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Google condannata in primo grado (campanello di allarme)

La sentenza di ieri riguardo il caso di Google, meglio, di YouTube di cui Google è proprietaria, è interessante non tanto per il fatto in sé, quanto perché rappresenta un precedente in grado di lasciare ipotizzare le direzioni nelle quali si muoverà chiunque abbia la volontà, in un futuro molto vicino, di cercare in qualche modo di limitare il web.

Beninteso, l'argomento è molto ampio e merita un approfondimento da mensile e non da quotidiano, ma alcuni punti di riflessione, sebbene sintetici, devono essere fissati oggi, proprio il giorno dopo la sentenza.

I fatti sono noti: la pubblicazione di un video, da parte di un utente, con delle violenze perpetrate ai danni di un ragazzo disabile.

Ora, Google è stata condannata (in primo grado), per questioni relative alla legge sulla privacy vigente in Italia (per farvi una idea di cosa si tratta, andate in fondo alla pagina de Il Ribelle e cliccate sul link "privacy"). 

Nello specifico, a Google si contesta il fatto di non avere avuto e comunicato, nel contratto con gli utenti, durante la fase di registrazione (per poter caricare i video su YouTube) l'opportuna informativa sulla privacy. Quindi, gli si contesta il fatto che nel documento di lancio del servizio in Italia e in tutte le conference call relative non ha mai esaminato gli obblighi sulla privacy e non ha attuato le misure organizzative prescritte (tipo il responsabile del trattamento eccetera).

Tanto per chiarire, l'avvocato di Google ha fatto sapere che le clausole sulla privacy c'erano eccome, erano corrette e quindi l'azienda stessa andrà in appello. Ma non è questo il punto.

Il motivo di interesse è capire se vi è la necessità di redigere delle regole in merito a Internet. Ovvero, molto più importante, "chi" debba essere a scrivere "quali" regole. E per interesse di chi?

È ridicolo, ad esempio - e questa è la prima riflessione - che una azienda operante sul web debba rispettare le regole paese per paese (ovvero in merito all'accesso paese per paese) nel momento in cui, ad esempio, una altra azienda che produce oggetti può tranquillamente delocalizzare la propria produzione (magari in un luogo dove il lavoro è sul livello dello schiavismo) per poi far tornare la merce a essere venduta in un altro paese ancora. 

Il punto logico, per quanto riguarda il caso specifico del video su YouTube, è che probabilmente si è commesso l'errore di non chiarire, nelle condizioni di servizio di iscrizione, che alcuni tipi di video non possano mai essere caricati, trattandosi di violazioni sul trattamento dei dati sensibili. 

Ma la battaglia sul web, il nuovo far west, è apertissima. Sia perché si tratta della prima realtà che veramente, oltre il WTO, azzera del tutto le barriere tra paese e paese, sia perché, operare un controllo su di esso - o sulle aziende che ne permettono l'accesso: attenzione questo è il punto chiave - rappresenta (per alcuni) la necessità più urgente per cercare di fermare uno dei pochissimi spazi di libertà che al momento sfuggono al controllo di chi, sino a ora, con media e propaganda tradizionale, era padrone unico del vapore. 

Il caos, al momento, è totale. E i rischi sono altissimi. Solo per poter pubblicare queste righe, per poterlo fare in modo regolare e senza ulteriori limitazioni, la testata che state leggendo ha avuto l'imposizione di essere registrata al Tribunale, e dunque di avere un direttore responsabile di quanto vi viene scritto sopra. Ha dovuto essere iscritta al Registro Operatori della Comunicazione e tutte le altre cose relative.

Ma se fossimo andati a registrarci negli Stati Uniti oppure in un altro Paese? 

Insomma, il tema di internet, della sua libertà o meglio, delle regolamentazioni che - paese per paese - vengono applicate, è uno di quelli che va seguito con estrema attenzione da tutti. Perché se imbavagliano la carta stampata è un conto. Ma se imbavagliano il web, è un altro. 

Attualmente è ipotizzabile che le azioni saranno in due ambiti. Il primo: regolamentare chi concede la registrazione dei domini (e dunque quanto vi viene inserito dentro). Il secondo: regolamentare chi permette una connessione alla rete (nel nostro paese, di fatto, un operatore solo con gli altri vari che vi si appoggiano). In un caso e nell'altro, se vorranno - e se non vi saranno rivoluzioni - il web potrebbe essere, di fatto, "imprigionato" domani. E non ci resterà che comunicare in piazza, con un megafono, fino a che la Digos non ci sgomberi. 

Valerio Lo Monaco

 

 

Secondo i quotidiani del 13/04/2010

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