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Secondo i quotidiani del 15/04/2010

1. Le prime pagine

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “’Vogliamo le banche del Nord’”. Editoriale di Giovanni Sartori: “Le incognite del federalismo”. Al centro, con fotonotizia: “Berlusconi preme su Karzai”. Di spalla: “I 16 modelli del piano Fiat”. Al centro: “Ecco le intercettazioni tra i club e gli arbitri”. In basso: “Il generale e la richiesta choc del pm”. In due riquadri: “Credito e territorio primo test per la Lega” e “A Intesa Sanpaolo la carta Siniscalco”.

LA REPUBBLICA - In apertura: “Bossi: A noi le banche del Nord”. Al centro: “Berlusconi a Karzai: ‘Verità su Emergency’”. Editoriale di Massimo Riva: “Lega di lotta e di lottizzazione”. Di spalla: “‘La Chiesa soffre ma c’è una volontà di colpire il Papa’”. La lettera di Gino Strada: “Curiamo tutti, non taceremo mai di fronte agli orrori della guerra”. Al centro: “Sole, vento e auto elettriche la ‘rivoluzione verde’ del 2050”. In basso: “Uno scudo contro telefono selvaggio”.

LA STAMPA - In apertura: “Bossi all’attacco: prenderemo le banche del Nord”. Al centro: “Kabul, si muove il governo”. L’editoriale di Lucia Annunziata: “Piroetta diplomatica”. Al centro, la fotonotizia: “La terra trema, paura del Big One”. Di fianco: “‘Sulle nozze gay deve decidere il Parlamento’”. In un riquadro: “Settemila conti esteri nel mirino. Giallo sulla lista degli evasori”.

IL GIORNALE - In apertura: “Bossi: A noi le banche del Nord”. L’editoriale di Vittorio Feltri: “Se il clandestino non sbarca più”. Al centro, la fotonotizia: “Ombra pedofila sul delitto del politico di Tonino”. Al centro: “Il Pd vuole fare licenziare i neoassunti”. Di fianco: “La strategia padana: diventare una Dc senza lottizzare”. In basso: “La moto è diventata una malattia da curare”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Grecia, l’accordo non basta: I tassi tornano al 7%”. Al centro: “Bossi: uomini della Lega nelle banche del Nord”. Editoriale di Marco Onado: “Quei vincoli del Fondo e il credito da risanare”. Al centro, la fotonotizia: “Marcegaglia: Incentivi al mobile”. Di spalla, lettera di Dmitrij Medvedev: “Noi russi e i Bric, insieme per crescere”. In basso: “‘Ho condannato Google, ora mi minacciano su Facebook’”.

IL MESSAGGERO - In apertura: “Matteoli: Subito il codice della Strada”. Al centro: “Bossi: ‘A noi le banche del Nord e un premier leghista nel 2013’”. Editoriale di Paolo Savona: “Meno debito e riforme se si cede il patrimonio”. Al centro, la fotonotizia: “Lazio e Roma senza segreti: i piani di Reja e Ranieri per conquistare il super derby”. In un riquadro al centro: “Mailat, confermato il carcere a vita”. In basso, in due riquadri: “Emergency, Berlusconi preme su Karzai” e “Rebibbia, evasi due ergastolani”.

IL TEMPO - In apertura: “L’altolà del Papa”. Al centro, la fotonotizia: “‘Aiutiamo il marito di Tiziana’”. Di fianco a sinistra: “La lobby gay tra Chiesa e politica”.

L’UNITÀ - In apertura: “Un altro no”. In basso, in tre riquadri: “”L’Ici ‘abolita’ ora ritorna dalla finestra”, “Pena di morte in carcere. Venti suicidi in un anno” e “Bossi vuole anche le banche del Nord: ‘È roba nostra’”.

LIBERO - In apertura: “Bossi: Abbiamo una banca”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “I razzisti immaginari fanno indigestione alla mensa dei bimbi”. Al centro: “Le nozze gay sono troppo anche per i giudici”. In due riquadri: “L’errore di Bertone l’antidiplomatico” e “Il Papa è stufo dei vescovi italiani”. Di spalla: “Sarà l’odiato Cav a liberare i pacifisti di Strada” e “Kabul accusa: ‘Uno ha venduto Mastrogiacomo’”.

AVVENIRE - In apertura: “Il matrimonio è solo uno”. Al centro: “Bossi reclama le grandi banche. Oggi verifica Berlusconi-Fini”. Editoriale di Francesco D’Agostino: “Non ammette forzature il linguaggio del buon diritto”. Al centro, la fotonotizia: “Caso Emergency. Berlusconi scrive a Karzai”. Di spalla: “Buzek: Più decisione nel tutelare i cristiani”, “Abruzzo ferito. Un campus per ricordare la figlia” e "Immigrazione. Dalla Libia sbarchi ormai quasi azzerati”. (red)

2. Banche, Bossi punta agli istituti del Nord

Roma -“Il profilo della Lega postelettorale sta prendendo una forma sempre più netta. Prevede un’offensiva di Umberto Bossi per penetrare nel potere bancario del Nord: conseguenza naturale, nell’ottica del Carroccio, del peso acquistato alle regionali; ed un’intesa ferrea con Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali”. Lo scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA. “Su questo tema stanno spuntando le novità più significative e meno rassicuranti per l’opposizione. Dal linguaggio dei lumbard si ricava l’impressione che l’idea di modifiche alla Costituzione concordate con il Pd non sia più un assioma. L’ipotesi che la maggioranza le voti da sola rimane una scelta di ripiego; ma non è più tabù. Finora sembrava il contrario. Anzi, si diceva che i toni perentori del presidente del Consiglio contro l’opposizione avrebbero dovuto fare i conti con la prudenza leghista oltre che con le resistenze di Gianfranco Fini. Ma tutto sembra portare ad uno scontro col Pd; al ridimensionamento delle posizioni di Fini; e ad una sintonia crescente con Palazzo Chigi. Bocciando la modifica della legge elettorale, Bossi blinda lo status quo. E restringe gli spazi per qualunque manovra della minoranza del Pdl. Lo smarcamento dalla vecchia impostazione diventa però evidente quando si spiega il percorso delle riforme. ‘Si parte dal Consiglio dei ministri. Poi si esaminano le modifiche che porta la sinistra’, spiega il capo leghista. ‘E in Parlamento si vede se siano possibili o no riforme condivise’. Lo schema è di una semplicità estrema e perfino brutale. Eppure, sarebbe imprudente ignorare che per ora non esiste un progetto della maggioranza. Anzi, a sentire il ministro Ignazio La Russa, ‘siamo alle pre-bozze’ della riforma. Non solo. Il presidente del Senato, Renato Schifani, preme per ‘una larga maggioranza che non può essere solo quella dei partiti di governo’. Ma la tentazione di Berlusconi e Bossi è di procedere senza farsi frenare dai veti avversari: sebbene non si escluda che la durezza sia solo uno strumento di pressione sul Pd affinché si liberi del condizionamento dell’Idv. D’altronde, lo stesso Fini ha parlato di ‘opportunità’ di riforme concordate. L’incontro odierno fra premier e presidente della Camera fa pensare che possa essere diplomatizzata la loro conflittualità. Ma rimane una forte tensione, mentre la Lega marcia. Il modo in cui ieri Bossi ha annunciato che ‘si prenderà le banche del Nord’ addita, se non un tentativo di conquista già fallito in passato, almeno la richiesta di contare di più. Ora che i rapporti di forza sono cambiati, i lumbard sembrano convinti di avere buone probabilità di spuntarla: con l’assenso di Palazzo Chigi e di Giulio Tremonti”. (red)

3. Fondazioni, asse tra Tremonti e il leader leghista

Roma -“C’è qualcosa di Bossi quando Tremonti parla di politica e c’è molto di Tremonti quando Bossi parla di economia. Perciò la sortita del Senatur — ‘ora ci saranno nostri uomini nelle banche del Nord’ — non solo conferma quanto sia forte l’asse tra il leader della Lega e il ministro dell’Economia, ma rivela anche l’intenzione di portare a compimento un’antica, comune strategia, impostata ormai dieci anni fa”. Lo scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA. “Infatti ieri Bossi non ha fatto che rilanciare un vecchio progetto, con l’obiettivo di prendersi una rivincita rispetto ai tentativi andati a vuoto tra il 2001 e il 2006: dal fallimento della banca ‘leghista’ Credieuronord, alla mancata riforma delle fondazioni bancarie. Sono dieci anni che il capo del Carroccio accarezza il sogno, da quando Tremonti gli spiegò che «non basta il successo nelle urne, se poi non si sconfigge la legge della ‘mano morta’». Per incidere e contare sul territorio, insomma, non era (non è) sufficiente contare i voti alle elezioni. Era la riforma delle fondazioni bancarie l’obiettivo, ‘era parte del mio patto segreto con Berlusconi nel 2001’, ha ricordato ieri Bossi a chi voleva capire i motivi della sua esternazione. E visto che finora non era riuscito a superare l’ostacolo, il Senatur ha deciso di aggirarlo, intestandosi la manovra politica e affidando al titolare di Via XX Settembre la regia tecnica, la triangolazione proprio con le fondazioni bancarie, che passa anche dal rinnovo di cariche importanti, come quelle della Cassa depositi e prestiti: una cassaforte con dentro 180 miliardi dei piccoli risparmiatori italiani. Dieci anni dopo, forte del consenso elettorale, Bossi ci riprova, e manda un messaggio al mondo della finanza, a metà tra un avvertimento e una proposta di compromesso”. (red)

4. I soci torinesi di Intesasanpaolo scelgono Siniscalco

Roma -“La telenovela ‘Salza sì Salza no’ è arrivata ai titoli di coda. La Compagnia di San Paolo ieri ha votato a maggioranza l’indicazione per il prossimo presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo: per i torinesi la guida dovrà essere affidata a Domenico Siniscalco”. Lo scrive LA STAMPA. “Si tratta di un ‘parere consultivo al presidente Angelo Benessia - precisano fonti della Fondazione torinese - affinché nei contatti tra le fondazioni azioniste ne sostenga la candidatura’. Che arriva nello stesso giorno delle parole di Umberto Bossi sulla Lega e le banche ma soprattutto dopo mesi di indiscrezioni e candidature promosse e cadute in pochi giorni. Il nome dell’ex ministro dell’Economia è quello sul quale Benessia è riuscito a coagulare l’apprezzamento della maggioranza dei consiglieri di gestione per un’alternativa credibile a Enrico Salza. Esce così di scena il banchiere che ha traghettato il Sanpaolo Imi al matrimonio con Intesa e acerrimo avversario dello stesso Benessia. La riunione, durata tre ore e mezzo, si è svolta in un clima ‘non facile’, racconta un testimone. E si è chiusa con la conta dei voti dei sette membri su due mozioni presentate da Benessia: una su continuità e discontinuità nella gestione di Intesa Sanpaolo (ovvero, nella necessità di sostituire Salza) e la seconda sulla ‘indicazione’ di Siniscalco e del docente della Bocconi Beltratti come componenti del consiglio di gestione. Dalle votazioni si sarebbe astenuto il vicepresidente Luca Remmert, mentre ha votato contro Giuseppina De Santis, contestando la forma: ‘Non è la sede questa, avrebbe detto, per discutere della composizione del consiglio di gestione. Tanto più nel giorno in cui dalla Lega arriva una dichiarazione come quella di Bossi con l’indicazione di un nome, quello di Siniscalco, visto come vicino al ministro dell’economia Giulio Tremonti’. Di certo la presidenza del consiglio di gestione sarà tema di dibattito nell’incontro delle fondazioni azioniste previsto per oggi, malgrado la puntualizzazione di Giuseppe Guzzetti. ‘Non mi pare che decideremo nulla’, ha detto il presidente della Fondazione Cariplo a chi chiedeva dell’incontro, ricordando che la scelta del presidente del consiglio di gestione ‘non compete agli azionisti. Io di indicazioni non ne farò - ha aggiunto - ma personalmente non credo che dobbiamo toccare questo argomento’. Anche perché, ha ricordato, ‘magari qualche autorità, se non stiamo rigorosamente allo statuto (che non attribuisce ai soci alcun potere nella scelta del Cdg), interloquisce’. La partita comunque appare ormai conclusa anche se la ratifica formale dovrà avvenire solo dopo l’assemblea dal comitato nomine indicato dal nuovo consiglio di sorveglianza. Siniscalco era intervenuto in mattinata sull’argomento Intesa Sanpaolo. Per smentire l’interesse di Morgan Stanley - della quale è country manager per l’Italia - per rilevare una quota di Fideuram prima del collocamento in Borsa del gruppo del risparmio gestito. E per definire ‘un tema assolutamente prematuro’ quello della sua candidatura alla presidenza di Intesa Sanpaolo. Due uscite, fatte a margine di un convegno a Venezia con George Soros, molto legate tra loro. L’indiscrezione del possibile acquisto della quota Fideuram (il 10%) ha fatto prendere il volo al titolo Intesa. Ma è stata letta in ambienti finanziari milanesi come un chiaro stop all’ex ministro, che avrebbe dovuto indossare contemporaneamente il cappello di futuro presidente del consiglio di gestione e, come capo di Morgan Stanley, quello dell’acquirente della quota Fideuram. Di qui la smentita dell’ipotesi Fideuram e una più blanda presa di distanza dall’ipotesi della presidenza fatta dall’ex ministro. Completato intanto l’elenco delle liste in vista dell’assemblea del 30 aprile. L’ultima arrivata è quella dell’Agricole, che candida Jean-Paul Fitoussi e Piero Novelli. (red)

5. Emergency: Berlusconi preme su Karzai

Roma -“Al quinto giorno dall’arresto dei tre italiani di Emergency in Afghanistan, e ad ospedale di Lashkar Gah ormai in mano alla locale polizia, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha detto che ‘desidera conoscere con urgenza le configurazioni dell’accusa mossa ai cittadini italiani’”. Lo scrive LA STAMPA. “All’incaricato della Farnesina a Kabul, Attilio Iannucci che ha preso il posto di Ettore Sequi, un veterano della diplomazia in quel paese da poco sostituito dal governo italiano, è stata consegnata una lettera personale di Silvio Berlusconi per Karzai, con un biglietto d’accompagnamento dello stesso Frattini. Missive nelle quali ‘il presidente ed io facciamo presente come un paese amico quale è l’Italia si aspetta il rispetto di tutti i diritti, compresa la presunzione di innocenza’. Ma nel contempo, Frattini manifesta anche grande rispetto per la magistratura afgana e per le leggi di quel paese, annunciando ‘non andrò a Kabul a spazzare via la legge afgana e a dire ‘la nostra regola è questa’‘. Nonostante tra i compiti dell’Italia in quel paese ci sia la formazione delle leggi e della magistratura, e nonostante Karzai solo una decina di giorni fa abbia avuto una dura polemica con la Casa Bianca accusandola di brogli elettorali alle recenti politiche, e minacciato anche di allearsi con i talebani, notizia poi smentita in quarantott’ore. Frattini durante l’audizione in commissione a Montecitorio ha anche annunciato la prossima liberazione di uno dei tre italiani, la cui posizione sembrerebbe più ‘leggera’ rispetto a quella degli altri due, e dovrebbe essere il tecnico della logistica di Lashkar Gah Mauro Pagani, e la ‘soluzione’ anche per altri cinque operatori, bloccati nelle loro abitazioni. Ma le opposizioni hanno inteso che il governo italiano non sta certo facendo la voce grossa con Karzai, nonostante gli uomini e i mezzi italiani impegnati nella lotta ai talebani, e dunque a sostegno del governo di Kabul. ‘I tre sono in buono stato di salute, ma certamente assai provati sotto il profilo emotivo’, ha assicurato Frattini garantendo anche di aver parlato ‘personalmente’ con i familiari degli italiani prelevati da un governo amico, per mano di un’intelligence nota per i modi assai spicci, e in stato di fermo da giorni. Un’audizione che ha scatenato le opposizioni, anche in vista della manifestazione di Emergency che si terrà sabato a Roma, e alla quale parteciperanno anche molti deputati del Pd. Appena entrato nell’aula della commissione Esteri alla Camera Frattini s’è trovato davanti i senatori dipietristi Pedica ed Evangelisti in maglietta di Emergency, e alla fine hanno tentato anche di fargliene dono. Il ministro ha rifiutato con una battuta, ‘voglio che me la regali Gino Strada, o devo pensare che Emergency sia guidata dall’Italia dei Valori’. La replica del partito di Di Pietro non s’è fatta attendere, ‘il ministro smetta di raccontare storie e vada a Kabul’. E sì che già le polemiche non erano state da poco, e specialmente quando il ministro, pur dichiarando sostegno ad Emergency e negando ‘la politicizzazione della vicenda’, ha confermato il pensiero già pubblicamente espresso a caldo nel momento dell’arresto, ‘mi auguro fortemente che emerga l’estraneità dei nostri connazionali agli atti che sono loro contestati, credo che sia interesse dell’Italia’. Non si è mai visto, obietta Pino Arlacchi, oggi parlamentare dell’Idv ma ex vicesegretario dell’Onu con delega sull’Afghanistan, ‘un governo che si dissocia dai propri cittadini e li abbandona, non ho mai visto in vent’anni di esperienza internazionale un ministro del genere’. Il governo si impegni, che tutto venga risolto nel giro di pochi giorni, ha incalzato il ministro degli Esteri del Pd Piero Fassino. Ma al ministro, poi difeso da molti esponenti del Pdl, critiche sono arrivate anche dalla Lega, ‘voglio pensare che la Farnesina stia facendo l’impossibile per riportarli a casa, la priorità è questa’, diceva Matteo Salvini. In serata, voci di nuove incredibili incriminazioni, rimbalzate senza controllo da Kabul. Stavolta, si tratterebbe addirittura di aver sequestrato Daniele Mastrogiacomo. (red)

6. Berlusconi-Fini, oggi incontro a “nervi tesi”

Roma -“Trovare i giusti assetti di governo, nazionale e locale. Stabilire metodo, percorso, contenuti delle riforme. Accontentare il ‘fedele alleato’ Bossi, ma senza umiliare il suo partito, che scalpita soprattutto nell’ala finiana. Per raggiungere questi risultati Silvio Berlusconi, appena tornato da Washington, ha deciso di incontrare (assieme ai coordinatori del Pdl, al ministro Alfano, a Letta e a Giancarlo Galan) prima Umberto Bossi a cena, con tutto lo stato maggiore della Lega, neogovernatori compresi, poi oggi a pranzo (con ogni probabilità a Montecitorio) quel Gianfranco Fini con il quale i rapporti restano molto tesi”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “‘Se continuiamo così, se lasciamo la golden share nelle mani di Bossi, non sono io a essere fatto fuori, ma è il Pdl che è finito, e perderà anche Berlusconi’, ha ripetuto ai suoi Fini, anticipando anche a Schifani tutto quello che oggi ha in animo di dire amuso duro al Cavaliere. Perché una cosa è certa: quello di oggi non è un incontro di routine, se un fedelissimo del presidente della Camera come Bocchino dice che ‘una soluzione si troverà, perché si deve trovare...’. E allora — se è vero che ieri sera anche parte della cena tra Berlusconi e Bossi è stata dedicata al ‘caso Fini’ — non stupiscono i boatos di chi giura che l’ex leader di An sia già ‘passato alla conta di chi sta con lui e chi contro di lui’ e sia ormai pronto a lavorare a un suo progetto in vista del 2013, che possa calamitare i consensi di quanti in un Pdl a trazione nordista non vogliono o non possono più rimanere. D’altra parte, anche quello che Bocchino definisce l’’endemico’ problema delle assenze dei deputati — che martedì ha portato alla bocciatura del decreto salva-liste, i cui contenuti però sono stati recuperati grazie a una leggina già presentata alla Camera — dimostra che nel partito c’è sofferenza per la competizione con la Lega. E mentre girano possibili nuovi organigrammi di governo e di partito (si parla di Letta vicepremier, di Cicchitto al governo, di Lupi capogruppo, ma gli interessati smentiscono), il centrodestra pare a una svolta. E ancora una volta toccherà a Berlusconi il miracolo di tenere unito quello che oggi unito non è”. (red)

7. Riforme, Bersani illustra le sue proposte a Napolitano

Roma -“‘Caro Presidente, ecco le nostre idee per le riforme: sono chiare, è il governo a essere in confusione. Il Pd non è certo sull´Aventino, anche noi vorremmo fare sul serio...’. Quando Pier Luigi Bersani ha varcato, alle 16 di ieri, il portone del Quirinale aveva in tasca un foglietto di appunti. Nessun ‘brogliaccio’ da contrapporre alla bozza consegnata dal ministro leghista Roberto Calderoli al presidente Napolitano e che, per il segretario dei Democratici, resta semplicemente ‘impotabile’". Lo scrive LA REPUBBLICA. "Ha illustrato uno schema sintetico, con le priorità da dare alle questioni economico-sociali; ha aperto al rafforzamento del premier (ma niente presidenzialismo e non si tocca la Repubblica parlamentare) e alla riforma della giustizia; ha ricordato il via libera dell´opposizione alla riduzione dei parlamentari e al Senato federale. Un´ora e quindici minuti di colloquio; un incontro approfondito sulle riforme. Bersani si è presentato con lo stato maggiore del partito, la presidente Rosy Bindi, il vice segretario Enrico Letta e i due capigruppo, Dario Franceschini (che è anche leader della minoranza interna) e Anna Finocchiaro. Una doppia mossa: da un lato dare prova al capo dello Stato che il Pd non è arroccato e chiuso sulla questione delle riforme utili al Paese che stanno a cuore a Napolitano; dall´altro esibire un partito che sa stare insieme e non agonizza in dibattiti sull´organizzazione interna. Alla vigilia della direzione che si tiene sabato, il segretario lo giudica un buon risultato. In realtà, la fibrillazione nel Pd continua. Sulla giustizia in particolare, è scontro. Andrea Orlando ha presentato sul Foglio un ‘piano’ che scatena favorevoli e contrari. Al punto che ieri si arriva alla conta: 105 parlamentari si schierano con la proposta Orlando (che Bersani ha riassunto anche a Napolitano) mentre l´ex responsabile giustizia del partito, Lanfranco Tenaglia bacchetta e crea malumori tra gli ex magistrati ora nel Pd. Nel tourbillon di vertici e assemblee, ‘Area democratica’ la minoranza si riunisce oggi e l´altroieri sera fa un pre-incontro. La posizione che emerge sulle riforme istituzionali è di non farsi tentare dal presidenzialismo, ma da un ‘modello Westminster’. Le posizioni dentro al Pd sembrano avvicinarsi. In serata però, si riunisce ‘Quarta fase’, corrente degli ex Popolari, e qualcuno, poi placato, evoca lo spettro della ‘scissione’ a testimonianza del malessere nel partito. Beppe Fioroni spara a zero: ‘Stop a un partito del lavoro come il Pci degli Anni ´50’. E sulle riforme: ‘Nessun patto della crostata’. Tuttavia, a Napolitano che insiste e sollecita il confronto ‘partendo da ciò su cui c´è condivisione e andando avanti senza approssimazioni’, Bersani può rispondere con un menù, ‘un´agenda’, chiara. Anche se il modello di legge elettorale resta un altro terreno di conflitto tra i Democratici. Con Franceschini lungo colloquio dopo la visita al Colle. Per la minoranza resta la necessità di cambiare linea. Chiama inoltre a rapporto i suoi, il segretario. I bersaniani si vedono in un´assemblea affollata anche di segretari regionali, ci sono Marco Follini, Rosy Bindi, la segreteria al completo. Bersani anticipa cosa dirà in direzione: ‘Serve uno strappo programmatico...’, comincia. Poi affronta i vari temi, dal rinnovamento del partito alle riforme e alle alleanze. Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, indicato come una delle facce nuove del Pd, lo attacca in tv: ‘Abbiamo bisogno di un sogno non di un tecnico. Non possiamo contrapporre al sorriso di plastica del centrodestra le facce di cera del centrosinistra’". (red)

8. Chiesa, Ruini: Soffriamo, ma il Papa sta facendo pulizia

Roma -"Cardinale Ruini, il quinto anniversario del pontificato di Benedetto XVI cade in un momento difficilissimo per la Chiesa cattolica. Se lo aspettava? O forse non eravate preparati a fronteggiare momenti così drammatici? ‘È indubbiamente un periodo di sofferenza e di prova per la Chiesa, che al momento ruota intorno alla questione della pedofilia. Ma la Chiesa non è la prima volta che soffre. In passato ci sono state altre prove, altre sofferenze sempre superate con l´aiuto della Provvidenza’". Lo scrive LA REPUBBLICA. "Ex presidente Cei e - oggi - guida del Progetto Culturale, organismo formativo dei vescovi, il cardinale Camillo Ruini (79 anni), al conclave del 2005 tra grandi elettori di papa Ratzinger, è sempre uno dei porporati più autorevoli del collegio cardinalizio pronto a far quadrato intorno a Benedetto XVI, pur senza negare le difficoltà del momento emerse, in particolare, per gli scandali sulla pedofilia tra il clero. ‘Ci sono i peccati, oggettivamente gravissimi, di alcuni sacerdoti e c´è una volontà pervicace - nota infatti il cardinale - di mettere sul banco degli accusati la Chiesa intera e specialmente il Papa: una cosa profondamente ingiusta e infondata, perché Benedetto XVI è esattamente il contrario di quello che si vuol fare apparire. La sua lettera pastorale ai cattolici d´Irlanda è solo l´ultimo attestato del suo impegno e della sua fermezza contro la sporcizia nella Chiesa. Riguardo a situazioni di questo genere il cardinale Newman disse, nel 1879, una parola di grande saggezza cristiana: la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace’. Alla Via Crucis del 2005 l´allora cardinale Ratzinger denunciò la presenza di ‘sporcizia’ nella Chiesa e tra il clero. Un presagio sui successivi scandali sugli abusi sessuali nella Chiesa? ‘Per la verità gli scandali della pedofilia erano già emersi alcuni anni prima, particolarmente negli Usa. Le parole del cardinale Ratzinger richiamavano facilmente quei problemi, ma sarebbe sbagliato, oggi come allora, restringere alle questioni della sessualità, la necessità della pulizia nella Chiesa. In realtà questa è una sfida che riguarda tutta la nostra vita di cristiani, oltre che di sacerdoti, ed è una sfida che, come ci ha insegnato Gesù, si può sperare di vincere solo puntando anzitutto su di lui, quindi sull´umiltà e sulla preghiera’. Cosa provò ascoltando quelle accuse? ‘Rimasi colpito. Il cardinale Ratzinger, per il compito che svolgeva da più di 20 anni come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, conosceva come forse nessun altro questo genere di problemi. Le sue parole mi sono rimaste scolpite dentro e su di esse ho spesso riflettuto e anche pregato. Eminenza, fu sorpreso dall´elezione papale di Ratzinger? ‘Non fui sorpreso, ma felice. La sorpresa semmai fu la grande serenità con cui si svolse il Conclave. Penso che i cardinali presero molto sul serio le parole che dovevano pronunciare prima di votare: ‘Giuro davanti a Cristo che mi giudicherà di dare il mio voto a colui che ritengo essere il più degno’‘. Ratzinger dopo i 27 anni di Wojtyla. Può fare un bilancio? ‘È presto per i bilanci, una cosa però è chiara: c´è una profonda continuità tra i 2 pontificati e già con Paolo VI, che pubblicò nel 1975 l´esortazione apostolica Evangelii nuntiandi dove individuava nell´evangelizzazione il compito fondamentale della Chiesa nel nostro tempo. Per il Papa la priorità è rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l´accesso a Dio, mettendo così in luce il nodo decisivo dell´evangelizzazione oggi, nel contesto culturale dell´Occidente, ma sempre più a livello mondiale. Quindi, la prima caratteristica del suo pontificato è questa priorità data a Dio. Ma non si tratta solo di annunciare e testimoniare Dio come nostro creatore e salvatore. Si tratta, ancor prima, di fidarci di lui e di metterci nelle sue mani, perciò di pregare e di fare spazio a lui, alla sua presenza e alla sua grazia, in tutta la nostra vita. La grande insistenza di Benedetto XVI sulla liturgia ha qui la sua origine’. Ma per qualcuno Benedetto XVI è un papa ‘scomodo’. ‘È una ‘scomodità’ che ogni Papa, e anche ogni discepolo di Cristo che voglia essere fedele, deve affrontare, oggi come nel passato. Di fronte a questa scomodità la tentazione più pericolosa è quella di assumere un atteggiamento rinunciatario: ma a una simile tentazione Benedetto XVI non lascia spazio’. C´è chi accusa il Papa di aver minato il dialogo interreligioso dopo il discorso di Ratisbona sull´islam e la proclamazione delle virtù eroiche di Pio XII. Cosa risponde? ‘In realtà l´attuale Papa sta dando un forte contributo al dialogo tra le religioni, evitando di incagliarsi sulle loro ineliminabili differenze e spingendo invece l´attenzione su quei grandi compiti che possiamo condividere nel servizio del genere umano. Così proprio il discorso di Ratisbona è stato il punto di partenza di un più fecondo dialogo con l´islam. Le virtù eroiche di Pio XII non sono una sfida ad alcuno, ma sono solo il riconoscimento di qualcosa che, quando Pio XII era vivo, un po´ tutti avvertivano - anzi, avvertivamo - come un punto luminoso che aveva aiutato ad attraversare anni tenebrosi’. Sulla cancellazione delle scomuniche ai vescovi lefebvriani, compreso il negazionista Williamson, forse poteva attendere. ‘Lo stesso Benedetto XVI, il 10 marzo 2009, ha qualificato il caso Williamson come ‘una disavventura per me imprevedibile’ che si è sovrapposta alla remissione della scomunica ai vescovi lefebvriani. Ha anche riconosciuto che la Santa Sede dovrà prestare più attenzione alle notizie in circolazione, comprese quelle su Internet. E soprattutto ha precisato che la remissione della scomunica non significa la riammissione nella Chiesa, per la quale rimane necessaria la piena accettazione del Concilio. Non vedo cosa di più si dovrebbe aggiungere’. Benedetto XVI papa teologo e scrittore, ma forse poco attento al governo della Chiesa. Non è così? ‘Benedetto XVI è chiaramente un Papa teologo, un grandissimo teologo che è anche uno straordinario omileta e catecheta, e personalmente aspetto con un po´ di impazienza il secondo volume del suo Gesù di Nazaret. È sbagliato però pensare che egli si curi poco del governo della Chiesa’. Quest´anno Il Papa le ha fatto scrivere le meditazioni della Via Crucis e l´ha chiamata a presiedere la Commissione su Medjugorje. C´è sempre, quindi, bisogno del cardinale Ruini? ‘Non penso proprio che ci sia ‘bisogno’ di me. Sono lieto, piuttosto, di poter dare un mio contributo. Scrivere le meditazioni della Via Crucis mi era sembrato all´inizio un compito troppo difficile e non adatto a me. Poi le cose si sono rivelate più semplici, dopo una rilettura meditata dei racconti della passione di Gesù contenuti nei quattro Vangeli. Sulla Commissione di inchiesta su Medjugorje tutti noi membri dobbiamo mantenere il più rigoroso riserbo. Al di là dei singoli incarichi, la mia attenzione principale è rivolta a come presentare Dio agli uomini di oggi e su questo spero di riuscire a scrivere qualcosa’”. (red)

9. Calciopoli, procura smentisce Bergamo su Facchetti

Roma -“Non sono nemmeno state ancora acquisite dal Tribunale, le settantacinque telefonate che secondo la difesa di Luciano Moggi dimostrerebbero l’inconsistenza della tesi d’accusa nei confronti dell’ex direttore generale della Juventus, e già la prima di cui è stato reso noto il contenuto è al centro di un caso". Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. "Per capirne la portata bisogna fare un passo indietro e tornare all’udienza di martedì, in cui l’avvocato Paolo Trofino ha citato una intercettazione — non trascritta dai carabinieri nelle informative inviate alla Procura — in cui si sentono Giacinto Facchetti, all’epoca presidente dell’Inter, e l’ex designatore Paolo Bergamo, parlare degli arbitri che saranno inseriti nella ‘griglia’ da cui sorteggiare il direttore di gara dell’imminente sfida tra nerazzurri e juventini. Secondo l’interpretazione dei consulenti della difesa di Moggi, riportata da Trofino in aula, Facchetti dice a Bergamo: ‘Metti dentro Collina’. Secondo Gianfelice Facchetti, figlio del compianto capitano dell’Inter pluridecorata e della Nazionale, invece, a pronunciare il nome di Collina è Bergamo. Una differenza che cambia molto le cose, perché ovviamente Facchetti non avrebbe avuto alcun titolo per dire a Bergamo quali arbitri inserire. Una differenza, quindi, importante da chiarire, perché se l’arma che Moggi ritiene di avere a disposizione per ribaltare la scena e dimostrare che non era a capo di nessuna cupola perché come lui anche gli altri parlavano con gli arbitri andando fin troppo oltre le frasi di circostanza, si dimostrasse spuntata appena sguainata, resterebbe davvero poco da combattere. E allora per adesso lo scontro a distanza tra accusa e difesa ruota intorno a questa telefonata. Ieri il file audio della conversazione tra Facchetti e Bergamo lo hanno sentito e risentito sia i tecnici della Procura, sia i periti ai quali si sono affidati gli avvocati di Moggi. La Procura ritiene di aver avuto la conferma che la voce che pronuncia il nome di Collina è quella di Bergamo, il fronte di Moggi, invece, tace. Chi parla, però, è proprio Paolo Bergamo, che dice: ‘Ho ascoltato la telefonata e senza dubbio è la voce di Facchetti che dice ‘metti Collina’ e io gli confermo che sono quattro internazionali e gli faccio i nomi perché vogliamo essere garantisti al massimo. Ma è Facchetti a fare il nome di Collina’. L’ex designatore interviene anche su un’altra telefonata tra lui e Facchetti, di cui l’entourage di Moggi ha diffuso il testo: quella del 23 dicembre 2004 in cui il dirigente interista invita il suo interlocutore a passare da Moratti perché c’è ‘un regalino’ per lui. ‘Non ricordo di essere passato da Moratti o da chiunque altro a prendere regali — dice Bergamo— ma era il periodo di Natale e d’abitudine tutte le società un pensierino lo facevano’”. (red)

10. Matrimoni gay, Corte costituzionale: Decide Parlamento

Roma -“Sui matrimoni gay come su qualunque altra forma di regolamentazione delle unioni di fatto (omo o etero che siano) deve decidere il Parlamento. Punto e basta. Questo ieri - in sostanza - ha deciso la Corte Costituzionale, respingendo il ricorso di tre coppie gay alle quali era stata negata la pubblicazione di matrimonio da altrettante amministrazioni cittadine”. Lo scrive LA STAMPA. “La questione sembra molto chiara ma, in realtà, tocca una materia assai spinosa: pone infatti il Parlamento di fronte all’esigenza (che tra due settimane la sentenza redatta dal giudice Alessandro Criscuolo potrebbe esplicitamente sollecitare) di dare una risposta ad una istanza di regolamentazione delle coppie di fatto, che in altri Paesi europei e occidentali ha già trovato accoglienza. La vicenda, si diceva, muove dall’iniziativa di tre coppie gay di Trento e Venezia che si sono viste rifiutare dall’ufficiale di anagrafe le pubblicazioni di matrimonio, ma in senso più ampio affronta i casi di un’altra trentina di coppie che hanno fatto lo stesso gesto e hanno ottenuto lo stesso rifiuto, in varie parti d’Italia. La prima di queste coppie è quella costituita da Matteo Pegoraro e Francesco Piomboni, che si presentarono aspiranti sposi al comune di Firenze, nel marzo del 2007. Le vertenze, affidate ai vari tribunali, sono poi approdate alla Consulta per iniziativa del tribunale di Venezia e della Corte di Appello di Trento, rispettivamente. I ricorrenti, nell’udienza pubblica della Corte del 23 marzo scorso, hanno fatto riferimento agli articoli 2, 29 e 117 della Costituzione, alla luce dei quali facevano notare come da nessuna parte fosse scritto che ad accedere all’istituto del matrimonio dovessero essere persone di sesso diverso e che la norma, così come veniva applicata, configurava un discriminazione non solo tra omo ed etero, ma anche tra omo e transessuali, in quanto questi ultimi, una volta cambiato sesso, potevano sposare un partner appartenente al loro sesso originario. Da qui l’esigenza di una pronuncia da parte della Consulta che, per l’appunto, è giunta ieri e ha rimpallato la responsabilità al Parlamento. Il quale - beninteso - è diviso, ma non tra destra e sinistra, come ci potrebbe attendere, ma all’interno dei due schieramenti. La destra si fa paladina dei «valori cristiani» per i quali è inconcepibile che ci sia una qualsiasi forma di unione al di fuori di quella matrimoniale. E quindi, per esempio, hanno plaudito alla sentenza della Consulta tutte le anime cattoliche del Pdl: dai sottosegretari Eugenia Roccella e Carlo Giovanardi al vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, fino alla parlamentare di rigorosa osservanza, Isabella Bertolini. Ma la pensano in tutt’altro modo altri esponenti del centrodestra, come il «liberal» Benedetto Della Vedova, ma anche i due ministri Renato Brunetta e Gianfranco Rotondi, firmatari di un ddl sulle unione di fatto, denominato Di.Do.Re. La sintesi tra queste posizioni la sollecita il leader «cristiano riformista» Antonio Mazzocchi, il quale, pur aderendo alla linea indicata dalla Consulta, invoca un gesto di coraggio da parte del Parlamento e quindi l’apertura di una discussione su questi temi, senza reticenze. Brilla per incertezza, invece, il Pd, diviso com’è tra la sua anima laica e la sua affollata militanza cattolica. Per cui ad esprimersi per le famiglie di fatto sono state solo quelle personalità che già su questo tema si erano schierate, e che appartengono quasi sempre alla minoranza di Ignazio Marino. E’ il caso, per esempio, della deputata Ileana Argentin o dell’ex ministra Barbara Pollastrini, a suo tempo promotrice di una proposta di legge denominata dei Di.Co. Senza dire della posizione di Anna Paola Concia, deputata Pd e cittadina omosessuale che - come dire - «è parte in causa». Il vicepresidente del Pd Ivan Scalfarotto ha sollecitato il suo partito ad uscire da questo immobilismo ma per ora, dalle stanze superiori, tutto tace". (red)

11. Nucleare, l’Iran organizza un controvertice 

Roma -“Teheran accusa la Casa Bianca di ‘ricatto atomico al mondo’ e si prepara ad ospitare sabato un vertice ‘sul disarmo e la non-proliferazione’ per ribattere alle conclusioni del summit sulla sicurezza nucleare appena terminato a Washington”. Lo scrive LA STAMPA. “L’accusa a Barack Obama di ‘ricatto nucleare’ è contenuta in una lettera del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad all’Onu nella quale condanna le ‘dichiarazioni infiammatorie’ con cui Washington ha detto che ‘tutte le opzioni sono sul tavolo’ per bloccare il programma nucleare iraniano. La pubblicazione della lettera mira a fare dell’Iran la nazione leader del fronte di coloro che si sentono ‘minacciati’ e ‘ricattati’ dagli Usa: uno schieramento che la ‘Conferenza sul disarmo e la non proliferazione’ vuole fare emergere con i lavori che si aprono sabato. Per assicurarsi un successo Ahmadinejad ha riunito il consiglio per la sicurezza nazionale facendo presente la necessità di creare un ‘contrappeso istituzionale’ al summit di Washington ed affidando al ministro degli Esteri Manoucher Mottaki il compito di raccogliere il più alto numero di adesioni. Sono oltre 60 gli Stati inviati e al momento ad aver assicurato la presenza sono i tradizionali alleati di Siria, Venezuela e Cuba più il Turkmenistan e l’Oman con la significativa aggiunta di due potenze nucleari come India e Cina anche se invieranno funzionari non di alto livello. Mottaki sta tentando di ottenere la presenza di leader arabi ma finora non sono arrivate conferme e questo ha portato il presidente del Parlamento di Teheran, Ali Larijani, a lamentare ‘scarsi risultati’ fino al punto da ‘rischiare di trasformare la conferenza in un boomerang’ destinato ad evidenziare l’isolamento della Repubblica islamica sul nucleare. Ahmadinejad ha confermato la fiducia a Mottaki, affidandogli il compito di sfruttare il contro-summit come trampolino verso la conferenza che si svolgerà in maggio all’Onu sulla revisione del Trattato di non proliferazione al fine di contrastare le manovre diplomatiche degli Stati Uniti. Ad evidenziare il contenuto della controffensiva di Teheran è il vice ministro degli Esteri, Mohammad Mehdi Akhondzadeh che preannuncia: ‘Al summit di questo fine settimana parteciperanno i ministri degli Esteri di 14 nazioni, i vice ministri di altre 10, i rappresentanti di 8 organizzazioni internazionali e gli esperti di 70 nazioni’. Come dire, non siamo isolati. L’intenzione di Mottaki è far sottoscrivere al vertice documenti che attestino il diritto di ogni nazione all’energia nucleare, rigettino le accuse di proliferazione nei confronti dell’Iran e mettano invece sul banco degli accusati Israele per il suo presunto arsenale atomico. Non a caso da due giornali governativi di Damasco, Al’Baath e Al Thawra, è arrivato ieri un affondo contro ‘le oltre 200 armi nucleari di cui Israele dispone’ accusando la comunità internazionale di ‘chiudere colpevolmente gli occhi di fronte ai pericoli portati dall’unica potenza atomica del Medio Oriente’. A New York intanto sono ripresi i colloqui fra Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania sulla redazione della risoluzione Onu con le nuove sanzioni e il sottosegretario Usa William Burns ha parlato di un ‘senso di urgenza collettivo’ che potrebbe portare a decisioni molto rapide". (red)

12. Cina, terremoto devasta regione tibetana del Qinghai

Roma -“A due anni dal sisma che ha devastato il Sichuan, causando 90 mila morti, il terremoto è tornato a scuotere ieri la Cina. Alle 7.49 del mattino una scossa di magnitudo 7.1 gradi della scala Richter ha sconvolto la regione tibetana del Qinghai, nel Nord-Ovest del Paese”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “L´epicentro è stato localizzato nella prefettura autonoma di Yushu, a cinquanta chilometri da Jiegu, capoluogo della contea e centro più colpito. Il bilancio provvisorio è di quasi 600 morti identificati, diecimila feriti, mille estratti incolumi e più di duecentomila senzatetto. Le cifre sono però destinate a salire. La maggior parte dei centri abitati, dove il 90% delle costruzioni risulta rasa al suolo, non è stata ancora raggiunta dai soccorritori. Il terremoto ha colpito una regione montuosa e isolata, a 1600 chilometri dal capoluogo Xining, incuneata tra Tibet e Sichuan, ad una quota media di oltre 4 mila metri. Le scosse hanno interrotto strade, ponti e linee elettriche e solo in serata la pista di atterraggio di Jiegu ha riaperto ai voli militari. Per tutto il giorno e fino all´alba di oggi, feriti e sopravvissuti hanno scavato tra le macerie a mani nude per cercare di salvare le persone sommerse dai detriti. Le operazioni di soccorso sono ostacolate dal clima. Nel Qinghai la neve ha appena lasciato i fondovalle, la temperatura supera di poco lo zero solo durante il giorno e raffiche di vento gelido rendono insuperabile la notte all´addiaccio. Attraverso drammatici collegamenti telefonici la popolazione continua a chiedere di ‘fare presto’. Chiede di inviare soccorritori professionisti e medici, cani da ricerca, mezzi meccanici per rimuovere le macerie, farmaci, viveri, indumenti pesanti e tende. Bambini e vecchi, fuggiti in pigiama, rischiano l´assideramento e si temono epidemie influenzali. Immagini amatoriali trasmesse dalla televisione cinese mostrano paesi e città distrutti, templi buddisti sventrati, migliaia di persone impietrite davanti ai resti delle proprie case, vaganti tra cumuli di detriti in cerca di parenti e amici, o impegnate a scavare per estrarre dai calcinacci chi continua a invocare aiuto. Sotto ai crolli, oltre alle vittime non recuperate, ci sono molti ancora vivi ma intrappolati. Il Qinghai è una regione semideserta di contadini e pastori nomadi, in maggioranza tibetani e mongoli. Nei villaggi resistono dimore in legno e fango, su un unico piano, fragili ma meno distruttive in caso di cedimento. Il governo ha subito stanziato 21 milioni di euro e inviato nella zona 5mila tende e 50mila coperte, cappotti e piumini. Aerei carichi di generi di prima necessità sono riusciti ad atterrare nella notte e oggi 5mila soldati partiti da Pechino si aggiungeranno ai 700 già sul posto per costruire gli accampamenti per gli sfollati. È una lotta contro il tempo e contro il gelo, mentre emergono i primi particolari dell´orrore. A Jiegu il crollo di un istituto professionale ha sepolto centinaia di studenti. Poco distante si è accartocciata una scuola elementare con annesso dormitorio e mille bambini risultano dispersi. A Yushu un albergo di quattro piani è ridotto in polvere, assieme alla sede del governo locale. Immagini girate con un telefonino mostrano crepe impressionanti in una diga. L´incubo di nuove scosse rende ossessivo il ricordo degli ammonimenti sottovalutati. All´alba di ieri la terra aveva tremato già alle 5.39. La gente si era riversata per strada ma, nonostante altre 18 scosse minori, era poi rientrata in casa. Poco prima delle otto bambini, ragazzi e insegnanti erano quasi tutti nelle scuole e gli impiegati stavano entrando negli uffici. Molti, allo scoppio della scossa più violenta, sono riusciti a fuggire e quasi tutte le vittime avevano ancora addosso i cappotti. Il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao hanno rivolto un appello alla nazione chiedendo di ‘fare ogni sforzo per dispersi e superstiti’". (red)

13. Soros: Euro a rischio, è una moneta incompiuta

Roma -“A 80 anni, George Soros è a un passaggio unico della sua vita. Forse quello che aveva sempre atteso. Il ragazzo che per sopravvivere si dette una falsa identità nella sua stessa città natale (a Budapest, nel 1944), il lucido speculatore detestato dagli italiani quando puntò sul tracollo della lira nel ’92, ha varcato il suo traguardo. Da qualche tempo non è più considerato solo uno dei grandi investitori viventi. Anche il suo ruolo intellettuale, da allievo di Karl Popper, attrae grande interesse: la sua teoria della riflessività, la capacità irrazionale dei mercati di amplificare le tendenze fino a mutare gli equilibri dell’economia, si afferma sempre di più”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “A inizio anno Soros si è ritirato dall’attività nel suo Quantum Fund, sul tavolo tiene l’edizione americana di ‘Se non ora, quando?’, epica di guerra di Primo Levi. Ma il suo sguardo non è rivolto al passato: Soros non lascia passare un grande dibattito globale senza far sentire la sua voce. Lorenzo Bini Smaghi della Bce sostiene che con il piano per la Grecia l’Europa ha evitato la sua Lehman Brothers. Concorda? ‘Sono certo che la Grecia possa essere salvata, perché il governo sta prendendo tutte le misure necessarie: se avrà bisogno di aiuto l’Europa dovrà rispondere. Ma c’è un vero problema sull’atteggiamento dei tedeschi. Non vogliono essere l’ufficiale pagatore per i Paesi dell’Europa del Sud che non sanno regolarsi e hanno anche dei vincoli costituzionali. Il punto è che, per aiutare davvero, i tassi del prestito a Atene dovrebbero essere più bassi possibile’. Sono al 5% circa: i governi europei che offrono fondi alla Grecia finiranno per guadagnarci. ‘Già. Dunque è controproducente ed è un errore tecnico, perché ciò rende più difficile per la Grecia uscire dalla buca e rivela reali problemi nell’euro in sé. Tutti sapevano che l’euro, così come fu costruito a Maastricht, era un’incompiuta: aveva una banca centrale, ma non una politica di bilancio comune, lasciava ai Paesi l’impegno di tenere il deficit sotto al 3% del Pil. Praticamente nessuno ha rispettato quel limite’. La Germania fu la prima nel 2003 a rifiutare di subire le multe del Patto di stabilità. ‘Ciò suggerisce che il Patto di stabilità ha fallito e ora abbiamo Paesi del tutto fuori rotta. Qui manca qualcosa, che va aggiunto. In passato c’è sempre stata la volontà politica di fare un passo in avanti, ora è molto dubbio che ci sia. Ma è da questo che dipende il futuro dell’euro’. L’euro era visto come compensazione per la riunificazione tedesca. Eppure Berlino non è mai parsa così isolata nel dopoguerra come oggi. La moneta ha fallito politicamente? ‘La riunificazione tedesca è stata la grande forza motrice che ha fatto avanzare l’Europa. La Germania era pronta a pagare qualunque prezzo pur di avere il sostegno europeo su questo, quindi i tedeschi hanno sempre fatto le concessioni che servivano a far avanzare l’Unione europea, quando si cercava un accordo. Non più. I tedeschi si sentono distaccati, concentrati su se stessi e riluttanti amantenere il loro vecchio ruolo. Per questo il progetto europeo si è bloccato. E se da qui non riesce a andare avanti, andrà indietro. È importante capire che se non si muovono i prossimi passi per l’euro, l’euro andrà in pezzi e l’Unione europea anche. Solo questa consapevolezza può ispirare nuovi progressi’. Se si arrivasse a una crisi di questo tipo, che impatto avrebbe sull’Italia e sulla Germania? ‘Non è questione di Italia e Germania qui, è che la Germania ha un surplus di bilancia dei pagamenti nell’area-euro e ci sono alcuni Paesi in disavanzo. È un fenomeno in crescita ed è difficile invertire questa tendenza perché non possono esserci aggiustamenti valutari nell’area. Dunque o voi riducete i vostri salari o la Germania aumenta i suoi’. I tedeschi non vogliono farlo. ‘È comprensibile, perché in quel caso le loro imprese investirebbero in altri Paesi anziché in patria. Per questo i sindacati tedeschi collaborano, danno priorità ai posti piuttosto che ai compensi. Insomma c’è un problema di lungo periodo: alcuni Paesi stanno andando avanti con una moneta troppo forte per loro, quindi soffrono la disoccupazione a causa dei vincoli di bilancio. La Spagna ad esempio sta tagliando la spesa, il contrario esatto di quanto insegnava Keynes’. Cioè non c’è uscita, a meno che i Paesi dell’euro-periferia non accettino anni di deflazione e di recessione? ‘È una prospettiva cupa e difficile. È per questo che abbiamo bisogno di una formula che permetta a certi Paesi di non tagliare il bilancio così drasticamente. Abbiamo bisogno di una specie di Fondo monetario europeo, che renda l’aggiustamento meno doloroso’. Come pensa che la riflessività dei mercati sia cambiata dopo le catastrofi di questi tre anni? ‘La riflessività c’è sempre, è una costante. Negli anni passati, quelli che io chiamo della ‘super-bolla’, i mercati si erano allontanati da un andamento sostenibile come mai prima dal 1945’. Ora stanno ritornando in linea? ‘Dopo Lehman, le autorità si sono impegnate in una complessa operazione di salvataggio in due fasi. Nella prima hanno rinforzato gli squilibri preesistenti e solo nella seconda fase cercheranno di correggerli. C’era un eccesso di debito nell’economia e il credito privato era al collasso, quindi i governi hanno rimpiazzato il settore privato’. È il punto in cui siamo ora, no? ‘Sì, ed è per questo che abbiamo il problema del debito pubblico greco. Siamo sopravvissuti alla crisi, ma gli effetti degli eccessi dobbiamo ancora sentirli, la correzione è appena iniziata’. Declina anche la fede nell’efficienza superiore dei mercati, quella tipica degli anni dell’America superpotenza unica? ‘Il fondamentalismo di mercato è chiaramente legato al dominio americano nel mondo. L’America ha promosso un ordine mondiale in cui lei era più uguale degli altri, nel senso orwelliano del termine. Senz’altro ha tratto grandi benefici dall’essere al centro dell’economia mondiale, perché per anni ha potuto consumare il 6,5% più di quanto producesse. Ora la musica si è fermata. Un enorme aggiustamento è in corso e si riflette anche nel mondo delle idee. Ora c’è il pericolo che molte delle conquiste della civiltà occidentale vadano perdute in questo processo: in particolare, la libertà individuale’. (red)

14. Fiat, nel piano 16 modelli entro il 2014

Roma -“Cominciano a circolare le prime indiscrezioni sul piano Fiat, che Sergio Marchionne presenterà il 21 aprile: attesa la conferma dei 5,5 milioni di auto da produrre entro il 2014, tra il gruppo Fiat e il gruppo Chrysler (circa 2,7 milioni per Fiat, circa 2,8 milioni per Chrysler, di cui 900mila costruite in Italia ogni anno)”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Tre mercati, Russia, Cina, Nord America, saranno privilegiati negli investimenti (solo in Russia dovrebbero essere investiti 2,4 miliardi di euro, per produrre 500 mila vetture l’anno entro il 2016), almeno 16 modelli - collocati in segmenti diversi - verranno immessi nei mercati con imarchi Fiat, Alfa Romeo, Lancia-Chrysler. In Cina (dal 2009 è il primo mercato mondiale dell’auto), in joint venture con Guangzhou Automobile Industry Group, la Fiat dovrebbe costruire 220 mila veicoli l’anno. È noto che la 500 inizierà ad essere prodotta nello stabilimento Chrysler, a Toluca, in Messico, da dicembre, per essere distribuita in Nord America e Brasile, cui seguirà una versione cabrio e una sportiva firmata Abarth. In Europa verrà elaborato e prodotto aMirafiori, un minivan Fiat (in codice «L0») che sarà poi venduto anche in Usa, stilisticamente ispirato alla 500. Questo modello sostituisce di fatto, nella versione a cinque posti l’Idea, in quella a sette posti, la Multipla. Nel piano quinquennale, del quale Automotive News dà alcune anticipazioni, è prevista - con un ruolo cruciale - l’erede della Punto. La futura Bravo, sempre nella versione due volumi compatta, vedrà la luce nel 2013. La Panda verrà invece costruita nello stabilimento di Pomigliano d’Arco per lasciar spazio, nella fabbrica polacca di Tychy, alla Lancia Ypsilon. Il marchio Lancia avrà certo una forte interazione con quello Chrysler: la Ypsilon sarà venduta come Lancia in Europa ad esclusione dei Paesi anglosassoni dove verrà etichettata come Chrysler. La stessa scelta commerciale verrà fatta per la Delta. La Lancia Musa terminerà il suo ciclo nel 2011. La sostituta della Chrysler Sebring, berlina e cabriolet, con la futura 300C e il nuovo Voyager saranno invece venduti in Europa con il marchio Usa. In questa elaborazione industriale si inserisce anche Alfa Romeo: per entrare negli Stati Uniti sarà necessario trovare la sostituta della 166. Una berlina di grandi dimensioni, a trazione posteriore, potrà essere costruita sul pianale della Chrysler 300C, uscire dagli stabilimenti canadesi di Brampton (Ontario) per essere venduta in Nord America ed esportata, da qui, nel resto del mondo. A questo punto entra in gioco l’acquisizione fatta da Fiat, nell’agosto 2009, della fabbrica di Grugliasco, ex Bertone, dove potranno essere realizzati, sempre sulla stessa piattaforma di origine Chrysler, un coupé e un cabriolet, venduti come Chrysler, Lancia e Maserati, con la possibilità di esportarli negli Usa. Di attualità il lancio della nuova Alfa Giulietta in versione a due volumi, cinque porte, a cui verrà affiancato un crossover basato sullo stesso pianale. In America troverà evoluzione la sostituta della 159 (si chiamerà Giulia), utilizzerà l’architettura della Compact Wide (è la piattaforma Compact, allungata), declinata in tre versioni, una berlina di medie dimensioni, una station wagon e un crossover di grandi dimensioni. Il marchio del Biscione, che solo qualche mese fa pareva la Cenerentola del gruppo italiano, ha ritrovato uno slancio proprio grazie alla sua immagine che lo impone anche nel mercato Usa. Harald Wester, amministratore delegato di Alfa Romeo, ha certamente avuto la forza di demolire lo scetticismo di Marchionne. La Mito e la Giulietta non saranno commercializzate in Europa. Nel piano ci saranno vetture predisposte per i mercati emergenti: la Palio e la Uno, ora ai vertici delle classifiche di vendita in Brasile, avranno due differenti destini. La prima, secondo il progetto 326, verrà prodotta e venduta in tutto il mondo, la seconda troverà il suo spazio in America Latina. Anche per la Linea ci sarà un ricambio: in Cina uscirà, dal 2011, dallo stabilimento oggi in costruzione, la sua sostituta. Nello stesso impianto, potranno essere prodotte berline Chrysler e suv Jeep. Questa analisi, circoscritta ai punti salienti del piano, tiene conto di fattori economici e industriali anticipati dallo stesso Marchionne. Ancora tutti da scoprire gli obiettivi finanziari e gli esuberi che potrebbe comportare: un’ipotesi vedrebbe in circa 5 mila dipendenti i possibili interventi. Appuntamento decisivo il 21 aprile”. (red)

15. Wikipedia, come funziona il sapere fatto dal basso

Roma -“È nata solo nel 2001 e in meno di dieci anni è arrivata a contenere dieci milioni di voci, o articoli, in 250 lingue. Ha 11 milioni di utenti registrati, che occasionalmente vi collaborano, e centinaia di milioni di fruitori ‘passivi’: ormai non c´è ricerca scolastica o tesi universitaria che non vi attinga a piene mani”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “Giornalisti e scrittori, docenti o sceneggiatori di tv e cinema, messi di fronte all´imperativo di verificare delle informazioni con rapidità, sono diventati suoi utenti regolari. È Wikipedia, l´enciclopedia online ‘fatta dal basso’, uno dei più influenti fenomeni culturali del nostro tempo. Ambisce nientemeno che a offire lo scibile umano. Nella versione inglese (la più consultata) i suoi due milioni di voci spaziano da Aa! (il nome di un gruppo rock giapponese) a Zzyzx, frazione della contea di San Bernardino, California. Stupefacente fenomeno di cooperazione collettiva, continua a crescere alla velocità di trentamila parole al mese. Consultata al ritmo di 60 milioni di letture al giorno, è uno degli otto siti Internet più visitati nel mondo. Dai primi di aprile ha anche aggiornato la sua grafica. Eppure solo una minoranza del pubblico sa che Wikipedia nasce da un esercito di volontari: lavorano gratis e quasi sempre nell´anonimato. È l´unico fra i grandi siti Internet che non ha dietro di sé un´azienda a scopo di lucro; la Wikimedia Foundation è una no profit. Ora grazie a Andrew Lih, un insider che ha condiviso un bel pezzo di storia di questa impresa, è possibile ricostruire dall´interno questa enciclopedia e la sua vera natura: un fenomeno sociale prima ancora che tecnologico e culturale. Lih è uno degli ‘amministratori’ dell´edizione inglese di Wikipedia, appartiene cioè al gruppo dirigente che deve organizzare e disciplinare una costruzione in continuo cambiamento. È cinese e a Pechino è impegnato contro la censura su Internet. Ha lavorato come esperto di software ai Bell Labs, ha insegnato giornalismo alla Columbia University ed è tuttora docente alla University of Southern California. Il suo libro La rivoluzione di Wikipedia (Codice Edizioni, pagg. 256, euro 25) è il primo a descrivere dall´interno i protagonisti del progetto, i dibattiti sulle regole, il funzionamento concreto di quest´opera colossale che ha eclissato ogni altra enciclopedia. Come si conviene al metodo Wikipedia, il finale del libro è ‘aperto’, scritto dai lettori stessi. Attraverso una galleria di personaggi, Lih ricostruisce il percorso di Wikipedia, i dibattiti anche aspri tra i suoi fondatori, le battaglie interne, com´è giunta ad essere quello che è oggi. All´origine questa enciclopedia collettiva è segnata dall´impronta della cultura anti-autoritaria, libertaria e anticapitalista, tipica dei pionieri di Internet. A differenza dell´Encyclopédie illuminista di Diderot e D´Alembert, non ha la pretesa di scalzare un vecchio sapere sclerotizzato e reazionario per sostituirlo con una scienza più avanzata. Ha invece la convinzione che siano superati i confini tradizionali tra cultura alta e cultura popolare, tra gli specialismi e le conoscenze diffuse. Tra i suoi due fondatori più autorevoli, Larry Sanger e Jimmy Wales, il primo ha una formazione in filosofia epistemologica (la ricerca sulla conoscenza), il secondo in economia e finanza. Ambedue sono arrivati a conclusioni analoghe sulla natura profondamente sociale e cooperativa del genere umano. Tra i loro numi tutelari ci sono personaggi molto diversi: da Ayn Rand, la profetessa dell´iperliberismo reaganiano, a Piotr Kropotkin, l´anarchico-umanista russo che vedeva nella mutua solidarietà un motore di progresso ben più potente della competizione. Le tre regole d´oro che Sanger e Wales concordarono all´origine di Wikipedia sono la neutralità, la verificabilità, e il rifiuto delle ricerche originali (le voci non debbono contenere notizie inedite). Rispettarle è una battaglia permanente, che ha portato l´enciclopedia a cambiare notevolmente rispetto alle sue origini. Raccontando ‘come’ funziona Wikipedia, Lih finisce per rispondere alla domanda ancora più importante: ‘perché’ funziona. Questa enciclopedia infatti ha dovuto resistere ad attacchi formidabili. Errori grossolani hanno fatto scandalo: soprattutto quando qualche Vip della politica, della cultura o dello spettacolo ha scoperto strafalcioni nella propria biografia e li ha denunciati urbi et orbi. Il mondo accademico ha storto il naso di fronte a questo ‘sapere diffuso’. E alcune delle obiezioni dotte sono diventate senso comune, dibattute anche sulle colonne di questo giornale. È possibile applicare le regole della democrazia alla scienza? È credibile un´enciclopedia fatta perlopiù da non addetti ai lavori? Non è profondamente ingenuo illudersi che l´accumularsi di correzioni collettive punti verso la verità? Chi di noi accetterebbe di sottoporsi a un´operazione chirurgica guidata da un ‘voto a maggioranza’ a cui partecipano anche i non medici? Per i detrattori più severi Wikipedia è diventata un´arma di distruzione di massa, spappola la credibilità scientifica e impone alla nostra èra la dittatura della pop-culture. Questo libro di Lih è prezioso perché sfata alcuni di questi miti e restituisce la dimensione ben più complessa di Wikipedia. In realtà, da molto tempo il nucleo fondatore ha preso le distanze da una versione acriticamente democratica dell´enciclopedia. Fu chiaro ben presto il rischio che si correva, se la compilazione e correzione delle voci fosse stata affidata alla regola che ‘la maggioranza ha ragione’. È facile immaginare come il regime di Pechino potrebbe mobilitare masse di giovani nazionalisti e fanatici per manipolare le voci dell´enciclopedia su temi sensibili (come la storia del Tibet). In realtà Wikipedia oggi combina una partecipazione volontaria di massa, con un sistema di filtri e di ‘correzioni esperte’. Sicché gli errori non sono più frequenti di quelli dell´Enciclopedia Britannica. Il vero limite è un altro. I ‘wikipediani’ (il 70 per cento dei quali ha meno di 30 anni) sono sproporzionatamente dipendenti dalle informazioni disponibili online. Perciò la mole di dati e notizie che confluiscono a formare una voce di Wikipedia, è molto più ricca se riguarda fatti e personaggi recenti, dagli anni Novanta ai nostri giorni. Per i periodi precedenti, ancora oggi il grosso dell´informazione è off-line, affidato a depositi di carte. Se un giorno andrà in porto il progetto di Google di digitalizzare tutto lo scibile umano, incluse le biblioteche più antiche, anche questo limite diventerà superabile”. (red)

Prima Pagina 15 aprile 2010

Approccio ideologico? No grazie.