Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 14/04/2010

1. Le prime pagine

Roma -CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “‘Contri esteri, la lista dei 10 mila”. In un box: “Il Vaticano e i gay. Si apre un nuovo caso”. Editoriale di Piero Ostellino: “Una difesa laica del Papa”. Al centro con fotonotizia: “Obama e il nucleare: allarme Al Qaeda”. A fianco: “Emergency, l’ospedale in mano agli afghani. Frattini scrive a Karzai”. In un riquadro: “Quella presenza di uno 007 britannico”. In basso: “telefonate dell’Inter, parte l’inchiesta”. LA REPUBBLICA - In apertura: “‘Al Qaeda, incubo nucleare”. Editoriale di Massimo Giannini: “Draghi e la Bce, così l’Italia perde la partita”. Al centro: “Pedofilia e gay, bufera su Bertone”. Fotonotizia: “Afghanistan, Emergency costretta a lasciare l’ospedale”. In basso: “La fabbrica degli operai senza orario”. In un box: “Governo battuto sul salva-liste. Sgarbi e i radicali: ‘Rivotiamo’”. LA STAMPA - In apertura: “‘Al Qaeda non avrà l’atomica’”. Editoriale di Maurizio Molinari: “Il mondo senza steccati”. Di spalla: “Su internet giornalismo da Pulitzer”. Fotonotizia al centro: “Cuba, i barbieri primi capitalisti”. Al centro: “‘Legame tra gay e pedofilia’. Bufera sul cardinale Bertone” e “Il premier vuole la Consulta eletta soltanto dalle Camere”. In basso: “Calciopoli, chiarezza per tutti”. IL GIORNALE - In apertura: “Ecco le nuove intercettazioni che inguaiano tutto il calcio”. Al centro con fotonotizia a tutta pagina: “Outing dei finiani: ‘Meglio gay che leghisti’”. In basso: “Tribunale assolve il giudice fannullone da 5 anni: ‘La moglie l’halasciato...’”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Cambia il processo dei Tar”. Editoriale di Angelo Provasoli e Guido Tabellini: “Accertare la ricchezza fa bene al Fisco”. Al centro con fotonotizia: “Salone del Mobile. Milano capitale del design”. Al centro: “Matteoli: sarà il Cipe a rilanciare i fondi per le infrastrutture”. In basso: “La ‘colla brodata’ del Bernini sul colonnato di San Pietro”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Sicurezza stradale, legge bloccata”. Editoriale di Aldo Bonomi: “Pd, continuare a cercare per cominciare a capire”. In un box: “Vaticano e gay, scoppia un caso”. Fotonotizia centrale: “Sacchi: Lazio più in forma ma la Roma è più forte”. A fianco: “Obama: sarebbe una catastrofe l’atomica in mando ad Al Qaeda”. In basso: “Lombardo: mi volevano uccidere” e “Restauro ‘giapponese’ per il Colosseo”. IL TEMPO - In apertura “Sfregio a casa del Papa”. In un box: “Il prete pedofilo confessa”. Fotonotizia al centro: “Derby Lazio-Roma alle 18.30” a fianco: “Nucleare, no dei big all’Iran”. In basso: “Tariffe più leggere a Roma. Sparisce l’Iva sui rifiuti”. L’UNITÀ - In apertura con fotonotizia sull’Afghanistan: “Giù le mani da Emergency”. Sotto: “Bersani al Pd: Dobbiamo cambiare. ‘Bocciato’ Prodi” e “La Lega di Udine: via la tomba della neonata musulmana”. LIBERO – In apertura: “Via il capo, il Pdl balla”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Avolte anche noi critichiamo Silvio. Ma a fin di bene”. Box centrale: “Cosa fare con l’amico-compagno Casini?”. Sotto: “Riscritta Calciopoli: sono tutti Moggi”. In basso: “Emergency nei guai per i deliri di Strada” e “Le sentenze fanno ricco il partito degli imam”. AVVENIRE - In apertura: “La bomba di Osama incubo per Obama”. Editoriale di Riccardo Redaellei: “Il vecchio spettro e la selva dei nuovo sospetti”. Fotonotizia di spalla: “Carceri, entro l’anno si sfonderà quota 70mila”. Al centro: “Telenovela salvaliste: bocciata. Forse una sanatoria bipartisan” e “La denuncia di Emergency: ‘Espropriato il nostro ospedale”. (red)

2. Obama tra la bomba di Al Qaeda e le sanzioni all’Iran

Roma -“‘Per una crudele ironia della storia – dice Barack Obama – vent´anni dopo la fine della guerra fredda il rischio di un attacco nucleare è aumentato’. Se al Qaeda dovesse mettere le mani sull´atomica - conclude Obama - sarebbe una catastrofe mondiale’. Non è un allarme teorico, quello che ha spinto il presidente a ospitare il più grande vertice mai organizzato dagli Stati Uniti dopo la creazione dell´Onu nel 1945”, scrive l’inviato di REPUBBLICA. “I terroristi ci hanno già provato, e forse sono arrivati vicini a procurarsi materiale nucleare. Una cellula di Al Qaeda in Arabia saudita ha tentato di comprare atomiche russe sul mercato nero, con la benedizione di esponenti islamici radicali che giustificano l´uso di armi di distruzioni di massa contro gli ‘infedeli’. Un episodio misterioso è accaduto in Sudafrica: un commando armato è arrivato quasi a impadronirsi di un deposito nucleare. Nell´America che non ha dimenticato l´11 settembre, inevitabilmente queste notizie vengono collegate anche con gli arresti recenti per una tentata strage nel metrò di New York. L´allarme non riguarda solo gli Stati Uniti. Obama ha ricordato che tutto il mondo è in pericolo: al Qaeda o i suoi alleati hanno già colpito anche Londra e Madrid, Mumbai e Bali. Con il summit di Washington, il presidente ha alzato il livello di consapevolezza internazionale su questo pericolo. Ha ottenuto sulla carta dai 49 leader mondiali un impegno a migliorare le difese dei depositi nucleari esistenti. Lo ha fatto anche per rafforzare la propria credibilità all´interno degli Stati Uniti. La sicurezza nazionale è un terreno dove tradizionalmente i presidenti democratici sono considerati più ‘deboli’. Ha scelto ancora una volta una decisa rottura con il metodo di George Bush: puntando su un´azione multilaterale, concordata. Ha dimostrato fiducia nella legalità internazionale dei trattati, che il suo predecessore considerava come fastidiosi vincoli”. “Come spiega Ben Rhodes, del National Security Council, per questa Casa Bianca ‘arrivare a un potenziamento del trattato di non proliferazione è essenziale, perché le nazioni che non lo rispettano come l´Iran siano tenute a pagarne un prezzo’. Dietro le conclusioni positive di questo vertice, quanto incisivi saranno i risultati nelle aree più critiche del pianeta? Obama è partito con un´eredità pesante. Decenni di politica estera americana, di una realpolitik contraddittoria, oggi gli presentano il conto. Un esempio drammatico è nel subcontinente asiatico. Il Pakistan fu usato dall´America per foraggiare al Qaeda ai tempi in cui era l´Unione sovietica a combattere i taliban in Afghanistan. Ora il Pakistan è un paese instabile, con un´opinione pubblica sempre più anti-occidentale, una polveriera atomica che potrebbe finire nelle mani di un governo fondamentalista. I suoi servizi segreti continuano a fare il doppio gioco con i taliban. Lì per i terroristi non è impensabile trovare la ‘pista’ giusta per procurarsi l´atomica. Anche se l´Iran non era nell´agenda del summit, se n´è parlato molto, soprattutto fra americani e cinesi. La ‘bomba atomica sciita’ rischia di essere la prima prova drammatica della politica estera di Obama. La tenacia con cui il presidente oggi persegue le sanzioni, gli serve a dimostrare che la sua offerta originaria di dialogo con il governo iraniano non era un sintomo di debolezza. Ma quanto potranno essere efficaci le sanzioni, per indebolire il regime o dissuaderlo dai suoi piani nucleari? ‘Non sono la bacchetta magica’, ha ammesso ieri Obama. In passato le misure di embargo già attivate si sono rivelate un colabrodo perfino negli Stati Uniti: sono recenti le rivelazioni sulle vendite di apparecchiature militari made in Usa a Teheran. Nell´immediato le sanzioni ‘forti e dure entro la primavera’, che promette Obama, servono a fermare un´azione militare preventiva da parte di Israele per colpire i siti nucleari del grande nemico. Basterebbe questa funzione - impedire la deflagrazione di un conflitto incontrollabile in Medio Oriente - per giustificarle. Ai margini del vertice Obama ha fatto progressi per ottenere l´appoggio della Cina, indispensabile all´Onu. ‘La Cina è preoccupata delle conseguenze economiche’, ha detto ieri sera Obama. L´America ha dovuto mobilitare i suoi alleati del Golfo Persico per mettere in campo contropartite robuste. I sauditi e gli emirati garantiscono che forniranno alla Cina tutto il petrolio di cui ha sete la sua economia, se l´Iran non fosse più in grado di farlo. Non basta. Pechino vuole preservare anche il valore dei suoi investimenti colossali nell´industria energetica del Medio Oriente. Se dovesse perderci in Iran in conseguenza alle sanzioni, l´Arabia saudita le concederà addirittura dei diritti di estrazione, con la benedizione americana. La cooperazione cinese non è gratis. Ma in questo come in altri casi, l´entourage di Obama adotta il ‘teorema dell´industria della salsiccia’: anche in politica, è meglio gustarsi il prodotto finito, senza vedere tutto ciò che ci viene messo dentro”. (red)

3. Riforme, Berlusconi e la Consulta “alla tedesca”

Roma -“E’ la prima delle riforme istituzionali che Silvio Berlusconi accarezza, quella in cima alla sua agenda: una ‘nuova’ Corte Costituzionale. L’attuale, come si sa, non gli piace affatto. Il premier – si legge in un retroscena su LA STAMPA – ha trovato il modo di criticarla più di una volta, specie dopo la pronuncia che ha cassato il Lodo Alfano e che a Palazzo Chigi è stata vissuta come una slealtà istituzionale e un invito di caccia ai magistrati di tutt’Italia. L’ultima volta, un mese fa in un videomessaggio: ‘Il gioco della sinistra e dei magistrati che usano la giustizia a fini di lotta contro il nemico politico è sempre più scoperto. Appena il nostro governo, che è eletto dal popolo, vara una legge a loro sgradita, la impugnano e la portano davanti alla Corte Costituzionale, che immediatamente la cancella. Loro chiamano tutto questo rispetto delle regole. Invece è l’esatto contrario: è la negazione della democrazia’. Così com’è, dunque, a Berlusconi non va. Ed ecco che nei conciliaboli più riservati di questi ultimi giorni, il presidente del Consiglio ha invitato i suoi interlocutori a informarsi meglio di come vanno le cose in Germania. E’ la Corte Costituzionale federale tedesca, infatti, il suo modello: sedici i membri e scelti tutti dal Parlamento. Lì in Germania è dal 1951 che li scelgono così, tra magistrati e professori di diritto, e sono giuristi di fama insigne, davvero al di sopra di ogni sospetto di partigianeria, anche se ovviamente le loro decisioni, come accade anche da noi, hanno enorme impatto politico e pratico. Basti dire che tutti i cittadini tedeschi hanno diritto di fare ricorso alla loro Corte Costituzionale e ciò comporta che praticamente tutte le leggi passano il vaglio della corte di Karlsruhe. Lo testimoniano i numeri: in cinquantotto anni di attività, dal 1951 al 2009, i giudici costituzionali tedeschi hanno esaminato ben 182.388 cause; 6.508 i procedimenti definiti soltanto lo scorso anno. Fin qui l’esperienza della Germania. Ma la nostra Costituzione prevede tutt’altro. E la Corte Costituzionale, come si sa, è composta da quindici membri scelti per un terzo dal Parlamento in seduta comune, un terzo dal Capo dello Stato e un terzo votati dalle supreme magistrature ordinaria e amministrative (cioè da Cassazione e Consiglio di Stato). Il bilanciamento dei poteri è rispettato già nella tripartizione al momento della nomina dei giudici. Ma appunto il grande peso che hanno il Quirinale e la magistratura nello scegliere i supremi giudici non possono piacere a un Cavaliere che da giorni dice e ridice che la Costituzione va cambiata nel senso di accentuare i poteri del premier”. “Una Corte Costituzionale ‘alla tedesca’ sposterebbe invece il peso delle scelte tutte nell’alveo della politica. Con un’avvertenza fondamentale: in Germania, sia gli otto membri scelti dal Bundestag, sia gli otto nominati dal Bundesrat, devono passare attraverso una concertazione tra maggioranza e opposizione. Sì, perché entrambe le elezioni devono superare il quorum dei due terzi dei parlamentari. Il che rende impossibile ogni eventuale colpo di mano della maggioranza. In pratica, però, la riforma accarezzata da Berlusconi non farebbe altro che eliminare Quirinale e Alte Corti dal gioco delle nomine, allargando il ruolo del Parlamento. Quale Parlamento, poi, si vedrà. Se quello che conosciamo nella forma attuale o quello che potrebbe venire alla fine della stagione delle riforme. Il Senato, per dire, potrebbe divenire anch’esso ‘alla tedesca’, cioè federale. Ieri il presidente del Senato, Renato Schifani, al termine di un incontro con il ministro Calderoli, ha tenuto a precisare: ‘Sono dell’idea che, per evitare la coabitazione, cioè la contestuale presenza di un Presidente della Repubblica e di un capo del governo di aree diverse, occorra votare nello stesso giorno per il Parlamento e per il Presidente della Repubblica’. Nella bozza Calderoli si ruota attorno a un semipresidenzialismo che darebbe al Capo dello Stato il potere di nominare il capo del governo. E c’è aperto il capitolo delle leggi elettorali. ‘Io - dice ancora Schifani - mi innamoro di un sistema elettorale che coinvolga al massimo i cittadini e che consenta loro, con un voto, di individuare un governo, un leader, una coalizione, un progetto di stabilità, un progetto di governabilità del Paese’”. (red)

4. Salvaliste: governo battuto, il decreto decade

Roma -“Sì, dall’emiciclo di Montecitorio che ieri ha discusso e poi bocciato il famoso decreto salva-liste che fu approntato fulmineamente dal governo nel tentativo di salvare a pochi giorni dalle elezioni il listino provinciale del Pdl nel Lazio, mancavano al momento del voto Denis Verdini, Maurizio Lupi e perfino Cicchitto. Tanto che adesso minaccia provvedimenti sull’onda dell’ira di Berlusconi. Ma non è colpa del Pdl e dei suoi 38 assenti – si legge su LA STAMPA – se poi alla fine ha vinto l’opposizione, mandando sotto il governo e facendo in modo che Dario Franceschini si fregasse platealmente le mani, ‘hanno una maggioranza bulgara, ma se non mettono la fiducia le loro leggi non passano’. No, il merito semmai è del duo Giachetti&Quartiani, segretari d’aula dell’opposizione. Che facciamo, ci proviamo?, si sono detti i due studiando le prime votazioni, quelle procedurali. Hanno visto che la maggioranza era in media a quota 260, e allora hanno tenuto i loro mai sopra i 245. ‘Ragazzi, andate alla buvette finchè non si vota l’emendamento Bressa’, è stato l’ordine di scuderia. Ed è stato poi un successo, 262 a 254, quando si è votata quella riga firmata dal costituzionalista caro a Prodi, e da lui illustrato senza nemmeno credere fino in fondo che il Pdl potesse accettare l’offerta, ‘bocciamo il decreto, e l’opposizione per rispetto dei vostri elettori vi garantisce il sì a una legge che possa sanare le regionali’”. “E questo perché il decreto governativo è stato applicato alle ultime elezioni in quasi tutte le regioni, Emilia e Puglia a parte, prima ancora di essere convertito in legge, e, una volta decaduto, adesso si rischia di invalidarle, come i radicali già chiedono in Lombardia. Nonostante questo quadro, se il decreto fosse passato sarebbe rimasto a condizionare le future elezioni,: un vulnus, hanno spiegato Zaccaria del Pd e Tassone dell’Udc, ‘un cambiamento di regole a elezioni in corso, violando la certezza del diritto’. Una violazione di qualsiasi profilo istituzionale, che ‘la dice lunga su come il centrodestra intende le modifiche istituzionali’ secondo Bressa. Una violazione fatta per la propria parte, quando non si sono ascoltate le richieste dell’opposizione e si è commissariato il comune di Bologna, ha fatto notare Vassallo, altro costituzionalista del Pd. La berlusconiana Lorenzin aveva segnalato come fosse già accaduto in passato che vi fossero modifiche a elezioni in corso, offrendo però flebile argomento, poiché si trattava della possibilità di far votare persone disabili. Quando infine la ‘ciambella di salvataggio contro l’obbrobrio costituzionale’ annunciata da Bressa è stata messa ai voti, i sì sono stati 262 e i no 254. Al risultato, Rosi Bindi che guidava l’aula si è illuminata d’immenso, Bressa ha gridato game over!, ‘urlavamo come bambini quando fanno goal’ dice adesso un po’ imbarazzato. Nel Pdl invece, volti scuri e menti frastornate. Adesso ‘bisognerà comunque fare una legge’, avverte Calderisi, consulente tecnico di Palazzo Grazioli in faccende costituzionali. Ma si è già aperta la caccia all’assente, e la consueta resa dei conti del Pdl. Anche perché la ditta Giachetti&Quartiani, ed emuli vari, di certo non si scioglie in vista delle riforme costituzionali”. (red)

5. Bocchino: un premier gay sì, un leghista no

Roma -Che la destra non sia più la vecchia destra lo dimostra ancora una volta il finiano vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino. Il quale – riferisce IL GIORNALE –, punzecchiato da Klaus Davi, in un’intervista ha sentenziato che per lui non ci sarebbe alcun problema se un futuro presidente del Consiglio fosse gay: ‘Sì a un premier omosessuale se eletto dagli italiani perché sono contrario a qualsiasi forma di discriminazione e se venisse eletto dal popolo avrebbe tutto il diritto di governare il Paese’. Il dna degli ex Msi ed ex An è mutato e sembra lontano mille miglia dall’antico fastidio per i femminielli tradotto nell’uscita di ‘epurator’ Storace che, in una celebre rissa alla Camera nel 1994, gridò: ‘Quella checca di Paissan mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso ma io non l’ho toccato: sfido chiunque a trovare le sue impronte sul mio culo...’. Avversione parafrasata anche dal collega di partito Stefano Morselli che, nella stessa circostanza, aggiunse ruvido: ‘Paissan, pederasta, fai bene a farti scortare!’. Lontanissimo anche dal Gianfranco Fini del 1998 che dal palco del Maurizio Costanzo Show ammise candido: ‘Lo so, ora l’intellighenzia mi farà a fettine, ma io la penso così: un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può insegnare’. Ma poi, dal leader in persona, arrivarono le correzioni di rotta: ‘Ho detto solo che ostentare comportamenti gay può dar fastidio’ (2005), ‘Sono disposto a discutere sul tema del riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto’ (2006), ‘Non mi permetterei mai di dire che l’omosessuale è un diverso’ (2007), fino all’ufficiale faccia a faccia a Montecitorio tra il presidente della Camera e le varie associazioni omosessuali accompagnate dall’onorevole piddina Paola Concia (Arcigay, Agedo, Famiglie arcobaleno e GayLib)”. “Ai reduci della Fiamma, quindi, non turba più il ‘mondo del vizietto’ ma il ‘celodurismo’ di Alberto da Giussano. ‘Favorevole a un premier gay ma non a uno leghista - ha infatti sentenziato tranchant Bocchino -. Come ho più volte detto, il presidente del Consiglio non può rappresentare solo un’area del Paese e un leghista a capo del governo è improbabile per una ragione di “limite territoriale” che la Lega ha: non può governare un intero Paese chi ne rappresenta solo una parte’. L’uscita di Bocchino non è andata giù agli alleati del Carroccio che, attraverso il responsabile giustizia Matteo Brigandì, hanno risposto con sarcasmo: ‘Forse rivendica il posto di premier per sé’. La frase contestata invece è musica per le orecchie del presidente onorario di Arcigay, Franco Grillini: ‘Non possiamo che essere d’accordo perché un gay governerebbe nell’interesse di tutti mentre un leghista spaccherebbe l’Italia in due’. Insomma, la nuova destra dimostra che salirebbe più volentieri sul carro di un gay pride piuttosto che sul Carroccio. Anche perché, parole di Bocchino: ‘La Lega non può essere il partito traino della coalizione, rappresenta un terzo del territorio e ha problemi di credibilità internazionale, tipici di tutti i partiti politici limitati in una parte di territorio e identitari. Un partito che fa leva inevitabilmente sull’egoismo’”. (red)

6. Omosessualità e pedofilia, Bertone nella bufera

Roma -“C’è una relazione tra omosessualità e pedofilia’, afferma il cardinale Tarcisio Bertone. Secondo il segretario di Stato vaticano gli scandali che stanno devastando la Chiesa sono legati all’omosessualità e non al celibato dei preti. ‘Numerosi psichiatri e psicologi hanno dimostrato che non esiste relazione tra celibato e pedofilia, ma molti altri (e mi è stato confermato anche recentemente) hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia: questa è la verità e là sta il problema’, sostiene Bertone in un’intervista radiofonica in Cile. Immediata - riferisce il vaticanista de LA STAMPA - scoppia la polemica in tutto il mondo. ‘È una strategia perversa del Vaticano per fuggire alle responsabilità del clero’, protesta Rolando Jimenez, presidente del movimento gay cileno. Tonino Cantelmi, presidente dell’associazione psicologi e psichiatri cattolici evidenzia che ‘non c’è nessun legame tra pedofilia e omosessualità’. Le teorie psichiatriche che ipotizzano un nesso sono ‘assolutamente prive di fondamento’, in quanto ‘il pedofilo è attratto da soggetti pre-puberi che non hanno sviluppato la sessualità, quindi la pedofilia è una perversione che prescinde dall’orientamento sessuale’. Dei 10 mila pedofili accertati in Italia, la maggior parte ha una vita ‘normale’, con famiglia, e mostrano tendenze eterosessuali. Bertone, secondo Cantelmi, ‘forse si riferiva semplicemente ai casi di pedofilia nel clero, che spesso riguardano casi di minorenni già sviluppati, e quindi in quel caso non si può parlare di pedofilia in senso stretto ma di omosessualità’. Il presidente di Gaynet, Franco Grillini attacca il ‘gravissimo accostamento tra omosessualità e pedofilia’. E aggiunge: ‘I gay sono il gruppo umano meno coinvolto negli abusi su minori’. Temono l’effetto-boomerang delle dichiarazioni di Bertone anche i siti Internet più vicini a Joseph Ratzinger. ‘L’equazione fra omosessualità e pedofilia non è accettabile ed è stata esclusa da Benedetto XVI due anni fa nell’intervista sul volo che lo portava negli Usa - afferma il seguitissimo Blog degli amici di papa Ratzinger -. Sinceramente c’è da chiedersi a cosa serva la curia romana. Silenzio e preghiera! Siamo qui che ci facciamo in quattro per il Papa (e solo per il Papa, sia chiaro) e basta una parola per mandare tutto all’aria. Tanto per dirne una, il prete di Teramo ha stuprato una bambina, non un maschio’. Ma nello stesso sito altri difendono Bertone: ‘In qualsivoglia vocabolario o enciclopedia, si trova la correlazione tra omosessualità e pedofilia. Che poi non sia equazione matematica è un altro conto. Il campo delle perversioni è complicato, però non sono queste le dichiarazioni che danneggiano il Papa’. Fin dalla bufera scoppiata attorno a don Gelmini, lo scrittore cattolico Vittorio Messori, coautore di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, è tra i sostenitori della relazione tra omosessualità e gli scandali sessuali nella Chiesa: ‘Ci si scandalizza del sacerdote molestatore, ma il vescovo diventa un odioso despota se nega l’ingresso in seminario ad un gay. Ci si indigna dei peccati dei sacerdoti ma se l’autorità ecclesiastica cerca di imporre le regole scoppia il finimondo e si grida alla repressione, all’autoritarismo, alla discriminazione’. La Chiesa, ritiene Messori, ‘ha sempre saputo che seminari e monasteri attirano omosessuali. Prima era molto attenta a porre barriere all’ingresso e a sorvegliare la formazione. Chi dimostrava tendenze gay veniva messo fuori. Poi il no alla discriminazione ha permesso l’ingresso in forze degli omosessuali e ora la Chiesa paga quell’imprudenza’”. “Una recente ricerca commissionata dai vescovi statunitensi nega ogni legame tra omosessualità e pedofilia e anche il vescovo di Bolzano, Golser, ratzingeriano ‘doc’ e fautore della ‘tolleranza zero’ ritiene che ‘bisogna distinguere tra pedofilia e omosessualità, che invece non è una malattia. Per l’esercizio del sacerdozio, ciò che vale per eterosessuali vale anche per gli omosessuali, ovvero la capacità di vivere secondo le regole della Chiesa’. Eppure un documento vaticano del 2005 vieta l’ingresso in seminario a chi ha ‘radicate tendenze omosessuali’. Il criminologo Vincenzo Mastronardi, ordinario di psicopatologia forense alla ‘Sapienza’, assicura che c’è ‘alcuna evidenza scientifica’. Esistono ‘nulla ci dice che la popolazione omosessuale abbia al suo interno più o meno pedofili di quella etero’. Gli unici sulla pedofilia sono quelli giudiziari, che ‘di per sé non sono assolutamente attendibili’, dunque ‘trarre conclusioni su questo tema è un’imprudenza scientifica’. Domenica a Malta il Papa potrebbe incontrare alcune vittime di abusi sessuali del clero, ma lontano dai media. ‘In un clima di raccoglimento e riflessione’ e non sotto la ‘pressione mediatica’, ha spiegato il portavoce papale padre Federico Lombardi (foto), precisando, però, di non poter annunciare ufficialmente l’incontro: ‘Non ho da fare annunci nè posso escludere questa ipotesi. Il tempo a Malta è molto breve, il programma intenso’. Poi ha aggiunto: ‘Se l’incontro non avverrà a Malta significa che l’intenzione del Papa troverà altri modi di esprimersi’”. (red)

7. Ostellino: “Una difesa laica del Papa” 

Roma -“All'origine dell'aggressione cui sono sottoposti la Chiesa, e lo stesso papa Benedetto XVI, sul tema della pedofilia in ambito ecclesiale, ci sono un pregiudizio razionalista e una violenza giacobina: si pensi alla ‘peste pedofila’ di cui parla Paolo Flores d'Arcais, che prefigura la dannazione per volontà popolare dell'‘untore’ di manzoniana memoria”. Lo scrive Piero Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA. “Sono toni cui dovrebbe essere estranea la stessa cultura laica. Che non è negazione della religione, ma cavourriana separazione tra le leggi e i comandamenti, tra lo Stato e le istituzioni ecclesiastiche. Il pregiudizio razionalista tende invece a cancellare la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato; pretende di assimilare, ‘omologare’, i comportamenti della Chiesa a quelli della società civile, negandone la specificità spirituale, codificata nel diritto canonico, ben diverso da quello positivo dello Stato secolarizzato. La Chiesa, che condanna il peccato e perdona il peccatore pentito, ha commesso in passato (anche con Papa Wojtyla) molti errori in materia di pedofilia ecclesiale. I reati andavano denunciati con coraggio, mentre varie forme di reticenza hanno contribuito a peggiorare la situazione. Tuttora gli atteggiamenti, spesso confusi e contraddittori, di alcuni rappresentanti del clero non aiutano a far chiarezza. Quando risuonano paralleli impropri con le persecuzioni antisemite, o si stabiliscono arbitrarie correlazioni tra omosessualità e pedofilia, si ha l'impressione che papa Ratzinger vada tutelato anche dalle sortite incaute di alcuni alti prelati”. “Resta il fatto che non si può chiedere alla Chiesa di rinunciare a uno spazio autonomo di analisi e di giudizio, che è tutt'altra cosa dalla pretesa di sottrarre i propri membri all'imperio della legge. Lo Stato e la Chiesa hanno missioni diverse e la pretesa di cancellare questa feconda differenza danneggerebbe entrambi. Si sta manifestando, inoltre, un vistoso paradosso. A essere oggetto degli attacchi più aspri è proprio l'attuale Pontefice, che ha il merito indubbio di aver fatto opera di trasparenza all'interno della Chiesa, su un fenomeno troppo a lungo sottaciuto, e di aver cercato di definire, e distinguere, gli ambiti dei tribunali civili, riconoscendone le prerogative in tema di persecuzione del reato di pedofilia, secondo la legge civile, e quelli propri della Chiesa, rivendicandone l'autonomia nella condanna dei peccati e nella redenzione dei peccatori, secondo il diritto canonico e la propria predicazione (si chiama carità cristiana). Nonostante questo – si legge ancora - , oggi Benedetto XVI rischia di passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti. La distinzione fra peccato e reato è parte integrante della nostra cultura e della nostra civiltà, alla quale non possiamo rinunciare. Essa sanziona la differenza, e la distanza, fra lo Stato democratico-liberale, fondato sui diritti e le garanzie individuali, e lo Stato teocratico: un ordinamento oppressivo che, come hanno tragicamente provato i totalitarismi anche di un recente passato, non s’identifica solo nel connubio fra trono e altare, ma, anche e soprattutto, nell’illusione razionalista e nel tentativo volontaristico di cambiare, con mezzi coercitivi, la natura dell’uomo. Di fronte allo spettacolo inquietante cui stiamo assistendo, stupisce, infine, la grande quantità di spettatori che rimangono silenti in un’apparente indifferenza. Come se la stessa nostra democrazia liberale non fosse debitrice del messaggio cristiano che ha posto al centro la sacralità e l’inviolabilità della persona”. (red)

8. Intercettazioni, verso modifiche al ddl?

Roma -“Obtorto collo i berluscones obbediscono a Napolitano e studiano le modifiche alle intercettazioni. Il diktat del Colle - scrive REPUBBLICA  - è deciso: o il testo cambia o viene rispedito indietro. La "riduzione del danno" sta per maturare, tra oggi e domani, in una riunione della Consulta per la giustizia del Pdl (con a capo Niccolò Ghedini) e un incontro tra i tecnici di via Arenula e il relatore al Senato Roberto Centaro. Non si tratterà di semplici ritocchi, ma di un intervento pesante, che eliminerà le più macroscopiche anomalie costituzionali del ddl. Al Guardasigilli Angelino Alfano, convocato al Quirinale, le aveva indicate, ormai nel lontano luglio 2009, lo stesso Napolitano. Ecco gli ‘evidenti indizi di colpevolezza’ che sfumano nella formula ‘gravi indizi di reato’, la stessa che figura oggi nell´articolo 266 del codice di procedura penale. Ecco la marcia indietro sulle microspie che potranno essere messe anche nei luoghi dove non c´è ‘la certezza’ che si sta commettendo un reato. Ecco ancora la possibilità di acquisire i tabulati senza restrizioni. Ecco la norma transitoria sull´entrata in vigore che applicherà la legge solo ai processi in cui ‘non’ sono state ancora disposte intercettazioni. L´obiettivo è votare il testo per metà giugno. L´incertezza riguarda quando depositare le modifiche. Governo e maggioranza la pensano diversamente. Il primo vorrebbe giocare la carta in aula, ma ieri il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri si augurava il contrario: ‘Prima ci saranno meglio sarà, la commissione è pronta alla fase decisiva’. Commissione in cui il centrosinistra è stanca dei tira e molla della destra su un ddl in ballo dal giugno 2008. Tant´è che ieri, quando il presidente Filippo Berselli ha tentato di aprire una finestra di dialogo, se l´è vista subito chiusa in faccia da Pd, Idv e Udc. ‘È ancora muro contro muro’ dichiara il vice presidente del gruppo Pd Felice Casson. E Silvia Della Monica: ‘Se conoscessimo le proposte del governo potremmo parlare, ma nessuno ci ha detto nulla’”.

“Il dipietrista Luigi Li Gotti respinge ogni trattativa: ‘Il testo è immodificabile’. Chiusura dall´Udc: per Gianpiero D´Alia il centrodestra vive ‘solo uno stato di confusione e incertezza’. Cade la trappola in cui si cerca di far cadere il Pd. A Casson chiedono cosa salverebbe della norma che rende obbligatoria la sostituzione del pm che ha parlato del processo o è stato denunciato. Lui replica: ‘Va abolita’. Loro: ‘A volerla salvare?’. Casson llustra un subemendamento in cui si specifica che non si può rimuovere il pm senza far pronunciare un giudice. Il centrodestra esulta: ‘C´è uno spiraglio per trattare’. Casson nega: ‘Ma quando mai, ho detto che il comma va cancellato’. Il vero nodo però sta nei contrasti interni: i berluscones vogliono "salvare" al massimo il testo esistente, finiani e Lega non vogliono legare le mani di magistrati e poliziotti. Lo scontro è dietro l´angolo. Come quello che ha tenuto bloccato, dal 2 marzo a oggi, il ddl contro la corruzione che Alfano aveva vantato in una conferenza stampa a palazzo Chigi. Ci sono voluti 40 giorni di battaglie tra lui e il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli per mandare il testo alla firma di Napolitano. Con la vittoria dell´esponente leghista, che è riuscito a imporre l´ineleggibilità alla Camera e al Senato per chi sia stato condannato a una pena non inferiore a due anni per peculato, malversazione, concussione e corruzione anche giudiziaria. Sconfitta la linea di Alfano che voleva solo rendere obbligatoria l´interdizione dei pubblici uffici per i medesimi reati”. (red)

9. Emergency, Strada: Mano libera contro di noi

Roma -“Da quando Marco Garatti, Matteo Dell´Aira e Matteo Pagani sono stati portati via dall´ospedale di Lashkar Gah dagli agenti dei servizi di sicurezza afgani, le giornate nella sede milanese dell´organizzazione umanitaria iniziano tre ore e mezzo prima. Tanta - scrive REPUBBLICA - è la differenza di fuso orario con l´Afghanistan. A quattro giorni dal fermo, dei tre operatori dell´ong non si sa ancora nulla. ‘In questo momento - ci dice Cecilia Strada, presidente dell´ong - ci sono tre famiglie, centinaia di colleghi e un´intera organizzazione in ansia perché sabato mattina eravamo al telefono con i nostri operatori a parlare di lavoro e il pomeriggio è calato il buio. Siamo tuttora nel buio’. A schiarire la mattinata di ieri è arrivata la notizia che gli altri cinque italiani sinora trattenuti presso i loro alloggi nella capitale provinciale di Helmand si trovino ora a Kabul. Ma non basta a risollevare Gino Strada: ‘Non è sicuro niente. Ci sono voci in un senso, poi smentite, poi riconferme, poi smentite. La sostanza è che non si hanno notizie’. Quel che è certo, aggiunge il chirurgo fondatore dell´organizzazione, è che ‘da sabato nell´ospedale di Lashkar Gah non c´è più nessuno dei nostri. Un ospedale presidiato da polizia o forze di sicurezza che sia non è più un ospedale’. Sono quattro giorni che denuncia che l´operazione di sabato altro non è che il tentativo di allontanare un testimone scomodo da un´area dove sotto i bombardamenti delle forze alleate il più delle volte finiscono civili e ora che nell´ospedale intitolato a Tiziano Terzani non c´è più personale internazionale, a Strada non resta che dire: ‘Se questo è il risultato che si voleva ottenere, lo scopo è stato raggiunto. Adesso hanno mano libera’. Di un prossimo ritorno a Lashkar Gah al momento non si parla. ‘Per ora - dice Maso Notarianni, responsabile comunicazione dell´ong - la nostra prospettiva è portare a casa i nostri’”. “‘Presto tutta questa montatura cadrà’, ne è convinto Strada e, associandosi a Notarianni, aggiunge: ‘Adesso l´unica cosa che a noi interessa è che il governo afgano collabori con l´Italia per tutelare i diritti fondamentali dei nostri operatori che ad oggi sono trattenuti senza che si sappia a che titolo o perché, privati di un avvocato difensore, privati di poter contattare i loro familiari, non solo privati della loro libertà’. In attesa che l´audizione del ministro italiano degli Esteri Franco Frattini prevista oggi in Parlamento faccia un po´ di chiarezza, è proprio questa mancanza d´informazioni a spazientire. ‘Che il nostro ambasciatore non sappia dove si trovino i nostri e quali siano le accuse mosse contro di loro - continua Strada - la trovo una mancanza di rispetto nei confronti non tanto nei confronti di Emergency, che pure dal 1999 a oggi ha curato gratuitamente circa due milioni e mezzo di afgani, ma del governo italiano’. E conclude: ‘Se l´Afghanistan vuole presentarsi come uno Stato di diritto, questo è davvero il momento di dimostrarlo rispettando la stessa legge afgana che prevede una serie di tutele che in questo momento non vengono garantite’. L´unica nota positiva nel "buio" di questi giorni sono le sempre più numerose sottoscrizioni all´appello "Io sto con Emergency" promosso sul sito dell´organizzazione - oltre 220mila in 48 ore, tra cui quelle di Roberto Benigni, Vinicio Capossela, Stefano Bollani e Arnoldo Foà - e le crescenti adesioni alla manifestazione che si terrà sabato pomeriggio a Roma a Piazza Navona. ‘Speriamo che la mobilitazione si possa trasformare in una festa per il rilascio - conclude Cecilia Strada - Ma se anche ciò accadesse, a funestare la nostra gioia ci sarà sempre un pensiero: i milioni di afgani ancora "prigionieri" della guerra’”. (red)

10. Evasione, a Torino lista di 10mila sospetti

Roma -“Altri diecimila sospetti evasori fiscali. La Procura della Repubblica di Torino sta per mettere le mani sull’elenco dei circa 10 mila italiani titolari di un conto corrente nella filiale ginevrina della banca britannica HSBC messo a disposizione dei magistrati francesi da un ex dipendente dell’istituto”. La notizia è del CORRIERE DELLA SERA. “Eric de Montgolfier, Procuratore generale a Nizza, ha detto ieri di aver ricevuto, per rogatoria, la richiesta dei colleghi italiani ed ha fatto intendere che non ci saranno problemi ad esaudirla. La lista potrebbe arrivare già tra una ventina di giorni e subito dopo partiranno le verifiche della Guardia di finanza. I sospetti più forti ricadono su un migliaio di nomi. Buona parte dei conti nella filiale svizzera di HSBC attribuiti agli italiani da quei documenti sarebbe già estinta, ma a questo punto bisognerà vedere l’esito delle verifiche. Mille nomi che si aggiungono agli altri mille settecento, anche questi comparsi nel turbinio di liste ed elenchi che corrono per mezz’Europa, sui quali le Fiamme Gialle stanno già conducendo gli accertamenti. Ci sono i trecento nomi della cosiddetta ‘Lista Ubs’, anche quella partita dalla Svizzera, i 576 della ‘Lista Pessina’, ritrovata a Chiasso nell’automobile dell’avvocato Fabrizio Pessina, fino ai circa 700 nominativi di persone fisiche e società che avevano residenza presso il Consolato della Repubblica di San Marino a Rimini. A caccia di grandi evasori c’è anche l’Agenzia delle Entrate, che sta spulciando l’elenco di tutti gli italiani residenti a San Marino, e i quasi 5mila questionari cui hanno risposto i contribuenti ‘a rischio’ selezionati dall’Agenzia, a cominciare da quelli che hanno da poco riportato la residenza in Italia”. “E non è tutto, perché la collaborazione tra i Paesi europei sulla lotta all’evasione internazionale sta dando risultati, e lo scambio di liste di ‘sospetti’ sta diventando ormai una prassi diffusa tra le capitali europee, dove ormai presso le sedi dell nostra ambasciate la rete di esperti della Guardia di finanza lavora a pieno ritmo. Una sorta di task force che sta cominciando a produrre i primi risultati. Le informazioni circolano, e per gli 007 del fisco è una manna anche se, a meno che non siano quelle acquisite per rogatoria o sequestrate dalle autorità italiane, sulle altre ‘liste’, spiegano all’Agenzia delle Entrate, bisogna muoversi con i piedi di piombo. Impossibile acquistare quelle rubate, ad esempio, ameno di non incorrere in un reato. L’unica entità in grado di muoversi con disinvoltura in questo contesto è il servizio segreto, ma resterebbe il problema di come utilizzare le informazioni acquisite in modo non del tutto trasparente. Quei dati non potranno mai essere fatti valere in sede legale, anche se le informazioni resterebbero validissime. Non possono essere usate come prova in un processo, ma possono comunque attivare tutte le altre verifiche degli ispettori del fisco. Possono essere trasmesse come segnalazioni alle procure, ma anche determinare l’avvio di ispezioni mirate da parte dell’Agenzia delle Entrate sui contribuenti sospetti. ‘Che se sono evasori — spiegano all’Agenzia— verrebbero comunque stanati’”. (red)

11. Grecia, bond a ruba ma Borse traballano 

Roma -“La Grecia conclude con successo una nuova asta di 1,56 miliardi di titoli a sei e dodici mesi, analoghi ai nostri Bot, con una domanda che supera di sette volte l’offerta, ma a rendimenti che restano elevati (4,55% e 4,85%)”. Lo si legge sul GIORNALE. “Le forti sottoscrizioni del mercato, reso più sicuro dall’azione dei Paesi euro a favore di Atene, fanno calare le tensioni, e la cancelliera Angela Merkel può così affermare che l’esito positivo delle aste dimostra che Atene per ora non ha bisogno del piano di aiuti europeo da 30 miliardi di euro. Dopo i rialzi di lunedì, ieri le Borse europee hanno segnato il passo (Milano -0,4%), con Atene in netto calo (-2,2%). L’euro si è mantenuto ampiamente sopra quota 1,35 dollari, con una chiusura europea a 1,3565 dollari. La moneta americana cala ai minimi di due settimane contro lo yen, a causa di un deficit commerciale che in febbraio è salito oltre le attese.La domanda che gli operatori si pongono è fino a quando la Grecia potrà indebitarsi a simili tassi. Atene deve raccogliere 11,6 miliardi di euro entro maggio, più altri 20 miliardi entro fine anno per ripagare gli interessi e finanziare il deficit pubblico 2010. Dunque, resta vulnerabile. Il tasso sui titoli a breve messi all’asta ieri si avvicina al 5% ipotizzato per i bond europei di salvataggio, fino a un massimo di 30 miliardi. Questi ultimi dovrebbero però avere durata molto più lunga. Il meccanismo, per quanto riguarda la ‘fetta’ italiana fino a un massimo di 5,5 miliardi di euro, dovrebbe essere analogo a quello dei ‘Tremonti bond’ per le banche. Si tratta di emissioni che pesano sul fabbisogno, ma non sul deficit calcolato ai fini di Maastricht. Il ministro dell’Economia predisporrà un decreto apposito, che sarà approvato prossimamente dal governo. Secondo il Fondo monetario internazionale, che partecipa al pacchetto Grecia con 15 miliardi di euro, ‘la trasmissione di abbondante liquidità verso le economie con tassi d’interesse elevati può porre delle sfide’, in particolare sull’inflazione e su eventuali bolle speculative. Presentando parte del Global Financial Stability Report, gli economisti guidati da Dominique Strauss-Kahn, prevedono che il costo della crisi 2007-2010 per il sistema bancario internazionale sia inferiore alle stime precedenti di 2.800 miliardi di dollari, toccando i 2.300 miliardi. Inoltre, il Fmi ricorda che ‘serve maggiore coordinamento e tempestività per affrontare la gestione dei rischi sistemici’”. (red)

12. Telecom, tagli al personale dopo il calo dell'utile

Roma - "Che siano stati due mesi di passione - scrive LA STAMPA - un peso che poteva diventare un macigno per i conti ma soprattutto per l’immagine del gruppo, lo si capisce dalle parole appassionate del presidente Gabriele Galateri: «Abbiamo volontà, energia e determinazione - esordisce - per uscire dalla situazione di Sparkle: Telecom Italia uscirà rafforzata». Un sospiro di sollievo, adesso che il peggio sembra passato, che l’accordo con la procura di Roma che indaga sulla truffa valutaria è fatto e l’indagine interna su quanto è successo nei tre anni incriminati, 2005, 2006 e 2007, è stata conclusa e sarà depositata in procura. Certo, sul bilancio 2010, tra un anno, l’impatto del caso Sparkle si vedrà - e sarà un conto salato da 507 milioni - ma intanto l’importante era chiudere, arginare le zone grigie, consegnare all’esterno l’immagine di un’azienda trasparente, «di vetro», come la definisce l’Ad Franco Bernabè, deciso a mettere la parola fine alla vicenda, anche a costo di scontentare il partito del “fare piazza pulita con il passato”, quello che trova proseliti tra i piccoli azionisti e tra alcuni consiglieri indipendenti, e che avrebbe voluto, forse, un’azione più decisa contro i vertici delle passate gestioni, magari con la sottoscrizione di quell’azione di responsabilità che verrà sottoposta nell’assemblea di Sparkle contro l’ex Ad Stefano Mazzitelli ma che non sarà all’ordine del giorno dell’assemblea Telecom contro l’ex presidente Riccardo Ruggiero. Dopo due mesi di rinvii, Bernabè vuole riportare il discorso sulle strategie che verranno, sul piano 2010-2012 chesarebbe stato la continuazione del piano precedente: nessun strappo ma «in linea con il percorso seguito negli ultimi due anni». L’aveva promesso e l’ha ripetuto ieri, l’Ad di Telecom Italia, alla presentazione del nuovo piano: «Non ci possono essere scorciatoie nel percorso di trasformazione dell’azienda, bisogna ridurre i costi operativi, migliorare la qualità dei servizi, innovare il modo in cui si opera». E tagliare costi, anche con nuovi tagli di personale (per ora solo preannunciati ma non quantificati) dopo il 10% di personale già tagliato in due anni. Realpolitik, insomma, degna di un manager che ama definirsi «di vecchio stampo» e «prudente», deciso a considerare come «priorità» il risultato economico e il ritorno per gli azionisti e che, per i prossimi tre anni, pone due obbiettivi su tutti: uno obbligato, il calo dell’indebitamento dai 34 miliardi di oggi ai 28 di fine 2012, e l’altro musica per le orecchie della Borsa (ieri il titolo ha guadagnato fino al 3% per chiudere poi a +1,19%): un’adeguata remunerazione dei soci con l’aumento dei dividendi. Anzi, è la confessione, già nel 2009 (che ha visto utili in calo a 1,58 miliardi, ricavi in flessione del 6,3% a 27,1 miliardi, mol a 11,15 miliardi) il dividendo di 5 centesimi avrebbe potuto essere qualcosa di più ma, esploso il caso Sparkle, si è preferita una maggior cautela. Ora la promessa: nei prossimi anni i dividendi saranno «stabilmente in crescita». Grazie a una strategia che punta a recuperare ricavi e profitti sul mercato domestico (dove il 2010 sarà ancora difficile ma dovrebbe vedere una ripresa soprattutto nel mobile) e sul mercato brasiliano dove, parola di Luca Luciani, responsabile di Tim Brasil, è prevista una crescita del 4-5% dei ricavi già per il primo trimestre dell’anno. Certo, infine, l’addio a Telecom Argentina, la cessione sarà portata a termine rapidamente, taglia corto Bernabè, 'entro l’anno'". (red)

13. Calciopoli, la nuova inchiesta parte dall’Inter

Roma -“Alla fine il colpo di scena è al contrario. Le telefonate inedite ci sono e si sapeva, i difensori di Moggi ne chiedono l’acquisizione — per ora solo di 75 ma dicono che ce ne saranno altre — e pure questo si sapeva, il tribunale è favorevole e la Procura non si oppone, ma nemmeno queste sono sorprese. La notizia - si legge sul CORRIERE DELLE SERA - semmai viene da tutt’altra parte rispetto al tribunale di Napoli dove ieri mattina si è svolta l’udienza del processo Calciopoli più affollata di sempre. La novità viene dall’apertura dell’inchiesta della Procura della Federcalcio, che chiederà al tribunale di Napoli la trasmissione dei nuovi atti e indagherà sul contenuto delle telefonate appena acquisite, in cui ci sarebbero conversazioni di dirigenti di Inter, Roma e di altre società. Ma è un altro il colpo di scena all’incontrario. E lo fa venir fuori un uomo che con Calciopoli non c’entra niente e vuole che nemmeno il nome di suo padre venga tirato in mezzo a questa storia: è Gianfelice Facchetti, figlio del grande Giacinto, a spegnere la luce della ribalta mediatica messa in piedi dall’entourage di Luciano Moggi. Quando viene a sapere che in tribunale l’avvocato Paolo Trofino, per dimostrare che anche l’Inter telefonava ai designatori e parlava anche di ‘griglie’ (il tris di nomi tra i quali sorteggiare l’arbitro di ogni partita), cita una conversazione tra Facchetti e Bergamo in cui — sostiene l’avvocato — il primo dice all’altro: ‘Metti dentro Collina’, Gianfelice detta alle agenzie una dichiarazione in cui parla di ‘grave, vergognosa e inaccettabile falsificazione dei fatti’, e spiega che ‘in quella telefonata non è mio padre che pronuncia il nome di Collina ma Bergamo’. Lo scopre grazie all’ormai solita diffusione delle telefonate inedite scelta da Moggi come linea difensiva fuori dal tribunale”. “Ma stavolta invece dei testi, ai siti di tifosi juventini nostalgici dell’ex dg sono stati mandati i file audio, ed è venuta fuori la bufala. Qualche ora dopo ne hanno diffusa un’altra in cui, stando alla trascrizione fatta dalle stesse persone che hanno attribuito a Facchetti — cambiando il senso dell’intero discorso - una parola pronunciata da Bergamo, il compianto capitano di Inter e Nazionale parla al telefono con Bergamo (è il 23 dicembre 2004) e gli dice tra l’altro: ‘Se tu chiami Moratti... son stato... anche ieri da lui... abbiamo parlato’. Bergamo: ‘Io non ho più il suo numero, se tu me lo dai... infatti ricordi... ne avevamo parlato’. Facchetti: ‘Sì dai perché voleva... se passi di qui un giorno...’. Bergamo: ‘Ma dov’è è a Forte?’. Facchetti: ‘In ufficio, no no a Milano se ti capita di venire giù perché aveva là un regalino da darti’. Bergamo: ‘Volevo sentirlo anche così anzi avevo piacere anche di incontrarlo, di incontrarvi, insomma per fare così qualche riflessione insieme’. Da questa strategia mediatica si è sempre dissociato l’avvocato Trofino che ieri in aula ha citato l’intercettazione tra Facchetti e Bergamo per sostenere che anche altri dirigenti parlavano con i designatori: ‘Se Facchetti e Bergamo parlavano di griglie senza commettere, cosa di cui io sono convinto, alcun illecito — dice —, lo stesso discorso dovrebbe valere per Moggi’”. (red)


Prima Pagina 14 aprile 2010

Presidenzialismo? È "stato nominato".