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Presidenzialismo? È "stato nominato".

Bravi italiani. Stando almeno ai sondaggi che avrebbe sul tavolo il capo del governo Berlusconi, la maggioranza di loro non gradisce l’ultimo coniglio uscito dal suo cappello, il presidenzialismo. Secondo Nando Pagnoncelli (Ipsos), «è il ricordo del fascismo che produce questa ritrosia». Semmai, il desiderio comune è, dice la Ghisleri di Euromedia Research, che «chi viene eletto governi secondo il programma presentato alle elezioni», ossia che venga «accorciata la filiera decisionale». Insomma, da una parte è forte l’atavica diffidenza per l’uomo forte, istituzionalmente inteso. Una paura retaggio del Ventennio e prodotta da una sessantennale educazione alla ripugnanza per tutto ciò che sa anche lontanamente di dittatura (e non importa se il modello unico obbligatorio di democrazia universale, gli Usa, è da sempre gerarchizzato con un presidente-monarca dai poteri amplissimi). Dall’altra si è stufi, spesso non a torto, delle lungaggini, i traccheggiamenti, i satrapismi e le manovre dilatorie che, coi suoi rituali autoreferenziali, la partitocrazia produce a danno della vita quotidiana dei cittadini. 

Ciò che va rilevato con piacere, una volta tanto, è che la vulgata efficientista, secondo cui governare un popolo equivarrebbe a pilotare una macchina-azienda, si scontra con l’altolà degli italiani che nel loro profondo, evidentemente, non se la sentono di farne un alibi per concentrare il potere in una sola persona. Possiamo solo immaginare con timore cosa ne verrebbe fuori. Con le elezioni - momento sommo di un sistema in mano a partiti e potentati finanziari – ostaggio della televisione, il voto diretto per un presidente-padrone diventerebbe una nomination in stile Grande Fratello. Le differenze ideali e programmatiche un optional, il marketing consacrato definitivamente a religione politica. Esattamente come già avviene da mezzo secolo almeno negli Stati Uniti, da quel famoso match televisivo Kennedy-Nixon. Senza contare, ma bisogna contarlo, il quasi-monopolio dell’etere da parte dell’attuale premier. 

Non che la spettacolarizzazione non abbia già conquistato l’arena dei politici sul piccolo schermo, intendiamoci. È stato proprio il Biscione a importare modelli e stilemi dell’americanismo mediatico nel nostro paese, e il quindicennale berlusconismo ne è il risultato. Ma la forma presidenzialista di governo sarebbe l’ultimo passo per compiere la definitiva americanizzazione della nostra “Costituzione materiale”. Il trionfo del peggio della modernità su scala istituzionale. Fortuna che l’italiano medio, ancorché mediocre, conserva un po’ di scetticismo nel suo dna di antico suddito. 

 

Alessio Mannino


Secondo i quotidiani del 14/04/2010

Sinistra? Non pervenuta