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Meno male che l’FMI c’è (e ci spiega cosa fare)

La chiamano “missione annuale”, ma il termine più giusto è ispezione. Ispezione contabile. O meglio: amministrativa. Il Fondo Monetario Internazionale viene qui in Italia ed esamina lo stato dei nostri conti pubblici, per vedere se ci stiamo attenendo alle sue idee (alle sue preferenze) in tema di gestione di bilancio. Siamo stati abbastanza oculati? Siamo nelle condizioni di ricevere un prestito? Siamo, ancora, dei clienti ai quali si possono prestare dei soldi senza timore che facciamo la fine della Grecia o, dio non voglia, dell’Argentina del 2000, che arrivò addirittura a dichiarare ufficialmente il default, ovverosia l’insolvenza nei confronti dei creditori internazionali?

L’FMI ci scandaglia per benino e alla fine, bontà sua, ci fa sapere come siamo andati. Qui ve la siete cavata discretamente, qui potete migliorare, qui lasciate a desiderare e dovete impegnarvi di più. Un fervorino in piena regola. Un diktat appena appena attenuato dalla mancanza di un vero e proprio legame di subordinazione politica. Anche se poi, come ben sappiamo (vedi il numero 7 del mensile, uscito nell’aprile 2009), quello stesso legame che non può esistere formalmente esiste invece, eccome, di fatto. Dietro il vincolo finanziario si cela un condizionamento di assai più ampia portata. Al posto della sovranità tradizionale, ed esplicita, c’è lo strapotere moderno, e subdolo, e invincibile, del denaro. 

Ma torniamo all’oggi. Secondo l’FMI il Governo è da lodare in quanto “con le sue politiche ha dato la giusta risposta alla crisi, resistendo alle pressioni per ampie misure di stimolo della spesa pubblica, contenendo il deficit pubblico e prendendo pronte misure per stendere una rete di sicurezza sul sistema finanziario”. In altre parole, Berlusconi & Co. hanno fatto bene a tenere stretti i cordoni della borsa e, però, a puntellare le banche. Detto in maniera ancora più sintetica, il popolo può aspettare, le banche no. Lo Stato ideale, nell’ottica dell’FMI, è quello che si preoccupa innanzitutto dei conti pubblici, a prescindere da come vive la sua cittadinanza. Quello che è abbastanza bisognoso di capitali esterni da indebitarsi, e da accettare le condizioni imposte da chi gli fa credito, ma non così povero da mettere a repentaglio la restituzione del debito. O, ancora meglio, solo degli interessi maturati via via, così che il rapporto di dipendenza si protragga all’infinito. 

A fronte di una ripresa assai problematica, quindi, ecco arrivare la raccomandazione a “ridurre il fardello del debito pubblico e attuare le riforme strutturali mirate ad aumentare il potenziale di crescita dell’economia italiana”. E quali sarebbero, queste importanti, urgenti, taumaturgiche “riforme strutturali”? Guarda caso, tra l’altro, “anticipare alcuni parametri, soprattutto sull’età pensionabile, in modo da equilibrare le differenze evidenziate rispetto agli altri Paesi”. Come sempre: ridimensionare il welfare, in attesa di ridurlo, o di rimuoverlo, del tutto. Chi ce la fa bene, chi non ce la fa se la prenda con se stesso.  

Tremonti si inchina: «Noi condividiamo totalmente l’analisi fatta sull’impatto della crisi sull’economia italiana. Apprezziamo alcune valutazioni positive su come il governo ha gestito la crisi e accogliamo la sfida sulle riforme strutturali. Chiediamo al Fondo monetario un contributo di consulenza per i nostri programmi.»

Ah, ecco: dateci ulteriori ordini, Signori (e Padroni) di Washington. Li eseguiremo scrupolosamente. Li eseguiremo fedelmente. E vi diremo anche grazie, prima, durante e dopo. 

Federico Zamboni

 

Secondo i quotidiani del 01/04/2010

Napolitano non firma: questa sì che è una notizia