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Basilea 3. Banche e imprese ai ferri corti

Emma Marcegaglia lo ha detto a chiarissime lettere venerdì scorso, durante il convegno del Centro Studi di Confindustria che si è tenuto a Parma e che ha visto anche la presenza, con relativo intervento, di Berlusconi: «C’è ancora un fortissimo problema di credito ma sopratutto c’è la spada di Damocle di Basilea 3. Se si porranno ulteriori requisiti restringenti sulle banche andremo tutti a fondo. Chiedo al premier di prendersi cura di questo problema e alla politica di prendere una posizione forte a livello Ue».

Basilea 3, per chi non lo sapesse, è il disciplinare bancario al quale sta lavorando un organismo, definito appunto “Comitato di Basilea”, che fa capo alla BIS, la Bank for International Settlements istituita nell’ormai lontanissimo 1930. Il numero progressivo sta a indicare che si tratta della terza versione di un regolamento che ebbe la prima stesura nel 1988 e che venne aggiornato, esattamente venti anni dopo, nel 2008. Le linee guida della nuova rettifica sono note. E si possono sintetizzare in una sola parola: irrigidimento. Ansioso di riqualificare la propria immagine, larghissimamente danneggiata dall’ultima crisi, il sistema creditizio internazionale prova a recuperare il terreno perduto dandosi regole più rigorose in tema sia di impieghi che di bilanci. La spiacevole conseguenza, però, è che in questo modo si riducono fatalmente i capitali da mettere a disposizione della clientela e, in nome della prudenza e della “necessità” di verificare attentamente le garanzie di rimborso, si rende assai più complicata la concessione dei finanziamenti richiesti. 

L’allarme di Confindustria nasce proprio da qui. In una fase come quella attuale, che è tuttora in bilico tra una forte recessione e una ripresa stentata, le imprese in grado di produrre utili e di esibire consistenti prospettive di crescita sono una ristretta minoranza. Ma ad avere bisogno di denaro, naturalmente, non sono soltanto loro. Anzi, il ricorso al credito bancario è ancora più necessario a quelle aziende che tentano di risollevarsi e che, per farlo, devono disporre di capitali da destinare sia alle spese correnti sia ad eventuali investimenti in tecnologia e ricerca. La questione che pone Emma Marcegaglia è reale. Ed è pressante. Se le banche si arroccano nella loro ritrovata, e assai ipocrita, severità, la maggior parte delle imprese rimarrà incagliata sulle secche in cui si trova adesso. E su cui è stata sospinta, per lo più, proprio dalla crisi in corso, di cui le prime responsabili sono le stesse banche.

Nell’ottica di Confindustria è uno scenario inquietante. Dal nostro punto di vista, di persone che hanno compreso da tempo i vizi intrinseci, e insormontabili, di questo modello produttivo e finanziario, è quasi promettente. Finalmente le oligarchie imprenditoriali e bancarie, abituate a darsi manforte e a prosperare ai danni di tutti gli altri, vengono a trovarsi in rotta di collisione. Finalmente, forse, si inizierà a riconoscere che i rispettivi interessi non sono così facili da far coesistere. La stessa ricerca del massimo profitto che li accomuna per un verso, li contrappone per l’altro. Il ricco imprenditore vuole denaro facile dalle banche, per conservare il suo status o addirittura per migliorarlo. Il ricco banchiere vuole clienti a prova di bomba, per essere certo di non correre alcun rischio. 

Finora era un abbraccio voluttuoso. Adesso sta diventando un braccio di ferro. O la posizione di partenza di un match di lotta libera. 

 

Federico Zamboni


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