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Napolitano non firma: questa sì che è una notizia

Napolitano curiosamente non firma la legge contro i lavoratori. Diciamo "curiosamente" perché contro lavoratori e cittadini italiani in genere, invece, di provvedimenti particolari il Presidente della Repubblica  ne ha firmati, anche molto recentemente, diversi (vedi leggi ad personam & CO.).

In questo caso - il vero perché non è dato sapere - il disegno di legge sul lavoro presentato dalla Camera, in merito alla contrastata norma sul ricorso preventivo all'arbitrato per dirimere le controversie tra impresa e dipendente, è tornato (per ora) al mittente.

Già il titolo di questo disegno di legge è tutto un (chilometrico) programma: “Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di   riorganizzazione degli enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro”. 

Ciò che conta è però vedere la direzione della norma, oltre che capire di cosa si tratta. Partiamo da qui: si propone di introdurre la norma, al momento della stipula del contratto di lavoro, dell'obbligo di ricorrere all'arbitrato, e non al giudice, in caso di controversie di lavoro. In pratica, debolezza assoluta del lavoratore di fronte all'impresa. Soprattutto nel momento in cui un disoccupato si vede costretto, pur di lavorare, ad accettare in pratica qualsiasi clausola inserita all'interno del suo contratto, anche contro i propri diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e dallo stesso Statuto. Qualcosa di molto vicino allo schiavismo, insomma. Esattamente all'opposto dei principi di volontarietà che sono naturalmente apprezzabili nell'insorgere di eventuali controversie. In sostanza, si vuole lasciare ai margini gli unici strumenti regolatori che in qualche modo possono difendere il lavoratore e si vuole lasciare mano libera - e che mano - alle aziende. Sinteticamente: i padroni fanno tutto e i sottoposti accettano, pur di lavorare, e per stipendi da fame con clausole capestro.

Il punto da mettere a fuoco riguarda la tendenza verso la quale, già da anni, si muove il mondo del lavoro e si conferma dall'operato dell'attuale governo (qualcuno ne dubitava?). Si tratta di una ulteriore norma che estende insomma il precariato e la prevaricazione delle aziende nei confronti dei lavoratori. E questo nello stesso momento in cui si delocalizza (visto il recepimento della Bolkenstein di qualche giorno addietro?) e il nostro Presidente del Consiglio dice che va tutto bene, che è tutto ok e che la crisi è ormai alle spalle. 

Certo, tutto ok, tutto alle spalle, se a pagare i conti è sempre il lavoratore che problemi ci sono? A chiudere sono quelle piccole, di aziende, quelle a conduzione familiare, dove tutto è chiaro e dove non c'è ovviamente bisogno di giudici e contrattazioni. Se il rapporto azienda-lavoratore è tra padre-figlio, potrà mai nascere una controversia tanto grande da far arrivare al giudice? La norma riguarda dunque (ed è fatta per) le grandi e grandissime aziende, quelle, per intenderci, che chiudono in Italia non perché sono in crisi (vedi la Omsa) ma per andare ad aprire stabilimenti altrove, dove lo schiavismo è permesso. 

Nella gara della competizione, insomma, si tende al ribasso. E con buona pace dei liberisti, a vincere non sono tutti. Del resto anche un bambino di quarta elementare capisce che in una competizione non possono vincere tutti, ma c'è chi vince (pochi) e c'è chi perde (tutti gli altri). 

Quando girerà davvero il mondo verso la collaborazione invece che la competizione?

 

Valerio Lo Monaco

Meno male che l’FMI c’è (e ci spiega cosa fare)

Stroncone: fuori dal mondo. Per fortuna