo atto che la questione ha trasceso i limiti di una disputa ordinaria e si sta trasformando in uno scontro istituzionale’. Lo stesso Berlusconi - prosegue Bei su LA REPUBBLICA - se anche il Tribunale dovesse ‘infischiarsene’ del decreto del governo e non ammettere la lista del Pdl, sarebbe tentato dal ribaltare il tavolo. ‘Non è tollerabile che siano i giudici a decidere persino del processo elettorale’. A quel punto, come ha già adombrato il ministro dell’Interno Maroni, l’arma finale del premier sarebbe il rinvio delle elezioni, con la riapertura dei termini per la presentazione delle liste. In queste ore di attesa carica di angoscia, tornano comunque ad affacciarsi i sospetti reciproci tra finiani e berlusconiani. Andrea Ronchi bolla come ‘una fesseria’ l’ipotesi che Fini possa fondare un suo movimento dopo le elezioni, ma tra i berluscones ieri circolava l’ennesima malizia sul presidente della Camera: ‘In realtà Fini avrà stappato una bottiglia di champagne alla notizia del Tar. Così se la Polverini perde la colpa è solo dei giudici, ma se vince è la dimostrazione che la vittoria arriva anche senza il Pdl di Berlusconi. Sarebbe il successo del laboratorio Fini-Casini’. Dalle parti del presidente della Camera replicano con le stesse armi, insinuando il dubbio di un disinteresse del premier (e di Umberto Bossi) per le sorti della ‘finiana’ Polverini ora che la Lombardia è stata messa in sicurezza. Tanto che Roberto Formigoni, per marcare una distanza con il caso laziale, ieri a Repubblica a tenuto a precisare che la sua candidatura al Pirellone ‘non è stata recuperata grazie a una leggina’. In questo clima arrivano sulla scrivania del Cavaliere i nuovi sondaggi riservati del lunedì, che danno al Pdl solo 4 regioni su 9: Campania, Calabria, Veneto e Lombardia. Cota sarebbe ancora dietro la Bresso, così come Polverini (meno 2 punti) e Rocco Palese in Puglia. Finora Berlusconi ha evitato (anche per problemi di sicurezza) si farsi vedere in giro per comizi, ma il pressing perché si spenda in prima persona si sta facendo insistente. ‘Io - confida il ministro Raffaele Fitto - gliel’ho detto al telefono tre giorni fa: noi ce la mettiamo tutta, ma la spinta finale per vincere devi darla tu’. L’idea allo studio di palazzo Chigi - conclude Bei su LA REPUBBLICA - sarebbe quella di uno sprint nell’ultima settimana di voto, con un giorno dedicato a due regioni in bilico al Sud - Puglia e Campania - e uno a quelle del Nord: Piemonte e Liguria”. (red)

13. Berlusconi-Fini d’accordo: alzare livello scontro

Roma - “Berlusconi oggi riunirà i coordinatori e i capigruppo del Pdl - scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - per mettere a punto una strategia di contrattacco. Dopo lo shock della sentenza del Tar, si attende la decisione dell’ufficio elettorale della Corte d’Appello. E Sandro Bondi è convinto che le liste del Popolo della libertà verranno riammesse sulla base del decreto interpretativo varato dal governo. ‘Non bisogna drammatizzare la sentenza del Tar - spiega il ministro - semmai è necessario reagire alle polemiche forsennate della sinistra’. Ma nel centrodestra non c’è ottimismo. Lo stesso premier non crede nel ‘miracolo’ e già pensa alla nuova strategia, con un salto di qualità nella campagna elettorale. ‘Bisogna uscire dal minuetto dei ricorsi e dei controricorsi - sostengono sia i berlusconiani sia i finiani - e alzare il livello dello scontro con gli avversari. Dobbiamo interpretare la competizione elettorale in chiave politica generale’. In sostanza, per poter sperare di vincere nel Lazio, l’unica carta è la guerra fuori dalle questioni regionali e delle carte bollate: una battaglia sui diritti elettorali degli italiani. ‘La sinistra vuole elezioni falsate’, dice Daniele Capezzone, portavoce del Pdl. Per Berlusconi il Tar del Lazio non può mettere in discussione il decreto, ma non si vince con le carte bollate. Ecco perché occorre a suo giudizio reinventare la campagna elettorale. Per il momento ha detto ai suoi di attendere la decisione finale che arriverà oggi. Roberto Maroni, però, è stato chiaro: ‘Se il Tar decide che la lista è fuori, quella lista resta fuori nonostante il nostro decreto’. E allora pensare già al passo successivo. ‘Non si può consentire - ha detto il premier - di essere processati in piazza da chi grida al golpe e mettere alla sbarra un’intera classe politica’. Oltre ai coordinatori e ai capigruppo, oggi il Cavaliere dovrebbe sentire anche Gianfranco Fini (non si esclude un incontro). Il presidente della Camera - prosegue La Mattina su LA STAMPA - vuole contrattaccare partendo dalla difesa di Napolitano che secondo Antonio Di Pietro si è reso responsabile del ‘colpo di mano’ firmando il decreto. E invece il colpo di mano lo stanno facendo la Bonino e i suoi alleati, a cominciare dal Pd che vorrebbe la Polverini gareggiare con una mano legata dietro la schiena. E il fatto che i giudici del Tar abbiano deciso di non ammettere le liste Pdl dimostra che sono liberi. Ora nel Pdl si augurano che Berlusconi e Fini si incontrino e insieme scendano in campo per chiamare i cittadini in difesa della democrazia e della libertà di votare i propri candidati. Infatti, osservato i capigruppo Cicchitto e Gasparri, ‘rimane aperta una questione di fondo sottolineata anche dal Presidente della Repubblica: non è concepibile che una lista come quella del PdL, rappresentativa del maggior partito di Roma, possa essere esclusa a colpi di cavilli dalle elezioni’. Dunque, Berlusconi è pronto ad alzare il livello dello scontro e appropriarsi delle tesi del capo dello Stato. ‘La verità - dice Osvaldo Napoli - è che la gente è stufa di ricorsi. Noi abbiamo la possibilità di vincere nel Lazio con nostra forza politica. La Bonino è impresentabile, è una candidata per tutte le stagioni. La decisione del Tar dimostra che il regime non c’è: il Pd e l’Idv chiedano scusa a Napolitano e al Pdl’. Non mancano tra i berlusconiani i sospetti su Fini, che a loro avviso vorrebbe trascinare Berlusconi in una campagna elettorale che vede la finiana Polverini in grave difficoltà. ‘Sono affari di Gianfranco’. Così il premier potrebbe lasciare Renata al suo destino. Cosa che viene esclusa dai più stretti collaboratori del presidente del Consiglio”, conclude La Mattina su LA STAMPA. (red)

14. Il Viminale pronto a rinviare il voto nel Lazio

Roma - “L’unica certezza è che tutti, ma proprio tutti nel centrodestra - scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - sono consapevoli che il caos liste sta gravemente danneggiando l’immagine della coalizione. Perché, per dirla con un ministro di peso, ‘questa vicenda ormai disgusta i nostri elettori: finirà che perderemo il Lazio e anche la faccia’. Che poi, come sostiene Osvaldo Napoli ‘non è affatto vero che non potremmo vincerlo comunque il Lazio, anzi, siamo ancora favoriti. Purché però la sia finisca con questi ricorsi, con le leggi, i decreti... Basta! La gente nei mercati, nelle piazze, ci chiede fatti e non carte bollate. Così rischiamo di buttare a mare tanti consensi nel nostro elettorato, che è confuso ed esausto’. Ragionamenti che, nel più rigoroso anonimato, fanno in tanti sia nell’ex An, sia in parte dell’ex Forza Italia, sia nella Lega, che descrivono ‘stufa’ di un clima che potrebbe pregiudicare anche le chances di vittoria dei propri candidati. E però, anche se tutto consiglierebbe prudenza, l’aria che tira nel Pdl è che si voglia andare avanti: ‘Non possiamo accettare la sopraffazione’, tuona Ignazio La Russa. E si agirà allora su due fronti, per tentare la riammissione della lista Pdl per Polverini. Il primo è il ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar. Il secondo è più una speranza che una mossa, cioè che il verdetto che arriverà oggi sulla nuova (e in verità prima) presentazione della lista del Pdl alla Commissione elettorale del Lazio presso il Tribunale di Roma si riveli favorevole. Il coordinatore del Pdl Denis Verdini si dice sicuro che stavolta non ci saranno problemi, e il simbolo del suo partito potrà partecipare alle elezioni anche a Roma. Ma se così non fosse - prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - se ci fosse un’altra bocciatura (la terza di fatto nel Lazio), fonti del ministero degli Interni non escludono che si potrebbe andare a un rinvio delle elezioni nella regione, per permettere che i ricorsi siano valutati appieno. Decisione che, se arrivasse, provocherebbe certamente un altro mare di polemiche. Anche perché lo stesso ministro Maroni, ieri prima della pronuncia del Tar, era stato piuttosto sibillino sul punto: ‘L'Italia è il Paese dei ricorsi e controricorsi, che non si negano a nessuno. Speriamo solo, e questo è il mio auspicio, che tutta questa situazione di incertezza si chiuda nel tempo più breve possibile per evitare di dovere rinviare le elezioni’. Parole che sembravano un invito al Tar, ma anche agli altri organi giurisdizionali, a pronunciarsi in termini rapidi e definitivi, per poter però poi chiudere la vicenda una volta per tutte. Infatti, aveva aggiunto il titolare del Viminale, una cosa doveva essere chiara: ‘Se il Tar decide che una lista è fuori, quella lista è fuori nonostante il nostro decreto’. Parole solo apparentemente tranchant. Nella tarda serata di ieri infatti, arrivava la controffensiva ufficiale del Pdl sintetizzata in una nota dei capigruppo Cicchitto e Gasparri: il Tar ha ignorato ‘una legge dello Stato’, dunque la lista va certamente riammessa, anche tenendo conto del pensiero del ‘presidente della Repubblica nella sua risposta di sabato ad alcuni cittadini: non è concepibile che una lista come quella del Pdl, rappresentativa del maggior partito di Roma, possa essere esclusa a colpi di cavilli dalle elezioni’. Avanti tutta dunque, costi quel che costi. Ma fino a che punto, ieri notte ancora non lo sapeva nessuno”, conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

15. Ciampi: “Ora proteggiamo il Quirinale”

Roma - “Benvenuti nella Repubblica del Male Minore. Cos’altro si può dire - scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA in una conversazione con l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi - di un Paese che ormai, per assecondare i disegni plebiscitari di chi lo governa, è costretto ogni giorno ad un nuovo strappo delle regole della civiltà politica e giuridica, nella falsa e autoassolutoria convinzione di aver evitato un Male Maggiore? Carlo Azeglio Ciampi non trova altre formule: ‘La strage delle illusioni, il massacro delle istituzioni...’. Ancora una volta, l’ex presidente della Repubblica parla con profonda amarezza di quello che accade nel Palazzo. Dopo il Lodo Alfano, il processo breve, lo scudo fiscale, il legittimo impedimento, il decreto salva-liste è solo l’ultimo, ‘aberrante episodio di torsione del nostro sistema democratico’. Il ‘pasticciaccio di Palazzo Chigi’ non è andato giù all’ex capo dello Stato, che considera il rimedio adottato (cioè il provvedimento urgente varato venerdì scorso) ad alto rischio di illegittimità costituzionale. E la clamorosa sentenza pronunciata ieri sera dal Tar del Lazio, che respinge il ricorso per la riammissione della lista del Pdl nel Lazio, non arriva a caso: ‘È la conferma che con quel decreto il governo fa ciò che la Costituzione gli vieta, cioè interviene su una materia di competenza delle Regioni. Speriamo solo che a questo punto non accadano ulteriori complicazioni...’, dice. Dopo il ricorso già avanzato da diverse giunte regionali, potrebbe persino accadere che, ad elezioni già svolte, anche la Consulta giudichi quel decreto illegittimo, con un verdetto definitivo e a quel punto davvero insindacabile. Questo preoccupa Ciampi: ‘Il risultato, in teoria, sarebbe l’invalidazione dell’intero risultato elettorale. Il rischio c’è, purtroppo. C’è solo da augurarsi che il peggio non accada, perché a quel punto il Paese precipiterebbe in un caos che non oso immaginare...’. Il presidente emerito non lo dice in esplicito, ma dal suo ragionamento si evince che qualche dubbio lui l’avrebbe avuto, sulla percorribilità giuridica e politica di un decreto solo apparentemente ‘interpretativo’, ma in realtà effettivamente ‘innovativo’ della legislazione elettorale. Ora si pone un interrogativo inquietante: questo disastro si poteva evitare? E se sì, chi aveva il potere di evitarlo? Detto più brutalmente: Giorgio Napolitano poteva non autorizzare la presentazione del decreto legge del governo? Ciampi vuole evitare conflitti con il suo successore, al quale lo lega un rapporto di affetto e di stima: ‘Non mi piace mai giudicare per periodi ipotetici dell’irrealtà. Allo stesso tempo, trovo sbagliato dire adesso ‘io avrei fatto, io avrei detto...’. Ognuno decide secondo le proprie sensibilità e secondo le necessità dettate dal momento. Napolitano ha deciso così. Ora, quel che è fatto è fatto. Lo ripeto: a questo punto è stata imboccata una strada, e speriamo solo che ci porti a un risultato positivo...’. Ma in questa occasione non si può negare che il Quirinale sia dovuto passare per la cruna di un ago particolarmente stretta, e che secondo molti ne sia uscito non proprio al meglio. In rete e sui blog imperversano le critiche: Scalfaro e Ciampi, si legge, non avrebbero mai messo la firma su questo ‘scempio’. Al predecessore di Napolitano questo gioco non piace: ‘Queste sono cose dette un po’ a sproposito’. Come non gli piacciono le rischieste di impeachment che piovono sull’inquilino del Colle dall’Idv: ‘Ma che senso ha, adesso, sparare sul quartier generale? Al punto in cui siamo, è nell’interesse di tutti non alimentare la polemica sul Quirinale, e semmai adoperarsi per proteggere ancora di più la massima istituzione del Paese...’. Premesso questo, Ciampi non si nega una netta censura politica di quanto è accaduto: ‘Io credo che la soluzione migliore sarebbe stata quella di rinviare la data delle elezioni. Ma per fare questo sarebbe stata necessaria una volontà politica che, palesemente, nella maggioranza è mancata. Ma soprattutto io credo che sarebbe stato necessario, prima di tutto, che il governo riconoscesse pubblicamente, di fronte al Paese e al Parlamento, di aver commesso un grave errore. Sarebbe stato necessario che se ne assumesse la responsabilità, chiedendo scusa agli elettori e agli eletti. Da qui si doveva partire: a quel punto, ne sono sicuro, tutti avrebbero lavorato per risolvere il problema, e l’opposizione avrebbe dato la sua disponibilità a un accordo. Bisognava battersi a tutti i costi per questa soluzione della crisi, e inchiodare a questo percorso chi l’aveva causata. Ma purtroppo la maggioranza, ancora una volta, ha deciso di fuggire dalle sue responsabilità, e di forzare la mano’. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: ‘Di nuovo, assistiamo sgomenti al graduale svuotamento delle istituzioni, all’integrale oblio dei valori, al totale svilimento delle regole: questo è il male oscuro e profondo che sta corrodendo l’Italia’. Su questo piano inclinato, dove si fermeranno lo scivolamento civico e lo smottamento repubblicano? ‘Vede - osserva Ciampi - proprio poco fa stavo rileggendo il De senectute di Cicerone: ci sarebbe bisogno di quella saggezza, di quell’amore per la civiltà, di quell’attenzione al bene pubblico. E invece, se guardiamo alle azioni compiute e ai valori professati da chi ci governa vediamo prevalere l’esatto opposto’. Aggressione agli organi istituzionali, difesa degli interessi personali: l’essenza del berlusconismo - secondo l’ex capo dello Stato - ‘è in re ipsa, cioè sta nelle cose che dice e che fa il presiedente del Consiglio: basta osservare e ascoltare, per rendersi conto di dove sta andando questo Paese’. Già qualche mese fa Ciampi aveva rievocato, proprio su questo giornale, l’antico principio della Rivoluzione napoletana di Vincenzo Cuoco sulla felicità dei popoli ‘ai quali sono più necessari gli ordini che gli uomini’, e poi il vecchio motto caro ai fratelli Rosselli, ‘non mollare’, poi rideclinato da Francesco Saverio Borrelli nel celebre ‘resistere, resistere, resistere’. Oggi l’ex presidente torna su queste ‘urgenze morali’, per ribadire che servono ancora tanti ‘atti di coraggio’, se vogliamo difendere la nostra democrazia e la nostra Costituzione. ‘I miei sono lì, sono le firme che non ho voluto apporrre su alcune leggi che mi furono presentate durante il settennato, e che successivamente mi sono state rinfacciate in Parlamento, come se si fosse trattato di atti ‘sediziosi’, o decisioni ‘di parte’. E invece erano ispirati solo ai principi del vivere civile in cui ho sempre creduto, e che riposano sulla sintesi virtuosa dei valori e delle istituzioni’. Tra i 2001 e il 2006 Ciampi non potè rinviare alle Camere tutte le leggi-vergogna del secondo governo Berlusconi, perché in alcune di esse mancava il vizio della ‘palese incostituzionalità’ che solo può giustificare il diniego di firma da parte del capo dello Stato. Ma dalla riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo alla riforma Castelli sull’ordinamento giudiziario, Ciampi pronunciò alcuni ‘no’ pesantissimi. Nonostante questo, anche a lui tocca oggi constatare che quella forma di ‘pedagogia repubblicana’, necessaria ma non sufficiente, è servita a poco o a nulla. ‘Cosa vuole che le dica? Purtroppo questo è il drammatico paesaggio italiano, né bello né facile. E questo è anche il mio più grande rimpianto di vecchio: sulla soglia dei 90 anni, mi accorgo con amarezza che questa non è l’Italia che vagheggiavo a 20 anni. Allora ci svegliavamo la mattina convinti che, comunque fossero andate le cose, avremmo fatto un passo avanti. Oggi ci alziamo la mattina, e ogni giorno ci accorgiamo di aver fatto un altro passo indietro. E’ molto triste, per me che sono un nonuagenario. Ma chi è più giovane di me non deve perdersi d’animo, e soprattutto non deve smettere di lottare’. Sabato prossimo Ciampi non andrà in piazza, per sfilare in corteo contro il ‘pasticciaccio’ di Berlusconi: ‘Non ho mai aderito a manifestazioni, e comunque le gambe non mi reggerebbero...’, dice. Ma chissà: magari con vent’anni di meno ci sarebbe andato anche lui”. (red)

16. Onida: “Ora l’esito delle urne sarebbe sub judice”

Roma - Intervista del CORRIERE DELLA SERA all’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida: “Il vicepresidente del Lazio, facente funzioni di presidente, dovrebbe rinviare le elezioni evitando che il risultato elettorale rimanga sub iudice, con il rischio magari che venga annullato dopo che gli elettori si sono espressi come è avvenuto qualche tempo fa per il Molise... Professore, come spiega la decisione del Tar del Lazio? Perché è stata esclusa completamente l’applicabilità del decreto legge del governo, il cosiddetto salva-liste? ‘La verità è che molti hanno dimenticato che dal 2001 la competenza delle leggi elettorali regionali è stata trasferita alle Regioni in forza dell’articolo 122 della Costituzione. Molti hanno dimenticato che una legge dello Stato, la 165 del 2004, ha fissato i principi fondamentali cui si debbono attenere le Regioni in questa materia e che la Corte costituzionale nel 2006 ha stabilito che se la competenza legislativa è stata trasferita a un diverso ente essa deve essere esercitata da quel momento in avanti da quella stessa entità. Quindi a me non sembra che il Tar del Lazio abbia dato un’interpretazione sbagliata. Penso che sia un’interpretazione corretta’. L’ufficio elettorale della Corte d’appello di Roma ha ancora tempo oggi per ammettere la lista del Pdl, in base al decreto. Si dovrà attenere alla decisione del Tar? ‘Penso di sì’. Il Pdl ha detto che ricorrerà al Consiglio di Stato... ‘È l’unica strada rimasta. Naturalmente il Consiglio di Stato può riformare l’ordinanza del Tar. È accaduto di recente, nel 2008, quando la lista dell’Udc per la provincia di Trento era stata ammessa dal Tar e poi successivamente il Consiglio di Stato l’ha esclusa. Il Consiglio si può riunire entro tre - quattro giorni. Naturalmente se il Consiglio concede la sospensione che il Tar ha negato, la lista potrà concorrere alla competizione elettorale. Ma in ogni caso, il giudizio di merito avverrà solo dopo le elezioni. In questo modo il risultato elettorale rimarrebbe sub iudice e potrebbe essere annullato successivamente allo svolgimento delle elezioni stesse, come è avvenuto qualche tempo fa per le elezioni in Molise’. Ma qui è in gioco il Lazio, che ha un peso politico molto maggiore. Quindi una delle regioni italiane più popolose e importanti, il cui capoluogo è Roma, la capitale... ‘Forse potrebbe essere più saggio rinviare le elezioni nel Lazio evitando che il risultato elettorale rimanga sotto una spada di Damocle con il rischio, magari, che venga annullato dopo che gli elettori si sono espressi. Dovrebbe essere rinviato fino alla decisione definitiva dei giudici amministrativi’. Chi ha questo potere? ‘Secondo la legge elettorale regionale dovrebbe essere il vicepresidente Montino che ha assunto le funzioni di presidente dopo le dimissioni di Marrazzo’. Resta il fatto che si è fatto tanto rumore per nulla e Di Pietro e compagni hanno messo in croce il presidente della Repubblica che ha firmato... ‘Il capo dello Stato non ha, se non in casi estremi, il potere di un rifiuto assoluto della firma di un decreto legge. La responsabilità di un decreto legge è del governo. È un potere del governo, il presidente della Repubblica ha solo il compito di controllo, di persuasione, di moral suasion. Bisogna che l’opinione pubblica sia consapevole di questo’”. (red)

17. I due fronti nascosti del Pd sul caso Napolitano

Roma - “Al Partito democratico - scrive IL FOGLIO a pagina 1 - non sanno più bene come cavarsi d’impaccio. La manifestazione contro il decreto salvaliste, a questo punto, non può essere più rinviata, né tanto meno si può veramente pensare di farne una senza Antonio Di Pietro. Perciò, Pier Luigi Bersani ha dovuto alzare il telefono per chiedere all’ex magistrato di non attaccare più il presidente della Repubblica, perché la cosa avrebbe messo il Pd in grave imbarazzo. Ma Di Pietro ha fatto capire al leader democratico che non è sua intenzione fare retromarcia rispetto alla linea dura presa finora. Il perché è presto detto: l’Italia dei valori, che era data in calo nei sondaggi, da quando ha ripreso una linea oltranzista sta risalendo a poco a poco la china intercettando i voti in libera uscita dal Pd. E allora è ovvio che Di Pietro dovrà continuare a mettere in difficoltà il Partito democratico se vuole prendere una parte dei suoi consensi. Con buona pace di Bersani, che ora deve cercare di limitare i danni convincendo Di Pietro, se non a cambiare toni, almeno a moderarli un po’. Già, perché sarebbe veramente imbarazzante, per il segretario del Pd, salire sul palco insieme con il leader dell’Idv che attacca davanti a lui il capo dello stato. E allora si sta addirittura pensando di evitare il comizio finale. Difesa. Il Pd, è ovvio, continua a difendere il presidente della Repubblica, ma nella realtà ha più di un motivo di recriminazione nei confronti di Giorgio Napolitano. Infatti al Partito democratico erano convinti, perché questa era stata l’assicurazione del Quirinale, che l’inquilino del Colle avrebbe firmato un decreto che si limitava a sanare la sola situazione della Lombardia. Fino alla sera di venerdì - prosegue IL FOGLIO - il Pd era arciconvinto che sarebbe andata a finire così. Del resto i suoi due uomini di maggior prestigio, il segretario Bersani e il presidente del Copasir Massimo D’Alema, erano stati impegnati in prima persona nella trattativa. E avevano rassicurato sia Emma Bonino sia Marco Pannella sul buon esito dei loro sforzi. Poi così non è stato, come è noto, e per questa ragione ai leader del Pd è salito un po’ di amaro in bocca nei confronti del capo dello stato. E il paradosso è che, comunque, devono difendere Napolitano: anche se la minoranza interna (i veltroniani per intendersi) vorrebbe che il partito fosse meno appiattito sul Quirinale, perché ritiene che questo renda meno efficace la protesta e pensa che la difesa a ogni costo di Napolitano ingeneri negli elettori del centrosinistra il dubbio che il Pd non sia del tutto estraneo alla decisione quirinalizia di firmare il decreto salva-liste. Rumors. Alla Camera dei deputati gira voce che la lista del Pdl a Roma non sia stata presentata in tempo perché il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, avrebbe fatto sostituire un candidato di Berlusconi mettendoci un suo uomo. Scoperta questa sostituzione, in zona Cesarini, si è dovuto procedere alla modifica fuori tempo massimo. Vero? Falso? Chissà, pero la voce continua a circolare con grande insistenza”, conclude IL FOGLIO. (red)

18. La linea Napolitano: “Le sentenze vanno rispettate”

Roma - “‘Le sentenze vanno rispettate. Tutte e sempre’. E’ così che rispondono al Quirinale - riporta Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - a chi chiede un commento dopo la sentenza del Tar del Lazio, ieri sera, in cui si respinge il ricorso del Pdl per ottenere una sospensiva. Una replica fredda e comprensibilmente un po’ infastidita, visto che accettando (al termine di un’aspra prova di forza giuridico-politica) l’iniziativa del governo per salvare le proprie liste, Giorgio Napolitano si era esposto a polemiche e attacchi. Fino alla minaccia di impeachment agitata da Antonio Di Pietro. Così, l’unica replica che si concede l’entourage del capo dello Stato è un invito a ‘leggere i fatti’ su un doppio livello. Il primo dei quali spiega il successivo: 1) il decreto-legge firmato sabato notte era ‘meramente interpretativo’, come precisato più volte, a differenza del primo progetto che alterava la normativa e che il presidente della Repubblica ha bocciato senza appello perché ‘manifestamente incostituzionale’; 2) il provvedimento presentato successivamente e approvato, invece, non era parso gravato dagli stessi vizi ‘palesi’, e infatti rimetteva alla magistratura il giudizio di merito, limitandosi a indicare una possibilità di orientamento. Ecco perché Napolitano non ha nulla da eccepire sulla decisione del Tribunale amministrativo del Lazio. Che oltretutto, nell’escludere la lista del Pdl dalla provincia di Roma, si è espresso nella propria intangibile indipendenza e autonomia. L’escamotage al quale si era aggrappato il governo non ha funzionato. E la ferita aperta da quel braccio di ferro - prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - ha lasciato qualche traccia pure nei dintorni del Colle. Dove naturalmente si aspetta che si completi l’iter dei ricorsi, ma senza credere davvero alla possibilità di una vera sorpresa. Dopotutto, come puntualizza citando un pronunciamento della Corte costituzionale l’avvocato Gianluigi Pellegrino, legale del Pd su questa trincea, ‘se l’ufficio elettorale accogliesse la presentazione avvenuta ieri, condannerebbe a morte la legittimità delle elezioni, perché assumerebbe un atto che già il Tar ha evidenziato come illegittimo’. Anche l’ipotesi di aggirare il problema con un rinvio del voto (in Lazio o in tutt’Italia) non viene considerata praticabile, al Quirinale. E’ uno scenario che rientrerebbe in quella ‘soluzione politica’ definita dal capo dello Stato come ‘difficile’, in quanto ‘dovrebbe pur sempre tradursi in soluzione normativa’. Cosa che i tempi ristrettissimi e il duro conflitto politico non lasciano ritenere praticabile. Insomma: si naviga a vista. A Palazzo Chigi, a Montecitorio e pure sul Colle. Aspettando gli eventi, Napolitano si concede qualche battuta, durante un discorso sulla ‘festa delle donne’, dalla quale affiorano i temi caldi del momento. ‘Io non faccio sondaggi’, dice a chi gli domanda se crede che gli italiani abbiano capito perché ha firmato il contestato decreto. ‘So solo che il messaggio con cui ho replicato a due cittadini è stato utile ed è servito. Ho preferito una comunicazione diretta, senza intermediazioni’. Poi, in contesto diverso, aggiunge con un cenno che suona autobiografico: ‘Una democrazia rispettabile è il luogo dove per essere buoni cittadini non occorre esercitare nessun atto di coraggio’. Ed evoca il vero cemento del Paese: la Carta costituzionale. La sua guida, lascia intendere. ‘Al di là di ogni differenza di modi di pensare e di posizioni politiche, profonda è tra gli italiani la condivisione di quel patrimonio di valori e principi’. Auguro a tutti, conclude allusivo, rivolto ai giovani, di realizzarsi moralmente. Un’opportunità - conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA - che dipende anche dal contesto di crescita, dalle famiglie, ma anche dalle classi dirigenti, ‘dall’esempio offerto da tutti coloro che occupano posizioni di rilievo nella società civile e nello Stato’”. (red)

19. Colle vittima di toghe e compagni

Roma - “‘Complice’ o ‘vittima’. Due immagini deformate - scrive Peppino Caldarola su LIBERO - hanno descritto l’atteggiamento del presidente della repubblica di fronte alla firma di quel decreto salva-liste presentato dal governo che non ha influenzato le decisioni del Tar del Lazio. Due definizioni che riassumono il difficile rapporto fra l’opposizione e il Quirinale. Di Pietro, il popolo ‘viola’, giornali come ‘il Fatto’ hanno scelto da tempo la linea dello scontro frontale con la prima carica dello Stato. Gli imputano di non essere in prima linea contro Berlusconi, di non interpretare la presidenza della Repubblica come l’avamposto del movimento giustizialista pronto a dare scacco matto a palazzo Chigi. Dalle accuse di viltà e di connivenza siamo passati addirittura alla richiesta di impeachment. C’è un’altra parte dell’opposizione, ben rappresentata dall’intervista di ieri a ‘Repubblica’ di Piero Fassino, che preferisce raccontare il presidente come vittima del ricatto della destra. In tutti e due le interpretazioni viene rappresentata una democrazia resa debole dalla fragilità del Quirinale. Non bisogna conoscere Giorgio Napolitano per sapere quanto le due immagini che ne illustrano la presidenza siano per lui sommamente irritanti. Paradossalmente è forse più irritante la seconda, quello che lo descrive come ‘vittima, di quella che lo racconta come ‘complice’. Il Quirinale ha spiegato bene le sue ragioni. Di fronte all’ipotesi di elezioni falsate dalla mancata presenza del maggior partito di governo ha scelto la strada di consentire la promulgazione di un decreto interpretativo che favorisse una consultazione elettorale ‘normale’. E’ del tutto legittimo dissentire da questa scelta. C’erano altre strade percorribili, ad esempio il rinvio delle elezioni nel Lazio e in Lombardia per consentire di sanare la situazione. Il Quirinale ha badato alla sostanza. Ha rifiutato di avallare la tesi che fosse a accettabile una competizione elettorale monca, senza la presenza del maggiore competitor del centro-sinistra. E’ stata una scelta né obbligata né frutto di debolezza. E’ stata, viceversa, una scelta difficile ma presa in totale autonomia e nel rispetto del ruolo di garanzia della presidenza della repubblica. Non a caso ieri Napolitano, rispondendo indirettamente ai suoi critici, ha ribadito che non v’è allarme per la democrazia e che la Costituzione rappresenta valori e principi ‘largamente condivisi al di là delle divisioni politiche’ Il centro-sinistra è riuscito invece a trasformare un’occasione di vantaggio in una nuova disastrosa guerra civile. La posizione di Di Pietro è largamente comprensibile anche se, ovviamente, non condivisibile. Di Pietro e il variegato mondo ‘viola’ tendono a presentarsi come i legittimi e unici interpreti dell’opposizione anti-berlusconiana. Da tempo l’ex pm tenta di erodere pezzi di elettorato di sinistra raffigurando laparte più moderata dello schieramento avverso a Berlusconi come complice del governo. La polemica con il Quirinale, oggi contro Napolitano ieri contro Ciampi, è prigioniera di questo disegno. Nello schema di una battaglia che non faccia prigionieri è assai funzionale l’assalto alla prima carica dello Stato. Se ripercorriamo questi due anni ci accorgiamo che siamo di fronte ad un crescendo di accuse senza precedenti. E’ però altrettanto stupefacente che via sia un’altra parte dell’opposizione che continua a sottovalutare il ruolo che la presidenza della repubblica si è ritagliato interpretando in modo corretto i propri compiti. La funzione fondamentale del capo dello stato - prosegue Caldarola su LIBERO - è quella di consentire un corretto svolgimento del gioco democratico. Le condizioni in cui si svolgono le elezioni sono una pezzo importante di questa partita. Ed è stata questa la ragione che ha spinto Napolitano ad apporre la firma su un decreto, ampiamente criticabile, che tuttavia ha sanato una stortura delle prossime consultazioni. Del resto anche un ex presidente della repubblica particolarmente interventista come Oscar Luigi Scalfaro ha dovuto riconoscere che l’atteggiamento di Napolitano è stato ineccepibile. Il centro-sinistra sta sprecando una occasione. C’è stato un momento in cui l’offerta di collaborazione per consentire al PdL, nonché a Formigoni e Polverini, di essere presenti al voto aveva contrassegnato un atteggiamento serio e responsabile, persino di Di Pietro. Poi più nulla. Dopo il decreto, che non piace neppure a me, c’è stata una continua rincorsa all’accensione dei fuochi. Oggi c’è la prospettiva di una manifestazione politica, come quella di sabato prossimo, che rischia di trasformarsi in un atto d’accusa contro Napolitano. Può diventare un boomerang. Può dividere ulteriormente il centro-sinistra e aprire una lacerazione gravissima con il capo dello Stato. Purtroppo la suggestione della piazza ‘viola’ è più forte degli inviti alla moderazione che vengono dalle stesse fila del Pd. Non si capisce quale vantaggio possa venire al centro-sinistra da un finale di campagna elettorale tutto incentrato sulla polemica con il Quirinale. Immaginiamo che cosa sarebbe successo se il capo dello Stato avesse seguito i consigli dei suoi critici. Avremmo avuto una campagna elettorale in cui il centro-destra, vittima dei suoi errori, sarebbe stato fuori dalla competizione, la situazione politica si sarebbe accesa con un conflitto istituzionale senza precedenti, il centro-sinistra avrebbe potuto vincere nel Lazio e in Lombardia portando a casa un risultato di nessun valore politico. Invece di dire grazie a Napolitano c’è chi vuole imbastirgli un processo di piazza e chi, come il Pd, non riesce mai a sottrarsi all’abbraccio mortale con il radicalismo. Siamo alle solite”, conclude Caldarola su LIBERO. (red)

20. Pannella: si voti tra un mese

Roma - “Nove ore di maratona - scrive Alessandro Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - per decidere se ‘sedersi al tavolo con i bari’, ovvero, fuor di metafora, se ritirare o meno la candidatura di Emma Bonino. Decisione - e assemblea radicale, che comincia questa mattina alle dieci - resa ancor più complessa dalla nuova piega presa dagli eventi, dopo l’ultima sentenza del Tar. Provvedimento che esclude la lista del Pdl nella provincia di Roma, ma lascia aperto un vasto campo di ricorsi e controricorsi, che confermano nei radicali il convincimento dell’irregolarità di queste elezioni. Per questo Marco Pannella rilancia la soluzione radicale: ‘Una cosa semplice e ragionevole: la sanatoria erga omnes, non solo per il Pdl Lazio e Lombardia, e il conseguente rinvio delle elezioni di un mese in tutte le regioni’. Fino all’arrivo della sentenza, si ragionava su alcune variabili, tenendo ferma però la decisione di continuare a correre, se le elezioni si terranno regolarmente. Lo fa capire la stessa Bonino, che ripete: ‘Niente Aventino, non sono una che getta la spugna’. Assodato questo - tenendo fermo il fatto che con i radicali c’è sempre poco di assodato e che il coup de théâtre è sempre dietro l’angolo - la Bonino aggiunge: ‘Non facciamo finta che non sia successo niente, proviamo a vedere se ci viene un’idea per battere meglio quest’arroganza. Non possiamo sempre andare avanti come se non fosse successo niente’. Come spiega il segretario Mario Staderini, ‘a essere in gioco è come rafforzare la lotta per l’affermazione al diritto alla democrazia ed evitare che la peste italiana si diffonda in tutto il mondo’. Insomma - prosegue Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - non fare finta di nulla e tenere desta l’attenzione su un tema che per i radicali non è stato affatto risolto, come spiega Marco Cappato: ‘L’ammissione omeno delle liste di Berlusconi non cambia la sostanza: che è il tema della legalità e della democrazia, dei diritti negati. La questione di fondo non è emersa, tutto si sta riducendo alla discussione del privilegio per il Pdl’. I radicali chiedono un sostegno delle altre forze, a cominciare dal Pd. Anche Cappato è per il rinvio: ‘Dobbiamo annullare e riconvocare le Regionali: queste sono illegali e a rischio di un annullamento successivo’. Per Pannella ‘occorrerebbe anche abolire l’obbligo di presentazione delle firme per le formazioni politiche già riconosciute e note’. Nel frattempo i radicali esplorano altre ipotesi: da una campagna elettorale ‘silenziosa’ della Bonino al ricorso a una ‘giurisdizione’ che superi i confini italiani. Pannella vorrebbe ‘mettere sotto osservazione l’Italia’, ricorrendo all’Unione europea o alla Corte europea dei diritti umani. Quanto alla manifestazione di sabato - conclude Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - i radicali ci saranno, ma la piazza non entusiasma e la convergenza con l’Idv ancor meno: ‘La nostra posizione è molto diversa da quella di Antonio Di Pietro. Criticare è possibile e legittimo, ma la sua posizione non è condivisibile’. Cappato conferma: ‘Non è che possiamo aspettare fino a sabato per sfogarci. Se andiamo in piazza è soprattutto per proporre qualcosa: la protesta sterile non è nel nostro stile’”. (red)

21. Il doppio gioco del Pd fra Tonino e il Quirinale

Roma - “Il buon Dio, si sa, acceca chi vuol perdere. Sarà per questo - osserva Paolo Armaroli su IL GIORNALE - che gli alti papaveri dell'opposizione assomigliano a poveri gattini ciechi che alla disperata ricerca di una via d’uscita, battono di continuo la testa contro il muro. A rischio di ridurlo in briciole. Il primo a venire avanti, perché agli altri scappa da ridere, è come al solito il leader dell’Italia dei valori. Fateci caso, ormai nel nostro Bel paese spesso si vuol fare il mestiere altrui. Capita così che un comico come Beppe Grillo si dia alla politica e un uomo politico come Tonino Di Pietro faccia avanspettacolo. E da par suo. Tant’è che nessuno ci fa ridere a crepapelle come lui. L’ultima trovata del Nostro è davvero esilarante. Muso duro e petto in fuori, sentenzia: ‘C’è la necessità di capire bene il ruolo del capo dello Stato onde valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l’impeachment’. Se non sta su Scherzi a parte, poco ci manca. Ma come! Non gli basta una laurea in giurisprudenza per darsi una risposta? Se per avventura se ne fosse dimenticato, compulsando manuali di diritto costituzionale e monografie ad hoc potrà soddisfare ogni sua curiosità. Per quanto riguarda l’impeachment, l’ex pm fa un po’ di confusione tra le due sponde dell’Atlantico. Perché la nostra Costituzione prevede altro. E cioè che sia il Parlamento in seduta comune a mettere in stato d'accusa il presidente della Repubblica per i reati di alto tradimento e di attentato alla Costituzione davanti alla Corte costituzionale, per l’occasione integrata da sedici membri laici. Un’idea fissa della sinistra, questa della messa in stato d'accusa. Coltivata nei confronti di Giovanni Leone prima e di Francesco Cossiga poi. Ma sempre rimasta allo stato di bella pensata. D’altra parte, l’anomala iniziativa del presidente Giorgio Napolitano ha la sua brava spiegazione. Rispondendo alle lettere di due cittadini di opposto orientamento, ha motivato il proprio assenso al famoso decreto legge interpretativo adottato dal governo. E lo ha fatto, guarda caso, soprattutto allo scopo di rendere edotto chi di diritto costituzionale non capisce un picchio. Alla fine la quadratura del cerchio, sia pure dopo passaggi defatiganti tra Palazzo Chigi e Quirinale, si è materializzata. Così - prosegue Armaroli su IL GIORNALE - nel sostanziale rispetto delle norme previste dalla legge, si è voluto garantire il diritto dei cittadini di scegliere con il voto tra programmi e schieramenti alternativi. Un decreto che per qualche verso ricorda le circolari del ministero dell’Interno ai presidenti di seggio volte a limitare il numero delle schede nulle. Insomma, si è optato saggiamente per il male minore. Come ha riconosciuto un costituzionalista del valore di Giuliano Amato. Come comico, del resto, Di Pietro è in eccellente compagnia. Già, perché gli esponenti del Pd non sono da meno. Si trovano, povere anime del Purgatorio, tra due fuochi. Da un lato Napolitano che ha emanato il decreto legge, dall’altro Di Pietro che tanto per non smentirsi minaccia sfracelli a ripetizione. Cercano perciò di contemperare capra e cavoli con trovate di inarrivabile comicità. Gli esercizi di equilibrismo di Anna Finocchiaro, eccellente capogruppo del Pd al Senato, valgono un Perù. Premette che l'inquilino del Colle ‘ha firmato il decreto nel quale non ci sono evidenti vizi di costituzionalità’. Ma poi esplode. ‘Siamo di fronte a un fatto di una tale gravità che una manifestazione mi sembra il minimo’. ‘Stavolta sono stati superati i limiti’. ‘Niente sarà più come prima’. Incredibile! Lo spauracchio dell’opposizione è una manovra a tenaglia. Manifestazioni di piazza da subito, e sabato prossimo una a livello nazionale. Ostruzionismo in Parlamento un po’ su tutti i provvedimenti. Nonché un ricorso alla Consulta da parte della giunta della regione Lazio: dopo le dimissioni di Marrazzo, un morto che cammina. Intendiamoci, sgranchirsi le gambe fa sempre bene. Soprattutto alla circolazione sanguigna. Ma la minaccia di ostruzionismo è millantato credito. Ormai il contingentamento dei tempi a Montecitorio si applica fin dal primo calendario alla maggior parte dei disegni e delle proposte di legge. A rigore, anche ai disegni di legge di conversione. Ma, bontà sua, l’allora presidente della Camera Luciano Violante congelò la disposizione al riguardo. Perciò, alle brutte, potrebbe essere scongelata in ogni momento. Insomma, i regolamenti parlamentari non sono più quelli di una volta. E oggi non mancano espedienti antiostruzionistici di sicuro effetto. Resta la figura meschina di un’opposizione che si abbandona a manifestazioni di piazza e all’ostruzionismo non già a difesa delle libertà ma perché avrebbe la bella pretesa di vincere a tavolino la partita delle elezioni regionali. Alla faccia di Voltaire. Ricordate? ‘Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo’. Insomma, un boomerang agli occhi del tribunale dell’opinione pubblica. Vai a capire perché mai i vari Bersani e Di Pietro, con il contorno dei loro cari, continuano masochisticamente a farsi del male e a far ridere i polli”, conclude Armaroli su IL GIORNALE. (red)

22. Vogliono fare viola il Pd

Roma - “La notizia della bocciatura del Tar alla lista Pdl a Roma allenta appena la tensione Pd-Idv (Antonio Di Pietro dice: ‘Bene’, come momentaneamente placato). Per il resto - scrive IL FOGLIO - è tutto un ‘dàgli al Pd’ (che si è messo nella condizione di non poter criticare Napolitano): questa è la linea che sta prendendo piede negli ambienti più vicini ai dipietristi duri e puri. Il direttore del Fatto Antonio Padellaro dice infatti che ‘i conti non tornano: o il decreto andava bene – e allora Napolitano ha fatto bene a firmarlo – o non andava bene e allora Napolitano ha fatto male a firmarlo e non si può dire, come fa il Pd, ‘non poteva fare altro’. Altro si poteva fare: c’era la strada del disegno di legge’. Al Fatto capiscono ‘la difficoltà del Pd’, si ripromettono ‘di approfondire la misteriosa questione del cambiamento di atteggiamento di Napolitano in una notte – prima negativo, poi per il decreto’, ma, dice Padellaro, ‘il Pd non può pensare che la politica sia pareggiare sempre. Da qualche parte devi scegliere. E poi mi chiedo: possibile che si debba comunque cadere in ginocchio davanti al presidente della Repubblica? Con il massimo rispetto, senza finire nel vilipendio, io penso che lo si possa criticare se si ritiene che abbia sbagliato’. Il Pd che da un lato annuncia ostruzionismo e dall’altro spera di scendere in piazza con il silenziatore continua insomma a sbattere la testa nel vicolo cieco, nonostante la sorta di accordo stilato ieri pomeriggio con l’Idv in vista della giornata di mobilitazione di sabato 13 – tutti contro il governo, nessuno contro Napolitano, è la parola d’ordine, ma all’interno del Pd ben pochi si fidano di Di Pietro (che ieri non solo diceva ‘noi dell’Idv diventiamo sempre più Davide che vuole combattere’, ma si spingeva pure a stuzzicare i democratici sul fronte Emma Bonino: ‘Che protesta nobile’ sarebbe, se Emma ‘si ritirasse’, diceva l’ex pm proprio nelle ore in cui all’interno del Pd cresceva l’ansia per l’assemblea radicale di oggi, anche per via delle parole della stessa Bonino: ‘Non sono una che getta la spugna’, diceva, ma non prima di avere detto: ‘Non facciamo finta che non sia successo niente’). Pur senza picchiare apertamente in testa al Pd - prosegue IL FOGLIO - anche Repubblica, in questi giorni, spende più lodi per i ‘viola’ che per i democratici. Sono comparsi persino editoriali che incitano ad ‘accettare la sfida e combattere sino in fondo’ – parole che non tollerano un Pd fiacco. Non se ne esce neppure quando Di Pietro promette di fare il bravo, continuando però, appena Bersani si gira, a dare di ‘ipocriti’ agli alleati e a criticare ‘l’arbitro’ Napolitano: ieri ci si svegliava con un doppio rebus in testa (come manifestare contrarietà al ‘salva-liste’ senza farsi divorare dalla piazza dipietrista; e come evitare attacchi al Colle dal comune palco senza essere tacciati di mollezza dagli elettori), e a sera il rebus restava insolubile. L’idea bersaniana uscita dall’assemblea di ieri – una piazza in cui si parla ‘anche di lavoro’, magari con dei ‘testimonial’ al posto dei segretari di partito – assumeva più che altro l’aspetto di una manovra di distrazione dal tema ‘Napolitano’ (‘è una toppa che rischia di finire in un salto nel vuoto’, commentava un deputato della maggioranza pd). Ma il numero due del partito, Enrico Letta – che due giorni fa, di fronte al Di Pietro furioso, aveva fatto balenare l’idea di una separazione in piazza tra Pd e Idv – ieri assicurava al Foglio che la linea rimaneva quella ‘di non dividerci, sennò la reazione perde di efficacia. Dobbiamo fare sì che nel mirino delle critiche, durante la giornata di mobilitazione, ci sia il governo e non Napolitano. La palla è nel campo di Di Pietro, è vero, ma mi pare che ora i suoi atteggiamenti siano più costruttivi’. Detto questo, il solitamente dialogante Letta sottolineava: ‘La reazione alla vicenda del decreto e soprattutto ai recenti commenti di Berlusconi dev’essere di una durezza esemplare’. Lungo la linea Bersani-Letta si collocavano ieri i dalemiani (‘sono d’accordo con il segretario’, diceva il senatore Nicola Latorre). Neppure il deputato veltroniano Walter Verini trovava ‘contraddizione’ tra la ‘difesa dell’operato di Napolitano’ e ‘la difesa delle regole in piazza’. Come se non bastasse - conclude IL FOGLIO - nel Pd a rischio cannibalismo dipietrista si è aperta pure la crepa nel ‘sistema D’Alema’, già messo a dura prova dalle primarie in Puglia. D’Alema, infatti, contestato in piazza dai violavestiti al grido di ‘non credi di avere responsabilità su quello che accade?’, è al centro delle polemiche pure dentro al partito: ‘Perché D’Alema ha parlato con Gianni Letta e Roberto Maroni all’insaputa di tutti?’, si chiedeva qualcuno mentre D’Alema, da Urbino, ripeteva come un mantra la frase ‘il Pd non vuole fare una manifestazione contro il presidente della Repubblica’”. (red)

23. Idolatria della forma

Roma - “Qualcosa non va nell’opposizione. Romano Prodi - scrive Lanfranco Pace su IL FOGLIO - ha detto di non aver mai avuto tanta paura come in questi giorni. Di Pietro agita la parola, eccita la piazza e chiede all’Europa di vigilare. Il partito dei presentatori in lock out forzoso denuncia un regime alla birmana. Anche un uomo sveglio e di solito misurato come il direttore di Europa, Stefano Menichini, confessa di nutrire una vaga inquietudine. Nessuno parla di motori di carri che rombano nei cortili delle caserme e ci mancherebbe. Dicono però che ci sono crepe vistose nell’edificio democratico. Si direbbe che hanno dimenticato anche i buoni maestri di un tempo che spiegavano come nella comunicazione di massa ogni cosa eccessiva fosse di per sé insignificante. La sinistra sta vivendo una forma acuta di feticismo come un vecchio signore che prova ebbrezza per i piedi della cameriera. Domenica Gustavo Zagrebelsky, punta di diamante del costituzionalismo tendenza Rep., ha dispiegato proprio sul quotidiano di riferimento la logica implacabile del formalismo giuridico. Testualmente: ‘Qualcuno non ha rispettato le regole, l’esclusione di una lista non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto, è ovvio che la più ampia offerta elettorale è un bene per la democrazia ma se qualcuno per colpa sua non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato’. Accusa poi ‘di disonestà e arroganza’ Augusto Minzolini, direttore del Tg1, per aver stravolto l’immagine e il pensiero di Hans Kelsen, grande giurista del Novecento, facendo dire ‘proprio a lui che ha sempre sostenuto che in democrazia la forma è sostanza’ l’esatto contrario, cioè che la sostanza deve prevalere sulla forma. Sul piano della logica formale il Zagrebelsky pensiero sembra inattaccabile. Forma contro sostanza, formalismo giuridico contro l’intelligenza della politica, Kelsen contro Carl Schmitt, direbbe Massimo Cacciari, che qualche partito l’ha praticato. Cacciari - prosegue Pace su IL FOGLIO - chiede tra le righe a Bersani di non fare fesserie: su questo registro, il Pd non rinsavisce e finirà per arrivare alle regionali sfatto come una mammola. Zagrebelsky può permettersi illuminanti intemperanze che sono invece interdette a un uomo politico. Il leader del maggiore partito di opposizione sa perfettamente che elezioni da cui viene escluso il maggiore partito del paese, sia pure colpevole di dabbenaggine, sono semplicemente improponibili, che un presidente e una giunta vittoriosi per forfait e mandati lo stesso a governare per cinque anni regioni importanti senza alcuna opposizione sarebbe un non senso, la violazione del principio di legittimità. Purtroppo Bersani anziché negare ogni possibilità di convergenza con costituzionalisti, pifferai magici e con tutta la coorte di liberi tribuni e commentatori dal sopracciglio inarcato, bivacca tra i manipoli. E non si sa mai se ascolterà il consiglio di un Cacciari e persino di un Oscar Luigi Scalfaro. Oppure si farà risucchiare dalla ruota della pasionaria Rosy. E poi via, signor segretario: da buon ex comunista di vena socialdemocratica e da ministro delle buone intenzioni rimaste sulla carta per colpe non sue conosce perfettamente quali effetti perversi possano avere la norma, il regolamento. Le regole elettorali in generale sono un percorso di guerra, trasudano fuffa e cattiva educazione civica, quella che votare non è un diritto ma un dovere. Sa perfettamente che la norma, qualunque norma, qualunque regolamento riposano sullo svolazzo, sull’arzigogolo, sull’arabesco proprio per essere aggirati e violati. In passato è già successo senza troppo scandalo, giusto con qualche risentimento. Tra il sovrano, il ‘Dio mortale’ che solo può essere al di sopra delle leggi che egli stesso pone, e il potere assoluto del Codice, che ammette come unica interpretazione quella letterale, scelga il realismo giuridico e l’indeterminatezza del diritto. Norberto Bobbio, uno dei primi a importare Kelsen e che si definiva con ironia ‘responsabile della kelsenite italiana’, aveva un’idea del funzionamento della democrazia reale più articolata del suo allievo Zagrebelsky. Credeva per esempio nella contrattazione delle parti, perché non sempre il conflitto può essere racchiuso in una procedura o governato da una legge che garantisca effettiva eguaglianza e imparzialità. In fondo - conclude Pace su IL FOGLIO - aveva ragione quel giurista d’oltreoceano che sull’argomento ebbe una frase definitiva: ‘La decisione di un giudice può essere determinata da quello che ha avuto per prima colazione’”. (red)

24. Firme in Lombardia: le prove della vergogna

Roma - “Ore e giorni passati a spulciare le liste elettorali, come fossero mandarini dell’impero cinese. La teoria dei ‘due pesi e due misure’ - denunciata dai colonnelli del Pdl dopo l’esclusione del centrodestra dalle prossime regionali decisa dalla Corte d’Appello - diventa un dossier di 50 pagine - riporta Enrico Lagattola su IL GIORNALE - consegnato ai candidati e agli esponenti del partito. Un documento interno alla coalizione acquisito come vademecum pre-elettorale, e con cui il Popolo della libertà ribadisce l’ipotesi di un disegno ordito da ‘diversi soggetti’ - così li aveva chiamati Roberto Formigoni nei giorni scorsi - che avrebbero cercato di fare fuori il listino del governatore, favorendo il democratico Filippo Penati nella corsa verso le urne. Il documento - datato 8 marzo - è firmato dal coordinatore regionale e presidente della Provincia Guido Podestà, e dal deputato del Pdl Massimo Corsaro. Il leit motiv non cambia: la Corte d’Appello, a parità di irregolarità formali, avrebbe annullato solo quelle del Pdl, salvando invece quelle del Pd. A pagina 10 del dossier, le ‘prove’. Una accanto all’altra, le sottoscrizioni contestate. Cancellati i nomi dei firmatari per garantirne la privacy, si procede in parallelo. Da un lato quelle del centrodestra, annullate. Di fianco, quelle del centrosinistra. Valide. E allora, 25 firme annullate alla lista ‘Per la Lombardia’ perché l’autentica è priva del timbro tondo. Stesso problema, ma 23 firme di ‘Penati Presidente’ vengono prese per buone. Avanti, 23 sottoscrizioni del centrodestra cancellate perché prive della qualifica dell’autenticante, e 23 del Pd accettate. Ancora, 25 adesioni pro-Formigoni in cui non compare il luogo dell’autentica si perdono per strada, mentre 9 del Partito democratico ugualmente ‘difettose’ passano indenni la verifica dell’ufficio regionale della Corte d’Appello. Mancano sottoscrittori nel certificato d’iscrizione cumulativo alle liste elettorali? Noi - denunciano ancora Corsaro e Podestà - perdiamo tre firme, mentre il Pd ne conserva 5 viziate dallo stesso ‘cavillo’. A Venegono - come già raccontato nei giorni scorsi dal Giornale - si dimenticano di specificare ‘Inferiore’, e a Mariano Comense siglano Mariano ‘C.se’? Firme perse. Cambio lato, e 24 sottoscrizioni del centrosinistra vengono accettate nonostante il luogo di iscrizione alle liste elettorali sia ‘P.B.’. Peschiera Borromeo, pare. Così, una data di nascita difforme rispetto al certificato di iscrizione costa una firma a Formigoni, ma non a Penati. Perché il signor Giancarlo, nato nel Monzese il 14 maggio del 1928, sul modello depositato in tribunale diventa Gianpaolo, e ringiovanisce pure di un mese (14/06/1928). Però Gianpaolo vale. Fino al caso di Francesco Prina, consigliere regionale del Pd, che ha autenticato 7 firme senza essere abilitato a farlo. E ancora: timbri sbagliati, documenti mancanti, dati illeggibili e - si legge nel documento - ‘diverse correzioni e integrazioni di dati’ nelle liste del centrosinistra che avrebbero dovuto essere invalidate. Ma, insiste il Pdl, così non è stato. Dalle denunce ai quesiti - continua Lagattola su IL GIORNALE -. Pagina 8, otto domande al capitolo ‘Fatti e stranezze’. Uno. ‘Come si spiega - si chiedono Podestà e Corsaro - l’incredibile celerità con cui la richiesta di accesso agli atti formulata dai Radicali è stata concessa, e per di più per via telefonica e senza alcuna documentazione di merito?’. Due. ‘Perché è stato autorizzato l’accesso, in difformità dal comportamento della grandissima maggioranza degli Uffici elettorali che in Italia hanno ricevuto analoga richiesta, e in difformità anche dal comportamento dell’ufficio elettorale circoscrizionale di Milano?’. Tre, punto sul quale i legali del centrodestra hanno insistito fin dall’inizio. ‘Perché l’Ufficio elettorale ha consentito al Partito radicale di presentare ricorso non sulla propria esclusione, ma sulla regolarità della documentazione di un’altra lista?’. Quindi, quattro. ‘Quale articolo della legge elettorale consente tale procedura, dal momento che l’articolo 8 della stessa legge dichiara che la funzione dell’Ufficio in questa fase termina con la dichiarazione di ammissione, già emessa in data 28 febbraio?’. Cinque. ‘Come e da chi è stato fatto un lavoro così approssimativo di verifica delle liste?’. Sei. ‘Non si è violata la privacy’ dei firmatari, consentendo ai Radicali di fotocopiare gli atti? Sette. ‘Perché la verifica delle liste concorrenti è stata autorizzata al Pdl solo in presenza dei rappresentanti di tali liste, mentre la verifica della lista Pdl è stata consentita ai Radicali senza la presenza dei testimoni?’. E, soprattutto, otto. ‘Come mai non è stata fatta sulle liste Penati la stessa revisione che ha portato all’esclusione di Formigoni?’. Otto domande, e una risposta. Quella che arriverà oggi dal Tar. Dentro o fuori, con un occhio al Consiglio di Stato. Mica detto, infatti, che la battaglia dei ricorsi incrociati sia finita. Gli uffici legali restano in trincea. Tanto per allungare ancora un po’ il brodo di una campagna elettorale fatta più nei tribunali che nelle piazze”, conclude Lagattola su IL GIORNALE. (red)

25. Un fondo monetario dell’Ue. Il piano di Bruxelles

Roma - “La Commissione Ue - riporta Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - si è detta ‘pronta’ a proporre la costituzione di un Fondo monetario europeo, una nuova istituzione finanziaria modellata sul Fondo monetario internazionale in grado di erogare crediti ai 16 Paesi dell’Eurozona qualora si ripresentasse un’altra crisi come quella greca. Il Fme, che sarà proposto ai leader europei entro marzo, non servirà a salvare Atene: non arriverebbe in tempo. Ma la nuova creatura (che ieri ha incassato il sì del cancelliere tedesco Angela Merkel) dovrebbe prevenire manovre di bilancio troppo disinvolte e vincolare i prestiti a tagli di bilancio. Mentre il premier greco George Papandreou incontrava ieri a Washington gli uomini che controllano le casseforti del Fondo monetario internazionale, qualcun altro a Bruxelles disegnava il progetto di un’altra cassaforte, al di qua dell’Atlantico: il ‘Fondo monetario europeo’. Cioè una nuova istituzione - modellata sull’Fmi e imperniata sulla Banca centrale europea - in grado di erogare crediti ai 16 Paesi dell’Eurozona, se mai si ripresentasse una crisi ‘alla greca’. La Commissione Europea si dice ‘pronta’ a proporre l’idea. Con un obiettivo in più: preservare la stabilità dell’euro. Non sarà la soluzione giusta per la Grecia: i tempi di applicazione sono troppo lunghi. Né sarà solo un pronto soccorso anti-default: ma una leva stabilizzatrice, che dovrebbe prevenire con sanzioni certe manovre disinvolte (si pensa all’esclusione dei Paesi ‘cicale’ dal Consiglio Europeo, il vertice dei capi di Stato e di governo); e vincolare i prestiti a tagli di bilancio, o attivare circuiti d’allarme non appena si inizi a giocare con le cifre, in qualche capitale. In due parole: l’Europa febbricitante ha imparato la lezione giunta da Atene - come da Budapest o Riga, ‘rianimate’ dal Fmi - e cerca di avere medicine proprie, per non più dipendere da quelle altrui. Tutto ciò - prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - è per ora solo una sigla, Fme. E il titolo di un dossier, sulle scrivanie del commissario Ue agli affari economici Olli Rehn, del governatore della Bce Jean-Claude Trichet e di pochi altri. Oggi se ne parlerà alla riunione della Commissione Europea. Forse una bozza finirà sui tavoli del prossimo Consiglio Europeo, il 25 marzo. Poi, toccherà all’Europarlamento pronunciarsi. Il traguardo è il 30 giugno, fine della presidenza spagnola di turno della Ue. Nell’attesa, Olli Rehn avverte che i prestiti saranno subordinati a ‘condizioni stringenti’. Tutto purché – come dice Amadeu Altafaj-Tardio, portavoce del commissario Rehn, ‘non si debba più riprodurre una situazione come quella greca’. E proprio Papandreou, come riporta la stampa Usa, ieri è tornato sui problemi del proprio Paese con un attacco: ‘Le stesse istituzioni finanziarie - ha detto - salvate dai contribuenti stanno ora facendo la loro fortuna sulle disgrazie della Grecia’. Atene non è dimenticata: ‘Non vogliamo che la Grecia esca dalla zona euro, non ci abbiamo mai pensato’, conferma il vicepresidente della Commissione e commissario all’Industria, Antonio Tajani. Ma si guarda anche oltre. L’idea di un Fme, o comunque si chiami, coincide con quella ventilata qui a Bruxelles dal presidente italiano Giorgio Napolitano. E si accompagna a quella di un’agenzia di rating europea. Resi impossibili dai Trattati Ue i ‘salvataggi comunitari’, e difficili i prestiti bilaterali (nessun premier gradisce chiedere alla propria opinione pubblica di aprire il borsellino per aiutare i vicini di casa) si cercano altre soluzioni. Prima che un nuovo febbrone faccia saltare il termometro”, conclude Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA.  

“Non sarà una strada né facile né in discesa - osserva Daniele Manca sul CORRIERE DELLA SERA - quella del Fondo monetario europeo. Ma è una strada. Che l’Europa, di fronte a una crisi di uno dei Paesi dell’area dell’euro, la Grecia, non poteva non imboccare. Pena una forte battuta d’arresto nel processo dell’Unione. Queste settimane verranno probabilmente ricordate come uno dei tanti periodi storici nei quali l’Europa, se riuscirà nel suo intento, avrà fatto un salto in avanti verso una maggiore unità. Il via libera arrivato ieri alla creazione di un Fondo monetario comunitario da parte di Angela Merkel (‘è una buona idea’) e del quale si discuterà oggi a Bruxelles ne è la prova più evidente. E lo è ancor di più alla luce dei dubbi espressi dal cancelliere tedesco: sarà necessario un cambiamento del Trattato della Ue, ha detto. Aggiungendo però: se l’Unione deve essere capace di agire, affronteremo questi interrogativi. È la determinazione di una leader che si aggiunge alla volontà di intervento di Nicolas Sarkozy dei giorni scorsi e in queste ore della Commissione di Bruxelles. Certo, le buone idee devono trovare attuazione in disegni concreti. Rendere compatibile, ad esempio, il Fondo con altre istituzioni come la Banca centrale. Non solo. Andrà affiancata alla dotazione di risorse finanziarie necessarie all’intervento in aiuto di Paesi in difficoltà, anche la capacità e possibilità chiara ed esplicita di porre condizioni in termini di politica economica e di manovre di aggiustamento. Se per arrivare a questi risultati si sceglierà di modificare il Trattato della Ue va tenuto conto che significherà chiedere un via libera a 27 Paesi. Cosa non proprio semplice, si pensi solo a quale potrà essere l’atteggiamento anche di un solo componente, la Gran Bretagna. Ci si deve chiedere quindi - conclude Manca sul CORRIERE DELLA SERA - se l’Europa, in questa occasione, debba prepararsi a stabilire complesse architetture istituzionali o se invece dovrà assumere un atteggiamento orientato a risolvere problemi. In questo caso un Fondo che nasca nell’ambito dei 16 Paesi che fanno parte della zona euro sarà il percorso meno irto di ostacoli. Il Patto di stabilità insegna”. (red)

26. Il Fondo non è la soluzione magica

Roma - “Mario Draghi - scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - ha discusso a Basilea del caso Grecia e dei ‘timori di un possibile contagio ad altri paesi dell’euro’. Giulio Tremonti nel fine settimana ha coniato una nuova formula per identificare economie a rischio: oltre ai Pigs, i Fire; paesi con eccessi di ‘finance, insurance, real estate’. E’ sembrato l’identikit della Spagna. Per Madrid un piano di salvataggio soltanto franco-tedesco non sarebbe neppure ipotizzabile. Anche per questo Tremonti parla da tempo della necessità di dotarsi di strumenti comunitari, dagli ‘union bond’ a un fondo europeo. Una posizione che non ostacola la spinta di Parigi e Germania verso l’avvio di un Fme (Fondo monetario europeo). D’altronde il malcontento dei contribuenti tedeschi per un salvataggio soltanto da parte della Germania non sarebbe gestibile da alcun cancelliere. Oggi la Commissione Ue discuterà di istituire il Fondo, che ha già suscitato le perplessità di un membro del board della Bce, Jürgen Stark. Dopo aver stabilito che nell’Eurolandia non si può fallire, bisognerà spiegare a quali condizioni avverrebbero i salvataggi, e quali obblighi si assumerebbero i paesi da soccorrere. Se può essere condivisibile l’idea di prevedere una rete di sicurezza da affiancare all’unione monetaria, occorre resistere a tentazioni dirigistiche e salvifiche che possono indurre all’irresponsabilità. Il Fme, quindi, può essere una medicina, non la panacea, alla dissolutezza finanziaria e contabile”, conclude IL FOGLIO. (red)

27. Un Fmi all’europea: pronta la chiave anti-crisi

Roma - “La proposta del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schauble di creare un Fondo monetario europeo, un Fme, parallelo al Fondo monetario internazionale, l’Fmi, appare sicuramente valida. Essa si avvicina molto - osserva Francesco Forte su IL GIORNALE - alla proposta di Giulio Tremonti di creare un fondo europeo a favore degli Stati dell’euro che si trovano in difficoltà finanziarie, come la Grecia (che per altro per ora è riuscita, con le sue sole forze, a piazzare con successo un prestito sul mercato internazionale). La proposta di Schauble è, per così dire, più robusta di quella tremontiana, che le ha aperto la strada. L’Fme a somiglianza dell’Fmi, condizionerebbe i suoi prestiti a clausole di comportamento severe da parte dello Stato beneficiario, in modo da ottenere la garanzia effettiva che il prestito sarà restituito e che esso metterà la sua casa in ordine, con vantaggio per la comunità internazionale. Però la posizione dell’Fmi rispetto agli Stati che esso decide di aiutare è molto differente da quella del futuro Fondo europeo verso gli stati dell’euro. Il Fondo monetario internazionale non ha alcun potere di comando sugli Stati sovrani in cui decide di intervenire. Invece il futuro Fondo europeo, l’Fme, dipenderebbe dal governo europeo che risiede a Bruxelles (cioè dal Consiglio europeo, composto dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione europea e dalla Commissione europea che lo affianca). I poteri dell’Fme verso gli Stati aiutati gli sarebbero conferiti da tale governo. A differenza dell’Fmi che non può obbligare uno Stato a chiedere il suo aiuto e che può decidere di non aiutarlo se esso non accetta le sue condizioni, l’Fme dovrebbe poter obbligare gli Stati membri dell’euro bisognosi di aiuto a sottostare alle sue condizioni, onde usufruire di tale soccorso. Infatti uno Stato che non accetta l’aiuto del Fondo monetario internazionale può rifiutarsi di pagare i propri debiti come ha fatto l’Argentina coi tango bond. Invece lo Stato dell’euro che ha bisogno di aiuto, non deve poter fallire. Se ciò accadesse l’intero euro-sistema perderebbe credibilità. E gli Stati con maggiori debiti sarebbero esposti a rischi, che prima non avevano e che non è giusto che abbiano. C’è una situazione oggettiva di ricatto, verso gli Stati dell’euro zona, da parte degli Stati di questa unione monetaria, che facciano fatica a piazzare nuovo debito pubblico e rischiano perciò di non onorare i loro debiti pregressi. Bisogna aiutarli per forza, perché il loro fallimento danneggerebbe gli altri. Ma se vanno aiutati ‘per forza’ - prosegue Forte su IL GIORNALE - vanno anche costretti ‘a mettere a posto le finanze’, alle condizioni dell’Fme. Schauble immagina alcune sanzioni per gli Stati che venissero soccorsi dal futuro Fme: come la cessazione degli aiuti alle loro regioni meno sviluppate e la loro esclusione dalle votazioni negli organi del governo europeo. La prima di queste due sanzioni potrebbe essere controproducente: il negare gli aiuti ordinari a fondo perso dell’Unione europea a uno Stato che ne ha diritto, per ‘punirlo’, avrebbe la conseguenza di accrescere la sua difficoltà ad adempiere alle condizioni che gli impone l’Fme. La seconda sanzione, quella di sospendere il voto negli organismi di governo europei dello Stato che non adempie alle condizioni dell’Fme, per uno Stato piccolo, il cui voto in tali organismi è secondario, è poco efficace. Dunque bisogna immaginare altre sanzioni. Ad esempio quella del sequestro cautelativo di beni demaniali dello Stato aiutato. Tutto ciò delinea un quadro di interventi autoritari che a un fautore dell’economia di mercato e del governo ‘leggero’ non piacciono. Tuttavia le alternative alla proposta di un Fme con poteri autoritari sono peggiori. La prima, quella di un governo federale europeo con la potestà di prelevare tributi sugli Stati membri, nella attuale situazione di grossi pesi fiscali nazionali, mi sembra impraticabile e pericolosa. La seconda, di rimanere nella situazione attuale, in cui le emissioni di debiti degli Stati dell’euro non hanno rete di sicurezza europea è scomoda. La terza, che la Banca centrale europea Bce possa comperare titoli del debito di Paesi dell’euro, che ritiene siano oggetto di una speculazione non giustificata dai parametri è preclusa dai fatti e dal diritto. Potrebbe indebolire la credibilità dell’euro ed è vietata dallo statuto della Bce. Ora che c’è l’euro, fargli fare crac sarebbe il caos: bisogna farlo funzionare anche senza un potere fiscale a Bruxelles”, conclude Forte su IL GIORNALE. (red)

28. Sarkozy lancia nucleare pulito, simbiosi con Italia

Roma - “Svolta atomica per le organizzazioni internazionali, diritto di ogni stato al nucleare civile, rafforzamento della sicurezza collettiva. Questo, in sintesi - riporta IL FOGLIO - il ‘vaste programme’ annunciato ieri dal presidente francese, Nicolas Sarkozy, in occasione della Conferenza internazionale sull’atomo civile ospitata nella sede di Parigi dell’Ocse. Di fronte ai delegati di 60 paesi – c’era anche il ministro italiano per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola – Sarkozy è andato oltre la semplice ufficializzazione della nuova corsa globale alla costruzione di reattori. Si è rivolto innanzitutto alla Banca mondiale e alla Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo): ‘Non comprendo, e non accetto, l’ostracismo nei confronti del nucleare nei finanziamenti internazionali’, che ‘costringe i paesi ad accontentarsi di energie più care ed inquinanti’. L’Eliseo chiede nientemeno che un cambiamento di paradigma nell’arena internazionale. Logica conseguenza, secondo Sarkozy, del fatto che ‘l’economia del nucleare si basa su un investimento iniziale molto oneroso e su costi di sfruttamento molto bassi’. Non solo: ‘La dicotomia tra nucleare e energie rinnovabili è superata. Per scongiurare il cambiamento climatico servono entrambe’, ha detto il presidente francese. Di fronte ai rappresentanti di stati affamati di energia, Sarkozy ha ribadito che l’accesso al nucleare civile è ‘un diritto’. A patto, ovviamente, che ‘chi imbroglia non può avere gli stessi diritti di chi invece non lo fa’. Un chiaro riferimento a Iran e Corea del nord, entrambi non invitati alla conferenza. E le parole devono esser suonate come un avvertimento anche alla delegazione siriana, visto che Damasco è sotto osservazione speciale dell’Aiea per aver tentato di costruire clandestinamente un reattore. Sulla stessa linea - prosegue IL FOGLIO - il ministro Scajola: ‘L’Italia condivide l’impostazione del presidente Sarkozy e intende promuovere in sede europea un quadro condiviso di norme, l’adozione dei più elevati standard di sicurezza, l’armonizzazione delle procedure autorizzative e delle strategie per la gestione dei rifiuti radioattivi’. Il nucleare civile è ormai una realtà in 31 paesi del mondo, ed è all’origine della produzione di 370 mila megawatt di energia, ovvero circa il 15 per cento di tutta l’energia elettrica del pianeta. Secondo gli analisti, quasi 150 reattori sono pronti per essere realizzati, se si contano anche quelli in attesa delle ultime autorizzazioni. E mentre Sarkozy pensa a un Istituto internazionale per l’energia nucleare, di cui saranno chiamati a far parte i migliori docenti e ricercatori francesi e di tutto il mondo, in Italia la costruzione della prima centrale nucleare, ha ribadito Scajola, partirà nel 2013. Proprio una società francese, la Edf, giocherà un ruolo centrale nella partita atomica italiana, in partnership con l’Enel. La prospettiva - conclude IL FOGLIO - è stata confermata ieri a Parigi dall’ad del gruppo italiano, Fulvio Conti: ‘Per risolvere ‘l’equazione energetica’, ovvero per garantire energia pulita, abbondante ed economica – ha detto – il nucleare da solo non è la soluzione. Ma è altrettanto vero che senza il nucleare non esiste alcuna soluzione’”. (red)

29. Affluenza alta in Iraq, vittoria contro al Qaeda

Roma - “Il primo risultato ufficiale del voto alle elezioni parlamentari di domenica - riporta Lorenzo Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - è giunto ieri nel tardo pomeriggio. Si sono recati alle urne il 62,4 per cento degli oltre 19 milioni di iracheni aventi diritto. Circa il 13 per cento in meno di coloro che votarono nel 2005, le prime elezioni dopo la caduta della dittatura di Saddam Hussein due anni prima, ma oltre il 10 per cento in più delle provinciali dell’anno scorso. ‘Una vittoria contro Al Qaeda. E’ fallito il progetto dei terroristi di boicottare la democrazia nel sangue’, sostengono all’unisono le radio e televisioni locali. Gli americani assicurano che manterranno il calendario del ritiro entro la fine del 2010. Il dato più interessante era già stato previsto nelle ultime settimane. Ma adesso viene confermato dalle cifre: a differenza del 2005, i sunniti (stimati al 40 per cento della popolazione araba) si sono recati in massa alle urne. Le loro roccaforti tradizionali - come Ramadi, Falluja, Tikrit (città natale di Saddam e della vecchia dirigenza baathista), la provincia di Diyala, persino la oggi molto violenta regione di Niniveh attorno a Mosul - hanno visto un tasso di partecipazione fino a oltre il 60 per cento. ‘Un fatto importantissimo. Significa che i sunniti hanno scelto la via del voto a quella del fucile, che è poi quella della democrazia e della convivenza civile’, afferma la tv nazionale, Al Sharkia. Davvero una rivoluzione. È dai rapporti privilegiati con l’Impero Ottomano, poi mantenuti e anzi accresciuti con l’amministrazione coloniale britannica, che la minoranza sunnita dava per scontate le sue prerogative a governare il Paese. Saddam e i baathisti le avevano cementate nella dittatura. Tanto che, dopo l’invasione americana 7 anni fa e l’esplosione delle rivendicazioni della maggioranza sciita (valutata al 60 per cento degli arabi), i leader politici e religiosi sunniti avevano scelto la strada dell’astensionismo accompagnato alla lotta armata e persino al connubio con l’estremismo wahabita di Al Qaeda. A raccogliere i frutti della partecipazione sunnita - prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - è ora l’ex premier Yiad Allawi, il cui nuovo partito ‘Irakia’ predica il superamento dello scontro settario e religioso in nome di una nuova identità laica dello Stato. Nella tarda serata di ieri un funzionario del partito, Raheem al-Shimmari, ha proclamato la formazione ‘prima in Iraq’. Tuttavia sembra rimanere in testa l’attuale premier, lo sciita Nouri al Maliki, il cui partito ‘Lo Stato di Diritto’ rivendica anch’esso di essere in vantaggio e cattura la maggioranza delle preferenze nel centro-sud sciita. I toni moderati, rispetto alle altre liste del fronte sciita, paiono avere risposto alla richiesta crescente di abbandonare gli steccati confessionali che arriva soprattutto dai centri urbani. E però il tasso di affluenza alle urne nel centro sud, compresa la capitale Bagdad con il 53 per cento, appare in controtendenza rispetto a 5 anni fa. Confermata invece la previsione della forte partecipazione tra i curdi nel Nord. Costituiscono circa il 20 per cento dei 31 milioni di iracheni e hanno votato con tassi superiori all’80 per cento. I risultati parziali non dovrebbero essere noti prima di giovedì. Quelli finali forse alla fine di marzo. E la formazione del nuovo governo rischia di prendere mesi. Nessuno ha ottenuto la maggioranza assoluta tra i 325 parlamentari. Il prossimo premier dovrà negoziare faticosamente una coalizione. Si paventa che l’Iraq possa restare nell’incertezza sino all’estate inoltrata”, conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

30. Il liberal Friedman scommette: “Un Paese nuovo”

Roma - Intervista del CORRIERE DELLA SERA a Tom Friedman: “‘Detto tutto ciò che si doveva dire, fatto ogni distinguo, il fatto vero è che l’Iraq sia riuscito a tenere due libere elezioni in cinque anni, sicuramente macchiate da violenze, ma sempre libere elezioni. Non dobbiamo mai e poi mai sottovalutare l’importanza di questo fatto, nel contesto della storia del Paese e della regione. È un fatto enorme, fisicamente e simbolicamente’. Il premio Pulitzer Tom Friedman, editorialista del New York Times e guru della globalizzazione, fu uno dei liberal americani che appoggiarono la guerra in Iraq. E non se n’è mai pentito, anche se non ha mai cessato di mettere a nudo e criticare duramente le bugie e gli errori dell’Amministrazione Bush, come non ebbe difficoltà ad apprezzarne la correzione di rotta che portò al rilancio del 2008 e alla progressiva stabilizzazione del Paese. E anche oggi, Friedman si conferma un ottimista senza illusioni sul futuro dell’Iraq: ‘Sicuramente non dobbiamo neppure sottovalutare quanto sia difficile passare dal voto al governo democratico e alla costruzione di un esecutivo che riesca a far progredire la società. Oggi sappiamo che gli iracheni possono essere elettori. Si tratta di capire se possano essere cittadini e se i loro leader sapranno essere statisti. Personalmente sono pronto a scommettere di sì’. Ma quanto è reale il pericolo, dal quale molti mettono in guardia, che l'Iraq scivoli verso un regime autoritario? ‘Ogni cosa è possibile, inclusa una svolta autoritaria, la paralisi o il collasso. Non possiamo escludere nulla’. Ricapitoliamo: 13 miliardi di dollari, 4400 americani uccisi, 100 mila iracheni morti, ne valeva la pena? ‘Non spetta a me dirlo. Io sono stato favorevole alla guerra e in quanto contribuente, ho pagato una parte del costo in denaro. Ma non ho pagato alcun prezzo fisico o personale, come tanti altri americani. È una domanda di fronte alla quale taccio per umiltà. Ripeto, non spetta a me rispondere, ma a chi ha pagato quei prezzi e agli storici del domani. Posso dire questo però: si può argomentare che in Iraq non sia accaduto nulla che giustifichi quel prezzo. Ma si può anche argomentare il contrario, ci sono cose importantissime che sono successe e stanno succedendo, le elezioni sono sicuramente tra queste’. Se c’è un merito per quanto sta accadendo, a chi spetta? ‘Anche qui, è una risposta ambivalente: a Bush spetta una parte del merito, ma anche molte critiche per i tanti, troppi errori commessi. Ne spetta agli iracheni, che però si sono anche mostrati incapaci di risolvere i loro problemi interni. Ambivalente è questa realtà’. E questa Amministrazione? ‘Ha fatto un buon lavoro, evitando di venire immischiata nel processo interno, ma dando gli impulsi decisivi nei momenti critici e spingendo verso i compromessi necessari’. Quali devono essere i prossimi passi degli Stati Uniti? ‘La domanda cui dobbiamo rispondere è la stessa che in Afghanistan: possiamo uscirne e sapranno gli iracheni mettere insieme una costruzione politica e sociale democratica sostenibile? Il nostro compito è far di tutto per aiutare questa prospettiva. Ma non ci dobbiamo illudere neppure per un secondo che ciò che sta accadendo in Iraq non sia importante per quanto accade in Iran. Gli sciti persiani dell’Iran guardano (con senso di superiorità) oltre il confine, dove però vedono gli sciti arabi iracheni tenere libere elezioni, mentre loro hanno dovuto scegliere da una lista predigerita di candidati. È un esempio dall’impatto potenziale immenso. Che siamo stati pro o contro la guerra in Iraq, credo sia tempo di concentrarsi su ciò che conta’”. (red)

31. Baghdad redenta

Roma - “C’è anche e infine la grande svolta dei giornali sull’Iraq. I grandi quotidiani stranieri di ieri - riporta IL FOGLIO - hanno titoli identici. ‘Gli iracheni sfidano le esplosioni per votare’, sul New York Times; ‘Gli iracheni sfidano gli attentatori per votare’, sul Times di Londra; ‘Gli iracheni sfidano la violenza per un voto cruciale’, sul Wall Street Journal. In Italia Repubblica ha titolato: ‘Le bombe non fermano il voto, l’Iraq in massa alle urne. Le elezioni sono un successo’. Un lungo reportage di Bernardo Valli partiva in prima pagina: ‘La democrazia ha vinto’. L’ultima copertina di Newsweek ha aperto la strada, gli altri hanno seguito a ruota. Erano avvezzi a raccontare l’Iraq come il buco nero aperto da George W. Bush e capace di divorare quanto toccasse, dalle vite dei civili e dei soldati alle carriere dei politici. Ora sono rinati alla realtà dei fatti: a Baghdad ci sono state elezioni libere, per la quinta volta. C’è la svolta dei giornali, ma soprattutto c’è la democrazia in Iraq. L’affluenza è stata del 62, 4 per cento, più bassa di quella del dicembre 2005. Gli sciiti sono svogliati, tanto sanno di essere maggioranza. Questa volta hanno votato anche i sunniti, che cinque anni fa avevano boicottato l’elezione del Parlamento: il cuore del loro territorio è la provincia di Anbar e là l’affluenza è stata del 61 per cento. La seconda città della zona è Fallujah, un tempo epicentro della guerriglia sunnita. Ma secondo i primi dati, la Coalizione dello stato di diritto del premier sciita in carica Nouri al Maliki avrebbe vinto 9 dei 14 seggi in palio. Eppure tre anni fa il premier rifiutava di visitare la città, per motivi gravi di sicurezza. Ieri i suoi sostenitori sono scesi nelle strade a festeggiare. Tra le viuzze del quartiere Jolan nel 2004 si annidavano i volontari arabi di al Qaida comandati dal giordano Abu Mussab al Zarqawi. Domenica i muezzin hanno chiamato i fedeli al voto dagli altoparlanti. Il NYT racconta di poliziotti che dai tetti invitavano la gente ad andare ai seggi, ‘Non c’è pericolo’, e di elettori che dicevano di votare ‘contro al Qaida’. A Baghdad - prosegue IL FOGLIO - il fuoco casuale dei terroristi del cosiddetto Stato islamico dell’Iraq ha ucciso 40 persone ma non ha bloccato gli elettori, anzi li ha incoraggiati. Il NYT racconta la risoluzione degli abitanti di un quartiere colpito: ‘Non abbiamo più paura delle bombe – dice uno accanto a un palazzo centrato da un’esplosione – abbiamo visto tre guerre, questi sono giochi da ragazzi’. Gli analisti osservano che non ci sono stati SVBIED, Suicide Borne Vehicle IED, le autobomba guidate da attentatori suicidi. Il gruppo terrorista iracheno è stato costretto dalle misure di sicurezza soffocanti a rinunciare alla propria arma preferita; nella capitale c’erano checkpoint ogni cento metri. Anche se poi già alle 11 di domenica il governo ha deciso di revocare il divieto di circolazione per facilitare l’affluenza ai seggi. E’ presto per i risultati. Secondo alcuni prime, rudimentali indagini di voto, Maliki è andato forte anche a sud e il partito misto e nazionalista di Ayad Allawi ha racolto un consenso forte soprattutto nella minoranza sunnita. Se fosse vero, quale che sia il vincitore sciita delle elezioni dovrà comunque trattare con un leader anti iraniano e vicino a Washington”, conclude IL FOGLIO. (red)

32. Oscar per la guerra necessaria

Roma - “Dedico questo Oscar - scrive IL FOGLIO a pagina 1 - agli uomini e alle donne che portano una divisa, ai nostri militari che combattono in Iraq e Afghanistan, ai vigili del fuoco che ci sono sempre quando abbiamo bisogno di loro’. Non ha scordato proprio nessuno Kathryn Bigelow. Per un attimo sembrava di essere tornati all’epoca degli spettacoli per le truppe o della Hollywood Canteen fondata da Bette Davis e John Garfield: nel locale, i soldati in partenza per la Seconda guerra mondiale venivano serviti a tavola dalle star. Sul palco del Kodak Theatre non si era mai sentito nulla di simile. Quando i candidati o i presentatori parlavano di guerra, era per chiedere di fermarla, giacché l’impresa era motivata esclusivamente dai pozzi di petrolio. Era per lanciare un bell’appello pacifista, senza se e senza ma: basta ricordare certe dichiarazioni di Michael Moore e Sean Penn. Dedica il suo Oscar ai combattenti una regista bella ed elegante, non un qualsiasi John Wayne. Speriamo che serva per togliere di mezzo la retorica del pacifismo naturale delle femmine. Kathryn Bigelow ha sempre girato film d’azione, a cominciare da ‘Point Break’ con Patrick Swayze e Keanu Reeves, datato 1991: un quartetto di rapinatori surfisti si nascondono dietro le maschere dei presidenti Nixon, Reagan, Johnson, Carter. Bastò il dettaglio per farne una regista contro e per farsi ammirare da Quentin Tarantino, uno che quando bisogna combattere certo non sta indietro. Tarantino sceglie la Seconda guerra mondiale, raccontando in ‘Bastardi senza gloria’ una storia alternativa dove gli ebrei uccidono Hitler. Kathryn Bigelow racconta l’Iraq, seguendo le giornate di un disinnescatore di bombe. Tutti sono pronti ad applaudire la prima e fantasiosa trama, esultando alla fine del film. Non tutti – fino a pochissimo tempo fa, il film è del 2008 – erano pronti a celebrare i militari americani in Iraq e i loro reali successi. Ma ora – sorpresa! – la Hollywood liberal e pacifista si schiera a fianco dei suoi soldati, spellandosi le mani per un discorso che appena un anno fa avrebbe raccolto solo fischi. Nel giro di poche ore, con la vittoria di ‘The Hurt Locker’, l’idea di guerra che guida ‘Avatar’ è invecchiata di colpo, buona soltanto per qualche ideologo nostalgico. Secondo James Cameron - prosegue IL FOGLIO - a scatenare le guerre sono gli americani – o gli occidentali, che in questo caso è lo stesso – onde sottrarre le ricchezze a popoli pacifici che vorrebbero solo vivere in armonia con la natura. Niente a che vedere con la guerra secondo Kathryn Bigelow: sporca, confusa, eroica quando capita, rumorosa e rischiosa, ma a volte necessaria”.  

“‘Sono contento se l’Oscar lo vince Kathryn, io tanto ne ho già uno’. Così parlò James Cameron, augurando ogni bene a ‘The Hurt Locker’ e all’ex moglie Mrs Bigelow. Erano spalla a spalla con nove nomination ciascuno. Domenica sera - scrive Mariarosa Mancuso su IL FOGLIO - il film della regista ha trionfato con sei statuette (tra cui miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura originale di Mark Boal) contro le tre di ‘Avatar’ (tra cui gli effetti speciali, premio più che prevedibile, e l’italoamericano Mauro Fiore direttore della fotografia, in un film dove la fotografia – tra sfondi verdi e uomini blu – non è più quella di un tempo). Si consolerà contando i milioni incassati al botteghino e ripassando gli Oscar di ‘Titanic’, perché non c’è regista che non patisca il successo altrui (alla fine della cerimonia, si è fatto fotografare con le mani attorno al collo dell’ex consorte). Intanto Kathryn Bigelow – annunciata da Barbra Streisand con un entusiastico ‘era ora’, quando il cerimoniale prevede un secco ‘the winner is…’, seguito dal nome del fortunato – ha fatto il suo ingresso trionfale nella storia del cinema. Proprio quando Cameron avrebbe dovuto cambiarla per sempre, la storia del cinema. Questo infatti sostenevano le previsioni, fatte perlopiù da chi dimentica che le grandi rivoluzioni vengono raramente riconosciute in anticipo come tali: sonoro e colore furono all’inizio considerati giochetti più o meno innocui. ‘The Hurt Locker’ - spiega Mancuso su IL FOGLIO - è un film minuscolo nei mezzi, grandioso nei risultati, senza un dettaglio cinematografico fuori posto. Il contrario di ‘Avatar’, che con 500 milioni di dollari fabbrica un pianeta fantastico con il nome sbagliato: Pandora portava guai, non pace e armonia. Cameron dimentica che il denaro bisogna saperlo spendere. Magari prendendo esempio dalla Pixar, che con ‘Up’ ha vinto nella categoria film di animazione: scrivere e riscrivere la sceneggiatura, disegnare e ritoccare ogni peletto delle sopracciglia del vecchietto Karl, perfezionare ogni scodinzolamento dei cani parlanti. Alla fine però lo spettatore non dice: ‘Guarda come hanno disegnato bene le sopracciglia’. Si appassiona al vecchietto e ai suoi palloncini. Non avevano nessun Oscar sulla mensola del caminetto i quattro attori premiati. Sandra Bullock e Jeff Bridges hanno vinto come protagonisti, rispettivamente per ‘The Blind Side’ (non ancora uscito in Italia) e ‘Crazy Heart’: la favola della ricca bianca sudista che adotta un ragazzo nero, la favola del cantante country che smette di bere dopo l’incontro con una giornalista (non smette di cantare però, e sono le scene migliori). L’austriaco Christoph Waltz in ‘Bastardi senza gloria’ e Mo’nique in ‘Precious’ di Lee Daniels sono stati premiati come non protagonisti. Niente alla cenerentola Gabourey Sidibe, 160 chili e molte lacrime, mentre veniva elogiata dalla fan numero uno Oprah Winfrey. Maestri di cerimonie – non memorabili, come la faccia dipinta in blu Na’vi di Ben Stiller – erano Alec Baldwin e Steve Martin”, conclude Mancuso su IL FOGLIO. (red)

33. Tributo agli eroi

Roma - “‘Dedico questi premi alle donne e uomini in uniforme che rischiano la vita ogni giorno in Iraq, Afghanistan e altrove nel mondo. Possano tornare a casa sani e salvi’. Sono le prime parole - scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA - che Kathryn Bigelow pronuncia dal palco, tenendo nelle mani gli Oscar al miglior film e alla miglior regia, a riassumere l’omaggio di Hollywood per i soldati americani incarnati dal protagonista di The Hurt Locker: uno spericolato artificiere che rischia la vita per disinnescare gli ordigni esplosivi lasciati dai terroristi. Poco prima, l’Oscar per il miglior copione era andato a Mark Boal che aveva detto, quasi gridando: ‘Sono stato in Iraq come reporter ed è lì che ho tratto l’idea di questa storia sugli uomini che si trovano in prima linea in una guerra impopolare’. La contrapposizione fra i soldati-eroi e la guerra impopolare richiama alla memoria dei milioni di americani seduti davanti alla tivù quanto detto, poche ore prima, nel Giardino delle rose della Casa Bianca, dal presidente Barack Obama, che fu contrario alla guerra fin dall’inizio, esprimendo ‘ammirazione per le migliaia nostri civili e militari che continuano a sostenere l’Iraq’ alle prese con la delicata fase politica delle elezioni parlamentari. Hollywood resta una roccaforte liberal ma sembrano passati anni luce da quando, nel marzo 2004, Sean Penn, sollevando la statuetta per il migliore attore grazie a Mystic River, disse con rabbia: ‘Se c’è una cosa che gli attori sanno, oltre al fatto che non c’erano armi di distruzione di massa in Iraq, è che non esiste la recitazione migliore’. Allora non era passato neanche un anno dall’inizio di ‘Iraqi Freedom’, Penn e Susan Sarandon guidavano la mobilitazione antiguerra del mondo dello spettacolo contro George W. Bush e l’unico omaggio che Hollywood condivideva agli eroi in divisa restava il serial della Hbo Band of Brothers nel quale Tom Hanks raccontava la storia della liberazione dell’Europa dai nazifascisti attraverso le vicende di un plotone della 101ma divisione aviotrasportata. Se The Hurt Locker riconcilia l’America con gli eroi delle guerre del nuovo secolo - prosegue Molinari su LA STAMPA - è perché questo era l’intento originario di Boal che Bigelow ha deciso di portare sullo schermo. In un’intervista al magazine Time, l’ex reporter di Playboy lo spiega con lucidità: ‘Ho voluto fare un film richiamandomi agli esempi di Schindler’s List, Platoon, Apocalypse Now e Salvate il soldato Ryan nei quali chi va al cinema capisce cosa è avvenuto davvero in guerra in maniera tale che chi vedrà questo film fra vent’anni dirà: non sapevo che fosse davvero così’. È un’impostazione che premia la volontà di informare sulla guerra rispetto al giudizio sulla guerra stessa. Far conoscere il conflitto in Iraq ‘per come è stato’ significa preparare l’America al ritorno delle truppe combattenti: 50 mila uomini che entro il 1° settembre lasceranno Baghdad. Obama ha già fatto sapere di volerli accogliere ‘come meritano’ e i sei Oscar a Bigelow contribuiscono a creare le premesse affinché ciò avvenga. Ma non è tutto perché, quando stava per lasciare il palco del Kodak Theatre, la regista d’istinto è voluta tornare indietro e ha aggiunto: ‘Ho un’altra dedica da fare, agli uomini e alle donne di tutto il mondo che vestono delle uniformi, non solo nell’esercito ma anche nelle unità di emergenza, nei pompieri e nei gruppi di intervento contro le sostanze pericolose. Loro sono lì per noi. E noi siamo qui per loro’. Come dire, il fronte interno vale quanto quello esterno: chi ha rischiato la vita per soccorrere le vittime dell’11 settembre o chi indossa tute e caschi per proteggerci dagli attacchi non convenzionali nelle nostre città è un eroe come lo sono gli artificieri in Iraq o in Afghanistan. Ed il fatto di aver esteso l’omaggio a ‘chi indossa le divise in tutto il mondo’ fa sì che quella di Bigelow sia una declinazione globale del patriottismo americano, fondata sul valore di salvare vite umane”, conclude Molinari su LA STAMPA. (red)

34. Nigeria, oltre 500 vittime. L’Onu: “Fermate stragi”

Roma - “I predoni si erano organizzati. Non è stata un’esplosione di rabbia - riporta il CORRIERE DELLA SERA - ma un attacco pianificato con cura, tanto che i residenti musulmani dei villaggi nel mirino erano stati avvisati con un sms dell’imminente massacro: perché potessero allontanarsi. Lo ha raccontato Da Jacob Gyang Buba, capoclan a Jos, al quotidiano nigeriano The Nation. ‘Gli assalitori - ha detto in lacrime - hanno mostrato ferocia e inumanità’. Le immagini arrivate dalla zona a sud di Jos, punto di frizione tra cristiani e musulmani, confermano le più fosche previsioni sulla mattanza. In un primo momento si era parlato di 2-300 morti e di un solo villaggio colpito, Dogo Nahawa. In realtà, dicono le autorità, le vittime - soprattutto donne e bambini, tutti massacrati a colpi di machete - sarebbero almeno 500, mentre sono stati contati 200 feriti, molti dei quali in gravissime condizioni. E l’attacco ha avuto come obiettivo tre villaggi, assaliti tutti contemporaneamente da almeno 500 musulmani ‘bene armati’, come ha raccontato un testimone. Le forze di sicurezza che avrebbero dovuto far rispettare il coprifuoco? ‘Semplicemente sparite’, ha spiegato ai giornalisti Peter Gyang, un residente cristiano di Dogo Nahawa. ‘Anch’io avevo ricevuto un messaggio di avvertimento - conferma Da Jacob Gyang Buba -. Perciò avevo avvisato gli agenti della sicurezza. Come poi tutto sia potuto accadere, non lo so proprio’. La Nigeria piange le vittime dell’ennesima strage dell’odio. Anche il segretario dell’Onu Ban Ki-moon si è detto ‘profondamente preoccupato’ per gli scontri nel Paese, e ha invitato le parti a tornare a ‘lavorare assieme per risolvere questa crisi’. A parere del segretario - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - le fazioni divise da un diverso credo religioso devono esercitare ‘la massima moderazione’ ed evitare ulteriori violenze ‘agghiaccianti’. Il problema è il pericoloso vuoto di potere che priva i governi locali del necessario appoggio per tenere sotto controllo esplosioni di violenza che nessuno riesce più a legare a un episodio specifico, un’offesa certa contro l’etnia rivale. Per il Vaticano non è soltanto una questione legata alla fede. La lettura che viene data degli avvenimenti è che ‘non si tratti di scontri di natura religiosa, ma sociale’, ha detto ieri il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. Se è vero che gli assalitori, domenica notte, sono scesi dalle colline al grido di ‘Allah Akhbar’ (Dio è grande), tuttavia, è un fatto che le leggi che stabiliscono i diritti di residenza in tutta la Nigeria continuino a giocare un ruolo importante, soprattutto nell’area di Jos, capitale dello Stato federale di Plateau, dove cristiani emusulmani sono costretti a convivere. In particolare la divisione tra ‘indigeni’, con diritto di residenza (e accesso a istruzione e assistenza medica) - la maggioranza dei quali sono cristiani - e i ‘coloni’, i pastori nomadi musulmani che, pur vivendo da generazioni nell’area, non hanno alcun diritto né possono accedere a cariche o posti statali. Il tutto in un Paese in preda a un crescente conflitto politico che vede Goodluck Jonathan, il presidente ad interim (cristiano) opposto al gruppo di Umaru Yar’Adua (musulmano), il cui rientro misterioso dopo una lunga malattia ha acceso la rivalità. Resa ancor più misteriosa dal fatto che Yar’Adua non è più comparso in pubblico, mentre la moglie di quest’ultimo, Turai, sembra muovere le pedine in sua vece come una novella Lady Macbeth africana. Ieri, poi - conclude il CORRIERE DELLA SERA - il ministero dell’Interno marocchino ha annunciato l’espulsione di diversi missionari stranieri con l’accusa di proselitismo”. (red)

Prima Pagina 09 marzo 2010

Dissidenza giustificata